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Posts Tagged ‘Claudio Lolli’

E’ solo una ragazzina. Ha il corpo da bambina e gli occhi da depravata. E’ il vizio in persona. Perde il tempo con uno completamente fuori di testa. Un gigante coatto. Con tutte le rotelle fuori posto. Un violento. Tutto muscoli, e la calotta con le ragnatele. Lui fruga nella spazzatura. Ma con lei diventa un agnellino. Forse per lei è solo un gioco. Un passatempo. Basta che gli si avvicini. Che gli si strofini un poco addosso. Se lo rigira come vuole. E’ lei che gli fornisce la roba. Lo rimbambisce di merda; e di sesso. Ha ormai le vene tutte spappolate. Ridotte ad un colabrodo. S’è fatta un tatuaggio nuovo. E un piercing. Proprio lì. E lui per lei andrebbe all’inferno e ritorno. E’ solo che sta riducendo la città come un inferno. Quando gli schizza il dolore dilaga.
Vorrei non doverci avere nulla a che fare. Ma lei la mette sulla vigliaccata. E poi non mi dispiacerebbe sentirmi le sue mani addosso. Quelle mani piccole piene di dita. La guardi e sembra una bambola bambina. Mentre quelle dita lavorano e ne sanno una più del diavolo. Vorrei proprio potermi levare lo sfizio. Perché l’ho vista all’opera ed è un vero demonio. Credo lo faccia anche per interesse. Mi chiedo come si corrompe una tipa del genere: con le caramelle? Mi viene da ridere da solo. E se non bastasse la sua depravazione si accompagna anche con un linguaggio da trivio. Appropriato a lei. E con amiche che la equivalgono in fatto di perversione. Credo che ami dominare il suo uomo. Che nemmeno a lei dispiaccia dare dolore. Che goda anche di quello. Soprattutto di quello.
L’aspettavo alle quindici. Era già tornata nel fumetto.

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Ernestina, poveretta, dice che ho la testa sopra il cappello. Dalle nostre parti si dice così. Forse un po’ di ragione ce l’ha. Forse sono un po’ distratto. Ora mi si è anche scaricata la batteria del cellulare e non so proprio come fare. Mi ha sempre fatto timore la complessità di questo nostro mondo. Sono certo che si starà preoccupando, poveretta. E si staranno chiedendo dove sono finito anche sul lavoro. Prendo la metropolitana e scendo alla prima fermata. Per dirla tutta l’ho presa nella direzione sbagliata. Cose che capitano. Ero di fretta e stava partendo. Scendo subito e, maledetto me, mi accorgo di avere ancora un po’ di tempo. E’ così che penso di prendermi un caffè.
Salgo e tutto è cambiato. Stanno finendo la nuova stazione. Una cosa immensa. Da non crederci. E non mi riesce facile trovare il primo bar. Ce ne saranno una mezza dozzina ma per ogni cosa c’è da camminare. E io cammino. Cammino senza guardarmi troppo intorno. Ho la mia solita fretta e non mi restano più di dieci minuti. Quando esco nulla mi sembra come prima. Mi guardo intorno e non trovo nessun riferimento. E’ stato allora che mi son fatto prendere dal panico. Comunque mi avvio ma ogni negozio mi sembra nuovo. Sia la filiale di quella banca che quello di telefonia non mi sembra di averli mai visti.
Scendo di un piano e mi trovo nel niente. Cerco di tornare sui miei passi e mi immergo in un alveare in piena agitazione. Tutti che corrono. Non so dove correre. Come mio solito cerco di salvarmi da solo. Di arrangiarmi. Giro a destra e poi ancora a destra, e mi ritrovo al punto di partenza. La lancetta dei minuti continua inesorabilmente a correre. Ormai sono in ritardo per tutto. I minuti si fanno uno dopo l’altro ore. E pure mi scappa. Chiedo alla rivendita di giornali e mi indica alla fine del corridoio a destra. Il corridoio sembra non finire mai. Alla fine ci sono i cartelli ma i bagni non sono ancora stati completati. Salgo al piano superiore e poi ancora a quello più sù ma lì i lavori sono quasi tutti all’inizio. Mi vergogno a dirlo ma trovo un angolo isolato per farla contro un muro di marmo. Non mi riesce facile perché io, quando ho qualcuno intorno, fatico sempre; ho bisogno della mia riservatezza. Insomma per farla quasi la faccio con disastrosi risultati. Mi porto dietro i segni di ciò e per un po’ aspetto che si asciughino i pantaloni. Poi vado perché non posso aspettare oltre. Sperando che la gente non faccia caso a me.
Per puro caso ritrovo quel giornalaio. Stanco chiedo come si possa uscire da quel labirinto. Mi dice di tornare a salire al piano superiore. Poi di andare davanti al mio naso per circa duecento metri. Infine di prendere l’ascensore e scendere di due piani. Tutto molto semplice solo che mi trovo nel deserto più assoluto. L’ascensore mi porta in uno spazio recintato abitato solo da calcinacci. Risalgo e mi trovo in uno posto nel quale non mi sembra di essere mai passato. Non mi piace sprecare troppe parole. Insomma continuando a girare passa il tempo e comincio ad avere appetito. Rinuncio a fermarmi a mangiare qualcosa per non attirarmi addosso altri guai. Guardo gli orari delle corse che scorrono. La cosa non serve a calmarmi. I cartelli sono tutti provvisori. Sembrano lasciati lì dal caso. Provo a farmi sentire da degli operai ma il rumore dei martelli pneumatici copre la mia voce. Nemmeno si avvedono della mia presenza dietro la grata. La gente va troppo di fretta e un po’ provo anche vergogna. Mi faccio coraggio e fermo prima una signora. Poi un ragazzo. Anche le loro indicazioni mi aiutano a perdermi ancora di più.
Sono ormai quasi allo sconforto quando vedo la biglietteria come l’ultima salvezza. Aspetto il mio turno e chiedo se posso chiedere una informazione. Mi dice che lei è lì per vendere biglietti. L’ufficio informazioni è avanti e poi un piano sopra. Ci rinuncio e chiedo un biglietto per la prossima stazione, e come arrivare al binario. Mi ripete l’indicazione di dov’è l’ufficio informazioni. La prego e si lascia prendere da un attimo di compassione: Per spiegarmi cerca di spiegarmi ma capisco fin dall’inizio che non troverò mai i binari. Infatti dopo tanto girovagare mi ritrovo davanti allo stesso sportello. Lei mi guarda e si ricorda infastidita di me. Rigiro in mano il mio biglietto inutilizzato. Che poi io ho anche l’abbonamento per tutte le linee. La disperazione mi fa vincere ogni mio pudore. Quando passa la ressa mi avvicino. Non so che idee si possa fare ma la imploro di poterla accompagnare alla macchina a fine turno. Mi spiega senza riuscire a nascondere completamente l’irritazione che la società le ha dato un appartamento all’interno della stazione. Come per ogni dipendente anche se a contratto. Per lei e il suo fidanzato, e sottolinea la parola fidanzato. Si avvicina un viaggiatore e mi scosto leggermente per lasciarle fare il suo lavoro. Quello, il viaggiatore, pare sicuro di sé. Leggo un trafiletto sul giornale che ho dovuto prendere che ci sono stati diversi casi inspiegabili di dispersi nelle nuove stazioni della metropolitana. Lei si libera e mi osserva attentamente. Mi fa cenno di avvicinarmi. Mi dice che il fidanzato fa parte del personale viaggiante. Che per alcuni giorni è in viaggio. Che lei stacca tra sei ore ma che ha già un impegno. Mi invita a passare l’indomani. Credo mi abbia preso in simpatia. Le faccio notare di averle parlato già la mattina chiedendole quante ore duri il suo turno. Capisco solo in quel momento, dalla sua risposta, che devo aver parlato con una collega. C’è infatti un’altra addetta alla biglietteria che un po’ le assomiglia. Lo stesso colore dei capelli. Non sono fisionomista e la sua spiegazione è ineccepibile.
Non sono certo che capisca la mia situazione. Torna a guardarmi con ancora più attenzione. Mi mostra una disponibilità filantropica. Aggiunge che non può proprio rimandare l’impegno ma che se l’aspetto, beh! ecco, può tornare proprio per me. Si scusa ma, se per me va bene, sarà comunque per il dopo cena e molto tardi. La rassicuro e cerco un posto per sedermi un po’. Ceno con una pagnottella consumando gli ultimi spiccioli, senza allontanarmi troppo. Continuando a controllare quella guardiola. Mi pulisco i denti passandoci sopra il dito. Torno accomodarmi per attenderla e mi accorgo di essermi assopito. Lei non c’è più. Quella che vedo è un’altra. Ne sono certo. Al suo posto c’è una più giovane e con gli occhiali. Fuori è notte completa. Mi appresto impaziente ad una nuova attesa. Mi scuote quando fuori si stanno dissipando le ombre cupe della notte. I suoi occhi sono ancora vivaci. I negozi sono quasi tutti chiusi. Si guarda intorno circospetta quasi temesse di essere notata. Siamo soli io e lai e alcuni barboni che penso abbiano fatto del posto la loro dimora. Mi invita divertita a seguirla.
Per essere gentile e carina con me lo è. Non sarebbe nemmeno male come donna se non fossi così preso nel mio dramma. Non sono certo una grande compagnia. Lei non sembra farci troppo caso e non me lo rimprovera. Ho il cellulare ormai muto e solo qualche pezzo da cinquanta in tasca. Mi spiega che deve riprendere servizio di lì a poco. Mi fa un buffetto e un complimento che non mi sento di meritare. Imploro il suo aiuto. Mi mostra che comunque per contratto non può lasciare la stazione indicandomi il grande orologio. Ormai s’è fatta mattina. La rivedo quella sera. Sempre in piena notte. Passiamo qualche ora assieme per lo più parlando di noi. Imparando a conoscerci. Credo si stia affezionando a me. Non mi dice molto del suo fidanzato Sembra quasi non esserci. Ho il sospetto che la laconicità delle sue epigrafiche informazioni risenta del fatto che ormai apprezza la mia compagnia. Che le dispiaccia interrompere quella nuova amicizia. Che abbia il timore di non rivedermi se riuscissi a uscire. Ma questa è solo una mia idea.
Ed è la mattina del giorno seguente quando compio un gesto disperato dettato dallo sconforto. Approfitto un attimo del suo telefonino e chiamo il centotredici. Non so come mi sia venuta questa idea ma è da casi estremi che nascono le idee più strampalate. Mi accuso di uno scippo che non ho commesso sperando che venissero a prendermi. Mi mettono in attesa. Poi mi chiedono indicazioni precise. Chiedo a Luisella il nome di quella stazione. Mi dicono di aspettarli ma vogliono sapere in posto esatto dove li aspetto. Gli dico che non mi muovo da davanti alla biglietteria. Mi chiedono quale poiché c’è ne sono cinque in quella nuova stazione. Luisella nel frattempo è tornata ad immergersi nel suo lavoro e non mi sembra più una idea troppo buona. Così interrompo la telefonata. Le chiedo se la posso aiutare. Mi regala uno splendido sorriso e mi dice che non si potrebbe ma.
Non lontano c’era una valigia che sembrava abbandonata là. Dentro ci trovo da cambiarmi. Da lei sono riuscito a farmi una doccia. In realtà non ho bisogno di altro. Lei è gentile e approfitto una seconda volta del suo cellulare. Mi allontano per chiamare casa. Ernestina non c’è e devo parlare con la segreteria. Guardo l’ora e dovrebbe essere già rientrata dall’ufficio. Lascio detto che si è trattato solo di un inconveniente e che mi rifarò vivo presto. Ritrovo un po’ della mia tranquillità e rassegnazione. Non è poi così complicato fare i biglietti.

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Chi ha troppa fretta. Chi è figlio di un’epoca che corre. Dove va, mica si sa? Chi ha lasciato sull’attaccapanni la pazienza. Per tutti questi è altri… allora, andate subito alla fine. Io resto qua. Io che posseggo tutto il tempo. Che non ho altri appuntamenti. Che di lavoro faccio il fare niente. Io. Non fosse per Lei sarei rimasto a riminarlo in testa. O ancora lì a sognare. Ma la sua è una provocazione, e io alle provocazioni non so resistere. Le amo e ne vengo ricambiato. Come una bella donna. Come la mia donna. Lei sempre al mio fianco. Ma cosa ci è successo dentro? Tra i tanti; come sopravvissuti. Sopravvissuti spaventati guerrieri. Reduci da Piazza Grande. Noi, colpevoli solo di essere contemporanei a quella storia. A quelle storie. Di averla vissuta, patita, pagata; o solo di esserne stati sfiorati. Contaminati. Di non esserci spostati. A ritrovarci lì, ma anche no, in un posto mai visto prima: Monterotondo. Provincia ai confini di tutto. E di un passato ormai remoto. Quarant’anni dopo. E quarant’anni sono una vita intera. Non siamo più gli stessi. Siamo rimasti uguali.
Tutto è come un concerto. Il palco le luci, l’attesa. Il bisbiglio della gente. I primi Flash. Il pubblico ancora distratto. Siamo in tanti. Siamo da soli. Inizia un giovane amico. Le prime note e si fa silenzio. Musica buona. Piena di rabbia e di amore. Ci sa fare; anzi ci sanno fare. Si sta bene. Si sta bene e si aspetta. La verità è che lo aspettiamo, Godot. Ancora. Mai come oggi. Molto più di allora. E queste canzoni di rabbia e di anarchia sono le nostre; e non sono le nostre. Il tempo è una macchina che non entra mai in riserva. Che non si ferma a rifare il pieno. Che macina chilometri e ti macina l’anima. Ma quel viaggio in fondo l’abbiamo fatto sempre da soli. E noi che non ci abbiamo mai veramente creduto. Creduto che una poesia potesse cambiare il mondo. O forse sì? Noi che balbettiamo sillabe cancellate. Noi che nei versi mettevamo il cuore: «Oh Baudelaire, vecchio pazzo ubriacone. Quale dei tuoi vermi, mi ha sbranato il cuore?» Noi. Noi che per un attimo ci siamo sentiti tutti poeti. E l’attimo dopo li abbiamo maledetti. Ci siamo dannati. Come facciamo a dire quello che è stato? E come facciamo a raccontare ciò che non è stato? Frenate la vostra giovane curiosità: cuccioli dell’oggi. Figli di una madre mai ingravidata. Frenate la domanda incauta. Non abbiamo risposte. Abbiamo solo occhi. La voglia di scordare. La condanna a ricordare. Il desiderio di tornare ragazzi. Di riprovarci ancora. E il deserto di Piazza Grande.
Il sax si scalda la gola. In un angolo. Ma quando sale sul palco, a fatica, già il suo silenzio è magia. Prima ancora della prima parola. Della prima nota. Lui si appoggia ad un amplificatore. Tutto pare costargli fatica. E prende il libro per trovare le parole. Quelle per noi. Quelle da scegliere. Quelle per il viaggio. Ed è un uomo vecchio, Claudio. Siamo uomini vecchi. O vecchi uomini? Magari non invecchiati allo stesso modo. Non nello stesso tempo. Non davanti allo stesso specchio. Sicuramente per le stesse canzoni. E Lui parla più che cantare. Canta per non morire. La stessa rabbia; sembra mescolarsi alla rassegnazione. Siamo quegli “Zombie di tutto il mondo uniti”. Ancora portatori di un sogno. Un vecchio sogno in disuso. Siamo nel grido e nella rabbia. Siamo in una pagina di diario. E Lui ci attraversa dolorosamente il cuore. Parlando di sé; e parlando di noi. Ma chi sono quei noi? Nell’afa di un agosto che è rimasto ogni agosto. Attraversati da quel sordo boato. Mentre cadiamo da quel quarto piano. Esistiamo ancora? O respiriamo solo in quei ricordi? Di quel vino? Di quelle notti? Di quelle botti? Di sogni agitati? Di ansie? In un Italia che non c’è. In un’Italia che non è diventata.
Io, vecchio sessantottino. Quarant’anni son troppi. Vorrei non ricordare. E allora perché quei nuovi “Perché”? Ho due anni di più E persino quei due anni sono troppi. Sono un’eternità. Claudio, potrei farti da padre. Strana e crudele è la vita. E noi credevamo. Il sogno era là. La città degli uomini. Il mondo degli uomini. Ma il nemico non è mai un vecchio cretino. Non si ubriaca inneggiando alla luna. E lo stato ha messo in campo il suo apparato militare. Bombe e tritolo. La grande inquisizione. La menzogna contro l’illusione. Bombe e tritolo e noi eravamo solo zingari e felici. Tutti uguali e tutti diversi. La grande illusione. Il mondo là. Quel mondo da divenire. In divenire. A portata di mano. Bastava allungarla, quella mano. Quale illusione. E allora abbiamo gridato, come il cucciolo bastardo lasciato alla porta. Quanto abbiamo gridato. Noi, cavalieri senza armatura. Noi cadaveri in decomposizione. Noi assassinati dalla nostra stessa follia. Noi alle porte dell’illusione. Lì a bussare. A bussare ancora; sempre più forte. Eppure ancora si muore di bombe, si muore di stragi; più o meno di stato. E allora. E allora i bulloni a Lama. E quell’immensa delusione. Per un’altra storia. Dopo quella storia. Per un’altra storia che sarebbe morta nel baule di una macchina. Dopo tanto, troppo; perché? E tu, Claudio, a ricordarmi tutto. A farlo rivivere. A ridarmi quel grido che debbo soffocare. A riempirmi di lacrime gli occhi e il cuore. No! non ho nessuna risposta. Nemmeno per Lei. Oppure ho troppe risposte perché almeno una sia quella giusta. Quella vera. Perché non siano solo confusione.
Io che amo. Io che lotto; ancora. Io che sogno, e lo faccio con sempre più fatica. Io che cammino il mondo, col fiato corto. E dolori alle ginocchia. Io che mi riempio troppo di io per essere ancora noi. E questo nuovo noi. Frutto di una vecchia storia d’amore. Che sembrava persa. Una fragile storia d’amore. Una grande storia d’amore durata una sola breve stagione. E poi ancora Noi. Noi che frughiamo tra la spazzatura del passato. E che ci lasciamo da quel passato ferire. Noi che non vogliamo ancora morire. Noi e i nostri sogni. Noi e le nostre rabbie. Noi, anacronistici testimoni, a cui la memoria fa strani scherzi. Noi lì. Lì nel cortile di un palazzo. Nel cortile di palazzo Orsini. A Monterotondo (Rm). Non in piazza Maggiore. Ma a Monterotondo. Lontani mille chilometri e quarant’anni da Piazza Maggiore. Così, per chi c’era e chi non c’era. Per tutti e per nessuno. E quest’estate non chi incontreremo a Rimini. O perché no? Una pazza idea la portavo in tasca, da tempo. E io a chiedermi come finirà il concerto. Con un brano di rabbia: Piazza, bella piazza. O con un pezzo di speranza: Albana per Togliatti. Ma i poeti seguono solo l’ordine dei loro pensieri, non me ne voglia Claudio. Non me ne voglia Claudio per quel poeta. Niente di tutto questo. Anzi le aspetto e loro si fanno ancora aspettare. Né rabbia né speranza. Nemmeno amore. Finisce tutto davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino. Lui, il cantastorie, il colpevole, l’assassino, sbocconcella il niente. Ma ancora si sente quell’odore di brace. Scrivimi Claudio la storia di oggi e di domani. Di quella, di quella di quegli anni, dei nostri vent’anni o poco più, abbiamo versato tutte le lacrime che avevamo. Sì! forse a vent’anni si è stupidi davvero. Eppure lo gridiamo ancora, anche se con voce sempre più roca, ma ancora più forte: che un mondo, quel mondo, un altro mondo è ancora possibile. Anche dopo Genova. Eccola l’unica risposta: abbiate pazienza e ascoltate. E lasciatevi andare a sognare. Anche se ora pare un incubo.

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Copertina del discoGirovagando qua e là fra la musica degli anni settanta, ovvero tra quella dopo di noi, la mia memoria è tornata a questo disco di Emilio Locurcio che ho amato e amo molto. L’autore ha praticamente fatto solo questa “operetta pop a più usi: come Manuale di ingenua Rivolta, biglietto d’andata per Nessunluogo”, ispirata all’omonima opera di Antonin Artaud, per un disco inciso nel 1977. Nei brani surreali cantano assieme allo stesso autore la parte di un Situazionista, Lucio Dalla nella parte di un contadino ancora puro, Rosalino Cellamare (poi Ron) in quella di uno studente medio-borghese, Claudio Lolli nei panni di un dolce narratore, e Teresa De Sio in quelli di una ragazza metropolitana; mentre tra i musicisti c’erano i componenti di Pierrot Lunaire e Crash. In realtà il disco è uscito due anni dopo, nel 1979, e questo ha tolto un po’ dei richiami ai rumori del tumultuoso 77. Il disco, che andrebbe riascoltato nella sua interezza di opera unica, è passato quasi del tutto inosservato, ma continua a mantenere quella sua freschezza e “diversità”. Per questa più che succinta presentazione ho scelto il brano Giovanna Labbromorto (da “La Veglia“) come avrei potuto sceglierne uno qualsiasi altro. Per chi ne ha la possibilità, ma il disco si trova anche cercando in rete, rimando, come detto, all’intero disco. Buon ascolto.

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Scusa la digressione. Oggi sento intorno la guerra, a Gaza, in un mondo in sfacelo. Una guerra più o meno silenziosa. E’ per questo che voglio ricordare questo pezzo di un grandissimo cantautore non abbastanza conosciuto tratto dall’album Disimpegnate le strade dai sogni del 77. Claudio Lolli fa parte di quella schiera di artisti che ha vissuto e raccontato i drammatici e dolorosi e funesti anni settanta. Quelli che sono stati l’inizio tragico di una fine. Non voglio aggiungere altro che un augurio: “Riportate per le strade i sogni”.

Il giorno di solito comincia sporco
come l’inchiostro del nostro giornale
scritto sui bianchi muri delle prigioni della repubblica federale.
Che giorno per giorno avanzando tranquille
son quasi davanti alla tua finestra
con un corteo di stesse e scintille e i tamburini la banda l’orchestra.
Spegnete la luce pensava Ulriche
che la foresta più nera è vicina,
ma oggi la luna ha una faccia da strega
e il sole ha lasciato i suoi raggi in cantina.
Spegnete la luce pensava Ulriche
che la foresta più nera è vicina,
ma un jumbojet scrive “viva il lavoro”
col sangue, nel cielo di questa mattina.

Con un megafono su un autobus rosso
un Cristo uscito dal Circo Togni
comincia un comizio con queste parole
“disoccupate le strade, dai sogni,
disoccupate le strade dai sogni
sono ingombranti, inutili, vivi
i topi e i rifiuti siano tratti in arresto
decentreremo il formaggio e gli archivi.
Disoccupate le strade dai sogni,
per contenerli in un modo migliore,
possiamo fornirvi fotocopie d’assegno,
un portamonete, un falso diploma, una ventiquattrore.
Disoccupate le strade dai sogni,
ed arruolatevi nella polizia,
ci sarà bisogno di partecipare
ed è questo il modo
al nostro progetto di democrazia.
Disoccupate le strade dai sogni
e continuate a pagare l’affitto
ed ogni carogna che abbia altri bisogni
dalla mia immensa bontà sia trafitto.
Da oggi è vietata la masturbazione
lambro e lambrusco vestiti di nero
apriranno le liste di disoccupazione
chiudendo poi quelle del cimitero,
e poi, e poi,
poi costruiremo dei grandi ospedali,
i carabinieri saranno più buoni,
l’assistenza forzata e gratuita per tutta la vita
e un vitto migliore nelle nostre prigioni.
Disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole,
che non vi si scopra nascosti a fare l’amore
i criminali siano illuminati dal sole.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate … ”

A questo punto arriva un trombone
cammina col culo però sembra alto
intona commosso una strana canzone
il Cristo la canta e mi è addosso, in un salto.
“Disoccupate le strade dai sogni
non ci sarà posto per la fantasia
nel paradiso pulito operoso
della nostra nuova socialdemocrazia.”

A questo punto mi butto dal cielo mi butto dal letto
e do un bacio in bocca a un orribile orco
e lecco l’inchiostro, lecco l’inchiostro, del nostro giornale.

E’ vero che il giorno sapeva di sporco
E’ vero che il giorno sapeva di sporco
E’ vero che il giorno sapeva di sporco
E’ vero che il giorno sapeva di sporco

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Paolo Pietrangeli: Il vestito di Rossini

Torno su cose già trattate, anche se raramente, anche se superficialmente. Torno con queste due canzoni: “Il vestito di Rossini” e “Piazza, bella piazza”; entrambe già postate. La prima di Paolo Pietrangeli e la seconda di Claudio Lolli. Torno rubando una domanda che il poeta Roberto Roversi (quello di “Dopo Campoformio”) ha scritto per Lucio Dalla nella canzone “Le parole crociate” (magari ve la proporrò appena possibile) riguardo al cosiddetto passato e alla memoria: “Sono cose di ieri”? Naturalmente torno indignato, ma per nulla sorpreso. C’è una ipocrisia che mi evito, quella del buonismo e delle cose tutte perfette da una parte e dei cattivi dall’altra. E’ un veleno sottile. Ha sempre ammalato tutto, persino la Resistenza. Forse ci sarebbe bisogno di una riflessione, non oggi. Oggi non mi va di spiegare. Oggi ho questo sordo rancore. Come dopo Genova, dopo Piazza Alimonda, di cui sarebbe anche più facile parlare e di cui Guccini ha scritto un’altra bella canzone. E’ strano vedere come le canzoni siano spesso presenti. Ma la piazza è da sempre il luogo dell’incontro, anche quando questo è conflitto.

Claudio Lolli: Piazza, bella piazza

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Per ricordare questa giornata una canzone non convenzionale. Utile a pensare e riflettere ma anche a parlare e ad interrogarci. Rimando ad un post che mi è piaciuto su un tema aperto in questi giorni cioè se è giusto chiedere ai negozi di restare aperti in questa giornata. Sia chiaro: SONO COMPLETAMENTE D’ACCORDO CON LEI. Certo che un mondo si sta sgretolando e il futuro che si prepara mi piace ben poco, e non sono certo un nostalgico. Vorrei oggi solo dire che: UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE soprattutto oggi che questo è sempre più invivibile.

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