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Posts Tagged ‘casa’

Era da un po’ con non lo vedevo. Avevo letto il suo messaggio; ero di fretta. Poi mi cadde lo sguardo su quel necrologio. Perché avesse mosso la mia curiosità non lo so? Forse per l’età? Forse perché non lo facevo tipo? Forse perché era la prima persona vicina che mi veniva a mancare. Forse per quelle cose che ti ruminano dentro e non sai spiegare? Nessuno degli amici ne sapeva molto. Alcuni evitavano persino di parlarne. Alla fine ho saputo quella che pareva essere la verità: si era tolto la vita. Continuavo a chiedermi perché senza trovare una sola risposta. L’ultima volta sembrava un uomo felice. Tutto preso dalla sua nuova storia. L’ultima cosa che ricordavo era un brindisi.
Ci ripensai più volte prima di decidermi. Tutti i pretesti che mi ero inventato mi sembravano banali. Alla fine conclusi solo di andare. Mi vestii alla bisogna, come si conviene per una visita di cortesia. Rispolverai cioè la mia giacca e una vecchia cravatta che mi ero fatta prestare scordandomi di restituirla. Sembravo un liceale alla presentazione alla famiglia. Pettinato con attenzione. Mi sentivo ridicolo. Ero così anonimo. Così uguale a tante foto ricordo e alle immagini per i documenti. Sarei andato anche per un funerale, o un matrimonio. Mi sono ricordato che non si deve mai lasciare a casa la maschera. Mi accompagnai ancora con tutti i miei dubbi. Vincendo quell’insolita resistenza. Non mi capita mai di interessarmi agli affari degli altri. Avevo preferito non informare della mia visita. Riflettei se era il caso di presentarmi con dei fiori ma convenni che non lo era. Passai anche diritto davanti alla pasticceria. Non avevo il minimo sospetto di cosa aspettarmi.
Cercai nel marmo la targhetta d’ottone: avv. Sereni. Mi annunciai al video-citofono: “Sono un amico di Lorenzo”. Dopo un lungo attimo un suono secco mi avvisò che era aperto il portone. La voce all’apparecchio, un po’ meccanica, mi indicò il piano. Preferii salire con l’ascensore. Mi aspettava all’ingresso. Allontanò rapidamente un interrogativo. Rinnegò quell’impaccio che ci vedeva in piedi a guardarci, a studiarci. Mi invitò ad entrare con un sorriso cortese e un gesto della mano: “Prego”. Mi sentii di accedere in un altro mondo, di invadere uno spazio confidenziale. Mi pentii della mia decisione, ma non potevo scappare. Provai un senso di vigliaccheria e di mascalzonaggine. L’aria era immobile e inodore. Priva di suoni. Così le nostre voci tintinnavano nel vuoto. La sua mi sembrò al primo istante caramellosa. Carica di ricercata ma forzata cortesia.
Mi porse la mano: “Possiamo darci del tu? vero. Non ti da fastidio”? Le sue dita si abbandonarono tra le mie, fragili. Le stringi delicatamente come per paura di romperle. Il suo sguardo diretto moltiplicava la mia inadeguatezza: “Maddalena, giusto”? Di lei avevo saputo quasi solo il nome. Dall’inizio della loro storia ci eravamo visti sempre meno. Avevo letto la sua soddisfazione dagli occhi e da piccoli segnali. Per varie ragioni non si era mai soffermato troppo su lei. A quel tempo non aveva destato la mia curiosità. Ero solo contento per lui. Poi la tragica notizia. E quel qualcosa che non si incastrava. Le disgrazie succedono, ma lui non era tipo da cercarle o costruirle. Ed era un tipo innamorato.
Non sembrava né sorpresa né confusa. “Scusami. Non aspettavo visite”. Solo avvicinandosi aveva un sapore agro-dolce. Camminava su quei tacchi con diligente perizia e i tappeti occultavano i suoni dei passi. Mi faceva strada. La seguivo da presso. A rifletterci quegli spazi promettevano una percezione di angoscia. L’individuo si sentiva perso. Piccolo. E le voci trascinavano con sé un tenue eco. Pareva mancare il senso delle proporzioni. E tutto sembrava fin troppo in ordine. Lei stessa lo era. Si accomodò su un ampio divano e mi fece accomodare davanti a lei. Sprofondai in una inaspettata comodità. Non avevo la più pallida idea da dove potevo cominciare. Non avevo nemmeno sospetti, solo un senso di malessere; confuso. E lei era donna da destare curiosità. Nemmeno seppi afferrarne il motivo.
Ti scoccia se restiamo qui”? Sembrava stesse aspettandomi. O forse aspettava qualcun altro. Il tè era ancora caldo: “Limone, vero”? Lo versò e aggiunse i due cucchiaini di zucchero, proprio come piace a me. Sorrise. Lo mescolò lentamente guardandomi negli occhi. Mi porse la tazzina. La tazzina oscillò sul piattino. Lei lo prese con il latte. Facendo attenzione a non lasciare tracce di rossetto. In quel preciso momento squillò il cellulare. Controllò il numero, mi chiese scusa e uscì dalla stanza per rispondere alla chiamata. Al ritorno spense il telefonino davanti a me spazientita con un gesto marcato a mio beneficio: “Non voglio che ci disturbino”. Poi lo appoggiò sul tavolino. Riprese il suo tè. Lo portò nuovamente alle labbra con attenzione, senza distogliere gli occhi. Ne ricavò una smorfia schifata e tornò a posare la tazzina. Probabilmente nel frattempo s’era freddato. “Allora… cosa volevi sapere”?
Ebbi la netta sensazione che lo sapesse. E non c’era nessun mistero. Nulla da scoprire. “Cerco notizie di un amico”. La cosa mi appariva ancora così… inverosimile. Mi accorsi che di tanto in tanto frugalmente si controllava nello specchio che avevo alle mie spalle. Quando lo faceva ne usciva perlopiù soddisfatta di sé. Piccole cose che non sfuggivano alla mia attenzione. Ancora non riuscivo a inquadrare quella donna. E non mi sembrava la donna adatta per lui. Qualcosa strideva. Non era come me l’ero aspettata. Non avvertivo veri sentimenti. Cercai di rompere quel mieloso incanto. Ero andato per quello: “Lorenzo aveva idee a modo suo, ma non era cattivo. Un po’ così. Da artista. Ma lui era un artista”.
La cosa più incredibile era che s’era trasformato tutto in bianco e nero. Lo realizzai solo in quel momento. I colori erano sfumati lentamente, s’erano dissolti. Tutto come un vecchio film. Con una fotografia curata. Con i dettagli eppure nitidi. Ma era come insapore. Mi sentivo finto. E la sentivo finta. Eravamo la schermaglia attenta di due persone che si esplorano. Che si cercano senza avere un vero desiderio di conoscersi. Distaccate quel tanto che basta per restarsi estranee. Diffidenti. Almeno io lo ero. E quella casa era piena di domande a cui non sapevo rispondere. Pensai alle cose più improbabili per rompere e superare quella patina di distacco. Per scuotere quella presunta saggezza. Quel finto buonsenso. L’aria da persona per bene. La sua attenzione per non provocare vere reazioni. Veri sentimenti. Impulsi. Tutto quello faceva sembrare normale l’assenza di colore. Lei riusciva a controllare ogni minimo particolare. Era solo la copertina di una rivista patinata: “Per lui sembrava tutto così importante. Ma se ci pensi”.
Restai sorpreso quando aggiunse che non aveva lasciato niente. Era un tipo sempre in preda delle sue fantasie. Un tipo estremamente creativo. Non riuscivo a crederci. Non me lo raffiguravo con le mani in mano. Ad ogni incontro non riusciva a trattenere l’entusiasmo per il nuovo suo ultimo progetto. Mi riempiva di parole e di eccitazione, persino di frenesia. Ed era curioso di tutto. La osservai attentamente senza capire. Non la sentii quando mi disse che non aveva spiegazioni. Ricordo solo che non mi parve disperata; nemmeno dispiaciuta. Era solo una sensazione. Mi sembrava passato troppo poco tempo perché fosse già tornata così padrona di sé. E la sua cortesia rasentava quasi il corteggiamento. O almeno la disponibilità al corteggiamento. Ma forse son sempre stato un briciolo moralista. “Se mi posso permettere, io penso che non si possa pretendere di più. Il problema è nel sapere accettarsi. Nell’essere quello che siamo”. Certamente sbagliavo tutto. E lei senz’altro non se lo meritava. Eppure non percepivo distinti sentimenti nelle sue pose, nella sua voce. Mi aspettavo… non so cosa, ma qualcosa di diverso. Speravo di non trovare disperazione, ma era un pensiero egoista. Certo avevo immaginato una sorda tristezza. Un muto sconforto. Di non sapere in che formule rifugiarmi. All’estremo di non essere ricevuto. Dovrei governare questa apprensione e il vizio di immaginare le cose. Di volerle anticipare.
Accennò di sfuggita a com’era bella la concordia: “Vedi questa casa”. Criticava quelli che avendo meno non sapevano accontentarsi. “Sono cose della vita. Non trovi”? Non volli contraddirla. La lasciai proseguire distrattamente. La sua voce era solo un suono. Avevo un dubbio, ma mi sembrò che quello non posso il posto adatto per esprimerlo. Nemmeno il momento. In realtà provai la percezione che quello fosse un posto dove potevano alloggiare solo certezze. E fuori non era un grande idilio. Era solo che in un qualche modo che non aveva risposta le coscienze erano assopite. E il racconto della sofferenza era semplicemente diventato indecente. La povertà vergognosa. La miseria un crimine. L’ultimo dolore rimasto era quello del cuore. Si poteva ancora morire d’amore. Se avesse continuato a parlare credo che quelle sarebbero state le verità che mi avrebbe spiegato: come governare la dignità nel silenzio.
Spesso le mie cose riesco a tenerle per me. Non mi piaceva che qualcuno avesse una parte scritta che avrei dovuto interpretare. Nemmeno io ritenevo consolatorio che alla fine bene o male c’è la possibilità di una comparsata per tutti. Non mi interessava la notorietà, non era il mio scopo e non rispondeva ai miei disagi. Ma erano loro, i miei disagi, ad essere fuorilegge. Nego che siamo tutti uguali e tutti tesi ad un fine che è quello di curarsi solo di noi stessi. Ma non vado a sbandierare le mie idee in giro come faceva lui. Ed era quel plurale che mi avrebbe denunciato. Eppure dovetti confessare che la prima impressione non le rendeva giustizia. Il tono della voce, i riflessi degli occhi o il mondo di guardarti diritto negl’occhi, le sue pose sempre attente, i gesti calcolati, il trucco curato, il corpo che si poteva intuire sotto, quell’aria disinteressata e poi attenta, il rossetto, una sorta di magnetismo, l’insieme delle cose ne facevano una donna affascinante. Non era facile distrarsi da lei. Era come se fossi sempre interessato al momento successivo. Ad avere qualcosa di più.
Scusami, ma parlarne mi mette ancora un po’ a disagio. E’ come sé fosse… Magari mi riuscirà più facile tra un po’. Con una maggior confidenza. Non mi aveva parlato”…
Provai un bisogno impellente di fumare. “Fuma pure. Qualche volta anch’io. Una o due. E’ l’unico vizio che mi concedo.” –si illuminò di un fugace sorriso malizioso– “Insomma… quasi. Soprattutto dopo… capisci?” –e spinse verso me un posacenere immacolato che non avevo notato. Gliene porsi una: “Non dovrei”. Mi ringraziò, la prese e gliela accesi. La fumò con lenta voluttà. Socchiudendo a tratti gli occhi. Trattenendo il fumo in bocca, assaporandolo con piacere per poi soffiarlo fuori con un lungo sospiro. “Non pensare che”… Avevo fissato tutta la mia attenzione su un quadro. Prima non l’avevo notato. Spense la cicca ripetutamente quasi con crudeltà, come si dovesse rimproverare di aver ceduto a quella debolezza. Fece il gesto di cercare di sentire l’odore del fumo nel suo alito. Trattenni l’istinto di sorridere. Notai le unghie perfettamente laccate. E affilate come rasoi. Sospettai che dietro quella patina si nascondesse una belva. Fu il pensiero di un attimo. Ammorbidì i tratti del suo volto: “Resti per cena, vero? Non puoi… Faccio in un attimo. Intanto ti faccio vedere la stanza”.
Ora che ci penso non credo di aver visto in tutta la casa un libro. Né un gatto. Né segni del passaggio di bambini. Non in quelle stanze. Sembrava un set. Persino la cena era stata ottima ma non c’era nessun odore di cucina. Ed era stata fin troppo veloce. Di proposito ero stato attento a non eccedere col vino. Lei mi incoraggiava ma io volevo mantenermi lucido. Diffidavo. Solo una certa circospezione in fondo a me. Il bisogno di sentirmi rassicurato. Una casa troppo grande. Degli agi a cui non ero abituato. Tutto troppo facile. Il rimpianto per un amico. Un letto soffice. Una donna che non era mia. Abbassai la luce. Mi aspettai di sentirla bussare alla porta. Forse lo sperai. Di sentila scivolare nella stanza. Immaginai il modo. I suoni. Mi illusi che lei si aspettasse che fossi io a cercare la sua stanza. Ammetto di esserne rimasto dolcemente deluso. Tornai a sentirmi stupido. Non riuscivo ad aver voglia di dormire.
Trovai alcune pagine di diario in fondo ad un cassetto. Era un diario stranamente a più mani. Erano storie che si reiteravano, tranne piccoli particolari erano tutte uguali. Il senso di vertigine da agorafobia. Come imprigionato in un sotto vuoto spinto. La mancanza d’aria. L’incontro con una sorta di propria immagine riflessa. Storie dell’incredibile ripetute come tanti paragrafi sbagliati. Una stampa che riproduceva più volte uno stesso capitolo. La cosa mi incuriosiva ma non riusciva ad affascinarmi. Potevano essere prove di scrittura. Lo scorsi finché non riconobbi la sua calligrafia. Mi apprestai concentrato alla lettura. Le ore correvano più veloci di quanto lo potessi avvertire. E poi la sentii anch’io, la voce. Ed ero ancora perfettamente sveglio: “Rilassati. Non resistere”.
Fu solo allora che mi decisi veramente. Percorsi il corridoio in assoluto silenzio. Non feci alcuna fatica a trovare la sua camera. Ammirai il corpo di quella donna fasciato nella vestaglia, sprofondato nell’enorme letto. La sollevai tra le braccia con cautela e attenzione. Lei non sembrò svegliarsi o almeno seppe fingere perfettamente un sonno quieto. La sporsi dalla finestra e solo allora lei aprì gli occhi e mi sorrise. Allargai le labbra e la lasciai cadere. La osservai precipitare senza emettere un solo grido, nel completo silenzio tranne il tonfo sulle pietre del marciapiede. Era ancora notte. Cercai la chiave e la trovai nel cassetto del comodino. Riordinai un po’ le cose cercando di cancellare ogni segno del mio passaggio. Mi chiusi la porta dietro le spalle e me ne andai mentre ancora tutti dormivano.

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Quando sono andato a stare a casa di Maddalena credevo di aver realizzato il più grande dei miei sogni. Avevo imparato ad amare profondamente quella donna ed ero certo che nulla avrebbe potuto dividerci. Era stata lei e chiedermelo. Non ci ho pensato un attimo. Ho raccolto le mie cose ed ero già in quella sorta di immenso appartamento che mi appariva una reggia. Stanze dopo stanze e tutte luminose e spaziose. Ricordo che mi chiesi come avremmo potuto permettercelo, anzi come lei poteva. Lo so che può sembrare un pensiero fin troppo meschino. Decisi semplicemente di non pensarci. E forse questo fa parte della mia condanna. Forse sono sempre stato un po’ avventato, e un po’ superficiale. Ma almeno inizialmente tutto sembrava volermi far vivere come in una favola.
La magione occupava un intero piano di un vecchio palazzo in stile impero. Mi perdevo continuamente tra sale e corridoi. E provavo continuamente la sorpresa di una prima volta. Non ho mai avuto un gran senso dell’orientamento, ma pensavo che sarebbe stata una sensazione solo transitoria, che sarebbe passata col tempo. Certo fin dall’inizio una cosa aumentava il mio senso di disagio: la presenza di chi aveva abitato in quegli ambienti prima di me. C’erano qua e là foto di altri uomini. Di alcuni degli uomini che erano stati i compagni nella vita di Maddalena. Soprattutto uno. Credo avesse avuto un posto speciale nel suo cuore. E che un po’ lo mantenesse nei suoi ricordi. Provavo una sorta di invidia e di stizza anche se non sono mai stati geloso in vita mia. Certo con lei è stato tutto, fin dall’inizio, diverso. Ma sorvolavo su quelli che mi sembravano meschini turbamenti, specialmente quando lei rientrava e mi era vicina. Lei era molto attenta e anche molto appassionata. Non ne parlammo mai. Perché avrei dovuto? Per sentirmi semplicemente dire con un sorriso quanto ero stupido?
Da una stanza un po’ più piccola delle altre avevamo ricavato uno studiolo per me. Ci passavo gran parte delle mie giornate. Poi tornavo a immergermi in quell’universo e a perdermici nella sorpresa che non smetteva mai. La mia era un’attesa di lei. Non uscivo mai e non ne avevo il motivo. Eppure giravo portandomi appresso quella stessa inconsistente angoscia che mi aveva accolto fin dall’inizio. Più volte decisi di dirlo ma sempre all’ultimo ci rinunciavo trovandolo ridicolo. Non c’era nulla che non andava e, come detto, quando arrivava la sua sola presenza cancellava ogni mio malumore. Intanto non riuscivo ad essere soddisfatto di nessuna mia idea. Il mio lavoro non procedeva. Tutto mi appariva banale. Scartai l’idea di fare un ritratto di lei o di qualcuna delle persone di quelle foto. Quando gli chiedevo del suo passato lei in qualche modo sviava la conversazione. Non riuscivo mai ad avere risposte esaustive, nemmeno approssimative. Solo qualche vago nome. Qualche riferimento ad un viaggio, ad un anno lontano.
Lei si dimostrò anche una bravissima cuoca. Avevo da mangiare e da bere e tutto quello che mi poteva occorrere. Quando mi annoiavo accendevo la televisione ma poi non la guardavo. Finché non mi prese una smania strana di uscire, ma dopo aver faticato a trovare la porta mi accorsi che era chiusa. Certo doveva averlo fatto sbadatamente. Ecco perché non mi aveva detto nulla. Certo era persona da avere mille riguardi e anche qualche apprensione in più. Mi aveva confessato di aver già ricevuto la visita di ladri e di essere stata derubata. Mi scordai di chiederle se c’era un’altra ragione per la quale si chiudesse la porta dietro le spalle. Né di farmi fornire una copia delle chiavi. In fondo era una smania strana e tra quelle mura non mi mancava niente. Eppure cominciai a sentire come se mi mancasse l’aria. Mi affacciavo alla finestra ma arrivavano pochi rumori attutiti di macchine. Erano rari i pedoni che transitavano e che guardavo dall’alto passare schiacciati sul marciapiede. La costruzione dava su di una via poco frequentata. Eravamo isolati ed ero isolato. Non erano finestre che raccontassero qualche storia. Era cose se si affacciassero sul niente. Oltretutto non ho mai ricevuto molte telefonate, non sono tipo da stare a parlare a una persona che non c’è, con qualcuno che non posso guardare negli occhi. Vengono proprio a mancarmi le parole. In più la linea era staccata. Ormai tutto il mio universo era circondato in quelle pareti. E continuavo a ripetermi che tutto andava bene. In verità cosa avrei potuto desiderare di più?
Ero tranquillo, immerso nel silenzio. Potevo inseguire solo le mie ispirazioni, solo che quelle non venivano più. Ero ormai un artista senza la sua arte. Frugavo in me senza trovare nessun filo, nessun bandolo della matassa. Ne uscivo nervoso ed estenuato. Le giornate si dipanavano una uguale all’altra. Erano solo attesa, ma il lavoro la impegnava sempre più. E la sera avevo preso ad accendere la luce prima di entrare in ogni stanza. Mi dava angoscia il modo in cui si allungavano le ombre sui mobili. Quel silenzio e quel buio. Persino l’odore di quel legno. La proiezione di quell’attaccapanni con le giacche appese. Non mi restava che aspettare il suo ritorno. Poi la passione pian piano si attenuò. Io continuavo a desiderarla, ma per qualche stanchezza o per i motivi più banali era sempre più difficile avere dei momenti tutti per noi; di intimità. Non ricevevamo visite. Il mondo restava fuori. Si può dire che vivevamo appartati. Ma lei lavorava molto e rincasava sempre più tardi e sempre più affaticata. Semplicemente quando mi coricavo lei era sempre già addormentata. Mi limitavo a farmi vicino e inebriarmi del tepore che emanava dal suo corpo. Quell’amore si stava trasformando in una deliziosa adorazione. E in quei nostri momenti le avrei perdonato qualunque cosa.
Ma avevo ripreso a faticare prima di prendere il sonno. Ero preda dei più strani e intricati pensieri. Mi sembrava di buttare le mie ore. Poi mi spingevo a fare un riassunto della giornata e lì non c’erra nulla. Questo non mi consolava. Mi sembrava di sfiorare qualche idea, anche buona. Persino di afferrarla. Mi sentivo in preda alla vena creativa. La pigrizia mi imprigionava a letto. Facevo ricorso alla pazienza. Di solito il sonno tardava più del dovuto. Oltre quanto è immaginabile. Credevo di sentire fuori i primi timidi rumori del mattino. Di intravvedere la luce dietro le bugie. E poi sognavo. Sognavo i sogni più strani. Intricati e tumultuosi. Ho sempre sognato molto. La maggior parte non mi lasciavano ricordi al mattino. Non li hanno mai lasciati. Tranne qualcuno che tornava ripetutamente, sia durante le ore di sonno sia poi nella giornata. Non ci avevo mai dato importanza. Una cosa però aveva cominciato ad invadere quelle notti, un’ossessione reiterata. Ora sopra i sogni c’era una voce suadente, che li sovrastava, che mi ripeteva: “Rilassati. Non resistere”. Una voce fuori campo. Non capivo quelle parole ma mi lasciavano al mattino una sorta di leggera angoscia: “Rilassati. Non resistere”.
Finché non cominciai ad avvertire un’altra presenza in quella casa immensa. Qualcuno o qualcosa che non riuscivo ad incontrare. Non ho mai creduto ai fantasmi o a cose simili e mi sentii stupido. Cercai di occupare la mente con altri pensieri. Aprii un armadio e ci trovai alcuni indumenti che non ricordavo di aver mai posseduto. C’era qualcosa di molto strano in tutto quello. Poi spalancai una porta e me lo trovai davanti. Lo fissavo e lui mi fissava. Aveva la mia stessa altezza. I miei stessi occhi. Stessi capelli. Stessa cicatrice sopra il labbro, ricordo di un incidente di bicicletta da bambino. Mi pareva di guardarmi in uno specchio. Quell’altro era la mia copia perfetta. Ero io. Scossi il capo per l’incredulità. Feci per parlare ma dalla mia bocca non uscì suono. Lui scoppiò in una risata fragorosa probabilmente vedendo la mia meraviglia: “Sì! io sono te”. Mi avvisò che doveva uscire e mi chiese se mi serviva qualcosa: “Di uscire”. Rise nuovamente: “Questo non è possibile. Non c’è niente fuori. E tu non sei ancora pronto”. Non mi serviva che la mia libertà, ma cos’era la mia libertà? Spazientito gli chiesi quando sarebbe tornata Maddalena. Parve deluso: “Allora non capisci, lei non torna. Non almeno finché non smetti di resistere”. Riconobbi la voce. Cercai di avere spiegazioni: “Devi imparare a non pensare. Non c’è altro mondo. Né altro modo”. Dentro me lo mandai affanculo, gli girai le spalle e lo lasciai lì. Accesi la tele, davano il telegiornale. Ero certo di averle già viste quelle notizie. Girai e in ogni canale la stessa voce non faceva altro che ripetere le stesse parole.
A rifletterci meglio una cosa c’era che non andava: lui, l’altro me, era mancino. Mi chiesi se lei ne era innamorata. Innamorata della mia coppia. Come avrei potuto ribellarmi? E mi tornarono nella mente le parole che sovrastavano i miei sonni. Non avevo altra spiegazione che nel biglietto che trovai e che mi aveva lasciato sul comodino: “Ogni pensiero rompe la meravigliosa armonia dell’universo”. Mi stropicciai gli occhi. Niente aveva senso. Controllai su televideo ormai senza speranza. La mia attenzione venne richiamata da una notizia dell’ultima ora da parte del ministero delle comunicazioni. Su quelli che venivano definiti piccoli e sporadici gruppi di resistenza di quattro gatti, di filosofi e poeti: “Dissentire è oltre che inutile insensato. Cosa vogliono di più in questa società perfetta”? I nostri leaders erano fiduciosi in una veloce opera di bonifica di quella obiezione incomprensibile, anzi astrusa, ed erano certi che presto anche l’Italia si sarebbe allineata con tutti gli altri paesi civili e democratici. Non mi chiesi perché la notizia mi avesse gettato nell’ansia. Semplicemente spensi la televisione. Scrissi in un biglietto un laconico: “Ti amo” –per lei. Non mi importava cosa ne sarebbe stato di lui, del mio altro io. Mi chiusi in bagno e mi immersi nell’acqua. Affondai la lametta nel polso e incisi verso l’alto per essere sicuro, poi mi misi ad attendere.

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Di quella casa, affacciata al mare, era rimasto ben poco. A nessuno sembrava interessare. Era crollato il soffitto. Le finestre erano delle orbite vuote sospese sul nulla. Pezzi di pietre e intonaco erano rovinati al solo trasformandosi in polvere sottile e calcinacci. Io restavo lì a guardare quella costruzione diroccata che andava via via disintegrandosi per l’incuria e i vandalismi gratuiti. Seduto all’osteria, magari con il gotto pieno. Di giorno ci batteva il sole accecante. Di notte era illuminata dal lampione della stessa bettola. Una fetta di luce nitida e precisa. E sul quel muro si muoveva con le sue movenze rapide e buffe un geco. Di giorno capitava di vederlo raramente. Cercava di evitare il riflesso più luminoso; di non esporsi. Era più frequente spiarlo la notte, dopo le dieci o le undici. Stava appiccicato a quel muro, tozzo, ancorato con le zampette come ventose. In un equilibrio impossibile. Come se fosse parte di quel muro; dipinto. Andava pigro in cerca della sua cena, mirava sempre ad una preda. Faceva due passetti e poi restava immobile. Un altro passettino e poi di nuovo si bloccava ancorato e inerte. Finché non era al dovuto tiro del suo obbiettivo. Solo allora scattava con una velocità incredibile, inaspettata. Non ricordo di averlo visto mai mancare la vittima; la cena. Ero affascinato da quella bestiola che anno dopo anno ritrovavo lì come un vecchio amico. Poi un anno è stata male Francesca. Un anno non ho potuto prendere le ferie in agosto. Infine un anno non ricordo quello che era successo. Il risultato è stato che per tre anni non ho più raggiunto l’isola. Il quarto sono tornato e la sera, come mia abitudine, mi sono seduto davanti alla taverna ad aspettare l’ora di rincasare. Era un’estate particolarmente calda e arida. Francesca ci aveva lasciato, i ragazzi erano diventati ormai grandi, e avevo tutto il tempo per me. Non c’era un alito di vento. Era passato Salvatore e poi Silverio con il suo cane a guinzaglio. Un paio di isolane di fretta. Tutti mi salutavano perché tutti mi conoscevano ormai. Di quella casa non era rimasto in piedi quasi più niente. Il vento che veniva dal mare, il maestrale, con quel nome così intrigante e autorevole, e il suo fiato così testardo e sprezzante, soprattutto d’inverno, la spazzava senza riguardi. Da giovane avevo raggiunto l’isola anche nella brutta stagione. Col tempo avevo finito per andarci solo d’estate e s’era persino parlato di venderla, la nostra abitazione. Per me era anche troppo e il costo non valeva l’uso che ne potevo fare. Lì ci ho sempre trovato quiete e silenzio. Forse era stata una leggera scossa di due anni prima, o forse aveva solo contribuito. Avevano detto alla televisione che non c’erano stati danni. Certo le travature, con quel sudore salato dell’aria umida, s’erano marcite e non erano più riuscite a sostenerne il peso. Forse qualcuno ci aveva messo gli occhi sopra e la voleva a pochi soldi per demolirla e costruire ex novo. Infatti, in parte, quel legno e le pietre stesse erano anche anneriti come se usciti da un incendio. Non so perché ma io ero legato a quella casa, mi faceva compagnia, ma non erano rimasti proprio che un pezzo di muro e brandelli di intonaco. Avevo indugiato lì assorto nei miei pensieri e di come quel vecchio mondo stava scomparendo quando l’ho visto apparire. Non mi ero chiesto che fine avesse fatto; non lo ricordavo nemmeno più. Avessi pensato mi sarei detto che non fosse sopravvissuto a tanta desolazione e distruzione. Che il tempo doveva passare anche per quell’animale. Oppure che era traslocato in un luogo più accogliente e dove la sua ricerca del cibo fosse più agevole. Invece il geco, forse nemmeno lo stesso, che importa? a me piace pensare sia proprio lui, era entrato nello spazio illuminato e s’era mosso con le sue solite movenze ridicole. Restai a guardarlo emozionato. Non ricordo bene se se ne andò prima lui sazio, o se cedetti prima io alla stanchezza. Ricordo solo che chiamai il mio avvocato e lo pregai di interessarsi della faccenda. Avevo deciso che avrei comprato quel cumulo di macerie a qualsiasi prezzo ragionevole e le avrei restaurate. S’era salvato un pezzo di pavimento di pregio e mi resi conto di come si affacciasse con una vista splendida e panoramica. Non fui certamente influenzato dalla presenza della bestiola, sarebbe stupido, ma mi feci convinto mentre guardavo le sue movenze. Altri avrebbero col tempo scoperto l’isola e ne poteva uscire una bella villetta; anche tre camere e soggiorno. Era un ottimo investimento. E poi anche i ragazzi, un giorno, si sarebbero fatti la loro famiglia.

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Come dice anche una canzone “non aveva più voglia di fare la guerra”. Non ne aveva più bisogno. Il suo era il coraggio di essere donna. Se anche quella storia era finita un’altra sarebbe venuta, o nessuna. Forse non aveva più bisogno di storie. Forse poteva farne senza. Suo figlio ormai era grande, e avrebbe capito. E a guardarsi allo specchio sapeva di non potersi amare perché era da troppo tempo che non lo faceva. Il viso lo solcavano solo rughe e quelle rughe erano un disegno mesto. Gli occhi erano due opachi timori, parevano rassegnarsi. I capelli ormai, senza l’aiuto del parrucchiere, erano più bianchi che biondi. Ed era da troppo tempo che non guardava la bilancia. Forse un po’ era stata anche colpa sua. Come poteva un uomo amare una donna che si era lasciata così invecchiare? Ma in fondo era quello in suo dubbio: forse non le era mai importato. Prima sì, ma poi le era interessato solo darsi. Pensare a lui. Veramente era quello che aveva sempre fatto. Anche col suo primo marito. E con il secondo. Ma allora credeva ci fosse ancora un futuro. Di avere qualcosa davanti. Non era certa di quella differenza. Con lui era stata quasi da subito solo una convivenza. Due destini che si sfiorano. Forse la ragione è nel fatto che due disperazioni mescolate non formano mai una felicità. Ma è facile dire che è stupido dopo.
Quando se n’era andato non aveva nemmeno più voglia di piangere. Le era stato quasi indifferente. Aveva giù sofferto e pagato. Ci si abitua a tutto, anche al troppo. E forse lui era sempre stato come l’aveva visto alla fine. Come lo vedeva. E poi il tempo passato non ne vuole sapere di tornare. Si sentiva vecchia e stanca. Non abbastanza vecchia ma molto stanca. E poi per ogni cosa c’è il suo momento. Forse l’errore era stato mettersi con uno più giovane. Forse l’errore è amare, se amore era quello. Era voler fuggire la solitudine. Era quello stramaledetto bisogno di combattere quel silenzio, di una carezza, di un gesto, di sentirsi ancora. Di riconoscersi. Tutto per niente. Non ricordava nemmeno più da quanto tempo tornava a casa di malavoglia. Lo evitava ed evitava di parlargli. Lui aveva provato a continuare a fingere, maldestramente. Lei sapeva dell’altra. Non aveva fatto nulla per trattenerlo. Che senso aveva? Era questo il patto che s’erano dati fin dall’inizio. Convinti che sarebbe durato solo finché fosse durato. Lo aveva voluto proprio lei. Non aveva provato né amarezza né rabbia, solo quasi una muta indifferenza. Non capiva però perché lui avesse testardamente e inutilmente cercato di continuare a negarlo. Forse perché davanti ai fallimenti nessuno vuole vedersi colpevole o responsabile. Forse perché tutti hanno il bisogno di perdonarsi e credersi vittime. Ma ne aveva parlato fin troppo. E il silenzio la offendeva meno di quanto avrebbe potuto supporre.
E’ così che decise di mettere ordine nella sua vita. Svuotò gli armadi e ne riempì alcune valigie con i suoi ultimi abiti. Mise le altre sue cose in alcuni scatoloni. Era quasi sicura che lui non sarebbe mai passato a riprendersele. Non che le facesse male ritrovare oggetti che le parlassero di lui. Semplicemente voleva riprendersi la sua vita. E la sua casa. Semplicemente era una questione di ordine e di spazio. E svuotò sul tavolo i cassetti dove teneva tutte le foto. Nelle più vecchie era ancora bambina, nemmeno riusciva a stare sulle gambe. Erano ancora in bianco e nero. Si rese conto che dentro c’era tutta la sua storia, la sua vita, come fossero state scattate per quello. Tutte assieme facevano un bel mucchio, erano un numero impressionante. Quante saranno potute essere? Semplicemente tantissime. Strano, perché lei non amava farsi fotografare Farle, quello sì; le fotografie. Infatti tra le più recenti in poche c’era. C’erano paesaggi e persone. Le persone della sua vita; delle sue vite. Solitamente lei era dietro la macchina, a ritrarle.
Cominciò con il mettere da parte quelle meno significative. Quelle che in fondo non le ricordavano nulla e non erano che foto. Di queste fece un pacco che legò con un nastro rosso. E anche quello andò direttamente in soffitta. Delle altre… c’erano i posti che aveva visitato. I suoi compagni. I suoi amori o presunti tali. I suoi amici. I suoi genitori e i suoi fratelli, quanto le mancava suo padre. Le divise e raggruppò per periodo, senza pensarci, senza motivo. Aveva una strana inquietudine ma riusciva a domarla con poca fatica. E aveva il suo lavoro ad aiutarla. E voleva avere la mente completamente sgombra per quel lavoro. Finalmente libera. A lui non doveva più niente e non aveva diritto a niente, nemmeno al più piccolo spazio nei suoi pensieri. Gettò tutti i posacenere. Brutto vizio il fumo. Non lo aveva mai sopportato. E le stanze avevano già un’altra aria. Insomma ne aveva tutti i diritti di riprendersi quelle stanze. Di tenere spalancate quelle finestre, le sue finestre. Era sempre stata la sua casa ed era tornata finalmente ad esserlo; solo sua.
Poi una sera decise senza pensarci, le capitava spesso, faceva parte di lei, e forse era anche quello essere donna. Scese quando nessuno la poteva vedere e scavò piccole buche, una affianco all’altra, prima che facesse completamente buio e vi seppellì quegli involucri di foto. Si sentì meglio. Poteva sembrare un gesto stupido. Forse non era nemmeno dimostrativo eppure man mano le sembrava di sentirsi meglio. Seppelliva il suo passato, completamente e definitivamente, sotto un palmo di buona terra. Vicino cresceva alta una pianta di rose selvatiche. Tornò che era stanca ma soddisfatta. Aveva le mani e la gonna sporca e un grande appetito. Dopo cena aveva guardato un dibattito politico senza dover sorbire le sue lamentele e senza dover andare fino in salotto. Lasciò i piatti da lavare, in fondo l’avrebbe potuto fare anche l’indomani. Lesse più del solito prima di prendere sonno ma il romanzo continuava a non piacerle.
Il sonno venne senza fatica ma non la riposò. Un sogno l’aveva angosciata, un sogno che ricordava ancora al mattino perfettamente mentre cercava di mettersi in ordine per uscire. Doveva passare per la banca ma non riusciva a togliersi dalla testa le immagini della notte. Sotto quelle piccole fosse qualcosa pareva lievitare, riprendere vigore. Le persone delle foto stavano tornando in vita uscendo dalle stesse immagini. E tornavano trovandosi sotto quel palmo di terra umida. E allora cominciavano a graffiare disperatamente le zolle per trovare aria; aria e luce. Cercavano di gridare con le gole soffocate. Ne uscivano solo lamenti muti. E tutto era così vivido da sembrare più che reale. Si sentì male, colpevole. Nello stomaco le uscì un buco. Non riusciva a fissarsi su quello che faceva, né riuscì a mangiare. Aspettò con impazienza e alle prime ombre scese in giardino. Nulla sembrava come prima. Ogni buca ricoperta s’era gonfiata come un ventre di donna. Si chiese cosa avrebbe trovato lì sotto. Si diede un attimo sospeso di pausa. Forse aveva avuto troppa fretta. Forse ci vuole solo un po’ più di tempo per imparare a vivere con la solitudine e per tornare a parlare con se stessa. Ma forse era troppo tardi eppure lo doveva fare. Con una grande pena nel cuore si mise a scavare.

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Il niente che diceva con grande dovizia di particolari, il ricordo del cibo che restava tra le sue parole, lo stesso tono stridulo della voce, tutto lo infastidiva. Persino il cane aveva esaurito la propria mite remissività e appena cominciava ad infervorarsi si allontanava lanciandogli uno sguardo di occhi chini inequivocabili. Chiuse il giornale che tanto non aveva capito nulla di quello che aveva cercato di leggere. Mescolò il sugo prima che attaccasse. Si trascinò sulle patine fingendo di cercare qualcosa nell’altra stanza. Si sentì chiamare. Uscì in silenzio nella notte senza dirle nulla. Scoprì la luna e una leggera brezza parve ridestarlo. Ultimo recapito conosciuto: l’ufficio delle cose dimenticate.

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raccontiLuci ed ombre di una città. Un lungo viale notturno. Come dicevano: farmacie ed edicole sempre aperte perché a Milano è sempre giorno. Lui, che aveva quel maledetto vizio, si sarebbe accontentato di un tabaccaio; non aveva spiccioli. Trovò il coraggio di avvicinare la donna e lei gliela offrì con cortesia. Senza imbarazzo si trovarono a parlare amabilmente anche dopo aver consumato quella prima sigaretta. Si scordarono di tutto e anche di quello che erano. Fu lei, alla fine, a ringraziarlo. Era la prima volta che andava, se si può dire così, con una di quelle. Non gli era sembrata diversa dalle altre. L’unico imbarazzo gli era sembrato che l’avesse provato lei mentre lui cercava il portafoglio. Lei sarebbe stata tutta la notte a parlare. Lui si pentì ma qualcuno lo aspettava a casa ed era già in ritardo.

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desertoQuando hai un attacco di nonsochefare e le cose da fare ci sarebbero; eccome. Hai solo voglia di cazzeggiare. Di corteggiare la tua pigrizia. Cerchi un idea. Ti accendi una sigaretta. Le trovi le idee. Si fanno trovare. Numerose. Per trovarle sono là. Neanche serve cercarle. E’ che le scarti appena mettono il naso in quei minuti. Come dice Lei quello che mi piace, l’unica cosa, è scrivere. E’ proprio allora che non ti viene nulla su cui scrivere. Rileggi. Correggi. Niente da fare. Tanto lo sai che finirai per uscire perché stai male dentro. Ti guardi intorno e le vedi, le cose da fare. La casa è inguardabile. Ad ogni occhiata ti dice che andrebbe riassettata. Magari una passata frettolosa. Magari. Domani. Meglio scopare il deserto. Non ti piacciono i libri soffocati in vetrina. Ne sono sopravissuti pochi. Cerchi sempre uno di quelli che non hai potuto portare con te. I libri devono respirare, ma cominciano a tossire per la polvere. Almeno la lavatrice la potresti fare. Nel cesto hai voglia a spingere. Non c’entra uno spillo. C’è tempo. C’è sempre del tempo. Ci sarà tempo anche per quella. Ti accendi una sigaretta. Il tempo è l’unica cosa che non manca, quasi mai, in una casa. Il letto sarebbe da rifare. Le lenzuola sanno di sudore. Le stanze di chiuso. E fumo. Non parliamo poi della montagna delle cose da stirare. L’attaccapanni andrebbe liberato. Intanto arieggi la stanza. Ma a che vale pensarci. Fra un po’ è quasi ora di cena. Cosa si può preparare per cena. Meglio una cosa veloce; che non richieda tempo. Intanto riscarichi le mail. Erano buoni dieci minuti che non lo facevi. La bestia, la macchina, si limita a dire “nessun messaggio nuovo”. Lei, poverina, ci ha almeno provato. Non era possibile aspettare risposta diversa. La scritta infastidisce comunque. Ti accendi una sigaretta. Fuori fa freddo. Il mondo dov’è. Le pulizie non andrebbero fatte di festa. Non è il giorno adatto. Negli altri giorni è il tempo che manca. E dopo il lavoro te ne passa la voglia. Apri il browser e con lui si aprono le pagine che sei solito navigare. I tuoi siti e i tuoi blog amici; i soliti, quelli veramente preferiti. Toh! ne ha messo uno di nuovo, è anche un buon post. Troppo impegnativo. Ci penserai a commentare, magari domani. Per gli altri sono gli stessi. I più recenti sono ancora lì dal mattino. Ormai li sapresti recitare come una preghiera. Almeno una delle quattro, che quando era l’età giusta, t’hanno fatto mandare a memoria. Ormai è inutile pensarci. Non riusciresti a recitarne nemmeno l’inizio. Che poi, per più d’uno, quando l’età era giusta erano loro, le preghiere, ad essere sbagliate. Appunto a quelli, le facevano imparare in latino. Che era una lingua morta già allora. Non è che si capivano proprio tutte. Andavi dietro al vociare d’intorno. E anche un poco a senso. E un poco ti limitavi a borbottare. Ti accendi una sigaretta. Non ci credevi troppo nemmeno allora. Sarà l’aria delle feste. E’ che fuori è veramente un freddo cane. Le chiamano giornate da lupi ma persino i lupi si rintanano, e si accendono un focherello. Ciò non toglie che è una giornata inutile. E nelle giornate inutili il tempo passa lento. Sembra farlo apposta. L’orologio in cucina s’è addirittura fermato. Come dice qualcuno è l’unico modo per esser sicuri che almeno due volte al giorno indica l’ora esatta. E si credono divertenti. Spiritosi. E’ solo che son finite le batterie. Anche quelle. E poi mica sei in vena di spirito. Non che stai male, anzi; a momenti ci stai anche bene da infilartici dentro. Ti accendi un’altra sigaretta. Io, per conto mio, mi immergo in un bagno caldo. E’ un casino fare e contemporaneamente parlarne in terza persona.

P.S. dopo aver scritto il post, col proverbiale anticipo, e, naturalmente, prima di postarlo, mi sono accorto che anche Lei, Efesto, ha scritto qualcosa che ha delle affinità. Con grande simpatia e per solidarietà vorrei dirle che ho solo 47 m2, ma che da me troverebbe tanto di che soddisfare la sua voglia di fare.

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