Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Certe notti’

musicaDal post precedente continuiamo un po’ di confuso e disordinato chiacchiericcio ovvero divertimento, noi di quella generazione che ha scoperto per la prima volta l’essere ragazzi e che il mondo in fondo è più piccolo di quanto si va a favolare. Noi, quelli del viaggio (cominciando da dopo con una cosa nostrana dal leggero sapore “forestiero”). Anche perché questo è uno di quei momenti in cui le parole mi sporcano gli occhi e non mi va di trattenerle:
Modena City Ramblers: La strada

Perché noi allora (come detto) leggevamo del viaggio e abbiamo cominciato a viaggiare. In verità per me il periodo è durato un po’ poco; poco per i miei gusti. Ma un po’ la pigrizia e un po’ è che la vita ti impone le sue regole. E così ti ritrovi adulto ancor prima di volerlo diventare. E non abbiamo ucciso il padre. E il sogno si è liquefatto lentamente. La rivolta permanente è durata una lunga stagione ma alla fine ha ritrovato il cadavere in un portabagagli. E tutto è diventato niente. Però… le distanze si son fatte più brevi e il mondo quasi un cortile. Ed era così che si partiva, senza prendersi troppo sul serio:
Dik Dik: Viaggio di un poeta

Ma a volte anche le favole si sparano mentre fuori è buio (di questo ne parlerà Faber). Forse il mondo non è mai cambiato con tanta rapidità ma eravamo i primi figli della guerra. Ignari ancora di essere anche quelli del boom.
Luigi Tenco: Ciao amore, ciao

Anche se ora capisco che mi sarebbe bastato un autobus (ma con la stessa voglia di cambiare e lo sporco della vita reale). E questo non è altro che un pugno di canzoni:
Pierangelo Bertoli: L’autobus

Ma certe notti…
Ligabue: Certe notti

Perché non puoi che andare:
Eugenio Finardi: Diesel

E allora partiamo e torniamo in amerika. Sì: “Tieni gli occhi sulla strada, le tue mani sul volante, Sì! stiamo andando al Roadhouse, stiamo per spassarcela”:
The Doors: Roadhouse blues

Sì! avevamo anche noi l’Amerika in testa, la frontiera. Quale fosse la nostra frontiera, noi contro le frontiere, ancora non lo so:
Canned Heat: On the road again

E da qui riprendo un percorso. Il dialogo pazzo di quattro anni fa quando ho ritrovato l’amore in quella ragazzina rossa che nel frattempo s’è fatta donna: una bellissima donna.
Io alla mia ragazza rossa: “l’amerika della route 66, descritta sotto anche dai Rolling, il buon Jack l’attraversava con la radio a palla sul Bebop di Charlie “the birds” Parker. comunque i Rolling” (ma non saremmo rimasti ragazzi per sempre):
The Rolling Stones: Route 66

Commenta un’amica di allora: “ENGLAND´S NEWES HIT MAKER — THE ROLLING STONES: Este es el nombre del primer la”… Eccetera…
Io (ma si cazzeggiava, mica ci davamo delle arie, mica volevano scrivere qualcosa sulla musica; ci piace ascoltarla): “Noi la conosciamo negli anni 60 ma è quella degli anni 50 poi ricordata anche così”:
Steppenwolf: Born to be wild (Easy rider)

Meravigliosi, violenti e terribili anni 60. Easy Rider è un film drammatico del 1969, diretto e interpretato da Dennis Hoppe… (un film sull’america che divora i suoi figli e gli stessi sogni che ha partorito)
La mia ragazza rossa: «Mi voltai e c’era Bird, conciato peggio di una merda, con la faccia gonfia, gli occhi arrossati e l’aria di aver dormito nei suoi vestiti spiegazzati per giorni. Ma era fico, con quell’aria hip che gli riusciva di avere anche quando era ubriaco e strafatto. Sal lo chiama Oruni (Divinità-dio) Bird… e poi smettila di fare il musicosaccente che lo sai che mi batti».
(ancora questa storia di Oruni, quasi tutto dipendesse da quello)
Io (senza dare tregua né respiro, a rispondere con messaggi che non lasciavano tregua; era il nostro gioco, lo è sempre stato) “Per farmi perdonare la mia arroganza un sax (lo conosci?) e anzi… tutto l’album”:
Sonny Rollins: Saxophone Colossus (Full Album)

[Great Jazz 0:00 – St. Thomas 6:48 – You Don’t Know What Love Is 13:17 – Strode Rode 18:31 – Moritat 28:36 – Blue 7]
La mia ragazza rossa: “Sì Sal si riferiva a Parker non a Miles, ma erano i suoi idoli” (già! noi eravamo allora come ora ancora un po’ troppo provinciali per l’anima nera e per lasciarci veramente tutto dietro le spalle).
E LA MUSICA CONTINUA…

Francesco De Gregori: Sulla strada

Probabilmente dev’essere strada
la vita lavorata
per il tempo ed il denaro
e la casa costruita

Come un ponte su una cascata
come un ponte su una cascata
e quel che vedi dai finestrini
di questa macchina usata
E’ difficile capire cos’è
ma dev’essere strada

E se quindi dev’eesere strada
ci deve stare chi ci cammina
e chilometri di passeggiata
le poche case sulla collina

E dev’esserci acqua che piove
ci dev’essere acqua che piove
per il fiume che porta al mare
in fondo a questa vallata
E da qui non si vede granché
Ma dev’essere strada

E tu che parlavi una lingua
da tempo dimenticata
dov’è che l’avevo sentita?
quand’è che l’avevo scordata?

La tua voce era alta e credibile
oltre il suono della cascata
Ed un cielo di zucchero nero e di carta stellata
prometteva esperienza e mistero per tutta la strada

E c’era una porta segreta
E un’uscita mascherata
sotto gli occhi di un leone di pietra
e di una vergine chiaccherata

Usciti dalla notte dei tempi
o da una pagina patinata
E c’era pianto
stridor di denti

Ma poi la porta fu spalancata
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada

Probabilmente dev’essere strada
anche la vita consacrata
al tuo corpo e alle tue mani
e alla curva complicata

E rasenta l’innocenza
e l’abisso della cascata
E che conosce l’invenzione
prima ancora che sia inventata
E che conosce la canzone
conosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada

Annunci

Read Full Post »

Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notte
Un post sulla notte. Ci sono notti e notti. Ci sono le notti del Liga. Ci sono le notti di Adamo. Ci sono una infinità di notti. Una per ogni bisogno. Certo c’è quello strano timore per il buio. A volte la paura. Che ti segue da quanto ancora non avevi la ragione. Da quando eri piccino. Accendevi la luce. Nascondevi gli occhi sotto le coperte. Trattenevi il respiro. Il buio è quello che non conosci. Che non puoi nè vedere nè controllare. Ma c’è qualcosa di più. E’ come se dietro l’ombra si nascondesse l’avventura. Sei attento. Tutti i sensi all’erta. E c’è quella cosa che credevi legata all’età. Solo all’età. Come una specie di impazienza. Di resistenza. E allora ti senti vivo. Più vivo che mai. Io ne ho vissuto tante di notti. A volte sono tentato di pensare troppe. Ne sono pieni i ricordi. Nessuno di quelli ricorda vivido il volto di Lei. Proprio Lei.
Lei non aveva quella libertà. Ma questo è argomento diverso. Quando sei giovane ti sembra di non capirli i grandi. Poi scopri che non c’era niente da capire. Che non si possono capire. Non avremmo voluto diventarlo mai, grandi. A raccontarlo oggi sembra incredibile quel nostro essere giovani. Lei non aveva quelle libertà che oggi si concedono anche ad un bambino. Io avrei potuto studiare ma era chiaro: a cosa serviva lo studio al figlio di un operaio. Operaio ero destinato a diventare. E nient’altro. Almeno questo non è andato così. Figuriamoci per una ragazza. Tanto la donna è destinata a sposarsi. Deve aiutare in casa. Ed è sempre un’altra donna a condannarti. Una mamma. Probabilmente solo per eseguire gli ordini di un padre-padrone. Ma quello non parlava, ordinava. E parlava anche troppo con le mani. Ed erano mani ruvide e pesanti, per lei. E c’era anche la cinghia, quasi non bastasse. E doveva essere a casa prima ancora che la notte avesse inizio.
Probabilmente, si dovrebbe chiederglielo, ci invidiava. Quando la sua giornata finiva per noi ragazzi era solo l’inizio. Sembrava che solo dopo cominciasse il divertimento. Non parliamo delle chiacchiere lasciate per le calli. Di quell’affannoso andare ad inseguire qualcosa che non si raggiungeva mai. Delle enormi bevute premessa di un’altra euforia indotta. A dirla tutta poteva finire male, cioè peggio. Ci vuole sempre un po’ di fortuna per essere ragazzi. Per poterla poi raccontare. Ed era vero che non c’era città migliore per vivere la notte della nostra città, Venezia. Con lei ricordo solo una notte dell’ultimo dell’anno. Finiva il sessantasette e poi aveva cominciato quello che avremmo scoperto diventare il sessantotto. Ma quella non vale. Poi c’erano le notti del sabato in cui doveva, ripeto doveva, andare a consegnare le schedine del totocalcio. Ne ricordo vagamente una. C’era Giovanni. Quello c’era sempre. Di quel periodo non ricordo una notte non finita ad aspettare il mattino con lui e la sua voce. C’eravamo io, Giovanni e Rossana, in quel sabato. Magari sono stati più di uno. Me ne resta solo un piccolissimo ricordo vago. Quasi solo una percezione, una sensazione. Una piazza San Marco con lei. Un’immagine che è rimasta solo proprio perché insolita. Sempre per quei strani giochi della memoria.
Che lei invidiasse un po’ la nostra libertà mi appare normale. Non ne fece mai cenno. Io ho sempre avuto molta libertà. Quando non mi è stata data me la sono presa. Anche troppa. Qualcuno non può più raccontarla per altrettanta libertà. Mi ha salvato una corsa improvvisa in ospedale. Pensavo che il mondo era lì, che aspettava di essere conquistato da me. E da quelli come me. Che dopo un’avventura me ne aspettava un’altra e un’altra ancora. Sì! sentivamo che stavamo cambiando il mondo. Certamente cambiavamo noi. O ci provavamo.
Ma poi lei è rimasta solo un ricordo. Come quello di quegli anni. Della mia giovinezza. Mi ha lasciato solo una canzone; sempre quella. Ma parlavamo della notte. Non so per gli altri ma per me è rimasto quasi tutto uguale. Col tempo quell’ansia se n’è a tratti andata. Oggi ho ritrovato Lei. Lei e una vita di ricordi. Venezia. Oggi che possiamo. E oggi ne abbiamo attraversato di notti. Assieme. Alcune anche prive di qualsiasi angoscia. Altre talmente piene di noi da lasciarci sorpresi, esterrefatti, senza fiato, distratti. Oggi che la sento lì vicina, dormirmi a fianco, mi scopro a sorriderle anche nel sonno. E quel sonno è certamente meno agitato. A tratti sento (o temo?) di esserne guarito. Poi all’improvviso quell’impossibilità di stare fermo, di dormire e abbandonarsi, di rinunciare mi riprende. Quella smania. Ma sono solo certe notti. Mi ritrova a girare la casa senza pace. A lottare con quella smania di vivere. E a rivivere ricordi e avventure. Non posso farci niente. Non posso ribellarmi. Parlo ai miei fantasmi. Abbraccio gli amici perduti. Cerco la strada. Perché la notte è la mia stanza ideale in cui vivere. E… c’è solo la strada su cui puoi contare. E c’è una band a suonare il nostro concerto. E un bicchiere di vino sempre pronto e sempre pieno.

Read Full Post »

linguacciaCerte notti la macchina è calda; altre notti non c’è verso, proprio non vuole andare. Ciack aveva completamente cannato l’entrata di Elouise. Con tutte le volte che l’abbiamo provata. Non si sentiva un cazzo, sopra quel cazzo di palco. Si era ripreso subito. Forse nessuno se n’era nemmeno accorto. C’erano vuoti in platea. La finale della coppa italia? Strano paese di merda. No! non si può prevedere tutto. “Ma hai visto quelle sbarbine scatenare; lì, in prima fila, sotto il palco”? Erano quattro ragazzine dal viso pastrocchiato per sembrare cresciute. In preda all’isteria. Non sai pensare ad altro? Avevo l’impressione di averle già viste. E che ci dovessero essere poco distanti i genitori. A controllarle. Genitori permissivi, se avevano cercato di fuggire dal loro controllo. Di raggiungere i camerini. E c’erano riuscite. Non aveva nemmeno tette. Gli ho autografato la pelle. Era tutta contenta e siamo scappati via. Vita da rockers. Tutto come fanno i grandi. Ma quelli, i grandi, quelli arrivati, sono un’altra cosa. Chissà se se lo sono fatto il culo? Speravo che Peter ci trovasse almeno da fare da spalla. Lui dice che sarà per la prossima. E’ andata male. Sono stanco di sentirglielo dire.
Io cambierei la scaletta”. Non li sto ad ascoltare. Potrei dire parola per parola prima che escano. Sono le stesse dopo ogni concerto. Ormai è andata. A che serve star lì a recriminare? L’adrenalina scende. La stanchezza sale. Veramente nessuno ha particolarmente fame. Qualcosa dobbiamo bere. E mangiare. Prima di rimetterci in marcia. Il pezzo nuovo mi ronza in testa. Resto incerto sul verso tra amare e odiare. A volte ho il dubbio che potrebbe funzionare. E quello che non lo scriverò mai. C’è una che si sforza di diventare bionda, lì, nell’angolo. Da sola davanti ad una birra, scura. Fuori c’è un utilitaria scassata. Lei e la macchina si assomigliano. Mi ci giocherei le palle che stanno assieme. Ho spesso di queste idee. La guardo e si sente fissata. Non avevo nessuna intenzione. Distoglie gli occhi in modo evidente; infastidita. “Cazzo vuoi”? Non ci siamo che noi e lei. Non è il primo autogrill. Credo di non aver mai desiderato tanto il letto. “Ma avete sentito di quella cosa lì”? “Ma quel riff stavolta era proprio cattivo”. Sì! Proprio come l’acqua di seltz.
Lo penso e stringo le labbra. “E se campionassimo il rumore dello sciacquone; sarebbe una figata”. “Sarebbe una stronzata. E trent’anni dopo”. “Dici che l’abbiano già fatto”? “Ma nessuno se ne ricorda di certo”. Ha ragione Eros, con la base sola è tutto più semplice. Niente furgone. Niente rotture. Non dividi. Poche rogne per smontare e tagliare. Niente di niente. Mi chiama Angela. C’è poca copertura. Era l’ultima cosa che mi mancava. Siamo appena partiti. No! non so ancora quando potrò arrivare. Non mi aspettare alzata. Un poco sono depresso, comincio a pensare di non aver più l’età per certe stronzate. Le grido che non si sente più un cazzo. Butto il cellulare sul tavolo. Faccio segno che ho proprio bisogno di un altra birra. Mi duole la schiena. Il banconiere ha tanta voglia quanto me di muovere il culo. Passa lo straccio sulla formica e fa con comodo. Mentre aspetto accendo l’ennesima sigaretta. Di qualcosa si deve pure morire. “Date retta a me: questa musica è già morta. Si torna a quella buona. Alla balera”. “E quando mai è morta”? “Proprio perché è la migliore. E’ la vera musica”. La maglietta è tutta un sudore. Paco è al bagno. Dovrebbe smetterla. Almeno prima di mettersi al volante. “Ora va meglio; ne vuoi un po’“? “Magari dopo“.
E’ la sua solitudine che mi ha incuriosito. Una solitudine intristita. A quest’ora di notte. Invece sembra americana. Uscita da un college. E non è un complimento. Ci penso un attimo e decido di no. Però la fisso, forse proprio perché mi ha indispettito il suo gesto. Mi guarda di striscio. Alza il nasino con quell’aria di supponenza. Un poco altezzosità. Un poco superbia. Cosa c’è tanto da guardare? Mi piace aggiungere i dialoghi e immaginare le situazioni. Poi pare pensarci. Forse riconoscermi. Forse era in sala. Non può essere diversamente. Mi monta una rabbia: ma che ha lui più di noi? Adesso è lei che mi osserva con insistenza. E’ sprofondata in una maglia orrenda. La gonna è corta. Le gambe sono da bambina. Senza calze. Gli occhi sembrano piangere o rimpiangere. Il neon le colora il viso rendendolo ancora più etereo, inespressivo. Non cerca di sorridere. Forse quel viso non ne sarebbe capace. L’unica cosa che in lei può avere una parvenza di attrazione è l’età. E’ che alla fine è donna. E’ quell’aria di annoiata indifferenza. Deve avere certo più anni di quelli che mostra. E’ che tutto pare strano a quest’ora di notte. Quando tutto il resto del mondo sembra morto.
Ti dispiace se… vado io”?
Non ho proprio voglia di stare ancora ad aspettare. Sono io il cantante. E’ che non ho nemmeno nessun’altra voglia. Ci passo la mano. Ci provo anche e provo solo nausea. E’ una notte così. Lo so che un uomo non potrebbe dire di no. Non ha altro fascino; lei. Farlo in furgone poi non è il massimo. Può succedere ad uno di non averne voglia. E’ la prima volta. Non fa parte del contratto. Perché mi dovrei dispiacere? Nemmeno mi preoccupo. Gli altri non hanno la forza di mostrarsi sorpresi. E’ anche una delle prime volte che scappiamo così in fretta. Il viaggio ci aspetta. Casa. Comincio a non aspettarmi più il massimo. Li guardo. Nessuno pare avere niente da obiettare. Ma sì! Cico: “Fai pure”.
Si alza pigramente e va verso il tavolo. Solo un attimo. Lei si alza pigramente. Pare un poco delusa ma raggiungono l’uscita. Lui le ha già passato la mano sulla spalla. Lei gli ha già appoggiato la sua sul culo. Ci guarda, ci fa cenno e la bacia. Ridiamo in silenzio. Non ci sarà molto da aspettare. Solo che dopo ci dovremo sorbire il suo racconto. Lui ha la passione della cronaca, e ce l’ha per quella dettagliata. Per i particolari. Spesso si porta dietro lo scalpo, il souvenir. Manie da amatore. Certe volte non è da credergli. Certe altre è chiaro che se la tira. Paco non è più tra noi. Violino Jimy: “Quasi quasi dopo mi prendo un passaggio anch’io”. Non vorrei passare la nottata su questo tavolo. “Non rompere. Fa il bravo. Se non ti va prendete pure il furgone. Mi faccio dare uno strappo da lei e prendo un treno. E, già che ci siete, andate tutti a fanculo”.

Read Full Post »