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Posts Tagged ‘canzoni’

Ogni persona, quando sale in macchina, a seconda dell’altezza, delle gambe, del sedile, di tanti fattori compresa l’abitudine e le preferenze personali, sistema lo specchietto. Io non sono diverso da qualsiasi altro guidatore e come tutti mi dà un gran fastidio che mi spostino lo specchietto, non lo devono toccare. La mia coupé poi ha uno specchietto panoramico ma sensibile, sembra un quarantadue pollici e conosce la mano del padrone. Non fosse la cosa più banale e nota del mondo lei monta e gira lo specchietto e si sistema il trucco. Quando glielo rimarco lei sorride e mi dà uno di quei scusa che si danno senza nemmeno ascoltare, senza vera partecipazione, leggero come un soffio; sembra anzi gentile ma leggermente piccata come fossi uno scocciatore. Certo: il vizio è donna. Per queste cose io posso perdere il lume della ragione. Lo rimetto al suo posto. Metto la cintura. La prego di metterla anche lei e ingrano la prima. Usciamo dal parcheggio e mi avvio in quello che dovrebbe essere un bel fine settimana.
Cerco di ritrovare la calma e guardo fisso la strada sperando che sia solo un episodio. Ho sempre avuto la convinzione che quando una cosa comincia male non c’è verso di riportarla poi ad un soddisfacente assetto. Anche la radio va e viene ed è un brutto ascoltare. Eppure lei non è male e potrebbe diventare una storia importante; forse la storia. Il rapporto è promettente e sembra una che non ci pensa su due volte; almeno questa è stata fin da subito la prima impressione. Forse non la primissima. Quella prima volta al bar pareva starsene sulle sue. Si guardava intorno con aria annoiata a da schifo come se aspettasse già qualcuno e non fosse interessata ad altro. E guardava come se non le garbasse nessuno di quelli che entravano. Stavo per rinunciare ma il tempo passava, lei non si muoveva e continuavo ad osservarla senza che lei mostrasse evidente fastidio, certo fingeva di ignorarmi. Quando gliel’ho chiesto, se aspettava qualche persona, mi ha risposto distratta: “Siediti pure”. Poi ha accettato che le offrissi un gin tonic e alla fine mi ha fatto insistere ma poi me l’ha dato il suo numero di cellulare. Solitamente so annusare le prede ma con lei è stato diverso. Non era certo solo che era proprio questo che mi aveva colpito e che mi ha spinto ad insistere.
Ho fatto i salti mortali per trovare una scusa con Ramona che fosse plausibile per allontanarmi questo agognato Weekend senza destarle sospetti. Lei, Pamela, non mi ha mai chiesto nulla davanti alla mia evidente mancanza di tempo. Alle mie scuse per vederci. Alla mia fretta agli appuntamenti. Al mio dover scappare sempre sul più bello. Non ha mai mostrato fastidio. Anche se non porto la fede deve aver capito che devo aver qualcuno. A dire la verità nemmeno io le ho mai chiesto se c’era qualcun altro, né cosa faceva quel giorno tutta sola al bar, chi o cosa stesse aspettando. Mi sembra strano per una donna come lei, ma le cose della vita sono sovente ben strane. Forse una storia appena finita?
Insomma la cosa tra noi ha continuato, per quel poco, con più bassi che alti, come due fidanzatini che non hanno ancora trovato il coraggio. Baci sulla guancia e cose così, sempre in pubblico. Poco di più quando l’accompagno in macchina fin sotto casa. Non ho nemmeno mai avuto il tempo di salire. Il tempo per me è prezioso e sta diventando un delirio tra lavoro e casa. E lei non mi ha mai chiesto di più, né mostrato insoddisfazione o irritazione per i miei saluti frettolosi. Quando sono riuscito a combinare e le ho proposto due giorni assieme, solo noi due, è subito sembrata entusiasta. Ha detto di sì all’istante e mi ha chiesto solo cosa si doveva portare. Lì ho fatto il mio capolavoro, le ho detto che bastavano due gocce di Chanel 5.
Ha riso senza alcun commento. Pareva che la cosa la divertisse e che fosse ovvia. Onestamente non so se quello che indossa è proprio due gocce di Chanel 5. Non so se è Chanel, se è il cinque, e non sono certo due gocce. Non è che ne capisca molto di profumi da donna, so solo che il suo è abbastanza invadente, comunque si è presentata all’appuntamento puntuale e tutta in tiro. Scarpe a punta con tacco altissimo, gomma melangiata corta ma non troppo, maglietta vedi e non vedi e anche disegna, e una piccola sacca che oltre ai trucchi non dovrebbe poter contenere molto di più che un paio di mutandine. Forse la boccetta con altre due gocce di Chanel 5. Quando le ho detto che saremmo andati fino a Portonovo ho dovuto aspettare che prendesse l’acqua e due altre cose per il viaggio ed eccoci qui, in marcia. Mi accorgo solo ora di conoscere poco i suoi gusti e di non aver molti argomenti di conversazione. Faccio molta attenzione alla strada e alle indicazioni del tomtom. Lei mi sorride ed io stacco solo furtivamente e rapidamente gli occhi dal volante, a queste andature meglio non accettare distrazioni. Basta un attimo. Spero di non incappare in qualche maledetta macchinetta per il controllo della velocità. Una multa sarebbe veramente un grande impiccio. Preferisco cercare di non pensarci.
Lei mi chiede se posso abbassare un po’ l’aria condizionata, si risistema i capelli e si scusa di non essere di grande compagnia. E’ che non ha dormito molto, dice, forse a causa dell’emozione. E dell’orario di partenza piuttosto mattiniero per lei. Concludo che ha belle gambe. Mi piacciono le donne con gambe come le sue, gambe che sembrano gambe. E mi piacciono le gambe con i tacchi alti, indubbiamente rendono snella la caviglia e la slanciano. Non amo fare delle graduatorie ma questa volta ho scelto bene. Per un attimo mi sfiora la mano mentre cambio. Mi chiede di parlarle di me, intanto per ammazzare l’attesa e così continuare a conoscersi meglio. Provo a parlarle del mio lavoro, molto sinteticamente, sembra interessata. Imbastisco un paio di storie che non mi riescono molto bene né naturali. Non è di gusti difficili. E’ disposta a credere ad ogni cosa. Mi confessa di non essere contenta del suo lavoro e di non trovare nulla per mettere a frutto i suoi studi in ingegneria. E di essersi sentita poche volte così bene. Mi offro di aiutarla. A sentire lei pare che le infonda fiducia, e di quella ne aveva bisogno.
Poi fa qualcosa che non mi aspetto, ride e mi dice lascia fare a me. Mi passa una mano dietro la spalla e mi tocca. Io preferisco che mi lascino tranquillo quando guido e mi trovo leggermente impacciato. Forse se ne accorge o forse no, comunque non sembra darci peso né importanza. Mi schiocca un bacio sulla guancia e ci lascia il suo rossetto. Mi sussurra all’orecchio che non vorrebbe rovinare tutto. Che non vorrebbe che la festa finisse prima di cominciare; questa cosa, detta da lei, non mi sembra troppo carina. Che devo scusare la sua impazienza. Mi chiede se voglio sentire ma le spiego paziente che sto guidando. Dice ancora che questo è solo l’inizio. Che lei è una che mantiene le promesse ed era solo per dirmi quello. Che vedrò. Che è brava. Che saprà farmi felice. Felice e soddisfatto –dice; con un’aria compiaciuta e malandrina.
La sua voce e i suoi occhi sono pieni di promesse e di malizia. Sono tentato di fermare la macchina subito e non sto più in me ma purtroppo, se vogliamo arrivare, la strada è ancora lunga. Rallento per godere un attimo di quel sorriso. Mi spiega che anche per lei non è facile ma che devo aver pazienza. Che dopo sarà ancora più bello, e che potremmo stare comodi: “Prova a pensare a quello”. Le sue parole mi riecheggiano a lungo mentre cerco di scordare la sua mano e il soffio del suo sussurrarmi nell’orecchio; e cambia discorso. Mi chiede se veramente penso di poterle essere utile e mi ringrazia anticipatamente della mia cortesia. Mi spiega che un minimo di esperienza l’ha fatta, che è stata l’amica di un grande architetto, e che si è laureata bene. Mi parla della sua casa e mi chiede quando potrà farmela vedere. Mi dice che ama i quadri e i libri, che ne ha la casa piena. Mi chiede dei miei gusti; lei ama la musica barocca. Non è molto curiosa delle mie risposte e non le aspetta; le sue non sono vere e proprie domande. Lo dice anche che è per famigliarizzare; brutto termine questo in una coppia più o meno consapevolmente clandestina. Ma il vocabolario della lingua è quello che è e le perdono queste piccoli cadute di gusto.
Chiude gli occhi e per un po’ si lascia cullare dai suoi segreti. Faccio quei chilometri in santa pace. Ho pensato troppo ai miei timori. Dovevo trovare un posto a due passi da casa. Magari vederci direttamente lì. Sarebbe stato più comodo e anche più sicuro. Persino più economico, ma non è la cosa che vado a pensare. Non mi sembrava carino, soprattutto per una prima. Volevo mostrarmi premuroso e garbato. Fare impressione su di lei. Non lasciarle dubbi e darmi certezze. Andare sul sicuro. Non rischiare nulla per il mio weekend. Insomma mi ero preoccupato fin troppo. Ma come fai a proporre a una che conosci così poco: Ci vediamo direttamente in una camera d’albergo. Quando lei non ha ancora mostrato la giusta attenzione e predisposizione nei tuoi confronti. Ora sì, ora che la sua mano e il suo sussurrarmi all’orecchio mi hanno confermato quando speravo. Ora che tra noi si è stabilito quel feeling. Lei ora mi fissa come fossi un trofeo; soddisfatta.
Perché non mi ha guardato prima con quegli occhi? Perché ha voluto lasciarmi ancora nel dubbio? Cerchiamo un autogrill dove prendere un boccone. Ci entriamo come una vera coppia. Lei pare orgogliosa di sé e di me pavoneggiandosi e tenendomi sottobraccio. Prende una tagliata con insalata verde ma la assaggia appena. Io prendo una milanese con purè. Inondiamo tutto con abbondante pinot grigio fresco lanciandosi in numerosi brindisi. All’inizio e a quel nostro incontro, alle giornate che finalmente ci aspettano, alla nostra… lei la definisce amicizia. Il suo sorriso e i suoi sottintesi garbati lasciano intendere che anche lei si aspetta molto da questa nostra brevissima vacanza. Si augura che sia la prima di altre numerose volte. Slaccia un altro bottone della camicetta. Il reggiseno lascia trasparire quanto promette. Bada poco agli altri avventori. E’ solo per me. Mi lascia pagare senza insistere più del dovuto. Va al bagno. Vado al bagno e l’aspetto in macchina.
Sale e torna a spostare il maledetto specchietto come se lei ormai potesse tutto. Si rifà il trucco con estrema attenzione mentre io l’aspetto. Pare non importargli nulla d’altro. Rimette approssimativamente lo specchietto al suo posto. Lo risposta leggermente per pulirlo passandoci sopra una salvietta umidificata e poi un fazzolettino. Si infila in bocca una gomma alla menta, le labbra sono rosse come ciliegie. Finisce di pulirmi la guancia dal suo rossetto dopo che ho rimesso in moto. Infastidito mi ritraggo e allontano la sua mano. Si sistema il reggiseno come fosse un ammonimento per me, ride e poi fa l’offesa, lei. Volta di scatto gli occhi dall’altra parte e si tira già la gonna. Mi dice verso il finestrino che avrebbe bisogno un attimo di qualcosa che non so e che è rimasta nella sua sacca, e che non sono stato gentile con lei.
Fermo ad una piazzola di sosta. Uso la collana che porta al collo mentre lei è ancora girata dall’altra parte a fare l’offesa e poi infilo il suo corpo nel portabagagli. Controllo quel corpo e quello che mi aveva promesso ma la lascio vestita. Non saprò mai. Il mio magnifico weekend è andato a puttane e non posso nemmeno tornarmene dritto a casa. Cosa potrei raccontare a Ramona di questo mio improvviso ritorno in anticipo. La stanza è fissata e lei non mi aspetta prima di lunedì sera.

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Duro ammetterlo: io Michelino Amer, uno stupido patentato. Quella sera, naturalmente nebbia sottile e soliti neon febbricitanti, risalivo Corso Colombo quando la vedo sotto l’insegna di un cine. E’ chiedere troppo, non ricordo quello che davano. Pioveva. Quella solita pioggia sottile. L’avevo notata subito, non perché fosse una da mozzare il fiato; solo perché la dipingevano i colori di quella luce e aveva fasciate le sue abbondanze come fossero meraviglie, e comunque si poteva anche guardare. Nella circostanza la guardo e mi guarda e mi apostrofa con un “ciao! chi si rivede.” e con occhi lusingati e trasognanti da gattina. Mai vista prima, non che io ricordi. Mi pianto le mani in tasca e accendo una sigaretta e mi vergogno nella tosse; non so fumare ed è fatica fare il duro. La guardo e la squadro, ma continuo a non ricordarmi di lei. Ha un culone enorme e due gambe robuste in bilico su ridicoli tacchi infiniti e paurosamente sottili come spilli, ma io non ho niente di meglio da fare. Il fumo mi finisce negli occhi e cerco di mostrarmi interessato e interessante dalla parte del mio profilo migliore.
Finiamo davanti ad un bicchiere con oliva in un tavolo d’angolo e mentre penso che c’è cascata cerco di convincermi sulle sue qualità senza esaltanti risultati. Deve avere una decina di anni in più di quelli che cerca di propinarmi. Forse dovrei avvertirla di sistemarsi il trucco. Si stupisce del mio lavoro e mi dice meravigliata, e a suo modo meravigliosa, che neanche a farlo apposta teme che il marito la tradisca. Fa riluccicare la fede come fosse una lusinga. Né io né lei mostriamo di aver fretta. Cerca di raccontarmi tutto di sé pensando che abbiamo comunque troppo poco tempo, ma non ha l’arte della sintesi. Io parlo perché mi pesa il silenzio e quale autodifesa, e ci casco come un allocco. Difficile serbare ricordo di tutto quanto mi ha detto quella sera e in seguito. Ricordo per certo che neanche quella sera i suoi occhi non avrebbero detto niente se non avessero cercato di dire sconcezze.
Non faccio che inseguire coppie clandestine ma per lei lo faccio fuori orario e gratis perché è per un piacere. Qualche giorno in tutto, appena il tempo di mandare a memoria la foto e di prendere contatto con il maiale, che finisce sul giornale morto stecchito, più pesante per un intero caricatore di piombo sputatogli addosso in via naturalmente anonima. E’ chiaro che la vittima conosceva chi aveva fatto il lavoretto e mi ricordo di averlo solo ora di averlo già incontrato (naturalmente quand’era in vita e molto molto prima). Per quello che dicono i giornali si brancola nel buio e non c’è il minimo sospetto né per il perché né per il per cosa, e nemmeno per il chi; naturalmente. Come l’ultimo degli stupidi le porgo le mie condoglianze, ma a me non la si fa. Prima o dopo, solitamente dopo, io la preda l’annuso. C’è qualcosa che non va e io ho il brutto difetto di cercare di capire le cose.
Affronto la cosa di petto e le chiedo direttamente se lei non ne sa niente perché è un dubbio che mi si è conficcato in testa. Mi guarda sorpresa come quand’eravamo al bar e poi le scappa una risata: come posso non ricordare che quella notte stava con me? e poi le donne non sparano al marito. E poi, se ci avessi pensato bene, maialino, era nuda con niente addosso (era tornata a ridere lusingandomi) come sua madre l’aveva fatta, e non poteva andarsene certo in giro in quelle condizioni ad ammazzare la gente. Dove avrebbe potuto infilare la pistola in quello stato, senza borsetta né, naturalmente, tasche. Trovo l’ultima una osservazione banale ma non priva di una certa veridicità e le mento confermandole che no! non pensavo veramente a lei, era per dire, senza pensarci, e che invece mi ricordavo bene aggiungendo che era stato bello. Mento perché è quello che vuole sentirsi dire ma mi resta come un tarlo in testa. Mi ricordo ora che, tra le tante cose che mi aveva confessato, s’era detta sorpresa di averlo fatto perché non l’aveva mai fatto ed era convinta di non poterlo mai fare ma che, a pensarci bene, in fondo, e forse per molte poteva essere così, farlo alle spalle di un marito legalmente maritato era uno stimolo in più per farlo, o almeno rendeva la cosa più eccitante e intrigante. Certo mi aveva dette mille altre cose e mi aveva fatto complimenti che suonavano fasulli per quanto ci si volesse credere, ma sono cose che si dicono in quei momenti in cui non si bada tanto per il sottile.
Ho sette mesi per pensarci perché, con una scusa qualsiasi, per aver intralciato le indagini o qualcosa del genere, sono in questa vacanza forzata. Per ora, provvisoriamente, mi hanno anche ritirato il patentino. Ho la sensazione che sia l’inizio della fine. Eppure avevo tutto sotto controllo, lei non si sarebbe potuta allontanare, ce l’avevo tra le mani; nel vero senso del termine. E come un pirla me l’hanno ammazzato sotto il naso. Lei ha dichiarato ad un pula che se la rideva, pare distrattamente, pare senza sapere di dover almeno fingere imbarazzo, di non avermi mai e poi mai incaricato di un bel niente e che avevo fatto tutto di mia iniziativa e fantasia. Anche nei suo confronti: avevo solo equivocato. Si era trattato unicamente di un bicchierino. Poi l’alcol le aveva un po’ annebbiato il cervello. E io l’avevo tenuta in quella stanza d’albergo costringendola ai miei porci comodi; proprio così aveva detto: maiale. Mentre lei era praticamente priva di conoscenza, incapace di intendere e di volere. Lei che… aggiunse che me l’avrebbe fatta pagare, ma la cosa non ebbe seguito.
Portò il nero per trentasei ore e poi al funerale. E portò naturalmente il suo gran culo davanti a tre direttori di banca, da un notaio e da quattro assicuratori. Tutto con lo stesso vestito che indossava quella nostra prima notte. L’unico a uscirne pulito come un angioletto era stato il morto del suo consorte. Pianse anche troppo poco della sua vedovanza poi non si fece più sentire. Sette mesi e ho tutto il tempo per pensarci e a pensarci bene mi accorgo che ero con lei ma al momento dormivo un lungo sonno. Un lungo strano sonno molto poco tranquillo. E aspetto il processo standomene qua dentro. Ho ricordi confusi. Mi ero risvegliato con un gran mal di testa, ma questo vuol dire poco. Assieme demmo la causa al vino che nemmeno era troppo speciale. Disse che non lo reggevo. Dissi che l’avevo sempre retto. L’accusa è di violenza. La giustizia va avanti. L’accusa è di omicidio. Cercano di affibbiarmi un movente qualsiasi. Gelosia. Libidine. Pazzia. Interesse da rapina; in tasca aveva solo l’accendino senza più nemmeno il pacchetto delle sigarette. Mi spiace solo per quel pivello del suo avvocato con cui è scappata.

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matrioskaLui amava profondamente quella donna. Di un amore che riempiva le ore. Tutte le sue ore.
Le si fece vicino. Sentì il tepore del suo corpo. Lei dormiva serena, tranquilla, e russava. Accese la piccola luce. Aveva quel suo sorriso dolce. Si lasciava abbandonare ad un sonno rilassato. Probabilmente ad un sogno gioioso. Spense la luce e lei continuava a russare. Di rumori robusti, vari, impressionanti. Non riusciva a prendere sonno. Era inquieto. Cercò il suo seno sopra la maglietta. Temeva che anche gli altri la potessero sentire. Prese il cuscino e glielo premette sulla faccia. Con tutta la sua forza. Ostinatamente. Finché non sentì un piccolo gemito e poi solo il silenzio.
Ma lui era non uomo stupido. Al mattino non si allontanò da quella casa. Quello fu il suo sbaglio. Alice aveva una figlia: Penelope. Penelope era bella come la madre e anche di più. E aveva vent’anni. E aveva quell’allegria dolce di chi è ragazza. E ha ancora tutta la vita davanti. E sa ancora sognare. E aveva una pelle liscia e vellutata. E aveva i capelli biondi. Veramente li aveva fatti diventare biondi. E poi la vita è più bella quando vivi con una donna accanto. Quando puoi godere del tepore del suo corpo vicino, soprattutto a letto.
Con Penelope fu subito complicità, avevano deciso di nascondere il corpo della madre dietro la porcilaia. Gli era sembrata una buona idea. E poi avevano preso il suggerimento da un libro e da un film di cui non ricordava il titolo. In un qualche modo gli sembrava una cosa intelligente, ma non ne aveva parlato con lei. E tutto gli era sembrato come prima e anche meglio. Si era sentito ringiovanire. Aveva rintracciato quella passione iniziale, ancora come incontaminata, piena di entusiasmi e di stupori. Non lo avrebbe mai detto che Penelope fosse già così donna e così padrona di sé. Ma la vita non è mai avara di sorprese. Fu svegliato all’improvviso in piena notte. Vide su di sé quella ragazza in preda alla rabbia che brandiva l’attizzatoio e gli sputava in faccia la sua sentenza: “Tu… Tu… non mi hai detto che russavi”. E fu l’ultima cosa che vide.

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Foto di una strada veneziana con l'acqua alta e le persone che camminano nell'acquaOggi Venezia è così, come questa splendida malinconica poesia di Alberto D’amico (qui interpretata magistralmente dall’amica Giuseppina “Bepa” Casarin)

Cavàrte dal fredo, dall’umidità
dai muri bagnài, dal letto geà
portarte distante, fora de qua
trovarte una casa, la comodità

tre stanse col bagno e ‘l termosifòn
e tanta acqua calda, che la vien co ti vol
scaldarte i pìe, scaldarte le man
xe longo l’inverno, non basta el me fià!

Se suppia scirocco vien vanti l’istà
e fora in laguna se sente cantar
turisti va in Piassa, al Casinò
Cipriani fa schei e mi no ghe n’ho.

I vien par tre mesi a fotografar
colombi che svola, palassi sul mar
comprè cartoline, che schei no ghe n’è
turisti da culo, che schifo che fè!

Torna novembre, bate le tre
in leto strucài bevemo un brulè
xe fredo, xe acqua, xe tuto allagà
e semo più fondi de un anno fa

Sotto la tola un metro de mar
te s-ciopa la gola, te vien da sigàr
xe morta la stùa, se squagia el cartòn
ti piansi e i to oci xe un’altra aluviòn

Portarte distante, in serca del sol
ma el sangue go fiapo, el peto me dol;
novembre de bruto m’ha assassinà
e gnanca el coragio me ga salvà

San Marco e i palassi i vol salvar
però i venesiani pol anca spetàr
i salvarà i santi, la xona industrial
Valeri Manera col cardinal.

Da Ciosa a Fusina tuto va xo
portarte distante, dove, no so
in fabrica forse i me ciaparà
andaremo a Marghera, forse a Milan

E i veci no parte, i speta a morir
i mor venessiani, i mor col so vin
e vece va a messa, col sciàl e ‘l cocòn
le mor confesàe, disendo orasiòn.

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Scusa la digressione. Oggi sento intorno la guerra, a Gaza, in un mondo in sfacelo. Una guerra più o meno silenziosa. E’ per questo che voglio ricordare questo pezzo di un grandissimo cantautore non abbastanza conosciuto tratto dall’album Disimpegnate le strade dai sogni del 77. Claudio Lolli fa parte di quella schiera di artisti che ha vissuto e raccontato i drammatici e dolorosi e funesti anni settanta. Quelli che sono stati l’inizio tragico di una fine. Non voglio aggiungere altro che un augurio: “Riportate per le strade i sogni”.

Il giorno di solito comincia sporco
come l’inchiostro del nostro giornale
scritto sui bianchi muri delle prigioni della repubblica federale.
Che giorno per giorno avanzando tranquille
son quasi davanti alla tua finestra
con un corteo di stesse e scintille e i tamburini la banda l’orchestra.
Spegnete la luce pensava Ulriche
che la foresta più nera è vicina,
ma oggi la luna ha una faccia da strega
e il sole ha lasciato i suoi raggi in cantina.
Spegnete la luce pensava Ulriche
che la foresta più nera è vicina,
ma un jumbojet scrive “viva il lavoro”
col sangue, nel cielo di questa mattina.

Con un megafono su un autobus rosso
un Cristo uscito dal Circo Togni
comincia un comizio con queste parole
“disoccupate le strade, dai sogni,
disoccupate le strade dai sogni
sono ingombranti, inutili, vivi
i topi e i rifiuti siano tratti in arresto
decentreremo il formaggio e gli archivi.
Disoccupate le strade dai sogni,
per contenerli in un modo migliore,
possiamo fornirvi fotocopie d’assegno,
un portamonete, un falso diploma, una ventiquattrore.
Disoccupate le strade dai sogni,
ed arruolatevi nella polizia,
ci sarà bisogno di partecipare
ed è questo il modo
al nostro progetto di democrazia.
Disoccupate le strade dai sogni
e continuate a pagare l’affitto
ed ogni carogna che abbia altri bisogni
dalla mia immensa bontà sia trafitto.
Da oggi è vietata la masturbazione
lambro e lambrusco vestiti di nero
apriranno le liste di disoccupazione
chiudendo poi quelle del cimitero,
e poi, e poi,
poi costruiremo dei grandi ospedali,
i carabinieri saranno più buoni,
l’assistenza forzata e gratuita per tutta la vita
e un vitto migliore nelle nostre prigioni.
Disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole,
che non vi si scopra nascosti a fare l’amore
i criminali siano illuminati dal sole.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate … ”

A questo punto arriva un trombone
cammina col culo però sembra alto
intona commosso una strana canzone
il Cristo la canta e mi è addosso, in un salto.
“Disoccupate le strade dai sogni
non ci sarà posto per la fantasia
nel paradiso pulito operoso
della nostra nuova socialdemocrazia.”

A questo punto mi butto dal cielo mi butto dal letto
e do un bacio in bocca a un orribile orco
e lecco l’inchiostro, lecco l’inchiostro, del nostro giornale.

E’ vero che il giorno sapeva di sporco
E’ vero che il giorno sapeva di sporco
E’ vero che il giorno sapeva di sporco
E’ vero che il giorno sapeva di sporco

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Ancora musica anni settanta. In realtà questo disco (In the court of crimson King) dei mitici King Crimson li anticipa perché esce nel 1969. Gran disco da ascoltare tutto intero in religioso silenzio. Un disco fondamentale con alla chitarra quel gran genio e maestro di cerimonia qual è Robert Fripp. E i testi sono dell’”esterno” Pete Sinfield che ha curato inoltre un originale ed efficace spettacolo di luci. La loro è musica che influenzerà molto e che risuona anche in alcune delle cose dei nostri New Trolls. Qui mi fermo perché mica voglio fare il saputello e travestire questa semplice rubrica di ricordi e inviti in una sorta di spazio critico e saggistico. Io ho continuato in quegli anni ad ascoltare musica, come e con che soldi mica lo so. Non posso ricordarlo. Forse frutto di una rapina. Mi sono trovato una casa da riempire dei miei dischi. Ora quei dischi li ascolta e li coccola mia figlia. Ho storie e leggende sulla mia musica, ricordo di averne regalata molta per poi ricomprarla, ma, essendo di “umili origini” e di altrettanto umili e testardamente misere finanze, non ricordo con quali costi sia entrata nella mia vita. Ricordo l’amore. Ricordo i primi 45 giri. La faccia del padrone quando mi recavo nel mitico negozio di Gabbia e chiedevo assieme le cose più strane. Fece un commento sorpreso quando lo pregai di farmi ascoltare, lontano 1963, in rapida successione i Rolling, il primo Dylan e Ivan Della Mea. Capitava che li sentisse per la prima volta con me. Allora non avevo ancora scoperto, e nemmeno c’erano, i negozi di importazione. La musica aiuta a vivere e insieme diventa emozioni e ricordi, ricordi che poi ho portato con me.

The wall on which the prophets wrote
Is cracking at the seams.
Upon the instruments of death
The sunlight brightly gleams.
When every man is torn apart
With nightmares and with dreams,
Will no one lay the laurel wreath
As silence drowns the screams?

 

Between the iron gates of fate,
The seeds of time were sown,
And watered by the deeds of those
Who know and who are known;
Knowledge is a deadly friend
When no one sets the rules.
The fate of all mankind I see
Is in the hands of fools.

 

Confusion will be my epitaph.
As I crawl a cracked and broken path
If we make it we can all sit back
and laugh.
But I fear tomorrow I’ll be crying,
Yes I fear tomorrow I’ll be crying.

Il muro su cui i profeti hanno scritto
Si sta spaccando alle giunzioni
Sopra gli strumenti di morte
Brilla la luce del sole
Quando ogni uomo è fatto a pezzi
Dagli incubi e dai sogni
Deporrà qualcuno la corona d’alloro
Mentre il silenzio affoga le urla?

 

Tra i cancelli di ferro del fato
Furono piantati i semi del tempo
Ed innaffiati dalle gesta di coloro
Che conoscono e sono conosciuti
La conoscenza è un amico letale
Quando nessuno fissa le regole
Io vedo che il destino dell’interà umanità
E’ nelle mani di sciocchi.

 

La confusione sarà il mio epitaffio
Mentre striscio su un sentiero accidentato e in rovina
Se ci riusciremo potremo tutti sederci
E ridere
Ma temo che domani piangerò
Sì, temo che domani piangerò

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Ancora una canzone del periodo (1972). Ancora una canzone appartenente a quel genere, la musica progressive. Non una canzone qualsiasi ma la canzone. Il pezzo della Premiata Forneria Marconi che rese celebre il genere in italiano. Il pezzo simbolo. Un pezzo famoso e riproposto. Dove si mostra tutto il progetto. Ottimi musicisti che parteciperanno ad un famosissimo tour con Faber. Ottimi musicisti ma prima, come Quelli, pressoché sconosciuti. La musica si allarga verso un lirismo non ancora visitato. Con suoni che pretendono rispetto assoluto. Si cercano contaminazioni. Qui solitamente adotto una mia filosofia: che della musica non c’è molto da dire tranne che ascoltarla. Forse è quasi impossibile distinguere tra buona e cattiva musica. La musica deve dare emozioni. Senz’altro aggiungere spero torni ad emozionarvi e, mia cara, ad emozionarti.

Quante gocce di rugiada intorno a me
cerco il sole, ma non c’è.
Dorme ancora la campagna, forse no,
è sveglia, mi guarda, non so.
Già l’odor di terra, odor di grano
sale adagio verso me,
e la vita nel mio petto batte piano,
respiro la nebbia, penso a te.
Quanto verde tutto intorno, e ancor più in là
sembra quasi un mare d’erba,
e leggero il mio pensiero vola e va
ho quasi paura che si perda…
Un cavallo tende il collo verso il prato
resta fermo come me.
Faccio un passo, lui mi vede, è già fuggito
respiro la nebbia, penso a te.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo.
e intanto il sole tra la nebbia filtra già
il giorno come sempre sarà.

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