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Posts Tagged ‘bellezza’

156702_118821124851321_100001703036472_131674_6224606_nForse dovrei provare a descriverla. Basterebbe la foto. Soffermarmi un poco nella nostra storia. Parlare del più e del meno. Dei nostri gusti. Delle tante cose in comune. Delle nostre quotidianità. Delle letture. Magari è indispensabile aggiungere che l’amore non è sempre tutto. Tra noi lo era, ma anche i nostri tempi erano difficili, come quelli degli altri. L’amore e un nido non bastano, perché ci sono l’affitto e le bollette. E tutto il resto. E anche gli innamorati devono mangiare. Almeno due volte al giorno.
Quando ho conosciuto Ludovica, Ludovica Blanciardi, quella che di lì a poco sarebbe diventata mia moglie, credevo di vivere un sogno. Alta uno e settantacinque, quasi uno e ottanta. Capelli neri come la pece. Labbra carnose. Due occhi scuri con tutti i bagliori degli inferi. Pieni di promesse. E due tette da paura. Ricordo che eravamo alla mensa. Lei due tavoli distanti dal mio. Io ero solo come mi capita spesso. Un po’ perché non amo troppo parlare. Un po’ perché a volte ho bisogno di riflettere. Un po’ perché non amo molto la compagnia e la compagnia non mi ama troppo. Si potrebbe dire che sono un tipo un poco solitario. Insomma ero preso nel mio nulla dei miei pensieri quando l’ho notata. Ho cercato subito di distogliere gl’occhi.
Non mi sarei mai nemmeno avvicinato. Una storia con lei non mi sembrava possibile. Non riuscivo più a non guardarla, di striscio, cercando di non farmene accorgere. Avevo già perso tutta la mia disinvoltura. E poi era in compagnia di un’amica. Lei, l’altra, niente di speciale. Era solo lei, la mia protagonista, che richiamava l’attenzione di tutti. Come detto anche il solo tentativo di approccio mi sarebbe sembrato impossibile. Mi sarei evitato volentieri il solito due di picche. Le ovvie scontate risatine dei cosiddetti amici. Dei presenti. Quando si era alzata un’enorme delusione mi era scoppiata in petto. Si può restare delusi anche davanti al crollo di un sogno impossibile. Invece, con mia somma sorpresa, la vedo avvicinarsi per poi sedersi al mio tavolo.
A volte succede anche l’incredibile e l’impossibile. Ora tutti in sala guardavano verso di me. Un poco di imbarazzo lo provavo. E una veloce quanto effimera soddisfazione. Destinata a non durare. Credevo. Rompe subito il ghiaccio lei. Mi chiede perché da solo. Bofonchio in preda a un marasma di disordini. Confuso. Mi dice che ha visto come la guardavo, cioè come non la guardavo. Mi chiede se è solo per timidezza. Mi fissa che mi fa sprofondare, ma anche con un’espressione amichevole. Mi chiede se non mi ero accorto di lei. Le sembra strano. Mento spudoratamente confessando che ero distratto e non l’avevo proprio vista. Mi scuso. “Di che”? sorride, anzi ride. Mi confida sollevata che dovrebbe scusarsi lei, per la sua intrusione. Che dietro gli occhiali le sembro un tipo carino. A posto. Che non le sopporta più tutte quelle troppe attenzioni. Che vorrebbe poter vivere in un isola deserta. Non ho un’isola deserta solo per noi. Fatico a pagare anche quel misero affitto.
Per farla breve non finisco nemmeno di pranzare e usciamo. Del mio corteggiamento non c’è molto da dire. E’ stato come tanti. Niente di particolare. Io non sono mai stato certo uno bravo a lusingare una donna. Neanche con le parole. Devo avere un minimo di intimità. Con lei l’ho trovata quasi subito. Ora non fatico a raccontarle le cose. Allora era tutto un po’ più complesso. Comunque… ripeto: come tanti. Facciamo due passi e lei mi prende sottobraccio. Tutti possono immaginare la mia emozione nell’averla accanto. Nel sentire il suo corpo vicino al mio. Sfiorarmi. Trasmettermi brividi indescrivibili. E credo di impazzire quando mi dice che vive sola, cioè con un’amica, ma al momento non c’è, e mi invita da lei per un caffè. Balbetto che ci conosciamo da così poco. Mi spiega che avrebbe dovuto dirlo lei, e che è una ragione in più per conoscerci meglio. Temo una beffa. Non posso crederci. Invece è tutto vero. Saliamo e mi lascia solo in cucina. Mi spiega che vuole andarsi a mettere più comoda. Quando torna credo di morire soffocato. E’ come nella foto. L’ho scattata con lo smartphone perché nemmeno io ci avrei creduto. Ha solo quella sottile e leggera vestaglietta addosso. E un paio di mutandine nere, ma si possono notare in trasparenza.
Credo di aver veramente rischiato l’infarto. Ma con lei non sarebbe rimasta una volta isolata. Almeno per i primi tempi. Ora va meglio, ma allora lei mi faceva questo tremendo effetto. “Vuoi che andiamo di là o hai troppa fretta”? Avevo troppa fretta. Di più. In modo straziante. Impellente. Indifferibile. Altri particolari di ciò che avvenne in seguito mi sembrerebbero superflui. E lederebbero l’immagine del mio amore. La descriverebbero per quello che non è. Rischierebbero di essere solamente volgarità. Solo che la cucina era linda ma la tavola ancora apparecchiata. Combinai un macello. Lei non se la prese. In certi frangenti di certi momenti è sempre stata comprensiva e paziente. Ha sempre sospirato alzando le spalle aggiungendo che Non fa niente. Sognando volavo. Temevo il dopo. Non avrei comunque rinunciato per nulla al mondo. Così è iniziata tra noi, in un solo pomeriggio. Quella che credevo un’avventura fugace, un meraviglioso e impossibile sogno destinato a non durare che per quell’attimo, e nemmeno quello, è diventata la nostra storia. Ho dormito da lei e il mattino dopo, quando mi solo alzato stanco e assonnato, aveva già pronte le valigie per trasferirsi da me. Però non è come qui potrebbe sembrare.
Solo qualche tempo dopo ho avuto il coraggio di chiederglielo Perché proprio io? Mi ha spiegato che mi aveva capito subito. Anche per questo era stato tutto più facile. Io non l’avevo guardata con gli occhi che la guardavano tutti. Non avevo azzardato uno dei soliti stupidi complimenti. Non l’avevo trattata come un fenomeno da baraccone. Si vedeva lontano un miglio che non ero tipo da allungare le mani. A quelli, agli altri, non interessava nient’altro di lei, solo quello. Ma lei non era solo quello. Ora lei è Ludovica Pallacorda. Per me Chicca o Lulù. I primi anni non ce la siamo passata male. Vivevamo in quell’appartamento piccolo del nostro grande amore. Sapevamo accontentarci. Lei non ha mai chiesto molto. Io sono sempre stato bravo ad farmi bastare il poco. Poi l’innovazione tecnologica. Gli esuberi. Tutte quelle menate lì. Alla fine lei si è sacrificata per me e per noi. Ha accettato di farlo lei, l’esubero. E solo la mia non bastava. I tempi si sono fatti ancora più difficile. A volte eravamo talmente giù da trovare fatica anche solo a parlarci.
Devo aggiungere, per completezza, che era un tipo completamente diverso da quello che ci si potrebbe aspettare a prima vista. Nei modi dal modo in cui io stesso l’avevo giudicata, a prima vista. E si potrebbe giudicare guardandola in modo superficiale. Prima di conoscerla, veramente. Dovrei anche dire che non è una gran chiacchierona. Per parlare parla, e non le mancano certo le parole o gli argomenti, ma ci sono cose di cui preferisce evitare. Come per il suo passato. Se lo fa lo fa a fatica. E’ quasi una inutile sofferenza. Ma quella sera, come poche volte, aveva voglia di raccontarsi. Era una storia che avevo già sentito altre volte, ma era una serata speciale. Lei era tesa e stanca. Tornava da quel colloquio di lavoro. Per lei, e anche per noi, era importante. In momenti come quelli debbo essere molto paziente. Lascio che Chicca parli e me ne sto semplicemente ad ascoltare. Cercando di non interromperla.
La invito a mettersi calma e a raccontarmi com’è andata. E allora ricomincia con la storia della sua vita. Da ragazzina era proprio piatta. Non aveva niente. E già tutti dicevano che era bella. Lei diventava una furia per questo. Lo fa ancora anche con me. Lei si era sempre vista al massimo carina. Non si era mai accettata. Ma la sua vita era stata segnata da come la vedevano gli occhi degli altri. Già da allora, quando davanti era come una tavola, faceva fatica a trovare amiche. A mantenersele. Anche quelle poche erano sempre invidiose e gelose di lei. Diventavano quasi indisponenti. Per le attenzioni dei ragazzi. Che colpa ne aveva se Oriliana era un po’ bruttina. Anzi proprio brutta. Se nessuno se la filava. La invitava. Se si doveva intrufolare alle feste solo perché quelli, i ragazzi, invitavano Lulù e lei si aggregava come un pena da pagare pur di avere Ludovica. E, anche in quel caso, poi, alla mia futura mogliettina, lo facevano pagare chiedendole perché si continuava a portare dietro il cagnolino, ovvero il ramarro. La pregavano che la prossima volta… Ma questo era solo un esempio.
La verità era che Liana uno disperato lo trovava spesso. Magari solo un per bacio. Per una passeggiata. Per una pomiciata. Per qualche palpatina. Lei era sempre molto disponibile. Troppo. Se non era lui ci provava lei. Alla fine era riuscita ad accalappiare il gonzo. E continuava a divertirsi anche fuori casa. Perché per quanto brutta era pur sempre una donna. E maschi dal palato non troppo fine se ne trovano a bizzeffe. Uomini, magari sposati, che si sanno accontentare. Anche perché per tanti un’avventura è sempre un’avventura. Mica debbono spiegare con chi. Basta fare e raccontare. Magari solo a sé. Tanto per andarne fieri. Tanto che il figlio che avevano avuto assomigliava, sputato, un poco al fornaio e un poco al ginecologo stesso. Quello dove Oriliana aveva lavorato finché non aveva deciso di fare solo la mamma. Mentre per la mia bella di esperienze, vere e proprie esperienze, poche. Non fatico a crederle. Me ne sono accorto da solo. La infastidivano tutte le attenzioni che aveva intorno.
Già alle superiori era giunta al sospetto che i giudizi sulle sue interrogazioni e i compiti avessero spesso qualche punticino in più di quello che riteneva di meritare. Quando l’insegnate era un uomo, naturalmente. La metteva in imbarazzo che i compagni la agevolassero anche quando di trattava di una semplice fila. Che tutti si offrissero per darle lezioni private. Di non poter andare ad una festa senza essere assillata. Senza che tutti non pretendessero almeno un bacio. Che cercassero di allungare le mani. Di essere invitata anche in posti vietati a tutti gli altri. Che persino persone anziane si alzassero per cederle il posto quasi fosse in attesa. Che se c’era da scegliere, succedeva anche quando si presentava per un impiego, scegliessero lei già prima di iniziare i colloqui. La faceva sentire colpevole. In peccato. Responsabile in un mondo ingiusto. Non che lei non si fosse meritato tutto. Le sembrava fin troppo facile. E sbagliato.
Sbagliato di non poter avere un amico che fosse un amico. Un vero amico. Perché anche i più cari alla fine, prima o poi, non si accontentavano e avrebbero voluto di più. Essere di più. E ridicoli si confessavano. Anche Sebastiano, che aveva sposato una sua amica. Oppure di essere invitata a cena per essere poi invitata a casa. A letto. Di andare al cinema e poi sentirsi le mani di lui sulle cosce. Di andare in barca e non potersi mettere libera senza che nessuno affogasse prima ancora di tuffarsi. Che gli prendesse un malore. Forse era anche solo perché di seno lei non era avara, e ne possedeva a sufficienza. Che colpa ne aveva? E ancora molti provavano a corteggiarla. Anche se era sposata. Lei, naturalmente niente. Non aveva bisogno di ripetermelo. Ho sempre creduto in lei. Per lei era diverso. Un pochino gelosa lo era. Insomma essere bella era un vero inferno.
Se non la fermavo avremmo fatto notte. La prego di arrivare al punto. A quel pomeriggio. Lei si mostra infastidita ma dura poco. Era arrivata puntuale e l’avevano fatta passare quasi subito. Una vera fortuna. Lui era un tipo molto pacato, distinto. Con un completo Principe di Galles effettivamente molto elegante. E una cravatta veramente raffinata. E una voce pastosa, un po’ autoritaria e un po’ suadente. Ma era un tipo che aveva superato molte volte gli anta. E anche gli ultimi capelli stavano comunicandogli il loro addio. Aveva guardato svogliatamente la domanda e lei con molta attenzione. Ma le cose non erano proseguite lisce. Mannaggia al cavolo. Mi dice che sembrava farlo apposta. Cazzo! E lo esclama proprio fuori di sé e a bocca piena. Perché le aveva chiesto delle cose veramente banali, anzi proprio assurde. Come quante battute sapeva battere in un minuto. Se conosceva Internet, come se potesse ancora esserci qualcuno che non conosce internet. La sua taglia. Se aveva esperienze e in che campo. Quello era un lavoro delicato diverso da tutti gli altri.
Se era sposata e pensava in seguito di avere figli. Perché i figli vogliono dire maternità e tutto il resto. Eppure era tutto scritto là. Aveva ributtato un occhio distratto al suo curricolo. E poi, dove abitava. Che ambizioni avesse. L’interrogatorio era proseguito stancamente. Se fumava. Se aveva impegni che avrebbero impedito che si fermasse se necessario. Se c’era bisogno di qualche straordinario. Se voleva un caffè. Il numero di cellulare. Persino se sapeva stenografare. Quando al mondo nessuno usa più la stenografia. Ci sono mille diavolerie da utilizzare al suo posto. Persino programmi che trasformano in parole il suono della voce. Non sapeva quali ma c’erano. Se voleva aggiungere qualcosa. “No, niente”! Per il caffè lei aveva ringraziato e declinato l’offerta. Era già abbastanza nervosa. Era certa di aver sbagliato qualche risposta. Non sapeva quale ma ne era sicura. Che si fosse aspettato che rispondesse a qualcosa diversamente. Ma non l’aveva messa alla prova. L’aveva licenziata con un distaccato e laconico Le faremo sapere.
Aveva capito che non era andata troppo bene. Le ho chiesto cosa si sarebbe aspettata. Niente! Non lo sapeva. Non ci aveva pensato. Magari anche solo un briciolo di maggiore cordialità. Forse la sua poteva essere sola una sensazione. Sperava fosse così, ma era impaziente. Il suo volto descriveva pienamente il suo insuccesso. Le veniva da piangere. E pensava al ritorno. Alla delusione che avrebbe dato anche a lui. A ciò che avrei detto. E a tutti i loro problemi. Si sentiva responsabile. In entrata c’era ancora quella segretaria, la stessa che l’aveva annunciata, mi spiega che era una vera arpia. Cerca di descriverla con un Cerca di capire. Due fondi di bicchiere. Una crocchia spellata di capelli ormai quasi bianchi. Una bocca sottile con dei denti irregolari. Un naso a becco di civetta. E un vestito nero che mamma me ne scampi. Da funerale. Mi guardava con quello che non riusciva a diventare un sorriso. Forse voleva mostrarsi comprensiva. “Il direttore non è poi così cattivo. E’ un uomo di cuore. Capisce le situazioni come la sua, se”…
Io la potevo capire, disse, voleva solo andarsene. Stringeva la borsetta come se la volesse strozzare. Per un momento ha pensato di strozzare anche lei, la segretaria. Si fa presto a parlare. Avrebbe voluto spiegarle la loro situazione. Che di quel lavoro ne aveva proprio bisogno. Aveva quel groppo in gola. Non era riuscita a estorcersi nemmeno una parola. L’altra aveva infierito quasi incurante. “Lui è come un padre, comprensivo con tutti, basta saperlo prendere per il verso giusto, basterebbe che”… Quelle pause sospese cominciavano a darle ancor più suo nervi. Quel sogghigno un poco da equivoco e un poco approssimativamente malizioso. Come può esserlo nel viso di una vecchia megera come quella. “Sono certa che il posto può essere suo, se”… A quel punto avevo cominciato a riprendermi. Ho tirato il fiato e glielo detto, papale papale. Sbottando con un tono deciso. “Insomma se… cosa? Che… cosa”? Avrei dovuto vederla, probabilmente aveva le gote come il fuoco. Non fatico a crederle conoscendola. Ma l’altra non aveva perso un millimetro di quella orribile calma “Possibile che non capisca? Proprio una come lei. Non dovrei essere io a dirlo a un ragazza così bella, basterebbe che”… Mi ha ricordato di ricordarmi come lei non ha mai amato gli indovinelli. Voleva mandarla papale papale a quel paese. Anzi a andare a farselo… eccetera eccetera. Ma chi avrebbe avuto il coraggio di mettere anche solo le mani addosso ad una strega come quella? “Lasci stare. La faccia breve. Si spieghi. Cosa dovrei capire”?
Lei, mia moglie, mi guarda e mi chiede se potevo mai immaginare una proposta come quella. Indecente. Osservo che se non si spiega più che immaginare non posso nemmeno provare a cominciare a capire. Un poco ho anche perso il filo del discorso. Cerco solo di non mostrarmi deluso. Temo la fine del suo racconto. Invece mi dice che quella, la befana, ha avuto in coraggio di darle quell’indegno suggerimento. E anche di sogghignare mentre lo diceva. “Da quando il mondo è mondo… l’uomo è uomo. Maschio. Mi capisce? Il dottore ne va pazzo. Si farebbe convincere anche con una semplice succhiatina”.
Che ne poteva capire lei. Sapere lei che è brutta come il diavolo. Credevo, cioè Lulù credeva, perché è lei che continua a raccontare, di non aver capito. “Vuole dire?”… Forse si limitava a tenersi informata sul suo datore di lavoro. E avrei voluto almeno che la smettesse con tutti quei puntini di sospensione. “Basterebbe… Che lei glielo ciucci”. L’ho guardata sorpreso e non ho potuto fare a meno di interromperla. Lo dico tra un ti sembra possibile e un ti sembra vero: “E tu”?
Sembrava essere tornata là dentro. Rivivere quell’istante. Era in preda alla collera. Non sembrava nemmeno lei. Anche se ci avessi provato non mi credevo in grado di riuscire a tranquillizzarla. “Io sono uscita come una furia. Sono andata a prendermi un altro caffè, alla macchinetta. Ero fuori di me. L’avrei ammazzato. Lui e anche quell’altra. Quella arpia che gli faceva da ruffiana”.
Volevo consolarla. Dirle che non faceva niente. Che sarebbe andata meglio la prossima volta. Che c’è sempre un’altra occasione. Ma avevo l’impressione che il suo racconto non fosse ancora finito. “E poi”?
Si prese una breve pausa. Sorseggiò anche un sorso d’acqua. Il tentativo di tornare in sé non le era del tutto riuscito. “Ero decisa a dirgliene quattro. Come ti ho detto: avevo un diavolo per ogni capello. Ed ero appena uscita dalla parrucchiera. Lo sai. Tutto per quel bel tomo. Per il disgraziato. Ho ripreso la mia domanda di assunzione dal tavolo della megera. E sono tornata diritta nel suo ufficio, senza nemmeno bussare”.
Speravo tanto che non avesse fatto un macello. Cominciavo a preoccuparmi. “Hai fatto bene. E?”…
Un altro sorso d’acqua e si era quasi completamente ricomposta. Gli occhi le si sono cambiati. Poi è scoppiata in un sorriso che lentamente si è trasformato in una risata soddisfatta. “E… e… cosa potevo fare? Ho avuto quel maledetto posto”.
Dovevamo festeggiare. Era un posto buono con un buon stipendio. Stabile. Quasi sicuro. Con i calici già mi mano mi sono lasciato cogliere da un dubbio improvviso: “Ma allora?”… Lei mi ha subito tranquillizzato sorridente spiegandomi che non mi dovevo preoccupare. Che lei non mi avrebbe mai tradito, lo sapevo. Era stato solo uno schizzetto che aveva lasciato cadere sul quel maledetto documento di richiesta d’impiego. Niente di più. Ho sempre avuto fiducia in lei, ed ero stato fin dall’inizio pronto a crederle che la bellezza, a volte, è una vera e propria maledizione.

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tazzina di caffèL’aveva incontrata ai grandi magazzini. A volte si fanno strani incontri ai grandi magazzini. Teneva in mano un libro. Lui credeva che non se ne trovasse più una copia. Lo sfogliava ancora indecisa se ne era interessata. Non era stato per quello ma solo grazie a quello. Lui solitamente era deciso e se la sbrigava rapidamente. Lei abbassava lunghe ciglia. Lo ignorava con ostentazione. Si mostrava interessata solo a quello che leggeva. Lui si accorse come voleva quel libro, ma non in modo aggressivo o particolare. Forse avrebbe potuto continuare a farne a meno. Eppure doveva averlo notato. E sentire il suo sguardo accarezzarla lentamente ma completamente. Nei tacchi si ergeva con orgoglio anzi il suo orgoglio aumentava ed era visibile. Faticava a recuperare una scusa. Le disse di averlo letto e che non l’aveva trovato granché. Lei gli sorrise di un sorriso delicato e composto. Disse d’averlo perduto, ma che invece l’aveva trovato avvincente. Tanto che era indecisa. Lui cercò una scusa per recuperare sulla critica. Ci sono dei momenti… anche per leggere ogni cosa al suo posto. Non era granché, e lo sapeva. Come pretesto si prepose per offrirle un caffè: mentre ci pensa. Con garbo, per non dar troppo peso alla sua poca cautela, lei accettò l’invito. Quando gli disse di chiamarsi Lorena lui capì che avrebbe dovuto mandarlo a memoria quel nome. Gli occhi di lei glielo imponevano. Continuò a ripeterlo mentalmente. La conobbe meglio in macchina prima di lasciarla alla fermata dell’autobus. Lei aveva voluto così. Lui avrebbe voluto continuare e continuare a conoscerla meglio. Ora non né ricordava nemmeno il titolo, del libro.

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tazzina di caffèNon era stato molto diverso di come sarebbe stato se l’avesse pagata e gli aveva lasciato, dopo, dentro, quel senso vuoto di insoddisfazione; di vergogna e non solo quello. Aveva riserbo nel raccontarlo perché il giorno non è solo una notte pallida ma il suo rovescio e ci cambia. Ma ci sono cose che fai una volta perché credi di potertelo permettere e di riuscire a dimenticarle invece al mattino lei era ancora lì vicino, (in quel preciso caso) nello stesso cuscino. Lei che era solo un nome. Un nome, appunto, per la notte. E nemmeno quello. E una camera a poco prezzo. Tutto per il bisogno in una sera di non pensarci. E fuori una pioggia sottile, quasi nevischio, e un odore di gomma bruciata e un pallore senza luce. Lei, con le sue parole, che lo raccontava ridendo. Come se non gli bastasse già ripeterselo nella testa quando non ci sarebbe stato bisogno di parole, ma piuttosto di silenzio. E che cosa c’era poi da mostrare orgoglio? Nemmeno fosse lui. E anche in questo caso poi… parlava un italiano drammatico. Avrebbe voluto che non restasse nemmeno un capello sul cuscino. E ancora autostrada da fare. E nessuna scusa plausibile. Non sarebbe stato da lui. Ne era incapace. Con il dramma di una colazione, da consumarsi in fretta. E allora la borsa buttata distrattamente. Il viaggio che riprende. Lei che ripete che non ha nulla nemmeno per cambiarsi. Che sembra non capire. Che si interroga sui tempi del futuro. Alla radio davano Used Cars¹. Il paesaggio non aveva niente di epico sotto il cielo pesante e il viaggio sembrava non volere finire. Per fortuna che almeno aveva smesso la pioggia.


1] Bruce Spingsteen in Nebraska

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tazzina di caffèQuel nome lo trovava un nome insolitamente brutto. La trovava una ragazza particolarmente banale; avrebbe detto anonima. Eppure a guardarla non si poteva negare che fosse una donna attraente o meglio bella (i due termini non sono di per sé sinonimi). Proprietaria di una bellezza calma, consolante, tranquilla. I suoi occhi erano grandi e quieti. I capelli neri incorniciavano un viso di una rotondità non ordinaria e aggraziata. Era anche alta da lasciarsi guardare. Si trovò all’improvviso a pensare tutto questo: era una che stava sulle sue non perché diffidava degli altri; insomma, una persona appartata. Era il suo sorriso ad essere insapore accompagnato dal suono piano delle parole. A lui non era mai parsa poi così bella come quella mattina a seguito di un grave lutto. Fu scusandosi che si accorse di quel cambiamento e di come fosse in tutto donna. Si accomiatò sforzandosi a non girarsi. Il destino aveva detto che avrebbe incontrato l’amore, ma non avrebbe mai creduto si trattasse di un amore, per quanto frivolo, che aveva già incontrato così spesso. Le telefonò solo per tornare a scusarsi e per informarsi della sua salute. Non aveva mai sentito un pettegolezzo su lei ma si accorse solo dopo averlo detto di averglielo chiesto: “Non credi che ci si potrebbe vedere; una di queste volte”? Non gli rispose di no ma sembrava una cosa in cui non credeva troppo e comunque non aveva alcun entusiasmo nella voce. Lui si chiese se era il caso e poi, dopo alcuni giorni lenti, la richiamò; in fondo non aveva altro da perdere. Camminarono indietro nel loro passato. Poi lei salì come se niente avesse potuto cambiare niente. Lui non aveva ancora alcuna certezza, ma si accorse che era vero che nonostante il nome era tutta da mangiare.

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La starEra uno scricciolo di ragazzina tutta denti e occhi; poi era cresciuta. Era cresciuta da per tutto ed era cresciuta molto che sembrava non fermarsi mai. S’era fatta una giovane donna bella ed esuberante, molto alta. Si era fatta una di quelle donne che ti costringono a girarti per strada, abbondante sul davanti, e, debbo ammetterlo, persino io me n’ero accorto. Cercavo di essere gentile ma anche nelle gentilezze divenivo goffo poiché temevo di esagerare e che si potesse capire che con lei mi si creava quello strano senso di disagio, eppure la conoscevo da prima, da sempre. Lei invece sembrava tranquilla e non soffrire nessuna pena; riusciva a abbandonarsi anche a delle confidenze che non mi sarebbero state dovute. Conoscevo i suoi e non potevo fare la loro parte anche se per età lo avrei potuto. Per quella sua, come dire? fisicità il tempo non era d’aiuto e ogni giorno le cose si complicavano ancora di più finché non smisi di chiedermelo ma cominciai a sognarla. Credevo si fosse tutto risolto quando una vacanza studio la tenne per molto tempo lontana. La sentii non più di un paio di volte al telefono ed erano telefonate brevi ed insignificanti. Tornò e venne per dirmi che era tornata. Mi chiese solo: “la zia è in casa”? Anche quel giorno mi sarei accontentato anche di poter guardarla un po’ alla volta. Tutta in una volta, e non solo guardarla, era più di quanto potessi immaginare. E sopportare.

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La pagina di aprile di un calendarioSe qualche ora vi sembra troppo provateci voi a starvene con le balle per aria quattro giorni al mare. E mentre c’è il giro d’Italia. C’è poco da fare, non lo sopporto più il mare. Un trasloco in piena regola. La ragazzina che frigna per tutto il viaggio. Odore di caldo e di gomma bruciata. L’estate improvvisa che poi va e viene. La sabbia che s’infila dappertutto e non si riesce nemmeno a leggere in pace la rosa. Quelli che prendono sul serio persino la partita di pallavolo. Una pozza d’acqua piatta che non finisce fatta di piscia e i soliti protagonisti. Ormai ci si conosce tutti e col tempo le facce mica migliorano. Nel fondo della scena, distante, una petroliera. Svanisce nell’orizzonte, la petroliera. Si scioglie contro il cielo. E ho dimenticato pure la schiuma da barba. E già mi manca Irene, la mia amica di chat. Con lei ne diciamo tante. Non sa proprio dove stia il pudore. Mi sa che le cose cercano di avvertire le persone. Cosa possono farci se quelle non le ascoltano?
Inutile mentirselo, a volte ho proprio pensieri fighi. Non so come mi vengono, ma mi vengono così. Anche mentre sto pensando ad altro. E d’altronde se non mi nascondo nella testa, io che ce l’ho, come farei a fuggire da questa noia. La cosa più emozionante è infilare la cicca nella sabbia. Io che cerco l’ombra e lei assetata di sole. Che poi ho sentito che non fa nemmeno bene. Le donne ne hanno proprio la smania. Marta con la sua mania dell’abbronzature e le sue creme. Odio anche spalmarle la crema che mi restano tutte le mani unte. E se cerco un po’ di gentilezza rischio che mi manda. Certo che a guardarsi in giro c’è anche un bel vedere, capita, e mi tocca guardare, caspita, e non guardare per non sentirla brontolare “Ma cosa guardi”? Certo che il mare era un’altra cosa una volta; senza la carceriera. Erano uno spasso le nostre gare di rutti. La sera era patatine fritte, wurstel e disco. E più di qualche drink. Il bagno di notte. E’ emozionate è mare sporcato di luna. Le avventure col pattino. Nelle cabine vuote. Ma forse anch’io ero un altro allora.
E poi diciamola tutta, era anche allora così bello solo nei racconti. Va bene per quelli a cui piace leggere. Ai pigri e agli sfaccendati. Per togliersi i bambini dai coglioni. Quelli, i bambini, al mare ci sguazzano. Sembra che la sabbia gli faccia sesso. Persino se la mangiano, la sabbia. A me manca la briscola. E Gualtiero e Ribecco. Insomma, gli amici. E’ stata utile solo per rimandare quei lavoretti che doveva fare in casa. Lavoro da uomini, li chiama Marta. Quali sono quelli da donne? Stronzate. E’ che da nessuna parte te ne vai. E’ come se rimanessi sempre allo stesso posto. Come se fosse questo stupido mare a raggiungerti in casa. Luana è sui manifesti ma anche lì sembra tale e quale quella Mariarosa. Perché i colpi di culo capitano solo agli altri? Invece dell’originale per la mia officina ci passa la copia e non è la stessa cosa. Non dico che… ma già il nome. E arriva con colpevole ritardo; inopportuno. Che a ben vedere s’è mai vista una donna puntuale? Marta è sempre stata in ritardo persino con le sue cose. Ogni mese un’ansia. Solo al matrimonio era là, prima che aprissero la porta, impaziente. Questa è un’altra di quelle cose che ti dovrebbero far pensare.
E poi da dove vengono questi barboni di negri? dal mare. Almeno si lavassero, bisognerebbe asfaltarlo. Potrei proporlo. Nel lettino nuoto già nella pozza del mio sudore. Ma è giusto fare agosto che non è ancora giugno? Meglio stendersi sulla sabbia. Sento come un buco alla pancia. Mi volto e cerco di rilassarmi. Quella bionda se la tira un po’ troppo, ma non è per niente male. Eccone un altro con le collanine. Aspetto che lei si giri. S’è accorta, la troia, che me la sto a guardare. A rimirare. Con questo mia fare indifferente. Sono un artista. E mi fa aspettare e penare. E poi si gira apposta per farmele ammirare. Cioè si alza ma solo un po’. Quelle dondolano dolcemente. Ne ha un paio belle sode proprio da competizione. Lo dico sempre a Marta perché non lo togli ma in fondo preferisco guardare quelle delle altre. Rubare l’immagine, come mi piace dire. Tanto le sue le conosco già e fin troppo bene. Magari non così troppo che non è mai abbastanza, ma lei è mia moglie. E se ci penso è anche meglio che me le guardi solo io. Che quando le guardo, come alla bionda, ma a lei le debbo solo sbirciare, mica solo le guardo. Se ne avessi io un paio del genere saprei che farne.
Devo girarmi ancora sulla sabbia calda e cercare di distrarmi perché altrimenti mi partono le fantasie. E lo pezzente non vuole togliersi dalle balle. Ma cos’hanno al posto del cervello ‘sti stronzi colorati? Non puoi startene in pace nemmeno qui. Insistenti come ai semafori. Non demordono nemmeno se li mandi insieme alla mamma. Avrei io qualche idea su come fare. Finisce che mi toglie il gusto per la bionda. Perché così mi distrae. E mi fa ombra; il maledetto. Perché Luana sarà anche la mia calendarietta preferita, ma in fondo quando sono vere è meglio. La ciccia è bella quand’è ciccia, mica li capisco gli stupidi che sanno apprezzare solo se sono stampate o in tele. Che nelle foto mi sistemano come vogliono. Le truccano e son tutte dive. Gli mettono i cerotti e gliele tirano su. Io le so queste cose. Poi le vedi… Mi alzo e le dico che vado a prendermi un chinotto, il sapore salato del mare mi fa sete e questo è proprio vero, intanto le passo vicino e quella sorride.
Aspetto un po’, anche troppo per i miei gusti, ma la bionda non si fa vedere. Il chinotto ha la stessa temperatura del tè e lo stesso gusto di quella piscia. E io ho di nuova la stessa bocca di merda. Mi viene su anche la parmigiana. Forse anche quella Luana è di Parma. Me la vedo come una di Parma. Da tortellini e dammi qua bel maschione. Una che con le tette ti fa toccare il paradiso. E lei le ha giuste per farti sbiellare. Mica ha bisogno dei cerotti, si vede. Il posto più giusto nella spiaggia è in prossimità delle docce. Con la scusa di sciacquarsi dalla sabbia e dal sudore le donne ti fanno vedere e non vedere. E’ il più bel vedere. Fanno le contorsioni per mostrarsi. E mostrano quello che vogliono. Poi, vigliacche te lo nascondono. Sonno come farti penare, e soffrire. Sanno che l’uomo così desidera anche di più. E’ sempre il frutto più in alto dei rami. Sono fatte così le donne, gli piace farsi guardare. Fare andar via di testa gli uomini. E sanno l’arte del fingere di non volerlo fare. E’ una questione di allenamento, l’hanno affinato in tutti questi secoli. Sono delle gran porche, le donne.
Certo però che la donna è una gran bella invenzione. Beh! non tutte ma abbastanza. Perché è anche vero che la carne è carne, ma qualcuna farebbe anche meglio a starsene a casa. Perché la spiaggia non mente. Anche la carne mica è tutta uguale, c’è il filetto e la trippa. Magari potrebbe scegliere la montagna che quella, alla sua età, ha poco da mostrare e quello è proprio scadente. Ma aspetto la seconda della fila. Ha occhi che ti guardano diritto dentro al costume. Con quella scusa si infila la mano sotto la coppa a insaponarsi la tetta. E’ lascivia pura, meglio che in quei film. Ché l’ultimo che mi ha passato Lorenzo era una vera fregata. Si vede quasi di meglio alla televisione. Soprattutto dopo la mezzanotte. Lei invece, la bagnante, anzi la docciante, è una vera figata. Piccolina è piccolina ma ha ogni cosa al posto giusto. E come si lava con cura dentro le mutandine. Non dovessi tornare me ne resterei qui in eterno, ma… ancora un altro po’. Qui va a finire che mi scappa un solitario e devo andarmene in cabina.
E la piccolina ammicca, forse s’è accorta che ho del movimento nel costume. Gira la testa. Fa la sdegnata. Sono così le donne. So che le dà gusto, ma deve fare quella faccia. Secondo me è una grande porcona. Ma perché le avventure al mare capitano solo agli altri. Fingo anch’io l’indifferenza e quella è già andata. Non la vedo più. Magari è tornata dal marito. E il cornuto se ne stava tranquillo a scottarsi al sole. Una così è meglio non mandarla in giro da sola. Almeno farla accompagnare dai carabinieri. Ma poi anche quelli dell’arma ce l’hanno nei pantaloni. Non c’è verso di stare tranquillo con una così. Se non li hai sei sicuro che prima o poi arriveranno. Come in quel film con le autostoppiste. Ma se una è bella è bella; non c’è niente da fare. E la bellezza è sintomo di porcaggine.
Per quanto guardi intorno… sparita. Magari era venuta con l’amico, o con un marito, o con chi cazzo vuole. Anche questa è una cosa di cattivo gusto: le donne al mare ci dovrebbero venire da sole. E in età da mare. Certo che allora sì che venire al mare sarebbe una completa goduria. Ma senza la Marta. Perché per quanto ha le sue parole crociate quella è sempre lì che controlla. Non posso nemmeno rifarmi gli occhi. Sono strane e stronze, le donne. Hanno la mania di questo è mio e quello è tuo. Poi se la fanno col prima. E’ tutto suo, delle donne, e loro sono di tutti. Certo Marta non è così, ma è raro trovarne. Che poi io quasi quasi la preferirei colà, che mi lasciasse un po’ di respiro. Magari i manifesti dicono che la Luana è in qualche locale. Se Marta mi lasciasse un po’ di spazio ci andrei di corsa. Ma al mare come faccio a trovare una scusa per tagliare, e lasciarla da solo in camper. Lei e la mostriciattola.
E poi ormai è iniziata la mia personale classifica. Il mare non ti dà altro. Non mi possono togliere anche questo. Due se ne vanno per mano vicino riva. Senza pudore. Come una coppia vera. Gli uomini hanno sempre fantasia per le lesbiche. E’ il segno di quello che non puoi. Ma magari piacerebbe anche a loro. Come possono dirlo? Bisognerebbe farglielo provare. Do un punteggio ad ognuna e conto su quella con il costume nero. E’ molto alta. E’ veramente striminzito, il due pezzi. Tanto vale starsene senza. Mi sembrerebbe un consiglio ragionevole. Che le si infila da per tutto. Sono sicuro che sarà lei ad essere eletta la miss doccia del giorno. So ben io cosa ci farei. Ho pensato: è meglio che me ne torni. Rischio di fare un macello. Certo che troverei da fare bene, ma con moglie al seguito si deve rinunciare a tutto. Meglio starsene a casa. Non le ho nemmeno chiesto se voleva che le portassi qualcosa. Che vada a farsi fottere. E’ lei la causa di tutte le mie disgrazie. Lo sapevo, non mi dovevo sposare. Io sono fatto per stare libero. Per una volta e via. Non sarà mica un caso se hanno pensato di chiamarmi Romeo. Ma Marta è Marta, è una donna, è solo una moglie, non ha fantasia. Io a volte c’è le avrei anche delle fantasie… poi mi trovo di fronte lei. E mi passano. A chi non passerebbero con una che ti chiama Ciccio? Mi sa che faccio meglio a passare per l’edicola. Così vedo chi è la star di questo mese. Ma io resterò sempre fedele alla mia Luana.

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