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Qui il 24 novembre 217 si è tenuto il Nazra Palestine short film festival
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era il

Mesahal Cultural Center – Gaza City

e sembrava un posto normale dove potersi sentire normali.

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Questo è ciò che ne resta dopo i bombardamenti israeliani:

Mi mancano altre parole, semplicemente mi sanguina il cuore.
da Auschwitz di Francesco Guccini

…Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento
e ancora ci porta il vento…

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Cerchiamo la poesia delle immagini “sulla” e “dalla” Palestina:
Partecipa e invita a partecipare:

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Clicca sull’immagine e su questo link: NAZRA – open call

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Mi chiamo Annarosa”…
Ciao Annarosa”.
Ciao! Scusa, fammi raccontare. Va bene il tu. Meglio. Ho portato delle foto. Di una festa. Quasi tutte. Magari ne parliamo dopo, e di altri momenti. Solo in alcune sono io. Solo per capire. Ho pensato che mi vedevi di persona. Tanto. Anche perché le mie, quelle che avrei scelto, mi sembravano troppo troppo. Dopo. Comunque le ho messe in una busta. Scusa. Le lascio qui. Le puoi guardare dopo. Con calma. Come ti dicevo. Mi chiamo Annarosa. La mamma di mamma di chiamava Elisabetta. Quella del babbo Mariateresa. Per non far torto a nessuno hanno decido di chiamarmi Annarosa. Non mi interrompere; è importante. Cioè, voglio raccontare. Da bambina ero solo una bambina. Insomma come tante. Devi sapere. Né carne né pesce. Un po’ insipida. Capisci? Non assomigliavo a quella che vedi. Forse più maschio. Beh! Non avevo… insomma, come una bambina. Hai presente? A nove ho preso paura delle prime… perdite. A undici anni mi son cresciuti i primi peletti. Me li guardavo continuamente. Pensare che poi una li depila. E si son cominciate a vedere due tettine. Poca roba. Solo due bozzetti. Ma io ne ero orgogliosa. Quando ho capito. A tredici si sono sviluppate. Non come oggi ma quasi. Era tutto il resto che non si era cresciuto sproporzionatamente. Ero alta un soldo di cacchio e avevo queste due tette. Sembravo una oca. Non mi… Mi creavano un minimo di imbarazzo.
Non è facile essere donna. Poi ho scoperto che ai ragazzi piacevano. E allora: fine del disagio. Insomma sai com’è la storia del brutto anatroccolo? o quella del bruco? Mi portavo dietro e mica lo sapevo. A scuola non ero una cima ma nemmeno l’ultima. Il fatto è che non mi applicavo molto. Le materie mi annoiavano. Mi sentivo imprigionata. Abbi pazienza e fammi parlare. Perdo il filo. Dov’ero? A sì! prima C del ginnasio Tommaseo. Sai dov’è? Niente di essenziale se non… Nemmeno ne ricorderei. Ma il mio primo amore. Lo ricordo appena. Di cosa mi sono innamorata non so. Era pelle e ossa. Con un grande ciuffo di cui aveva una cura ossessiva. Continuava a cadergli sugli occhi. Credo si chiamasse Patrizio. Ma non ne sono certa. Certo che la vita fa proprio brutti scherzi. Ora mi sembra solo un gran cafone. E gonfiato. Allora mi pareva di sognare. Ogni posto e ogni occasione erano buoni. Ma non vorrei annoiarti. E’ stato intenso anche se breve. Ricordo solo che il suo alito sapeva di tabacco o birra. O tabacco e birra. Ricordo anche il suo motorino. Quello sì. Che paura. La paura della velocità. E il vento nei capelli. Quello era divertente. Con lui, con Patrizio, è stata la mia prima volta. Non sono sicura del nome. Ero così giovane. Non mi interr… Giovane ed esuberante. Come tutte quelle della mia età. Insomma, con lui, almeno la prima volta è stata più per colpa mia. Ero curiosa.
Curiosa. Ne avevo sentito così parlare. Parlare. Da mia sorella più grande. Dalle sue amiche. Mentre parlavano tra loro. Bisbigliando. O ridendo sguaiate di questo o di quello. Sai com’è. I birbigli diventano tuoni. Ero una bambina. Devi capire. Sarai stato anche tu bambino. Ma mia sorella non mi assomiglia punto. Lei è più sul tipo sioretta. E anche meno carina. Dobbiamo dirlo. Non ho preso nulla da lei. Più sull’extracomunitaria; lei. Tutta diversa. Adesso s’è sposata. Fa tanto la sostenuta. Annarosa di qua. Annarosa di là. Da giovane ha fatto anche lei le sue. E come se le ha fatte. Quello che ha scattato la foto è Riccardo, un amico suo. Per un breve periodo anche mio. E in quella (nella prima foto, NdA), Maria Assunta, mia sorella, era già sposata. Cose dell’altro mondo. Un po’ sbadata lo è sempre stata. Tanto per dire. Quello è il suo salotto. Dimmi se divago. Se salto di palo in frasca. Certo che mi sento libera; con te. E quello che mi viene mi viene. E’ che a Salvatore. Salvatore è mio cognato. Gli sono finite in mano. Le foto. Apriti cielo. Però la sa raccontare bene.
Certo che allora… ma oggi sono orgogliosa delle mie due sorelline. Gaetano, Gaetano è un amico. Uno che… Insomma ogni volta ha un lavoro diverso e importante. Fa… insomma. Cerca di tirare a campare. Gaetano me lo dice sempre che ho due tette che parlano. Fammi dire. Magari. Forse è un complimento. Un po’ credo abbia ragione. E’ che a chi non piacciono? Ho imparato che tutti gli uomini hanno un debole le tette. Persino ai gay, cioè a quelli. Ho imparato che piacciono, un bel paio di tette. Dopo Riccardo c’è stato Samuele. Non che li cercassi in ordine alfabetico. E’ stato un caso. E poi gli altri. Non vale la pena nemmeno ricordarli. Sarebbe lungo. Alcuni non sono durati più di qualche minuto. Ascoltami. Ma Samuele è stato quello che mi ha fatto capire quanto era bello. Riccardo ne era un po’ geloso. Dev’essere stato anche per quello che ho troncato con lui. Con Riccardo. Samuele aveva la macchina. E la casa quasi sempre libera. Dunque. Era più vecchio di me; parecchio. Non mi faccio imbrogliare facilmente, per me quella della foto era la moglie. E con lui ho apprezzato la meraviglia di un vero letto, delle comodità.
Anche se. Mi viene da ridere. Mi viene da ridere perché mi sono ricordata. Mi viene in mente che poi lo abbiamo fatto anche in macchina. Forse per ritrovare i ragazzi in noi. Cose così. Non sempre si sa perché si fa. A volte è una emozione. Che ne so. A volte solo perché ti va. E’ così. Per noia. Non lo so. Si fa e basta. E stavamo bene. Insieme. E quando me l’ha chiesto era così imbarazzato che non ho potuto dirgli di no. Come potevo? Ma sono riuscita a non ridere. Bastava chiedere. Mica era una cosa così. A vederlo. Insomma me l’ha fatto intendere. Che gli sarebbe piaciuto. Mi dico: perché no. Avevo la testa piena delle sue promesse. E mi sono trovata le labbra piene di lui. Non so quanto gli possa essere piaciuto. Non ci sapevo ancora fare. Scusa se dimentico qualcosa. Non ci sapevo proprio fare. Quanto tempo è passato. A parlarne sembra ieri. Il tempo non sta mai fermo. Non è mai uguale. Ieri non lo sapevo. E oggi sono qui. Permetti. Di cognome faceva Reale. In questa sono io (seconda foto NdA) anche se non mi si riconosce. Lui stava… forse un’altra volta di quella volta della macchina. Cercava di convincermi. Aveva ragione. Sempre in macchina.
La macchina è una gran bella cosa. Per i giovani, intendo. Una grande invenzione. Anche l’uomo. Certo. In realtà una mezza idea ce l’avevo avuta. Ma era una pazzia. Ed ero ancora una bambina. Ero alle elementare. Non sono mai stata troppo precoce. Mi ci è  sempre voluto un po’. Nella mia testa di bambina l’avevo pensato. All’ordine alfabetico. Mi ero inventata di «farmene», perché tra bambine si parla così, uno per ogni lettera dell’alfabeto. A parte che l’alfabeto finisce subito, il primo che ho provato a baciare, e a farci qualcosa, è stato un piccoletto. Solo perché si chiamava Aristide e io lo chiamavo Ari. Solo un bacetto. Ma sarà stata la mia inesperienza, ero agli inizi degli inizi, o la sua timidezza. O non gli piacevano le ragazze. Non ne ho più saputo nulla. Non siamo riusciti a combinare niente. Cioè lui. Pareva impaurito. Mi ha piantata là; piangendo. Sono rimasta come una scema nel bagno dei maschietti. Veniva da piangere anche a me. E allora, per necessità anche se non per virtù, sono passata direttamente a Zenone. E’ anche un nome un po’ strano. Avevo tante idee ma solo quelle. E’ stato deludente. Ma lui si sentiva un eroe. Però mi ha regalato la merendina. E Ari lo guardava, dopo, con certi occhi. Idiota. Poteva pensarci prima. Ma come ci si può spaurire di una bambina. Non trovi? Ma erano solo avventurette. Da bambina. Fantasticavo e questa è un’altra storia. Se continuo a perdermi non la finisco più. Dicevo: Samuele…
Poi c’è stato Daniele, Renzo, cioè Lorenzo, Luigi, Pino, Kaunadodo, che non riuscivo mai a dirlo. Lo chiamavo Cana oppure Dodo o più semplicemente Mulo. Mi spiego? Lui si che era un vero uomo. Parecchio. Poi. Fammi pensare. Dammi un attimo. Poi Vinicio. Un altro Alfredo. E altri. E mio cognato. Quasi lo scordavo. Non è importante. Con lui è una storia che va e viene. Nemmeno una storia. Non una vera storia. Capita. Non so se è giusto. Lui dice che non facciamo niente di male. Lo dice lui. Veramente lo penso anch’io. Non vorrei rogne. In amore non c’è niente che sia male. Non credi? Insomma. Non vorrei che quella. Mia sorella. Lui dice ma ne dice tante. Dice che non siamo veramente parenti. Non è nemmeno granché. Solo lui poteva sposare quella gran… La porcona di mia sorella. Ha la testa piena di corna; poveretto. Ma questa è un’altra storia. Di ogn’uno ne potrei dire di cose. Servirebbe una vita. Tu non hai tutto questo tempo. Ora, non interrompermi. Magari un’altra volta. Comunque meno di quanti si potrebbe pensare. A tanti ho dato picche. Un uomo mi deve piacere. E piacere veramente. E allora ero libera. Veramente libera. Oggi sto con Alfredo, appunto. Niente di ufficiale ma è ormai tanto tempo che siamo come marito e moglie. Anche nel male. Perché quando si libera e arriva mi vuole trovare a casa. Non mi fa mancare niente ma comincia a pretendere. A diventare esigente. Sempre così gli uomini. Almeno quelli che ho incontrato.
Ora che ci penso. C’è stato anche un Alberto. Come facevo a sapere che Don non era il cognome. Una non si può voltare mai. Fammi. Se sono interrotta. Parlavamo di cinema. Meglio. Io non c’azzecco troppo con lo spirito. Qualcosa ho fatto ma tra amici. Cose amatoriali. Sono girate un po’ nella rete. Certo cose da ricordare. Non posso dire di avere una vera esperienza. Bello il cinema. Un po’ me ne vergogno. Una videocamera da quattro soldi. Si vede e non si vede. Quasi filmetti di ombre cinesi. Non ci pensavo. Un caso. Ti dico: un caso. Almeno la prima volta. E’ stata una festa di compleanno. Quello di Caterina. Caterina è un’altra amica mia. Carina, sai. Una morettina. Un tipo. Non come me ma carina. La Caterina. A volte mi perdo nei miei pensieri. Scusa. Eravamo a questa festa. Regali. Amiche da sempre. Abbiamo spento le candeline, cioè le ha spente la festeggiata. Due tramezzini e qualche bicchierino. Soprattutto amari, marsala e cose dolci. Cose così. Sai come sono queste feste. Tullio riprendeva come ad una festa di compleanno qualunque. Quelle che vedi sono di Nadia Emilia (terza foto NdA), già! c’era anche lei. Insomma un’altra. Un’amica. Le mani che si intravvedono sono quelle di Tullio. Non stavano ancora insieme. In quel momento. Lo ricordo bene, anche se è passato tanto. S’è messo a gridare: «queste sono un portento. Questa è l’arte. Nadia Emilia, appunto, saresti la mia protagonista ideale». Forse ha pensato allora al film.
Lo avevo guardato stranita. Pensavo al liquore. Siamo una bella compagnia. Gli amici non mi sono mai mancati. Ringraziando iddio. Eravamo tutti giovani e allegri. All’inizio non c’era nessuna intenzione. Non pensavamo certamente all’arte. Era una cosa senza intenzione. Tra amici, come ho detto. Per divertirci. Anzi è stata lei la prima, la festeggiata. Bisogna dire a Cesare le cose di Cesare. Non Cesare cioè quel mio amico. Ma quell’altro. Non l’ho mai conosciuto. Quello dei libri. Quello di Roma. Allora lei era fidanzata con Michael. C’è scappato un bacio. E tutti: bacio, bacio. E un po’ lui ha anche allungato la mano. Niente di grave. Nemmeno nessuno se ne ricorderebbe. Poi perdo il filo. Un bacio tra ragazzi innamorati. Ma a lei sono un po’ salite le gonne. E le mani di Michael hanno cominciato a salire. E tutti: nuda, nuda. E’ stato allora che un po’ tutti si son fatti prendere la mano. Le si vedevano un po’ di gambe. Niente di trascendentale. Una cosa innocente. Quello che vedi è il suo, quello di Caterina (quarta foto NdA). L’ho detto che era carina?
E allora lei si è fatta civetta. Per tutti. E tutti a guardarla. Le piace farsi guardare. L’è sempre piaciuto. E Michael si lagna. Insomma un po’ se la tira. Un po’ come tante. Si sente carina e ne profitta. Se l’è presa con me. Piccoli screzi. Niente di che. Devi capire: io non volevo essere da meno. Non ho certo gambe più brutte delle sue. Non mi sembrava giusto. Mi ero fatta carina per la sua festa. Avevo una cosa corta corta. Corta. Insomma. Nemmeno sarebbe servito. Si vedevano già. E bene. Ma ero indispettita. Sai come siamo noi. E anche Maricia ha cominciato a vociare. Un’altra mia amica. E amica di troppi. Per dirla tutta. Lei era proprio sbronza. Ed è stata la più puttana. Ma era proprio sbronza. Eh! No. –ha detto– Mica mi potete trascurare proprio a me. E ha fatto un gesto volgare. Girandosi e indicando a tutti il suo culo. Cioè la gonna e poi le mutandine. Mica una cosa sexy. Un paio di slip normali, nemmeno neri. Più che una provocazione proprio… proprio una fanculata, generale. A tutta la compagnia. Poi è crollata nel sonno.
Ma lei, dico Maricia, è albanese, o romena, o moldava. Insomma una cosa così, da quelle patri lì. Lei non è come noi. Parla che mi viene da ridere. E nemmeno sempre si capisce. Lei è proprio porca. Non lo fa per… che ne so? Amore, passione. Per desiderio; come tutte. Per uno sfizio. Per dispetto. Lei lo fa per vizio. Non fa niente per qualcosa. Lo fa perché le piace. Ci siamo capiti. Persino quando sta dormendo. Come quella notte. Non ne vuole perdere nemmeno una. Cose che nemmeno credevo possibili. Quella che vedi è lei (quinta foto NdA). Te l’avevo detto che lei è proprio porca. Forse è marcia dentro. Che ne so. Lei è fatta così. A volte viene. A volte no. Non è proprio una di noi. La porta sempre qualcuno. Fosse per noi. Non che ci abbia qualcosa contro. A volte è stata imbarazzante. Pazienza se ci divertiamo. Tutto ha un limite. Te l’ho detto. Non è come noi.
Tra il sonno e il dormiveglia era come una mummia. Non credo capisse nemmeno quello che faceva. Ma non voleva perdere niente. Lei ha l’animo della baldracca. Te l’ho detto. Quando l’ha visto, il filmino, non ricordava niente. Era a bocca aperta. Aperta e vuota. Persino di parole. Le sembrava impossibile. Ha detto che era venuta bene. E ha detto che lo dovevamo rifare proprio per quello. Perché non ricordava. Campa cavallo. Era stato questo a farla incazzare. Se magari ti serve qualcuno, anche per pulire casa Non farti scrupoli. Insomma l’allegria è salita. Il primo che ha allungato una mano s’è preso uno schiaffo; e che diamine. Il secondo… Credo di essere stata io la seconda. Non ne sono sicura. In mezzo a tanta confusione. Poi Michael voleva baciare anche me. E tutti: bacio, bacio. Certo che i ragazzi sono proprio cretini. E sanno dire solo quello.
E lei, Caterina, subito a vociare: «che cazzo fai»? Volgare. Lei, in quei momenti, è un po’ volgare. Sbotta. Non si sa tenere. Non si sa comportare. Ma io gliel’ho detto. L’ho rimessa al suo posto. Mica mi mancano le parole. O gli argomenti. Gliel’ho sbattuto sul muso. «Hai cominciato tu per prima. E poi è stato lui a chiedermi un bacio. E’ stato ancora lui a toccarmi il culo». E lei: «Non serviva che allungassi le mani anche tu. E… davanti a tutti. Sei proprio una»… Ma alla fine Caterina non è cattiva. Abbiamo fatto subito la pace. Mi è bastato darle un bacio. Anche questa era una prima. Basta guardare la foto (sesta foto NdA). I ragazzi si sono scaldati ancora di più. Naturale. Sembra. E continuavano nei loro stupidi gridi: «Nude. Nude». Insomma alla fine abbiamo cominciato a divertirti davvero. Anche noi non sapevamo che fare. Eravamo tra noi. Nessuno ci poteva vedere. Che c’è di male? Abbiamo preferito fare. Non fosse stato per la macchina. E Tullio continuava a riprendere. Insomma, povero piccolo, a fare e a filmare. Mica è un santo. Ma non mi dispiaceva. La sentivo. E mi parevo attrice. Guardavo e volevo essere vista. E tutti.
Se parlo tanto di quella festa, anche se magari faccio confusione, è perché è stata molto importante per me. Mi ha insegnato molto cose. Ho iniziato a perdere tante timidezza e inibizioni. Cioè ho imparato a farmi coraggio. E ho scoperto la mia vera vocazione. E’ stato durante quella festa che ho perso la mia seconda verginità. O forse è stato con Giordano. Insomma, è la stessa cosa. Non vorrei dire una cosa per un’altra. Non è te. Non per vantarmi. Voglio dirti la verità. Le cose come sono. Sì alla fine, Caterina, ha accontentato i ragazzi. Cioè all’inizio della fine. Convinta dalle insistenze. Si è spogliata, tutta. Sopra il tavolo. E’ stata la prima. Con la musica. Come in quel film. E l’aria era calda. I ragazzi sono ragazzi. Non si potevano più tenere. Non c’erano certo letti per tutti, e poi nessuno voleva perdersi nulla. Nessuno sarebbe uscito per niente al mondo. Vedere è quasi come fare. Non so. Tutti hanno fatto del loro meglio. Si sono adattati. In certi momenti mi vengono anche delle parole forti. E’ una sorta di liberazione. Quando mi sono accorta che lo stavo facendo con Marco Antonio cominciavo ad avere le idee confuse. Nemmeno ero certa di dove mi trovavo. Ma non volevo essere la prima a dire basta. Certo ogn’uno aveva il suo bel da fare. Non è che si badasse agli altri. Ma farlo mentre gli altri ti guardano o ti possono vedere. Cioè farlo in presenza di altri. Non è forse un po’ come farlo al cinema? E poi davanti ad una telecamera, anche se casalinga. Mi sentivo importante. Magari qualcosa senza nemmeno l’avrei pensato. L’obiettivo è ruffiano.
Chi non sogna l’harem? Anche se poi. Uomini siete. Ed era anche molto democratico. Pieno di donne ma anche di uomini. Esclusi eunuchi. Insomma. Nessuno era più di nessuno. Nessuno badava agli altri. Si guardava e non si badava. Mica puoi essere gelosa. In quei momenti. E proprio lui, Michael era quello peggio. Era in preda alla fantasia. Galoppante. Ricordo ancora le sue parole. E le sue voglie. Voleva togliersele tutte. Lei Caterina lo guardava con due occhi. Forse non lo aveva mai visto. Ancora nemmeno lo conosceva. Ho capito allora che non sarebbe durata. Che sarebbe finita; tra loro. Solo che è stato il primo a finire. Ad… come dire? Alzare bandiera bianca. E’ buffo detto così. Tutto senza d’un fiato. E’ crollato. All’improvviso. Sul più bello. Così sono i maschietti. Io ero libera. Ero andata con Filippo. Niente di che. Io non sono gelosa, ci mancherebbe altro. Cose da medio evo. E Filippo era solo Filippo. Certo che se. Allora potrei diventare una bestia. Gli cavo gli occhi. Perché dire è dire. Anche per una mancanza di rispetto. So che mi capisci. Quando non c’è nulla di serio. Va bene. Può. Liberi. Come quella volta. Come con Filippo. Perché io ci tengo alle cose. Se c’è un accordo. Se due si vogliono bene. Se c’è una storia. Ha fatto bene Caterina. Allora è un’altra storia. Non trovi? C’è il momento che devi crescere. Prenderti le tue cose e andare. In cui non puoi più giocare. Sei sposato? Ne ho incontrati tanti di sposati. Non sono diversi. Non l’hanno scritto davanti. Sempre uomini sono. Non importa. Fammi dire.
Certo che siamo carine quando giochiamo insieme. A fare le innamorate. Sembriamo davvero. Ma è solo un gioco. Per gli altri. Noi ci divertiamo e basta. E’ stata quella volta. Poi ai ragazzi torna in mente. Non è che possiamo sempre. Non è che… A me gli uomini piacciono. Credo siano la più bella invenzione del creato. Non tutti, certo. Per dire, Enrico non si può dire una bellezza. E’ proprio bruttino. Poveretto. Non fosse stato che… Ha una splendida villa in mezzo ai monti. Una baita. Molto ben tenuta e curata. E ci siamo trovati completamente soli. Il silenzio. La natura. Il fresco della sera. A volte è la stessa vita che ti fa da ruffiana. Passami il termine. E ci sono certi momenti in cui l’aspetto conta meno. Passa in secondo piano. E, ad essere onesta, aveva altre qualità. A letto non era male. Ma forse è che ci metto anche del mio. Comunque non gliel’ho fatto incontrare. A Caterina. Meglio ogn’uno al suo posto. E poi è così riservato. Nemmeno avrebbe voluto. Non vuole si sappia.
Ai ragazzi piace. Voglio dire. Due ragazze. Anche quello è cominciato per scherzo. Uno dice «bacio» e succede quello che succede. Magari nemmeno ci pensavano. Magari sì. Qualcuno sicuramente. In fondo a voi piace più guardare. Che fare. Non è forse vero? Insomma allungo una mano. Poi mi viene spontaneo. Un bacio. Il gioco resta un gioco. Non è che sono cambiata per quello. Non c’era molto di diverso. Forse anche. Non mettermi fretta. Insomma… anche bello. Ma forse ti sto facendo perdere. Dimmi tu. Potrei recitarti qualcosa. Potrei recitarti quella pubblicità. Quella dei divani. Che lei comincia ad essere un po’, diciamolo, patetica. Ha la sua età. Non che non abbia delle qualità. Si vedono. E sono tante. Forse troppo. E il troppo… insomma anche quelle scendono al ribasso. Ogni cosa alla sua età. Io non sono bigotta, certo. Credere ci credo. Ci deve essere qualcuno. Da qualcuno deve essere pur cominciato. Tutto. Non sono come quelle. Tutte casa e chiesa. Ma credo. A modo mio. E mi segno se entro. Porto rispetto. L’uomo, nel senso di noi, ha un’anima. Anche se a volte non pare. Ci sono certi tipi. Ma non parliamo di miserie. Non si finirebbe più. Proprio depravati. Privi di qualsiasi rispetto. Insomma.
Torniamo a noi. Stavo dicendo. Fare l’estetista, anche se diplomata, sai. Non si guadagna male. Ma non da le soddisfazioni che cercavo. Io mi credevo di migliorare il mondo. Di cambiarlo. Ti svegli subito. Quando ti arriva il primo soggetto impossibile. E ne arrivano: donne che avrebbero bisogno di un miracolo. Oltre l’ultima spiaggia. E ti guardano. E vorrebbero «Vorrei i capelli come i suoi». Te lo dicono magari guardandoti il seno. Altro che capelli. Niente da fare. Bisognerebbe cambiare macchina. Tutta. Tutta la carrozzeria. Altro che taglio di capelli. Bastassero quelli. E ti guardano da per tutto. Con quell’invidia. E cerchi di fare il possibile. Certo gli anni non li puoi sottrarre. Come dicevo. Nemmeno se sei una grande attrice. Una famosa. Anche la chirurgia mica ti può aiutare sempre. Si vede. Ognuno se li tiene. E poi, quando una c’è nata. Nel loro mondo continuano a pascolare i mostri. Sono il peggior incubo tra i loro incubi. E capisci che non puoi regalargli il sogno. Solo un’illusione. Ma a volte loro sono molto disponibili a illudersi. Fortuna che ci vogliono credere. Qualcuna.
Non mettermi angoscia. Se ti va puoi chiamarmi Rosa. Preferisco Annarosa. Però. Certo, ero proprio una ragazzina. Forse una cattiva ragazza. –sorride soddisfatta– Ora sono una donna. Come vedi. Ne ho fatta di strada. Non so. Ti posso cantare qualcosa. Non è molta ma è intonata. Che ne so? Quella di quella francese, per esempio. Come fa il titolo? «Vivere in tre» [in realtà la canzone è di Caterine Spak NdA]. O quello che vuoi. Scegli tu. Fidati. Credimi. Lo so che c’era scritto che si cercano volti nuovi, ma una donna non è fatta solo di quello. E’ fatta di tante altre cose. E poi c’è la passione, il dolore, il pianto, la meraviglia, e la paura. E dove me la metti una faccia porca? Anche la mia faccia è piena di espressioni. Posso interpretare qualsiasi parte. Ma è come dice Gaetano. Mica le posso nascondere. E una donna nuda vende anche agli eschimesi. C’è anche una brutta luce, non ti sembra. Comunque… Di reggiseno porto una quarta. Di mutandine… solitamente non le porto. Hai visto abbastanza? Bene? Vuoi vedere qualcos’altro? Cosa dicevo? Mi è sempre piaciuto fare l’attrice. Non ti voglio rubare altro tempo. Magari per iniziare mi accontenterei anche di qualche pubblicità. Anche piccole parti. Anche tu avrai il tuo da fare. Intanto, per non aver fatto tutto per niente. Madonna, che tardi s’è fatto. Potrebbe essere anche una scopata come si deve. O quello che vuoi”.
Bene Annarosa, lascia il tuo numero. Magari ti chiamo una di queste sere. Avanti un’altra”.
Sicuro di non volere almeno un assaggino”?

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venerdì 29 novembre, ore 18.00
Centro Culturale Candiani
Venezia – Mestre: Via Guglielmo Pepe, 10 (dietro Piazza Ferretto)
Schermo d’Autore. Incontri con i registi

Una terra senza nome:

giornata internazionale di solidarietà con la Palestina
Spettacolo di parole, suoni e musica sulla realtà della Palestina e sulla sua lotta per la libertà. Ci accompagnerà nel percorso l’amico attore Fiorenzo Fiorito.
in collaborazione con Associazione Culturale Restiamo Umani con Vik – Venezia, AssoPace Palestina – Venezia, AssoPace Palestina – Bologna
Performance dell’attore Fiorenzo Fiorito e proiezioni di video sulla realtà della Palestinaa a 65 anni dall’occupazione
L’incontro, dedicato alla Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, si compone di un percorso di poesie, racconti e parole che accompagnano video sulla realtà della Palestina a 65 anni dall’occupazione.
Si propone di mettere in luce le condizioni di vita del popolo palestinese che difficilmente vengono trattate dai media: l’ingiustizia dell’occupazione della propria terra e delle proprie case, il negato diritto al ritorno e alla possibilità di dare un nome al proprio territorio, e un futuro di giustizia e libertà ai propri figli.
La performance di Fiorenzo Fiorito mira a far conoscere, non solo la situazione palestinese, ma anche la cultura di questa terra e la testimonianza di chi ha vissuto e vive una condizione di mancanza di diritti.

Fiorenzo Fiorito, attore, poeta, autore, regista. Inizia la sua attività nel teatro di ricerca fra la Sicilia e Roma. Nel 1989 inaugura insieme a Valentina Fortunato, con lo spettacolo Conversazione in Sicilia, il Piccolo Teatro di Catania di Gianni Salvo col quale comincia una proficua collaborazione che ancora continua. Nel 1995 fonda l’Ass. Culturale “Cratere Centrale: centro mediterraneo di ricerca e di antropologia teatrale”, con la quale pubblica un libro di poesie Il cielo è diviso in quartieri; conduce diversi laboratori di teatro-danza e produce spettacoli, vincendo anche premi nazionali. Nell’ambito del teatro-danza prende parte, come attore-danzatore allo spettacolo Hautnah a Amburgo e in altri paesi europei. Come autore, scrive e dirige se stesso nelle opere Angelo Dell’Angelo e Evoluzioni dell’Angelo per la rassegna interdisciplinare e multimediale “Cultania” del Comune di Catania. Prende parte a diverse produzioni del Teatro Stabile di Catania col quale ancora oggi collabora. Svolge attività in vari circuiti regionali e nazionali nel corso degli anni a seguire trattando autori quali: Vittorini, Verga, Pirandello, Euripide, Pasolini, Eduardo, Majakovskij, Beckett. Ha lavorato con vari autori e registi a teatro, al cinema e in produzioni televisive.

sala seminariale primo piano
ingresso libero

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Manifesti di Israele che non ti aspetti.A leggerlo sembra un documento risalente almeno a mezzo secolo fa. Basta andare alla data per accorgersi che non è così ed è una triste scoperta. La grande comunicazione di massa evita di parlare di queste cose. Più che un complotto, più che il tanto sbandierato complotto credo sia un “massaggio”. E’ più facile parlare, non parlare, stigmatizzare, inveire, denunciare, invidiare, raccontare delle puttane del nostro premier. Invece torno a parlare della Palestina con una testimonianza che non viene dalla stessa Palestina. Stavolta in modo diverso. Torno a postare un documento perché in questa guerra mediatica tra sordi spero che almeno le carte lascino un segno. Io sono di parte: dalla parte della libertà e degli oppressi, in questo caso naturalmente dalla parte del popolo palestinese. Non giustifico nessuna violenza ma capisco quella dettata dalla risposta davanti ai soprusi e in quella terra martoriata si sta perpetrando il più grande dei soprusi. Questa “lettera” però parla d’altro. Un altro piccolo indizio che smentisce la giustificazione adotta che la nascita di quella politica israeliana sia una risposta alla shoah o che stiamo parlando di una guerra per difendere dei confini e renderli sicuri. Non è in atto nessuna guerra ma una azione terroristica su vasta scala per lo sterminio di un popolo, e magari su questo ci troveremo più volte a tornare. Termino questa breve e forse inutile premessa tornando doverosamente a denunciare che la mia posizione sarà sempre ferma nel mio antisionismo ma non sarò mai antisemita. Ogni tentativo di mischiare e confondere i termini lo trovo volutamente strumentale.

Lettera aperta
Alle comunità, associazioni e organizzazioni popolari italiane per condannare la guerra genocida di aggressione scatenata da Israele contro i popoli fratelli di Libano e Palestina e per lanciare una piccola proposta di solidarietà
Care compagne/i, sorelle, fratelli, amiche e amici,
siamo le donne e gli uomini della cooperativa agricola “Nuevo Horizonte” situata nel Petén, a nord del Guatemala.
Ci permettiamo d’inviarvi questa lettera perché molte volte siamo venuti in Italia per realizzare iniziative in molte città e cittadine del vostro paese. Iniziative mirate a ricevere e dare appoggio perché i nostri popoli possano raggiungere un cambiamento sociale che permetta una vita degna per tutti, in cui la pace è una componente primaria.
Conoscendovi di persona, eravamo convinti che all’attacco dello Stato di Israele contro i popoli libanese e palestinese avreste subito reagito con una forte campagna di appoggio politico e solidale per quei due popoli.
Non è stato così e la cosa ci ha meravigliato molto, moltissimo.
Quello che non ci ha meravigliato affatto è lo sleale modo di agire dello Stato di Israele.
Noi, i popoli dell’America Latina, specialmente i Guatemaltechi, lo conosciamo molto bene: come nostro nemico, cioè come Stato che ha fortemente appoggiato le dittature latinoamericane colpevoli di genocidio contro i loro popoli.
In Guatemala lo Stato di Israele ha fornito ai dittatori di turno risorse umane e materiali: consulenti per interrogatori (torture), consulenti per la costruzione di un “polo di sviluppo” (campo di concentramento), armi di diverse tipologie. Tutto questo appoggio ha contribuito ad assassinare duecentomila bambine, bambini, donne e anziani (non guerriglieri) del nostro popolo.
Per caso il popolo del Guatemala ha confini territoriali con Israele, e minaccia la sua “sicurezza”? Ma lo Stato di Israele non ha perso questo atteggiamento criminale: sempre lo stesso ancora oggi; questa volta in Bolivia, per opporsi alle libere decisioni di questo popolo.
Avete abbastanza informazioni sulle quali riflettere.
La nostra proposta di solidarietà:
di fronte alla barbarie che colpisce in modo criminale i bambini palestinesi, siamo onorati di invitare tre bambini e un’accompagnatrice/accompagnatore nella nostra cooperativa per almeno un anno, perché si riprendano, conoscano e si educhino alla solidarietà tra i popoli. Che sappiano che siamo stati costretti a lottare per aver voluto ottenere lavoro, educazione, salute; cioè una vita degna, indipendentemente dalle differenze etniche o religiose.
La Giunta Direttiva della Cooperativa Agricola “Nuovo Orizzonte
23 agosto 2006

Il documento è tratto dalle pagine di:
Palestina: una terra cancellata dalle mappe – Dieci domande sul sionismo – Atti del convegno di Roma (28-29 novembre 2009) a cura del Forum Palestina – Rinascita edizioni – Roma.

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studio per una nuova locandina per la mostraSe c’è una precisazione che mi sento in obbligo di fare è sulla mia personale posizione in alcune vicende compreso il tema che riguarda le iniziative sulla Palestina. Faccio una preventiva premessa: in Facebook e altrove passo tutte le notizie di quell’universo variegato e complesso che è la sinistra italiana, quelle che condivido e anche quelle meno e su cui ho delle perplessità, senza nessun filtro né di opportunità né censorio. Credo di mantenere lo stesso atteggiamento nel caso Palestina. Considerato che nemmeno in Italia esiste alcuno che possa dire di rappresentare tutti gli italiani la cosa è anche più vera nella situazione di quella terra. Chi proponesse una iniziativa che riterrò utile troverà tutta la mia disponibilità e collaborazione. E d’altro canto se esistesse un’iniziativa capace di unire tutti i palestinesi credo che ogni persona saggia l’avrebbe fatta. Purtroppo non ho questa facoltà. Né quella di assumermi l’arroganza di elaborare una qualche secolare strategia.
Io guardo alla Palestina e ai Palestinesi nel completo rispetto del loro diritto all’autodeterminazione. Se da domani mattina la Resistenza davanti ad un paese militarizzato e invasore, ad una vera e propria pulizia etnica, dicevo che se da domani la Resistenza prenderà un’altra qualche forma o altre forme di reazione violenta alla violenza mi vedrà solidarizzare. Non potrò che comprendere come sia pressoché impossibile davanti alla forza opporre solo la sopportazione passiva. Il massimo a cui mi potrò spingere è chiedermi e chiedere se quella risposta aiuta la pace e il futuro della Palestina. Non mi è mai piaciuto mandare a farsi ammazzare gli altri. Però sta ai palestinesi la vera scelta. Da parte mia, nel mio “impegno” aggiungo che il contributo delle associazioni non può essere che in funzione alla loro utilità. Prima di tutto nel sensibilizzare nel proprio paese l’opinione pubblica, le persone ai problemi e alla storia di quella terra martoriata. Poi tutti quelli interventi possibili che possono essere richiesti. Fare da scudi umani costringe ad un necessario attivismo pacifista. E’ chiaro come il contributo di un attivista volontario sia diverso dalla resistenza di un palestinese in loco, anche per la questione delle mie personali possibilità. E non si può disconoscere l’utilità di quegli interventi coraggiosi fatti da tanti giovani.
Premesso ciò noi come gruppo (Restiamo umani, con Vik), sollecitati da Hope Association for Palestine Emergency, abbiamo intenzione di mettere in essere la mostra itinerante “Bambini di guerra” assieme a tutti quelli che si renderanno disponibili ad intraprendere questa avventura con noi. In realtà dovremmo intitolarla “Bambini senza pace” o “Bambini in cerca di pace”. Noi vorremmo infatti parlare di pace. La mostra sarà patrocinata dalla “Delegazione diplomatica palestinese”. Questo ha già mosso delle critiche e dei distinguo, una polemica. Ribadisco che noi la mostra la facciamo per quei bambini e che qualsiasi rappresentate di qualsiasi posizione espressa in Palestina o da palestinesi esuli vedrà domani lo stesso impegno. Ché credo che il non fare sia la cosa meno utile e più sbagliata. Mi sembra assurdo pensare che un’iniziativa come questa possa favorire una parte politica a scapito di un’altra. Nessuno si sente così importante e… fondamentale. Come la politica di Israele viene da lontano anche questa sete di pace e di giustizia, perché non può esistere una pace senza giustizia, viene da altrettanto lontano. E’ uno scontro tra quella barbarie e la civiltà. Tra l’arroganza e il diritto. Tra un invasore e un popolo e la sua terra. Tutto ciò premesso dovremmo parlare della mostra itinerante in sé. Della forma che sta prendendo la nostra inaugurazione di Venezia. Credo di aver usato per oggi fin troppe parole. Ci tornerò più tardi cioè più avanti. Vi lascio con un pensiero che don Nandino Capovilla di PaxChristi ci ha lasciato: “Grazie a tutte/i del nuovo gruppo! Ci sentiamo in piena sintonia con voi e da anni sosteniamo la causa palestinese con sensibilizzazione (film+libri+la newsletter e sito Bocchescucite, ecc.) e soprattutto continue esperienze di peacebuilding nei Territori Occupati (fra pochi giorni saremo ancora a raccogliere le olive a Ramallah, col team di Tutti a raccolta). Soprattutto GRAZIE per quello che farete per DIFFONDERE l’eredità preziosa del nostro Vittorio, con cui per anni abbiamo lavorato”. RESTIAMO UMANI.

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Argomento della mostra: “Post Traumatic Stress DISORDER – i bambini  disegnano la guerra” Mostra dei disegni di bambini palestinesi traumatizzati dal conflitto

Disegno di bambino palestineseMostra itinerante che sarà inaugurata contemporaneamente a Roma e a Venezia per poi passare in altre città italiane e nelle provincie, tra le quali Napoli, Sassari, Bari, Genova, Cagliari, Palermo ecc. (Il calendario da dicembre a marzo che si sta costruendo per tutta la penisola è affidato alla curatrice Mirnaloi Sammour).
Utenza a cui viene diretta: scuole elementari, medie e medie superiori, in particolare ai licei psicopedagogici e a tutto il pubblico sensibile alle problematiche dei bambini in guerra.
Patrocinio: Delegazione Diplomatica Palestinese – Roma
HOPE – Hope Organization for Palestine Emergencies Gaza
Pax Christi
Mezza Luna Rossa Palestinese (Red Crescent)
Onlus: Associazione Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese
Gruppo Restiamo Umani, con Vik – Venezia
Etc. (aggiungere anche con soggetti locali)

Relazione sui contenuti:
La mostra si compone di un buon numero di disegni di bambini palestinesi che sono affetti da PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) a seguito delle loro esperienze nel conflitto israelo–palestinese.
Di poesie e racconti sempre di bambini palestinesi, e di riproduzioni di quadri del celebre poeta Ismail Shammout; proprio per la particolarità dei suoi toni e colori pensiamo che possa rappresentare il FUTURO dei Nostri bambini di Gaza.
Saranno inoltre fornite fotografie della quotidianità della loro vita, documenti relativi alla sindrome e alle possibili cure, della testimonianza della situazione ospedaliera nella Palestina con riferimento alla necessità di ottenere delle specifiche specializzazioni mediche, attraverso corsi di aggiornamento che spesso sono tenuti all’estero, ma che non sono facilmente usufruibili dai medici dei Territori Occupati. Se sarà il caso potremmo verificare se fornire anche video con funzioni conoscitive e didattiche.
Stiamo cercando di provvedere alla stampa di un calendario ricavato dai disegni dei bimbi. L’organizzazione mette a disposizione questo materiale perché venga esposto. Alle organizzazione locali è lasciata libera scelta su come predisporne la fruibilità al pubblico e su quali eventuali momenti affiancare alla mostra. Verranno inoltre fornita tutta la parte grafita (manifesti, locandine e altro) da personalizzare.
Si possono affiancare dibattiti sul tema specifico o su temi relativi alla questione Palestinese o di Gaza. Incontri e testimonianze con volontari italiani o comunque con personaggi significativi. Distribuzione di gadget, etc, anche e soprattutto per raccolta fondi. Qualsiasi altri tipo di spettacolo che può essere sia di animazione che musicale. Il massimo sarebbe la partecipazione di bambini e comunque la visita accompagnata delle scuole.
Il PTSD è una malattia che colpisce i bambini che vivono avvenimenti molto stressanti e violenti o assistono a questi anche solamente attraverso immagini mediatiche o reali anche casuali. Gli effetti sono molteplici, ma in particolar modo questo disordine porta a depressione, estraniamento dalla realtà, nervosismo, incubi notturni, perdita del sonno, cefalee e altro. Le cure sono lunghe e devono essere personalizzate. Nella popolazione infantile palestinese ne soffre l’80% dei bambini, ma ne soffrono anche il 20% dei bambini israeliani.
La mostra intende sensibilizzare sui danni provocati sulla psiche dei bambini da eventi conflittuali e chiede maggior attenzione all’opinione pubblica verso l’infanzia negata, ossia quella dei bambini che subiscono traumi, privazioni e sofferenze da guerre, mancanza dei diritti primari, assenza di sostegno e di una vita serena e accettabile.

Disegno di bambino palestinese rappresentante un carro armato

La scritta sotto il disegno dice: Stop the war on children = Basta la guerra sui bambini

Questa è una piccola nota per darvi comunque un’idea del PTSD e delle caratteristiche… è molto breve, ma rende l’idea facilmente… il bambino che ha disegnato questo carro armato è in piena sindrome ptsd ma non perché ha disegnato il carro armato, per i tratti. Così, al di là di tanti trattati, la tocchiamo con mano.

non sono scarabocchi (età: 3-4 anni fino a 8 )
Il carro armato è scelto dal bambino come espressione di forza e fragilità (Necessità di una difesa in profondità). Esso esprime l’aggressività: il bambino è pronto per puntare l’arma contro l’attaccante. E’ anche un segno di ansia, paura nelle figure adulte. Il carro armato oltre ad essere una immagine offensiva è anche difensiva.
Paura, aggressività:
Viene da una violenza fisica e psicologica subite nel primo anno di vita. Emerge dai 2, 3 anni.
Predisposizioni: Nessuna
comportamento: il bambino è molto irrequieto, aggressivo, non socializza
evoluzione: il bambino tende a identificarsi con l’aggressore e poi prende un comportamento aggressivo e violento.
Disegno: il tratto è molto incisivo, duro, i colori sono forti, con una prevalenza di rosso e nero.
IL BAMBINO NON HA PIU’ FIDUCIA CON VERSO ADULTO. La figura dell’adulto è crollata. Vede l’adulto come un NEMICO. Questo bambino sarà l’uomo del domani!!!!!!!

NO Scribbles (age.. 3-4 years up to 8 )
The tank is chosen by the child as an expression of strength and fragility (Needs of a deep defense) . The tank expresses aggression : the child is  ready to point his  gun on the attacker … It ‘s also a sign of anxiety, fear of adult figures. The tank in addition to being offensive and defensive immage too.
Fear agressiveness:
It comes from a physical and psychological violence suffered in the first year of life. Emerges from the 2, 3 years.
predispositions. none
behavior: the child is very naughty, aggressive, not socializing
evolution: the child tends to identify himself with the aggressor and then take aggressive and violent behavior.
Drawing: ink is often marked, the colors are strong, with a prevalence of red and black.
THE CHILD HAS NO CONFIDENCE WITH THE ADULT.HIS REFERENCE HAS COLLAPSED. The ADULT LIKE ENEMY. THIS CHILD WILL BE THE MAN OF TOMORROW !!!!!!!

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