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Posts Tagged ‘chiacchiere’

tazzina di caffèAveva quattro anelli pesanti sulla destra, uno largo anche sul pollice. “Hai mai provato la tisana; è una cosa di pancia. Ma ti prende un paio d’ore dopo”. Lui la guardava e in fondo gli piaceva quella donna. Pensava che dopo è dopo, magari quando il momento non ha più quella magia o è inopportuno. Non gli andava molto di parlare e non ne sentiva alcun bisogno. Il sole le faceva avvampare i cappelli rossi crespi. “Mi ricordo che ero con amici a Francoforte o forse ero a Cipro in tenda. Già! Oreste suonava il flauto”. Si chiamava Alberta ma tutti la conoscevano come Assuna. Aveva la pelle liscia e delicata. Anche il vento la faceva vibrare e tintinnare come un stormo di piccole campane tibetane. “Vi ho mai raccontato di quando sono stata a Ranthambore? Dev’essere stato là”. Nessuno mostrò particolari entusiasmi per risentire quella vecchia storia. “Credo che dovrei proprio tagliarli”. Distolse lo sguardo per non essere insistente e non farsene scorgere. Selena cresceva bene ma la vedeva sempre più raramente. Ciò che non capiva era tutto quel bisogno di parole e di regole; il doverlo andare a dire. Per un breve intervallo non aveva sentito quello che lei stava dicendo. Nel suo mondo c’era posto solo per lei. Solo poi si accorse che ne aveva uno con una pietra rossa all’alluce.

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Anzi era sul finire dell’estate del ’86. A campo dei fiori, nel tepore della sera, quella coppia si fronteggiava come fanno a volte certi uccelli nel periodo degli amori.
Le voci pian piano si alzavano progressivamente nel tentativo di prevalere, di annullarsi, alternativamente e si caricavano di rancore. Anche i gesti erano quelli, artigli, di chi sbrana in un rabbioso amplesso. Fuochi negl’occhi e ferini bagliori.
Infine disse il ragazzo: “Che tu credi, piccola troia, di poter fare tutto quel che vuoi? Io… io ti ho aspettato”.
Non ho padroni, non ho comari. Qua, qua, qua.” – gridò lei.
La voce del ragazzo divenne un urlo ormai senza pudore. “Dai pure il culo. Fai pure ciò che vuoi. Non hai padroni ma poi non dir cazzate. Ma v’affanculo stronza… tu e le tue puttanate…”
Ma prima che lui si allontanasse lei allungò la mano sicura e nel portarla al basso ventre (al pene, sopra i calzoni) rispose: “Sono tutti questi gli argomenti che c’hai?”
Non restai ad ascoltare oltre per non sembrare indiscreto e simulando indifferenza me ne andai mescolandomi alla folla della sera.¹


1] scritto il 18 aprile 1991

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(Una storia italiana)

Possibile che in questa maledetta penisola tutto debba sempre finire a tarallucci e vino? Pare proprio che ormai non ci sia scampo e allora tanto vale raccontare anche questa ennesima storia italiana. Secondo Giuliana, mia moglie, ne vale la pena; io conservo tutt’ora qualche dubbio.
Eravamo andati, io e la mia compagna, a passare qualche giorno di vacanza in un vecchio castello in Toscana da poco trasformato in albergo. L’aveva scoperto lei, non ricordo come, e la guida prometteva una tavola raffinata e abbondante.
L’atmosfera era ottima e l’intero stabile ben conservato. Le stanze ampie e comode. Il mobilio antico eppure funzionale. Ma si narra, attraverso la voce della commovente credulità del popolino, che il vecchio edificio, quasi interamente rimodernato, sia tutt’ora abitato dal fantasma del suo antico padrone.
Molti hanno raccontato di questo castello e della sua storia tanto che ne ha parlato anche il grande scrittore colombiano e non vale perciò la pena soffermarsi su come l’antico signore abbia ucciso la donna amata e poi abbia trovato la morte quasi cercandola; basti dire che girerebbe nottetempo per quelle ottantadue stanze “cercando di raggiungere la quiete nel suo purgatorio d’amore”, e tanto è sufficiente.
Certo ne io ne lei crediamo più ormai da anni ai fantasmi; e come è possibile di questi tempi? Forse può riuscirci solo un vecchio scrittore che ha favoleggiato tanto nei suoi libri da confondere la realtà e cominciare a vivere, nella vita reale, una delle sue innumerevoli favole. E poi quella storia così assurda dell’odore di fragole fresche che rimarrebbe nell’aria; via! tutto diventa ancora più assurdo.
Comunque questo fatto, contrariamente a quanto avevo pensato quando decisi di partire, bene a conoscenza di tali dicerie, invece di allontanare gli ospiti, per quanto possa sembrare strano, li richiamava a frotte; la gente accorreva entusiasta alla dimora secolare di quell’impalpabile spirito e ne avemmo conferma appena arrivati
Le stanze erano tutte occupate e certo non ci sarebbe stato possibile pernottare senza la provvidenziale prenotazione che avevo fatto telefonicamente già con due mesi di anticipo, quando ero ancora completamente all’oscuro delle attrattive del posto; per fortuna che io sono sempre previdente e cerco di considerare ogni eventualità in anticipo.
Tutta quella gente, durante tutto il giorno, faceva traboccare di rumori i corridoi e la vasta sala da pranzo ma la cosa non infastidiva punto perché le spesse mura fornivano sufficiente riparo e pertanto, chiusi nella propria stanza, si ritrovava il silenzio e la pace della campagna. Anche se non era proprio come lo avevamo immaginato riuscivamo così a ritagliarci finalmente momenti sereni solo nostri perché avevamo bisogno unicamente di assoluta quiete e di ritrovarci; stanchi di lavoro e di città.
La giornata del nostro arrivo trascorse tranquilla e infiacchita come tutte le giornate che proseguono un viaggio di trasferimento con quelle loro ore pesanti consumate nel prendere confidenza, anche fisica, col posto e nell’organizzare in modo provvisoriamente nuovo la propria vita; come in una qualsiasi prima giornata di una vacanza.
Dopo una cena pantagruelica, fatta di mille squisitezze preparate in modo sublime e bagnate di chianti, finita con una fetta enorme di stupenda crostata di fragole fresche, passammo una notte insolitamente tranquilla rintanati nel sonno in cui ci avevano fatto sprofondare gli acidi delle nostre fatiche e non udimmo che un silenzio spesso come una trapunta d’inverno e qualche grillo toscano in vena di stornelli.
Nei giorni seguenti ci avventurammo senza fretta alla scoperta di quella campagna e nella ricerca della nostra serenità e pian piano cominciammo a entrare in confidenza anche con altri ospiti dell’albergo; prendemmo a cenare anche qualche sera in compagnia con qualcuno di loro, e poi si conversava volentieri. Una coppia era stata dalle nostre parti, giusto un anno fa, e avevano trovato il posto incantevole; così avevano detto.
Quello che mi sorprese ancor più era come tutti, forse perché pensavano di aver pagato anche per questo, fossero convinti della veridicità della leggenda anche se nessuno poteva affermare di aver personalmente visto o sentito il fantasma muoversi per le stanze dopo la mezzanotte, allorché gli ospiti sembravano mantenere un rispettoso silenzio. Finivano per essere patetici così certi che era persino ridicolo provare a contraddirli.
Era puerile ma ci credevano e si adombravano come se dovessero difendere l’onore della moglie o dei figli ma io che amo evitare, fin tanto che posso, ogni possibilità di diverbio e preferisco lasciare stare e lasciare che ogn’uno si cucini nel proprio brodo che poi si vede chi ha carne, sorvolavo elegantemente; in fondo la maggior parte di loro erano persone amabili con cui era anche bello discorrere; e non volevo misurare le loro suscettibilità. Con Giuliana invece si stava assieme ormai da sette anni e avevo avuto modo di conoscere a fondo il suo concreto disincantato; fra noi non si fece mai veramente cenno della leggenda.
Così ci soffermavamo spesso a parlare dopo ogni pasto, io con gli uomini e mia moglie poco distante con le mogli e le fidanzate perché lì abbondavano le giovani coppie, e si parlava del più e del meno come si usa con persone con cui si ha poca dimestichezza e una conoscenza relativamente breve e fresca e quando parlavano del fantasma mi limitavo ad assentire cercando di celare assieme alla mia incredulità anche il fatto che non partecipavo affatto.
Per la contiguità delle donne al nostro tavolo una sera mi accorsi che anche loro stavano parlando di questo benedetto fantasma, proprio un fantasma di fantasma giacché se ne parlava sempre ma in tutta una settimana che eravamo lì non si era mai vista la benché minima traccia, naturalmente, di quell’odore di fantasma, nemmeno un’ombra.
Grazie a quegli enormi spazi verdi tra file di olmi e distese di olivi nella maggior parte quelle donne possedevano una allegria e una serenità soddisfatta che raramente si riscontra in città e cicaleggiavano volentieri bisbigliandosi mille confidenze e quando una temette, o ebbe solo il dubbio, che la potessi udire abbassò improvvisamente il tono della voce e guardò verso di me con sospetto, ma ebbi la prontezza di girarmi distratto fingendo noncuranza.
Non si parlava d’altro. La vita di tutti gli ospiti gravitava attorno al castello. Quasi tutti restavano sempre nei dintorni senza allontanarsi mai molto ne per lungo tempo e se lo facevano era solitamente per passeggiare lungo i sentieri o i boschi limitrofi. In verità il costo di quel soggiorno non era popolare, pensai che fosse compreso nel conto anche il fantasma.
Nemmeno noi viaggiavamo molto più degli altri, avevamo trovato una specie di compromesso tra i borghi diroccati, un ampio parco e le vetrine, comprammo un po’ delle solite cose che appioppano ai turisti: inutili cianfrusaglie, dell’ottimo vino rosso e dell’olio verde e denso come gelatina, ma rientravamo rapidamente alla meta. Forse era questo che rendeva l’argomento del fantasma la cosa più viva di quelle vacanze. Anche perché si aggiungeva che non avesse avuto un gran che bell’aspetto nemmeno da vivo.
Dopo quella settimana, curiosando qua e là con la mia tipica estraniata disinvoltura, avevo raccolto una variante ancora più bizzarra di questa storia; l’avevo montata attraverso i frammenti rubati sia dalle conversazioni delle donne, che finivano in risa stridule e sgangherate a mala pena frenate, che dai bisbigli del personale conditi di mugugni e oscenità: il fantasma, a sentir loro, purgherebbe ogni notte le sue colpe trovando così la quiete in un letto ogni volta diverso e partecipando inoltre alla quiete di un’ospite diversa per ogni diversa sera: segretamente sentii una confidare che quella notte il fantasma l’aveva visitata durante la pennichella del pranzo.
Certo che in quanto a idiozie la gente perde spesso la misura dei limiti e della vergogna ma mi meravigliava pure come mia moglie, di solito alquanto riservata, partecipasse attivamente a quelle chiacchiere di donne e non provasse più di tanto imbarazzo davanti a confidenze assurde che poi finivano con il decantare laide quanto enormi prestazioni del fantasma, il quale sembrava anche insaziabile e inesauribile; certo era la persona più occupata che io conoscessi. Pensare tra me e me che lui non potesse, per sua natura, possedere limiti e dimensioni umane mi metteva di buonumore.
Aveva un arnese di proporzioni gigantesche; veramente enorme.” –udii affermare arrossendo ad una signora fine e di modi squisiti, sicura di non essere udita, mentre accompagnava le parole con una misurazione delle mani di eccezionale esagerazione. Restai così inorridito dallo stupore che devo essermi tradito per un attimo; credo di essere rimasto attonito con gli occhi palesemente spalancati e la sorpresa a impacciarmi qualsiasi reazione. “Io ci metto sempre un battutino di prezzemolo e aglio.” –completò glissando mia moglie con una dose notevole di prontezza e faccia tosta.
Quella sera Giuliana era leggermente più nervosa del solito e sembrava anche un po’ delusa. Presi la cosa molto alla larga cercando di menare, come si dice, il can per l’aia ma lei eluse la mia circospetta investigazione sostenendo che si stava parlando, così come fanno i pescatori, di figli e di nipoti. Mi disse anche di non far molto caso perché le donne, quando parlano tra donne, si lasciano a volte in confidenze anche un poco intime che nascondono sempre un po’ di esagerazione; che, in quei casi, possono anche sfuggire commenti un poco leggermente pesanti, cosa per lei alquanto disdicevole eppure, ma lo si fa per stare in compagnia.
Se proprio vogliamo anche l’impossibile è possibile ma quando si ha a che fare con un fantasma, cioè un’illusione, è meglio lasciar dire, riderci sopra e alzare le spalle; eppure in qualche modo mi ero lasciato un poco coinvolgere dall’argomento principe della locanda, che sembrava quasi ormai una mania, anche perché ogni favola ha un suo fascino e anche se ogni favola è un gioco.
Quella sera giocava il Milan e noi uomini ci eravamo radunati nella saletta al piano terra. Lei, Giuliana, si era ovviamente fermata ancora un po’ a parlare a tavola prima di salire. Eravamo liberi di fumare e anche di commentare a voce alta con gli ultimi bicchieri ancora pieni e quel poco di sano cameratismo che unisce gli uomini nel calcio. La partita era spettacolare e veloce e aveva continui capovolgimenti di fronte ma qualcuno disse: “Chi visiterà stanotte”?; qualcun altro usò espressioni più crude; finalmente l’arbitro fischiò un fallo a favore che era macroscopico.
Notai come le visite del fantasma erano relative sempre alle mogli degli altri, strano paese questo nostro paese che chiamiamo Italia; dove si crede veramente solo in poco cose: Dio e la Madonna, spesso per una comoda bestemmia, un poco alla moglie, in come la sai raccontare e prima di tutto alla squadra del proprio cuore. Il mondo va sempre nel verso in cui gira. Quel mattino, per il puro gusto della pigrizia, avevo finito col non fare neanche la barba e, quella sera, mi godevo appieno della mia libertà.
Dopo la partita si formarono, come sempre, due fazioni: non trovammo accordo se sul primo goal fosse più merito delle capacità balistiche dell’attaccante o demerito della posizione infelice in cui si era piazzato il portiere avversario. E discutemmo per ore sulla regolarità del rigore, di tecniche di gioco e, ovviamente, sulle sviste della terna arbitrale; il più feroce era al castello per il terzo anno consecutivo, la moglie lo trovava così romantico. Ebbe pane per i propri denti particolarmente da uno che, voci sottobanco dicevano, la moglie avesse già ricevuto due visite solo durante questa ultima loro permanenza (donna notevole la sua signora, di quelle che non passano certo inosservate: alta, rossa, vestita da provocare e che se tardavi un attimo di guardarla era già stata lei a metterti gl’occhi addosso). Come sempre le ore passarono in fretta e veloci e quando raggiunsi la camera era a notte fonda.
Mentre salivo silenziosamente le scale pensai e risi della signora alta, rossa, dalle gambe lunghe e affusolate e dai seni tesi; che si mangiava il marito, quell’uomo più piccolo di lei, se lo mangiava a merenda pranzo colazione e cena, non solo con gli occhi; che se lo coccolava tutto il giorno per poi continuamente scappare con lui come fossero sempre presi da bisogni e appuntamenti urgenti; che lo portava a passeggio come un cucciolo di razza pregiata; che rideva sguaiata e si tratteneva meno di tutte; che ancora baciava quel suo marito, anche in pubblico, ma riservava sguardi assassini, con grande generosità, anche per ogni maschio di sesso maschile si trovasse nei paraggi.
Nella nostra camera lei dormiva accoccolata tranquilla, e aveva un mite sorriso soddisfatto che le allargava il viso che pareva mi sognasse. Non feci caso a null’altro e spensi subito la luce per non disturbare il suo sonno. Mi lasciai cadere sul letto, qualunque cosa sognasse mia moglie faceva le fusa. Nel suo sereno torpore emetteva piccoli e rauchi mugolii e lunghi e intensi sospiri. Diversamente dalle sue abitudini si era addormentata senza nulla addosso; al tepore del suo corpo mi abbandonai rapidamente addormentandomi subito in un letargo profondo.
Il mattino Giuliana si destò tardi ma comunque pur sempre prima di me. Quando aprii gl’occhi lei già usciva dal bagno preparata di tutto punto ma con ancora addosso la sua vestaglia da notte. Si liberò di un largo sbadiglio soddisfatto e si scosse con un “Buongiorno caro!” zampillante e cristallino, anzi esplosivo e fragoroso. Si apprestò a tutto con inconsueta celerità: saltabeccava impaziente da una cosa all’altra senza soffermarsi più di un attimo su niente, e cicaleggiava gaia volteggiando tutto intorno.
Aveva una vivacità e una allegrezza piuttosto insolite per lei, per quella stagione e per quelle ore, una vera gioia di vivere e gli occhi ridevano autonomamente. Continuamente si lasciava prendere dall’ilarità e cadeva prigioniera di qualcuna di quelle sue risatine sfrigolanti che sembravano poi dover proseguire fino alle lacrime e oltre. Era ciarliera, quei giorni assieme e senza angosce ci avevano fatto bene e anzi erano stati miracolosi.
Mentre finiva il trucco notai, per la prima volta, che la nostra stanza odorava come di un penetrante sapore di fragole fresche nonostante fosse situata molto distante dalle cucine. Forse fu quello a metterci di appetito ma appena scesi annientammo una colazione più che abbondante e soprattutto lei si accanì con una voracità formidabile. Ironizzava, scherzava, canticchiava e mangiava e sorridendo sembrava scambiarsi sguardi d’intesa con le inquiline degli altri tavoli, tanto che le dissi: “Giuliana; chissà cosa potranno pensare che abbiamo fatto”. Uscimmo ma restammo fuori poco, gironzolammo come da fidanzati e lei fu dolce e carina con me e mi regalò un’orribile enorme cravatta rossa con il David di Michelangiolo.
A pranzo si appartò presto con le donne, quasi si affrettò, e mi accorsi che parlava fitto fitto davanti agli occhi sognanti sgranati di una giovane arrivata nella tarda mattinata mentre tutte ridevano stridule e alcune sembravano colme di invidiosa allegria, e ogni tanto lei guardava verso me e mi faceva un cenno ridendo. Una donna di poche attrattive, che era ospite ormai da più di tre settimane, l’ascoltava attenta e sembrava sul punto di piangere. Udivo nient’altro che il movimento delle labbra e il brusio informe di noi uomini che consumavamo gli ultimi argomenti della partita e commentavamo un paio delle ultime notizie dei giornali.
Circolava, dalle nove di quello stesso mattino, la notizia che qualcuno credeva di aver fatto luce sul mistero del fantasma ma era ridicolo poter pensare, anche per un solo momento, guardando quel piccolo cuoco sardo butterato dalle mani enormi che lo impacciavano continuamente, al vecchio padrone del maniero; ridicolo e assurdo. Certo una minima somiglianza c’era.
Dicevano di averlo notato poco dopo mezzanotte passare silenzioso e furtivo per i corridoi deserti e che era sparito all’improvviso scivolando in una stanza che non avevano saputo localizzare con precisione; a conferma aggiungevano di aver udito, subito dopo, dei mal attutiti lamenti; come dei guaiti di cuccioli ma certo dei veri ululati d’amore che pian piano si spandevano fino a diventare tonanti.
Naturalmente l’albergo non prese provvedimenti non dando credito a quegli assurdi pettegolezzi anche perché non potevano certo privarsi in quel momento del suo prezioso aiuto e spero non solo per questo; ho già detto come il fantasma era una vera, insperata, manna per il luogo. Per fortuna che qualche volta il buonsenso trionfa ancora anche là dove sembra si stiano affermando superstizioni che credevamo scomparse.
Quel cuoco aveva comunque, seppure involontariamente, distrutto in me tutta la magia di quel castello, il pensiero di quell’uomo goffo e onestamente anche un poco ignorante, non molto pulito e col viso devastato dal vaiolo, potesse essere in qualche modo mescolato alla leggenda del castello aveva reso tutto anche troppo ridicolo; e inoltre non potevo permettere che anche mia moglie mostrasse, seppur minimamente, di prestar fede a credenze da medioevo e a una favola certamente seminata da buontemponi che ora se la ridevano anche alle nostre spalle. Così, lasciandola ultimare le sue ultime sciocchezze, senza neanche provvedere ad avvertirla, feci segno al cameriere
Una favola è bella proprio in quanto favola. Per intavolare un minimo di conversazione chiesi quale era la specialità del cuoco. “Crostata di fragole fresche; –mi disse– le facciamo arrivare anche fuori stagione”. Ne ordinai due porzioni e poi provvidi a disdire la camera. Dissi quasi con disprezzo: “Per favore, mi può far preparare il conto di tutto”? Mi guardò sorpreso. Poi: “I signori partono già”? –mi chiese dispiaciuto. Risposi inventando impegni urgenti improvvisamente insorti che mi costringevano a tornare. Aggiunse solo leggermente stizzito: “Spero che i signori siano rimasti soddisfatti e di rivederli presto”. Non mi spiego perché verso la conclusione ammiccò in direzione di mia moglie.
Con quei prezzi certo non sarà facile che ci si possa rivedere tanto presto; comunque non ero affatto pentito di aver speso così i miei soldi. Ero solo un poco irritato perché anche a me seccava non poco dover rinunciare a tre giorni di vacanza solo per le sue sciocchezze, ne avrei volentieri fatto a meno ma non avrei mai potuto minimamente immaginare che fosse così… così… frivola e facile preda dell’idiozia: ma come si può a trent’anni credere ancora all’esistenza dei fantasmi? E pensare che era servita più a lei che a me.

I suoi occhi guardano nel vuoto. E’ tutto il viaggio che vorrei dirle di smettere di canticchiare quella mielosa maledetta canzone ma è meglio evitare anche perché non vorrei toccare la sua sensibilità e suscettibilità, in certi momenti è meglio lasciarla stare, ed è già stato così complicato spiegare la mia improvvisa decisione; perché dovevamo lasciare anzitempo l’albergo frettolosamente andandocene all’alba quasi come due ladri.
Ho dovuto dire anche a lei una bugia perché si ostinava ad insistere che non ce ne potevamo andare senza salutare nessuno, almeno le più intime; che così avrebbero potuto pensare qualsiasi cosa di noi; che forse mi ero dimostrato ancora una volta per il tirchio che ero; che non posso decidere da solo per tutt’e due; ecc… Intanto si è già lasciata riprendere dai nervi e non vorrei che: ricominciasse con le sue eterne emicranie; riprendessero, almeno per un po’, i suoi continui sbalzi di umore e le sue malinconie; fosse già svanito l’incanto della vacanza. Per il momento mi accontenterei che riuscisse a stare ferma, anche un solo istante, e che smettesse di torturarsi le dita. Ma soprattutto che la finisse con questa maledettissima filastrocca che miagola da quando siamo partiti.¹


1] scritto il 16.02.1995

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Lo so che se lo posto poi qualcuno mi dirà che… “ma non sono tutte così.” e i più mi accuseranno di un atteggiamento “critico” verso l’altra metà del cielo se non proprio come sostenitore di falsi luoghi comuni, ma cribbio, questo è il mio blog, e anche fuori sono abituato a dire quello che penso senza mettere troppo in conto le conseguenze. Inoltre sono sollecitato dal resoconto che a chiosarlo pare un vademecun e personalmente mi è risuccesso proprio ieri. Per ultimo non dimentichiamo che alla mia tenera età ne ho passata la maggior parte vicino a donne e l’aneddotica sarebbe sterminata. Io non ho sempre portato l’orologio al polso, ma spesso mi son chiesto se le mie compagne pensavano che potesse servir loro a qualcosa oltre che quale ornamento. Alla prima obiezione potrei rispondere che ho visto persino interrogarlo, l’orologio, sperando, quando non pretendendo, che andasse contro il tempo: “Che dici, riesco ad arrivare per mezzora fa”? Nonché che sono vittima di una serie interminabile di attese, ovvero che ho passato la maggior parte dei miei giorni a guardare là in fondo in attesa di qualcuna che avrebbe già dovuto essere arrivata.

Allora, per non essere tacciato da fallocrate, non parlo genericamente delle donne ma solo di Lei e con Lei di tutte le mie ex compagne e di tutte le mie amiche e le donne che ho avuto modo di incontrare e/o frequentare. Torniamo a ieri quando mi ha detto la solita frase allarmante: “Dammi dieci minuti e faccio in un attimo”. Beninteso si doveva preparare per uscire come se ci fosse in lei qualcosa che non andava o da sistemare. Per questo strano rapporto che riescono ad avere le donne con il tempo in quei dieci minuti Lei riceve una o più telefonate (dimenticavo quanto ci sarebbe da dire sul loro amore per le parole soprattutto per quelle al telefono). Lei torna tutta allegra dopo i “suoi” dieci minuti ed in quei dieci minuti è riuscita a cambiarsi col risultato che, se non ne fossi stato messo al corrente, non avrei saputo notare nessun mutamento. Sempre in quei dieci minuti è riuscita a stare almeno due ore al telefono, spero non con la stessa vittima. Nello stesso tempo sono andato allarmato a cercarla trovandola in tranquilla conversazione. Avevo all’altro capo Sandra all’armata non vedendoci arrivare: “Il pranzo di sta freddando”.
Avevo, cellulare in mano, tutte le intenzioni di chiederLe una previsione mentre l’altra aspettava anche al telefono, ma dovevo essere al momento trasparente in quanto Lei non riusciva proprio a vedermi. Me ne sono andato in salotto trovando una qualche tranquillità nella lettura della pagina della cultura sul quotidiano. Ora so tutto della trans-avanguardia e naturalmente Lei è tornata mettendomi fretta. Alle mie rimostranze per quel fatto della trasparenza, “se disturbo potresti almeno chiedermene la ragione”, mi ha spiegato che no! mi aveva pur visto e ha aggiunto, come di consuetudine, che la mia presenza, seppur fastidiosa, non l’aveva allarmata perché aveva previsto di sbrigarsi più in fretta. Sono riuscito a scoppiare a ridere allegro mentre la sua faccia mostrava la meraviglia di chi guarda uno improvvisamente impazzito.
Naturalmente Sandra si era arresa e nel frattempo aveva abbassato impaziente il ricevitore. E per tutto quanto raccontato che siamo arrivati con i nostri consueti dieci minuti di ritardo per la cena armati (Lei) delle scuse più improbabile compresa quella del parcheggio escogitata anche dell’amica che resoconta la pizza dove quando per lei stavano passando sei minuti (che di per se non fa nemmeno record) per tutti gli altri partecipanti ne passavano ben più di venti. Ho avuto bisogno, io, persona sempre di corsa e sempre ansiosa, di tutti questi anni di allenamento per giungere alla conclusione che oggi come oggi non mi sorprende più nulla, resto solo ancora sbigottito dalle giustificazioni che hanno la fervida fantasia dei migliori costruttori di favole. Eppure, sia detto per inciso, io amo le donne perché la loro presenza non lascia all’uomo il tempo per annoiarsi.

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4.Ora cos’è che non va? Lo so che non ci dobbiamo mescolare ma io mica mi solo mescolato; almeno per ora. Mi sono limitato a… a… quello”.
In fondo non è colpa mia se ho gli occhi. E di quello che mi è capitato nemmeno lo so cosa mi è capitato. E’ che provo per lei qualcosa di strano dentro di me, ma non è colpa mia. Non so cos’è né com’è successo. E’ un qualcosa di simile a quello che gli umani chiamano approssimativamente “amore”; e, nel mio caso, per giunta del terzo tipo. Gli umani sono sempre così approssimativi nel loro linguaggio. Io non so come altro definirlo ma è come uno strano calore che mi prende quando le sono vicino, quando me la vedo davanti. Più precisamente delle vampate che se lei mi potesse vedere le distinguerebbe perché danno colore alle mie gote. Mi salgono dallo stomaco e mi scombussolano tutto che comincio a sudare. Non è bello perché dopo mi sembra anche di sentire quello stesso odore. Non quello che dopo traspira lei che è sempre così profumata. Piuttosto quello che traspirano gli uomini come se fossero stati costretti ad una fatica immane. Tra di noi non ho mai sentito parlare di nulla di simile. Credo ci sia qualcuno che sa, ma si guardano bene di parlare con me. Mi trattano tutti un po’ come se fossi sempre un bimbo.
In verità a me era stato affidato Gustavo, cioè Gustavino, il suo piccolo o, come lo chiama lei, il suo “angioletto”, scusatemi se mi lascio prendere dall’allegria. Un marmocchio che non se ne sta tranquillo un istante neanche a sedarlo. Lo so già che qualcuno bisbiglierà che l’ho trascurato, ma sono solo diffamazioni e io non mi occupo di simili insinuazioni. Non mi fanno né caldo né altro. Io la so la verità, non ho mai tolto gli occhi di dosso a quella peste. Almeno quasi; salvo per qualche breve attimo, poca roba, ma solo quando dorme o quasi. E poi, in quei momenti, mi accerto che non corra nessun pericolo. Per il resto l’ho sempre vigilato, cioè custodito, con la massima attenzione. Giorno e notte. Salvo, appunto, quei brevi attimi quasi sempre notturni. E’ che sei sempre lì e vedi tutto quello che ti succede intorno. E sei lì anche in quei momenti. Ma anche se non avessi mai voluto vedere avrei dovuto comunque vedere. Come dicevo non è certo un mestiere facile quello dell’angelo custode. Invece di questa aureola preferirei un cappello a tesa stretta. Piuttosto di questa specie di saio preferirei un bel paio di calzoni. Piuttosto che queste ali che nemmeno so usare preferirei, di gran lunga, niente che mi muovo agevolmente con i mezzi di trasporto pubblico.
E’ che sei lì a guardare il terremoto e non puoi, guardando lui, ignorare cosa gli sta intorno. E una madre è una madre. E lei gli è sempre sopra come ogni madre, cioè come la migliore delle madri; piena di attenzioni. E’ lui che non smette mai di piangere e frignare, nemmeno quando gli infili il ciuccio in bocca che mi verrebbe di spingerglielo fino in gola. E’ lui che ha sempre fame nei momenti meno opportuni o male al pancino ad ogni sospiro. E’ che, a proposito di sospiri, con le persone, dopo un po’, ci si può anche affezionare. Sei lì e sei come uno di famiglia anche se non sei proprio della famiglia; o no? In fondo non sono un po’ come una babysitter? Io mi prendo cura, come posso, della piccola carogna. Vorrei fare anche di più ma faccio quello che posso e che mi è permesso di fare. Se distraggo un occhio da lui tolgo solo un occhio. Se poggio quello distratto su qualcosa che richiama la mia attenzione, per esempio lei, si può star certi che con l’altro continuo a fargli da balia. E non ho trovato nulla che mi potesse distrarre quando lei. Non so proprio come fare ma è una miniera di distrazioni e di curiosità, per me, e di sorprese.
Lei era, cioè è una donna buona; buona e generosa. Con degli occhi grandi e benevoli. E se parlassi solo degli occhi le farei torto perché dentro i vestiti, ma anche quando non li ha addosso, ha tante di quelle belle cose e qualità da far perdere la testa. E tanti sono quelli che quella, la testa, la perdono. E per tutti lei trova sempre una parola o un gesto. E io sono certo l’ultimo a poter giudicare. E’ che non voglio né posso soffermarmi su questi particolari irrilevanti, anche se proprio irrilevanti non sono, altrimenti di cose da raccontare ne avrei talmente tante che non mi basterebbe tutto il tempo a disposizione. E cose che a dirle si fatica persino a crederle. E poi non è certo colpa mia se quei momenti lì succedono anche in ore che non sono ore della notte. Magari Gustavino è a giocare nel box o è imbragato nel passeggino davanti alla veranda oppure è incatenato dalla cintura nella sua culla con il carillon che suona la sua musichetta malinconica e lenta. Ho imparato a mettermi seduto. Mi alzo solo se ho bisogno di vedere meglio. Anche se a me quel guardare comincia a essere accompagnato da un rimescolamento, come se una mano mi frughi dentro allo stomaco. Questo ha cominciato a manifestarsi non da subito ma col tempo. Inizialmente era semplicemente proprio come solo una strana vorace curiosità.
Non è una bella vita la sua anche se cerca di non subirla, ma con un marito come quello: sempre in casa, non una distrazione tranne quelle visite; le sue amicizie. Lui, Giovanbattista, non a caso il nome che hanno dato a quel demonietto comincia con quella G, è uno di quegli uomini che non hanno altro per la testa che se stessi. Gran lavoratore, certo, ma non pensa che al lavoro e crede che il lavoro sia vita, e quando torna non ha nemmeno la forza per guardare sua moglie. E poi ha il calcio. E le carte all’osteria con gli amici ogni sera. E non per essere pettegolo ma è uno che non si tira certo indietro quando ha davanti un buon bicchiere di vino. Anche ieri è rincasato cantando e sono convinto che poi nemmeno aveva coscienza di quello che faceva né può portarne ricordo. Non per questo lei si è rifiutata di fare quello che ogni buona moglie ha il dovere di fare con il marito; come con gli amici. Mi chiedo solo, ma lo faccio tra me è me, in silenzio, cosa la fa essere così sensibile e gentile da fare il suo dovere di moglie anche con uomini con i quali quel dovere dovrebbe essere rispettato dalle loro mogli? Forse per qualche motivo che non posso conoscere quelle loro mogli non possono farlo o forse sono semplicemente donne aride. E forse lei lo fa per quel destino insondabile che lega le donne ad un ruolo prestabilito. Non lo so ma lei riesce ad essere una buona moglie per Giovanbattista e per tutti gli altri. Non deve essere la cosa più facile. A volte è così spossata che sembra priva di forze, in certi momenti i suoi occhi si assentano e pare priva di sensi, ma sa riprendersi rapidamente.
E’ lei il vero angelo. Mai spaventata dalla fatica. E quelli, i suoi amici, sembrano apprezzare molto la sua disponibilità ed esserle grati. Lei, come detto, ha attenzioni per tutti e non sempre è facile. Anche ieri, quando lui è rientrato in anticipo e ubriaco, lei è stata costretta a salutare frettolosamente Piergiorgio Giordano che lui nemmeno ha avuto il tempo di accomiatarsi come si deve e ringraziarla né di finire di ricomporsi. E lei si è infilata sotto le coperte come se stesse già aspettandolo con quel piacere che una donna dovrebbe avere di aspettare un buon marito e non un etilista da par suo; con il fiato che puzza. Un rantolo ancora le rantolava in gola, ma ha saputo controllare e governare quell’affanno ricacciandolo in petto. Certo non ha poi potuto avere lo stesso impeto che quella intempestiva venuta aveva interrotto, ma non è lui la persona più adatta a stimolarlo. Non è certo il tipo, quel marito, che ti mette addosso quella voglia di collaborare e stare in compagnia. Non avrebbe potuto rimproverarglielo comunque, ma lo vedevo da me che lei non poteva avere più quell’entusiasmo.
Se una colpa mi si può imputare è quella di essermi lasciato prendere da questa cosa che mi sento scaldare dentro quando i miei occhi la vedono, ma soprattutto quando li vedono. Lo chiamano privato ma per uno che fa il mio mestiere non c’è privato che tenga, tutto quello che riguarda la vita ti scorre sotto gli occhi e, come per il resto, non puoi farci niente. Nemmeno i miei colleghi possono non vedere quello che ti si para davanti e che sei costretto a vedere. Ti senti uomo anche tu quando un uomo fa ciò che solo un uomo può fare. Vorrei vedere qualcun altro al posto mio, ma comincio a pensare che forse, spiegandolo bene, mi si possa anche capire. In fondo non ho chiesto io di fare l’angelo custode e se è per me posso anche rassegnare le mie dimissioni. Che poi io sono anche una sorta di apprendista, solo un ancora angelo di secondo livello; e della carriera oggi mi interessa meno di niente. Se mi viene data la possibilità di scegliere vorrei scegliere di non essere più puro spirito e di poter fare l’uomo o meglio l’amico. Sono certo che troverei in lei quella cordialità che mi farà passare quello che mi ha preso come una malattia. E se non me lo farà passare almeno lo allevierà e allevierà anche questa mia curiosità.

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3.Per quella che definisce la mia seconda volta ho già pagato abbastanza a star lì ad ascoltare quello che aveva da dirmi per una bazzecola simile”.
Come facevo a saperlo; pareva più morto che vivo. Con un piede già di là e quell’odore addosso. Ci avrei giurato che era già pronto per concimare il suo ultimo pezzetto di terra. Lo so anche io da solo che dovrei mostrarmi solo quando sono sicuro che la persona che mi è stata affidata è proprio destinata al suo destino. Ma come potevo immaginare che non era il suo ultimo momento ma solo il penultimo. Che quello, dopo una vita dissipata e poi il coma, prende e si risveglia e torna anche a parlare. Sembra che più sono mascalzoni e più il cielo li aiuta. Ne aveva già fatte tante che anche metà erano più che sufficienti. Da non credersi. Apre gli occhi, alla sua età che lui la preistoria la potrebbe raccontare per averla visita di persona, e ancora allunga le mani sull’infermiera. Certo non va a raccontare di avermi visto a gatti e maiali e trote, cioè al mondo intero, a tutto il creato, ma non sa trattenersi dal confidarlo almeno alle amicizie più care. Ha anche una memoria incredibile persino per i particolari. Per fortuna anche loro lo prendono per matto e pensano ad un delirio nel male. Mi sarei perdonato anch’io di uno sbaglio tanto veniale. Direi piuttosto che se una colpa c’è la colpa è sua che si è aggrappato così testardamente alla vita e che si è rifiutato di accettare la sua ora. O che almeno mi si possa considerare come particolarmente sfortunato.
Giuro che un attimo prima aveva gli occhi vitrei e la bava alla bocca anche se un attimo dopo era vispo e arzillo come appena uscito da un sonno ristoratore. S’è persino fatto portare una porzione abbondante di pasticcio chiamando il ristorante con il cellulare di quella infermiera. Lei l’ha presa ridendo portando pazienza per la sua età senza trovarci nulla di male, nemmeno nel dargli il cellulare. Si era limitata ad una breve frase, mentre faceva il gesto di sottrarsi, in quella lingua ormai quasi sconosciuta negli ospedali che è l’italiano. Anzi dopo se n’è andata come se quello le avesse restituito un poco di orgoglio. Strane creature le donne. Non finirò mai di capirle. Ma io non ero certo lì per capire le donne, ma solo per assistere un moribondo. E torno a parlare solo di lui perché voglio aggiungere che il fatto stesso che sia un moribondo lascia supporre che sia lì solo per aspettare la morte. Quello invece si era solo preso una pausa dalla vita e ora mangiava la sua pietanza con un gusto che sembrava fossero mesi che non toccava cibo, mentre era sempre stato alimentato con flebo fino ad un attimo prima. Si infila persino le ciabatte e se ne va da solo a orinare che mi ha lasciato lì con tanto di naso. Quando mi ha chiamato per farmi rapporto non ho potuto evitare la ramanzina ma le ho ben cantate le mie ragioni. Dico mi mandate da uno che aspetta la morte come se aspettasse il tram e quello decide di farsela a piedi o di prendere un taxi lasciandomi lì come un baccalà. Se avessi potuto gli avrei stretto io stesso le mani torno al collo. Se uno non sta ai patti ci dovrebbe essere concesso di poter farglieli rispettare se è il caso anche con mezzi energici. Che poi bastava che appena arrivato gli staccassi la spina. Una cosa tanto semplice che potrebbe farla anche un bambino. Semplice e, quasi sempre, indolore. No! Lui no. Avevo anche proposto di riparare; potevo sempre provare a fargli incontrare un incidente con la macchina. Gli avevano ritirato la patente e poi mi ha ripetuto sgarbatamente che quello non era compito mio. Fosse stato solo per la giuria non me la sarei cavata con una semplice lavata di capo. Quelli sono sempre pronti a giustiziare il primo che gli capita sotto le unghie. Fai una norma e la prendono per un comandamento. Di quelli dieci ce ne sono e a nessuno viene in mente di aggiungerne altri.

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2.In fondo come si potrebbero considerare e chiamare gravi precedenti due piccoli episodi senza vere conseguenze come quelli che mi sono successi”?
Andiamo con ordine. Meglio aspettarsi il peggio, in questi casi. Sì! va bene, ma era la mia prima missione. E non è certo un mestiere facile il nostro. Puoi vedere tutto e gli altri non ti possono vedere. Dovresti prenderti cura di una persona a cui nemmeno puoi parlare. Puoi certo cercare di muovere il loro buon senso o la loro coscienza. Chi ascolta oggi la propria vocina dentro? Tutti a correre dietro a tutto e al primo impulso. Tutti disposti a tutto per il primo piacere, anche se piccolo e volatile. Mi dice “Guarda quel Enrico Maria e non perderlo d’occhio mai”; sempre a me poi capitano questi nomi che non sai mai se hai a che fare con uno o con una folla. Che fosse depresso lo vedevo anche se non me l’avesse detto. Come faccio a sapere cosa passa per la testa di uno in quella condizione. Per guardarlo lo guardo ma lui nemmeno una parola. Ho chiesto in giro e mi hanno spiegato che già da prima, e da sempre, era un tipo taciturno; che non si confidava mai con nessuno. Che poi ero appena subentrato a quello stesso che mi aveva spiegato chi era il soggetto che nemmeno lui ci capiva più di me. A chi potevo andare a chiedere? Così quando mi ha passato le consegne mi sono informato di tutto quello che in quel momento mi passava per la testa e mi sembrava utile. Ma chissà perché a lui gliel’hanno tolto per mettere nei guai me. Dovresti difenderli da se stessi ma come puoi fare bene il tuo lavoro se non li puoi nemmeno sfiorare?
C’è per tutti una prima volta. Non puoi certo aver paura del fuoco prima di scottarti. Gli avessero fatto un’analisi seria si sarebbero accorti che era stato avvelenato e il veleno stava per fare il suo mestiere. Ma chi si prende la briga di fare le analisi a uno che si butta dal settimo piano? Lui era salito per farlo e fino a poco prima ero certo che era deciso e l’avrebbe fatto. Poi si ferma lì, sul cornicione, a pensarci. E’ facile dire che davanti al vuoto, alla fine, ci avrebbe ripensato ma chi può dire cosa sarebbe successo se non fosse successo quello che è successo? Dicono anche che così un assassinio e rimasto innocente e non si è potuto perseguire un crimine. E’ stato il più banale degli incidenti. Avessi potuto l’avrei trattenuto. E’ quello che ho cercato di fare nonostante fossi a conoscenza del divieto di intervenire. Si dovrebbe lasciar fare a chi deve fare. Aspettare la polizia e i vigili del fuoco. Credevo che non ci fosse più tempo per aspettare, e poi non è forse vero il detto che detta che “chi ha tempo non deve aspettare che passi”? C’era quella maledetta base dell’antenna che sporgeva e non si vedeva. Non l’ho fatto apposta ad incespicare, ma giuro che l’ho appena sfiorato. Quello m’è caduto giù gridando prima ancora che potessi allungare le mani. E tutti a dire che s’era buttato e a chiedersi perché. Ma io stesso non avrei sospettato la presenza nello stomaco di quel veleno né che si fosse buttato contro la sua volontà. Avevo visto sua moglie affaccendarsi ma niente era diverso da altri giorni. Non mi potevo certo insospettire solo non vedendola assaggiare se andava di sale. Forse l’unica cosa che ho trascurato è stata di dare fede alla sue parole. La credevo solo una burlona. Anche se credo che la sua ultima volontà era quella di buttarsi.

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