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Posts Tagged ‘bar da Clara’

Gala cara (o economica?)
bustaTu lo sai che io amo le battute. E permettimi di prendermi queste confidenze come forse non dovrei. Mi spiace solo che tu ti sia fatta quella opinione anche se spero sia solo una licenza da blogstar. Non posso pensare che dietro la tua gentilezza ci sia qualcosa di diverso dalla gentilezza. Non ci fosse questo grave problema, di trovare parcheggio durante le ore più frequentate, non sarei costretto a lasciarla, come dici tu, dietro all’angolo. Anche causa la mia pigrizia la fermerei proprio lì davanti, la mia astronave. A questo proposito avrei piacere di potertela far visitare. Non è un granché. Certo, nel frattempo, sono usciti modelli nuovi, più funzionali, più veloci e anche più lussuosi. Per tutti i soldi sono quelli che sono. E’ un modello economico che consiglio anche a te. Mi permette di uscire da queste cose spaventose. E’ un vero problema per me quando molti faticano a credermi. Già è tutto così difficile. Aver vissuto così tanto e tante volte, e così intensamente. Essere l’erba che non avrebbe dovuto mai più ricrescere e invece trovare ancora aria da cui farmi accarezzare. Vigilare sul muro della vergogna (non ho mai avuto modo di attraversare le cose con ordine, dovresti saperlo). Scoprire l’America è poi scoprire che c’era già qualcuno (è stata la mia più grande delusione). Preferisco non dilungarmi che non sempre ricordare mi è piacevole. La cosa peggiore è discutere con lui, sempre così facile a lasciarsi prendere dall’ira. Non che io possa vantare una pazienza maggiore. E lui per dispetto dice che sono il diavolo e mentire affibbiandomi mille nomi. Sono pettegolezzi. Sono calunnie. Io sono una persona modesta: sono Satana e nient’altro; e non lo dico con l’aria di chi si vanta. Dall’ultima volta che sono morto, dalla mia ultima operazione, forse a causa delle protesi bioniche, forse perché me ne possono aver iniettata qualcuna non di grande qualità, insomma da allora, la mia facoltà di concentrazione è più faticata e sono ancor meno paziente; con tutti i pericoli che questo comporta. Non certo per te che sei sempre così cortese. E’ solo che i tuoi occhi e il tuo sorriso, e anche il resto, permettimi di non dilungarmi in particolari, mi ha distratto. Io non li vedo proprio. Quello che tu chiami professore, cioè Albio Trovati, ho avuto modo di conoscerlo ancora durante la missione di Cartagine. Essere inutile. Ancora ci si trova, tra reduci, a chiederci che sale ha sparso. Essere inutile, dicevo, ma noi non gli si è mai data troppa importanza. Lo si utilizzava solo per lavoretti di poco conto. Eppure ha sempre avuto questa sua capacità di trovare qualcono disposto ad ascoltarlo; da imbrogliare. Per tua completezza di informazione devo però correggerti perché è sempre stato riconosciuto come un perfetto stronzo, un rompi cazzo (scusa il francesismo) e soprattutto uno stupido integrale. Avesse conosciuto, come ho avuto modo io, quei due o almeno uno dei due, cioè Carlo o Antonio, non direbbe quello che dice. O forse si perché non sa quello che dice.
Non avessi tutte le età che ho avuto ti porgerei un galante baciamano ma restando con i piedi per terra ti chiedo scusa per l’impertinenza e spero di farmi perdonare con un abbraccio, anche se teletrasportato da Andromeda, cioè da M31 (da dove non mi sarà possibile rientrare prima di cena).
Beniamino

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AVVISI

Come potete darmi torno se non riesco a non consigliarvi subito di leggerlo?

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Già! la blogsfera. Mi ripeto la parola più volte in mente. Blogsfera. Blogsfera? Blogsfera. Blogsfera. Sono talmente preso nella parte che non so nemmeno chi sono quelli di Macchianera, ne che a Riva del Garda ci fosse qualcosa oltre al Garda. E mi vengono anche immagini divertenti. Lasciando da parte le officine, i fuochi e i fumi e gli alchimisti. Un’enorme palla di vetro che se la capovolgi cade neve finta in un mondo finto. La vetrina di un grande bazar con tutti gli articoli in mostra. L’insieme degli insiemi. Comunque una cosa, o un insieme di cose, racchiusa in sé. Implosa. Come certe immagini di dio. Magari senza quel senso di vergogna che altro non è che rimorso del peccato, o almeno di superficialità. Un grande circo Barnum del tutto e del di più. Una caricatura finta di un mondo vero. E via dicendo. Alcune sono divertenti, mi suggeriscono il sorriso, altre meno. In nessuna manca il rispetto. Il rispetto delle persone che stanno dietro i nick. Di quel rispetto posso farne a meno solo con me. Infondo non sono anch’io, a volte perfido, a volte povero, a volte vorace, a volte solo inetto, forse solo presuntuoso, un “postatore”.
Ma credo che il quesito si soffermi più sul come? che sul cosa? E io non posso che parlare a modo personale. Se c’è qualcuno che può farlo in modo differente si faccia avanti. Del resto, a volte, ne ho già parlato. Sono risaputi i motivi che mi hanno spinto, e fatto cadere, in questa rete; assieme alla curiosità. La prima volta che mi è stato chiesto di scrivere un post mi sono chiesto cos’era un post. La richiesta era di un amico, per il suo sito-rivista. Mica puoi dire di no ad un amico. Le prime cose erano cose di poche righe. Telegrafiche. Anche per dire che si può dire senza usare troppe parole. Anche per dire che si può dire cercando di fare capire. Erano soprattutto cose per un mondo che non ha mai tempo. Che corre di fretta. Che ha già troppi pensieri. Che ha fin troppi stimoli. Un mondo davanti ad una improvvisa e nuova massa di informazioni difficile da gestire.
Erano cose giustificabili sono in un blog. Metterle, ad esempio, su carta sarebbe stato uno spreco esagerato di carta. Poi sono arrivato alla conclusione che un buon post deve stare dentro una videata. Annoia dover scorrere la pagina andando in su e in già e alla stesso modo andando a destra e a sinistra. Diventava fondamentale il contenitore. Invero le limitazioni di quella che potremmo semplicemente considerare come “pagina di stile”. E poi diventa anche un esercizio di metodo. Nel senso di darsi un metodo, porsi dei limiti, mettersi in riga, stabilire regole. Cosa improba per un pasticcione e un anarchico come me. Ma mi piacciono le sfide. Magari senza esagerare. Per un po’ mi ero posto il limite di racconti di tredici righe. Brutti o pessimi ma di tredici righe. La cosa pareva funzionare anche se ogn’uno poi si da le regole che vuole sapendo di poter fare eccezioni in qualsiasi momento, a suo insindacabile giudizio. Questa ultima possibilità, che rifiuto quando le regole riguardano più persone, mi ha creato disagio con l’amico del sito-rivista. Mi riesce difficile accettare che infranga le regole chi le detta nel mentre stesso in cui le detta.
Poi sono arrivato alla conclusione che chi fa da sé fa per sé e fa come vuole. Nel frattempo era nato il mio Blog; questo. Se oggi sono di buonumore non manco agli impegni con nessuno se posto un post che sorrida; e viceversa. Ogni oggetto ha il suo rischio di inutilità come di fascinazione. Il cinema ha perso parte del suo fascino ma resta un linguaggio. I videoclip musicali non sono mai riusciti a esercitarlo su di me; è per questo che non ho mai linkato nulla da YouTube. Un romanzo è un romanzo come un saggio è un saggio e la poesia è solo poesia. Quando un libro è per me un buon libro capita che all’inizio provi la fretta di giungere alla fine, e che quando si avvicina la fine subisca la voglia che continui a continuare. Mi lascio insomma affascinare dalle sue parole. Allora mi sono detto che se c’è un pazzo disposto a leggere quello che scrivo allora vuol dire che si lascia andare al fascino delle parole. In questo caso posso scrivere (e postare) quello che mi va. Se si stufa prima non mi cambia alcunché. Lui resta comunque un pazzo. Permangono i motivi per i quali ritengo che non dovrei essere qua. Quello che cambia è che mi posso abbandonare al piacere di sproloquiare. Cosa che avrei benissimo potuto continuare a fare continuando a sfogare quella libidine solo per me.
Non posso dire di non aver dormito, stanotte, perché preoccupato del futuro della Blogsfera. Chissà dove ci troveremo domani? Con qualcuno so che mi troverò in un posto che qui ha una sua fama: il bar da Clara. Certo che se uno ha la presunzione di postare un post decente a questo punto dovrebbe trarre anche delle conclusioni. Cos’è per me la blogsfera? Per me, ma solo per me, è un punto mediano dove in qualche modo le persone, magari travestite in strani travestimenti, si possono incontrare.

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[come nei veri romanzi]
Io, qui, sono Michele. Ovvero Michele detto “trombetta”, saltuariamente da Toni, e detto anche “cabasisi” da tutti; in realtà il nomignolo completo sarebbe “Cabasisi da Montalbano”. Veneziano, migrato a Spinola circa trent’anni fa (che sono metà della mia vita). Pregi e difetti vi sarà modo di scoprili nel tempo. Sarebbe troppo facile descrivermi da me. In questo caso sarei alto, bello, giovane, aitante e naturalmente corteggiato; per il biondo m’è indifferente.
Martino Ricciardi detto “Prosty” (da prostata), il massimo malato insipiente di Spinola. Io preferisco chiamarlo per nome per evitare di sfiorare sensibilità. Di cognome lui dice di fare McBerty, una cosa alla scozzese, ma se l’è dato da solo. Uomo di grandi pazienze, che riesce a perdere solo con me, Martino è un amico socialista. Socialista tra tanti socialismi patacca. Di quelli che pronunciano ancora la parola socialista con orgoglio, riempiendosene la bocca. L’ultimo. Di quelli che ci credono. Che dicono: ma Pertini… Non di quelli che sono solo: non toccatemi Bettino. Di quelli che credono che il socialismo non possa che stare da una parte: la parte dei più deboli, degli ultimi. Il penultimo dei romantici (perché naturalmente anche in questo viene dopo di me, tanto la graduatoria la stillo io).
Gerardo Arrigò detto “Canapa” dopo che gli amici hanno scoperto che la stessa pianta da fibra, per essere trattata, viene messa a mollo nell’acqua perché ha sempre la canna dura. Il cuore grande della compagnia. Pronto a tutto per un amico, naturalmente purché non si parli di donne. Sull’argomento non guarda in faccia nemmeno il padreterno. Appena annusa odore di donna il collo si fa rigido e gli occhi frugano torno per poi puntare la supposta preda. Si crede un professionista, ma mi lascia qualche perplessità. Gerardo, è da lui, s’è fatto socialista, come un anarchico potrebbe farsi padre trappista, con la sofferenza, solo per affetto per Martino. Rimpiange realmente tale spesa? Questo non si sa, ma lui è uno che sa ascoltare. Se c’è da andare lui guida la spedizione. Naturalmente lui del romanticismo si fa una pippa, ma diventa mansueto quando c’è Enrica, sua moglie. Delle sue fantasie meglio soprassedere.
Lei è Lei (spesso qui e altrove richiamata), E Lei c’è comunque. E’ la celebrità del gruppo e della rete; persona verso la quale nutro una stima infinita. La migliore amica che si possa trovare; non fosse anche donna sarebbe perfetta. Sembra appena uscita non si sa da dove. Vorrei starla solo ad ascoltare perché ascoltarla è sempre un piacere. Non fatevi tradire dalle sue fattezze gentili; dal suo aspetto che può apparentemente sembrare fragile. Tra tanti uomini non si sente persa, si padroneggia, come sempre, da par suo. Magari non le dice ma le sa e ne sa comunque una di più di tutte quelle che potrei raccontare, in una vita intera, qui e in qualsiasi altro posto, e non è che io, come si può notare, soffra poco di logorrea soprattutto grafica. Non è grande ma una grande, anche se è ancora e sarà sempre la piccolina del gruppo. Difficile distinguere tra i due (tra me e Lei) chi crea più allergia agli amministratori; certo è che se ci vedono insieme corrono a confessarsi, dopo essersi toccati. E’ Lei quel sogno dai grandi occhi sgranati, e tra le tante cose belle che ha detto ce n’è una che voglio sempre ricordare: “è letteratura, bellezza!”
Toni Schiavon dettoMatusalem quattro polmoni” è Toni. E’ il più vecchio della combriccola, ma ancora pieno di mai sopiti entusiasmi; di ogni genere. Il sospetto è che la sua fantasia continui a navigare ben oltre il confini del suo fisico e delle sue possibilità. Cerchi di scappare anche dal pannolone. Come si fa a non volergli bene, a costo di pagare qualsiasi prezzo per non cadere ai suoi occhi; ma è un rifondarolo, per disperazione più che per attitudini. Con lui le discussioni non possono che accendersi ed animarsi. Ma ha un sorriso così innocentemente simpatico e vigliaccamente onesto che è impossibile non amarlo.
Quelli sin qui descritti sono i massimi e più assidui interpreti di quel brandello di quella commedia della vita che si svolge, mentre stanno seduti, al già nominato Bar da Clara, e ne fa cinque veri amici (quelli di Paoli erano solo quattro). Cosa unisce questi cinque individui a condividere le cose? che chi diserta è un traditore cioè chi si ritira della lotta è un grande figlio di… mamma birichina. Cinque individui così dissimili tra loro, per età, per idee, per cultura, per provenienza e storia, per vocazione politica, da sembrare impossibile anche il più superficiale degli approcci. Quello che li ha fatti incontrare e li rende affini è la loro generosità di affetti.

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/4amici.mp3”%5D

Poi c’è “Marc’Antonio due per uno” che è uno di quelli che si definivano, fino al congresso dei rifondaroli, un autosospeso. Ora ne ha piene le … sì, quelle. Ora è solo un compagno. Arriva sempre col suo piccolo e spaventato zoppicante cagnolino di nome Lenin. E’ l’ultimo a salutare ancora col pugno chiuso, cosa che a me non da certo alcun fastidio. Solitamente va di fretta ma la sfiga lo raggiunge sempre, e lui gli fa pubblicità raccontandola. Mai chiedergli come va se non vuoi essere sommerso da tutte le disgrazie del creato, e la maggior parte se le adotta veramente. Ha un solo dato somatico, l’impossibilità di andare d’accordo, in politica, anche quando è da solo.
Umberto Palma alias “Palma il vecchio” ha rappresentato tanto rifondazione che oggi come oggi più che rifondazione si chiama “quelli del Palma”. Talmente disposto a difendere tutto e anche il resto del suo partito da far offesa a qualsiasi sospetto di intelligenza e da non essere più creduto da alcuno. Lui è quello che a volte è talmente naturale cercare di evitare che persino lui si evita. A vederlo sembrerebbe che il parto dovrebbe essere prossimo. Arriva sempre dicendo che deve andare, cavalcando una bicicletta tristemente verde che non si è mai deciso di dipingere di rosso. Col tempo da leggenda si sta trasformando in malinconica tregenda.
Poi ci sono le compagne di questo branco di perdigiorno che con la scusa della politica se ne stanno a vigilare al bar e a scrutare un orizzonte pigro; il bicchiere sempre pieno e le tasche sempre pronte al sacrificio e al pianto. Ognuno di loro ha la sua compagna, chi da più chi da meno, naturalmente tranne me, vecchio e acido zitello, nella realtà naufrago da un’altra lunga realtà, e nessuna tra le loro compagne accetterebbe mai un ruolo secondario. Naturalmente qui, in queste pagine, non vige una par condizio seria e qualche volta riusciamo ad avere ragione anche noi, nei loro confronti.
Dimenticavo Alano, l’enorme alano di “canapa”, che ha la pazienza di starci ad ascoltare con occhi pieni di commiserazione; purché alimentiamo il suo vorace appetito: lui si nutre di voulavant, meglio se con carne, che non gli facciamo mancare mai.
Questa è la mia città, Spinola. Questi sono i suoi protagonisti principali. Gli interpreti (e coautori) maggiori delle mie storie. Loro sono il mio presente, assieme a tutti gli altri in ordine sparso che non sono dei veri e propri comprimari.
Ultimo recapito noto di tali loschi figuri: al Bar da Clara. Ne vedremo delle belle(?). Per sentirne invece andate qui; non è solo un consiglio*.

Non abbiamo ancora un nome ma abbiamo già un volto.

si può

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* Ve le canta Marino.

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Io me ne sto seduto al solito posto al solito bar. Sempre in compagnia. Tranquillo e rilassato. Magari a volte mi lascio trascinare dalla foga dei discorsi. Lo ammetto: sono irritabile, irascibile e ansioso; un essere sempre in pena. Potrei riuscire cioè a fingermi anch’io, a volte, calmo (appunto), se non mi si pestano i piedi. Comunque me ne sto seduto al bar e vedo la gente passare. Ma i politici locali (cioè coloro che si occupano per occupare le sedie che si possono occupare nell’edificio municipale) prima o poi passano. Abbiamo provato a cambiare bar, anche per la chiusura per ferie del Bar da Clara, ma prima o poi ci scovano. Con fiuto da segugi. Riusciamo a farla franca per qualche ora, se ci va bene per qualche giorno. Poi, con una puntualità simile a quelle con cui si presentano al mattino i miei dolori ormai legati a questa mia età, è certo che questo o quello ci stana e arriva.
Sgammato mi guardano, mi soppesano, mi squadrano, mi ronzano intorno (spesso, in prossimità degli appuntamenti per le amministrative mutano persino i loro progetti a seconda di chi è seduto con me), se trovano il coraggio vengono persino a sedersi, arrivano a cercare di intavolare un minimo di scambio di opinioni (dire idee sarebbe esagerato), magari cercano velatamente di prendere le distanze e intanto studiano il modo come possano farmela pagare. L’apice della mia goduria personale (è satira) è stato quando e venuto a sedersi proprio lui, sì lui, il famoso Carlo Taragnin, il nostro debordante e beneamato e alcolico strabenedetto sindaco in uscita da doppio mandato. Nell’occasione, cercando di indossare un improbabile sorriso da faina, ha persino affermato di essere rassegnato a perdere. Io credo assolutamente ad ogni parola di quello che dice, non è forse il sindaco? Vuoi vedere che per una volta (questioni statistiche) dice come la pensa e si spinge fino a dire le cose come stanno?
Io sarei un po’ stanco, ho un’età da largo i giovani (che per quello l’ho sempre avuta); non ho interessi privati ne di parte in gioco; nessuna ambizione; non alloggio nemmeno in un appartamento comunale o di cooperativa su terreno pep (me lo sono dovuto comprare anche questo); devo finire di pagare quel appartamento poco più grande di un garage e altrettanto accogliente, se mai riuscirò a estinguere il mutuo; tengo una madre anziana ma in altro comune; ho una figlia che sta finendo gli studi ma che non mira ad un posto comodo dentro ad un comune; sono tutta la mia famiglia; ho qualche dolore anche fisico, e il mio privato invade un po’ troppo il mio essere politico. Cioè, forse, me ne starei anche buono buono a fregarmene; forse.
Forse. Forse, ne fossi capace, lo farei. (Dietro i se e i forse non ci sono certezze) comunque dico che forse me ne starei semplicemente a godermi il mio caffèlatte; la mia solita pastorella (notoriamente un bignè allo zabaione). Invece mi arrovello, rifletto, penso, parlo, straparlo, alzo la voce, mi infervoro, e continuo a domandarmi come si potrebbe lavorare per avere una città migliore, più vivibile. Magari un pelo di più di servizi sociali. Un minimo di recupero di verde. Un rallentamento alla “mattonizzazione”. Magari lo farei comunque: ho la mania che si può sempre migliorare.
Ci ho pensato. E’ pur vero che non so starmene per più di due minuti in pace e con questo do loro (e loro sanno di chi parlo), in un certo senso, ragione. Do ragione alle loro infami e basse e fasciste rappresaglie, in un certo senso le giustifico, se si potessero giustificare, e non fossero bassezze tanto vergognose. Do adito alle loro vigliacche vendette; al loro mobbizzarmi sul posto di lavoro. Cavolo! non sono che uomini, anzi vermi (mica santi). La vendetta è almeno una soddisfazione; per loro. Tanto mi vendico con la mia imperturbabilità e il più vigliacco dei sorrisi e la più infame dimostrazione di educazione. Non mi hanno cambiato e non so cambiare.
Ci ho pensato. Anche ne fossi capace (me lo avevano, “velatamente”, al modo dei buzzurri, suggerito; veramente mandato a dire) a che servirebbe? Anche ne fossi capace non servirebbe. Non sarei creduto. Anche riuscissi a smettere di pensare non cambierebbe nulla. Sia che io mi occupi dei problemi del territorio dove vivo, sia che me ne freghi bellamente, loro me la farebbero pagare ugualmente. Per loro non cambierebbe nulla. Che faccia o disfi non muterebbe una virgola. Io non me ne rendo conto ma forse c’è anche qualcosa di visibile che ci mostra differenti, che non ci permette di accomunarci. Tanto vale fare. Allora tanto vale che continui a provare a occuparmi (nel mio piccolo) della politica a Spinola.
A questo proposito prosegue la campagna:

Non abbiamo ancora un nome ma abbiamo già un volto.

NON C’E’ NIENTE DI PIU’ SEMPLICE DELL’IMPOSSIBILE 

Come mi avevano mandato a dire? “Se te ne stai buono per i prossimi due anni, forse, se vinciamo, potremmo anche scordarci. Se invece vince la tua parte non è più affar nostro. Te la vedi col Bozzolan“. Scordare cosa? Cos’ho ormai da guadagnarci da una (forse) amnesia? Mi hanno tolto la professionalità. Si sono provati a lasciarmi a casa. Mi hanno impedito ogni progressione e colpito sul portafoglio. Mi hanno fatto girare tutti gli uffici che potevano farmi girare. Hanno disatteso anche gli impegni che avevano preso davanti al giudice del lavoro. Mi hanno affidato il lavoro più di merda che ci possa essere (non fateglielo sapere che magari ci godono pure). Non che questo mi faccia sentire eroico. Non sono poi un Gramsci o chissachì. A modo delle mie parti non sono che un mona qualunque. Comunque meglio cercare di contribuire a mandarli a casa. Magari noi non sapremo fare meglio (peggio è impossibile) ma almeno ce li saremmo tolti dai coglioni. Anche se apparentemente cortesi e composti e “democratici” i fasci stanno meglio fuori dal palazzo. Dovesse andarmi male almeno ci ho provato; eccheccazzo! Si distrarrà anche questa sfiga, prima o poi.
Firmato Michele

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La cosa non è proprio recente recente. Si stava, naturalmente, seduti spaparanzati al bar da Clara. Il buon Umberto Palma sorbiva il suo caffè. Con la solita aria paciosa e le labbra piene di parole. Nella realtà, lui vecchio e storico rifondarolo, osserva nel tentativo di capire se qualcosa si muove. Più precisamente sa che qualcosa si muove ma non sa dove, di che aria si tratti. Più dettagliatamente si cicaleggia. Martino all’improvviso si chiede, spritz brandito in pugno, buttando là la domanda di giornata a voce alta, proprio perché non parla per sé: “E se fosse proprio vero che in due mesi hanno risolto il problema dell’immondizia di Napoli“?
Il buon Berto non si fa attendere, massaggiandosi la panza che si avvicina al giorno del lieto evento, e con l’aria soddisfatta di chi sa spiega: “Allora perché non l’hanno fatto cinque anni fa“?
Michele è secco, come al solito, più del solito, è in un periodo che è anche più tagliente di quanto ha abituato gl’altri, quasi avesse un rancore con le cose: “E perché non quelli prima, quelli dopo? Non noi? Napoli…. La Campania… Bassolino non le vedeva, o forse non gli sono bastati due anni per completare una frase che fosse di invito a provarci? Rosa Russo Iervolino, sempre con quell’uovo che vuole e non vuole uscire e le chiappe strette, non ne sentiva il puzzo? E’ così che si perde. Non vedendo le cose sotto gli occhi. Dicendo che non ci sono. Qui si fa per l’Italia. Prodi“… Il suo è una vecchio discorso, ormai quasi una litania. Con lui gli altri sono pazienti, a volte finché possono, a volte oltre il possibile. Ormai sta annoiando persino sé stesso.
Martino, spesso vittima dei lazzi del pedante, appena il Palma s’allontana provato, osserva che Michele, di suo, un po’ arrogante lo è. Si chiude Michele, a volte gli capita, e si pensa. Capita ci riesca e sappia fare andare più lentamente la lingua. Forse non sceglierebbe arrogante ne presuntuoso ma saccente. Si! forse è il vizio di credere di sapere e poterlo dire e dirlo troppo in fretta e senza mediazioni. Non pensa alla politica o a niente in particolare; non più. Pensa a sé. Alle sue cose. Al suo modo di affrontare tutto e tutti. Alle sue incapacità. Ma sta pensando a sé e a tutto. Sta pensando col cuore. Sta stringendo segretamente una pena che non sa spiegare nemmeno a sé. Non c’è nulla di semplice nelle cose. E non è che la pretesa è sempre quella di cambiare il mondo, o le cose, o gli altri. Lo sa da sé che ci sono cose che sono. Gli spiace solo… Pensa a quella sorta di sfrontatezza che è solo presunta, forse cercata, certo falsa. Ha la sensazione che anche nelle cose di tutti i giorni quella “saccenza” possa arrecare male e anche danno. A volte, nella vita, non ci si può limitare ad asserire di non essere capiti ma ci si dovrebbe sforzare nel tentativo di spiegarsi. Regala un sorriso ad un ricordo perché non sa che provarne una profonda simpatia e tenerezza, e si sente volontario e involontario colpevole. Passa alla cassa perché il conto non può essere che suo.

 


 

Comunque, per noi, il candidato “non abbiamo ancora un nome ma abbiamo già un volto“, resta l’unica proposta più che valida per una buona amministrazione della cosa pubblica ovvero del nostro comune.

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Mi siedo al Bar da Clara, su un tavolo fuori (questa storia e queste storie, prima o poi, qualcuno, dovrà pure raccontarle). Mi portano la colazione perché sanno già quello che prendo e prendo sempre le medesime cose. La colazione consta in un caffelatte e in un bignè di zabaione, adoro i bignè di zabaione, ne sono ghiotto e mi ci affogherei. Aspetto Martino, che naturalmente è in ritardo, sorseggiando il mio caffelatte, e come sempre, prima o poi, qualcuno si accosta. Avrei potuto farci sopra una cena che il primo ad avvicinarsi, con quel suo fare guardingo, è Aldo. Capelli fitti e quasi completamente bianchi, Aldo, alla faccia dell’età e della pensione che gli da tutto il tempo per stare sempre tra le palle, ha ed hanno, lui e quelli del suo gruppo, un fiuto formidabile. Intuiscono sempre l’ora in cui trovarci, persino dove trovarci se, putacaso, cambiamo posto. Voce roca e tranquilla non si sarebbe seduto, avrebbe tergiversato, forse anche se ne sarebbe andato limitandosi al saluto, non avesse visto Martino.
Sarà perché c’è poco in comune o sarà perché anche le prossime amministrative, volente o nolente, si avvicinano, ma solitamente si finisce in politica e lì ci si ferma. Solitamente per un poco Aldo, come gli altri, aspetta in silenzio, limita i commenti, ascolta. Solitamente Aldo attende il momento opportuno e poi interviene. Si fanno riguardo di me. Solitamente aspettano Martino e altrettanto solitamente cercano di provocarlo, di stuzzicarlo, di trascinarlo a ribattere spazientito. Forse lo fanno semplicemente perché io senta. E’ un gioco loro, un giorno sono stati compagni di partito, oggi in politica non vi è più niente di altrettanto certo. So che Martino è socialista, di quella razza di socialisti che meriterebbero ancora rispetto, di quei rari sopravissuti di cui varrebbe la pena sprecare almeno due parole in più. So che Aldo dice di esserlo, ma che la sua è una affermazione che ormai sembra priva di fondamento e d’altri riscontri, tranne che per un passato come militante e segretario locale, di Spinola; ma passato comunque. Intanto arriva anche Gregory. Puntuale come uno svizzero. Si presenta sempre al momento opportuno quando l’altro ha bisogno di sostegno. Naturalmente Gregory, candidato assessore per qualsiasi ipotesi di governo disposta a comprendere anche un dinosauro di grossa taglia e ancor più grossa presunzione, pancia in fuori e naso all’insù, accomoda la sua arrogante supponenza vicino all’amico. Naturalmente ha bisogno di ricordare di aver ricoperto un ruolo importante in un sindacato importante perché gli venga riconosciuta la sua dovuta importanza (glielo avrò sentito dire un paio di decine di volte).
Stranamente manca all’appello Cesare, che qui tutti chiamano Ceso, ma altrove, come in famiglia, è conosciuto come Zazà. Manca Cesare e Cristino e altri personaggi di contorno. Per Cesare e Cristino la cosa risulta strana ma non se ne sente assolutamente la mancanza. Il primo, Cesare, ha sempre il suo grande da fare per dar a vedere che è lui il più furbo, e ne fornisce continuamente le prove, ed è sempre affaticato nel tentativo di convincere tutti che anche lui è uno che, nel suo piccolo, conta. Questo è l’impegno che assorbe tutti i suoi minuti; l’unica fatica che lui riesca ad affrontare dacché lui ha una sorta di allergia persino per la fatica vista, per quella degli altri. Il secondo, Cristino, in verità, ha anche ricoperto, nel passato, una carica pubblica e su quella sta costruendo il romanzo verbale del suo presente. Non si hanno notizie e giustificazioni per la loro assenza. I presenti due superstiti del gruppo sembrano soffrirne ma cercano di non darlo a vedere.
Ultimamente, le esternazioni del micro-ministro Brunetta sui fannulloni (dimenticavo di dire che il loro socialismo raffazzonato, approssimativo e incerto, milita con convinzione, più o meno giustificata, più spesso con la destra e sempre ne condivide le idee, altrimenti si tace) hanno fornito loro un secondo argomento di conversazione, oltre al solito della crociata contro i migranti. Potrei dire in anticipo quando e come interromperanno Martino osservando le sue e soprattutto le mie reazioni; non che lo stesso Martino abbia molte più frecce al suo arco. Io, per il possibile, mi assento completamente. Ascolto il vento che ha più da dire. Guardo torno. Fischietto. Lo trovo un gioco loro a cui vorrei riuscire a restare estraneo. Ho smesso da tempo, esattamente da una legislatura, di trovare pazienza per quei loro giochi di bottega. A dire di più non mi ha mai affascinato questo mercato. Forse appartengo ancora ad una generazione in via di estinzione, ma io non so che essere quello che sono. Anche le argomentazioni con cui tornano, ripetutamente, a sostenere le loro vecchie tesi altro non sono che un noioso riciclo. Oggi, ad esempio, sembra che tutti i problemi di Venezia non siano stati risolti perché Cacciari ha sprecato le risorse per fare baracche per un mini-villaggio per i nomadi; i famosi Sinti. Non vedo l’ora che arrivi l’ora di pranzo. Non provo la minima invidia per Martino.
Ci ho messo quasi quaranta anni per ammettere che la politica non ha tutte le risposte per tutto. Devo aver perso una puntata di questa nostra storia. Forse catalessi, ma li avevo lasciati, i socialisti, a fare i socialisti; magari senza grazia, magari senza etica, magari credendo di governare mentre erano governati. Questo sarà anche il nuovo paese, moderno, ma rischio di rimpiangere il vecchio. Chissà se è tutta colpa mia e del fatto che l’arteriosclerosi, anche se prematura, è una gran brutta bestia. Loro si diranno e saranno ancora socialisti ma il socialismo lo ricordavo come un’altra cosa. Riesco ancora a sorprendermi, li ricordavo, i socialisti, impegnati a garantire accesso al mercato del lavoro, non per togliere il lavoro; li ricordavo impegnarsi in battaglie per difendere i diritti degli ultimi, non i privilegi dei primi. Mi avevano detto che il partito socialista stava scomparendo e invece… evviva! siamo tutti socialisti.
Ma ho come l’impressione che qualcuno dovrebbe riscrivere il vocabolario. Per la politica è meglio lasciar perdere, lo sta già riscrivendo un autore fantasy.
Aldo, non persuaso, trova il coraggio a due mani e mi chiede: “E tu che ne pensi“?
Scusami ma ieri ho guardato la partita“.

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