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Posts Tagged ‘cena’

Quando faccio per sedermi è lui che mi sposta gentilmente la sedia. Mi guardo intorno per cercare mio marito. Si è attardato per sistemare i soprabiti. Mi si siede proprio davanti e mi porge la mano: “Piacere Giancarlo”.
Antonella”.
Luigi si siede al mio fianco: “Vi siete presentati”? Non faccio caso alla sua voce. Non sono insensibile ai gesti di cortesia; galanti. Il mio dirimpettaio, Giancarlo, ha un vestito elegantissimo che non è tradito dalla minima piega. Grigio antracite. Anzi, come si dice, gessato. Camicia oxford. Cravatta regimental dove il giallo brilla. Mi sono sempre piaciuti gli uomini che hanno cura di sé. Mi sono sempre piaciuti i nomi… composti. Ogni suo movimento sembra studiato. Mi mostra attenzione. Palesa di essersi accorto di me. “Luigi non era stato bugiardo sul tuo conto. Di cosa ti occupi”? La sua voce è suadente. Sembra un canto. E’ ben impostata. Mi ricorda quella di quell’attore. Ha i bassi morbidi e una tonalità lieve. Allunga la mano per versarmi il vino. Scopre il polso. Ha un orologio per nulla pacchiano. I suoi occhi sanno sorridere con garbo. Accenna di fermarsi mentre il rubino del vino è a metà del calice. Mi fa un cenno di assenso. Controlla che i capelli non gli scendano sulla fronte con un gesto morbido. Torna ad accomodarsi sulla sedia facendo attenzione alla piega dei pantaloni. Luigi mi dice qualcosa ma non lo sento. Sono distratta e un po’ confusa. Confusa dal nostro ospite che mi ruba tutta l’attenzione. Si sistema il tovagliolo sulle ginocchia. Ho voglia di sbirciare sotto il tavolo per controllare le sue scarpe. E che calzini porta. Sono lunghi o corti? Non possono che essere lunghi. Come si può non essere affascinate dalla gentilezza e dal garbo?
Certo è un progetto ambizioso, ma chi non rischia… Come si dice. Te ne ha parlato? Tu che ne pensi. Mi interessa molto il tuo parere”.
Forse lo fa per galanteria ma almeno lui lo fa. Forse lo chiede solo perché sono là. Perché sono una donna. Fa piacere comunque. Ogni donna è lusingata da simili attenzioni. Non che ci abbia capito molto. Una fusione non è certo argomento che pratico tutti i giorni. Ma non voglio far vedere le mie lacune né sottrarmi alla sua preghiera. Mostro di rifletterci un attimo. Mi azzardo a dargli del tu: “Come dici tu nella vita ci vuole il coraggio di osare, naturalmente dopo aver ben ponderato le cose. I pro e i contro. I rischi e i possibili profitti. Io insegno e non vorrei azzardare pareri dove non ho competenza ma credo che tu sappia bene quello che fai. Insomma… io ci investirei. Investirei tranquillamente su voi” –e mi sento soddisfatta di esserne uscita a così basso costo.
Da capo tavola qualcuno propone un brindisi. Ci sono delle risate. Luigi mi da di gomito, soddisfatto. Cominciano a servire gli antipasti. Io non riesco a togliergli gli occhi di dosso. Tutto il resto è rumore e contorno. Non mi era mai successo. Fortuna che sono seduta perché le gambe si son fatte molli. Sistemo la gonna sulle ginocchia. Torturo un attimo il mio tovagliolo. Sposto una ciocca dietro l’orecchio. Cerco di controllarmi sulla caraffa del vino. Freno la voglia di prendere la borsetta e dalla borsetta lo specchietto. Vorrei essere al meglio. Mi si è chiuso lo stomaco. Abbasso gli occhi nel piatto per non sembrare sfacciata. Ho paura che mi legga l’anima. Abbasso gli occhi per cercare rifugio dentro di me. Per un attimo gioco con l’orecchino. Mi scappa un sorriso che mostra impercettibilmente i denti. Umetto le labbra. Faccio dondolare il piede: “Certo che dev’essere affascinante il tuo lavoro. Peccato, mi sarebbe piaciuto che avessimo avuto l’occasione che me ne parlassi”.
Apprezza. Si sente blandito. Non disdegna l’adulazione. La coglie. Anche questo sembra un pregio in lui perché l’afferra con finezza. Come fosse consapevole e allo stesso tempo disinteressato. Come fosse bagaglio naturale di un uomo di successo come lui che reputa volgare mostrarsi oltre le righe: “Perché no. Magari alla prima occasione. Oggi… si festeggia e tu sei una vera festa per gli occhi”. E allora comincio a sognare quell’occasione. A inseguirla nei miei pensieri. Lotto cercando di non farmi troppo distrarre. Si allunga per prendermi la mano e lasciarci un piccolo bacio sulla punta delle dita. Luigi manco se ne accorge. E’ distratto con gli altri. E poi non è mai stato troppo geloso. E perché dovrebbe? Non gliene ho mai dato motivo. Dovrebbe essere fiero di me. Un po’ più soddisfatto di me. Lui nello staccarsi mi sussurra: “Spero che quell’occasione possa essere presto”. Vorrei gridargli “Subito”! Cerco di ricompormi. Di controllarmi. Il vicino mi chiede cosa ne penso della zuppa. Mi guarda sfacciato le ginocchia. Le ricopro indispettita. Ci sono altre donne al tavolo. Nemmeno la cameriera è male. Ho bisogno di pensare. E di mettere ordine nei miei pensieri. Per togliermi dall’imbarazzo mi alzo per raggiungere i servizi. Così ho modo di controllare di essere ancora tutta in ordine. Dondolo sui tacchi alti e sento che il suo sguardo mi segue mentre mi allontano. Me lo sento addosso. Mi sento appagata. Forse ancheggio fin troppo? Non mi sembra. Ne sono fiera. So che gli occhi degli uomini apprezzano. Mi interessa solo l’attenzione dei suoi. Quando torno fa per alzarsi ma sono più lesta e mi siedo. Sembra aver capito che sarebbe sembrata eccessiva quella sua attenzione. Perché Luigi non si lascia nemmeno sfiorare da tali gentilezze? Perché crede di avere il diritto dei miei occhi? Forse per quell’attimo ho sperato che Giancarlo mi seguisse. Come sono stupida, a volte. Non è una cosa da lui. Avrebbe rovinato tutto. Lo sa. E io cosa avrei fatto? Mi sento una ragazzina. Ma sognare non fa male a nessuno. L’immaginazione non fa né feriti né prigionieri. E’ così che non so che limitarmi a pensare a lui che mi apre la porta. Non c’è nient’altro dietro quella porta. Non ora. Non sarebbe cambiato molto. Mi sarei limitata a controllare lo stesso il trucco e basta.
Chissà se mi avrebbe aspettata fuori? La mia fantasia non ha bisogno d’altro. E la sicurezza della sua premura mi è più che sufficiente. Anche il rispetto è una dote di cui non se ne ha mai troppa, che la donna sa valutare. Un uomo che rispetta una donna è un vero signore e la fa sentire una vera signora. E io mi sento lusingata di tutto. Credo di aver scelto il vestito più adatto. Anche Mirco dice che sono uno splendore. Io vorrei sentirmelo ridire da lui. Lui che sta parlando con un’altra. Con la vicina. Una donna piuttosto banale. Con un abito fin troppo evidente. Che cerca rubargli un minimo di interesse, di fargli vedere cosa nasconde a malapena nella scolatura. In realtà è un tipo un po’ volgare. Anche la sua voce e le sue risate sono volgari. E’ banale. Lui ne è interessato solo per educazione. Si vede da lontano che ne è anche leggermente spazientito. Lo salvo chiedendogli l’ora. Me la dice con fare preoccupato, ma purtroppo si sta facendo tardi. Non c’è spazio per andare troppo in là giocando con la fantasia. Torno in me. So perfettamente che è solo una cena di lavoro. E che lui è poco più che quel breve tempo. Che un incontro… occasionale. E poi anche se ne sono rimasta sorpresa resto sempre io.
Prego a Luigi di andare a prendere la macchina. Direi una bugia se dicessi che non mi dispiace che si allontani. Di stare quell’attimo sola. Guardo la sala. Siamo i primi a congedarsi dalla compagnia, ma domani mi debbo alzare presto. Giancarlo mi raggiunge mostrandosi dispiaciuto. Giancarlo mi sussurra che spera proprio che ci possiamo rivedere. Giancarlo, mi piace ripetermi il nome in testa, suona bene, esprime la sua ammirazione per me e la stima per mio marito. Mi fa il baciamano. Non mi è mai successo. E poi due in una sera. Per un attimo ho l’impulso stupido di lanciargli le braccia al collo. Mi ha fatto sentire orgogliosa di me. Non so cos’è. Bello è bello ma di uomini belli capita di vederne altri. Non so cosa abbia di particolare, forse tutto. Dovessi esprimere un’opinione è che, forse sono io ma, mi sono lasciata affascinare. Affascinare da tante piccole cose. E lui trattiene la sua mano nella mia prima che usciamo. La stretta e tenera e sembra non finire. Sembra una promessa. Il suo sorriso è gentile e garbato. Sono solo io a vederlo ammiccante. Un po’ malizioso. Per un attimo sono un’altra persona. Non mi sono mai sentita così. Ho paura che le gambe non mi reggano mentre mi allontano e cerco di guardarlo senza voltarmi. Trattengo il suo ricordo nella mia testa e immagino il suo sguardo. Me lo sento fisso sul sedere. Magari lui è già tornato dentro. Torno a sentirmi stupida, ma sto bene con me. Metto fretta a mio marito e il ritorno lo facciamo in silenzio.
Quando Luigi viene a raggiungermi a letto mi sussurra qualcosa. Cerca di farsi vicino. Fingo di dormire. Pian piano il suo respiro si fa regolare. Finalmente sono sola. Finalmente posso immaginare tutto quello che voglio. Ripenso a come ho immaginato mi guardasse mentre lasciavo il ristorante. I suoi occhi sulle mie natiche si fanno presenza. E’ tutto una lusinga. Vagheggio il vino che mi cola dalle labbra. Lui che con gesto attento lo pulisce. Che cerca di sbirciare dentro di me. Lui affascinato da ogni cosa. Che mi parla con gli occhi mentre mi guarda negli occhi. Che mi sussurra frasi che non riesco a immaginare. Torno a quell’istante: quando mi sono allontanata per il bagno. Torno a fantasticare. Lui che mi segue. Lui che mi apre la porta. Di quello delle signore? Di quello degli uomini? Non ne sono certa. Non so cosa scegliere. Lui che non si ferma sulla porta. Che entra. Lui. Solo un bacio. Le sue labbra che sfiorano le mie. Le sue mani. La fede al dito mi acceca all’improvviso. La invidio tanto da odiarla per un po’. Posso indossare anche pensieri sconvenienti. Finalmente. O posso spogliarmi di tutto. Ogni altra piccola riflessione, ogni attimo che so immaginare è un attimo di piacere. All’improvviso mi accorgo che è un piacere ora morbido ora violento. Che può essere tutto. Ho voglia di toccarmi. Di farmi toccare. Ho voglia di tutto. Anche delle cose inconfessabili. Sarei la più grande delle stupide se scuotessi Luigi dal suo letargo. E non sarei nemmeno onesta, con lui. Sarebbe una cosa che mi lascerebbe sporca. Vorrei solo poter tornare Antonella; la solita Antonella. Mi accorgo che tutto è solo un piacere dopo il piacere.

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GialliLavoravo per Arberesh allora, un italo-qualcosa. Me ne sono andata una mattina senza dire niente. In silenzio. Con le mie cose e tutta la lira. Erano soldi che mi ero guadagnata io. E mi sono lasciata tutto dietro le spalle. Aria nuova, vita nuova; come si dice. Dev’essere molto stupido uno che crede di domare una donna a suon di legnate. Non ha capito niente sul nostro conto. Ho cambiato vita. E dopo allora che mi son data alla professione. Ora sono gli uomini che dovrebbero starmi alla larga.
In fondo un’esistenza tranquilla. Ma quella calma è finita. Scendo da un treno e salgo su un treno. La mia vita è diventata una corsa frenetica. Sono braccata. Qualcuno ha puntato sulla mia testa. Vuole togliermi di mezzo. Forse ho visto qualcosa. Forse ho fatto qualcosa. Uno dei miei cliente? Forse uno dei contratti. Qualche parente. Qualche amico. I morti non parlano, ma a volte fanno un chiasso bestiale. Vogliono mettermi a tacere. L’ho annusato nell’aria. E qualcuno ha pensato bene di mettermi la pulce all’orecchio: Guarda che vogliono proprio te. Anch’io ho i miei amici. E le mie informazioni. E’ da allora che sto ancora di più in campana.
Nel mio lavoro non ci si può distrarre. Non è nemmeno molto bravo. Deve aver visto troppi film americani. Un vero dilettante. Un deficiente. Nasconde la faccia dietro il giornale. L’ho scoperto subito. Sono almeno tre giorni che ho i suoi occhi addosso. Mi sta troppo appiccicato. E me lo sta cagando. L’avrebbe sgamato anche un cieco. Passare da predatrice a preda non è il massimo della promozione sociale. Torno a chiedermi chi lo manda. Non penso possa essere stato Resh. Troppo pigro per provare rancore per più del tempo di una passata di botte. Per coltivare odio e voglia di vendetta. E allora chi? Ma non è il problema più importante, al momento. Devo tirarmene fuori e in fretta. Al resto penserò.
Come hanno fatto a trovarmi? Mi ripeto che devo aver pestato i piedi a qualcuno di importante. Non c’è altra spiegazione. Lui, un ragazzotto dalla pelle abbronzata. Un po’ sul volgare. Vestito malamente. E’ chiaro che aspetta il momento. Intanto mi studia. Non sono una dilettante. Non so fare la preda. Don Salvo dice che quello che frega è la mia faccia da angelo. Di me lui apprezza anche il resto. Tutta la carrozzeria. Apprezzerebbe; non mescolo mai la professione con il piacere. Ad ogni modo ogn’uno al suo posto. Per lui ho fatto un paio di lavoretti. Puliti. Nient’altro. Era rimasto soddisfatto. Non puoi mai entrare nella loro testa. Dei mammasantissima. Credono che stiamo ancora nel medioevo. Loro hanno ancora l’onore. E la famiglia.
Il locale è carino. E’ lui un pesce fuor d’acqua. Si sta mangiando tutta la diaria. Solitamente tendo ad essere sobria. A cercare di passare inosservata. Mi sono messa tutta in tiro proprio per lui. Soffre per non poter fumare. E’ chiaro. Le dita sono gialle da nicotina. Si alza per andare al bagno; il piccolino. Aspetto che scompaia in fondo la sala. Mi alzo e passo vicino al suo tavolo. Se non mi ritrovasse resterebbe deluso. Ma sa dove sono alloggiata. Con fare indifferente butto l’occhio sul giornale. Un foglio locale, forse per farsi notare meno. A bordo pagina ha annotato qualcosa con una grafia illeggibile. Anche se i numeri sono stati scritti invertiti riconosco sotto quello del mio cellulare. Mi sono tolta l’ultimo dubbio. Torno al mio posto e aspetto tranquilla.
Suda. Lo guardo con insistenza. Proprio per farmi notare. Nasconde nuovamente la faccia dietro il quotidiano. Sottovalutarmi così è anche un’offesa. Ha pure gli occhiali da sole. Un classico. Io di mio preferisco prendere l’iniziativa che aspettare. Fare la mia mossa. Trovo sia sempre un vantaggio. Mi alzo e vado al suo tavolo. “Posso”? Certo che posso. Mi guarda sorpreso e stranito. Mi verso del suo vino. Un bianco dozzinale. E mi siedo. Non posso certo aspettarmi una qualche raffinatezza.
Son finiti, da un pezzo, i tempi dei Bogart. Oggi sono i tempi delle Mary Kathleen Turner. Le donne sono più precise e meno prevedibili. Non se ne dev’essere accorto; il pervertito. Accavallo le gambe. Se ne accorge. Apprezza e cerca di resistere. Basta fargli vedere un po’ di pelle a questi uomini.
Ciao pupo”.
Nella realtà faccio tutto da sola. “Non si sta bene da soli. Un po’ di compagnia”?
Non è di molte parole. “Certo che c’è un po’ di chiasso”.
Né di grande iniziativa. “Ci sono posti più… più… dove si può parlare”.
“…”.
E’ uno nato solo per eseguire. “Oltre tutto fa anche un po’ caldo. Non trovi”?
Banalità. Decido. Gli faccio vedere un po’ di Gilda. Gli mostro un antipasto. Con la scusa di allungarmi per il sale organizzo il mio spettacolino “tutto per il mio maialino”. Gliele sbatto sotto gli occhi. Ad un palmo dal naso. Che apprezzi la merce che gli viene offerta. Ed è in offerta gratuita. O quasi. Solitamente a questo punto non ho mai trovato nessuno capace di fingere di non capire. Si convince di essere irresistibile. Di avermi conquistata col suo fascino. Infatti si limita a dire: “Andiamo”?
Giriamo l’angolo ed entriamo in una stradina buia dove si affaccia la porta della cucina. Mi ferma. Lo guardo aspettando. Mi spinge contro un muro. Cerca di baciarmi. Giro la testa. Mi sbava sul collo. Mi lecca dietro l’orecchio. E comincia a brancicarmi tutta. Le sue mani mi cercano, mi palpano, me le trovo da per tutto. Mi alza la gonna, Cerca di infilarle nelle mutandine. Mi riempie di complimenti o di insolenze nella sua lingua, che non conosco. Gli suggerisco che ci sono posti più comodi. E che ci potrebbero vedere. Gli spiego che sono una signora. Ha fretta. Mi tolgo la mano da in mezzo alle gambe. Mi guarda un attimo attonito. Forse infuriato. Gli sorrido amicante. Un sorriso che tranquillizza. Capisce. Mi trascina con sé, in albergo, tenendomi per il polso. Come se temesse che me ne scappi. Forse gli piace violento.
Anche in ascensore lo devo calmare. Non capisce che non mi vanno i baci. Quelli sono un’altra cosa. Lascio che assaggi e lo fermo un paio di volte all’ultimo. Quando sta per andare oltre. Quando non regge la sua eccitazione. Sembra che non si arrivi mai al piano. Gli faccio i miei complimenti con un sorriso. Insomma allungo le mani. So dire le bugie con molta naturalezza. Ho dovuto impararlo fin da bambina. E’ una cosa che una donna apprende facilmente. E quando entriamo torno a prendere in mano nuovamente la parte della protagonista.
Gli chiedo scusa per il bagno. Mi risistemo un po’. Gli lascio il tempo per nascondere il suo gioiello. So come son fatti i tipi come lui. Poi qualche minuto perché ritrovi un po’ di calma. E un po’ di tempo per spazientirlo e aspettarmi con ansia. Rientro ed è ancora in piedi. Sicuramente l’avrà riposta nel cassetto del comodino. Mi ci giocherei… tutto. Lo sbatto nel letto. Lo spoglio di fretta. Mi limito ad abbassargli i pantaloni. E i boxer. Non gli do un attimo per riflettere. Lo lascio lì scomodo. Fingo un istante di pudore. Quanto basta. Persino porto la mano alla bocca. Come un complimento. Mi metto a mio agio, quasi vestita completamente: glielo dico. Lui ha gli occhi fuori dalla testa. Si crede il più grande dei fortunati. E degli amatori. E il più sveglio. Me lo lavoro.
Inizio il pompino. Meccanicamente. Senza trasporto. A lui basta e avanza. Anche troppo. Intanto si distrae e abbassa la guardia. Mi basta un attimo. Allungo la mano. La trovò lì, dove me l’ero aspettata: nel cassettino. Prendo la pistola e gliela infilo nel culo. Forse lo crede un nuovo gioco. Gli tolgo l’attimo delle domande. Quando premo il grilletto lui sta per venire. Nemmeno capisce quello che succede. Non avrà più il tempo di intuire. Passa da essere un figo ad essere un ex in un battito di ciglia. Non era male. Dopo è un pallone bucato da cui usciva un eccesso di sangue e liquidi. Scopro che è un’iniezione incredibile di adrenalina sparare nel culo a uno. Ad un pezzo di merda. Togliergli la vita proprio mentre lui tocca il paradiso.
Un pezzo di merda di meno. Un dilettante. Non avrà il tempo di imparare il mestiere. Fortuna che ho qualcosa da parte e me ne posso stare tranquilla per un po’. Meglio che Francesca sparisca. Bisogna sempre essere previdenti.

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GialliTutti ormai cominciavano a conoscere quel loro innocente gioco. Sia che si facesse intorno ad un tavolo da carte, in una serata elegante, in un cinema, al ristorante o a casa; con gli estranei o con gli amici. E cominciava ad esser fatica trovare nuovi giocatori. Chi già sapeva non era ammesso. Sarebbe stato un banale inganno. Ma naturalmente nessuno conosceva il loro piccolo segreto. Non ne parlavano nemmeno tra loro. Quello era una cosa che veniva da sé. Non premeditata. Succedeva quando succedeva, e poi finiva lì. Solitamente a causa di qualche piccolo incidente. Della stupidità delle persone. Di certa cafoneria che si incontra. Di un gesto che indispettiva. Un semplice gesto. Perché non si finisce mai di conoscere il mondo.
Eugenio e Teresa, una vita insieme. Come quando si erano conosciuti. Come due fidanzatini. Niente era cambiato. Si amavano dello stesso amore, forse anche di più. E tutti li invidiavano. Quello continuava a tenerli uguali; giovani. Come avessero bevuto quell’acqua. Era il gioco il vero segreto di quell’amore. La loro caparbia volontà di mantenerlo sempre vivo. La fantasia di renderlo sempre nuovo. L’altro non contava; era solo una sorta di necessità. Di esigenza indotta. Per difenderlo, quel loro amore. Perché non venisse sporcato di parole. Di commenti. Reso banale e frusto. Chi lo aveva pensato per primo? Eugenio e Teresa erano consapevoli entrambi dei pericoli che ogni essere umano subiva. Delle lusinghe subdole della banalità; della noia.
Lo aveva notato ad una tavola calda con gl’occhi disperati nel nulla. Vestito nel vano tentativo di cercare di apparire elegante. La giacca dozzinale dai colori improbabili e dal disegno insolente. I pantaloni mal accostati. Le scarpe infangate. Un derelitto che cercava di togliersi dalla fanga. Di emergere per respirare. Di confondersi alla folla e mescolarsi alla stessa. Di sembrare un numero tra i tanti. Non il primo ma nemmeno la nullità. Naturalmente non lo avevano ancora servito. Nemmeno si erano accorti di lui. Si limitava a guardarsi intorno. A rubare qualche titolo dal giornale che il tipo vicino sfogliava. Sicuramente curioso di notizie sportive. Si sentì crudele nei suoi confronti. Forse era uno che aveva dovuto lottare e che faticava. Non voleva giudicare. Odiava farlo. Cautamente lo aveva spiato prima di avvicinarsi.
Alla fine aveva deciso: l’uomo aveva superato l’esame. Era palese che si trovava davanti ad un pigro sopravvissuto. Per un attimo ne provò pena. Scacciò quel pensiero dissoluto. Nessuno meritava la gogna della compassione. Era anch’esso un essere umano. E poi avrebbe potuto sognare, almeno per una sera. Lui lo avrebbe aiutato. Se dopo non gli sarebbe stato grato era un problema che non lo riguardava. Pochi sanno le cose e di quei pochi pochi le sanno capire e ancora più pochi le sanno apprezzare: “Posso”? –Con la sua birra in mano si era seduto al tavolo– “Vieni spesso in città”?
No”! –aveva commentato l’altro. Era un tipo da monosillabi. Con gli occhi che subito si rifugiavano altrove. E un orologio troppo grosso e lustrato per essere vero. La fede sottile al dito, ma era ancora abbastanza giovane. Lo valutò tra i trentacinque e i quaranta. E si vedeva a un miglio che era fuori dalla sua acqua. Lui era un ottimo osservatore. Gli era andato in soccorso. Per un attimo si era abbandonato alla vanità di provare orgoglio di sé: “La città è strana. E’ un grande mare. Ci si perde. Io ci sono nato. Abito non molto distante. Ma in città le distanze non sono le stesse. Certe strade attraversano l’universo. E qui vicino può essere anche dall’altro capo del mondo. Per uno che non la conosce”.
E senza lasciargli il tempo di osservare alcunché aveva cominciato a rompere il ghiaccio. Aveva ordinato un birra anche per il suo nuovo amico, per l’ospite. Gli aveva chiesto del suo lavoro. Se gli piaceva il cinema. Della sua famiglia. Aveva visto le foto delle sue due bambine. Graziose; non ci si poteva azzardare fino a definirle belle. Gli anni sarebbero stati impietosi con loro. E quella con l’apparecchio aveva già le sembianze di come sarebbe stata vecchia. Sola, con gli occhiali e con poca pelle addosso. Anche quel fotografo era stato un pessimo fotografo. Tra loro amavano chiamarsi Adamo ed Eva. Come fossero i primi. Come fossero i soli. Trovava una grande fantasia e altrettanti pretesti per gli scatti. E quando non aveva la macchina usava lo smartphone. Gli piaceva immortalare quei momenti. E quegli occhi. Cercava di coglierli senza farsi scorgere. Di sorpresa. Nel bel mezzo del gesto. Con le loro espressioni naturali. Poi se li guardavano assieme ridendo.
Lo vedeva ancora guardingo. Lo aveva tranquillizzato e poi avevano riso insieme di quelli. Allora aveva potuto spiegargli che in città certo non mancano le opportunità; quelle per divertirsi. Che anche a lui piaceva divertirsi. Gli aveva fatto l’occhiolino facendo cenno alla barista. La ragazza non era niente male per lavorare in un posto simile. Ne fu attratto. Prese nota di ricordarsene. Mise gli occhiali da sole e tornò ad occuparsi solo del suo ospite. Non voleva accettare nessuna distrazione. Non se lo sarebbe permesso. E quell’uomo era uno di quelli che avevano mandato a memoria quella che chiamano gentilezza ed educazione. E le parole avevano cominciato a trascinarsi le une con le altre. E le birre pure, a chiamarsi una dopo l’altra. In poco tempo aveva smesso di tener conto delle bottiglie che s’erano scolati. L’altro gli aveva detto persino che era tifoso della Spal o della Sambenedettese; non era certo la stessa cosa, ma lui aveva subito un breve attimo di distrazione. Non che l’altro si fosse trasformato in uno loquace ma rischiava di perdere sia il filo che il senso.
Gli aveva chiesto se aveva un posto dove andare. Perché non cenare assieme? Che lui li conosceva i posti. Aveva guardato l’orologio. L’altro gli aveva chiesto se aspettava qualcuno. Gli aveva spiegato che si stava scordando che aveva un appuntamento con sua moglie: “Scusami. Faccio subito. In un attimo. Se per te va bene… la chiamo e ci facciamo raggiungere direttamente al ristorante. Eva. Se ti va? Non farti riguardi. Non darti pena. Lei è sempre contenta di quello che decido. Offro io. Per una volta. Ad una nuova amicizia. Per uno che è appena arrivato in città. Non vorrei che… Qui è facile. Ti perdi subito. Ed è pieno di gente pronta ad approfittare. Per uno nuovo. Non è difficile mangiar male e pagare una follia. A buon rendere. E poi dobbiamo finire quel discorso. Mica mi puoi lasciare a metà”. Poi aveva insistito: “Prendiamola mia. E’ sciocco muoverne due. Poi ti accompagno io a prendere la macchina. Puoi lasciarla qui. Nessuno la tocca”. E l’altro si era lasciato convincere. In verità non gli aveva mai lasciato il tempo nemmeno per un’obiezione. E non pareva in grado di farla.
Appena l’aveva vista aveva capito che era dell’umore giusto. In uno di quei suoi momenti magici. Che si sarebbero divertiti. Anche l’altro l’aveva apprezzata appena arrivata. Si erano messi a tavola e Eugenio aveva fatto accomodare opportunamente il nuovo conoscente vicino alla sua compagna. E lei aveva cominciato subito la sua recita. E poi era arrivato l’antipasto e il primo e aveva cominciato a scorrere del buon vino. L’uomo aveva provato a ritirare il bicchiere ma non glielo avevano permesso. E la temperatura era salita. E dopo un poco lui smise di cercare di rifiutare quei cicchetti. E l’aria si era fatta bollente; non solo del vino e della loro allegria, delle loro risate: “Ma lo sa che lei è proprio… divertente? E anche… un bell’uomo? Vero Adamo”?
Tessa poteva benissimo fare l’attrice. Ne aveva il fisico e tutte le capacità. Si complimentò di lei, di sé stesso e della sua scelta. Non avrebbe potuto trovare una compagna migliore. Il loro ospite sudava ormai copiosamente. La troppa birra, e il vino, l’allegra compagnia e quella serata stavano da tempo facendo il loro effetto. E lei gli batteva la mano sulla spalla. Rideva ad ogni sua battuta, anche la più stupida e banale. Di barzellette che avevano più anni di Noè. Si complimentava della sua sagacia e della stessa simpatia. “Quella del buon pastore e della capra me la racconta di nuovo?” –si mostrava come una vera compagnona; una donna che sa stare tra gli uomini. Si mostrava di ottimo umore e allegra e soprattutto si mostrava. Si mostrava e non si mostrava. Si chinava con mosse misurate ed audaci. Fino a quasi l’impossibile. Poi si scusava e fingeva di ricomporsi: “Non faccia caso a me. Sia gentiluomo. Mi versi un altro goccio”. Accavallava le gambe e cercava inutilmente di sistemare la cortissima gonna: “Certo che queste sedie son proprio scomode; non trova”? Intanto le barzellette dell’ospite si facevano via via più spinte, volgari. E lei sempre a riderne. Mostrando imbarazzo e impudenza. Con una condivisione azzardata. Incoraggiandolo. Con una complicità sfacciata. Corrotta. Senza vergogna tranne quella palesemente e gioiosamente e insolentemente simulata. Il massimo l’aveva raggiunto quando un capezzolo se n’era scappato e aveva fatto capolino dalla scollatura; “Ops”!
Lui la trovò una vera interpretazione magistrale. Aveva temuto che avesse esagerato. Che si fosse soffermata un attimo di troppo prima di ricomporsi e sistemare nuovamente il seno nella camicetta. Era stato il dubbio di un secondo. L’uomo aveva gli occhi di fuori. Tondi come due soli gasati. Non riusciva a districarli da quell’abisso. Cercava di indirizzarli verso di lui e di dirgli qualcosa. Le parole e gli sguardi andavano ognuno per proprio conto, in una danza impacciata e goffa. Veramente esilarante. In quel momento Eugenio la desiderò in una maniera imbarazzante. Come gli sembrava di non averla voluta ma. Ma quel gioco era troppo affascinante per tradirlo lasciandolo a metà. E non aveva ancora cuore di salutare il nuovo amico. In seguito ebbe conferma da Teresa che anche l’eccitazione del loro ospite era altrettanto evidentemente ingombrante. Non poteva essere più orgoglioso di quella donna.
Li aveva lasciati soli giusto il tempo per andare al bagno. Forse un niente studiato di più. Mentre era via era successo. Lei glielo avrebbe raccontato in seguito. Appena tornato già qualcosa lui aveva intuito. Dagl’occhi bassi di lui. Da quell’aria colpevole. Dalla diversità con l’aria completamente soddisfatta di Tessa e dal suo sorriso raggiante e dominatore. Dalle sue stesse parole: “Non vedevo l’ora che tornassi, caro. E’ stato un attimo ma ci sei mancato”. Come seppe poi, e come aveva potuto immaginare non appena si era allontanato, quell’uomo aveva provato a mettere una mano sul ginocchio di Tessa. E poi aveva provato a farla risalire fino alla coscia. Lei aveva tolto sdegnosa quella mano. E aveva detto un classico della letteratura idiota: “Ma come si permette”? A che l’uomo aveva balbettato delle improbabili e molto imbrogliate scuse. Si era quasi soffocato della propria saliva. Aveva aggiunto ancora qualcosa su quel che credeva o aveva creduto e su ciò che lo poteva aver tratto in inganno.
Eugenio aveva proposto un brindisi. L’uomo aveva faticato ad alzare il bicchiere e quel bicchiere gli traballava in mano. Eugenio non sapeva né voleva più trattenersi. Non sapeva come gli venivano in mente queste idee: “Alla bella compagnia. –poi si rivolse distrattamente a lei– Vorrei solo farti sentire il suono di un silenzio. L’odore del mare. Alla mia unica donna. Al mio grande amore. Vorrei dedicare un brindisi che non è ancora stato detto, ma mi mancano le parole. Alla compagna fedele che ogni uomo mi dovrebbe invidiare. Auguro che la vita sia sempre dolce come un soffio e che la culli di sogni sereni”. Non ricordava dove l’aveva letto. Si decise: “Ci vorrebbe un po’ di musica”. Si era alzato per mettere nel vecchio jukebox un vecchio motivo di Don Backy: Serenata. Amava quelle cose passatiste e restava un inguaribile vecchio romantico. A lei piaceva questo lato del suo uomo. Le era sempre piaciuto. Tornando al tavolo si era acceso una sigaretta.
Perché racconti queste cose”?
Si china, la bacia e le dice: “Perché sei una puttana”.
Sorride lusingata. Inorgoglita: “Ci devo pensare”. Poi si rivolge allo sconosciuto: “Lei che ne dice”? Quello la guarda allibito. Cerca aiuto dove non lo può trovare, da Eugenio. Eugenio gli lancia solo un sorriso garbato. Si dispone ad aspettare una risposta. Lei sembra faticosamente rifletterci. Si versa ancora un altro goccio di vino. Riempie il bicchiere delle sconosciuto. E allora lui insiste: “Ci hai pensato”?
Lei ha un sorriso sereno. E prende una decisione: “Mi piace. Lo so che a una domanda non si risponde con una domanda. Ti piace quando ti faccio diventare duro l’uccello? Sei sempre così egocentrico. Così preso da te”.
Non si aspettava nulla di diverso. Non certo quel tipo di protesta: “Non era questo il punto. Non parlavamo di me. Se te lo vuoi sentir ripetere. Sai cosa mi piace. In fondo non è vero che è questo il nostro piccolo gioco? Che è questo che mi fa impazzire, di te. Vuoi che te lo dica ancora? Lo sai. Come sai far diventare duro un uccello”.
Lei si mise teatralmente una mano davanti alla bocca; era decisamente soddisfatta: “Lei non deve pensare… Anche se noi… E’ vero, ci siamo lasciati un po’ andare. Il vino. La compagnia. Una parola tira l’altra. La sua naturale simpatia. Anche se ha visto qualcosa che non doveva vedere. Ci scusi. Anche delle nostre parole. Spero non si sia annoiato. –l’altro aveva cercato vanamente di dire qualcosa– Io non intendevo quello. Volevo dire proprio solo che mi piace proprio il cazzo. Il suo. E Adamo mi è piaciuto fin dal primo momento. Ti ricordi caro”?
Il suo desiderio di lei era colmo di impazienza: “Non vorrei annoiare il nostro ospite. In fondo sono cose nostre. A lui che gliene può importare. Ma certo che ricordo. Come potrei non ricordare. E’ stato subito amore a prima vista. La doveva vedere. Eravamo ad una festa da amici; vero? Me lo ha preso in mano davanti a tutti. In mezzo alla sala. E mi ha chiesto lei: «balli, bello»? Senza lasciarmi nemmeno il tempo di dirle: piacere, né di invitarla io a ballare. Prima ancora che mi togliessi il cappotto”. Poi si rivolse all’uomo: “Credo tu mi possa capire. In quel momento. E poi… chi non impazzirebbe per un paio di tette come le sue”?
Lei sembrava volersi scusare: “Ero curiosa. Volevo vederlo subito. Controllare. Sono sempre stata curiosa. Mi deve scusare. Se non fossi una donna sposata, e che ama così il proprio marito, sarei stata curiosa anche di lei. Peccato. E’ una curiosità che non mi potrò mai togliere. La ringrazio per la bella serata. E’ stato un piacere”. Poi si rivolse solo all’uomo: “Anche lei pensa che non si può non perdere la testa per un paio di tette come queste”? Lui non sapeva proprio che cosa rispondere e aveva finito la saliva. E gli occhi erano ormai completamente annebbiati. Forse nemmeno aveva capito la fine del discorso, e di cosa stavano ormai parlando. Forse se le potrebbe sognare tutta la vita. Potrebbe.
Poi lo hanno accompagnato con la sua macchina. Hanno dovuto aiutarlo a salire perché era ormai malfermo sulle gambe. E quella volta gli era proprio sembrato che non fosse necessario. Dopo le aveva chiesto: “Ma era proprio indispensabile? In fondo”…
Un corno. Sai che non mi piacciano gli ubriachi. E poi ci ha sporcato la macchina. E mi aveva vista. E sai che non mi piace che tocchino. Le cosine mie. Le cosine nostre”.
Lui aveva concluso: “Cosa dici se così ubbriaco è finito in un fosso”?
Toccava sempre a lui sistemare dopo il corpo, ed era un corpo da povero cristo. Non gli avevano chiesto nemmeno il nome. La città è sempre più una giungla.1

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Bicchiere dove viene versano del vino rossoIl fumo odorava di buono. Ho preso posto in un tavolo d’angolo. Alcuni avventori s’accorsero della mia presenza e subito presero a ignorarmi. Non doveva passare spesso un foresto. Si avvicinò l’oste. Allontanò le briciole con un gesta calmo della mano e imbandì il tavolo, se così si può dire, con un foglio di carta; di quella in cui da ragazzo avvolgevano gli alimenti. Non aveva bisogno di prendere nota; gridava le comande direttamente alla cucina. Ordinai salsicce con funghi e polenta. Poi carognescamente gli chiesi se aveva del Dolcetto della Tenuta di Colle frondoso. Lui mi osservò senza fare una piega e, con mia sorpresa, chiamò il cameriere dicendogli di controllare se ce n’era rimasta ancora una bottiglia: “Guarda nel solito scaffale”. E quello, un tipo alto e segaligno, col mento mal rasato e la carnagione cupa, si allontanò pigramente e, con altrettanta mia sorpresa, dopo un po’ tornò con la bottiglia e me la stappò davanti. Era proprio lui, il Dolcetto; forse leggero per quel desinare. Il padrone mi chiese cortese se era di mio gusto. Ero senza parole, sono il rappresentante della tenuta per tutto il Veneto, Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige e l’Osteria non era tra i miei clienti; strano e poi smisi di pensarci. Rubavo frammenti di dialogo qua e là, dai tavoli, e sbirciavo la mano di carte. Lentamente la testa si svuotare e mi godevo la pigrizia. Il fuoco sul cammino faceva compagnia, era come un abbraccio. A parte l’accostamento il vino scivolava giù che era un piacere e dopo un’altra bottiglia e dopo mi devo essere fatto certamente anche qualche paio di grappe; sarebbe un impresa al di là della portata umana ricordare quante. A guardare l’orologio s’era fatto piuttosto tardi. Mi alzai sulle gambe traballanti per raggiungere l’uscita. Un avventore mi fece un cenno con uno strano sorriso e l’oste si preoccupò se era stato tutto di mio gradimento. Gli altri presenti nemmeno alzarono gli occhi. Farfugliai un sì ed uscii all’aria fresca, aveva cominciato a scendere un leggero nevischio e il vento era stato come uno schiaffo in faccia. Raggiunsi la macchina incastrando la testa tra le spalle e affondando le mani nelle tasche; ricordo ancora tutto come ora. La chiavi mi caddero in quella poltiglia ghiacciata. Non ebbi il tempo di rendermi conto che la serratura era stata forzata né quello di percepire alcuna presenza alle mie spalle, fui colpito e caddi sotto una gragnola di colpi. Credevo che non ne sarei uscito vivo quando una voce gridò: “Basta così, è solo uno schifoso maiale” e mi ritrovai nel silenzio immenso di quella notte.  Mi doleva da per tutto, probabilmente c’era anche qualcosa di rotto. Raccolsi le chiavi e mi trascinai a fatica fino al posto di guida. Controllai che i documenti fossero ancora nel vano cruscotto. Nel portafoglio non erano stati risparmiati che pochi spiccioli. Delle bottiglie non c’era più traccia, naturalmente, e le avevo pagate anche care. Fu un calvario guidare fino all’albergo per poi sentirmi raccontare che non c’era nessuna stanza a mio nome. Tornare a casa in quelle condizioni era rischiare la vita una seconda volta. E non è vero che io non reggo il vino.

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Foto di donna in cucinaIo non ci pensavo proprio, non fosse stato per lei non ci avrei mai pensato. Per la verità proprio non lo sapevo. Prendo quel maledetto autobus tutti i giorni per andare al lavoro. Mi scoccia muovere la macchina. Sono soldi mal spesi. Non che ci manchi, quello certo no, ma non è certo un modo buono per buttarli. Lei lo sa, ma le bugie, come si dice, hanno le gambe corte. Le donne sono stupide, e lo sono di più quando vogliono fare le furbe; mantenere un segreto. E una mattina me la vedo passeggiare con uno. La sera gli chiedo e lei è elusiva. Mi dice che è un collega, un tale Giannantonio, anche gentile. Niente di più, niente di meno. E’ proprio quell’essere evasiva, la sua vaghezza, a mettermi la pulce. Non un vero sospetto. Solo un malessere senza senso a cui al primo momento non avevo dato credito. Ma il dubbio è una cosa che spesso monta col tempo. Sarà la crisi del settimo anno o che altro. Sarà che un po’ sento di averla trascurata. Sarà che sono a combustione molto lenta. Sarà quel che sarà ma scopro di poter conoscere una punta di gelosia. So che non lei, che lei non lo farebbe mai, ma un giorno telefono e mi prendo ferie. C’è il bar proprio davanti al nostro portone e lì mi apposto. Dopo una mezzora la vedo uscire. Vuoi vedere che s’è fatta guardinga, e attenta. Seguirla non è un reato, e nemmeno poi così difficile. Sembra sentirsi sicura di sé quanto di me. Mi crede già alla mia scrivania. Pare non avere nessuna fretta. Al semaforo all’angolo ecco chi ti incontra se non Giannantonio. Sale in punta di piedi per un bacio sulla guancia. Niente di che. Lui è abbastanza alto. Molto, direi. Mi tranquillizzo, ma qualcosa non mi torna. Per entrare entrano nel portone delle generali. Ancora niente di strano, lì ci lavora. Sono stato proprio uno stupido. Poi mi domando perché un collega dovrebbe andarle incontro.
Ci giro intorno tutto il giorno e la sera e la notte ed il giorno successivo. Gli chiedo com’è andata la giornata. Mi risponde tutto monotonamente normale. Mi giro nel letto. Decido di farle una sorpresa. La sera vado ad aspettarla. Esce sottobraccio a Giannantonio. Come mi vede si stacca. Le spiego di essere passato per portarla a prendere una pizza. Me lo presenta e saluta il collega con una stretta di mano. Mi spiega che non è proprio un collega ma il suo capo direzione. Mastico la pizza in silenzio e mastico amaro. Si è staccata dal suo braccio con imbarazzo. La pizza mi resta sullo stomaco e non solo quella. Appena a casa cerco di parlarle. Lei mi da del pazzo. Io insisto. Mantiene la sua versione sulla mia pazzia e il suo amore. Perché dovrei saperlo? So solo che nessuna rassicurazione mi può convincere. Un po’ alla volta mi altero e la mia voce sale di tono. Mi invita a calmarmi. A letto torno sul discorso con molto delicatezza. La assicuro che in fondo sarei anche in grado di capirla, senza rassicurare me.
Alla fine lei cede, scoppia a piangere e confessa. A sentire lei è tutta colpa mia. Sono cambiato e la trascuro. E’ stata solo una follia, un errore, una debolezza; nulla di importante. Aveva bisogno di tornare a sentirsi donna, di sentirsi desiderata. Mi rinfaccia di aver scordato il compleanno. E l’anniversario. Di non saperle parlare che di lavoro. Di averle fatto mancare anche quel poco. Sono furibondo, le sputo addosso i peggiori epiteti. Mi prega di non alzare la voce. In realtà le mie erano parole violente ma non stavo gridando. Non voglio che i vicini sentano. Non so che fare. Ci addormentiamo dandoci le spalle. In realtà sospetto che nemmeno lei sia riuscita a dormire bene. Non faccio che rimuginare dentro. E più ci penso più sale la rabbia, e con la rabbia scopro nascere della curiosità. Inizialmente vorrei solo trovare una risposta ai primi elementari perché. Eppure mi aveva messo sull’avviso mia mamma, per quei capelli e quella kappa nel nome. Non c’era di che fidarsi. Ma i giovani non vogliamo mai accettare la saggezza degli anziani.
Allora m’era sembrata una stupidaggine. Insomma stavo per uscire senza nemmeno farmi la barba. Passo il giorno a guardare l’orologio. A cena non riesco ad alzare gli occhi dal piatto. Mi chiede per l’ennesima volta scusa. Mi assicura che era fuori sede. Che appena lo vede fa finire quella follia. Dice che non vuole più vedermi così. Ch’è pentita. Voglio sapere tutto. Dove. Come. Quando. Quanto. Mi giura su sua madre. Mi giura che non dura da più di due mesi. Sessanta giorni, mi sembrano un eternità. Capisco il suo imbarazzo. La invito a continuare. La incoraggio; e la sollecito. La prego di andare avanti. Com’è cominciata mi pare di poca importanza. Non è una scusa che sia stato lui a corteggiarla e che le abbia, seppure per un attimo, fatto perdere la testa. Veramente lei dice che si tratta della tramontana. Mi sembra un dettaglio irrilevante. Sono decisamente geloso, e un po’ invidioso. Mi sento sotto esame. Provo fastidio e aumenta la curiosità. Più lei parla e più le chiedo. E con la curiosità appare dentro di me una strana sensazione. Non fossi così furibondo direi che il suo racconto non manca di provocarmi una leggera eccitazione. Anzi mi sento attratto come da tempo non mi succedeva. Devo ammetterlo che quella notte abbiamo fatto all’amore e che è stato bello; particolarmente bello. Lei mi nascondeva il viso sulla spalla ed è tornata a piangere, ma in silenzio. Non ho sentito i suoi singhiozzi ma le lacrime scivolarmi sulla pelle. Ero tentato di dirle che la perdonavo. Ero tentato di staccarla e dirle che non le credevo. Che doveva pensarci prima. Ma era tutto così fantastico che alla fine sono sprofondato in un sonno pesante e ristoratore.
Le ho detto che non mi sarebbe dispiaciuto di incontrarlo, il mio rivale. Alla fine abbiamo deciso di invitarlo una sera a cena. Ero emozionato aspettando quella cena e non sapevo cosa aspettarmi. S’è presentato con un paio di bottiglie di brunello, il che non guasta; e testimoniava del suo buon gusto. D’altra parte Monika era una sufficiente garanzia; è ancora bella come allora. Era elegante ed educato e garbato e sapeva intrattenere; era un buon parlatore. Aveva attenzioni e parole carine per lei ma restava molto misurato. Non avessi raccolto le confessioni di mia moglie niente avrebbe potuto mettermi il minimo sospetto. Doveva essere il vino ma mi sentivo elettrizzato. L’ho pregata di essere gentile con lui. Tutto sembrava filare bene. La cena era ottima, anche in cucina quel diavolo di mia moglie ci sa fare. Quando sono andato a raggiungerla per aiutarla a portare i contorni l’ho pregata di essere carina con lui. Le ho detto che i suoi perché non richiedevano nemmeno una risposta. Che volevo vedere. Lui pareva accorgersi appena di lei. Abbiamo scoperto di essere tifosi della stessa squadra. La serata stava diventando eccitante. L’ho implorata di essere più libera. Mi ha chiesto quanto. Certo che le donne sono ben strane. Le ho spiegato che insomma… un po’ maliziosa; anzi proprio provocante. Non la conoscevo sotto quella veste. Era una Monika nuova; una vera scoperta. Lui faceva fatica a mostrarsi indifferente. E più lui faticava più lei sembrava metterci impegno. Ero così curioso della situazione e degli sviluppi che stavo scordandomi di me. Fossi stato più presente credo che il poveretto non avrebbe mancato di farmi pena. Mi fossi controllato di più mi sarei reso conto che mi stavo eccitando come non lo ero mai stato. Alla fine a lei bastò guardarmi per capire. Intanto la distaccata e controllata signorilità, quasi indifferenza, di Giannantonio si trasformava in imbarazzo. Aveva smesso di essere carino per essere solo sudato. La cravatta lo soffocava.
Vederla amoreggiare con un altro sotto i miei occhi mi rendeva letteralmente pazzo. La volevo e volevo vederla farlo con lui. In quel frangente Monika si stava rivelando una vera artista, un vero diavolo. Riusciva a mostrare con attenta disinvoltura ogni sua avvenenza, e poi sempre più con spudoratezza. Sfoderava sorrisi amicanti, anzi proprio porchi. Ogni volta che si piegava i suoi seni rischiavano di esondare dagli argini, di fuoriuscire. Ogni volta che si chinava era un lacerante grido e una promessa. Sì, perché è proprio bella la mia Monika. Non me n’ero reso conto a sufficienza. Lui non sapeva più come comportarsi e alla fine ha dovuto fare lei, ha dovuto arrangiarsi da sola, davanti ai miei occhi sgranati. Ha dovuto fare e disfare. Liberarlo da quella ragionevole riservatezza e degli abiti dopo essersi liberata dei suoi. Con una sfacciataggine talmente disinvolta da far sembrare tutto normale. Erano proprio belli e non voglio dire di più perché non sarebbe nemmeno carino. Non l’ho amata con tanta violenza nemmeno quando eravamo solo due studenti. Da quella prima volta Giannantonio viene a cena da noi ogni giovedì. Non hanno più bisogno di nascondersi e di chiudersi in uno squallido ufficio. Lei non ha più potuto lagnarsi della mia insensibilità e d’essere trascurata. E io ho scoperto cos’è il vero amore. Ma per questo fine settimana ho invitato Carloalberto. Lui è un tipo molto meno signorile; è uno spiccio; un vero maschio. Con lui ho già chiarito tutto. Può fermarsi tutta la notte da noi. Voglio che lei lo faccia uscire di testa. Spero solo che lo sappia trattenere almeno fino a fine cena. Mi aspetto che lui le dia una… una bella passata. Già me li vedo davanti agli occhi.

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tazzina di caffèLui la guardava e lei era bella. Già! forse avrebbe dovuto esserne geloso. In effetti non sapeva cosa essere ed era distratto ed era orgoglioso che fosse la sua donna. E poi è così ridicolo vedere l’uomo in quei momenti che non riusciva a capacitarsi come fosse capace di governare l’istinto di scoppiare a ridere. Lui aveva cominciato a cercare con estrema attenzione le parole e ad abusare di pause accuratamente misurate per dare importanza ai suoi argomenti. Gli sembrava che cercasse anche di comporre in modo suadente il tono della voce. La guardava e i suoi occhi si soffermavano in lunghe e poco discrete ma insistenti carezze e quando trovavano gli occhi di lei cercavano miele e musica. Era veramente ridicolo con quei pochi capelli e quella pancetta. Non aveva perso tempo appena gli aveva detto che anche lei faceva filosofia. Stava cercando di affascinarla con un suo vecchio cavallo di battaglia: Horkheimer. Argomento che aveva abusato migliaia di volte. Lei, come donna, ne era lusingata. Si muoveva con quella grazia studiata e gli ronzava attorno per non perdere i complimenti dell’ammirazione. Quando si chinò per versare il the l’amico cercò di sbirciarle nella camicetta e lui cominciò ad avere il sospetto che non fosse stata una buona idea invitare a cena il vecchio compagno.

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Foto dell'opera di A. Martinez.  Olio su tela montata su telaio in legno   mis. 50 x 70 cmNon pretendevo tutto; non gli avevo chiesto nulla. Da troppo tempo ho smesso di sognare. Da troppo tempo un bacio è solo un bacio. Lo so perché me l’hanno imparato che si può amare senza amare. Lo so perché lo sento che quando mi dicono bella lo pensano ma non mi dicono bella. Perché quando ci si nasconde tra un abbraccio ci si può nascondere e basta. E quando provi quella tenerezza la può anche dire solo la pelle. Non sono più la stessa e non si torna indietro; nemmeno ci vorrei tornare. A volte mi sento libera. A volte prigioniera di me stessa e di quella lì che è stata quella che ero. A volte solo malcontenta o malinconica; capitano i giorni che non hanno la loro ragione. A tutto e a niente si fa l’abitudine. E lo sapevo non solo per sentito dire che quella cena non sarebbe finita in cena. Nemmeno mi dispiaceva e mi era simpatico. E mi ero detta che in fondo era garbato e in verità lo era stato. Non potrei lagnarmi né pentirmi che di me stessa e della mia stoltaggine se fossi stata stolta. Per una sera puoi essere quella che vuoi, basta ammazzare la sera. Mi bastava solo scappare da casa e dal quel pensare. E almeno non mi aveva mentito quando lo disse. Solo che poi aveva aggiunto “Vieni, ti porto in paradiso.” ed io mi ero già immaginata chissà che. Invece non era nemmeno niente di eccezionale. Quasi quasi ne sarei rimasta delusa.

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