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Posts Tagged ‘caffè’

poesiaLa caffettiera
parlucchia
bisbiglia, gorgoglia
bofonchia, rumoreggia, conversa:
litania, chiacchierio, cicaleggio;
pettegola e indisponente
testarda e insistente
petulante le sue chiacchiere insegue
si lagna
arrogante /poi
recita confusa, indistinta
fischia e con voce sommessa
mormora, parlotta
brontola, borbotta
sbuffa, strepita, ruggisce
sparla. Infine
sputacchia tutt’intorno e
d’un tratto zittisce
nell’effetto sudore
sospira il suo alito /fumoso
spande il suo tepido vapore
con leggero tremore.
Quando
spengo la fiamma di sotto
e
tace,
solo diffonde il suo aroma
di caffè.

Fuori
si fa giorno
comunque.[1]


1] 8 ottobre 1985

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Mamma, povera mamma era rimasta sola, sola con me. Il babbo se n’era andato. Lei non ne vuole parlare. Non le piace farlo. Eppure tutto andava bene. Almeno fino a quando non è sparito, all’improvviso. Continuò a non sapere né dove né perché. E lei si sta smagrendo, povera mamma. Forse sono io a non essere fatto come tutti gli altri. E io non sono uno che crede alle chiacchiere. Ma ci sono cose che ti segnano dentro; per sempre. O almeno a me succede così. E così è successo. E’ da allora che non prendo più caffè. Al massimo un orzo. E che il pensiero mi torna. Mi tormenta. E mi mette in imbarazzo.
Noi si abitava ancora in quella casa al 23. Di soldi non ce n’erano molti. Cominciavamo a dover fare qualche piccolo sacrificio. Soprattutto mamma. Io a scuola cercavo di andare meglio che potevo. Insomma quelle cose di una famiglia normale. Che in questo caso non hanno nemmeno tanta importanza. Perché volevo parlare di quella mattina. Di quella precisa mattina. Di quel maledetto giorno. La signora Luciana era appena uscita. Per fare le spese. Non mi ricordò perché non fossi a scuola; maledetta quella volta. L’avevo sentita io uscire. Avevo sentito chiudersi la porta. Non ricordo nemmeno perché ci avessi fatto caso. Forse perché cominciavo a provare certe curiosità. E la signora Luciana era così diversa da mia madre che era, poveretta, così magra. E perciò il signor Ludovico doveva essere solo in casa. Forse era un sabato.
La signora Luciana e il marito stavano sullo stesso nostro pianerottolo. Se non lo spiego è difficile capire. Ecco perché sapevo tutte quelle cose. E il perché di quei rumori. E della mia attenzione per i rumori. Quei condomini, come tutti quelli di oggi, erano come alveari. E con i muri sottili come un foglio di quaderno. Si sente tutto e a volte anche troppo. Certamente in quel momento avevo lo stereo spento; altrimenti non si spiega. Dicevo che avevo sentito la signora Luciana uscire e subito dopo ho sentito uscire la mamma. Anche lei doveva aver sentito quello che avevo sentito io. Non erano passati che pochi minuti. Pensai che volesse raggiungere la signora Luciana. Che le volesse chiedere di prenderle qualcosa al mercato. Pensai a cose così. Sì! se mamma era a casa doveva essere sabato. Comunque non era di turno. E aveva suonato al campanello dei vicini. I campanelli sembrano tutti uguali. E poi quello lo sentivo bene perché la porta era proprio di fronte alla nostra: “Perché non viene a prendere un caffè”?
Lei è sempre stata gentile. E lui doveva avere accettato. E io forse ero ancora un ragazzino. Troppo ragazzino. In quell’età in cui alle cose ci devi sbattere il muso. Ricordo ancora perfettamente le sue parole. Il suo invito. Così cortese. Garbato. A bassa voce per non disturbare. Forse pensando stessi studiando. Forse perché mamma chiacchierava spesso e a lungo con la signora Luciana, ma non l’avevo mai vista parlare con lui più di qualche parola. Invece ho smesso il gioco per seguire i rumori dei passi. Ma i rumori di quei passi non portavano in cucina. Io la cucina ce l’avevo di là dal muro. Avevano percorso tutto il corridoio. Infatti la cucina era vuota. Come prevedevo. Andai fino in salotto e non ci trovai nessuno. E non avevo sentito borbottare la moka. Buttai un occhio anche in bagno anche se era una cosa stupida. Stavo per tornare nella mia cameretta. Avrei fatto meglio. Qualcosa non mi convinceva. In quella calma.
Non che sia solitamente un impiccione. Non so cosa avessi quella mattina. Non trovavo pace nel non trovare quelle risposte. Pensai che doveva essere uscita così com’era. Vestita da casa. In disordine. Vorrei saper prendermi più cura di mamma. Poi tornai a seguire silenzioso i rumori. Erano diversi e anche con una specie di risatina. La porta era chiusa. Per un attimo non riuscii a capire perché il caffè lo dovessero prendere in camera da letto. Allora avrei voluto gridarlo: “Mamma, perché”? e forse ho sbagliato a non farlo. Il fatto è anche che la curiosità mi ha spinto a sbirciare. Quel tarlo m’è rimasto in testa. Non prendo più caffè, solo qualche orzo. Bere caffè mi sembra volgare. E poi mi da ansia.

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luna, castello, uccello e personaggiNon c’è niente di meglio dopo che una buona sigaretta”. Le persone si riconoscono anche da come bevono il caffè. Ero stato a guardarla attentamente, Olga non aveva lasciato sulla tazzina la minima traccia di rossetto. Il sole la colpiva di sghimbescio senza riuscire ad infastidirla. Alice, naturalmente, stava sorseggiando svagata un the alla menta. Gabriele la guardava come vedesse una visione e versò dello zucchero sul piattino. Marcello aveva una macchina fotografica digitale nuova e non la lasciò nemmeno un attimo; il cucchiaino tintinnava senza gentilezza nella tazza. Era una regalo di Carla: Carla aveva uno dei suoi soliti piccoli malanni ed era stata aspettata per nulla. Aveva mandato un messaggio diverso per ognuno. Alessia non riusciva a stare ferma per ricordare a tutti ogni sua grazia e teneva il mignolo teso e il naso all’insù. Non ne aveva molto di seno ma non era un mistero per nessuno. Gli angoli della bocca di Giuseppa erano rivolti in giù e anche quel caffè sembrava avere un sapore terribile. Flavia era in ansia per presentare alla compagnia il suo nuovo; l’ultimo. Diede di gomito alla vicina. Lui portava gli occhiali e tutti si aspettavano qualcosa di intelligente, ma era solo una questione di vista. Tutti ancora si chiedono il perché del gesto di Isabella.

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tazzina di caffèEgregio signor autore. Con questa mia la prego umilmente di limitarsi e tenere a freno le sue fantasie stilistiche attenendosi il più scrupolosamente possibile ad una costruzione corretta delle frasi (soggetto, predicato verbale, complemento oggetto, eventuali altri complementi), il che renderebbe di più semplice lettura i periodi e l’intero testo, ma soprattutto di essere più aderente ai fatti. Io non so se spedirò mai questa mia. Fatti, appunto: quel mattino era un freddo particolare e stava finendo la legna. Io me ne stavo sotto le coperte impigrita in quel tepore e con nessuna voglia di alzarmi per accendere la stufa. Anche, perché no, salvaguardando la sua semplice banalità. La giornata fuori metteva malinconia. Sono andata al bagno perché non ne potevo fare a meno e il freddo mi era entrato dentro. Così, tornando, sono scivolata sotto le coperte semplicemente alla ricerca di quel calore. (Le cose vanno perché debbono andare). Era come uno scherzo anche nei reciproci sorrisi. Erano solo coccole, innocenti coccole, ma si fa presto a scaldarsi in due e anche il pigiama faceva caldo. Il mio pigiama di pile con gli orsetti. Senza pensarci l’ho tolto e sono tornata a rifugiarmi in quel tenero abbraccio. Il pudore mi vieta di andare oltre come farebbe certamente il suo amore per il pettegolezzo ma non c’era nessuna malizia; almeno nelle mie intenzioni. Il male, semmai, viene dopo. Forse fu il suo troppo entusiasmo a svegliare Gianferdinando. Ora come ora non saprei proprio cosa dire. Se non si fosse destato non sarebbe successo niente e invece, ormai, è successo. Ora che hanno portato la legna mi sento più sicura e non succede tutti i giorni di svegliarsi in un mattino in cui fa un freddo così particolare. Dico solo che non è una buona ragione per andarsene e che non è nemmeno una scusa sufficiente per portarmi il caffè a letto.

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Questa è una storia vera, potrei giurarlo sui figli di Armando che ne ha cinque. Pioggia o meno esco di casa per lusingare il lupo solitario che vive a casa mia. Mi reco alla solita caffetteria perché sono solito farlo pressoché da sempre. Entro e dietro un leggio una bionda anonima legge con voce di pochi colori, che si sofferma, pezzi brevi di prosa a poche persone che vorrebbero solo gustarsi un caffè. Certuni cercano almeno di darsi un tono. L’ascolta anche l’assessora con un sorriso soddisfatto che la fa sembrare persino più donna. Lei non mi vede né io la vedo. Non debbo nemmeno passare l’ordinazione perché ormai mi conoscono. C’è un che di imbarazzo in ogni persona e ogn’uno crede di dover dire sottovoce. Dal banco mi allungano la tazza, la pastarella e uno sguardo che pare spiegare “Porta pazienza“. E’ un’iniziativa, forse, meritoria. Metto solo un cucchiaino di zucchero ma il caffè è troppo dolce. Avrei preferito incontrare Annastella ma solo un pazzo può uscire con un tempo simile e mi preparo a tornare. I piccoli paesi di provincia sono sempre più colmi di insidie e pericoli.

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CARTE: Analisi di un omicidio (33*48) 6 giugno 2010Sembrava che per nessuno importasse. Era entrato al bar e anche lì erano cinesi. Ancora cinesi che tra loro parlavano cinese, una lingua disegnata, e capivano a malapena poche parole di italiano. Possibile che solo loro sapessero fare il caffè? C’era anche qualche suono melodioso nella loro lingua. Forse fu questo ad irritarlo maggiormente. O il fatto che facessero così in fretta a dire “Ciao”. Qualcuna si poteva definire carina perché per lo più erano cinesi donne quelle che servivano dietro il banco. Si assomigliavano un poco tutte ma vedeva che erano tante e sempre diverse. Scelse quella alta e gentile senza gli occhiali, ma fu una scelta senza particolari preferenze. Si informò e gli disse che dormivano in una stanza sopra. Aspettò paziente il buio; unica arma la speranza. Uscì perché aveva vent’anni; un’altra età forse le avrebbe salvato la vita. Nemmeno lo senti avvicinarsi. Dove aveva trovato tanta rabbia? Forse perché l’ennesimo editore aveva rifiutato per l’ennesima volta l’ennesima stesura dell’ennesima ultima bozza? Nessuno leggeva più le parole di carta ma era certo che fosse buona. Era certo che non fosse solo quello. Non lo voleva credere. C’è gente che ama e gente che odia; non sapeva fare né l’uno né l’altro ed è amaro restar fuori. Poi pensò che faceva poca differenza perché loro erano milioni; nessuna tranne che per chi la stava aspettando. Lo stronzo poteva essere anche uno di noi.

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Tutte le mattine, da vent’anni, si alzava facendo piano, scendeva in cucina e, con le imposte ancora chiuse, preparava il caffè e glielo portava a letto. Due zollette di zucchero e una lacrima di latte. Magari un grazie le avrebbe fatto piacere ma aveva smesso di aspettarlo. Provvedeva poi, mentre lui fumava la prima sigaretta, ad aprire da per tutto e a pettinarsi per finire di prepararsi dopo che lui era uscito per recarsi al lavoro. Solo allora, quando restava sola, poteva dedicarsi il proprio tempo e finire di truccarsi e scegliere l’abito da mettere per quel giorno. In fine finiva di riordinare la casa e usciva in tempo per le prime compere quando ancora non trovava affollamento nei negozi. Era così che cominciava ogni sua giornata con quelle cadenze sempre uguali. E sempre uguale finiva nell’attesa di un gesto di tenerezza quando lui tornava immancabilmente stanco. Anche quella mattina era salita puntuale con la tazza di caffè fumante, ma lui non aveva fatto caso che era già pronta per uscire. Infatti dopo scese e prese la valigia che aveva preparato dalla sera, quando lui già dormiva, e si chiuse la porta dietro le spalle dando inavvertitamente anche un giro di chiavi. Ci pensò che era ormai in taxi; alzò le spalle e infilò il cellulare nella fessura del sedile.

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