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Posts Tagged ‘carriera’

4.Ora cos’è che non va? Lo so che non ci dobbiamo mescolare ma io mica mi solo mescolato; almeno per ora. Mi sono limitato a… a… quello”.
In fondo non è colpa mia se ho gli occhi. E di quello che mi è capitato nemmeno lo so cosa mi è capitato. E’ che provo per lei qualcosa di strano dentro di me, ma non è colpa mia. Non so cos’è né com’è successo. E’ un qualcosa di simile a quello che gli umani chiamano approssimativamente “amore”; e, nel mio caso, per giunta del terzo tipo. Gli umani sono sempre così approssimativi nel loro linguaggio. Io non so come altro definirlo ma è come uno strano calore che mi prende quando le sono vicino, quando me la vedo davanti. Più precisamente delle vampate che se lei mi potesse vedere le distinguerebbe perché danno colore alle mie gote. Mi salgono dallo stomaco e mi scombussolano tutto che comincio a sudare. Non è bello perché dopo mi sembra anche di sentire quello stesso odore. Non quello che dopo traspira lei che è sempre così profumata. Piuttosto quello che traspirano gli uomini come se fossero stati costretti ad una fatica immane. Tra di noi non ho mai sentito parlare di nulla di simile. Credo ci sia qualcuno che sa, ma si guardano bene di parlare con me. Mi trattano tutti un po’ come se fossi sempre un bimbo.
In verità a me era stato affidato Gustavo, cioè Gustavino, il suo piccolo o, come lo chiama lei, il suo “angioletto”, scusatemi se mi lascio prendere dall’allegria. Un marmocchio che non se ne sta tranquillo un istante neanche a sedarlo. Lo so già che qualcuno bisbiglierà che l’ho trascurato, ma sono solo diffamazioni e io non mi occupo di simili insinuazioni. Non mi fanno né caldo né altro. Io la so la verità, non ho mai tolto gli occhi di dosso a quella peste. Almeno quasi; salvo per qualche breve attimo, poca roba, ma solo quando dorme o quasi. E poi, in quei momenti, mi accerto che non corra nessun pericolo. Per il resto l’ho sempre vigilato, cioè custodito, con la massima attenzione. Giorno e notte. Salvo, appunto, quei brevi attimi quasi sempre notturni. E’ che sei sempre lì e vedi tutto quello che ti succede intorno. E sei lì anche in quei momenti. Ma anche se non avessi mai voluto vedere avrei dovuto comunque vedere. Come dicevo non è certo un mestiere facile quello dell’angelo custode. Invece di questa aureola preferirei un cappello a tesa stretta. Piuttosto di questa specie di saio preferirei un bel paio di calzoni. Piuttosto che queste ali che nemmeno so usare preferirei, di gran lunga, niente che mi muovo agevolmente con i mezzi di trasporto pubblico.
E’ che sei lì a guardare il terremoto e non puoi, guardando lui, ignorare cosa gli sta intorno. E una madre è una madre. E lei gli è sempre sopra come ogni madre, cioè come la migliore delle madri; piena di attenzioni. E’ lui che non smette mai di piangere e frignare, nemmeno quando gli infili il ciuccio in bocca che mi verrebbe di spingerglielo fino in gola. E’ lui che ha sempre fame nei momenti meno opportuni o male al pancino ad ogni sospiro. E’ che, a proposito di sospiri, con le persone, dopo un po’, ci si può anche affezionare. Sei lì e sei come uno di famiglia anche se non sei proprio della famiglia; o no? In fondo non sono un po’ come una babysitter? Io mi prendo cura, come posso, della piccola carogna. Vorrei fare anche di più ma faccio quello che posso e che mi è permesso di fare. Se distraggo un occhio da lui tolgo solo un occhio. Se poggio quello distratto su qualcosa che richiama la mia attenzione, per esempio lei, si può star certi che con l’altro continuo a fargli da balia. E non ho trovato nulla che mi potesse distrarre quando lei. Non so proprio come fare ma è una miniera di distrazioni e di curiosità, per me, e di sorprese.
Lei era, cioè è una donna buona; buona e generosa. Con degli occhi grandi e benevoli. E se parlassi solo degli occhi le farei torto perché dentro i vestiti, ma anche quando non li ha addosso, ha tante di quelle belle cose e qualità da far perdere la testa. E tanti sono quelli che quella, la testa, la perdono. E per tutti lei trova sempre una parola o un gesto. E io sono certo l’ultimo a poter giudicare. E’ che non voglio né posso soffermarmi su questi particolari irrilevanti, anche se proprio irrilevanti non sono, altrimenti di cose da raccontare ne avrei talmente tante che non mi basterebbe tutto il tempo a disposizione. E cose che a dirle si fatica persino a crederle. E poi non è certo colpa mia se quei momenti lì succedono anche in ore che non sono ore della notte. Magari Gustavino è a giocare nel box o è imbragato nel passeggino davanti alla veranda oppure è incatenato dalla cintura nella sua culla con il carillon che suona la sua musichetta malinconica e lenta. Ho imparato a mettermi seduto. Mi alzo solo se ho bisogno di vedere meglio. Anche se a me quel guardare comincia a essere accompagnato da un rimescolamento, come se una mano mi frughi dentro allo stomaco. Questo ha cominciato a manifestarsi non da subito ma col tempo. Inizialmente era semplicemente proprio come solo una strana vorace curiosità.
Non è una bella vita la sua anche se cerca di non subirla, ma con un marito come quello: sempre in casa, non una distrazione tranne quelle visite; le sue amicizie. Lui, Giovanbattista, non a caso il nome che hanno dato a quel demonietto comincia con quella G, è uno di quegli uomini che non hanno altro per la testa che se stessi. Gran lavoratore, certo, ma non pensa che al lavoro e crede che il lavoro sia vita, e quando torna non ha nemmeno la forza per guardare sua moglie. E poi ha il calcio. E le carte all’osteria con gli amici ogni sera. E non per essere pettegolo ma è uno che non si tira certo indietro quando ha davanti un buon bicchiere di vino. Anche ieri è rincasato cantando e sono convinto che poi nemmeno aveva coscienza di quello che faceva né può portarne ricordo. Non per questo lei si è rifiutata di fare quello che ogni buona moglie ha il dovere di fare con il marito; come con gli amici. Mi chiedo solo, ma lo faccio tra me è me, in silenzio, cosa la fa essere così sensibile e gentile da fare il suo dovere di moglie anche con uomini con i quali quel dovere dovrebbe essere rispettato dalle loro mogli? Forse per qualche motivo che non posso conoscere quelle loro mogli non possono farlo o forse sono semplicemente donne aride. E forse lei lo fa per quel destino insondabile che lega le donne ad un ruolo prestabilito. Non lo so ma lei riesce ad essere una buona moglie per Giovanbattista e per tutti gli altri. Non deve essere la cosa più facile. A volte è così spossata che sembra priva di forze, in certi momenti i suoi occhi si assentano e pare priva di sensi, ma sa riprendersi rapidamente.
E’ lei il vero angelo. Mai spaventata dalla fatica. E quelli, i suoi amici, sembrano apprezzare molto la sua disponibilità ed esserle grati. Lei, come detto, ha attenzioni per tutti e non sempre è facile. Anche ieri, quando lui è rientrato in anticipo e ubriaco, lei è stata costretta a salutare frettolosamente Piergiorgio Giordano che lui nemmeno ha avuto il tempo di accomiatarsi come si deve e ringraziarla né di finire di ricomporsi. E lei si è infilata sotto le coperte come se stesse già aspettandolo con quel piacere che una donna dovrebbe avere di aspettare un buon marito e non un etilista da par suo; con il fiato che puzza. Un rantolo ancora le rantolava in gola, ma ha saputo controllare e governare quell’affanno ricacciandolo in petto. Certo non ha poi potuto avere lo stesso impeto che quella intempestiva venuta aveva interrotto, ma non è lui la persona più adatta a stimolarlo. Non è certo il tipo, quel marito, che ti mette addosso quella voglia di collaborare e stare in compagnia. Non avrebbe potuto rimproverarglielo comunque, ma lo vedevo da me che lei non poteva avere più quell’entusiasmo.
Se una colpa mi si può imputare è quella di essermi lasciato prendere da questa cosa che mi sento scaldare dentro quando i miei occhi la vedono, ma soprattutto quando li vedono. Lo chiamano privato ma per uno che fa il mio mestiere non c’è privato che tenga, tutto quello che riguarda la vita ti scorre sotto gli occhi e, come per il resto, non puoi farci niente. Nemmeno i miei colleghi possono non vedere quello che ti si para davanti e che sei costretto a vedere. Ti senti uomo anche tu quando un uomo fa ciò che solo un uomo può fare. Vorrei vedere qualcun altro al posto mio, ma comincio a pensare che forse, spiegandolo bene, mi si possa anche capire. In fondo non ho chiesto io di fare l’angelo custode e se è per me posso anche rassegnare le mie dimissioni. Che poi io sono anche una sorta di apprendista, solo un ancora angelo di secondo livello; e della carriera oggi mi interessa meno di niente. Se mi viene data la possibilità di scegliere vorrei scegliere di non essere più puro spirito e di poter fare l’uomo o meglio l’amico. Sono certo che troverei in lei quella cordialità che mi farà passare quello che mi ha preso come una malattia. E se non me lo farà passare almeno lo allevierà e allevierà anche questa mia curiosità.

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3.Per quella che definisce la mia seconda volta ho già pagato abbastanza a star lì ad ascoltare quello che aveva da dirmi per una bazzecola simile”.
Come facevo a saperlo; pareva più morto che vivo. Con un piede già di là e quell’odore addosso. Ci avrei giurato che era già pronto per concimare il suo ultimo pezzetto di terra. Lo so anche io da solo che dovrei mostrarmi solo quando sono sicuro che la persona che mi è stata affidata è proprio destinata al suo destino. Ma come potevo immaginare che non era il suo ultimo momento ma solo il penultimo. Che quello, dopo una vita dissipata e poi il coma, prende e si risveglia e torna anche a parlare. Sembra che più sono mascalzoni e più il cielo li aiuta. Ne aveva già fatte tante che anche metà erano più che sufficienti. Da non credersi. Apre gli occhi, alla sua età che lui la preistoria la potrebbe raccontare per averla visita di persona, e ancora allunga le mani sull’infermiera. Certo non va a raccontare di avermi visto a gatti e maiali e trote, cioè al mondo intero, a tutto il creato, ma non sa trattenersi dal confidarlo almeno alle amicizie più care. Ha anche una memoria incredibile persino per i particolari. Per fortuna anche loro lo prendono per matto e pensano ad un delirio nel male. Mi sarei perdonato anch’io di uno sbaglio tanto veniale. Direi piuttosto che se una colpa c’è la colpa è sua che si è aggrappato così testardamente alla vita e che si è rifiutato di accettare la sua ora. O che almeno mi si possa considerare come particolarmente sfortunato.
Giuro che un attimo prima aveva gli occhi vitrei e la bava alla bocca anche se un attimo dopo era vispo e arzillo come appena uscito da un sonno ristoratore. S’è persino fatto portare una porzione abbondante di pasticcio chiamando il ristorante con il cellulare di quella infermiera. Lei l’ha presa ridendo portando pazienza per la sua età senza trovarci nulla di male, nemmeno nel dargli il cellulare. Si era limitata ad una breve frase, mentre faceva il gesto di sottrarsi, in quella lingua ormai quasi sconosciuta negli ospedali che è l’italiano. Anzi dopo se n’è andata come se quello le avesse restituito un poco di orgoglio. Strane creature le donne. Non finirò mai di capirle. Ma io non ero certo lì per capire le donne, ma solo per assistere un moribondo. E torno a parlare solo di lui perché voglio aggiungere che il fatto stesso che sia un moribondo lascia supporre che sia lì solo per aspettare la morte. Quello invece si era solo preso una pausa dalla vita e ora mangiava la sua pietanza con un gusto che sembrava fossero mesi che non toccava cibo, mentre era sempre stato alimentato con flebo fino ad un attimo prima. Si infila persino le ciabatte e se ne va da solo a orinare che mi ha lasciato lì con tanto di naso. Quando mi ha chiamato per farmi rapporto non ho potuto evitare la ramanzina ma le ho ben cantate le mie ragioni. Dico mi mandate da uno che aspetta la morte come se aspettasse il tram e quello decide di farsela a piedi o di prendere un taxi lasciandomi lì come un baccalà. Se avessi potuto gli avrei stretto io stesso le mani torno al collo. Se uno non sta ai patti ci dovrebbe essere concesso di poter farglieli rispettare se è il caso anche con mezzi energici. Che poi bastava che appena arrivato gli staccassi la spina. Una cosa tanto semplice che potrebbe farla anche un bambino. Semplice e, quasi sempre, indolore. No! Lui no. Avevo anche proposto di riparare; potevo sempre provare a fargli incontrare un incidente con la macchina. Gli avevano ritirato la patente e poi mi ha ripetuto sgarbatamente che quello non era compito mio. Fosse stato solo per la giuria non me la sarei cavata con una semplice lavata di capo. Quelli sono sempre pronti a giustiziare il primo che gli capita sotto le unghie. Fai una norma e la prendono per un comandamento. Di quelli dieci ce ne sono e a nessuno viene in mente di aggiungerne altri.

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2.In fondo come si potrebbero considerare e chiamare gravi precedenti due piccoli episodi senza vere conseguenze come quelli che mi sono successi”?
Andiamo con ordine. Meglio aspettarsi il peggio, in questi casi. Sì! va bene, ma era la mia prima missione. E non è certo un mestiere facile il nostro. Puoi vedere tutto e gli altri non ti possono vedere. Dovresti prenderti cura di una persona a cui nemmeno puoi parlare. Puoi certo cercare di muovere il loro buon senso o la loro coscienza. Chi ascolta oggi la propria vocina dentro? Tutti a correre dietro a tutto e al primo impulso. Tutti disposti a tutto per il primo piacere, anche se piccolo e volatile. Mi dice “Guarda quel Enrico Maria e non perderlo d’occhio mai”; sempre a me poi capitano questi nomi che non sai mai se hai a che fare con uno o con una folla. Che fosse depresso lo vedevo anche se non me l’avesse detto. Come faccio a sapere cosa passa per la testa di uno in quella condizione. Per guardarlo lo guardo ma lui nemmeno una parola. Ho chiesto in giro e mi hanno spiegato che già da prima, e da sempre, era un tipo taciturno; che non si confidava mai con nessuno. Che poi ero appena subentrato a quello stesso che mi aveva spiegato chi era il soggetto che nemmeno lui ci capiva più di me. A chi potevo andare a chiedere? Così quando mi ha passato le consegne mi sono informato di tutto quello che in quel momento mi passava per la testa e mi sembrava utile. Ma chissà perché a lui gliel’hanno tolto per mettere nei guai me. Dovresti difenderli da se stessi ma come puoi fare bene il tuo lavoro se non li puoi nemmeno sfiorare?
C’è per tutti una prima volta. Non puoi certo aver paura del fuoco prima di scottarti. Gli avessero fatto un’analisi seria si sarebbero accorti che era stato avvelenato e il veleno stava per fare il suo mestiere. Ma chi si prende la briga di fare le analisi a uno che si butta dal settimo piano? Lui era salito per farlo e fino a poco prima ero certo che era deciso e l’avrebbe fatto. Poi si ferma lì, sul cornicione, a pensarci. E’ facile dire che davanti al vuoto, alla fine, ci avrebbe ripensato ma chi può dire cosa sarebbe successo se non fosse successo quello che è successo? Dicono anche che così un assassinio e rimasto innocente e non si è potuto perseguire un crimine. E’ stato il più banale degli incidenti. Avessi potuto l’avrei trattenuto. E’ quello che ho cercato di fare nonostante fossi a conoscenza del divieto di intervenire. Si dovrebbe lasciar fare a chi deve fare. Aspettare la polizia e i vigili del fuoco. Credevo che non ci fosse più tempo per aspettare, e poi non è forse vero il detto che detta che “chi ha tempo non deve aspettare che passi”? C’era quella maledetta base dell’antenna che sporgeva e non si vedeva. Non l’ho fatto apposta ad incespicare, ma giuro che l’ho appena sfiorato. Quello m’è caduto giù gridando prima ancora che potessi allungare le mani. E tutti a dire che s’era buttato e a chiedersi perché. Ma io stesso non avrei sospettato la presenza nello stomaco di quel veleno né che si fosse buttato contro la sua volontà. Avevo visto sua moglie affaccendarsi ma niente era diverso da altri giorni. Non mi potevo certo insospettire solo non vedendola assaggiare se andava di sale. Forse l’unica cosa che ho trascurato è stata di dare fede alla sue parole. La credevo solo una burlona. Anche se credo che la sua ultima volontà era quella di buttarsi.

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Ancora un racconto che si dilunga, l’indulgere nel piacere a susseguirsi in momenti successivi.

1.Questa volta temo non me la farà passare liscia come le altre volte; credo”.
Lo so cosa dicono quelle che si chiamano malelingue, li ho sentiti bisbigliarlo dietro le spalle. E nemmeno si fanno troppi riguardi, ma non sono l’ultimo degli stupidi. Li conosco quei tipi lì. Sono solo chiacchiere. Hanno il cattivo gusto di esistere solo di invidia e di calunnie. Hanno il cattivo gusto di dire che lui ha un occhio di riguardo, diciamo così, per me. Mormorano, ma nemmeno troppo, che Lui, il “capoufficio”, io lo chiamo scherzosamente così, lo fa perché ha avuto una simpatia per mamma. Insomma una simpatia anche ricambiata. Sono solo volgari insinuazioni. So che non è così perché Lui non le farebbe mai queste cose. E’ così serio e preso dalla sua autorità che non te lo puoi nemmeno immaginare. E poi con tutto quello che pontifica sul galateo non può certo essere Lui. Deve dare quel minimo di esempio. Non l’ha forse anche detto di “Non dire agli altri quello che non vuoi sentirti rimproverare”. Forse è solo perché mamma è sempre stata gentile con tutti. La gente è solita ricambiarti così. E se lo in codesto modo, confidenzialmente e spiritosamente, è per puro spasso e mica Lo chiamo così in sua presenza.
Il fatto è che ci sono troppe regole e io non riesco proprio a ricordarle tutte. Non sono mai stato troppo capace di stare alle regole; gliel’ho sempre detto a mamma. Mi sono persino preso appunti. Alla fine anche quelle che ricordo all’ultimo me le scordo. Alcune sono così poco adatte che al momento creano solo confusione. Se cominci a pensare a tutto finisce che stai ancora pensando quando è già passata l’occasione o l’emergenza. Tutto ha il suo tempo e il suo momento. Tra tutti i lavori che ci sono in giro proprio questo dovevo trovarmi. Forse è solo che non sono tagliato per farlo. Mi spiace solo che ho dovuto lasciare i bucatini a freddarsi sulla tavola. Par colpa sua. Cos’è tutta questa fretta? Come se tutto fosse urgente e se non potesse proprio aspettare per dirmi quello che mi deve dire. Se vedo che si mette al peggio io faccio come al solito. Lo so che poi mi chiudo a riccio, è nel mio carattere. Ma cosa vuoi risponderGli? Alla fine è Lui che comanda. Nel bene e nel male è Lui che comanda. Alla faccia di quelli che vogliono darsi tante arie. E meglio Lui che un altro.
Non ho fretta di arrivare ma non c’è niente da fare: per andarci ci devo andare. Ne farei volentieri di meno ma non posso. Non che sia uno che si sottrae al dovere e alle responsabilità, è solo che trovo tutto questo così inutile e stupido e noioso che mi sembra solo una perdita di tempo. Per me e per Lui. Poteva dirmi al telefono quello che ha da dirmi. Tanta etichetta ma la sostanza non cambia. Se non sapessi chi è direi che non so nemmeno perché mi ha convocato. Invece è il solito vecchio trombone. Non che sia cattivo. Brontola ma alla fine non morde, almeno non l’ha mai fatto. Probabilmente, fosse solo per lui, per quello che lo conosco, finirebbe tutto con una alzata di spalle, dicendosi che deve portare pazienza. Sono quelli, gli altri, che si intromettono. Potrebbero mica starsi zitti? C’è sempre qualcuno che non è disposto a farsi solo i casi propri. In fondo non tolgo niente a loro. Non fanno le cose per me. Ogn’uno fa la sua strada. Oggi sono io e magari domani è un altro sulla lingua di tutti. Che poi che gusto c’è a parlare degli altri? In tasca ti ci restano i buchi che hai. O quelle trenta monete. E io, possono dire quello che vogliono, ma non sono stato io a dire a mamma di telefonare.

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Sì! proprio quello stronzo. Anzi quel gran figlio di grandissima. Fortuna che io sono educata e so dove mettere la lingua. Che so come trattenermi. Altrimenti gliene avrei dette io. Che secondo me se le porta bene lui, le corna. E se le merita. Del cornuto ha anche la faccia. Ma si è mai chiesto dove va sua moglie, quella santa donna, si fa per dire, quando lui non c’è. Come quando è a Fiuggi. Che chi di corna ferisce. Nessuno mi convince di quell’ingegner Grazioli. Si è mai chiesto come mai il bravo ingegnere ha sempre da fare quando c’è da andare a Fiuggi? Perché il fisso di casa risponde sempre occupato? Non fosse perché non amo i pettegolezzi e non so parlare male glielo avrei ben spiegato. La bella è dal ganzo. Che poi lo dicono tutti. Ma l’ultimo è sempre l’interessato. Che ho visto io lei come lo guarda, l’ingegnere, quando lo viene a prendere. Che nemmeno capisce quello che lui le parla. Secondo me quella è porca. Ma fa bene. Certo che se l’è voluto un marito come il suo. Forse l’ha fatto per quello. Non si può dire certo che le fa mancare qualcosa. Che poi il letto non è mai il più grande dei problemi. Nemmeno in un matrimonio. Guarda me. Se dobbiamo stare lontani non ne ho mai fatto una malattia. Ma so che io di Guido mi posso fidare. Come lui si fida di me. Ma dire che le cose a Guido, non con lui ma a lui, non vanno bene è un eufemismo. Per quei quattro è quasi mortificante alzarsi il mattino, povero cucciolo. Forse sono stata precipitosa, mi si può capire. Sono solo una donna. In fondo l’ho fatto anche per lui; e per noi.
Sembrava un padreterno ed poi vengo a scoprire che è solo un ragioniere. Ma chi si crede? Non che… anzi all’inizio mi ero detta che non era nemmeno male. Che se dovevo proprio fare un sacrificio era meglio così. Nemmeno bene ma certo non malaccio. Insomma per uno della sua età. Anche per le cravatte aveva gusto. Poi non mi è sembrato nemmeno questo grande sacrificio, lui è stato anche sempre molto gentile. Certo che è normale che una donna si lasci anche un po’ affascinare dal lusso. Non ne ho mai visto troppo. Non c’è sempre caviale a tavola. Le luci. Le cene. Non l’avevo mai assaggiato il carpaccio di tonno. Se è per quello nemmeno il fagiano. E poi cucinato a quel modo. Certo che non si è sprecato troppo. In nove mesi cioè otto appena quella collanina. Che se non ero io a vederla. Fortuna che mi sono caduti gli occhi e che è caduta con il compleanno. E mi ha creduto. Ma in fondo cosa sono? Solo un paio d’anni. Che anche io quelli dimostro. In fondo un po’ di bene glielo voglio anch’io. Più come un papà. O un fratello. Meglio un vecchio amico. Sì! meglio.
Non sono mica una di quelle. Che poi nemmeno era granché. Però sempre meglio di quel buzzurro del Martinengo. Che se non me l’ha detto fuori dai denti poco ci mancava. Come fossi una di quelle. E me l’ha fatto capire con la delicatezza del bovaro. E quelle mani larghe e ruvide. Stupida! mi dicevo: “Ti piace il gioco duro? Hai trovato pane per”. Ma cosa potevo fare? Gli uomini sono uomini. Difficile trovarne che fanno della gentilezza, del garbo, filosofia di vita. Non è il primo che mi si presenta. Ormai so come prenderli. “Signora lo sei già. Sai come vanno. Io do una mano a te e tu la dai a me. Capisci”? Certo che avevo capito. Lo avrei capito anche se i suoi occhi non si fossero abbassati. Se non avessero accennato a lì. E non avevo bisogno che mi mostrasse che lì lui era già… impaziente. Quasi lo aveva tirato fuori. Avrei voluto vedere io se gli avessi chiesto “Riesce ad aspettare o gliela debbo dare qui, subito, sulla scrivania, davanti a tutti”. Perché poi mi vengono in mente questi pensieri stupidi. Se avesse risposto “subito!” poi cosa facevo? Avrei dovuto sul serio aprire le gambe su quella scomoda stupida scrivania. Preferisco un bel letto. Come con lui. Al massimo se ci si deve accontentare va bene anche la macchina come con quel cornuto d’un porco del Martinengo. In fondo anche con Guido le prime volte è andata così. Ma si è accontentato di poco. E per quel poco la macchina era più che sufficiente. Non il massimo della riservatezza, soprattutto in quell’ora e in quel posto, ma non più di tanto scomoda. Deve prendere bene oppure ruba per permettersi una macchina così.
Invece con lui è stato diverso. A parte l’occasione. Che non sempre è quella a fare il ladro. Ma lui non mi ha rubato nulla. E cosa doveva rubare? Non c’era nulla da rubare. Quando mi ha chiesto di Fiuggi per poco non mi è preso un coccolone. Ci speravo, certo. Mi sono detta: E’ fatta. Ma finché non mi è arrivata la lettera non ci volevo credere. Quasi pensavo ad uno scherzo. Ho pensato che l’avesse detto per vedere cosa facevo. Cosa ero pronta a fare? Insomma se ci stavo pur di andarci. Non so. Credo di no. Ma forse anche sì. E’ vero che il posto ormai era mio ma l’occasione era l’occasione. Si fosse trattato di uno scherzo avrei saputo io come convincerlo. A sentirmi pensare così sembrerei una che spacca il mondo. Non mi ci si crederebbe. Che poi l’avevo già convinto con quello che l’avevo lasciato vedere. Perché a lui piace vedere che quasi di più. Certo qual è quello a cui non piace guardare. Se è uno da guardare mi piace guardare anch’io. Anche se per una donna sono importanti altri cose. Ma un bell’uomo è sempre un bell’uomo. Che se uno si trova davanti George mica può dirgli di no. Ma certe fortune capitano solo alle altre. Le leggi solo su certe riviste. Che poi sono storie destinate a non durare. Certo che il fisico e tutto ce l’avrei.
E poi quell’albergo. E le luci. Tutte quelle luci. E lo champagne. Basta meno per una donna. Per fortuna che io so stare con i piedi per terra e so come comportarmi. E’ naturale che mi sentissi al settimo cielo. Anzi avevo smesso di contarli i cieli. Che poi se non era per me staremo ancora lì ad aspettare. Ci sono certi uomini che proprio non li capisco. Che nemmeno se glielo spieghi e gli fai un grafico. Eppure glielo avevo certo fatto capire. Eppure per guardarmi mi guardava. E sapeva come guardarmi. E ormai conosceva abbastanza di me e le mie mutandine come i biglietti del tram. Con tutto quello che ho fatto per farmi notare. Perché nonostante tutto so esserlo quando voglio. Intendo dire che non fossi così timida non ho bisogno di lezioni di malizia da nessuno. Anzi potrei giurare che alla faccia della mia riservatezza, che Guido mi dice sempre che sono anche troppo riservata, e come Guido non mi conosce che Guido, se dovevo essere sfacciata lo sono stata sfacciata, anzi proprio porca. Che non so come ho fatto. Che mi dovrebbe ancora ringraziare. Altro che fiori. Ma chi è che potendolo non farebbe come me?
Comunque sembrava tutto bene. Ero convinta di averlo convinto; dopo quella prima volta. Ero stata convincente. Ne sono sicura. Non so cosa ma è certo che ci deve essere qualcosa sotto. Non me lo spiegherei diversamente. Lo vedevo da me che era stato soddisfatto. E dalla sua faccia. Poi quando mi ci metto mi ci metto. Non sarò neanche una troppo esperta ma le cose le so. Non ho più nulla da imparare. Lo dice anche Guido. Mi sa che lui prima di me qualche volta è andato con qualcuna di quelle. Me lo fanno pensare certi commenti. Mica sono scema. Ma prima è prima. E poi dopo quando lo trovava, il tempo. E la voglia. E la forza. Lui lo sa che se ha bisogno ha me. E gliela tolgo io la voglia. Sono sua moglie anche per questo. Certo che per lui questo non conta. Lui la moglie, bella o brutta, la tiene a casa. Mi sembra sia la seconda. Sembra ormai quasi normale. Che uno si possa sposare due volte. Anche tre. Non dovrebbe essere così. Non ha mai fatto cenno di lei. Sembra che sia un segreto.
Ma i figli secondo me sono della prima. Però bravi ragazzi. Che il primo non mi dispiace proprio. Sembra più alto anche di Guido. Se l’altezza è in proporzione. Credo abbia un negozio. Mi sembra di lingerie. Dovrei andarmi a provare qualcosa. Ma con i tempi grami. Magari dopo me la regala quel qualcosa. Solo che non mi sembra bello. Certo che sono proprio una stupida. In fondo non ho nessun dovere. Chissà com’è conoscere il figlio dopo aver conosciuto il padre? Decisamente potrebbe sembrare di cattivo gusto. E poi credo che se cercano personale il padre me l’avrebbe detto. Non penso che sia stronzo o geloso fino a questo punto. Ma poi cosa vado a pensare che è anche più giovane di me, quello. Certo che se vado a provarmene un paio, di mutandine, da lui lo rendo balbuziente. Come faccio a pensarle. Certo che ci vuole nulla. Basterebbe lasciare appena scostata la tenda. Solo che se poi mi chiede i soldi non ne ho un becco. Certo ne avrei proprio bisogno.
Comunque sfortuna è sfortuna. C’ero quasi riuscita. Sono convinta che l’avevo quasi convinto. Bastava ancora un poco. Ce l’avevo in pugno. Ci ho messo fin dal primo momento tutto il mio impegno. E quando Mi impegno mi impegno. Eppure ne ho un ricordo piacevole. Di quella mattina. In seguito mi ha detto che solitamente non gli era capitato di mattina. A Fiuggi. Non ho ancora capito. E non vedo la differenza. Forse voleva mostrarsi uno che sa. L’uomo resta sempre un po’ bambino. Ha sempre bisogno di un piccolo incoraggiamento. Di un complimento. Vuole sentirsi dire che è importante. Che è bravo. Che ce l’ha grande. Beh! proprio grande non era. Così. Una cosa come tante. A volte è stupido. Pensavo che Guido. Allora. Cioè che ci fosse proporzione. Vedendolo così alto me l’ero immaginato. Mi aspettavo di più di quello che era. Ma nemmeno quello è tutto. Non sono le dimensioni che fanno il maschio.
Ma parlare di sfortuna è da stupide. La fortuna va da chi la merita. E da chi la sa meritare. E da chi la sa aiutare. E se una donna. Una donna è una donna. E se una donna è donna, ma veramente, ce là lì la sua fortuna. In mezzo alle gambe. Basta un niente per far girare la testa. Sono eterni bambinoni. A volte più che guardare basta far intravvedere; immaginare. L’immaginazione e tutto. A volte mi viene da pensare a quanto siamo fortunate. Non serve nemmeno concedere. Nulla. Basta far pensare che sì! potrebbe anche essere. Mostrare quel minimo. Di disponibilità. Della bella biancheria. Ancora! Essere semplicemente cortesi. Carine. Accondiscendenti. Sbattere le ciglia. Guardare in quel modo. Sistemarsi. Essere solo un po’ puttane. Sbattersi. Soprattutto quando uno proprio non ti va. Ci sono uomini con cui proprio no. E’ più forte di me. Non ci riuscirei. Ma con lui non è stato difficile. Ma mica l’ho capito dov’ho sbagliato. Mica l’ho capito cos’ha quella più di me. Spero non sia stato per quella strega di suo moglie. O forse ho fatto troppo la signora. Eppure doveva capirlo. Mica si può andare avanti solo a parole. Quando viene il freddo non ti può coprire di lusinghe. Quando è ora di pranzo non basta un ammiccamento per apparecchiare.
Certo che il problema ora è solo mio. Ma chi è che ha fatto il malanno? Del Martinengo non può essere. Lo sa anche lui come si fanno i bambini. Lui l’ha capito che non è stato lui. Non è nemmeno suo. Anche se è stato gentile con la lettera. E si è offerto di aiutarmi. In fondo mi ha capito. Sa che io non sono così. Secondo i conti nemmeno di Guido. Ho il dubbio. Vuoi vedere che è di Arturo. Dovevo immaginarlo. Quello stupido. Le feste tra ex compagni di corso vanno sempre a finire allo stesso modo. Non poteva mica stare un poco più attento? Ora, se non mi sbrigo, come lo trovo un lavoro? In questo stato? Tra un po’ si noterà. La guerra è guerra. Cosa devo fare? Ognuno deve mettere in campo le armi che ha. Anche volessi due tette come le mie mica le posso nascondere. Senza contare il resto. Ma come faranno? Se capita così a me che si può dire che sono una santa, che nemmeno lo faccio, come faranno quelle che neanche ci pensano? Guarda la Luisa. Con tutto che dovrebbe avere sempre una pancia così. Certo che quando la sfiga ci si mette sa dove cercare. Se non mi sbrigo. Perché nemmeno i bambini crescono solo a baci e carezze. E hanno bisogno degli omogeneizzati. E hanno bisogno dei pannolini. E hanno bisogno di tutto. Ma io sono una fiduciosa. Sono sicura che lui una mano ce la da. Che si avvicinano anche le feste. Mancavano anche quelle. In fondo quello che c’è stato non è stato acqua. L’ho fatto… sognare. E se la sua cortesia vuole dire qualcosa vuole dire che non mi ha scordata. Non credo sia facile.
E questi fiori non possono che dire quello. E quel bigliettino: “Ci vediamo dove sai”.

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Quando c’è un problema, anche se è un piccolo problema come quello, tanto vale affrontarlo subito. Il tempo non si sostituisce alle persone e non risolve quasi mai. Ci ripenso mentre scrivo la lettera di presentazione. Lo ritengo, da parte mia, un atto di gratuita generosità.
Già dalla prima occhiata dovevo aspettarmelo ma come in ogni storia è meglio andare con ordine. Mi era stata raccomandata dall’ufficio assunzioni e io so come selezionano il personale in quell’ufficio cioè come prova le aspiranti il buon Martinengo; ha sempre avuto quel vizio. Nella mia legittima autonomia avevo cercato di accoglierla nel migliore dei modi e devo ammettere che era veramente carina e che si impegnava. Era gentile con tutti e, dopo i primi momenti, un po’ più che gentile soprattutto con me. Aveva percepito subito, con buon fiuto, come vanno le cose da noi.
Forse avrei dovuto usare più cautela, cercare di mantenere il lei, ma non sono mai stato troppo esigente sulle questioni di forma con i miei sottoposti. Per restare sulla forma veramente lei era una di quelle donne su cui c’è poco da eccepire: anzi era molto convincente in tutte le sue forme, cioè si lasciava guardare e anzi si faceva guardare. In realtà era bastato uno sguardo per capirci perché credo che in fondo siamo fatti della stessa pasta. Lei non fingeva di non accorgersi di come la osservavo, io non fingevo di non accorgermi di come apprezzava quei miei sguardi interessati.
Debbo ammettere che ha proprio delle belle gambe tanto che mi sembrava persino inutile quel suo cercare di convincermene sistemandosi continuamente le calze, ne sono stato convinto da subito, ovvero da quando ha preso posto nel suo posto, proprio davanti alla mia scrivania. Certo non basta questo per fare di una donna una donna. Ma lei sapeva come farsi stimare. Nei primi giorni mi lasciava generosamente sbirciare, poi ho notato che non c’era bisogno nemmeno di quel piccolo alibi, mostrava con un sorriso compiaciuto il suo gradimento per i miei occhi, là; senza pudore né moralismi. Quel sorriso mi diceva “hai visto?” e “guardami” e io non me lo sono mai fatto ripetere da una donna. Non ho avuto certo bisogno di prometterle o imporle nulla; non ho mai pensato che fosse una stupida.
E’ stato così del tutto naturale che la portassi con me un paio di giorni per quel convegno a Fiuggi; Fiuggi mi ha sempre portato fortuna. E’ stato naturale anche perché era l’ultima arrivata e non era mai stata a Fiuggi, inoltre è bene trattare bene quando si tratta di clienti importanti. Si potrebbe obiettare che nell’occasione più che i clienti avevo trattato bene me stesso, non lo nego, ma si sa come vanno le cose. E poi lei, debbo ammetterlo, oltre alla presenza masticava l’inglese con sufficiente disinvoltura, il che mi sarebbe stato nell’occasione abbastanza utile. Niente era, in quel momento, più appropriato della sua presenza per rendere gradevole soggiorno e lavoro.
Fiuggi è ormai una appuntamento che si ripete tutti gli anni ed è un passaggio essenziale negli affari del gruppo. L’ingegner Grazioli tiene a che tutto sia al meglio per l’occasione, e lei garantiva a quel meglio anche quel qualcosa in più con la sua presenza gradevole. Anche l’occhio, cioè l’estetica, vuole la sua parte. Tutto doveva essere perfetto al dettaglio e necessariamente accattivante. Lui, l’ingegner Grazioli, mi accorda tutta questa fiducia proprio perché ho saputo guadagnarmela nel tempo, ma al riguardo è intransigente. Si fida ormai tanto da mettere tutto nelle mie mani come fosse presente anche se ormai sono nove anni che impegni improrogabili gli sono da impedimento proprio per quei giorni. Come vanno a finire queste cose inutile dirselo, siamo in fondo tutti uomini di mondo.
Quando le era stata comunicata aveva preso la notizia con entusiasmo, anche se io le avevo chiesto se c’erano difficoltà, ma la mia era solo una formalità, un modo di dire. Con il marito non c’erano stati problemi perché era un impegno di lavoro e il lavoro è lavoro; ci mancherebbe. Viene prima di qualsiasi cosa, il lavoro. L’albergo era il solito albergo, lei lo trovò lussuoso ma elegante. Era disinvolta anche se non credo le capitasse spesso di frequentare simili ambienti. L’ho dedotto dalla meraviglia che non riusciva a trattenere negli occhi sgranati. La scoprivo meravigliosa, affascinante in quella espressione anche se trovavo un po’ sfacciato quel suo prendermi subito così sottobraccio con tanta disinvoltura come ci fosse già e ci fosse sempre stata una grande intimità. Oserei dire una famigliarità. Non che la cosa mi potesse creare disagio, inoltre il personale è sempre stato molto discreto e mi fanno trovare, con le valigie, già la bottiglia di prosecco ghiacciata in camera.
Come d’abitudine non prendo mai una stanza per due perché, anche se queste cose si sanno, è meglio mantenere la forma; le apparenze. L’ufficio ormai lo sa che deve prenotarmi una matrimoniale per me ed eventualmente una singola per ogni persona che mi accompagna. Più quelle per gli ospiti, con particolari riguardo per gli stranieri, soprattutto i giapponesi. Comunque la chiamo solo per sentire se si è sistemata bene e lei mi chiede subito se può salire perché è molto emozionata e vorrebbe avere da me qualche consiglio su come si svolgeranno gli incontri. Sul suo ruolo. Avrei potuto dirle che doveva sorridere e che quello sarebbe bastato. Che lasciasse fare a me. Non volevo sentisse sminuita la sua partecipazione. Così infilo la valigia nell’armadio, senza nemmeno il tempo per disfarla, e preparo il vino nei calici. Quando arriva e glielo offro mi spiega che le piacciono tutte quelle bollicine che le salgono al naso dandogli quel pizzicorino (dice proprio “pizzicorino”) anche se non c’è abituata, e il vino, soprattutto quello (dice proprio così), la rende confusa e le mette in corpo un’allegria che non sa trattenere. Si scusa se la vedrò ridere come una scema (anche questo è di sua bocca) mentre già comincia a ridere proprio come una scema.
Aggiunge che la sua è piccola ma graziosa. Intanto aveva fatto due occhi immensi e stupiti. Aveva respirato a fondo. Mi aveva raccontato del portiere. Si era fatta riprendere da quella sua sguaiata ilarità. “Lo sapevo. Mi fa sempre così.” –aveva aggiunto per spiegazione mentre si stava già sfilando la gonna seduta sul letto. In un certo senso avevo apprezzato il suo gesto perché sono sempre stato contrario a certi falsi moralismi. Amo le persone dirette. Mi piaceva che fosse il gesto di una donna libera. Insomma non mi piace fare nulla che può essere evitato; odio il superfluo. In realtà l’unica novità era che con lei era la prima volta che “iniziava” così subito, cioè prima ancora che si cominciasse veramente a lavorare. Mi aspettavo di dover inventare qualche banale scusa di facciata, sfacciata, per quella sera, invece è bastato avvertire che avremmo ritardato a scendere per il pranzo. Mentre ero al telefono lei continuava a far sentire quella suo cantilenante risatina soddisfatta e ammiccante. Mi strizzava d’occhio in quella sua maldestra finzione di piccola ubriacatura e mostrava di gradire quell’aria di intrigo, anzi proprio di tresca. Si divertiva e io non riuscivo a staccare gl’occhi.
Così è iniziata come così sono iniziate altre storie simili in azienda e non, più storielle che vere storie. Buone al massimo per alimentare le chiacchiere dei pettegoli, e qualche invidia in chi certa strada la deve ancora fare. Il rango, infatti, comprende anche certi privilegi e tutti lo sanno. Tornando a quella mattina avevo apprezzato meno, e forse questo avrebbe dovuto mettermi sull’avviso, quel dopo. Aveva assunto quell’aria sognante e s’era inventata quelle sconvenienti parole sentimentali, ma ero stato confuso nel mio orgoglio maschile per quel suo testardo interessarsi a me. Aveva insistito per sapere se mi era veramente piaciuto ed io, per cortesia, le avevo risposto distrattamente che avevo apprezzato quel suo sacrificio, se sacrificio era, e che sì! “lei mi era proprio piaciuta” e anzi “era stato tutto proprio bello”. Cose insomma che si dicono perché una donna te le chiede.
In fondo ero solo un pelino deluso: preferisco che la donna mi lasci almeno l’illusione della conquista. Che si lasci almeno un poco corteggiare. Al caso anche cercare di forzare la mano e quel qualcosa per convincerla. Meno piacevole è stato quando poi ha accennato a Guido, credo sia il nome del marito, con un aria quasi di colpa, e quando mi ha chiesto quello, il nome, di mia moglie. Non ho tempo per sensi di colpa o per simili amenità e non né ho più nemmeno l’età. Ho finto di non sentire quest’ultima sua curiosità, mi sono anzi limitato a non rispondere. Preferisco lasciare le cose serie fuori da queste e dalle lenzuola. Credo che le preoccupazioni e certi pensieri nuociano anche al fare all’amore, il vero sesso ha bisogno della mente sgombra, e poi trovo tutto ciò così ipocrita e puerile. Il suo corpo è certamente sodo così come la maternità non le ha lasciato segni ma, seppure giovane, non ha certo più quell’età di ragazzina. Per tutto il resto non ho nulla da eccepire: per tutto il tempo che ci siamo trattenuti è stata una piacevole compagnia, soprattutto nelle pause, lo ammetto, e una discreta assistente.
In realtà questo è tutto senza tralasciare nemmeno il superfluo. Trovo sia giusto dire le cose come stanno e dare loro l’importanza che hanno. Niente allora, né in quello che tra noi è stato dopo, mi ha fatto sospettare che ci potesse essere alcun fraintendimento. Fuori è fuori ma in ufficio ogn’uno al suo posto e nel suo ruolo. Sul lavoro sono sempre stato esigente e inflessibile. Con lei ero sempre stato chiaro e non mi ero permesso alcuna promessa, né ne avevo avuto bisogno. E’ questo che mi ha lasciato allibito e deluso quando s’è trattato di sostituire il Carbosi dell’ufficio bilanci-due e lei ha aspettato che rimanessimo soli. Non senza obbligarmi a gratificarle ancora di uno sguardo compiaciuto e interessato le snelle cosce come dovesse rammentarmi qualcosa che avrei dovuto ricordare da solo. “Io speraro… cioè credevo… ma perché proprio Erika”?
Semplicemente in base all’anzianità e, scusa, per competenza.” –parlandomi mi ha guardato come avessi detto la più immensa delle assurdità. Una vera fesseria. Come cadesse da Marte. Ho anche aggiunto, senza che l’argomento lo meritasse o ne vedessi bisogno– “Lei è al suo posto da sei anni, tu solo da otto mesi” –ma nemmeno quello sembrava esserle sufficiente. Non che non ci avessi pensato. Capivo le sue esigenze così come capivo che il marito, se ricordo bene Guido, non aveva certo un posto da stare molto allegri con i tempi che corrono, penso che quello che portava a casa lui fosse quasi mortificante, ma capivo anche le esigenze dell’azienda. Negli affari non è permessa la beneficienza. E poi forse era anche tempo che la nostra storia finisse lì; di darci un taglio. O almeno di un chiarimento. Non ho mai sopportato storie che si dilungano troppo proprio perché rischiano di creare fraintendimenti e confusione e aspettative e cominciavo a sentire odore di bruciato. Avevo già pensato di dirle che potevamo restare buoni amici. Di spiegarle magari che potevamo anche mantenere quelle nostre piccole saltuarie frequentazioni, ma che tutto doveva continuare ad essere estremamente chiaro. Avrei evitato volentieri di doverle dire che si poteva anche risparmiare quei suoi occhioni languidi che tanto non facevano presa ed andavano bene solamente in una pessima commedia da teatro rionale. Come attrice non era certo un immenso talento. Credo anche che avrebbe fatto bene a cominciare a stare un poco più attenta, anche proprio per suo marito. Non ho mai amato le complicazioni.
Ho trovato ancor più sconviene che lei non si arrendesse e insistesse con la voce fintamente rotta: “Non è solo per una questione economica cioè di posizione ma anche. E poi… Ma io”…
E’ sempre spiacevole dover ricorrere a certi argomenti e magari alzare il tono: “Anche lei; prima. Come credi sia entrata? Proprio come te. La tua presenza è… piacevole. E poi sarebbe contro di noi. Avresti il tuo ufficio e ti vedrei così. Sai come mi chiamano? Il figlio di puttana. Lo so che lo sapevi. Evito per signorilità di spiegarti come chiamano te perché credo che anche questo tu lo sappia o puoi intuirlo. Non ultimo vorrei ricordarti che Fiuggi viene per noi una volta all’anno e la partita doppia ogni santo giorno. Lasciamo le cose come stanno”.
Ormai non era più in grado di controllarsi, lo capisco. I suoi occhi non riuscivano più a nascondere la sorpresa e un leggero stato d’ira. Forse credeva che il fatto che l’ufficio fosse ancora vuoto, tranne noi due, le desse il diritto… le potesse permettere di andare oltre il rispetto verso un superiore, di scordare la gerarchia dell’impiego. O come se la crisi ci fosse solo per lei. Non so darmi altre spiegazioni alla sua stupidità: “Tu non puoi. E poi… io… credo di aspettare”…
Questo proprio non se lo doveva permettere. Ma per chi mi aveva preso? E poi una bugia banale come quella. Non poteva scambiarmi con l’ultimo gonzo in circolazione. Avevo assistito ad interpretazioni migliori della sua e nemmeno allora avevo potuto permettermi degli scrupoli. Lo avrei spiegato io all’ufficio assunzioni e al caro Martinengo: “Io posso. Mi spiace ma… Allora non mi sono spiegato. Avrei preferito non doverlo fare ma mi ci costringi. Ti prego di lasciare libera la tua scrivania”.
E non è certo con le lacrime che ci si ammenda da certi errori. Alla fine credo che questo le sia stato anche utile perché le può aver insegnato la lezione. Ci si deve sbattere il muso per imparare a stare al mondo. Anzi sono convinto che una come lei non tarderà a trovare un nuovo impiego. Così come credo che basterà lasciar passare un po’ di tempo e poi potremo tornare amici come prima. Perché lei non è completamente stupida e carina è proprio carina.

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