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Posts Tagged ‘Ben-Gurion’

bandiera-palestinaA ripetermi rischio di annoiare me stesso. Non cerco di scrivere un diario, io scrivo versi, racconti, cerco di giocare con le parole. Le parole appunto. E poi ci sono persone che lo fanno fin troppo bene, anche molto bene, anzi benissimo, come la Rossana delle mie storie, la mia Valentina, come Lei, e Lei, e tanti altri, molto più bravi di me. Anche per le foto devo denunciare la mia pigrizia e i miei limiti. So improvvisare, forse, col tempo, ma mi ci ritrovo stretto in uno spartito. Sì! forse sono solo scuse, che poi certe cose mica le spieghi. Sono partito e non mi sembra. Non mi sembra di essere mai partito cioè arrivo in Palestina e mi sembra di essere solo tornato, più precisamente di trovarmi a casa. E’ vero, l’aeroporto, che raggiungi non senza fatica, è quello di Tel Aviv e ti accoglie subito un busto del Dracula di Bram Stoker, quell’opera calligrafica che ci ha regalato Francis Ford Coppola. Personalmente lo trovo un po’ invecchiato, ma il tempo passa anche per i personaggi dei films, anche se si stenta a crederlo. Sotto leggo Ben Gurion, ho il fugace dubbio che il metallo abbia imprigionato una severità e una accidia che vanno oltre il significato che si voleva dare in quel film. Ho il dubbio di essermi sbagliato. Intorno è tutto in ordine, in un ordine sbandierato che sa un po’ di propaganda, con gli eroi dello sport inchiodati alle pareti, con un’aiola ingombrante come fosse un benvenuto, insomma sbarchi in israele ma è solo un attimo e subito dopo è già Palestina. Sono ancora in Palestina. Tra quei sorrisi che sembrano volerti loro dire “Coraggio”; loro. Tra quegli occhi di donna profondi che paiono carichi di orgoglio e misteri. E la gente di Palestina abbraccia il visitatore e lo riempie delle sue musiche; musiche e odori, sapori.
Le parole appunto. A volte hanno suoni aspri, duri, soffici; sì! le parole hanno suoni, sono suoni, anche della mente. Qualcuno, e forse a ragione, sostiene che dovremo emendare il nostro vocabolario, liberarlo dei termini che ricordano violenza, guerra, distruzione, dolore, eccetera. Come dicevo secoli fa: quelle parole massimo asprore, ma erano antichi suoni di ragazzi, quelle, solo imbarazzata poesia: qui, in questa terra che ti costringe a guadagnarti tutto, fin dal mattino, le parole sono vita, a volte lotta, alla fine possono diventare futuro. Ma io non temo le parole. E dove la lingua può essere un confine, in questa terra di confini, per uno che conosce poco più della lingua dei gesti, allora cerco di ascoltare con gli occhi e col cuore; curioso di tutto; imparo ad amare anche certi silenzi; e soprattutto gli sguardi. Già ho parlato di sguardi di occhi arrossati che piangono, per ricordi che non invecchiano mai, che sfidano il tempo; in questa terra dove ogni pietra ha una storia e un dolore. Soprattutto ho imparato a liberarmi del pudore di un abbraccio; la vita in fondo è una continua lezione di vita, basta sapersi accettare e saper accettare, la vita sono gli altri; la vita è fuori. Non bisogna mai restare alla finestra a guardare, il tempo passa ugualmente, si rischia di ereditare solo rimpianti, di annoiarsi del niente. Sono così e ho impiegato ben più di mezzo secolo cercando di accettarmi.
Le parole appunto. Io non temo le parole, siano esse gridate o sussurrate. Certo si può temere il significato e il significante di ciò che veicolano, nei ricordi, nei ricorsi, nel loro essere e assemblarsi. La verità è che io non sono propriamente uno che ama arrendersi o chinare la testa. Di parole ne conosco poche, non ho potuto studiare molto, soprattutto per colpa mia, e perché la testa non c’era, anche per ciò non ho il piacere di vedermi rubare anche quelle poche. E siamo in un paese dove qualcuno, innominabile, ama costruire muri. E siamo qui (utopisti) col desiderio confessato, fiero e testardo, di abbattere muri, qui Nel baratro. Perciò diamo voce alle parole, credo che basterebbe pulirle, caricarle di corrispondenze nuove. Se noi abbiamo il coraggio della nonviolenza perché averne pudore e non sentirsi combattenti per la Pace? L’arma del Partigiano è la scelta, come diceva qualcuno al cui nome il solo accostarmi mi fa provare vergogna, odio gli indifferenti. E quell’odio in fondo è un grande gesto d’amore, amore per la vita, un grido disperato di essere vivi. Alla fine porto dal viaggio tanti volti, tante espressioni, e tutti quegli occhi di donne, di donne che come tutte le donne si liberano da quell’angolo in cui il genere, in tutti i posti del mondo, cerca di relegarle e sono in trincea, sono davanti nella lotta, sono il cuore della lotta, sono sempre il vero orgoglio di essere, e di essere libere, e di essere ma a testa alta.

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Gerusalemme al risveglioIl volo atterra al BenGurion (infatti si legge נמל התעופה בן גוריון), Tel Aviv. E noi veniamo precipitati nel mezzo del buio. In realtà la sua figura, quella del “fondatore di Israele”, mi ricorda il vampiro del Dracula di Bram Stoker. Un sogno lungo un anno o tutta una vita. Inseguito, con testarda caparbietà. Finalmente è qui, dietro i vetri. Sono tranquillo, intorno c’è un po’ di tensione, e di attesa. E’ stato fin troppo facile entrare, trovarci immersi in questo incubo sottile. Una ragazza incapace di un sorriso: “perché?”, “siete una coppia?”, “da dove venite?”, “dove andate?”, “siete un gruppo?”. Domande quasi banali.
Sorry, I speak only Italian”. E la mia voce mi infastidisce, suona come di scuse, riverente. Nelle valigie abbiamo poche cose per far spazio ai regali e ad un salame da portare ad At tuwani. Ci guardiamo. Siamo finalmente dentro “il problema”. So che qualcosa non potrò capirlo. Qui, dove dio ha fatto congresso, dove pare tutto sia iniziato, non sento la sua voce, le sue voci. Non mi ha mai parlato, non posso pretendere lo faccia proprio ora. Forse nascosto nella propria vergogna. Scappiamo come ladri a Gerusalemme, nella parte araba di Gerusalemme, o in ciò che ne rimane. Vedo solo alzarsi profili aguzzi di ombre. Guglie, ma soprattutto lame di pietra, a conficcarsi verso il cielo. Il male sottile è ancora fuori, subdolo, quasi non volesse farsi avvertire. La città dorme, dorme con un occhio aperto. Soldati ci lasciano passare e ci regalano solo un’occhiata distratta e diffidente. Veniamo da un altro mondo. Attraversiamo rancori atavici che ancora non ci sporcano. Abbiamo solo parole di brusio, come si potesse restare ancora increduli. Ho lasciato a casa, a malincuore, Handala, Arafat, il portachiavi con la bandiera palestinese, le felpe che ricordano Vik, cioè un bel po’ di quel che sono. Pare che anche la mia faccia sia una maschera che può essere provocazione. E non c’è sfida. Vengo per capire. Con una sola domanda: “com’è possibile”?
Io e la Palestina siamo in qualche modo coetanei. La “Catastrofe” porta la mia stessa data di nascita. Una resistenza lunga come tutta la mia vita. In verità anche di più. Particolari. Nella mia infanzia, nella mia formazione, conoscevo un’altra Palestina. La storia corrode. Molti nomi sono rimasti solo scritti sulla pietra. Sono campi profughi. Sono resistenti. Sono dolore, e sconfitta. Sono fierezza, e un ultimo grido. Ho tanto dolore dentro, e sconfitta. Cerco di caricare le mie armi e le mie armi debbono essere fatte di pazienza. Guardo i volti con me. Quanti conoscono un dio che giustifica tutto questo? Non so, non sembriamo pellegrini. Non abbiamo parole per i lupi. In realtà siamo solo stanchi, e desiderosi di un letto, di cercarci nel riposo. Tutti inseguiamo risposte. Forse non è nemmeno il posto adatto. La memoria mi fa brutti scherzi: mi accorgo di aver lasciato a casa anche le mie canzoni. Eppure il cielo è lo stesso. E siamo uomini fatti quasi della stessa carne. I posti di blocco ci scivolano al fianco. Non c’è una parola che possa leggere, di questa lingua inventata. Qui dove non c’è un popolo di israele e un altro popolo viene in silenzio massacrato. Ed è un silenzio assordante.
Credo di avere la febbre. Certamente ho un grande malessere dentro. Ma forse non è fisico. Ormai credevo che Gaza fosse Palestina e Palestina fosse solo Gaza. Non mi manca più molto per capire. Sono in Palestina, o in ciò che ne rimane, o in ciò che si vuole negare. Gaza è solo la misura colma della vergogna. No! non vedremo Gaza. Vedremo fin troppa Palestina per le nostre tolleranze. Lo so già. E sassi aridi che non dobbiamo raccogliere. La pace si costruisce… come? dove? Insegnami ancora la speranza Palestina. 30 gennaio 2012.

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