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Posts Tagged ‘Cappuccetto Rosso’

Non si può vivere solo di un sogno e con il senso di essere braccato. Busso. Lei dice che è sua nonna, ma non è abbastanza vecchia da sembrarlo. E non avrebbe bisogno di una nipote così per trovare chi si prende cura di lei. Cerco un rifugio dove nascondermi in quella stanza spoglia. L’armadio è fin troppo piccolo e ingombro di stracci, di vesti dai colori accecanti. Mi infilo nel letto intenzionato ad aspettarla ma lei, l’altra, la donnaccia, non vuole uscirne. Spingo e non cede. Ci stiamo stretti dentro, molto stretti, e lei si fa anche più vicina; troppo vicina. Ride perché dice che sono pieno di pelo, un vero maschio, e che i peli le fanno il solletico. Lo sapevo che non lo dovevo fare. Che era meglio me ne stessi dov’ero. Chi ha sempre vissuto nel bosco trova angusta anche in una reggia. Soffre di claustrofobia. Di mancanza di libertà. E quella era tutto tranne che una reggia. Alla donna sembrava mancarle il tempo anche per pulire.
Il letto è piccolo, si starebbe stretti comunque, ma lei ne lascia almeno metà vuota. E’ una vecchia laida non abbastanza vecchia. La voce corrente la chiama così, vecchia, o nonna, ma si potrebbe definire meglio come matura. Non è abbastanza vecchia nemmeno per sussurrare le sue fantasie all’orecchio. E’ anzi più giovane di quanto mi fosse sembrato, e avessi potuto immaginare. Per quanto mi sforzi non riesco a restare indifferente. Ha ancora una frotta di ricordi davanti agli occhi. E le mani curiose. E la pelle liscia. Mi sono messo da solo in trappola. Non era quello che volevo e che speravo. Speravo di incontrare solo lei. Frugo in certa di una giustificazione. Alla fine mi ritrovo confuso. Le mie stesse mani che vanno dove vogliono. Risolvo l’enigma se è meglio la più impaziente attesa o un confortante presente.
Contenta lei, contento io. Penso che non ho richiuso nemmeno la porta e sistemo il cuscino. Decido che al rischio di deludere, o rimanere deluso, è preferibile una robusta certezza. Inoltre è ormai troppo tardi per qualsiasi passo indietro, per qualsiasi ritirata. Quella signora non me lo perdonerebbe né permetterebbe; né voglio indispettire una signora. Non ho vie d’uscita. Le sue dita sono artigli non disposti ad abbandonare la presa. Sembra solo una donna in un letto che l’ha vista sola per troppo tempo. Tra lenzuola piene di rimpianti e di tempo passato. Magari nemmeno è vero, ma è questo che mi racconta la sua indiscrezione e ansietà, la sua agitazione e la sua impazienza e il suo entusiasmo. Così non ero che all’inizio, ma già la stavo divorando con compiacimento, che lei entra e si mostra sorpresa; cioè irrompe come una furia. Dalle sue labbra sfugge una frase che non è per nulla un “Perbacco”! e poggia il cestino. Siamo sorpresi entrambi ed entrambi senza parole. Speravo che il nostro incontro sarebbe stato diverso. Lo avevo immaginato diverso. Povero stupido.
Non s’è cambiata d’abito né si preoccupa di non scoprirsi. E’ anche più bella di quanto fossi riuscito a ricordarla: “Ma nonna… e… tu! ancora tu”!
Mi rimprovero per non essere riuscito a pazientare. Vorrei nascondermi ma è troppo tardi per tutto. La vecchia si mostra indispettita e rimprovera di trovarsi sempre tra i piedi quella nipote anche troppo zelante. La testa mi gira e con gli occhi frugo intorno. Non scopro alcuna scappatoia. Mi abbranco a lei in cerca di difesa. Il viso della nipote trasuda ira da tutti i pori. Vorrei spiegarle ma la colpa sembra ricada tutta su di me, solo su di me. La vecchia sorride gongolante. La nipote invece grida: “Golia” –e sull’uscio si materializza nuovamente lui: il gigante.

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Incontrarla non è stato facile. Non lo sarebbe stato per nessuno. Non che mi sia sentito veramente in pericolo, quello no! ma un poca di inquietudine l’ho trovata da subito. Le ho chiesto se si era persa. Pareva non sapesse parlare. Il suo sorriso era rassicurante; per lei. Sicuramente sapeva dove si trovava. Era padrona di ogni cosa. Nemmeno ha ritenuto opportuno tranquillizzarmi, darmi una sola risposta. La sua sicurezza era dipinta in tutto il suo viso. Ero io che mi ero perso. Ma lei non volle approfittarsene. Tra quei sentieri non è semplice ritrovare la strada. Raccoglievo funghi, o almeno uno di noi due era andato nel folto per raccoglierli. O forse mi convincevo che le cose stessero così. E forse avevo cercato quella avventura. Cerco era tanta la mia confusione. Mi era stato detto che a volte la ragazza si aggirava da quelle parti. Curiosità? L’insisto della caccia o dell’uomo? Non ero più sicuro di niente. Certo il suo comportamento, quel sorriso e quel vestito, erano insoliti. Tutto era insolito. Un mantello rosso. Il suo fascino distratto. Il suo sorriso provocante eppure naturale, come se dovesse conquistare tutto. E tutto solo sperare e sognare di lasciarsi conquistare. L’odore di muschio. Il suo odore di fragole e miele. Un accenno di pudore. La mancanza di pudore. Mi chiesi cosa ci facevano là due personaggi come noi. Forse era vero che l’avevo cercata. Forse era vero che mi aveva trovato. Nulla è mai come sembra. Non ho osato chiederle dove andava. E poi mi sarebbe parso superfluo. Avevo sentito mille volte mille storie. Non pareva avere fretta. Era come mi stesso attendendo appoggiata a quel tronco. E quando aprì la cappa finì completamente, d’improvviso il mio fiato. Credo stesse per slacciarla o almeno così mi sembrò.
Il sole si infilava tra le fronde fitte cercando di baciarla. Ero senza parole e senza forza. Inconsapevole di ciò che succedeva intorno. Incredulo e scuotevo la testa cercando di rendermi conto. Per quanto avessi sentito non avrei mai potuto immaginare abbastanza. E forse mi ero anche distratto. Sarebbe potuto succedere a chiunque e credo sia scusabile; plausibile. Volevo offrirmi se la potevo accompagnare. Sembrava disinteressata e non aver più nessuna meta. Certamente mi ero distratto. Al seguito di un rumoroso frusciare di foglie inaspettato e all’improvviso spuntò: un omone grande e grosso. Due spalle larghe come tutta la lunghezza delle mie braccia. La faccia che c’era conficcata dentro aveva la mascella quadrata, due occhi carichi di rabbia e le fattezze plebee. Il naso era spiaccicato come avesse picchiato contro una roccia dura. La sua voce era più un grugnito che un suono umano. Ci fu vicino con passi lunghi quanto tre dei miei. Fui pervaso da un indescrivibile spavento. Come se fossi stato sorpreso mentre commettevo un gesto infame. Lei si giustificò subito: “Non sono stata io. E’ stato lui. E’ arrivato e ha cominciato a guardarmi come un cretino. A fare il cretino”. Capii che non dovevo essere là. Forse non aspettava me e nemmeno il caso. Dovevo avvertire il branco. Mettere in guardia gli altri. Cercai timidamente di dire a quel gigante: “Signore, abbiate pietà di un povero lupo”. Quell’uomo che si dava le arie di un guardiacaccia ma era stato un volgare cacciatore di frodo, alzò l’enorme mano ma poi la trattenne. Mi guardò senza degnarmi nemmeno di disprezzo. Come fossi solo la nullità che ero. La prese sotto braccio e si allontanò. Me l’ero proprio vista brutta. Anche se ho deciso di uscire dalla favola, da quel pomeriggio non riesco a fare altro che pensare a lei.

P.S. Foto “rubata” dal profilo Facebook di Enrico Mazzucato

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