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Posts Tagged ‘cenetta’

Couple at romantic dinner in restaurantNon è infrequente imbattersi nell’uomo sbagliato. E un poco innamorarsene, o provare per lui rapidamente della simpatia. Così è successo con Alberto. Devo essere un ottima allieva in questo. Non è stata la prima volta e temo non sarà l’ultima. Capitano tutti a me. Eppure non sono certo una a cui dovrebbero mancare le occasioni. Ma questa non l’ho mai raccontata a nessuno.
Ci eravamo incontrati un paio di volte al supermercato sotto casa. Solo dopo ho saputo che lui ci andava solo perché era più grande e più fornito, anche se gli stava fuori mano. Avevo pensato: Peccato. Poi un pomeriggio, stavo prendendo due etti di prosciutto crudo al banco, ha trovato il coraggio. Ha aspettato poco distante che la banconiera finisse di servirmi e poi mi ha spiegato che anche a lui piaceva il crudo. Mi ha fatto i complimenti per il vestire. E per il taglio di capelli. Ci ha pensato un po’’, imbarazzato. Poi finalmente ha avuto l’ardire di invitarmi a cena. Io sulle prima ho cercato di mostrarmi sostenuta, ma poi, davanti alla sua galanteria, sono crollata, mi sono arresa e ho accettato per la sera stessa. Avevo già controllato che non portava la fede. Gli ho mostrato il portone e indicato qual era il campanello. Gli ho spiegato di suonare Sonia Bellavia e che sono io Sonia; che sarei scesa subito.
Gli avevo detto alle sette e si è presentato puntuale, anzi con cinque minuti in anticipo. Diversamente mi avrebbe trovata già giù ad aspettarlo. Ed è corso ad aprirmi la portiera. Gran bella macchina la sua. Grande e comoda. Blue elettrico. Non ne avevo mai provate di quel modello. Dopo avermi chiesto il permesso ha acceso l’autoradio. E mi ha portata in un locale veramente elegante, con le tovaglie candide e piene di posate. Grande. Un cameriere per il vino e uno per l’acqua. Io l’ho presa gassata e lui frizzante; l’acqua. E lui ha nascosto un sorriso compito dietro la mano. Prima che mi sedessi ha fatto una cosa veramente insolita: ha fatto il giro del tavolo per accostarmi la sedia. Avrei fatto anche da sola, ma quel gesto mi era sembrato veramente una cosa galante. Mentre aspettavamo mi ha detto di chiamarsi Vittorio Ernesto Gianmaria, ma che potevo chiamarlo Alberto. Poi ha assaggiato il vino.
Non abbiamo dovuto aspettare molto. Sembrava che lo conoscessero. Ho ordinato quello che ordinava lui, per non sbagliare. Tutto veramente squisito anche se le porzioni non si potevano certo definire abbondanti. Prima del dessert è passato un cingalese dell’India con le rose e lui me ne ha regalata una. Poi l’ha richiamato e me le ha prese tutte quelle che il piccolo uomo aveva. Tutte rosse, naturalmente. L’ho ringraziato lanciandogli un piccolo bacio a labbra socchiuse. Lui mi ha preso la mano spiegandomi che era una gioia. Alla fine ha fatto un cenno al cameriere, gli ha bisbigliato quasi all’orecchio e ha pagato tutto lui porgendogli la carta di credito.
Ero senza fiato. Non potevo credere che stesse succedendo proprio tutto a me. Mi ha accompagnato fino alla porta e sulla porta ha spettato per salutarmi e vedermi rincasare. C’è stato un attimo di silenzio che abbiamo consumato guardandoci negli occhi. Come se aspettassimo entrambi qualcosa. Gli ho chiesto cortesemente se voleva salire. Mi ha detto che non voleva rovinare tutto e mi ha salutato con un timido e rapido bacetto sulla guancia. Per tutte le scale mi veniva da cantare. E da ridere. E da piangere. E da imprecare. E ancora da cantare. Ho messo le rose in un vaso con l’acqua e stanca sono corsa a letto. La notte ho faticato a prendere sonno. Un po’ pensando a lui. Un po’ per l’emozione e per tutto. Un po’ per il vino. Un po’ perché mi sentivo immensamente sola in quel maledetto enorme letto.
Il mattino seguente si è fatto vivo subito, anche troppo presto. Nel primo messaggino mi chiedeva se avevo dormito bene. Nel secondo come stavo. Nel terzo si scusava se poteva aver mancato in qualcosa e se mi era piaciuta la serata. Naturalmente il quarto l’aveva scritto per chiedermi se potevamo rivederci. A questo ho risposto subito, senza farlo aspettare, per dirgli di sì. Certo! Che potevamo rivederci sicuramente. Quando voleva. Allora mi ha chiesto quando lasciandomi sorpresa. Non ho scritto “Anche subito, immediatamente”. Ci ho pensato e poi ho deciso per dirgli: anche stasera. Ci sono rimasta un po’ delusa e stupita quando mi ha messaggiato che proprio quella sera non poteva per un impegno. Se mi andava bene per l’indomani. Certo che mi andava bene. Per di più era di sabato. Avevo tutto il fine settimana davanti. Al mio “Certamente!” ha replicato invitandomi a teatro. Rimasi un po’ delusa. Avrei voluto rispondergli: Meglio da me.
Ero impaziente. A pensarci non avrei avuto niente di adatto da mettermi. Ho preso un vestito rosso Valentino che m’è costato una cifra. E due scarpe con i tacchi che mi facevano le vertigini solo a guardarli. La borsa me l’ha prestata Ornella. Ho messo gli orecchini d’oro, quelli fatti come delle lanterne, che sono sempre belli. Ho cercato di pensare proprio a tutto sperando di non farmi confusione. Persino alle mutandine che ho immerse in un bagno di gelsomini. Per il trucco mi son fatta aiutare dalla stessa Ornella. Volevo essere perfetta. Lei, Ornella, mi ha detto che ero magnifica. Mi sono ammirata allo specchio e non ho potuto che darle ragione. Ho trovato sicurezza di me. Fiducia. Le ore dopo sono state una lunga infinita attesa.
Ero alta come lui o quasi. Non vedevo l’ora di sedermi e di sfilarmi, nel buio, quelle scarpe. Facevano una cosa sulla vita e la morte di un certo Caravaggio. Più sulla morte che sulla vita. Una cosa di una noia mortale, ma ogni volta che lui rivolgeva la sua attenzione verso di me cercavo di ricambiarlo con un sorriso. Non ci ho capito molto. Forse mi lasciavo distrarre dalle persone tra il pubblico. Forse pensavo a come sarebbe finita la serata. Fantasticavo. L’attore principale interpretava il protagonista e anche un altro personaggio, un certo Michelangelo Merisi. Non capivo quando era l’uno e quando era l’altro. Non cambiava nemmeno faccia. Avrei potuto chiedere ad Alberto, ma non volevo farmi vedere come fossi la sprovveduta che non sono.
Mentre tornavamo a casa mi accorsi che non mi erano state nemmeno chiare le vere ragioni della sua morte. Non che mi interessasse così tanto. Forse mi ero anche un po’ assopita. Prima di scendere mi ha spiegato che secondo lui due persone non dovrebbero mai lasciarsi prendere troppo dalla fretta. Non è una buona consigliera, mi ha detto. Non era una questione di fretta, ma eravamo già al secondo appuntamento. Fosse stato solo per me sarei stata felice di farlo felice anche lì in macchina. I sedili erano reclinabili, e comunque era molto comoda. Mi sono trattenuta. Certamente Ornella mi avrebbe rimproverato con un divertito: Bella stupida. Gli ho chiesto se era proprio sicuro di non voler salire. Ha declinato l’invito ancora e con grande amabilità ringraziandomi. Davanti al portone mi ha abbracciata e mi ha lasciata con un bacio sulla guancia, stavolta meno rapido, meno fuggevole.
In seguito non si era fatto sentire per tre giorni. Tre lunghi giorni di silenzio. Avrei voluto chiamarlo, ma non mi aveva dato il suo numero di cellulare. Avrei potuto contattarlo attraverso quegli stupidi messaggini, ma non volevo apparirgli invadente. E poi per sms non so mai bene cosa dire senza poter essere fraintesa. Per dirla tutta mi sono sembrati tre giorni d’infermo. Andavo su e giù senza trovare pace. Riempendomi la testa di domande alle quali non riuscivo né potevo trovare risposte. Era un silenzio ingombrante. Assordante. Un silenzio materiale che mi seguiva in qualunque stanza andassi, cercassi di nascondermi. Anche la televisione mi mostrava cose che non sentivo, che non capivo. E quando sono in ansia mi si crea aria nella trippa.
Alla fine si era rifatto vivo. Solo uno di quei maledetti messaggini, laconico. Mi chiedeva se mi andava bene per una cena per quella stessa sera. Ormai era pomeriggio. Ero nei guai. Non potevo certo mettere lo stesso vestito del primo appuntamento. Tanto meno quello del secondo. Troppo elegante. Non mi piace fare le cose di fretta. E non mi piaceva niente di quello che avevo nell’armadio. Per un verso o per l’altro niente andava bene. Decisamente inadatto. Troppo da pomeriggio. Troppo da signora. Troppo troppo. Ho comunque confermato per quella sera. E ancora una volta mi ha salvato Ornella. Lei ha tutto di tutto e qualcosa per ogni occasione. Mi ha salvato e, vedendomi, mi ha fatto gli auguri: Non farti fregare. Ma mi ero sbrigata tutto all’ultimo momento.
Lui mi aspettava davanti alla porta. Mi ha portata allo stesso ristorante. Sembrava un déjà vu, insomma una cosa già vista. Alla seconda visita però mi sembrava che il locale avesse perso un poco del suo fascino. Anche il cameriere per le ordinazioni era lo stesso. Anche il vino che ha ordinato. Persino le coppie agli altri tavoli sembravano le stesse. Però stavolta sapevo che le forchettine più piccole erano per il dolce. Appena seduti o poco dopo gli ho chiesto cosa avesse da dirmi. Si è scusato molto, tenendomi la mano, e mi ha raccontato che era dovuto andare in un posto vicino a Norcia. Per lavoro, mi aveva detto. Un posticino veramente incantevole, a sentire lui. Affogato nel verde. Poi è stato carino. Mi ha confidato che avrebbe voluto che ci fossi anch’io. Che avrebbe desiderato farmelo vedere. Che potevamo tornarci assieme.
Il vestito a fiori di Ornella era un po’ scollato. Forse più che abbastanza. Me lo sono chiesta: esagerato? Lui sembrava distratto. Sembrava distrarsi a guardarmi nella scollatura. Ma non troppo. Non come mi sarei aspettata. In fondo che c’è di male? E poi… non che si vedesse proprio tutto. Avrei voluto chiedergli qual era il suo lavoro, ma non lo feci. Per la mia solita insopportabile riservatezza. Lasciai parlare quasi solo lui, mi piaceva starlo ad ascoltare. Anche solo sentire. Aveva un tono melodioso. Persino quando ha ordinato il filetto di cernia. Io ho alzato solo le dita nel segno di vittoria come dire: per due. Lui ha controllato l’ora tre volte, sono stata attenta, sempre scusandosi, come se dovesse dopo andare in qualche altro posto.
A volte vengono proprio delle idee bizzarre. Avevo sperato che mi avrebbe portata in un posto nuovo. Un poco delusa ci era rimasta. Per fortuna non mi aveva invitato al cinese. Io con le bacchette non so nemmeno come cominciare e come finire. Non riesco ad afferrare le cose, tantomeno portarmele alla bocca. Sì! proprio una fortuna. Certo il locale era bello, ma troppo grande. Troppo illuminato. Con tutti quei lampadari la candela perde ogni effetto e significato. Troppo chic. Era troppo… troppo… troppo poco intimo. E il cameriere era sempre tra i piedi. Non potevo finire una frase. Non potevo finire di bere che già mi aveva riempito il bicchiere. Speravo in un posto magari meno distinto, ma più romantico.
Non potevo dire che era bello, non proprio. Però era intelligente, pulito, elegante, educato, raffinato, delicato, galante e tante altre cose. E sempre rasato in modo perfetto. Forse anche bello. E poi… quando c’è del sentimento cosa importa? E le scarpe mi facevano un male d’inferno. Erano di un numero più piccolo del mio e mi soffocavano i piedi. Anche il vestito era una taglia in meno, ma non potevo rimproverare niente a Ornella. Decisi di rinunciare al dolce per non compromettere la tenuta della cerniera. Sarebbero stati guai seri. Sono pudica il giusto, non avrei mai voluto ritrovarmi spogliata davanti a lui in mezzo a tutta quella gente. Mentre mi dicevo tutte queste cose cercavo di non negargli l’attenzione e di ascoltare le sue parole. Un gioco complicato di equilibri in cui non sono proprio una maestra.
Insomma quell’interminabile cena era finita con lui che mangiava una fetta di Saint-Honoré e io che aspettavo paziente. Paziente ma non troppo. Era il terzo appuntamento e sapevo appena il suo nome, anzi facevo fatica anche a ricordarli tutti quei nomi. Era pieno di attenzioni eppure mi sentivo invisibile. Mi guardava di più il tipo due tavoli distanti. Per quanto mi chinassi sembrava non ci fosse niente da fare. Ancora una volta pagò tutto lui, per due. Poi facemmo in macchina il percorso in un silenzio imbarazzante. Parcheggiò sotto casa mia, ma non fece cenno a scendere per aprirmi la portiera. Aspettai anch’io. Aspettammo in un attesa infinita. Infine si fece forza e, senza guardarmi negl’occhi, mi chiese se poteva confidarmi una cosa. Un segreto. Certo! –gli dissi. Cercai di spiegargli che poteva chiedermi tutto quello che voleva. Che ero pronta a tutto. Forse mi stavo veramente innamorando. Forse ero solo felice.
Mi pregò di starlo a sentire senza interromperlo. Mi pregò di non dire a nessuno quello che stava per dire solo a me. Che era un segreto. Mi sentii emozionata. Privilegiata. Perché no? Intanto io avevo il tempo di immaginarmi chissà quali cose. Persino le più strampalate. Invece mi confessò che in verità lui si chiamava Vittoria Ernestina Giannamaria, cioè lei si chiamava così, o si era chiamata. Che da bambina tutti la conoscevano come Giannina o Tina, ed era una vera discola. Poi era cresciuta fino a diventare Alberto. Ma… che… insomma… non era Alberto del tutto, un poco era ancora Giannina. Mi ci volle qualche minuto per pensare e per capire. Per realizzare cosa mi stava raccontando. Credo sia umano. Vorrei vedere un’altra in una situazione simile. Non gli risposi subito. Poi mi dissi: Che sarà Mai? Un nome è solo un nome. Il modo in cui ti chiamano gli altri. Ma nemmeno nella voce ero convinta.
Era assolutamente addolorato. Sconfortato. Con molta tenerezza gli passai una mano sulla guancia assolutamente liscia. Forse era troppo tardi per tornare indietro. Gli spiegai che… io… insomma… potevo amarlo anche come donna. Non ne ero certa. Non avrei saputo come fare. Ero anche disposta a provarci. Mi rispose sconsolato che lui però non poteva amarmi come un vero uomo. Mi ricoprì di scuse. E non volle salire. A casa ero furiosa. Ero delusa. Ero… fuori di me. Dovetti sorbirmi una tisana, dopo essermi tolta quel maledetto abito e sfilate le scarpe. In seguito a quella sera a volte ci troviamo dalla parrucchiera, a volte dall’estetista. Come due buone amiche. O due buoni amici. O entrambe le cose. Nessuno dei due ha trovato il coraggio per fare quell’ultimo passo.
Come ho detto fin dall’inizio: questa è una cosa che non ho mai raccontato a nessuno. Per pudore? Per vergogna? Perché non saprei da dove cominciare? Perché non saprei come farmi capire? Perché confonde pure me? Non lo so. E anche ora che la racconto ho ritenuto opportuno usare nomi di fantasia. Nella realtà non c’è nessun Alberto. E io non sono io. Mi sono inventata questo nome per rispetto nei suoi confronti. Per non compromettere la sua carriera. Per evitare i pettegolezzi. Perché lui è l’uomo sbagliato, ma una splendida e meravigliosa amica.

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Foto di donna in cucina

Comincio ad averne abbastanza. Se n’è discusso anche ieri sera. Siamo finiti ad alzare la voce. Non so cosa s’è messo nella testa. Cos’è questa novità. In fondo, posso ammetterlo, è un po’ che ci penso. Non posso non pensarci se lui mi ci fa pensare. Se mi perseguita con la sua maledetta macchina. Va bene quando siamo in spiaggia. Certo non sono più libera di prendere il sole come voglio. Non posso togliere più il pezzo sopra. E devo stare attenta a come mi metto. Ma mi entra in bagno quando sono sotto la doccia. Persino quando la sto facendo. Si accuccia se mi chino mentre sto lavando i piatti. Non è che a casa posso sempre stare con i pantaloni e la maglia. Strabuzza gli occhi e corre a prenderla. E sempre più difficile difendersi. Non mi ricordo quando è cominciata questa storia ma va avanti da un pezzo. Approfitto della cena e della presenza di Edo.
Per essere una serata di giugno è caldo. Forse sono io a sentirlo. Continua a sembrarmi una sciocchezza. Non lo capisco. Poi loro due, Edo e Carlo, sono molto amici. Me lo porta spesso in casa. All’ultimo. Per cena. E’ così carino, Edo. Così a modo. Sembra sempre fuori posto. Forse non ci avrei pensato. Non a lui. E’ Carlo che se le va a cercare. Ha cominciato lui. E poi ho visto come sbircia appena può. Certo fa di tutto perché non me ne accorga. Me ne sono accorta. Sento i suoi occhi come fossero mani. Vedo che li infila ogni volta che mi piego. Come mi guarda le gambe appena può. Li sento addosso come mi giro. La cosa anche un po’ mi lusinga. Lo ammetto. Non che ne abbia bisogno. E io so essere veramente provocante quando voglio, anche un po’ porca. E poi che male ci sarebbe? Non c’è male se non ci si mette cattiveria. E credo che a lui, e agli uomini, faccia piacere. Me ne dovrebbe essere grato.
Ma a sentire lui, il caro maritino, niente è mai abbastanza. Solo che… non sono certa di averlo deciso. Guardo la tavola da sparecchiare. Fosse per me un po’ di pelo lo farei vedere, visto che insiste tanto. Per uno scatto o due. Tanto è solo ruba mia. E roba di buona qualità. Se non si offende lui che è lui il becco. Solo che non vorrei mi si riconoscesse. Preferisco, non so perché, starmene senza nome. Va bene un avatar ma il proprio vero nome mi mette a disagio. Metterci la faccia. Magari finisce che trovo qualche maniaco. Che non riesco più a togliermelo da torno. Poi quello mi tempesta di telefonate. Non si è mai abbastanza prudenti. Dice che si vede di più quando sono in spiaggia. Bella forza, in spiaggia mi fa portare dei costumi che non sono nemmeno costumi ma fili interdentali, francobolli, illusioni. Piccoli che sembra che mi sia dimenticata di metterli. Non sono certa che mostrare troppo giovi. Il maschio ha anche voglia di immaginare. Non so. E’ lui il maschio. Mi sa che gli fa orgoglio che gli altri mi guardino. Non vorrei fosse un vizio. Mi decido; definitivamente. Lo chiedo a Edo mentre porta il bicchiere alla bocca: “Me ne versi un goccio? Volevo dirti… cioè… Cosa pensi di quelli che mettono le foto in rete”?
La cosa è andata. Il difficile sempre è iniziare. La paura all’improvviso mi è passata tutta. A volte Carlo mi farebbe proprio incazzare: “Ma quali foto”?
Come quali? Come per quelle al mare”.
Che male c’è”?
Semplicemente non mi va. E poi mi si vedono le tette. Lui, lo stronzo, non mi dice niente e girano per tutta la rete. Ti sembra giusto? Cosa possono dire quelli che le vedono? E mi si vede bene. Mica stanno lì a pensare che eravamo al mare”.
Edo viene spesso da quando s’è lasciato con Gloria, povero piccolo, non s’è più ripreso. Dobbiamo invitare una volta lui e una volta lei. Tenendo conto dell’ultima volta. Per non far torto a nessuno. E’ un casino quando due si lasciano. E mi viene da pensare che stavolta resterà contento. Ha ancora il boccone in gola. Stavolta però la domanda lo lascia sorpreso. Non è uno dei soliti argomenti. Non sa come uscirne. Guarda se lo faccio per rabbia. Per sfida. Se abbiamo litigato. Non trova nulla di tutto questo nel mio sguardo. Mi vede tranquilla. Sicura. Decisa. Mi vede diversa. Edo e proprio carino quando fa così, un gattino, un peluche: “Non le ho viste. Sai… io non navigo. Non so che dire”.
Intanto mi chino e la mia scollatura è già un invito. L’aria si fa più calda. Mi viene da ridere. Mi prende una strana allegria. Rischio di rovinare tutto. Non è che mi succeda tutti i giorni. Forse è un po’ anche il vino. Bella scusa. Certo qualcosa è: “Che poi mica si accontenta; cosa credi? Ma avrai una tua idea tu”?
Lui, come al solito, resta sul vago e nell’imbarazzo. Ripete come un’anatra muta: “Ma, non so”. E’ da lui. Onestamente comincio ad averne abbastanza. Forse potevamo mettere un po’ di musica. Abbassare la luce. E’ troppa. Forse dovevo essere più esplicita. Niente di peggio di chi non vuol capire. Ma forse non ha proprio ancora capito. E non so fin dove voglio arrivare. Gli passo la mano veloce sotto il tavolo. Quasi distrattamente. Appena lo sfioro ma basta. E’ rapido e non ha bisogno di pensarci troppo. Capisce che stasera è una occasione diversa. Che c’è un’aria diversa. O forse non capisce affatto. La tolgo appena è pronto. Devo essere impazzita. La verità è che mica lo so perché lo faccio: “Non credi che dovrebbe smetterla. Non credi che la dovrebbe finire di insistere. Sono una stupida. Il fatto è che io mi vergogno ancora. Che poi il corpo è mio”.
Intanto s’è lasciato cadere la forchetta. Mette il tovagliolo in grembo. Ma sì, che tanto vale… mi faccio tanti problemi e mi prendo della sciocca. Non sarò la prima e nemmeno l’ultima. Il mondo è strano. Lo attraversa il vizio del peccato, del rischio, della novità. Sembra sempre più emozionante nelle intenzioni.
Carlo ha sempre creduto che non ne avrei mai avuto il coraggio. Per quello nemmeno io. E’ che il coraggio ti serve quando ci pensi. Mentre lo fai non ti serve più. Basta non pensarci. E tolgo il tovagliolo, ma stavolta senza sfiorarlo. Non so se è possibile: “Chinati pure. Guarda pure. Vedrai come sono bella sotto. Non mi da più fastidio. E nemmeno a Carlo, vero caro”.
La gonna era già salita prima ancora dell’antipasto. Mi son seduta e l’ho sistemata sopra le ginocchia. E l’ho messa corta di suo apposta. Allargo le gambe. Non sono certa che si veda. Quello che non si vede si può immaginare. Sono fiera di me. Glielo faccio vedere io. Anzi gliela faccio vedere. Ho sempre pensato che mutandine come queste facessero meno che senza. Valli a capire gli uomini. Gli basta quattro millimetri di pizzo. Una trasparenza. Persino un collant. E pensare che mi sono costate una cifra. Fai tutto per loro e a loro non basta mai. Ti fai bella e a loro cosa importa? Loro ti vogliono porca. Ma un attimo sì e uno no. Non sai mai come comportarti. O fanno i gelosi o fanno gli sfacciati. Mi viene la rabbia. Lui e la sua rete: “Che se ti becco con una di quelle troie”…
Povero caro, Edo non può capire. Non tutto. Ci sono discorsi fra noi, solo nostri. E’ stato colto di sorpresa e nemmeno respira. E va bene, te le faccio fare, le tue foto. Ma non con il telefonino. Se devono essere foto che siano almeno foto. Lo aspetto che torni e torna con la macchina. Ci ha messo un attimo. Nemmeno il tempo di scaldare ancora un po’ l’atmosfera. E ha una faccia da sfida. Gliela faccio vedere io. A lui e anche a quello stronzo del suo amico. Ti faccio vedere chi è tua moglie. Che moglie che hai. Gli altri si leccherebbero i baffi. E tu vai in cerca di queste… queste… minchiate. Credo che Edo non la veda da quando se ne andata Gloria. Forse questo lo rende ancora più emozionato. Mi fa quasi pena: “Tanto lo so che mi vedi. La verità è che non mi ha mai dato fastidio. Noi siamo così. Anche un po’ leggere. Se vogliamo, frivole. Hai visto dove ho fatto il tatuaggio? Ti piace? Credi non abbia visto come sbirciavi”?
Mi alzo e comincio il mio piccolo spettacolo. In fondo cosa ci vuole? E loro sono di palato facile da accontentare. Veri dilettanti. Quando posso mi specchio nei vetri della credenza. Scendo dai tacchi. Ho fatto bene a non mettere le calze. Sarebbe stato troppo. E poi mica voglio farlo impazzire. Voglio solo accontentare la sua smania per le immagini. Forse è la società dell’apparire. Certo che piace anche a me sentirmi bella. Essere ammirata. Desiderata. E a chi non piacerebbe? Solo che non restano che parole stupide. Non puoi certo inventarti un gran dialogo: “Ti piacciano le mie mutandine? Hai visto dov’è il cuoricino? Non è un problema. Un po’ di pazienza. E poi… le tolgo”.
Continua a tacere. Ripenso alle fantasie di Carlo. A me non piace con una donna. Cioè, se devo essere onesta, preferisco con un uomo. Voglio dire che credo non mi piacerebbe. Lui dice… pensiamo ad altro. A volte ho l’impressione che agli uomini piaccia quasi di più guardare che fare. Forse più fantasticare. Ma se hai una donna come me… diavolo. Sputo in faccia le parole come se volessi fargli male. “Intendi così”? Edo non sta più nella giacca. Lo invito a levarsela. Intanto tolgo la camicetta. Comincio a mostrare un po’ di mercanzia che quella non mi manca, ne ho in abbondanza: “Perché non ti metti comodo, sul divano. Ecco. Bravo. Sposta il vaso, per cortesia. Non vorrei che andasse in pezzi. C’è abbastanza luce? Dovrei fare vedere un po’ le tette”?
Certo che te le faccio vedere. Te le mostro io, e per bene. O che gusto c’è con una cosa? Dove le pensa? Edo mi guarda e gli occhi gli schizzano fuori. Scopro più che posso e poi passo oltre. Fa capolino un po’ di aureola. Poi, con fare porco, faccio apparire il capezzolo inturgidito. Carlo non si è ancora ripreso. Faccio tutto con una lentezza esasperante. Da vera professionista. Alla fine anche quelle, le mie tette, schizzano fuori. E allora lo sgancio e lo faccio volar via il reggiseno: “Questo non serve più. Vedi bene, Edo? E se non ti è chiaro sono anche un gran bel paio di tette. Se fai il bravo dopo te le lascio anche assaggiare. Sai che mi piace da matti farmele succhiare? Non aver fretta. La fretta non è mai una buona amica. Non aver paura, a Carlo piace che me le succhi. Vero Carlo”?
Non sono certa che sia questo che Carlo vuole. Insomma… cosa deve volere? Quello che vuole vuole. E’ questo quello che offre la ditta. Lo può pensare di divertirsi da solo. Ho messo su qualche chilo. Chi se ne frega. Non starà a guardar proprio quello. Nemmeno se ne accorgerà. E poi non può sapere com’ero prima. Non lo può ricordare. Il vaso intanto lo sposta Carlo. Avrei vinto la scommessa. Edo li strabuzza, è al massimo del turbamento. Cerca di sistemarsi più comodo. Di tenere un contegno. Non può riuscire a mostrare indifferenza. Suda. Si sbottona il colletto. Si umetta le labbra. Lo faccio anch’io. Per lui. Dedicato a lui. Me le sollevo con le mani: “Prendile bene e prendile tutte, che ne vale la pena. Non ne girano tante di così. E sono tutte roba mia. E allora… sono abbastanza porca per le tue maledette fotografie”?
Controllo se sono attenti, entrambi. Poi passo al resto. Lato b. Con lascivia mostro il culo e il mio è un gran bel culo. Lo smeno con gesto sensuale, lentamente. Passo una carezza leggera e accurata sulle chiappe. Vedere e non toccare. Soffermo le dita. Le palpo e le strizzo un pelo. Scivolo sulla loro rotondità. Scopro che nemmeno io sapevo di averlo così bello. Credo che Edo voglia dire qualcosa. Che anzi l’abbuia detta, ma talmente piano da restare un sospiro. E ha la faccia da chiedere nuovamente permesso. Spero che Carlo sia contento. Anzi spera che capisca cosa ha fatto: “E ora che facciamo? Gli mostriamo? No! si annoierebbe anche lui”.
Carlo mi guarda allibito. Non gli lascio il tempo di dire un amen. Lo rimbrotto: “Tu pensa a fotografare”. E’ certo che tanto non avrò mai il coraggio. Insiste ancora caparbiamente nella sua imbecillità. Ormai so di averlo, quel coraggio. Non mi potrebbe più fermare niente. Nemmeno fossimo in mezzo al traffico. Mai sottovalutare una donna dopo averla fatta incazzare. Se lanci una sfida devi essere pronto a prenderti le conseguenze. Non so se Carlo voleva ma adesso deve volere. Non ho nemmeno più voglio di rinfacciarglielo: “Vedi cos’hai combinato? Hai messo in imbarazzo il tuo amichetto. E hai messo qualcosa in corpo anche a me. Non preoccuparti, lo faccio diventare io maggiorenne”.
Edo si alza e balbetta che forse è il momento di andare. E’ quello che volevo. Ha fatto il gesto inconsulto. Quello di uno fuori posto. Quello che aspettavo. Non ha ancora capito. Sono da lui in un attimo. Gli abbasso la lampo, poi i calzoni e gli slip. Senza il tempo di nessuna reazione. Lo guardo e non può altro. Edo è in splendida forma ed è un gran bel vedere. Il suo è un vero stalin. Forse sono solo emozionata anch’io. Non è proprio un momento come tanti. Mi si dovrebbe capire: “E’ questo quello che tu chiami abbastanza? Posso”? Mi abbasso e glielo prendo in bocca. Mica ha il tempo per decidere. Continuo a guardare verso mio marito. Verso l’obiettivo. Penso a come verranno le foto. Mi chiedo quanto sarà contento. Carlo non ha mai saputo d’essere cornuto. Lo scopre in questo preciso istante. Spalanca due occhi che se avessi tempo da perdere scoppierei a ridere. Non voglio scoraggiare il mio partner. Lo so da sola che nell’orale riesco bene. E anche che è molto fotogenico. Sono certa che Carlo si sta chiedendo cosa deve ancora fare. Intanto scatta e scatta come una mitraglia. Si sposta e scatta. Si avvicina e scatta. Si allontana e scatta. Lavora di zoom. E’ molto professionale. Poi lo stupido, l’imbecille, il becco, sembra avere un secondo di dubbio: “Ma… io”…
Mica lo so cosa gli passa per la testa, allo stronzo. Debbo interrompermi un attimo, solo il tempo di rimetterlo in riga. Mica gli lascio il tempo di pensare. Finisce che alla fine diventa colpa mia. Eh no! caro. Adesso che te la sei voluta te la prendi: “Se tu fai, chi scatta le foto? E allora scatta”.
Intanto mi metto più comoda. Pare non essersi ancora del tutto reso conto che sono io quella che l’amico si sbatte, sua moglie. Che linguaggio. Non è da me. Non è certo un linguaggio da signora. Ma… vista la situazione, in una frangente così, chi se ne sbatte. Ormai sono decisa a fare tutto, anche quello che non ho mai pensato. Guarda pure; guarda. Guarda la tua mogliettina. Te le faccio io, per bene. Le corna. E te le metto come si deve. Faccio la gattina che metto a dura prova le coronarie di entrambi. Eccoli gli uomini: il viso paonazzo e l’equilibro instabile sul bordo dell’infarto. Eccoli lì gli eroi. Quelli che non indietreggiano mai. Davanti a nulla. Quelli che loro le donne: “E dì qualcosa anche te. Cos’è, un film muto? Cosa faccio, parlo da sola? Sei rimasto anche tu senza parola”?
Non vorrei dirlo ma… la cosa mi stuzzica. Magari è questa la mia vera natura. Sento quel frizzicorino. Non fosse per le foto me lo sarei già portato di là. Che a letto si sta anche più comodi. Come la chiamano… coerenza. Ho le mutandine bollenti. Insomma, se non le tolgo subito le bagno. E pensare che io a quello l’altro giorno gli ho detto sono sposata, che anche mi piaceva. Che ci avrei fatto volentieri un giro con lui. Che mi guardava con quegli occhi. Devo essermi proprio impazzita. Sono proprio una stupida. Intanto mi son tolta dall’imbarazzo. Mi sono rialzata. Lo guardo diritto e gli sorrido. Cerco di incoraggiarlo. Anche se credo ormai che non ne abbia più alcun bisogno: “E allora scatti? Le fai le tue maledette foto? O devo fare anche quello”.
Sono costretta a rallentare perché ho paura che Edo rovini tutto. Forse sono solo fisime mie. E’ colpa mia se mi sento sempre in colpa. Responsabile. Torno a chinarmi su di lui. Non voglio nemmeno che si scoraggi. Sento che non posso tirarla troppo a lungo. La cosa, il trattamento, lo interessa troppo. Carlo per non sapere che fare continua a scattare. Forse ha capito che non accetto più repliche. Sono decisa. E’ imperativo. Gli piace il porno allo sporcaccione e si scorda che sono sua moglie. Vuole vedere sempre più da vicino. E fotografare sempre più da vicino. Vorrebbe darmi consigli come se avessi bisogno di essere guidata. Fare il regista. Intanto penso che queste no, mica le posso mettere in rete. Mica tutte. Forse verranno troppo forti. Che… forse le tengo per me. Che potrei nascondere la faccia. Io non sono brava col computer. Ma forse si merita che mi si veda bene. Che si sappia che sono sua moglie: “Come se. Una. Con suo marito. In quel momento. Gli viene in mente. Le foto”.
Abbraccio il mio compagno e lo bacio. Gli sussurro in silenzio all’orecchio che sono pazza di lui. E anche di lui. E che adesso che l’ho conosciuto… che non rinuncerò più a lui. In realtà ho perso la testa. E non me ne frega più nulla delle foto. Anzi mi aiutano e mi scatenano ancora di più. Devo prendergli la mano per mettermela tra le gambe. La mia non l’ha trascurato per un attimo. Non ho fretta. E voglio si metta in testa che non potrà più fare senza di me. Altro che un po’ di più. Glielo faccio vedere io. Voglio che chi le guarda non possa resistere a tenere le mani a posto. Che neanche sul canale più bollente a pagamento. E lo leggo in faccia a Edo cosa mi vorrebbe dire. Con quanti nomi mi vorrebbe chiamare. Ma lui non riesce a scordare che c’è Carlo e che Carlo ci sta guardando. Lo facevo timido ma non così timido. E’ talmente facile con la digitale, non serve andare dal fotografo. E’ talmente interessato, preso che non gli viene in mente altro. Che non si pensa di fare. Non è nemmeno più uomo. E’ solo un occhio. E’ la macchina. I gesti si ripetono. Viene vicino. Si allontana. Mette a fuoco. Non c’è bisogno di flash. E ne può scattare quante vuole. E ne scatta quante vuole. E’ una gran comodità. Peccato perché sarebbe bello con due, cioè in tre. Mica lo posso fare con le mutandine addosso. Quasi me n’ero scordata: “Dammi un attimo. Un attimo solo”.
Lo faccio lentamente perché non si perda nulla. Lui avrebbe fretta. Ho fretta anch’io. Dicono che non c’è nulla meglio della malizia. Dicono che non c’è nulla più eccitante di una donna provocante. Della provocazione. Che funziona meglio. Mah! Io preferisco i fatti. Fosse per me lo farei subito. E dopo magari un’altra volta. Non sono donna di grande pazienza. Non in questo. Ma appena mi sfilo le mutandine è fatta. Appena vede un po’ di pelo perde quel poco di testa. Appena ne sente l’odore. A pensarci la stanza odora solo di me, odora di sesso, ma ho altro per la testa. E tutte queste parole non servono a nulla. Non è con le parole che si fanno i fatti. E se non son fatti questi: “E’ questo che volevi? Sono queste le foto che volevi, vero? E’ abbastanza”?
Non è un atleta ma non voglio lagnarmi. E me lo voglio proprio prendere tutto. In realtà Edo si chiamerebbe Edoardo, ma questo non conta nulla. In verità non è proprio come quello di Amedeo, ma, insomma… Ma anche lui, farsi chiamare Amedeo Amedei. Ma il nome è l’ultima cosa che è importante, quando sei su un letto. Per quello anche in macchina. Insomma quando mi va. Che faccio, tentenno ancora? Se non fossi così stupida ne avrei di occasioni. Ne troverei da divertirmi. Invece sto lì sempre a pensarci due volte. A farmi tanti problemi; troppi. E così mi pento dopo. Quasi sempre. E pensare… ma mica lo sapevo quand’è incominciata… sembrava tanto per bene. E invece sembra proprio che gli piaccia. Che le corna gli facciano gusto. Guardalo là. Potrei persino essere gelosa di Leo. Certo che non me lo sarei aspettata. E’ un tipo caparbio. Insistente. Tenace. Uno che dura. Chi l’avrebbe mai detto? Meglio così. Se una deve fare una cosa meglio farla bene. Per una cosa così. Voglio che se la fotografi in testa. Che se ne ricordi bene. Questa resterà nella storia. E gli succhio di dosso il sapore di me. Gli scopo anche l’anima. Voglio essere proprio porca.
Eppure Carlo la dovrebbe provare un po’ di invidia. Non ne ho mai avuto così voglia. Non sono mai stata così calda. Potrei durare fino a farlo impazzire. Ma comincio ad averne proprio bisogno. Questa storia è più pazza di quanto credevo. Se lo avessi saputo… Perché non te le dice nessuno, le cose? E’ una cosa che non avrei detto mai a nessuno. Come si fanno a raccontare, certe cose? Pazienza, la Mirella. Ma quella è una porca. Lei è così. Lei è veramente porca. Povero Giorgio. Meglio che non ci pensi, a Giorgio, ch’è stata una delle più belle della mia vita. Certo che certe donna sanno essere proprio puttane. A dirla tutta son proprio quelle con Carlo, il caro maritino, le più deludenti. Sarà perché è roba mia. Sarà perché non c’è il pericolo, la trepidazione. In fondo con lui è un mio diritto. Che quasi nemmeno lo farei. Non che… povero piccolo. Ecco, proprio povero piccolo. Ma non posso prendermela con lui. A Edo devo proprio sbatterglielo sul muso. Forse anche lui vorrebbe solo questo. Vorrebbe che avessi un po’ più di iniziativa. Ma lui è mio marito, perdio: “Ma guarda cosa mi tocca fare. Di la verità che non credevi ce l’avessi così grosso”.
Solo che una della mia età non dovrebbe mettersi a fare queste cose. Non dovrebbe più aver bisogno di lusingare gli uomini. Si aspetterebbe che si facessero avanti. Che prendessero un po’ di iniziativa. Che dico? Che si mostrassero più uomini. Può una donna fare tutto lei? Non sarà mai un fulmine di guerra. Uno che prende facilmente l’iniziativa. E forse lo so anche capire. Non gli deve essere mai successo. Farlo sotto gli occhi di un altro. Del marito. Di un amico. Di un amico marito. Anche a me fa un po’ strano. Ma ormai ho gettato ogni cosa oltre ogni ostacolo. Che mi sa che non l’ha fatto tante volte comunque. Ma Edo non ha bisogno che insista. Capisce da solo di cosa ho voglia. Ha ancora paura di sbagliare. Gli tolgo ogni dubbio senza bisogno di insistere. Mi basta aspettarlo. E Carlo si dimentica persino di fotografare perché a lui non ho mai voluto dargli questa soddisfazione. Anche per principio. E poi io so essere dispettosa, quando voglio. Da domani non mi chiamo più Rosa. E alla fine la dico la parola: “Sfondami”.

Nessun uomo sa immaginare di cos’è capace una donna. Dove può arrivare.
Ma Rosa”…
Spero che non mi verrai ancora a dire che potevo di più”.
Edo è arrivato alla fine, povero cocco. Scivolo veloce perché me lo voglio sentirlo in gola. “Come credi mi sia inventata il nome di Golosa Tiziana”? E’ stato un bravo compagno, che nemmeno credevo. In fondo se lo merita. Non gli lascio nessuna possibilità per lagnarsi. Poi raccolgo le mie cose. Lo invito a sistemarsi e mettersi tranquillo e comodo. E’ ormai senza energie. Mi infilo la gonna e la camicetta. Sulla pelle. Tanto la serata è finita. Non dobbiamo più uscire. Non resta che un bicchiere di vino. Vado bene anche così. E anche troppo. E chi vuole guardare che guardi. Non ho più niente di nuovo da mostrare. Ho fatto lo spettacolo concreto. E poi mi piace sentirmi la stoffa nella pelle. Che mi sfiora le tette. Sentirmi libera. Nuda sotto. “E ora facci vedere come sono venute ‘ste stronze di foto”.
Carlo è l’unico cornuto che era cornuto già prima di incontrarmi. Contento lui siamo contenti in tre. Però sono venute bene. Ne ho viste di migliori, ma non sono proprio malaccio. Non credevo che ci sarei riuscita. Certo che si vede tutto è bene. Persino troppo. Forse dovremmo farne qualcuna a letto. Con me sola. Che mi spoglio. Mi vengono delle pose… Stesa che mostro e non mostro. Con la mano che me la nascondo. Con la mano che scivola. Con quella sottoveste. E quelle mutandine e reggiseno. E’ un completo che ti fa partire subito. Con gli uomini basta poco. Con un sorriso più malizioso dipinto in faccia. In questo sono subito al lavoro. E neanche di profilo vengo niente male. Solo che a sentirlo in bocca lo avrei detto di più. Ma ha fatto il suo dovere. Povero piccolo, dev’essere stanco. Son certa che anche Carlo aveva fretta di vederle. Vengo proprio bene in foto. Certo non le mostrerei a mia madre. Chiedo ad Edo se è sicuro di poter guidare. Grandi, grossi e bambinoni. Per me gli chiederei di restare. E lo rassicuro: “La prossima volta che gli viene la fregola delle foto non ti preoccupare che chiamiamo subito te”.

N.B. L’immagine è stata trovata nel web.

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Foto dell'opera di A. Martinez.  Olio su tela montata su telaio in legno   mis. 50 x 70 cmNon pretendevo tutto; non gli avevo chiesto nulla. Da troppo tempo ho smesso di sognare. Da troppo tempo un bacio è solo un bacio. Lo so perché me l’hanno imparato che si può amare senza amare. Lo so perché lo sento che quando mi dicono bella lo pensano ma non mi dicono bella. Perché quando ci si nasconde tra un abbraccio ci si può nascondere e basta. E quando provi quella tenerezza la può anche dire solo la pelle. Non sono più la stessa e non si torna indietro; nemmeno ci vorrei tornare. A volte mi sento libera. A volte prigioniera di me stessa e di quella lì che è stata quella che ero. A volte solo malcontenta o malinconica; capitano i giorni che non hanno la loro ragione. A tutto e a niente si fa l’abitudine. E lo sapevo non solo per sentito dire che quella cena non sarebbe finita in cena. Nemmeno mi dispiaceva e mi era simpatico. E mi ero detta che in fondo era garbato e in verità lo era stato. Non potrei lagnarmi né pentirmi che di me stessa e della mia stoltaggine se fossi stata stolta. Per una sera puoi essere quella che vuoi, basta ammazzare la sera. Mi bastava solo scappare da casa e dal quel pensare. E almeno non mi aveva mentito quando lo disse. Solo che poi aveva aggiunto “Vieni, ti porto in paradiso.” ed io mi ero già immaginata chissà che. Invece non era nemmeno niente di eccezionale. Quasi quasi ne sarei rimasta delusa.

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Stappò la bottiglia e versò il vino.
Quello che cadde sulla tovaglia tradì il bianco e ruppe l’incanto di quella serata.¹


1] scritto il 17.04.1991

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