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Posts Tagged ‘Bob Dylan’

1. Ognuno era arrivato in piazza per un percorso diverso. Per ragioni diverse. Senza invito, ma eravamo tutti là, in Piazza. Come se si fossero conosciuti da sempre. Da sempre giovani. La prima generazione di giovani. Fieri. Pieni fin troppo dei loro pochi anni. Ancora pieni di speranze e utopie. Così sono i giovani quando hanno vent’anni. Almeno così eravamo noi. Senza passato, ma armati solo di presente. Tutti avrebbero voluto gridare con gioia “Questo è il sessantotto”. Solo che gli anni si annunciano solo dopo. A volte anche parecchio dopo. Gli riconosci quando fanno già parte del passato. Non ci si dovrebbe provare nemmeno a spiegarlo al figlio di nostro figlio.
Non ci provo. Io personalmente ero arrivato per la mia canzone fresca di bucato: Dio è morto. Quella che partiva quasi come una citazione di Urlo di Allen Ginsberg. Quella che per ascoltarla ci si doveva sintonizzare sulla radio vaticana. Ma io ero già arrabbiato di mio. E ne avevo ben donde. Molte ragioni. E avevo consumato già le suole delle scarpe. E si erano spente da tempo quelle candele, e Charlie Chessman era stato ugualmente gasato come un topo alle 10:12. Senza certezze. Cella 2455. Ne avevo fatta di strada da quelle sere. Tanta per arrivare in Piazza. Eppure mi sono fatto trovare impreparato, senza Eskimo. Con i Pugni in tasca, ma senza sassi. Eravamo noi confusi, Come Pietre che rotolano.
Eravamo pronti a vincere tutte le battaglie e perdere ogni guerra. Ancora pieni di illusioni, a colpi di chitarra. Ma nessuno ti dice le cose prima. Rimandando un appuntamento con la Route 66. Sperando di incontrare Jack in qualche Sotterraneo o al Village. Con un po’ di pakistano nero. Frisco o Deli, Goa o Katmandu. Sì, soprattutto all’inizio, era tutto una gran confusione. Con la vita e troppo davanti. E ci credevamo immortali. Convinti che almeno il padre l’avremmo ammazzato. Che il mondo era nostro e l’avremmo cambiato. Personalmente, lo confesso, sono arrivato a Istanbul circa vent’anni dopo. E con l’aereo. Cosa importa. Allora non c’era tempo nemmeno per pensare, andavamo tutti di fretta.
Figli di quelli che avevano provato ad ucciderci fin da piccoli. Con il libretto in tasca. Noi a sparare slogan e loro a sparare e basta. Maiali. Perché Giovanni Ardizzone era già stato ammazzato. Vilmente ammazzato. Lo sapevo bene. Quello che ignoravo era che avrebbe aperto la lista. Ecco da dove arrivavo. Noi che ci prendevamo le scuole, loro a far esplodere le bombe. Noi orgogliosi di essere Noi e loro nell’ombra. Quell’ombra che li nascondeva solo con la connivenza. Forse loro lo sapevano che anno era. Chissà? Noi a parlare nelle fabbriche e loro a chiuderle e delocalizzarle. L’inizio della fine. L’inizio di ogni fine. Avrei voluto già una P38.
Leggevamo. Sì, leggevamo. E ascoltavamo musica. Di quella che è, già anche qui, una colonna sonora. Il sottofondo di quella avventura imparato a memoria. Scusate se lo confesso: mi innamoravo ogni giorno. Di tutte. Di quelle ragazze non ancora streghe, ma già un poco più libere. Sempre in rivolta. Sempre arrabbiate. Già Compagne. Senza reggiseno. Erano lì, al nostro fianco. Le Compagne. La cosa più bella di quello che avrebbero chiamato dopo sessantotto. E io tonavo ad innamorarmene. Curioso di vederle sotto. Di vederle dentro. E avevo una penna, ma non ancora il vetriolo. Chissà se mai lo avrei trovato? Imprevidente sedentario vagabondo. Già viaggiatore analfabeta di romanzi.
Rossana la piazza, la piazza

2. Nostalgico irriducibile romantico. Per una storia che non c’è più. Mio nipote mi guarda. Tace. Forse non gli resta niente da dire. Forse pensa che sia assopito. Non devo essere un bello spettacolo. Tace e io taccio mentre tutto quel mondo mi è addosso. E devo farla. Portateli via i tuoi maledetti biscotti. Sto lì con i miei segreti. Perché guardavo tutto straordinariamente esterrefatto. Gridavo con gli altri. Sì! Ma io ero un uomo che veniva dal passato Ecco un altro segreto. Ero un giovane vecchio. Il Che era morto. Venivo da là. Forse l’ho già detto. Non ho l’alzheimer, ma la memoria non è più quella di una volta. Se mai è stata più buona. La vista ora è quella che è. Se voglio sapere mi devo far leggere il giornale. La televisione è diventata ombre di luce in movimento. Eppure non ho mai visto i fatti tanto lucidamente. Maledetti. La rabbia era già in vendita. Un ruggito da topo. Chissà se vedrò mai il settantesimo anniversario di quei giorni?
Tutto cambiava e niente cambiava. Si sarebbero rimangiato tutto. Che splendidi idioti. Grida più forte! Come bambini a bocca aperta davanti ad una favola. Dopo troppe volte ancora a restare sorpresi e sognare di scoprire nuovamente il finale. C’era una donna sulle barricate del maggio. Assomigliava a lei. Fiera come lei. Mi innamoravo di tutte, ma ne ho amata una sola per volta. E le potrei dire le poche volte. C’è stata Giada. E poi Rossana. Il grande amore. Quello con la A maiuscola. E poi… E l’elenco finisce quasi prima di cominciare. L’amore era già finito quasi fin dall’inizio. Quando ci siamo lasciato. E’ stata lei. Lei mi ha lasciato. Ero troppo distratto per amare come avrebbe voluto. Come era suo diritto. Dopo non mi restava che piangere. Mi piangevo addosso mentre un mondo crollava. Troppo preoccupato di me stesso. Forse anche quella mia rabbia non era vera rabbia. Rabbia assurda come un onda molle che scivola sulla spiaggia; al Lido. Non fa danni. Tanto rumore per nulla.
La fabbrica occupata era un’assurda noia mortale. Come potevamo capirli? Loro in tuta, noi in jeans. Loro con i tempi della catena. Con il cottimo. Noi a bighellonare e poi, appunto, occupare. A passare la notte con una chitarra e una birra. Ci cantavamo addosso. Speravamo. Non siamo mai stati abbastanza cattivi. Non siamo mai entrati in fabbrica. Le stavano già chiudendo. L’ho già detto? I sindacati a contrattare sulle catene. Ad accontentarsi di quattro spiccioli. Di due anelli in più. Allentare. Di un’ora d’aria. Di altri cinque minuti di pausa mensa. Noi a sognare l’America latina. Gli ultimi fuochi. A sognarsi fedayn. Gli eroi invitti e sempre sconfitti. I già patetici idealisti, illusi. L’ondata di piena di un mondo che si capovolge. Il Paradiso ora. Vogliamo tutto subito. Non ci hanno dato niente. Solo la maledetta ero. E le nuove periferie.
Come un nuovo vecchio nostalgico pentito. Come un vecchio incensiere. Per manifestare Manifesto, anzi manifesterei. La danza dei cateteri. Le reti che cigolano. E allora Sciopero. Lo sciopero della padella. E’ duro sopravviversi a se stessi. Soprattutto per quelli che come noi hanno vissuto. O creduto di vivere. Che hanno sognato. O creduto di sognare. Che non hanno mai accettato di aprire gli occhi. Che credevano veramente che un popolo unito non avrebbe mai potuto essere vinto. Che loro non avrebbero mai piegato la schiena. Ne tanto meno abbassato la testa. Che volevano buttare a mare le basi. E rinnegavano i padri. Ma non li avrebbero, in verità, mai uccisi. Quelli presenti in tanti, troppi giornali. Quelli che marciavano dietro a un pifferaio, ma credevano fosse un tamburino. Ma questa, se avrò ancora vita, la racconterò, magari, un’altra volta. Me la racconterò.
Sono solo un esubero. Un povero vecchio. Ottanta non sono poi pochi. Ottanta spesi così. Mica avevamo tanti computer allora. Nemmeno uno smartphone. Non si può mettere ordine in una storia come quella. Nata nel disordine. Nata in ogni luogo e in tanti luoghi. Anche se oggi sono in questo letto e quelle canzoni mi tormentano ancora in testa. E sarò per sempre giovane. Perché l’unica lezione che ho imparato da allora è questa.

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Foto di denuncia contro la guerra con una famiglia che chiede pietà e una vittima imbrattata di sangueTempi strani questi, tempi tristi. Tempi strani, dicevo, se mai ce ne sono stati di diversi. Forse sì! forse ho visto tempi meno confusi, dove essere da una parte era consapevolezza. Dove era normale scegliere. E sapere. Oggi tutto è niente e niente è tutto. Tutto è uguale. Una lotteria, come un programma per televisione. Unico problema: solo là sai chi è il cattivo. Sola là tutti gli altri sono i buoni, sono i “nostri”. Fuori infuria un mondo senza regole. Fuori si soffre, fuori si muore, si muore davvero, mica col copione. La piazza infuria… allo stadio. La gente si indigna, per la telenovela. E alla fine tutti hanno un buon motivo per lavarsi delle colpe, delle responsabilità. Eppure “chi tace è complice”. Eppure poi si muore della propria solitudine. E magari si tira un dio per la giacchetta. Questo mi spaventa. Non credo che davanti all’orrore dell’umo ci sia una parte, dove possa trovare posto un qualsiasi dio. E poi: quale dio? Quale dio può permettere tutto questo? Smettiamola con le favole. Quel sangue sporca le mani anche di chi cerca di lavarsene le mani. Guardiamo in faccia la realtà. Niente può giustificare questa terra di massacri, di quelli detti e di quelli taciuti (che sono molti di più). Niente può giustificare questo silenzio. Restiamo umani per una Palestina Libera, Laica e Democratica. Perché come in Siria e in ogni luogo Libertà è Palestina.

P. S. è in tutto questo qualcuno s’è offeso perché uso la parola dio senza usare la maiuscola.

Con dio dalla nostra parte
Il mio nome non conta, la mia età significa ancora meno
il paese da cui provengo fa parte dell’occidente libero
Sono stato cresciuto ed educato ad obbedire le sue leggi
E la terra in cui vivo ha dio dalla sua parte

Oh, i libri di storia lo dicono, e lo raccontano così bene
la cavalleria caricava, gli indiani cadevano
la cavalleria caricava, gli indiani morivano
poichè il paese era giovane con dio dalla sua parte
La guerra ispano-americana aveva fatto il suo tempo
ed anche la guerra civile è stata presto dimenticata
e i nomi degli eroi li ho imparati a memoria
con il fucile nelle loro mani e dio dalla loro parte

Oh la prima guerra mondiale, è cominciata ed è finita
La ragione per combattere non l’ho mai capita
Ma ho imparato ad accettarla, accettarla con orgoglio
Perchè non si contano i morti quando si ha dio dalla propria parte
E quando la seconda guerra mondiale si concluse
noi perdonammo i tedeschi ed ora siamo amici
nonostante ne abbiano ammazzato sei milioni, li hanno cotti nei forni
I tedeschi adesso, anche loro, hanno dio dallo loro parte
Ho imparato ad odiare i russi, per tutta la mia vita
se ci sarà un’altra guerra, saranno loro che noi dovremo combattere
Dovremo odiarli e temerli per scappare e nasconderci
ed accettare tutto coraggiosamente, con dio dalla nostra parte
Ma adesso abbiamo armi con polvere chimica
e se saremo costretti ad usarle, quando noi dovremo usarle
uno premerà il bottone e salterà il mondo intero
e tu non devi fare domande quando dio è dalla tua parte
Per molte lunghe ore ho pensato su questo
che Gesù Cristo venne tradito da un bacio
Ma io non posso pensare per voi, voi dovete decidere
se Giuda Iscariota avesse dio dalla sua parte
Ed ora bisogna che vi lasci, ho addosso una stanchezza infernale
La confusione che provo, non può essere descritta da nessuna lingua
Le parole riempiono la mia testa e si spargono sul pavimento
Se dio è dalla nostra parte, fermerà la prossima guerra

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Foto colori di Vittorio Utopia Arrigoni con Kefiah in testaCon la morte di Vittorio “Utopia” Arrigoni muore qualcosa dentro ognuno di noi.

Innamorato della Palestina

Il mio cuore è pieno di lacrime ma non si può uccidere la speranza

Non ho potuto reperire in rete che il testo di una vecchia canzone di Bob Dylan (Masters Of War) in una vecchia traduzione di Rudy Assuntino che lui stesso ha inciso. Ma qui si può ascoltare e scaricare l’originale. M’è sembrata semplicemente adatta al pensiero di Vik:
La mia vita ce l’ha
chi ha il potere per sé,
chi le armi prepara,
chi educa me.
Chi mi insegna a lottare
per la mia libertà
e alla gente si spaccia
per l’uomo che sa.

“Tu sei giovane” ha detto
“e sapere non puoi.
Abbandona i tuoi giochi
e vieni con noi.
Sulla nuova frontiera
c’è un nemico mortal
che i più sacri valori
potrebbe annientar”.

Mi dà in mano un fucile
ma non viene con me.
Io mi trovo tra i morti
e mi chiedo il perchè.
Sono giovani morti
che la guerra stroncò.
Son nel fango sepolti
e tacere non so.

Son sepolti nel sangue
e all’uomo che sa
io domando “A che serve
tanta gente ammazzar?”
Mi risponde, paterno
“ubbidisci, non sai,
tu sei giovane, uccidi
e così capirai!”

Mentre urlan le bombe
io più forte urlerò.
Non so niente di niente,
ma una cosa la so.
Son sicuro che Cristo
perdonar non potrà
i tuoi sporschi profitti
sull’umanità.

E una cosa ti dico,
col denaro che hai,
il perdono da Dio
comperar non potrai.
Non potrai ripagare
tutto il sangue che tu
ci hai costretti a versare
nel fango quaggiù.

Quando tu sarai morto
a cercarti verrò,
scoprirò la tua bara
e ti maledirò.
Resterò ad aspettare
finchè sceso sarà
un gran mucchio di terra
sull’uomo che sa.

Quando tu sarai morto
a cercarti verrò,
scoprirò la tua bara
e ti maledirò.
Resterò ad aspettare
finchè sceso sará
un gran mucchio di terra
sull’uomo che sa.

Ecco dove ascoltare una buona versione dell’originale di Dylan: Masters Of War

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Il segno della paceC’era una canzone a cui Lei era particolarmente affezionata. Non sono certo di ricordare il perché. Forse perché avevamo ballato anche quella assieme stringendoci in quella nostra ultima festa. Era A whiter shade of pale (Procol Harum). L’ha rintracciata in quel diario. E’ sopravvissuta come le altre, più delle altre, al tempo. E alle nostre stupidità. Ma è facile essere stupidi a quell’età. Ed è una stupidità che si può perdonare. Anche quando ha fatto tanto male. E vorrei cominciare da quella. Per non cominciare con una nota triste: Se stasera sono qui (Wilma Goich). Anche perché non ho mai creduto di aver nulla da dimenticare. Né tanto meno da perdonare. Ma è Lei che ha voluto ricordarlo con quelle canzoni. E in fondo è stato bello. E’ bello. E’ bello ricordare. E la vita è fatta anche e soprattutto di questo. E poi questo non è nemmeno un post. E solo un commento riuscito troppo lungo ed eccessivo e sottosopra.
In realtà era il 1967, o meglio stava finendo pigramente, e le canzoni erano quelle di quell’anno. La vita era la piazza. Anzi la Piazza. Da bambini ci trasformavamo in ragazzi e ci credevamo uomini. Pensavamo di vincere e di cambiarci per cambiare. Leggevamo molto. Parlavamo troppo. Era la rivolta permanente. E ci accompagnavano i Nomadi con Dio è morto. Senza paura. Per non lasciare nulla come prima. E Donovan, quello di Mellow yellow, era un giullare che raccontava sogni delicati. Per una scorza di banana. Era l’altra faccia del grande Bob. Ma anche la sfida. In realtà non tanto antisociale, quanto anticonvenzionale. Questa era la parola. Ma non c’era nulla di eroico. E la rivolta era nell’aria. La rivoluzione solo una parola. E non conosceva il dolore. E quella pazzia. Tutto sarebbe arrivato dopo. E in fretta. E allora Fragole ancora, come per i Beatles di Strawberry fields forever. Fragole e sangue.
Non metto note perché le dovrei mettere a bizzeffe. Chi ha la nostra età può ricordare e comprendere. Ai più giovani chiedo scusa e pazienza a tutti. A dirla tutta io parteggiavo per i secondi. Questo non faceva alcuna differenza. Naturalmente a quel tempo preferivo i Rolling. Più irriverenti. Più arrabbiati. Più blues. Più“negri” (se mi si consente il termine). E allora… Na… na… na… «(Oh my) – I’m going red and my tongue’s getting tied (tongues’s getting tied) – I’m off my head and my mouth’s getting dry. – I’m high, But I try, try, try (Oh my) – Let’s spend the night togheter – Now I need you more than ever – Let’s spend the night together now» …na… na… na… (E non parlo di quella e delle alter nostre notti. Non lo faccio per pudorte e perché non avrebbe valore). Poco importa se qualcuno ci guarda; come due pazzi. Dicevo… preferivo gli Stones. O i Who di Happy Jack che cantavano già nel futuro ma non ricordavo nemmeno un verso. E nemmeno Lei. Anzi Lei ricordava vagamente che erano un gruppo. Importava poco, anche se erano stati loro i primi a cantare della nostra generazione. Cercava di venirmi dietro. E ce ne andavamo come fossimo soli. Senza nemmeno la vergogna per tutti gli anni passati. Per aver lasciato che le cose ci invecchiassero. Forse anche un poco più di quanto sarebbe stato loro permesso. Ma era quella la storia di cui eravamo curiosi e che ci volevamo raccontare.
Che noi volevano ritrovare. Noi a parlare di cose viste, ormai lontane. Del nostro girovagare Qui e la (Patty Pravo). A ricordare. Con un sorriso e il piacere di ricordare. Con gli occhi persi nel sole. E di sole. Tanto tempo era passato da allora. Tanto da non sapere se eravamo ancora noi. Un mese dopo essere tornati assieme mi ha portato per mano a Ponza; a conoscere il suo sogno. A mano camminavamo e nemmeno ce ne accorgevamo che cercavamo di rintracciare le melodie e le parole di allora. E tutto fu facile. Cantare insieme Dove credi di andare di Sergio Endrigo e capire che quelle parole ci erano di piccolo imbarazzo. No! in fondo non eravamo andati lontano. Non eravamo andati da nessuna parte. Avevamo continuato ciechi a cercarci. Ma forse anche no. Se guardi il passato, a volte, te lo puoi immaginare come vuoi. Puoi persino riscrivertelo su misura. Ed eravamo stai noi a inventare la musica. Per vivere. Per sognare. Anche per ballare. Per andare tutti al Bandiera gialla (Gianni Pettenati) a sgranchirci le gambe. O al Piper. Che poi a ballare non è che proprio ci piacesse tanto. Ci piaceva esserci, come gli altri. Stare tra quelli come noi.
E oggi?… Noi a tornare a parlare d’amore. Perché se è vero che E’ dall’amore che nasce l’uomo (Equipe 84) non era mai stato tanto vero come per noi. Noi. Due ragazzi nel sole. (Insomma… come due ragazzi), nel sole eppure. Con I sentimenti (Françoise Hardy) nudi. Cosa ne sapevamo allora dell’amore? E tutto aveva corso così in fretta. Ma Lei lo sa che io con lei festeggio anche i mesiversari (Lei stessa ha coniato allora il vocabolo con sorpresa). Nel tempo s’è diluita ormai quella sorpresa. Avremmo anche potuto non parlare. Avremmo anche potuto non aver bisogno di parole (se sapessimo vivere serenamente di silenzi). Delle canzoni, delle nostre canzoni, non possiamo assolutamente fare a meno. Certo erano molte e molte di più, quelle canzoni. Alcune avevano solo la consistenza di un sorriso. Di un abbraccio. Della gioia di condividere. Di cercarci la mano. Di provare la stessa emozione. La stessa leggerezza. La stessa fuga. O il sapore di un chewing-gum. Perché quella canzone di aveva spiegato che Il cammino di ogni speranza [Caterina Caselli] si ferma un momento e poi se ne va. Anche se tutta la nostra filosofia si poteva anche trovare in una canzoncina commerciale che sfruttava l’aria del momento, che pure era il lato B del disco: quella C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones [Gianni Morandi].
E questo momento mica vuole essere esaustivo. Avrei bisogno di ben altro spazio. E non solo quello avevamo in comune. C’erano i romanzi, la poesia, molti interessi e le nostre curiosità. E quella voglia di vivere e di correre. E allora dai [Giorgio Gaber]. Non era certo la fiducia o la speranza a farci difetto. Andavamo a muso duro. Avevamo forse il coraggio dell’incoscienza. E da raccontare una storia che non avevamo ancora scritto. Rifiutavamo tutto. Certo non ci potevano fermare quelle Pietre (Antoine). Ce l’avevano venduta come farina del suo sacco (cioè di Gian Pieretti). Era una sorta di riproposizione di una del grande Bob. Ancora lui. E allora mica le chiamavamo cover. Spesso non si sentiva l’originale. A trovare i soldi per il disco si faceva fatica. Il mondo si muoveva ancora a 45 giri. Ed è difficile far capire oggi che quella era un’altra povertà. Forse sarebbe più facile da capire per quelli che arrivano da Lampedusa. Avevamo poco e ci sembrava abbastanza. Il resto era solo da cambiare.
Inseguivano una strana fiaba. Tutti dietro ogni pifferaio. Allora anche il signor tamburino, pazzo, [Mr. Tamburine Man (Byrds. Dylan; ancora lui)] ci accompagnava per le strade del mondo e per quelle della notte. Ed era tornato per accompagnarci nel nuovo viaggio. Un viaggio che questa volta avevano iniziato assieme e assieme avremmo proseguito. Così è stato. E ci dicevamo: “Ti ricordi? E questa”? Certo non avevamo bisogno di rimpiangere [Piangi con me (The Rokes)]. In fondo ci accontentavamo di poco. Ci bastava sentirle assieme. Anche con la pelle. Anche odorarle. Gustarle. E poi cercare di cantarle. Di accennarle. Di mugugnarle. Nessuna ci aveva lasciato. Anche quelle con cui avevamo solo ballato come Winchester Cathedral (New vaudeville band). O che avevano accompagnato i nostri silenzi. In una sorta di gara con il tempo. Con quello che passa e quello che ci resta. Quello che credevamo non sarebbe finito. Senza porci domande. Per quelle vibrazioni che erano buone vibrazioni, appunto Good vibrations [Beach Boys]. Era così che non eravamo mai soli. Anche se abbiamo aspettato molto, troppo, per conoscerla la notte.
Certo non tutte le canzoni stringevano momenti di allegria e leggerezza, naturalmente. Anche nella loro malinconie o tristezza era bello ritrovarle. Molte di loro si sono rivelate premonitrici. Quasi volessero farci capire che poteva, che qualcosa sarebbe successo. Forse non abbiamo dato a loro retta. E’ strano trovarci ancora a cantare Ciao amore ciao pensando alla triste sorte di Luigi Tenco. Il mio non era quel viaggio. Era un viaggio. Sempre un viaggio. A guardare bene per molti versi simile. Non sarei tornato, non per noi. Andavo in un altro mondo. Non sarei tornato nello stesso. Ma tutto questo era solo dietro le spalle. Ce n’eravamo già liberati. Non serviva pensarci. Era tornato il nostro anno. Semplicemente. Era il… beat [The beat goes on (Sonny & Cher)]. Era già l’impegno. Era la pace. Era il sogno. Era la strada. Insomma…. Che ne so? Tutto torna e si confonde. Era tornato qualcosa. E una sorta di smania dentro. E la voglia di tornare a sognare. Ed era tornata Lei per me. Ed io forse non me n’ero mai andato. O almeno non avrei mai voluto farlo e averlo fatto.
Naturalmente non posto ancora una volta quella canzone, la nostra. Dovrei? Ne ho riempito le scatole a chi ci ascolta, che magari nemmeno la ama. Noi ce la teniamo; stretta. Noi ce la siamo portata dietro. Sulla voce di Patty ci siamo ritrovati a ballare con gli occhi gonfi di lacrime. E’ stato come se quelle note ci restituissero la stessa paura di perderci che avevamo provato quella domenica. Quella canzone non ci aveva mai lasciato. Io non sapevo di Lei e Lei di me. A perderci, allora, c’eravamo riusciti. Con molta fatica ma c’eravamo riusciti. Certo non ne conoscevamo il prezzo. Non lo sapevamo prima. L’abbiamo elaborato lungo tutti questi anni. Oggi lo sappiamo. Allora credevamo di avere tutto davanti: una vita, un futuro, i sogni e le illusione. Credevamo di esserne padroni e padroni del mondo. E’ sempre così a quell’età. Vai e non sai nemmeno dove e perché. Ma tutto questo l’abbiamo detto fino alla noia. Per favore perdonateci e non ascoltateci. Bisogna imparare ad affrontare anche quello che non ci fa bene sentire [La donna dell’amico mio (Roberto Carlos)] Ma nemmeno è necessario. La vita vive ugualmente. Ma tutto fa parte di noi.
Annastella nel momento ha detto che le sembra di passeggiare attorno ad un Juke-box. Ve le ricordate quelle macchine, un incrocio tra un frigo e un videogame, che riempivano le nostri estati e i bar di musica? Preferivamo quelle in italiano, di canzoni, più facili da cantare per noi. In inglese qualche verso e molti mugugni su un’aria che cercava di somigliare all’originale o a come le ricordavamo. Tornavano così come loro volevano. Anche un poco disordinate. E allora mando gli ultimo pezzi in ordine sparso: [Put Spell On You (Alan Price), Sunny afternoon (Lovin’ Spoonful), Stasera mi butto (Rocky Roberts), Chain of fools (Aretha Franklin)]. Proprio come un juke-box. Ultimi perché le dita sono stanche. Ed è finito lo spazio. E la pazienza. Mentre noi continuiamo a cantare. E le canteremo sempre, quelle canzoni. E le altre che non hanno trovato spazio. Qui e nella testimonianza di questo frettoloso momento. Lei ha più memoria. Io sono stato meno distratto, cioè né ho viste (cioè sentite) di più. Non ne ho dimenticata nemmeno una. Semplicemente le parole tardano a soccorrere la memoria. Vorrei chiudere con una canzone d’amore: Dite a Laura che l’amo (Michele). Anche se Lei non si è mai chiamata Laura. E’ solo perché non è stata ancora scritta una canzone d’amore col suo nome. E dire una cosa che ho pensato solo ora anche se avrei avuto tutto il tempo di farlo prima: è bello accorgersi che Lei è stata, ed è, anche la mia migliore amica.Una figlia dei fiori

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Senza voler assolutamente aprire una polemica tra l’analogico e il digitale, per quelli che come me avevano vent’anni nel sessantotto o (per altri) giù di lì, almeno per quanto riguarda la musica, credo abbiano assistito a ben altre rivoluzioni. Ancora bambino tenevo l’orecchio rapito attaccato alla radio. Poi appena ragazzino ho subito il fascino della prima televisione e la musica era quella che mandavano per Sanremo. In seguito i rudimentali giradischi e con i primi soldi a comprare i 45 gg. con quella che era finalmente la “nostra musica” e, di corsa a casa, ad ascoltarla fino allo sfinimento e a consumare il vinile.

autore Mario DG

Erano le estati dei jukebox. Verso l’imbrunire, sulle mitiche spiagge dell’Excelsior, del Des Bains, etc., in riva al mare, suonavano dal vivo le orchestrine, pardon: i complessi. Quella estate si esibiva con tepido successo il gruppo sconosciuto di Mino Reitano con i suoi fratelli, ma questa è un’altra storia; questa è solo la mia storia.
Dopo l’invasione dei primi complessi dall’Inghilterra e dall’America il ’66 da alla luce tre dischi da tutti considerati fondamentali: Pet sound dei Beach boys (in realtà è il parto unicamente di Brian Wilson), Aftermath dei Roling stones e Revolver dei Beatles. Così raccontano i cronachisti che si credono storici. Veramente in quell’anno escono anche altri dischi importanti come Blonde on blonde (la fine del trittico che chiude la svolta elettrica di Bob Dylan) e Freak out dei Mothers of invention di Frank Zappa.
Parliamo ancora di vinile, del mitico vinile. Il 45 gg., che ha anche limiti per la durata dei brani, inizia ad andare stretto e la musica si comincia a consumare a 33 gg. cioè su LP (il padellone). Verranno poi il Cd e il DVD e pertanto il digitale che renderanno le registrazioni teoricamente più fredde e forse asettiche, ma permetteranno il salvataggio e il recupero di tanto materiale e una conservazione destinata a durare.
Non si ascolta più solo la canzone o il suo lato B. E non credo ci sia qualcosa di nostalgico nel mio modo di ricordare; è solo che rintraccio ciò che ero e che ricordo, o solo qualcosa di me e di chi mi stava accanto.
Preferisco fermarmi prima e non intrappolarmi a parlare della musica usata per altri usi. Infondo trovo, per esempio, che i video-clips distraggano dall’ascolto e siano un’altra cosa, ma forse è solo perché anch’io sto invecchiando. Ma non invecchia quella musica, non al mio stesso ritmo almeno, anche se alcune cose magari si pensano poi solo dopo.
Quella di cui stiamo parlando è quasi esclusivamente una musica che canta e deve molto alla musica nera. Molti dei suoi protagonisti inglesi vi attingono a piene mani e si sono formati alla scuola dei Blues Incorporated di Alexis Korner o con John Mayall e i suoi BluesBrakers. Quella musica, nera, che non veicolava mai temi sociali o politici, l’unico testo di impegno che solitamente si menziona è quella Strange Fruits che Billy Holiday eseguì per la prima volta nel nightclub Café Society di New York nel 1939 [Billie Holiday (pseudonimo di Eleanor Fagan Gough, nota come Lady Day; Philadelphia, 7 aprile 1915 – New York, 17 luglio 1959) è stata una cantante statunitense, fra le più grandi di tutti i tempi nei generi jazz e blues].
Abbiamo scelto un brano classico di Blues urbano reso famoso da molti interpreti, non ultimi gli stessi Rolling stones, che lo incisero agli inizi della loro carriera: The Red Rooster. Noi abbiamo preferito la registrazione “colorata” che ne aveva dato nel 1961 Chester Arthur Burnett in arte Howlin’ Wolf.


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Se vi siete distratti… Finalmente una buona notizia che ci viene dalla Germania. Pare che sia, con soddisfazione, iniziata la produzione de Le bombe che uccidono senza inquinare. Parliamo qui di: Eco-bombs, la cinica definizione dell’Università di Monaco. Con sostanze alternative a tritolo e ciclonite potranno ammazzare in modo “pulito” [di G. CAPPOZZO][1].

Niente a che vedere con le famose bombe intelligenti. In questo caso magari sono anche stupide ma la grande novità, segno di civiltà, è che sono costruite con materiali del tutto naturali e sicuramente (è garantito) non inquinano. In questo caso si è ricorsi all’uso del tetrazolio cioè un composto già usato addirittura in campo farmaceutico, questo va detto a garanzia del prodotto. Non si è ancora deciso dove effettuare le prime sperimentazioni sul campo, ma gli esperti assicurano che si può esserci certi che non si avranno reclami, di qualità, da parte dei consumatori compresi nelle zone comprese negli obiettivi.

Purtroppo non ho più “L’uomo che sa” come la cantava Rudi Assuntino e sono costretto a metterla nella versione originale interpretata dallo stesso autore Bob Dylan: Marter of war

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Masterofwar.mp3”%5D

PADRONI DELLA GUERRATradotta da Fernanda Pivano versione Rudi Assuntino su testo di Laura Grimaldi
Venite padroni della guerra
voi che costruite i grossi cannoni
voi che costruite gli aeroplani di morte
voi che costruite tutte le bombe
voi che vi nascondete dietro i muri
voi che vi nascondete dietro le scrivanie
voglio solo che sappiate
che posso vedere attraverso le vostre maschereVoi che non avete mai fatto nulla
se non costruire per distruggere
voi giocate con il mio mondo
come se fosse il vostro piccolo giocattolo
voi mettete un fucile nella mia mano
e vi nascondete dai miei occhi
e vi voltate e correte lontano
quando volano le veloci pallottole

Come Giuda dei tempi antichi
voi mentite e ingannate
una guerra mondiale può essere vinta
voi volete che io creda
ma io vedo attraverso i vostri occhi
e vedo attraverso il vostro cervello
come vedo attraverso l’acqua
che scorre giù nella fogna

Voi caricate le armi
che altri dovranno sparare
e poi vi sedete e guardate
mentre il conto dei morti sale
voi vi nascondete nei vostri palazzi
mentre il sangue dei giovani
scorre dai loro corpi
e viene sepolto nel fango

Avete causato la peggior paura
che mai possa spargersi
paura di portare figli
in questo mondo
poiché minacciate il mio bambino
non nato e senza nome
voi non valete il sangue
che scorre nelle vostre vene.

Che cosa sono io per parlare quando
non è il mio turno?
Direte che sono giovane
direte che non ne so abbastanza.
Ma c’è una cosa che so
anche se sono più giovane di voi:
so che perfino Gesù
non perdonerebbe quello che fate

Voglio farvi una domanda:
il vostro denaro vale così tanto
vi comprerà il perdono
pensate che potrebbe?
Io penso che scoprirete
quando la morte esigerà il pedaggio
che tutti i soldi che avete accumulato
non serviranno a ricomprarvi l’anima

E spero che moriate
e che la vostra morte giunga presto
seguirò la vostra bara
in un pallido pomeriggio
e guarderò mentre
vi calano giù nella fossa
e starò sulla vostra tomba
finché non sarò sicuro che siate morti.

tu sei giovane ha detto
e se crescere vuoi
abbandona i tuoi giochi
e vieni con noi
sulla nuova frontiera
c’è un nemico mortal
che i tuoi sacri valori potrebbe annientar.

Mi da in mano un fucile
ma non viene con me
io mi trovo tra i morti
e mi chiedo perchè
son giovani i morti
che la guerra stroncò
son nel fango sepolti e tacere non so

son sepolti nel sangue
ed all’uomo che sa
io domando a che serve
tanta gente ammazzar
lui risponde paterno:
ubbidisci non sai
tu sei giovane uccidi così capirai

mentre urlan le bombe
io più forte urlerò
non so niente di niente
ma una cosa la so
son sicuro che Cristo
perdonar non portà
i tuoi sporchi profitti sull’umanità.

e una cosa ti dico;
col denaro che hai
il perdono da Dio
comperar non potrai
non potrai ripagare
tutto il sangue che tu
ci hai costretti a versare nel sangue quaggiù

quando tu sarai morto
a guardarti verrò
seguirò la tua bara
e ti maledirò
resterò ad aspettare
finchè sceso sarà
un gran mucchio di terra sull’uomo che sa.


[1] Vi invitiamo a leggere l’articolo di Repubblica perché i riportati progetti relativi alle produzioni belliche superano qualsiasi mia capacità di provare ad esercitare l’arte della satira o del paradosso.

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Composizione grafica di Mario DG

Partendo da un modo di fare musica che influenzerà molto anche in Italia, compresa parte della nostra musica cantautoriale più nota, un nome quasi scontato dall’Amerika per un pezzo forse un poco meno. Si accennava al nome dell’autore per l’altro inno di quella generazione e di quegli anni: The time they are a-changin’. Non è la generazione del dopoguerra, della ricostruzione; è già la generazione del boom, una generazione che guarda avanti e non sa dove e da oltre oceano arrivano i dollari, il mercato e la cultura. Bob Dylan (si dice in omaggio al poeta gallese Dylan Marlais Thomas), spinto sulla scena da un altro nome rilevante come quello di Joan Baez, preceduto da Pete Seeger e accompagnato dal più politicamente impegnato Phil Ocs (arresosi troppo presto alla vita), entra in quel movimento culturale definito della Beat Generation che gravita soprattutto attorno al Greenwich Village, il quale ha anche un’altra colonna sonora: il Bop. Ma di questo, se ci sarà tempo e spazio, ne parleremo in seguito. Tra storia e leggenda si racconta che il giovane Dylan, alias Robert Allen Zimmerman di Duluth (Minnesota), una delle tante volte che giovanissimo scappò di casa lo fece per recarsi al capezzale di Woodrow Wilson (Woody) Guthrie, padre spirituale morente di tanta musica. Il cantante di This Land is your Land è un incredibile cantore della strada che attraversò l’America della depressione, divenendo l’eroe degli hobos, per portare il suo impegno politico, sindacale e di cantante nelle fabbriche. Era uno che sulla chitarra aveva questa semplice scritta: This machine kills fascists. Senza di lui non ci sarebbe stato non solo Dylan. Dylan si fa interprete del disagio di una generazione e inanella grandi titoli già nel periodo acustico, cioè prima dell’album del 1966 Blonde on Blonde, come la più che celebre Blowin’ in the Wind, Masters of War, With God on Our Side, Mr. Tambourine Man, etc. Mia figlia invece (altra generazione) è più legata al Dylan di Desire del 1976 che lei trova tuttora molto attuale. Vi consigliamo un buon sito da cui abbiamo ricavato il testo: musicaememoria Quello scelto è un pezzo che il primo Dylan, ancora in anticamera per il successo e ancora acustico, ricava dalla tradizione popolare. Pezzo che troverà successo con altre interpretazioni come soprattutto quella degli Animals di Eric Burdon o quella della stessa sua musa Joan Baez. Si tratta di: The House Of The Rising Sun del 1962. Lo amiamo per l’intensità sofferta che la sua voce nasale da nella versione.

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