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Tipo strano l’autore del post: in un epoca di rumori e clamori a volte preferisce e sostiene il silenzio. Non è particolarmente curioso e pur cercando di non distinguersi nemmeno cerca di confondersi. Strano uomo quell’uomo, che sono io, capitato qui per caso. Certo quella mica è la mia unica stranezza, ad esempio so leggere e mi sono persino trovato una compagna che anche lei lo sa fare. In verità è stata lei a trovare me. Una seconda verità è che è stata sempre lei che mi ha ridato il gusto di quel leggere, assieme a tante altre cose. Mi ero un poco perso. Sembrerebbe che ne parlassi come un uomo innamorato, alla mia età? Il fatto è che è vero.
In realtà non faccio nessuna fatica a non parlare di me, anzi mi è naturale. Ma strano è che mi viene di parlare di Lei, e persino di noi. Rischio di abituarmi alle stranezze. Una sorta di assuefazione. Di giungere al punto del parlare di niente. Del gusto di ascoltarsi. Solitamente ascoltare è un’arte molto difficile che abbisogna di lungo allenamento, e a volte nemmeno questo è sufficiente, ma ci si riferisce agli altri. Non siamo usi ad ascoltare gli altri. Ci è più facile interromperli o distrarci. Ed è più facile dare l’attenzione ad un romanzo. Ne ho una pila che mi aspettano. E ho un po’ di fretta.
Al momento, alla luce fioca della lampada sul comodino, sta leggendo La centoventotto rossa; un libricino di Elena Marinelli per i tipi della tostoini.it. Non so come lei faccia a leggere più libri contemporaneamente. A volte ha volumetti di poche pagine, altre bei tomi consistenti che assomigliano ad una penitenza. Avevamo visto assieme il film di Michele Placido Romanzo criminale in una sera tranquilla. Lo stesso autore ha spiegato di averlo liberamente sceneggiato dal libro, cioè di essersi prese delle libertà da se stesso, dal testo originale. Si era mostrata interessata e curiosa. Le avevo spiegato che il romanzo era più interessante e soprattutto più coerente e, comunque, diverso. Che dietro le vicende della banda della Magliana si legge una parte della storia d’Italia, quella di quegl’anni.
Ho ritrovato il volume per Lei. Non è raro vederla alle prese con più libri contemporaneamente. Questa volta c’è una ragione o almeno c’è per soddisfare la mia curiosità. Mi spiega che quella le riesce insolitamente una lettura difficile. Forse è questione di memoria, riesce a consumarlo solo a piccole dosi. Con fatica. Ritrovare quegli anni pubblici le riesce amaro. E le mette tristezza. E’ per quello che si deve interrompere. E alternare quella lettura con altre letture. Mentre mi racconta questo nella mia mente prendo appunti. E penso ai piani di intersezione e di fusione. E’ come se entrassi nel tema che solleva ma anche la potessi guardare da fuori, con distacco, come potessi uscire da me.
Comunque non riesco a capire come si può leggere più di un libro per volta, e non perdersi. Strani giochi i giochi delle parole. Questo succedeva solo ieri sera. Oggi è un giorno diverso. Sono al computer e riporto quel piccolo quadro di vita di coppia. Mi legge qui ed è quasi sorpresa: “Ma questi siamo noi”. “Ma siamo noi”? Non amo rispondere ad una domanda con una domanda, ma quando ci vuole… Lei insiste: “Stai parlando di noi. Sembra una storia”. La verità è che un poco sì e un poco no. La nostra storia come altre storie. Solo una storia. E poi mica sto parlando, sto cazzeggiando. Abbasso il volume della tv, tanto nessuno le da la minima attenzione. Lei non demorde, non le è facile: “Non so se mi piace che la gente giri dentro le nostre stanze, nella mia vita”.
Nelle parole la realtà non è più realtà ma solo parole. Io la penso così. E poi c’è il gesto puro di raccontare. Una testimonianza si può trasformare in favola. “Ma gli altri non lo sanno. Per loro può essere solo un racconto. E anzi lo è perché prende le parole. E staccato dal contesto ha una sua autonomia”. Non so se mi è riuscita bene, so che fatico anch’io a crederci. Ma in fondo la mia risposta la lascia quasi soddisfatta. In verità si può parlare di tutto e di niente. E in verità si può parlare di quel tutto in mille modi. E poi in fondo basterebbe un bacio per farle scordare di cosa stiamo parlando.
E allora mi chiedo se è la nostra vita oppure se siamo noi ad abitare abitualmente dentro un post. Non so se fa una qualche differenza. Nessuno ci osserva. Non siamo condizionati dall’occhio del padrone. Semplicemente giriamo intorno alle nostre vanità. E come storia ci narriamo la nostra stessa vita. Che c’è di male? Bisognerebbe almeno farlo con garbo. Forse si sente come se raccontando di lei che sta leggendo a letto avessi permesso ad altri, con occhi indiscreti, di vederla. E’ una sorta di depravazione letteraria. Lei torna alla sua lettura. Il grande romanzo di Giancarlo De Cataldo è rimasto in bagno. Non procede molto e meno riusciamo a parlarne. Comunque io invece solitamente se mi interrompo poi difficilmente riesco a riprendere. E anche per oggi sono riuscito a scrivere il mio post¹.


1] Devo qui riportare il commento di tostoini per una doverosa errata corrige, ho male interpretato le informazioni (frettolose) di copertina e quelle in internet:
No no aspetta aspetta, io ho solo disegnato la copertina!
Non c’è un editore, lo spiega l’elena qui http://phonk.it/la128rossa
:)

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Foto a colori di un incontro convivialeNiente è vero ed è tutto vero, questa è la rete. Quando non siamo del tutto noi siamo almeno in parte quelli che vorremmo essere. Siamo i nostri sogni o ambizioni e persino le nostre frustrazioni. Avanti siori! Questo è il grande circo. Gente che va, gente che viene (frase celebre), e, soprattutto, gente che resta. Ma non è gente, spesso sono solo maschere. Perché è il posto dove puoi essere quello che vuoi. E la gente vuole essere ciò che non è. Oggi il grande fisico. Domani la fatalona. Ieri un biscotto farcito.
A volte quelle maschere diventano persone vere. L’incontro virtuale si trasforma in reale. Così ci è dato trovare splendide persone. Magari serie e senza in naso a pallina rossa o il volto di torta o le orecchie di topolino. Insomma proprio persone di quelle con due gambe, due braccia e proprio la propria faccia. Recentemente siamo andati fino a Pisa per incontrarne. Una programmata riunione di blogger, di nomi incontrati proprio nell’universo telematico. E vi assicuro che tutto è andato a meraviglia. A sceglierli col lanternino non avremmo potuto scegliere meglio. Basterebbe guardare le foto in Facebook per rendersene conto. Quella piccolissima che ogni tanto si intravvede è la famosissima Galatea. Non che gli altri siano meno. Persino i piccoli mostriciattoli parevano splendidi bambini. Hanno avuto torto solo gli assenti, ma è lei, la mia compagna, che sa fare diventare vere queste cose.

Foto a colori di un incontro convivialeEra il primo del mese appena trascorso. Non sono mai troppo puntuale, ma succede solo qui. E questo è un ritardo abbastanza trascurabile e perdonabile. Ma cosa volevo dire? Di preciso non lo so, ma non importa. Torniamo all’aspetto dietro al quale ci nascondiamo. C’è chi, come dicevo, per volto ha scelto i pettorali di quel noto tronista. Quella che ha scelto di darsi per viso quello della nota Canalis. E quella invece che per viso ha optato per il culo di … (per evitare querele mettete il nome della famosa che preferite). Così da non essere mai certi di con chi si sta parlando. Sui gusti delle scelte non ho una precisa opinione o almeno la tengo per me.
Io, per andare contro, uso come avatar una foto di quando avevo 60 anni, oggi ne ho già solo 37. E sto rapidamente avvicinandomi ai 20. Così posso sembrare più saggio anche se so che gli anni non danno saggezza; al massimo demenza. Lo so ma altri no e comincio con del lei. Il lei è una sorta di bestemmia di rete. Nel mondo virtuale sei sempre e comunque tu. Anche perché è già a difficile da usare parlando, figuriamoci a scrivere o a prescindere. Perciò so che quel mio profilo non crea diversivi di sorta. Non si intromette. Potrei anche essere Charlie Brown. Gli altri mi crederebbero o farebbero come se mi credessero. La verità è che sono Nosferatu, ma nessuno sembra farsene ragione, né provare paura. Vago nella notte e racconto le avventure quando si fa mattino profittando dei miei rifugi di blog. E scrivo cose vacue. Dove cambio anch’io ruolo a seconda dell’umore.
Poi un ragazzo passa per un commento (non qui ma questo non conta). Ha tredici anni, lo dice ed è alla sua prima esperienza come blogger. Verrebbe da dargli qualche consiglio pratico; sulle importazioni, perché la pubblicazione dei post in ordine sparso non è il massimo. La visita mi regala un breve attimo di tenerezza. Ha un sogno, importante o meno poco importa. Fortunato lui in questo mondo dove i sogni sono rari e ormai preziosi. E ha quell’età. Forse quello glielo permette. Poi l’incontro mi fa pensare ad una forma di democrazia della rete. Ti trovi e sei esente da quel lei; anche in quel caso. Alcune delle barriere non si sono. Ci parliamo, come dire, guardandoci in faccia. Sembra un controsenso, la verità e che io non sono quello più vecchio e lui quello più giovane. Sono io quello fortunato ma 13 anni mi sono troppo pochi. Gli altri siamo noi ma preferisco restare in me.

 

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Fotografia a colori mentre guardo nell'obiettivoIo. Io. Io. Io non pensavo ad un blog così pieno di Io. Nemmeno frequentato da così tante Lei. Cioè non pensavo ad un blog così Privato. Non l’ho mai pensato. Non per una sorta di pudore. Di vergogna. Anzi. Non credevo né credo di essere così interessante. Non ho mai voluto fare il protagonista. Apparire. Per uno e molti motivi. Invece sembra che il blog sia un posto dove raccontarsi. Confessarsi. Magari aggiungendo che non ti riguarda. Che non ti interessa. Magari infiorando, che ne so? come quelli che dicono, per esempio, in aggiunta: mi ha guardato con degli occhi come dire: m’è caduta hai piedi, come dire: ha anche insistito per darmela ma io niente; irremovibile. E invece magari scopri che non era successo niente. Come sempre. Semplicemente una buca non farebbe bello. E’ sempre meglio un buon finale. E poi… in fondo, ripeto, siamo tutti Rocco Siffredi. O come quelli che mettono la foto di un altro. E non una foto a caso. La foto di come si sognano. E come vorrebbero essere sognati. Insomma tutti hanno un minimo di vanità. Di amor proprio.. Come dire che nessuno è disposto a fare il pirla. Né la cosa mi da particolarmente fastidio. Solo avevo scelto una scelta diversa.
D’accordo che è solo un blog. E poi anche per andare al proprio funerale ci si mette l’abito migliore. In realtà io vorrei essere un povero narratore. Un affabulatore. Mi diverto a lasciar andare la mia fantasia. Decisamente. Diversamente mi sento limitato. Prigioniero. Ma spesso ho dovuto spiegare che non parlo di me. Che non sono donna. Che non faccio il cosmonauta o il camionista. Non addomestico nessun tipo di fiere, nemmeno donne. Che non assalto la gente di notte per le strade buie. Che non canto con la voce di un angelo o di un tacchino. Insomma che non so fare altro che liberare quella mia immaginazione. Cercare di vestirla di parole, la mia fantasia. Così nascono avventure non mie. Magari non è che a me le cose non succedano. Essendo un vivente mi capita di vivere. E vegetare non mi sconfinferla per nulla. E inoltre sono curioso. Non in modo ossessivo. Nemmeno molto. Sono solo affascinato dalle vita e dalle persone. Le osservo. Così mi può essere capitato, di tanto in tanto, qualcosa degno di nota. Che può avere delle similitudini con un’avventura. A dire il vero se mi guardo indietro mi annoio da solo. Poche storie d’amore, cioè di donne. Grazie alla mia timidezza. Che sfiorava la imbranataggine. O ci giungeva. A un ansito romantico esageratamente presente. Grazie un cazzo! Pochi viaggi. Sono un pigro sedentario. In fondo poche emozioni. E’ solo che mi sembra tutto poco.
Persino pochi dolori. Anche in quello ho usato parsimonia. Poi mi affiorano episodi e sensazioni. Mi rendo conto di essere cresciuto. Persino di aver vissuto. E che quel ragazzo timido e introverso, lunatico, irascibile, che giocava con le ombre e litigava anche con gli orchi, quel ragazzino più che un uomo è ormai un vecchio. E non sono cresciuto affatto. E al mattino passo in rivista i piccoli acciacchi che mancano all’appello. Gli altri son sempre presenti. Mi ricordo che non ho appuntamenti. Devo pensarci a sporcare la mia agenda di qualcosa. Ma continua a non piacermi raccontarmi di me. Sono cose che già so. Mi sembrano misere e stupide. Ma Lei è curiosa. E’ golosa di me. E Lei mi aspetta sul cuscino ogni mattina. Ha un bel sorriso, Lei. E quel sorriso è disarmante. Oggi è radiosa perché ha ritrovato una foto di quando ero ancora un ragazzo. Una foto che non è mai stata scattata. Che non esisteva. Che non posso mostrare. E Lei l’ha trovata. Misteri della vita. Mi chiede che le racconti ancora. Si accontenterebbe di una favola. Quale donna non ama lasciarsi cullare dalla voce del proprio uomo? E sentirsi raccontare una favola; ma una vera favola? Guardo l’ora ed è già ora di alzarsi. Perché proprio me? Lei lo sa. Lei è la mia piccola inarrestabile vanità. E pensare che l’avevo riposta tra le cose da gettare.

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foto di Ross con il pancioneDolorosamente, faticosamente lo devo ammettere: aveva ragione Lei. Ancora una volta. Come sempre. Alla faccia del “poeta di allora”, alla faccia del “perfettino senza arte”, alla faccia del “brontolone intemperante”, alla faccia dell’ “instabile iroso dagli umori frizzantini”, alla faccia di tutte le facce e della mia, ne è uscito, ancora una volta, un buon post.  Alla fine. E io starei ancora lì a cercare l’uovo nel pelo. Il fatto che del film s’è fatto poco cenno. Ed è così che ci si sente scornati e senza parole.
Allora, come s’usa dire, parliamo del tempo. Scroscia a dirotto, per dirla tutta. Cosa? Ma la pioggia, naturalmente. Cosa potrebbe scrosciare, e per giunta a dirotto. Viene giù che dio la manda. E chi altri la potrebbe mandare se non un tipo così assai bizzarro. A catinelle. A secchiate rovesce. Sono modi di dire e i modi di dire seguono ragioni proprie. Mica gli si può chiedere una logica. Verrebbe da dire: piove, son tutti ladri. Se non fosse che sarebbe qualunquismo. Non fosse che mi chiedo se me la si poteva, allora, chiedere. Io credo di aver sognato solo di uscire. Di scappare. Di sottrarmi al ruolo che mi era stato destinato. Ma sono stato da subito spettinato, a modo mio, ribelle. Comunista. Comunista in una famiglia comunista. Riuscivo ad essere lo stesso comunista a modo mio. E a contestare. Con già il 68 nelle vene.
Eppure ero un bambino muto, con gli occhi che gli pesavano a terra. Disperatamente alla ricerca dei gesti dell’affetto. Forse nemmeno mi mancavano. Non mi erano mai abbastanza. Un bambino che giocava con la propria ombra. Proiettandola sul muro. Facendola ballare. Poi sono diventato un bambino con un fratello. E in seguito il figlio maggiore. Mai sopportato nemmeno questo ruolo. Ancora oggi lo rinnego. Me ne vado a raccontare che è lui il più vecchio. L’altro. Quello bello e fortunato. Quello che la vita la sfida. Mostra di sfidarla. In realtà ci passa attraverso. Pare sempre a suo agio. E si fa ragione alzando la voce. Lo lascio fare. Sono sempre e solo intervenuto quando quella sfida gli ha offerto prove troppo impegnative. Nei suoi momenti di sconforto. Bui.
A parlarmi addosso mi sembro un altro. Ho sempre cercato malamente di non farmi notare. Con gli anni non è cambiato molto. Non sono mai corso dietro a nessuno. Mi meravigliavo solo quando erano gli altri, a seguirmi. Non ho mai amato gli eroi. Ho continuato ad amare gli umili, nonostante le rabbie. A evitare i miti. Mi affogavo di libri. Fino ad arrivare alla nausea. Ma mai stato ortodosso. E’ così che ti ritrovi ragazzo. A volte troppo presto. Senza nemmeno accorgertene. Ma me lo sono chiesto; anche se molto dopo. Non ho mai sognato di diventare pittore. Non ho mai sognato di diventare poeta (come mi chiamavano gli amici). Lo scrittore. Ho semplicemente provato a farlo. Mi bastava dimostrare a me che avrei anche, seppur malamente, potuto farlo. E lì finiva la sfida. Dimenticavo di dire che non ho mai amato le competizioni. Ho accettato sempre le sfide, mai le competizioni. Mai voluto essere migliore di nessuno. Mi bastava convincermi di non essere il peggiore. Ci doveva pur essere, in un qualche angolo, un valore inferiore.
Le cose le devono fare chi ha imparato per farle. Dimenticavo anche di dire che allora ho deciso di non proseguire negli studi. L’ho deciso io; assieme alla vita e all’ambiente. Me ne sono pentito. Non me ne sono pentito. Non abbastanza. Non abbastanza per riprenderli, quegli studi. Qualsiasi. Invece Lei lo ha fatto. Per Lei era un sogno. La invidio. La stimo e la invidio. Volevo solo attraversare la vita. Com’è sempre stato. Come oggi. Parto amando solo il viaggiare. Non chiedo quasi mai cosa succederà domani. Mica me ne vanto di quanto sopra. Solo che fui e sono stato. Quello era quel bambino. Poi quel ragazzo. Oggi sogno ancora. E ogni notte sogno di risvegliami il mattino, vicino a Lei. Parrebbe strano. Mai sentito l’angoscia di non risvegliarmi. E’ che oggi c’è Lei. E’ tornata. Così come non era mai stata. Come non era potuto essere. Ma sono molte le cose che mi fanno sentire strano. E che mi paiono magiche. Soprattutto oggi. Pioggia o non pioggia.
Insomma poi ho avuto la fortuna di incontrare Lei, Rossana, allora, ma qui comincia un’altra storia. Sprecarla in poche righe sarebbe uno spreco. Una banalità. Una bestemmia. Non è forse la favola? Lo è per me. Mi chiedo a chi può interessare. Cosa può destare interesse in questo parlare di me. Come di una cavia. Attempata. Forse per lenire. Forse in senso propedeutico. Il trovare qualcuno che è riuscito a fare di peggio. Sono riuscito quasi a convincerla che non ero adatto. Che non mi doveva né poteva amare. Aspettare. Che tutto vale maggiormente la pena. Naturalmente l’ultimo piccolo passettino se l’è dovuto fare da sola. Anche questo appartiene all’altra storia.
Non fossi un tipo fortunato sarei solo una nullità.

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Più che un commento è occasione per un altro post, anche se fin troppo ne ho parlato. Quando sono entrato in questo mondo l’ho fatto con (e per) amici e altri ne ho trovati. Ho deciso allora di limitarmi a una cose alternative alle loro; ché già loro fanno meglio. Per chiosare sull’attualità preferisco leggere lei che cimentarmi io, e lei ha anche un’ottima scrittura. Per parlare di libri e spettacoli lo lascio a Marino. E’ la mia cara Ross che si incazza “qui” per i fatti della politica. Per ridere a denti stretti cercando di guardare il mondo con ironia ho incontrato Gians. Etc. Così ho deciso di limitarmi a poche cose, e limitarmi sempre più. Alla fine non posto che quasi esclusivamente cose mie: raccontini, poesia, immagini di “quadri”. C’è da aggiungere che ultimamente, per pigrizia e tempo, inserisco i raccontini scritti a suo tempo per un amico con cui non collaboro più (troppo lungo e triste stabilire i perché). Per lui mi occupavo anche di una rubrica musicale. Quei raccontini avevano la funzione principale di tracciare e/o abbozzare una parvenza di storia in pochissime righe.
Il viaggiatore della rete, proprio per un vizio del soggetto blog (diario elettronico), cerca sempre di trovare nei post qualcosa di autobiografico lasciato dall’autore. Spera nel pettegolezzo. Non qui. Come messo in testata questa mia è solo una ricerca di linguaggi su “prove di comunicazione”; scrivo cioè solo prosa e godo nel farlo. Prosa che nasce e si ispira dei momenti più disparati. Vi è in più del pudore e la non volontà di mettermi in vetrina. Così, ripeto, qui è solo pura fantasia. Se a volte la protagonista è una donna, giovane o vecchia che sia, giuro che non sono mai stato donna. Se è un uomo giovane giuro che lo sono stato. Se è anziano giuro che non sono invecchiato così. Giuro ancora una volta che non ci somigliamo nemmeno nei caratteri.
Se c’è, per esempio, l’avaro cerco di immedesimarmi immaginando come può ragionare in quanto io avaro non lo so essere, nemmeno di sentimenti. Se è un geloso: ho convissuto con la gelosia ma non l’ho mai provata dentro di me. Se è uomo di destra io sono decisamente del lato opposto. Se canta, lo ammetto, sono stonato. Sono fedele anche se cerco di scrivere di un donnaiolo. Insomma questo non è assolutamente un diario ma il suo opposto. Ben poche volte parlo e ho parlato di me per essermi trovato davanti ad un fatto che poteva essere di interesse o per cogliere un vezzo generale. Ho tradito tutto questo solo per un breve periodo lasciandomi lusingare dalla favola che ho vissuto ritrovando la mia compagna. Magari ne abbiamo parlato fin troppo perché ci pareva (e pare) la più bella tra le favole. A volte l’uomo (non solo il bimbo) ha bisogno anche di favole. Questo è il quanto. Torno a parlare di figure che non esistono: come la sconosciuta qui sotto che proprio poiché sconosciuta non l’ho conosciuta mai.
In Fede: L’AUTORE

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Siamo nella rete, questo universo infinito affollato di strani soggetti: i blogger. Definirli è impresa che richiederebbe molto tempo. In fondo si somigliano l’un l’altro, ma è difficile confonderli. Hanno sentimenti eppure non hanno corpo. Vivono aggrappati disperatamente alla vita, ma sanno morire con leggerezza e senza dare disturbo. Vanno e vengono con estrema disinvoltura come se non pesasse loro alcun passato, ma nemmeno un vero presente. Insomma, come sempre, divago. Parlare di niente è forse la cosa che mi riesce meglio. Allora ero passato per buttare semplicemente uno sguardo, sono ancora qui. Poi ho incontrato persone che non avrei conosciuto mai. Altre le ho proprio viste e toccate, e assicuro che erano vere, di carne e d’ossa. Con altre ancora s’è diradata la frequentazione o ci siamo completamente persi. In fondo è così che si srotola anche la vita. Tra gli amici degli inizi vorrei palpare alcune novità.
Ultimamente la pigrizia mi rincorre eppure ho qualche piccola giustificazione. Più che in ritardo è che non avevo capito; e questo post lo sto scrivendo ieri. Si è ormai chiusa quella che allora, si era nel lontano marzo del 2008, come passa il tempo, era una avventura: il sito rivista. Se mi interrogo me ne dispiace come di ogni cosa che smette; inoltre la trovavo una buona idea; difficile da realizzare ma buona. Succede spesso e spesso, qui, succede nel silenzio. Semplicemente uno se ne va, non aggiorna le pagine, all’ultimo indirizzo noto si continua a trovare lo stesso ultimo post o sparisce il blog. In questo caso in realtà non finisce niente: si chiude per iniziare con un’altra avventura. Che dire? Non mi resta, qui, che augurare all’amico i migliori auguri per questa nuova esperienza che inizia e che è molto sua. In fondo non posso molto di più che segnalare questa novità. Forse sta meglio solo: auguri ancora.
Da un’altra parte la mia blogger preferita si attarda nel compiacersi. Non manca mai ma mi sembra che passi più tempo davanti allo specchio che davanti al monitor. Le sue righe si riempiono di cipria. Non credo sia solo giustificata vanità femminile ma queste sono solo mie riflessioni (dovrei tornare indietro per mettere la virgola prima del ma); borbottii di un vecchio pedante. Non c’è un giorno uguale ad un altro. In questo ultimo anno ho parlato fin troppo di me. Anche a lei mando i miei auguri perché sono egoista e spero ritrovi alcune rubriche e una certa verve che mi era cara. Forse semplicemente sono abitudinario e con questa scusa anche oggi ho riempito lo spazio del mio blog senza dover ricorrere, come mi succede ormai quasi sempre, a saccheggiare vecchie pagine che erano state scritte allora per l’amico di cui sopra. Ogni pretesto è buono.

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