Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Canzone dell’amore perduto’

I due protagonisti della vicenda sono un uomo ed una donna, approssimativamente una coppia. Entrano in scena e l’eco dei loro passi sul tavolato tradisce il carattere di rappresentazione. In platea si interrompe il chiacchiericcio, si fa silenzio. L’attenzione va ai due che si studiano, alla luce che li mette in mostra, che ne sottolinea il minimo gesto, le espressioni.
Il povero autore ha cercato di rendere i dialoghi credibili; se non veri almeno verosimili. La cosa non si è mostrata completamente agevole. La comunicazione orale fa poca attenzione alla grammatica; incespica, usa termini gergali, sbaglia. L’esigenza di parole e suoni, la fobia di una disputa porta i dialoganti, più che altro duellanti, ad interrompersi l’un l’altro. E’ soprattutto l’uomo ad avvalersene. Per minore pazienza. Per maggiore arroganza. Non sta a queste pagine cercare una verità non sempre rintracciabile. E poi hanno l’ambizione di entrare nella parte. Di trasmettere emozioni. E da lì che si preannuncia il dramma. Non era questo che voleva.
Si può persino supporre che ormai sia nelle dispute che trovano più passione. O che si trovi solo lì la passione. I nostri protagonisti infatti non sono più ragazzi. Stanno assieme da tempo, tanto che quel tempo li ha stancati. Si guardano con sospetto prima ancora che cominci la disputa. Il pubblico si divide a metà; come sempre. Chi fa il tifo per lei. Chi per l’uomo. Solo le ragioni distinguono uno dall’altro. Ma sulle ragioni è meglio soprassedere. Scopriremmo che qualcuno lo fa solo perché lei, sotto l’occhio di bue, sul palco, sembra certamente bella. O perché lui è lui cioè un marito. E un marito ha pure dei diritti. Cioè per futili motivi. E poi le donne debbono imparare a stare al loro posto. Nel contempo lui ha tuffato l’attenzione dentro il giornale. C’è forse un’offesa maggiore?
L’attore appese il cappello all’attaccapanni. Lei si sistema una calza. La platea è in visibilio. E’ chiaro che lei pensa ad un altro. Che ha un altro. Che vuole rovinare la vita al pover’uomo. La moglie in prima fila pianta il gomito nel fianco del compagno. Da dietro rimbomba un colpo di tosse. Fuori dalle finestre del palco scoppia un temporale. Le disgrazie non vengono mai da sole. La radio è una radio di guerra. Vecchio modello e vecchi stridii di voci del passato.
Quell’attore è un cane. Suona tutto falso nella sua voce. Lei, invece, sembra comprendere completamente la parte. Avere quella pazienza stanca è provata. Sa cosa vorrebbe il pubblico. Per quello un po’ di pepe non le parrebbe inopportuno. In fondo un centimetro di pelle in più o in meno non ha mai fatto del male a nessuno. Povero illuso. Ed è come se conoscesse perfettamente l’argomento. E forse è proprio perché l’ha vissuto e lo sta vivendo. E’ sempre così. Fuori dal palco nulla finisce, e la rappresentazione continua. Forse quella disputa non è mai finita, e non c’è rappresentazione che la contenga. Forse stanno continuando un argomento spuntato dal nulla già durante la colazione; chi può dirlo. L’unico spettacolo che non si chiude con la parola fine è la vita. Persino quando una persona viene a mancare lo fa a metà di una frase, nel bel mezzo di un gesto, lasciando un sacco di cose e di parole a metà; in sospeso. Sarebbe troppo facile. Piomba il silenzio.
Mai più marito e moglie a interpretare un marito e una moglie. Lui fa a brandelli il giornale. Lei gli confessa un tradimento. Gli rinfaccia cose irripetibili. Sbatte un piatto vuoto sulla tavola. Finalmente è riuscita a lasciarlo esterrefatto. La luna spegne la giornata sul fondo, dietro quell’unica finestra. Si ode un guaito. Forse nelle sue corde viene più naturale una storia d’amore. Un pizzico di romanticismo. Ma l’autore si reputa una persona impegnata. E per questo verga il suo biglietto col sangue delle proprie vene.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: