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Posts Tagged ‘campanilismo’

L_amante venezianoVenezia è una città ben strana. È nata strana e strana è rimasta. Sarò anche un pazzo, ma sono un pazzo veneziano. Forse è l’odore dell’acqua dei canali. Le sue maree alte. Forse frastornati dalle troppe lingue che affollano le calli. Forse il rimorso degli abrei. Forse il gran da fare dei colombi che tubano garruli. Forse è perché non è mai cambiata e il passato qui vive ancora. Forse perché niente è uguale a qualsiasi altro posto. E a chi non ci abita è come se i suoi abitanti camminassero sull’acqua. Come tanti Gesù. Forse per il peso della storia. Baluardo della cristianità contro gli infedeli, ma mai schiava di Roma. Basta ricordare la storia che lega la città indomita e mai serva alla figura del colto veneziano Giacomo Girolamo Casanova di cui Roma esigeva la testa.
Venezia: meraviglia dell’occidente e porta dell’oriente. Sulle palafitte, dove gli altri non son riusciti a fare che capanne, i nostri vecchi hanno innalzato palazzi e chiese. Quei bei palazzi pieni di marmi bianchi e quelle chiese invidiate in tutto il mondo. Come quella della salute, innalzata a una madonna nera che ci ha salvati dalla peste, che pare agli ignoranti una moschea. Ignoranti e cafoni: chi credono che abbia insegnato a quelli che allora erano gli ottomani a fare le loro sedi di preghiera? Ma a Lepanto gli abbiamo dato una lezione che non si dimentica. Correva il giorno 7 ottobre dell’anno santo 1571[1]. E poi siamo andati anche a riprenderci il nostro San Marco.
E assieme alle chiese e ai palazzi, quei vecchi, hanno costruito una città intera. Sull’acqua e sulla melma. Hanno iniziato la nostra serenissima città da Rialto, che così si chiama perché appunto sul rio la riva era alta. Perché lì è nato, ed è sopravvissuto fino a giorni nostri, il famoso mercato. I veneziani sono sempre stati grandi commerciati e non meno furfanti, se è vero, come dice una nostra canzone dialettale, che marmi e ori sono solo prede rubate ai greci e ai mori. E a Rialto hanno costruito un ponte unico al mondo, che hanno cercato di copiare malamente i fiorentini. Un ponte, il nostro, anch’esso di marmo, che tutti allora avevano detto che non sarebbe sopravvissuto un giorno. Sopravvivrà anche al giudizio universale, questo è certo.
Come dicevo una strana citta la nostra. E… che ne so, forse lo siamo anche noi, un poco strambi. Da sempre abituati ad avere foresti tra i piedi. A dare, con quattro parole, o solo con le mani, un minimo d’indicazioni. Mentre l’amministrazione si fa covo di ladri e di rapinatori. E quella gente che viene da tutto il mondo non lo sa, e ci guarda come si guardano i tipi singolari. Non è vero che camminiamo sull’acqua e ne restano sorpresi. Non è vero che abbiamo le branchie, ma questo forse già lo sospettavano. Non c’è una lingua migliore del nostro dialetto per farci capire da tutto il mondo. La bestemmia è, ostia, che è il mondo a non voler capire.
Solo che loro credono di essere in un film dove noi siamo stati presi come comparse. È un mercoledì quattordici e il cielo è cupo. E fa anche due gocce di pioggia. Solo una rapida pisciatina. E io me ne sto tranquillo alla finestra a farmi una cicca. Passa una tipa per il viale dell’albergo. La noto appena. Cappelli raccolti in trecce sopra la testa. Vestito elastico e lucido che la fascia tutta e credo non le lasci spazio per respirare, color acqua marina, molto scollato. Tacchi alti e gambe lunghe. Trascina un borsone con disegni di carte geografiche e una valigia rossa con le rotelline.
Lei torna indietro e mi fa dei cenni. La osservo meglio. Non capisco. Poi credo di riuscire a interpretare i suoi gesti. Muove le labbra ma non la posso sentire. Da lontano, con le mani, mi chiede se mi può fotografare. Io scuoto la testa appena infastidito. Poi ci ripenso e le grido: Solo se me la fai vedere. Lei mi fa un cenno entusiasta di sì. Fruga nel trolley, getto la cicca, e lei scatta la mia finestra. Come dicevo ci prendono tutti per comparse. Naturalmente scherzavo, con l’amore per la burla di noi veneziani, ma non mi va di essere imbrogliato. Col palmo le faccio segno di aspettare. Ancora una volta con cenno entusiasta mi ripete un sì con la testa.
Mi dò una pettinata e scendo. Così come sono, ancora vestito da casa, e in ciabatte. Lei è lì che sembra aspettarmi. Cazzo! è spagnola e, ostia, il nostro dialetto non le è del tutto ostico. Provo vergogna, temo mi abbia capito. Dovevo aspettarmi una qualche sorpresa dal vestito che indossava. Si china per fotografarmi e capisco che ha capito. Prendo il cellulare e scatto anch’io. Lei sembra solo divertita. A raccontarla non mi crederà nessuno. Sicuramente è tutta matta. E pazza scatenata, certo diventa matta per quello che le mostro; il capitone in cambio della sua gentilezza. Fa un gridolino di stupore e di entusiasmo. Ha fretta e mi prende bene le misure, in quell’albergo che deve avere, ostia, almeno settantasette stelle.
Parlare si è parlato poco, ma quel poco bastava per capirci del necessario. In fondo le mani servono anche più delle parole. In fondo lo spagnolo altro non è che un dialetto dell’antico veneziano. Voleva portarmi subito con sé a Barcellona. Dove ha tutto un castello tutto suo a Disneyland. Ora sto scrivendo da Formentera. Certo il mare è più bello che da noi. Del nostro mare che non è nemmeno un vero mare. Ma non hanno il Lido. E io torno spesso a Venezia. La mia città la porto sempre nel cuore. E poi è una città dove non ti puoi mai annoiare. Se non amassi Dolores avrei un solo amore.

N.B. per non incorrere nelle ire di Facebook è stata sostituita la foto come da racconto.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Lepanto

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