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Posts Tagged ‘Bang Bang’

La chiamo zia ma non è mia zia, Zia Cesarina. L’ho sempre vista per casa. Fin da piccolo. Fa le faccende. Sistema le cose. La mamma, povera vedova che deve lavorare, e fare anche i turni di notte, con un figlio ancora piccolo, ha bisogno di qualcuno che la possa aiutare. Le voglio bene quasi quanto una mamma. Come ad una vera zia.
Credo di essermi innamorato. E’ ancora una ragazzina. Lei non lo sa. Mi sembra bella. La più bella. Credo sia per gli occhi con cui la guardo. Per quelle trecce. Per il suo viso imbronciato. Per il suo sorriso, soprattutto per quello. Per la sua voce quando mi parla. Per l’attenzione con cui mi ascolta. Per l’espressione che assume il suo silenzio quando riflette. Perché è lei. Perché è la mia più cara amica. L’unica. Dovrei dire era? Ora mi sembra essere diventata molto di più. Non so come si bacia. Non so se lo sa. Non so se avrò mai in coraggio di confessarglielo.
Ha due anni più di me, Serenella. Non credo che sia grave. Mi parla come si parla ad uno grande. Il problema è che non possiamo stare nella stessa classe. Ma ci troviamo durante la ricreazione. E facciamo sempre la strada insieme. Abitiamo a uno sputo; due passi. Credo di essermi innamorato quando sua madre mi ha invitato a entrare a fare merenda. In quella casa grade. Piena di tappeti. E mi ha dato i biscotti con la marmellata fatta in casa; la sua mamma, la signora Teresa. Teresa Bonfanti. Anche Serenella si chiama così, naturalmente, Serenella Bonfanti. Il suo cane, Rocky, mi ha fatto un sacco di feste. Ma i nomi dei cani chiedono la maiuscola? Chissà… Il papà non l’ho mai visto. E’ sempre via per lavoro. Poi la signora Teresa ci ha lasciati soli. A giocare sul tappeto. E’ stato in quel momento che ho capito. Anche. Forse. Forse lo ero già. Forse lo sono sempre stato, ma l’ho capito solo allora.
E quando mi ha preso per mano, per strada, ho provato una felicità indescrivibile. Immensa. Ha le mani tiepide e morbide. E le dita sottili e lunghe. Ma Serenella è tutta lunga. Cioè alta. Con quelle gambe lunghe e le calze nere. E’ già una spanna più alta di me. Da allora facciamo sempre la strada così, per andare a scuola, per mano. Dondolando le braccia. Se faccio il gesto lei mi precede: mi prende la mano. E si comporta come una mamma. Questo non mi piace troppo. Non so come ma vorrei che si comportasse come una vera fidanzatina. Anche se i ragazzi ridono. E lo so che si prendono gioco di noi dietro, alle nostre spalle. E dicono anche delle cose non proprio belle. Anzi un poca volgari. Non mi interessa degli stupidi. Vado diritto per la mia strada. Perché… le voglio bene… bene veramente. Se questo è amore allora è amore.
Poi una mattina… Quella mattina non è venuta. Non ci siamo visti. Poi ho saputo che aveva la febbre. Mi dispiaceva per lei. Ed ero giù di corda. Sono corso a prenderle i compiti. Volevo farle compagnia. Magari leggere un libro assieme. Solo un racconto. Non potevo perché era infettiva. Vuol dire che me la potevo prendere. Non mi sarebbe importato. Avrei voluto dividere tutto con lei. Ma la sua mamma è stata categorica. Mi ha rispedito a casa. Ma quanto sono arrivato vedevo tutto nero. Zia Cesarina non sopporta quando mi vede triste. Mi fa sedere sulle sue ginocchia. Come sempre quando sono così. O quando ha voglia di farmi le coccole. O quando sa che io ne ho voglia. O per raccontarmi qualcosa. Come a un bambino. Ma non sono più un bambino. Lei non lo sa, forse. Lei non lo vuole sapere. Per lei sarò sempre il suo cucciolo, mi dice, ed è tutta sudata. Che cosa c’è, piccolino?
Sono l’unico uomo di casa, il loro ometto. Certo mamma direbbe che sono troppo giovane per queste cose. Che sono ancora piccolo. Vorrei la smettessero entrambe con quell’ometto. Vorrei crescere in fretta. Zia Cesarina ha sempre il suo da fare. Ma lei invece trova sempre un attimo per me. Vorrei dirglielo. Anzi gridarlo. Mi sento disperato. E se Serena non guarisce? Come posso confessarle che vorrei morire? So già che mi chiederebbe cosa sono certi paroloni. Quando non so nemmeno cosa sia. Ma so quello che sento. Vorrei piangere. E i miei occhi lo denunciano. Alla Zia Cesarina non so nascondere nulla. Tanto lo scoprirebbe. Mi conosce come un libro che ha già letto. Ride prima ancora che mi venga in mente uno scherzetto, un capriccio, un dispetto. E come se mi potesse leggere in testa. Una volta o l’altra le chiedo come fa.
Gli occhi mi bruciano e nella testa ho solo un grande ronzio. Ride, con quella sua aria materna. “Non ti starai mica innamorando”? Lo sapevo che mi avrebbe mascherato. Fa caldo. Ha la blusa bianca generosamente aperta. Non è la prima volta, ma stavolta è diverso. Non so né come né perché, so solo che è diverso. Vorrei solo coccole. Vorrei che mi allattasse come quando ero piccolo piccolo. Vorrei… non lo so. Dentro quella camicetta c’è una sorta di rifugio. Una specie di nido caldo. Un riparo da tutto.
Guardo. Vede che guardo. Sorride senza far rumore. Mi sento strano. Poi si fa prendere da un’allegria che sembra divertente. Mi strofina la faccia sulle sue tette generose, sospirando Piccolo mio. Poi me le lascia succhiare squittendo come se le facessi prurito Piccolino mio, così dolce. Non so bene cosa succede lì sotto. Ho una grande confusione nella testa. Caldo. Poi, con il suo sorriso bonario mi fa accomodare, e continua quel sussurro paziente Piccolo mio. Sento che lei sa quello che fa. Mi sono sempre fidato di lei. Mi detta il ritmo. E’ la mia prima volta. E succede così. Ho una specie di sete che mi arde in gola e negli occhi. Ho fretta. E’ solo la ricerca di un godimento disperato. Dalle labbra mi sfugge un bisbiglio angosciato: “Zia Cesarina”… Lei mi sorride benevola e mi risponde solo e semplicemente: “Furfante”.
Non sono un furfante. Sono uno stupido. Forse solo uno stupido ragazzino. Amo Serena e invece credo, forse, di aver amato, la Zia Cesarina. Ne provo vergogna. So di non doverlo confessare. Nemmeno davanti al prete. E ho perso entrambe. Perché quella zia mi ha detto Scordalo, è stato solo una volta. E il mio vero amore mi ha tradito. Andando a scuola, per mano, la mia dolce Serenella è triste. Si racconta e mi racconta che le piace quello stupido di Giulio. “Credi che glielo dovrei dire”? Mi sono sentito morire. Dovevo parlarle prima. Avevo già deciso. Credo che non glielo confesserò mai.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notte
Un post sulla notte. Ci sono notti e notti. Ci sono le notti del Liga. Ci sono le notti di Adamo. Ci sono una infinità di notti. Una per ogni bisogno. Certo c’è quello strano timore per il buio. A volte la paura. Che ti segue da quanto ancora non avevi la ragione. Da quando eri piccino. Accendevi la luce. Nascondevi gli occhi sotto le coperte. Trattenevi il respiro. Il buio è quello che non conosci. Che non puoi nè vedere nè controllare. Ma c’è qualcosa di più. E’ come se dietro l’ombra si nascondesse l’avventura. Sei attento. Tutti i sensi all’erta. E c’è quella cosa che credevi legata all’età. Solo all’età. Come una specie di impazienza. Di resistenza. E allora ti senti vivo. Più vivo che mai. Io ne ho vissuto tante di notti. A volte sono tentato di pensare troppe. Ne sono pieni i ricordi. Nessuno di quelli ricorda vivido il volto di Lei. Proprio Lei.
Lei non aveva quella libertà. Ma questo è argomento diverso. Quando sei giovane ti sembra di non capirli i grandi. Poi scopri che non c’era niente da capire. Che non si possono capire. Non avremmo voluto diventarlo mai, grandi. A raccontarlo oggi sembra incredibile quel nostro essere giovani. Lei non aveva quelle libertà che oggi si concedono anche ad un bambino. Io avrei potuto studiare ma era chiaro: a cosa serviva lo studio al figlio di un operaio. Operaio ero destinato a diventare. E nient’altro. Almeno questo non è andato così. Figuriamoci per una ragazza. Tanto la donna è destinata a sposarsi. Deve aiutare in casa. Ed è sempre un’altra donna a condannarti. Una mamma. Probabilmente solo per eseguire gli ordini di un padre-padrone. Ma quello non parlava, ordinava. E parlava anche troppo con le mani. Ed erano mani ruvide e pesanti, per lei. E c’era anche la cinghia, quasi non bastasse. E doveva essere a casa prima ancora che la notte avesse inizio.
Probabilmente, si dovrebbe chiederglielo, ci invidiava. Quando la sua giornata finiva per noi ragazzi era solo l’inizio. Sembrava che solo dopo cominciasse il divertimento. Non parliamo delle chiacchiere lasciate per le calli. Di quell’affannoso andare ad inseguire qualcosa che non si raggiungeva mai. Delle enormi bevute premessa di un’altra euforia indotta. A dirla tutta poteva finire male, cioè peggio. Ci vuole sempre un po’ di fortuna per essere ragazzi. Per poterla poi raccontare. Ed era vero che non c’era città migliore per vivere la notte della nostra città, Venezia. Con lei ricordo solo una notte dell’ultimo dell’anno. Finiva il sessantasette e poi aveva cominciato quello che avremmo scoperto diventare il sessantotto. Ma quella non vale. Poi c’erano le notti del sabato in cui doveva, ripeto doveva, andare a consegnare le schedine del totocalcio. Ne ricordo vagamente una. C’era Giovanni. Quello c’era sempre. Di quel periodo non ricordo una notte non finita ad aspettare il mattino con lui e la sua voce. C’eravamo io, Giovanni e Rossana, in quel sabato. Magari sono stati più di uno. Me ne resta solo un piccolissimo ricordo vago. Quasi solo una percezione, una sensazione. Una piazza San Marco con lei. Un’immagine che è rimasta solo proprio perché insolita. Sempre per quei strani giochi della memoria.
Che lei invidiasse un po’ la nostra libertà mi appare normale. Non ne fece mai cenno. Io ho sempre avuto molta libertà. Quando non mi è stata data me la sono presa. Anche troppa. Qualcuno non può più raccontarla per altrettanta libertà. Mi ha salvato una corsa improvvisa in ospedale. Pensavo che il mondo era lì, che aspettava di essere conquistato da me. E da quelli come me. Che dopo un’avventura me ne aspettava un’altra e un’altra ancora. Sì! sentivamo che stavamo cambiando il mondo. Certamente cambiavamo noi. O ci provavamo.
Ma poi lei è rimasta solo un ricordo. Come quello di quegli anni. Della mia giovinezza. Mi ha lasciato solo una canzone; sempre quella. Ma parlavamo della notte. Non so per gli altri ma per me è rimasto quasi tutto uguale. Col tempo quell’ansia se n’è a tratti andata. Oggi ho ritrovato Lei. Lei e una vita di ricordi. Venezia. Oggi che possiamo. E oggi ne abbiamo attraversato di notti. Assieme. Alcune anche prive di qualsiasi angoscia. Altre talmente piene di noi da lasciarci sorpresi, esterrefatti, senza fiato, distratti. Oggi che la sento lì vicina, dormirmi a fianco, mi scopro a sorriderle anche nel sonno. E quel sonno è certamente meno agitato. A tratti sento (o temo?) di esserne guarito. Poi all’improvviso quell’impossibilità di stare fermo, di dormire e abbandonarsi, di rinunciare mi riprende. Quella smania. Ma sono solo certe notti. Mi ritrova a girare la casa senza pace. A lottare con quella smania di vivere. E a rivivere ricordi e avventure. Non posso farci niente. Non posso ribellarmi. Parlo ai miei fantasmi. Abbraccio gli amici perduti. Cerco la strada. Perché la notte è la mia stanza ideale in cui vivere. E… c’è solo la strada su cui puoi contare. E c’è una band a suonare il nostro concerto. E un bicchiere di vino sempre pronto e sempre pieno.

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