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Posts Tagged ‘classe’

Ambrogio”.
Prego signora”?
Mi son svegliata di buon’umore”.
Buon segno, signora”.
E… Ho voglia di scopare”.
Le sembra opportuno”?
Perché”?
Il signore”.
La voglia ce l’ho io, mica lui”.
Non vorrei”…
Dov’è”?
Nel suo studio”.
Ecco! Vedi! Ne avrà almeno per un altro paio di ore”.
Posso prendermi la libertà”?
Fai pure. Anzi… devi”.
Il cornuto ha lasciato le sigarette sul comodino”.
Il solito. Hai chiuso la porta”?
Non era necessario”.
Dovevi pensarci”.
Posso farlo ora”?
Dovevi pensarci il momento di pensarci”.
Come desidera”.
Ambrogio è sempre pronto a soddisfare ogni mio desiderio, e bisogno. Sempre così attento ed efficiente. Ma è così impettito. Così ligio e rispettoso dell’etichetta. Anche troppo. E poi odio quando mi contraddice. Se è vero che il letto ha due piazze ne consegue che una piazza è rimasta libera. Deserta. Capita anche a noi donne di svegliarsi con una lusinga. Non che io sia una di quelle. Non che per me sia come una ossessione. O che tragga piacere al solo tradire. E’ solo che ho fatto un sogno. Non lo ricordo, ma mi sono svegliata con una smania dentro. Forse è questa mia abitudine di coricarmi nuda. E’ che mi sento libera. E lui, Ambrogio, mi porta il caffè a letto. Così mi vede. Anche senza volerlo. Non che mi serva provocare. Non è certo la prima volta che mi vede spogliata. Anche senza cercarlo, né volerlo. Vive sotto il nostro stesso tetto. E’ come uno di famiglia. E poi Luigi è sempre la stessa cosa; ieri, oggi e domani. E mi son svegliata con questa strana filastrocca improvvisata: “Ho fatto, o fotto”. No! nemmeno frequento spesso la volgarità. Solo che quando è necessario dire una cosa non ci sono parole altre. Non c’è un altro modo di dirla. Di principio rifiuto le regole e le imposizioni: “Comunque… è meglio se la chiudi quella maledetta porta. Anzi no, che vada fino dal tabaccaio se proprio ne ha voglia. E che non rompa le balle. Se bussa glielo dico”.
Come desidera”.
Facciamo presto”.
Come vuole”.
Una cosa svelta”.
Come preferisce”.
Non decidiamo ora. Ci pensiamo durante”.
Grazie signora”.
A volte mi infastidisce sentire troppe volte quel signora. C’è il limite anche al rispetto. A letto è il rispetto che è un limite. Ci sta come i cavoli. “Scusi, signora”. “Permette, signora”. “E’ troppo… gentile, signora”. “Grazie, signora”. Fanculo alla signora. Chi è questa signora? Primo: non mi va che mi venga ricordato sempre. In continuazione. Secondo: non si tratta di gentilezza. Io non sono gentile, sono bona, sono appassionata, posso essere tante altre cose ma gentile no. Almeno finché non usciamo da questa stanza. Mi fa perdere le staffe. Alla decima sbotto. In fine gliene do il permesso, è quasi un ordine: “chiamami topa, chiamami guapa, puta, baldracca, zoccola… chiamami come ti pare. Con gli epiteti più volgari e azzardati, insomma «chiamami» e basta; trova qualcosa di più appropriato che signora, quando sei senza braghe. Oppure stai in silenzio. E rimetti al suo posto quell’affare che non è un complimento per una signora. Sei volgare e impertinente”.
Subito signora”.
Non ti sarai mica offeso”?
Assolutamente no, signora”.
Sii gentile: accendimi una sigaretta”.
Certo, signora”.
Mi fai una cortesia? Mi andrebbe un altro caffè”.
Tutto quello che vuole, signora”.
E mi andrebbe… un altro… ancora, ma dopo. Brutta cosa la fretta”.
Certo, signora. Tutto, pur di farle cosa gradita”.

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tazzina di caffèL’avevano seppellito nella sua bandiera. Lo sapeva che non avrebbe avuto modo di esserne orgoglioso (avrebbe avuto di che esserlo) ma si dovrebbe rispettare sempre la volontà dei morti. Invece spesso non si fa e lui l’aveva detto “Non me ne frega un cazzo della fine delle ideologie. Che anche lui è un uomo. I miei polmoni sono quelli di uno che ha fumato da quando è nato. E povera Matilde…” –e non aveva voluto sentire ragione– “La ragione è per chi ha ancora tempo”. La sorella aveva sperato e cercato di dissuaderli fino all’ultimo ed oltre “Chissà dove finirà adesso? A tribolare come quando era qui.” –e si era segnata per sé e per lui una dozzina di volte; lei che non cedeva mai e finiva sempre quello che cominciava, ma lui il nero non lo voleva nemmeno da morto (nessun colore di nero). Dopo una vita di lavoro a suo figlio non aveva lasciato molto: i suoi libri, i suoi dischi e quelle parole “L’uomo non è nato servo.” –e a Oreste, quel figlio, ogni santo mese scadeva la rata del mutuo. Oreste ora era veramente solo e stanco come mai prima. Annamaria non poteva capire perché Annamaria era, come quasi tutte, una donna pratica. Lei non se ne faceva nulla delle parole quando si trattava di contare gli spiccioli. Non se ne voleva dar pace che lui non volesse liberarsi di tutte quelle vecchie carabattole per di più polverose.

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Voi la Crisi, Noi la Speranza - Genova 2001-2011Insomma la folla riempie la piazza per andare a veder giustiziare il tiranno ma anche il brigante, allo stesso modo, gridando la proprio rabbia, la propria indignazione. Vorrei ascoltare la piazza senza farne un mito perché la piazza è sempre polifonica e facile preda di tribuni improvvisati quanto temporanei. Allora guardo la pazza (oggi) e non sono certo che su di essa vi si possa costruire un progetto politico. Certo politiche e partiti sono, ancor più oggi e lo sono sempre stati, concetti ben distinti. Al di là di ogni dubbio se ne deve tener conto. Mi chiedo se siano anche superati i concetti di sinistra e destra. Resisto e continuo a non crederlo.
E’ bene ricapitolare alcune cose. Memori delle piazze del ’68 sappiamo che non c’è una piazza univoca con un unico progetto, e soprattutto che la piazza è sempre minoranza. Inoltre, come detto, abbiamo visto la novità nel dopoguerra di una piazza occupata da forze conservatrici a sostegno del governo. Inutile dire che vi è una piazza ancora più allarmante, quella della lega i cui leaders professano anche idee esplicitamente reazionarie e razziste costituendo una nuova virulenta destra destabilizzante. Sopravvive una limitata destra che si richiama al fascismo e al nazismo ma questa sceglie la piazza solo in modo antagonista. Il problema resta la crisi di rappresentatività dei partiti che dopo i “partiti di massa” hanno portato la politica verso la “partitocrazia”, ma anche questo è già stato sottolineato, in una forma di parlamentarismo forte. La politica diventa a questo punto unicamente privilegio e casta. Si così invece al superamento, fin troppo rimandato, del soggetto, o oggetto, Partito. Del partito come catalizzatore di consensi. Ma non abbiamo ancora una alternativa e viviamo di una democrazia partecipata, limitatamente, di delega, anch’essa ormai sottratta al cittadino.
Pensare di portare in piazza chi non è mai andato in piazza, e al massimo assiste dalle finestre, mi sembra quasi utopia. Costruire quella piazza, tanto richiesta, interclassista mi pare allo stesso modo una pura denuncia di intenti. Forse dovremmo parlare di soggetto politico neutro più che di classe giacchè è il concetto di classe forse il termine più obsoleto nella lettura attuale dei fatti. Si può parlare di blocchi sociale ma non credo sia ancora sostenibile con la stessa forza quello di classe.
Concludo questo mio piccolo e modesto intervento sottolineando che sono spaventato da alcune proposte recenti, soprattutto la regolamentazione delle primarie. Mi sembra una forzatura e un grave attacco alla libertà. Vanno ad incidere nell’organizzazione interna dei partiti. Si continua cioè il tentativo di togliere progressivamente ancora sovranità e autonomia ai cittadini in un processo di asservimento, per renderli ancor più sudditi. Ed è ancora più inverosimile che il progetto esca da una forza politica che è nata senza alcun strumento veramente partecipativo e democratico al suo interno. Cioè in una forma di cortigianeria attorno ad una autoespressa sovranità. Ma è su differenti piazze che dovremo tornare a pensare.

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Uno dei logo dei referendum 2011Torno da quella piazza; dalla Piazza. Non ho domande, tantomeno dubbi. Mentre si stanno preparando altre piazze. E forse sono state mentre questo post aspetta la luce. Non è una provocazione. E’ solo il tempo per pensare a dopo. Ed è già dopo. E mi scrive un amico (ponterosso2010). Non posso evitare di farlo. Di cercare di mettere ordine nelle mie sensazioni. Nel mio girovagare tra l’oggi e il passato. Nel tentativo di spingermi oltre. Allora torno su quella piazza dei “4 Sì”. Torno a chiedermi cos’è successo. Soprattutto cosa succederà.
Io che sono uomo di unione, non di divisione, ma di parte, mi sento però il dovere di una prima precisazione. E’ quella la piazza della rete, di facebook? E’ quella la piazza dei comitati? Se questo è vero come è vero è solo un primo punto di incontro. Qualcuno è salito sul palco e si è proclamato rappresentante della vittoria. Proprio in quanto comitati sono questi una figura multipla. Non hanno una soggettività definita. Lui non mi rappresentava. Io non sono partito, non sono comitato. Io ho, come detto, partecipato e festeggiato. E il mio è stato un voto politico. Non mi nascondo dietro un dito. Una banalità. Non faccio demagogia. Non cerco sotterfugi. Non un voto di partito o di sindacato. Nessuna simile adesione. Ma un voto politico proprio perché espresso contro alcune leggi di questo governo e di questo paese. E del governo oggi al governo. Per un governo e un Paese diversi. Io sono comunista. E’ vero che la politica (quella di ieri, almeno) non ha tutte le risposte, ma resto comunista e antifascista. Io credo che il bene comune, la difesa dell’ambiente, l’uguaglianza e la libertà (come quella dello stesso mezzo) siano (o debbano diventare) patrimonio di tutti e progetto della sinistra. Di una sinistra nuova; magari che non scordi però il passato. Di una sinistra UNA. Partendo da questo io decisamente ho vinto; ai referendum. Al di fuori di ogni dubbio. Chi perderà domani sono quelli che credono di poter dire che sono loro che rappresentano quel voto. La pluralità. E chi lavora per dividere. E non si voglia che trascinino tutti nella loro sconfitta.
Però dopo quel voto sarebbe tempo di ripartire dall’inizio. Di misurarsi con la realtà. Non possiamo aver paura della piazza. La piazza non è un posto di mediazione. E’ un posto di frontiera. E’ il posto degli estremi. E’ però un posto dove si esprimono le ansie e le istanze della “folla”. Cosa possiamo fare perché le giuste “esigenze”, le ottime sensazioni, non finiscano gestite dalla conservazione quando non dalla reazione? Come si dice con un cattivo modo di esprimersi per “incanalarle”, possibilmente, verso un progetto. La piazza nel “ventennio” (brutto periodare), che speriamo volga alla conclusione, ha mostrato una novità: quando la sinistra è scesa in piazza (come dice il titolo) l’ha trovata occupata. Vi si radunavano (soprattutto) le forze a sostegno del “governo”. In verità questa politica è stata fatta attraverso forme stranamente referendarie. O meglio plebiscitarie. Slogan a cui l’elettore era chiamato a dare il suo assenso.
Oggi paghiamo un’idea un po’ ottocentesca della politica per scoprire che la politica da tempo non parla di Politica. E che la politica deve imparare ad ascoltare. Abbiamo allora anche classificato ogni forma di differenza, non solo di conservazione ma anche di progressismo (pessimo termine) e persino di leggero dissenso, annoverandola tra i fascismi. In questo momento si cerca di omogeneizzare tutto mettendo tutto sullo stesso piano. Il male non è nei termini ma è impossibile assimilare progetti di società diametralmente opposti. Destra e sinistra non saranno mai la stessa cosa. Ma andiamo con un minimo di ordine perché c’è una profonda e lontana carenza di analisi. Ad un attento esame, con proiezione ampia, quella piazza occupata non è una novità, ma una banalità. Tutti i regimi plebiscitari e dittatoriali hanno occupato e occupano la piazza negandola a qualsiasi dissenso (oggi la piazza è anche media, rete, virtuale in genere). Il regnante ha sempre mostrato il proprio consenso in grandi spettacoli di folle. La novità è vedere noi, la sinistra, il dissenso, la disobbedienza tornare e guardare lo spazio Piazza come con aria stranita; da stranieri. Così è stato dopo i referendum, così era stato dopo “Se non ora quando?”. Mi soffermo a dire che dovremmo ringraziare le donne per la scossa che hanno dato ad una politica in stato comatoso. La lezione è che sono sempre molti, e a volte troppi, i vincitori. Chi su quel palco si è preso il merito della vittoria non aveva diritto di arrogarsi la rappresentatività di un popolo non omogeneo. Non era i comitati e il mio impegno era stato dato senza comitati, al di fuori, in assenza, oltre.
Allora, nei miei vent’anni, si era espresso un grande movimento di critica al sistema dei partiti di massa. Si è poi verificato il fallimento dell’assemblearismo. Nel frattempo tutto è cambiato e quella critica è superata, figuriamoci quella marxiana quando entra nei dettagli. Dovremmo riscoprire Marx e ripartire da lui guardando l’oggi come lui stesso farebbe. Il punto non è più il capitale, diventa difficile indicare l’avversario di classe nel padrone (e i suoi sgherri) quando il capitale è stato sostituito dalla finanza, e lo stato ormai completamente dal mercato. Abbiamo bisogno di nuovi strumenti per affondare i denti della critica e di un progetto nella realtà. Troveremo questi strumenti dentro quelle Piazze? La risposta deve ancora essere nemmeno accennata. Quello che è certo che al sistema dei “partiti di massa” si è sostituita una condizione sociale basata sulla “partitocrazia”. L’accesso alla politica (come delle notizie in una speranza di libera informazione) da parte della gente si è ristretto. Credo si debba comunque cominciare a pensare a Partiti di stampo nuovo o a contenitori nuovi che vadano oltre questa “forma partito” conosciuta oggi dove tutti sembrano uguali e non c’è margine di cambiamento.
E’ pur vero che espressioni tipicamente di destra e populiste si avvalgono in gran parte di una sostanziale base di sinistra, ma questo è un altro discorso. La rete non è posto adatto ad allungare il brodo. La rete cerca risposte facili, rapide, sintetiche. Ma questo è solo l’inizio. Così, consapevole di aver già parlato troppo, qui mi fermo, ma mi fermo ripromettendomi di tornare.

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Foto BN di una ragazzinaRicordo ancora tutto come ora. La voglia di vacanze. Il sole che inondava la classe. I giorni lunghi. Gli ultimi sono sempre più lunghi. Quello stupido tema: «Descrivi il tuo amico a quattro zampe». Le mie proteste; mai avuto un animale in casa. La maestra che mi dice: “Usa la fantasia”. Io che cerco di portarla su «La squadra del cuore». Lei ribatte senza pazienza: “Scrivi quello che vuoi. Ora fa silenzio”! Si nasconde dietro il giornale. Il tempo che passa senza che mi venga una idea. Il nervoso che mi prende. Il silenzio che come sempre si fa brusio. Non ci vuole molta fantasia per ricordare il giorno di un tema: alla fine sono tutti uguali. Ricordo solo che ero nel panico. E soprattutto ricordo Eva.
Poi la scuola è finita. Siamo andati al mare e non è stata una bella estate. La pioggia al mare è la cosa più stupida che ci sia. Papà è dovuto tornare in ufficio. La mamma era nervosa come ogni volta che lui se ne deve andare. Al ritorno dalle vacanze mi sentivo importante: andavo alle medie. Non avrei mai pensato di desiderare di tornarci, a scuola. Invece è così. E appena arrivo frugo tra le facce, sono quasi tutte nuove. Soprattutto nessun segno di Eva. Di lei mi resta solo il ricordo di quella mattina. Perché non so perché ma mi sembra ancora che quel giorno non ci sia stato. Eppure mi ricordo le parole come fosse ora. Una per una. Naturalmente è stata lei a cominciare. Io guardavo allarmato il mio foglio bianco che restava bianco.
Credo abbia gli occhi verdi. Insomma un po’ verdi. Lei li alza, gli occhi, e si interrompe, la invidio con crudeltà: “Stai diventando un bel ragazzo”.
Che cazzo di discorso del cazzo è? Non amo le volgarità ma quando ci vuole ci vuole. Cosa vuol dire che sto diventando un bel ragazzo? Sono quello di ieri. Probabilmente quello di domani. E vorrei solo che mi venisse un cazzo di idea. La verità è che sono anche un po’ seccato. Non ce l’ho con lei. Lei che centra? Ce l’ho con tutti: “Si! Anche tu… cioè… insomma… hai scritto qualcosa. Hai un cane? Un gatto? Una cimice? Cavolo ci metto”?
Vedo tutto come ce l’avessi ora davanti agli occhi. Con quegli occhi quasi verdi. Mi fa un sorriso disarmato che mi disarma. E’ come se non avessi parlato. Le faccio segno di parlare più piano. Andrea mi da di gomito e poi tira un foglio appallottolato. Per darle retta mi sporgo di più verso di lei. E’ anche un gesto di precauzione. Ne ho le palle di essere richiamato, e per colpe altrui. Non voglio che mettano ancora di mezzo i miei. Sistemo il vocabolario. Lei non smette di guardarmi. Sembra che aspetti qualcosa. Ma perché tutti non mi lasciano in pace?
Vorresti darmi un bacio”?
Stavo per scivolare dalla sedia. Cosa dovevo dire? Avrei voluto uscire da me per guardare la mia faccia. Dovevo essere buffo. Non sono domande da fare. Non mi era mai stata rivolta quella domanda. E non pensavo mi sarebbe stata rivolta. Da una raga. Ancora ragazzina. Certo non era carina come Caterina che si fa chiamare solo Cate o Catrina. Ma Caterina è sempre stata piena di sé. E lo è ancora. Con le sue arie da principessa. E tutti a farle il filo. E poi Eva era più… come dire? più cresciuta. Anche lei era corteggiata. Ma lei era più semplice. Una come noi; o quasi.
Decisamente era carina. Me ne accorgevo solo allora. Mentre cercavo di riconoscerla. E le sue parole mi rimbombavano in testa. Ci avevo pensato perché ne parla qualche amico, soprattutto mio fratello e i suoi. Certo che avrei voluto. Non che le ragazze… insomma, mica lo so. Credo di aver sbagliato la risposta comunque. Cercando di parlare ancora più piano con il terrore che qualcuno ci potesse sentire. L’insegnante ancora nascosta dietro il giornale che fa solo un “Ssss”!
Qui”?
Deve essere la cosa più stupida che un ragazzo può dire. Probabilmente lo è. Io ci ho il calcio per la testa. Chi non ce l’ha alla mia età. Parliamo di ragazze per darci delle arie. Ma nemmeno noi ci prendiamo sul serio. E’ come parlare dell’altra parte del mondo. E’ farlo di una cosa sconosciuta. So tutta la teoria, certo. Per la pratica ho tutto il futuro. Volevo solo poter finire quel compito. Invece nemmeno riuscivo a iniziarlo. E mi venivano in testa le foto delle donne guardate di nascosto su quelle riviste. “No, stupido, al bagno. Vado io. Non farmi aspettare”.
Inutile continuare a torturarsi perché proprio a me. Tutta l’estate mi è salita alla testa. Un caldo da sudare. Ho deciso tre volte di andare e quattro di non andarci. Poi ho alzato la mano. Avevo paura che mi dicesse che dovevo aspettare che rientrasse la compagna. Forse era veramente interessante quello che stava leggendo. I grandi sono diversi altrimenti non sarebbero i grandi. Sembra mia madre anche se mia mamma non è insegnante. Ha anche gli occhiali simili.
Cercavo di stare calmo per il corridoio. Proprio non sapevo che fare. Non che oggi lo sappia. Sarebbe lo stesso. Certo che le donne mica le devono capire queste cose. Avevo solo confusione. E il sospetto che dietro ci fosse uno scherzo. Invece lei mi stava aspettando veramente. Mi chiama con un “Psss”! da dietro la porta. E’ nel bagno dei maschietti. Tiro un sospiro di sollievo. Alle strette posso dire che è colpa sua. Penso se ci scoprono. Sono in panico. Lei ci chiude dentro. Sorride, tranquilla. Protende la labbra verso di me. Le scocco un bacio rumorante sulla guancia. Non c’era bisogno di mostrare tanta divertita meraviglia. Non c’era bisogno di chiederlo. Certo che era il mio primo bacio. La prima volta che baciavo una ragazza. E forse sono anche diventato tutto rosso.
Lascia stare, ti faccio vedere io. Tu chiudi gli occhi e stai fermo”.
L’ho lasciata naturalmente fare. Ho chiuso gli occhi come aveva detto lei. Ho Sentito le sue labbra appiccicarsi alle mie. Le ho sentite premere contro le mie. E poi un gusto strano. La sua lingua che mi fruga. Che cerca la mia. Che ci gioca. Avevo visto mio fratello farlo. E poi andarlo a raccontare. A vantarsi. Nemmeno avevo capito di cosa. Non è che parliamo molto tra noi. Insomma… tra il vedere e il fare c’è una bella differenza. Io non me l’ero nemmeno mai immaginato. E tutto è durato solo un attimo. Poi mi ha chiesto se mi era piaciuto. Le ho risposto di sì per farla contenta. Credo che si aspettasse solo quella risposta.
Tra i miei nuovi e vecchi compagni c’è Caterina. Con il solito codazzo di inutili ammiratori. Ma nessuna traccia di Eva. Devo ancora decidermi se mi è piaciuto. E’ stato solo strano. Penso che dovrebbe farmi schifo. Non so niente. Ricordo anche come lei rideva guardandomi: “Diventerai bravissimo a baciare”. E mi è rimasta la curiosità: vorrei chiederle se le è piaciuto e perché. A me ancora non so. Non so nemmeno se ci vorrei riprovare. Ma mi piacerebbe trovarla. Non so bene perché. Incontrarla. Dirle un ciao. Quella volta dopo siamo tornati di corsa in classe. Qualcuno sorrideva e qualcuno sghignazzava guardandoci. Non so cosa avessero. Forse avevano capito. Forse sentito. Forse immaginato. Alla fine quel compito è stato un vero disastro. Solo l’ultimo dei disastri. Ho rischiato grosso. Mia mamma mi ha torchiato per tutta la vacanza. E io continuo a pensare a Eva e non so perché.

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foto di Antonio Gramsci proiettata sullo sfondo al Festival di Sanremo 2011Cosa dire? non sono uno spettatore attento. Più che distratto sono un non spettatore. Amo la musica, non la kermesse. Così stavo guardando un po’ qua ma anche un po’ là. Con il linguaggio di oggi si direbbe che stavo facendo zapping. Per quello non ho visto tutto. Semplicemente, con un po’ di fortuna, ho visto quello che conta. Se non si è capito sto parlando del festival. Quale? Ma quello di Sanremo naturalmente. Quello ultimo; di quest’anno. Perché allora: cose dell’altro mondo? Essendo dovrebbero essere di questo. In verità è un modo di dire. Indica l’insolito e anche di più. Mi mette un po’ a disagio che in quella manifestazione vinca quella che a me sembra la migliore. Non ne faccio solo una questione di simpatia né voglio darne un parere critico. Personalmente ho dei dubbi nel definirla una grande canzone. Forse sarei per il buona. Semplicemente mi sembrava la meno peggiore del lotto.
Non bastasse questo arriva seconda una ragazzina con una voce e una grinta che si fa rispettare. Una ragazzina, tale Emma Marrone, già anche di “Amici” ho una conoscenza tanto superficiale da poter affermare che ignoro la trasmissione volutamente, dicevo che Emma aveva già mostrato di che pasta era intervistata per la manifestazione di Roma delle donne: quella titolata Se non ora, quando? Svoltasi domenica 13 febbraio 2011 (data da ricordare). Mi ero formato l’opinione senza sapere a chi apparteneva quel viso grazioso e grintoso. Dentro quel contenitore solitamente frivolo che è il “Festival della canzone italiana” si inserisce anche l’intervento del grande Roberto Benigni (vedi sotto) che definire comico e criminalmente riduttivo. Lui, l’autore di “La vita è bella”, ci fa riscoprire l’orgoglio dell’appartenenza, della nostra terra e del nostro inno. Alla faccia di chi predica nel deserto della separazione. Forse assestando un colpo micidiale a chi si è fatto affascinare da quei facili slogan: che soli è bello. Un po’ come dire che chi fa da se fa per tre e anche per tutti. Potrei chiedermi se è possibile che in questo paese la politica sappiano farla gli attori, i comici, i cantanti, gli eccetera mentre i politici non sanno né di questo né di quello. Ormai sono stanco di chiedermi alcunché.
Se non bastasse Luca e Paolo, che paiono gli unici che riescono a divertirsi veramente e non sono tra gli apostoli, se ne escono a leggere una brano di Antonio Gramsci. Proprio di Antonio Gramsci; quello lì. E sullo sfondo c’è un immagine dello stesso con fondo rosso. La stessa appiccicata in testa a questo post (appunto vedi sopra). Un’immagine che non è la solita del Gramsci giovane. Né è quella, tanto cara ad un amico, del Gramsci dell’ultima ora; quello gonfio e sofferente. Quello che la dittatura fascista sta portando alla morte in carcere. In verità anch’io “odio gli indifferenti”. Forse nemmeno li odio. L’odio è un sentimento troppo forte e non lo so molto frequentare. Diciamo che mi schifano. Ma io già volevo, qui o altrove, parlare del Grande Compagno, per altro e trovarmelo al festival mi ha fatto un po’ sobbalzare. Strano paese l’Italia. A volte simpaticamente strano. Anche a pensare che ormai una cultura “altra” sembra non essere all’ordine del giorno di nessuno; non interessare più.
In quel mentre in un altro canale mi sono imbattuto in Dario Fo che recitava uno dei suoi “Misteri buffi”. Ancora una volta mi ha affascinato attorno al monologo che ruota sulla storia della figura di Bonifacio ottavo, dove ottavo non è il cognome ma un numero progressivo. Non avevo mai pensato che ci fosse potuto essere stato anche un Bonifacio uno, un Bonifacio due, e tutti gli altri Bonifaci eccetera. Mia distrazione ma anche perché degli altri nessuno me ne ha mai parlato. Mi si tacci pure di ignoranza ma siamo tutti ignoranti di quello che non sappiamo. Certo che certe cose non invecchiano mai, restano sempre attuali. Il potere si assomiglia sempre. Ha sempre quei tratti di protervia e cialtroneria e sfacciataggine e prepotenza. Così, girovagando per il palco, il grande autore e attore e mimo e cantante ci ha ricordato che: “La storia la fanno i popoli, e la raccontano i padroni”. Così il gatto si mangia la coda. E torniamo all’inizio. Se la nostra memoria la raccontano gli altri non lagniamoci di quel racconto. Non so se è finita la classe operaia, ma la cultura da esse prodotta è scomparsa per suicidio e per apatia. Cosa ci è rimasto di quarant’anni della nostra storia? Di tanti tentativi di raccontarla da noi la nostra storia?

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