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Posts Tagged ‘colleghi’

Aveva detto “solo un incontro d’affari. Uno spuntino. Due chiacchiere tra colleghi. Quattro cose veloci. Senza impegni. Sarai a casa per cena”. Mi pensavo di trovare anche altri. Mi apre e scappa via. Mi accorgo di essere da solo. Scusa e si scusa per il disordine. La guardo allibito. Prende un pomodoro e comincia a tagliarlo a fette.
Qualcosa non va”?
No, va tutto bene”.
Era femmina insolita. Veloce di lingua. Rapida con tutte le parole. Sapeva stare agli scherzi di tutti e sapeva rispondere a tono. Spesso allegra e spesso fin troppo gioviale. Sapeva come provocare e come rispondere alle provocazioni. Se comprava un vestito nuovo non si faceva nessuna remora a metterlo, anche se era di colori troppo vivaci o un po’ audace. Spesso mi capitava di sentire le colleghe chiacchierarla. Ma le vere chiacchiere riguardavano le altre. Per quanto mi risultava alla fine non si era mai fatta mettere il sale sulla coda da nessuno. Riusciva sempre ad uscire indenne dai veri pettegolezzi, come dalle maldicenze e dalle zuffe. Non c’era grande soddisfazione a prendersela con lei. Sgonfiava qualsiasi cosa trasformandola in burla. Probabilmente per quel suo carattere era sempre rimasta libera.
Nel suo andare e venire indaffarato si accorge di come la guardo: “Non badare al vestito, è stato un capriccio. Non è la cosa più comoda. E’ che toglie le parole a qualsiasi fantasia. Ho detto subito: è mio. Sai come sono fatta. Beh! Se avevi dubbi ora non ne hai più. Naturalmente scherzo. Volevo vedere le facce. Che te ne pare? Posso venire in ufficio”?
E’ veramente un po’ temerario. Questa volta ha esagerato. Riesco a fingere di guardarla distratto. Di cercare di farmi un’opinione ponderandola. Come se mi avesse chiesto un parere su una partita di piastrelle per il bagno tra le quali deve scegliere. So che qualsiasi cosa posso dire non cambierà le sue decisioni. Se lo vuole fare è capacissima di arrivare con quella cosa addosso. Mi sembra anche un po’ sado, non lo dico: “Spero che non mi abbia fatto venire solo per questo. Cosa ti posso dire? E’ un po’ stretto. Un po’ azzardato. Ti sembra dipinto addosso. E sul serio non lascia supporre nulla. Non lascia spazio all’immaginazione. Neanche un respiro. Ma se credi di farlo”.
E con questo spero di aver esaurito l’argomento. Con lei affronto ogni cosa con molta circospezione. Ho paura delle sue risposte, non una sola volta ne sono stato folgorato. E’ sempre riuscita a mettermi in confusione. Cerco di guardare fuori dalla finestra. Aspiro gli odori che arrivano dalla cucina. Non ho la più piccola idea di come sia come cuoca. Non mi sembra adatto nemmeno per l’ora. Pare proprio uno strumento di lavoro. Se fosse uno sconosciuta la mia considerazione non sarebbe certo molto garbata. Ho imparato che non si può sempre dire pane al pane. E così me ne sto in angustie sulle mie. Mi sento come se fossi seduto su di una graticola. Intanto finisce di imbandire la tavola e lo fa non come lo si fa per un spuntino ma come se preparasse per una vera cena; per una cena importante.
Sparisce. Sento ruggire un motore, probabilmente quello di un frullatore. E’ tutta affaccendata. La sento gridare da un’altra stanza: “Hai bisogno che ti accenda per l’arrivo della tappa”?
Torna a metà della mia risposta mentre mento spudoratamente: “Non fa niente”.
Ad ogni ulteriore apparizione si rinnova il mio senso di disagio, la mia meraviglia, e il mio parere sull’abbigliamento peggiora. Temo debba trattenere il respiro. E’ anche costretta a zompettare per quei tacchi, come le gallinelle che hanno appena deposto l’uovo. Con passettini brevi. Incerti. Va continuamente da qui e là in modo ridicolo: “Avrei fatto meglio ad infilarmi delle ciabatte. Solo che poi me lo fanno sembrare che ramazza per terra”.
Se la ride. Forse si aspetta un complimento. Che le dica che non è vero. Sto sulle mie. Preferisco continuare precauzionalmente a starmi zitto. Penso che abbia aggiunto profumo al profumo che si mescola a quello dei cibi. Non mi ha ancora chiesto di Loredana. Ma non abbiamo avuto molto tempo di scambiarci qualche parola in santa pace; nemmeno un semplice convenevole.
Cosa mi volevi dire”?
Magari mi racconti intanto qualcosa. Mentre finisco di preparare. Poi parliamo. Scusami, posso lavorare e ascoltare. Mi son fatta prendere un po’ in ritardo”.
Ci penso sopra, non mi viene niente. Tento di darmi delle arie. Mi affido ad un po’ di ironia: “Cosa vuoi che ti dica? I mondiali sono andati come sono andati. Quello che c’era da scoprire è stato scoperto. Paesi, continenti, monti, pianeti e malattie. Le guerre sono state fatte. Ora la gente muore in silenzio o lo fa distante. I martiri sputano razzi. Nessuno sa più fare un martini come cristo comanda. I giornali parlano di niente. La televisione ha detto che c’è un nuovo anno, ma nessuno se n’è accorto. Tutto quello che c’era da fare e da dire è stato fatto e detto. L’unica cosa che si muove sono i soldi, e lo fanno per scappare lontano. Quelli corrono. Cosa vuoi che ti dica”?
Non intendevo questo. Sei pessimista”.
Non io, è il mondo a esserlo”.
Mi guarda perplessa. Sono seduto in cima alla sedia in procinto di precipitare da un momento all’altro. Guardo l’ora: “Cominciamo a spiluccare”?
Mi mette in mano l’apribottiglie: “Torno subito. Faccio in un attimo. E poi… sono qui. Possiamo continuare a parlare mentre ti servo”.
La guardo allontanarsi. Andare verso il piccolo mobile addossato alla parete. Belle gambe, però. Non ci avevo mai fatto caso come adesso che le vedo tutte. La guardo di spalle. La vedo mentre si appoggia alla piattaia. La guardo chinarsi. Basta quel niente. Quel niente è anche troppo: “C’è ancora tempo. Caffè, tè, o meglio un aperitivo; stai tranquillo. Stai pure comodo. Ti servo io”.
E dopo qualcuno dice che è l’uomo che si mette certe idee in testa. E’ meglio se io certo di non aggiungere niente. Mi limito a guardare e in silenzio. Fasciata così in nero non è più lei. E solo l’immagine anonima che mi rimbomba in testa. Rischio di fare un gesto sconsiderato: “Spero che tu non abbia fretta”.
Mi alzo e mi avvicino furtivo. Se non rendo omaggio subito a quel culo faccio offesa a me stesso, al buon senso, agli assenti e probabilmente anche a lei. Cerco di circondala con le braccia. Sono già lì lì per stringerla a me e riempire le mie mani di lei. Audace. Con spezzo del pericolo. Senza pensarci. Non me ne importa più nulla. Che sia quello che deve essere. Meglio uno schiaffo che passare per un idiota.
Si gira di scatto per la sorpresa. Il sorriso le si spegne in bocca. Il vestito esplode. Un brandello di stoffa fa oscillare il lampadario. Nel salto a ritroso rovescia un’intera pila di piatti che precipita al suolo frantumando anche la vetrinetta. Frana seduta su quella maledetta sedia e mi guarda sbigottita; in preda al panico. Un bottone salta e mi colpisce in un occhio; è ancora tumefatto. Nel tentativo di afferrare qualcosa e salvarlo dalla caduta mi taglio sul polso. Il taglio sputa sangue e mi ritrovo schizzato tutto d’olio. E’ tutto un disastro. Finiamo al pronto soccorso. Io a far da paziente, quattro punti di sutura con la benda sull’occhio, e lei al capezzale del moribondo a sprecare preoccupazioni e a dispensare compassione.
In attesa dell’ambulanza s’è rivestita di fretta. S’è messa dosso la prima cosa che ha trovato. E’ ancora in cima a quei tacchi. Mi dice dispiaciuta: “Peccato, avevo fatto l’arrosto di maiale. Doveva essere venuto buono. Mi rincresce, sarà per la prossima volta”.
Mi chiedo se le spiace di più per i piatti, per l’arrosto, per il vestito, perché nemmeno abbiamo cominciato a affrontare l’argomento costi e benefici, o per quale altre diavoleria. Mi chiedo se in qualche modo posso riparare. Mi chiedo se posso correre il rischio di una seconda volta. Già per questa ne dovrò dare di spiegazioni. Ho arrischiato la vista e la vita. Mi chiedo dove diavolo era, in quella casa, la stanza da letto. E il bagno.
Spero che di vestiti come quello non avesse che quello. Mi mordo la lingua prima di chiederglielo. Mi riprometto che la prossima volta parliamo stando al tavolo di un bar. Oppure al parco. E che se deve essere arrosto di maiale che sia arrosto di maiale. Do la colpa alla mia sbadataggine. Mi scusa prontamente. Con delicatezza le spiego che per servire in tavola è meglio indossare un grembiule.
Mi dice: “Credi”? Aggiunge: “Però le calze nere”… Mi spiega: “E’ che non volevo sembrare sfacciata”. Mi saluta: “Scusa, se non hai più bisogno, vado a raccogliere i cocci”.

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Quando faccio per sedermi è lui che mi sposta gentilmente la sedia. Mi guardo intorno per cercare mio marito. Si è attardato per sistemare i soprabiti. Mi si siede proprio davanti e mi porge la mano: “Piacere Giancarlo”.
Antonella”.
Luigi si siede al mio fianco: “Vi siete presentati”? Non faccio caso alla sua voce. Non sono insensibile ai gesti di cortesia; galanti. Il mio dirimpettaio, Giancarlo, ha un vestito elegantissimo che non è tradito dalla minima piega. Grigio antracite. Anzi, come si dice, gessato. Camicia oxford. Cravatta regimental dove il giallo brilla. Mi sono sempre piaciuti gli uomini che hanno cura di sé. Mi sono sempre piaciuti i nomi… composti. Ogni suo movimento sembra studiato. Mi mostra attenzione. Palesa di essersi accorto di me. “Luigi non era stato bugiardo sul tuo conto. Di cosa ti occupi”? La sua voce è suadente. Sembra un canto. E’ ben impostata. Mi ricorda quella di quell’attore. Ha i bassi morbidi e una tonalità lieve. Allunga la mano per versarmi il vino. Scopre il polso. Ha un orologio per nulla pacchiano. I suoi occhi sanno sorridere con garbo. Accenna di fermarsi mentre il rubino del vino è a metà del calice. Mi fa un cenno di assenso. Controlla che i capelli non gli scendano sulla fronte con un gesto morbido. Torna ad accomodarsi sulla sedia facendo attenzione alla piega dei pantaloni. Luigi mi dice qualcosa ma non lo sento. Sono distratta e un po’ confusa. Confusa dal nostro ospite che mi ruba tutta l’attenzione. Si sistema il tovagliolo sulle ginocchia. Ho voglia di sbirciare sotto il tavolo per controllare le sue scarpe. E che calzini porta. Sono lunghi o corti? Non possono che essere lunghi. Come si può non essere affascinate dalla gentilezza e dal garbo?
Certo è un progetto ambizioso, ma chi non rischia… Come si dice. Te ne ha parlato? Tu che ne pensi. Mi interessa molto il tuo parere”.
Forse lo fa per galanteria ma almeno lui lo fa. Forse lo chiede solo perché sono là. Perché sono una donna. Fa piacere comunque. Ogni donna è lusingata da simili attenzioni. Non che ci abbia capito molto. Una fusione non è certo argomento che pratico tutti i giorni. Ma non voglio far vedere le mie lacune né sottrarmi alla sua preghiera. Mostro di rifletterci un attimo. Mi azzardo a dargli del tu: “Come dici tu nella vita ci vuole il coraggio di osare, naturalmente dopo aver ben ponderato le cose. I pro e i contro. I rischi e i possibili profitti. Io insegno e non vorrei azzardare pareri dove non ho competenza ma credo che tu sappia bene quello che fai. Insomma… io ci investirei. Investirei tranquillamente su voi” –e mi sento soddisfatta di esserne uscita a così basso costo.
Da capo tavola qualcuno propone un brindisi. Ci sono delle risate. Luigi mi da di gomito, soddisfatto. Cominciano a servire gli antipasti. Io non riesco a togliergli gli occhi di dosso. Tutto il resto è rumore e contorno. Non mi era mai successo. Fortuna che sono seduta perché le gambe si son fatte molli. Sistemo la gonna sulle ginocchia. Torturo un attimo il mio tovagliolo. Sposto una ciocca dietro l’orecchio. Cerco di controllarmi sulla caraffa del vino. Freno la voglia di prendere la borsetta e dalla borsetta lo specchietto. Vorrei essere al meglio. Mi si è chiuso lo stomaco. Abbasso gli occhi nel piatto per non sembrare sfacciata. Ho paura che mi legga l’anima. Abbasso gli occhi per cercare rifugio dentro di me. Per un attimo gioco con l’orecchino. Mi scappa un sorriso che mostra impercettibilmente i denti. Umetto le labbra. Faccio dondolare il piede: “Certo che dev’essere affascinante il tuo lavoro. Peccato, mi sarebbe piaciuto che avessimo avuto l’occasione che me ne parlassi”.
Apprezza. Si sente blandito. Non disdegna l’adulazione. La coglie. Anche questo sembra un pregio in lui perché l’afferra con finezza. Come fosse consapevole e allo stesso tempo disinteressato. Come fosse bagaglio naturale di un uomo di successo come lui che reputa volgare mostrarsi oltre le righe: “Perché no. Magari alla prima occasione. Oggi… si festeggia e tu sei una vera festa per gli occhi”. E allora comincio a sognare quell’occasione. A inseguirla nei miei pensieri. Lotto cercando di non farmi troppo distrarre. Si allunga per prendermi la mano e lasciarci un piccolo bacio sulla punta delle dita. Luigi manco se ne accorge. E’ distratto con gli altri. E poi non è mai stato troppo geloso. E perché dovrebbe? Non gliene ho mai dato motivo. Dovrebbe essere fiero di me. Un po’ più soddisfatto di me. Lui nello staccarsi mi sussurra: “Spero che quell’occasione possa essere presto”. Vorrei gridargli “Subito”! Cerco di ricompormi. Di controllarmi. Il vicino mi chiede cosa ne penso della zuppa. Mi guarda sfacciato le ginocchia. Le ricopro indispettita. Ci sono altre donne al tavolo. Nemmeno la cameriera è male. Ho bisogno di pensare. E di mettere ordine nei miei pensieri. Per togliermi dall’imbarazzo mi alzo per raggiungere i servizi. Così ho modo di controllare di essere ancora tutta in ordine. Dondolo sui tacchi alti e sento che il suo sguardo mi segue mentre mi allontano. Me lo sento addosso. Mi sento appagata. Forse ancheggio fin troppo? Non mi sembra. Ne sono fiera. So che gli occhi degli uomini apprezzano. Mi interessa solo l’attenzione dei suoi. Quando torno fa per alzarsi ma sono più lesta e mi siedo. Sembra aver capito che sarebbe sembrata eccessiva quella sua attenzione. Perché Luigi non si lascia nemmeno sfiorare da tali gentilezze? Perché crede di avere il diritto dei miei occhi? Forse per quell’attimo ho sperato che Giancarlo mi seguisse. Come sono stupida, a volte. Non è una cosa da lui. Avrebbe rovinato tutto. Lo sa. E io cosa avrei fatto? Mi sento una ragazzina. Ma sognare non fa male a nessuno. L’immaginazione non fa né feriti né prigionieri. E’ così che non so che limitarmi a pensare a lui che mi apre la porta. Non c’è nient’altro dietro quella porta. Non ora. Non sarebbe cambiato molto. Mi sarei limitata a controllare lo stesso il trucco e basta.
Chissà se mi avrebbe aspettata fuori? La mia fantasia non ha bisogno d’altro. E la sicurezza della sua premura mi è più che sufficiente. Anche il rispetto è una dote di cui non se ne ha mai troppa, che la donna sa valutare. Un uomo che rispetta una donna è un vero signore e la fa sentire una vera signora. E io mi sento lusingata di tutto. Credo di aver scelto il vestito più adatto. Anche Mirco dice che sono uno splendore. Io vorrei sentirmelo ridire da lui. Lui che sta parlando con un’altra. Con la vicina. Una donna piuttosto banale. Con un abito fin troppo evidente. Che cerca rubargli un minimo di interesse, di fargli vedere cosa nasconde a malapena nella scolatura. In realtà è un tipo un po’ volgare. Anche la sua voce e le sue risate sono volgari. E’ banale. Lui ne è interessato solo per educazione. Si vede da lontano che ne è anche leggermente spazientito. Lo salvo chiedendogli l’ora. Me la dice con fare preoccupato, ma purtroppo si sta facendo tardi. Non c’è spazio per andare troppo in là giocando con la fantasia. Torno in me. So perfettamente che è solo una cena di lavoro. E che lui è poco più che quel breve tempo. Che un incontro… occasionale. E poi anche se ne sono rimasta sorpresa resto sempre io.
Prego a Luigi di andare a prendere la macchina. Direi una bugia se dicessi che non mi dispiace che si allontani. Di stare quell’attimo sola. Guardo la sala. Siamo i primi a congedarsi dalla compagnia, ma domani mi debbo alzare presto. Giancarlo mi raggiunge mostrandosi dispiaciuto. Giancarlo mi sussurra che spera proprio che ci possiamo rivedere. Giancarlo, mi piace ripetermi il nome in testa, suona bene, esprime la sua ammirazione per me e la stima per mio marito. Mi fa il baciamano. Non mi è mai successo. E poi due in una sera. Per un attimo ho l’impulso stupido di lanciargli le braccia al collo. Mi ha fatto sentire orgogliosa di me. Non so cos’è. Bello è bello ma di uomini belli capita di vederne altri. Non so cosa abbia di particolare, forse tutto. Dovessi esprimere un’opinione è che, forse sono io ma, mi sono lasciata affascinare. Affascinare da tante piccole cose. E lui trattiene la sua mano nella mia prima che usciamo. La stretta e tenera e sembra non finire. Sembra una promessa. Il suo sorriso è gentile e garbato. Sono solo io a vederlo ammiccante. Un po’ malizioso. Per un attimo sono un’altra persona. Non mi sono mai sentita così. Ho paura che le gambe non mi reggano mentre mi allontano e cerco di guardarlo senza voltarmi. Trattengo il suo ricordo nella mia testa e immagino il suo sguardo. Me lo sento fisso sul sedere. Magari lui è già tornato dentro. Torno a sentirmi stupida, ma sto bene con me. Metto fretta a mio marito e il ritorno lo facciamo in silenzio.
Quando Luigi viene a raggiungermi a letto mi sussurra qualcosa. Cerca di farsi vicino. Fingo di dormire. Pian piano il suo respiro si fa regolare. Finalmente sono sola. Finalmente posso immaginare tutto quello che voglio. Ripenso a come ho immaginato mi guardasse mentre lasciavo il ristorante. I suoi occhi sulle mie natiche si fanno presenza. E’ tutto una lusinga. Vagheggio il vino che mi cola dalle labbra. Lui che con gesto attento lo pulisce. Che cerca di sbirciare dentro di me. Lui affascinato da ogni cosa. Che mi parla con gli occhi mentre mi guarda negli occhi. Che mi sussurra frasi che non riesco a immaginare. Torno a quell’istante: quando mi sono allontanata per il bagno. Torno a fantasticare. Lui che mi segue. Lui che mi apre la porta. Di quello delle signore? Di quello degli uomini? Non ne sono certa. Non so cosa scegliere. Lui che non si ferma sulla porta. Che entra. Lui. Solo un bacio. Le sue labbra che sfiorano le mie. Le sue mani. La fede al dito mi acceca all’improvviso. La invidio tanto da odiarla per un po’. Posso indossare anche pensieri sconvenienti. Finalmente. O posso spogliarmi di tutto. Ogni altra piccola riflessione, ogni attimo che so immaginare è un attimo di piacere. All’improvviso mi accorgo che è un piacere ora morbido ora violento. Che può essere tutto. Ho voglia di toccarmi. Di farmi toccare. Ho voglia di tutto. Anche delle cose inconfessabili. Sarei la più grande delle stupide se scuotessi Luigi dal suo letargo. E non sarei nemmeno onesta, con lui. Sarebbe una cosa che mi lascerebbe sporca. Vorrei solo poter tornare Antonella; la solita Antonella. Mi accorgo che tutto è solo un piacere dopo il piacere.

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Foto di una scollatura generosaSe parliamo di donne allora parliamo di Donne. Cioè di tette e culi. Senza andar tanto per il sottile. Irene chiese se volevo limone o latte. Non l’ho mai preso con il latte. Si chinò per servirmi. Qualsiasi donna dovrebbe fare attenzione prima di sbatterti le tette sotto gli occhi o di strusciartele sulla spalla. Forse c’era un significato recondito nelle sue parole che non riuscivo a cogliere. E forse ad un altro poteva anche darla a bere, ma una donna è sempre consapevole di sé; concede per quello che vuole. Il suo gesto era eloquente. Non sono io; è la realtà ad essere irritante e non è poi che il tè mi faccia impazzire. Affondai la mano ed erano di carni molli. Lei finse sorpresa ma non si inquietò se un po’ si versava sul tavolinetto di palissandro. Rise di quel riso che solo le donne, in certe occasioni, conoscono. Cercò di abbassare gli occhi e di guardare alla finestra. Cercò di dire molti suoni di no. Ne trovai le labbra e fu sullo stesso divano. La luce del giorno non è momento adatto ai miracoli. Quella luce infieriva sulle sue rughe e sul suo passato. Priva della minima menzogna; nemmeno di indulgenza. Non c’era sentimento. Non c’era trasporto. Non c’era nemmeno vera passione. C’era solo carne e sesso; muscoli e sangue. Davanti c’era solo lei in tutta la sua vanità disarmante e disarmata. Quella sua decenza, la sua ipocrisia, la sua insolenza e il suo garbo spogliati. Anche se continuava ad inanellare quei no e lo nominò più volte e voleva fingere di dover essere convinta, alle cinque del pomeriggio, in agosto, non poteva essere che sudata e puttana.

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Foto di una scollatura con collanaSi chiamava Erika. Ma perché devo essere sempre così laconico? Si chiamava Erika, sì! con la Kappa. Cioè si chiama Erika e la conoscono tutti. Di un rosso vivo e falso ha sempre un sorriso e una battuta per ognuno. Ma forse quella kappa era stata solo un suo vezzo, una delle sue tante civetterie, che poi si è trovata addosso. Sposata con due figli ormai grandicelli, maschio e femmina, pare non volersi liberare di quella patina da ragazza impertinente.
Erika doveva essere stata una bella donna, certamente lo era stata ma gli anni non perdonano nessuna distrazione, ma è ancora oggi una donna con un suo intrigante fascino, un sorriso malizioso sempre pronto e una sua grande sicurezza, insomma è simpatica e divertente. E’ così con tutti ovvero ogni suo gesto è colmo di quella provocazione femminile e le sue parole piene di più o meno sfacciati e sfaccettati sottintesi. Provocare le è naturale come tante cose che entrano dentro nella pelle e si fanno come parte di te senza nemmeno lasciarti il tempo di accorgertene. Le è facile entrare in confidenza e giocare con senso di complicità e di intimità.
Avevo sentito delle chiacchiere nei suoi confronti ma io non sono tipo da dar retta alle chiacchiere e avevo sempre pensato che il suo era solo tanto fumo; fumo senza arrosto. Lei cura ancora molto la sua persona e anche il suo vestire che spesso sembra studiato ad attirare la curiosità maschile e soprattutto ad imbarazzare e provocare; a mostrare magari quanto più si può senza raggiungere la sconvenienza ma esaltando le sue grazie. Magari cose corte e/o attillate, bottoni che sono rimasti come casualmente slacciati, malizie tutte al femminile anche un po’ inadatte alla sua età, ma non è raro trovare nelle donne vanità simili. Lei è sempre al centro di ogni occasione così come in queste parole che girano su loro stesse. Pareva allora inoltre divertirsi particolarmente con me. Per dirla tutta spesso avevo avuto l’impressione che si spingesse anche un po’ oltre, ma alla sua allegria viene perdonato quasi tutto. Ne avevo parlato in varie occasioni, ora non più, con Vittoria, mia moglie, certo glissando su alcune cose o senza scendere troppo nei particolari; parlarne non mi sarebbe stato comunque facile, soprattutto con una donna e ancora di più con una moglie, ma i miei dubbi restavano. Non era insolito che le sentissi fare apprezzamenti pesanti, allusioni a prestazione e cose di questo genere, con quell’espressione soddisfatta in volto, quasi in una sfida. Ma perché parlare tanto, troppo, di lei quando nella realtà lei è sempre una che va direttamente al nocciolo delle cose, pronta a dire pane al pane, eccetera? Perché per lunghi tratti del nostro lavorare nella stessa sede lei mi è stata parecchie volte di vero imbarazzo e non solo se restavamo un attimo da soli. Come quando sembrava fantasticare proprio su di me o mi provocava chiedendomi “non vuoi vedere cosa ho indossato sotto? son certa ti piacerebbe.” o altre amenità simili come quando mi assicurava che lei era rossa naturale e mi chiedeva se non le credevo e se volevo controllare.
Non che fosse mai successo molto anzi nulla perché il suo sembrava restare un gioco e il suo divertimento non chiedere altro e non andare oltre. Infatti se si accorgeva che soffermavo troppo il mio sguardo dentro la sua scollatura o sulle sue gambe, invero un po’ massicce, o, che ne so? sulle natiche di quel suo sedere abbondante, non le sfuggivano certo le cose, o se nei miei occhi appariva, come diceva dopo lei, quell’interesse che sfiorava la libidine, lei non perdonava mai una virgola, prima ancora che completassi un gesto di allungare le mani o che ne so ma anche subito a ridosso delle sue più ardite provocazioni, lei scivolava via soddisfatta ridendo con quel suo singhiozzo cantilenante un po’ sguaiato canzonandomi dopo il suo solito “dimmi cosa mi faresti”?
Scappava; ed io restavo lì come un imbecille; questa è la sacrosanta assoluta verità. Un imbecille come un sedicenne e questo doveva divertirla molto. Mi son sempre chiesto se il mio atteggiamento partecipasse a quello che era lei, se in qualche modo collaboravo, magari inconsapevolmente, a quel suo gioco e se era quel rossore che riusciva a darmi a renderla così spavalda, persino sfacciata, perché le sue domande potevano diventare delle vere e proprie staffilate come quando mostrava curiosità indiscreta e spudorata delle mie intimità. Io non cerco casini perché di quelli ne ho già abbastanza ma mi sembra ancora che con gli altri non si spingesse a tanto, ma questa può essere solo una mia confortante considerazione. E’ per tutto questo e anche per quello che non ho ricordato di rammentare che sono restato di sasso ieri mattina quando le mie solite attenzioni su di lei, la scollatura era veramente generosa anche se il suo seno abbondante comincia a mostrare segni di cedevolezza, non hanno provocato la solita fuga. Tutto poteva rimanere in quell’atmosfera di eccitato solito cameratismo un po’ spinto invece… Me ne vergogno a raccontarlo perché io sono un uomo assolutamente discreto e del tutto diversamente da lei, ma tanta è stata la mia sorpresa quando è andata come al solito alla porta ma stavolta diversamente ha fatto girare la chiave nella toppa chiudendoci soli all’interno e stavolta non ha detto la solita frase lasciandomi allibito. Il suo sorriso era diverso ieri, in quel momento, era solo ammiccante e sembrava seriamente curiosa e dalle sue labbra è uscita come una promessa e una sfida stavolta una frase nuova il cui suono non le avevo mai sentito: “dimmi cosa mi farai!”. A dare ascolto le chiacchiere di prima avrebbe dovuto saperne una più del diavolo…

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Per lei, Luisa Centaro, Enrico Maria Giuseppe, Rico per gli amici, non era che un collega. Quello della scrivania accanto. Uomo un poco viscido. Di non grande affidamento. Distratto sul lavoro. Facile alle basse allusioni. In confidenza con le banalità e le volgarità. Aduso al pettegolezzo. Tutt’altro che ricercato nel vestire. Che si cambiava la camicia solo ogni tre giorni. Leggermente stempiato. Sposato. Infedele almeno a parole. Con la lingua sciolta e l’italiano incerto. Fumatore. Sette anni e solo colleghi. Un uomo che non avrebbe conosciuto se non avesse dovuto farlo per lavoro. E che preferiva conoscere il meno possibile.
Lei, Luisa Centaro, s’era sempre guardata bene dal concedergli troppa confidenza. Frenava quella che il collaboratore tendeva a prendersi. Lo stava controllando senza darsene a vedere. Era in realtà diffidente. Sulla difensiva. Sempre attenta. Non che gradisse questo essendo per di più un suo subalterno. Spesso preferiva tacere e ignorarlo. A volte persino fingere di non averlo sentito. Tanto non c’era molto da sentire. Non aveva mai grandi argomenti. Niente che lo interessasse. Niente tranne il calcio, naturalmente. Il calcio e anche per quello era della Juve. Eh no! troppo facile. Tipico di uno come lui. Sette anni e solo poco più che buongiorno. Lo aveva fatto penare per due prima di concedergli di darle del tu. Ed era sempre stata convinta di aver fatto bene.
E poi sempre pronto a accordare ragione. A contraddirsi pur di compiacere. In un mestiere non suo. Nemmeno capiva perché gli dovesse concedere quei pensieri. Avrebbe voluto chiedergli per cortesia di abbassare la radio. Aspettava che lui le passasse quelle fatture. Quanto tempo ci metteva? Si sentì osservata. Ebbe l’impressione, la netta sensazione, forse di avere una calza smagliata. Forse era solo un’idea. Poteva essere per quello. Cominciò in quel momento. Un semplice dubbio ma questo le si insinuò come un tarlo. Non riusciva più a stare ferma. Non era più lei. Era in ansia. A disagio sulla sedia. E’ sempre così. Solo chi lo prova più sapere. Cercava di pensare al lavoro ma tornava a pensare a quello. Si guardò le caviglie con noncuranza. Non era lì. Non potevano essere le scarpe. Le sentì persino quasi larghe. Quando una donna non si sente apposto poi è autorizzata a mettersi in testa qualsiasi cosa. Pronta a pensare al peggio.
Per lei, Luisa Centaro, essere sempre in ordine era una questione di principio. Ci metteva tutta la cura di cui era capace. Era importante quasi quanto il rispetto che aveva per sé. Era un tema etico. Faceva parte del suo profondo. Aveva un valore, perché no? molto vicino alla sua composta integrità di cui si faceva fiera. Presto, in quella stessa mattina, si sarebbe resa conto di quanto era vera questa ultima riflessione. Sulla sua pelle. Con la sua esperienza. Niente sarebbe stato ancora come prima. Nel momento non ci pensava. Sapeva solo che qualcosa non andava. Quella sensazione. E di poter essere guardata. E non sapeva come risolvere. Avrebbe dovuto essere adusa agli sguardi. Non certo a quelli. Non così… insistenti. Indagatori. Lui non era mai tenero. Non perdonava nulla. Godeva nel prendere gli altri in fallo. Se ne sentiva soddisfatto.
Pessima persona una persona come lui. Guardata. Fissata. Scrutata. E non guardata per essere ammirata. Non da una collega. Non con invidia. Possibile che Giulio (Giulio era suo marito), quella mattina, non si fosse reso conto di nulla? Lui sempre così attento alle sue cose. A lei. Se l’avesse notato certamente glielo avrebbe detto. Anche lui ci teneva. E voleva essere fiero di lei. Lo era. Non poteva altrimenti. Era reciproco. Forse non la guardava più come una volta. Si era lisciata la gonna davanti allo specchio. Come ogni mattina. Un gesto che ripeteva. Mandato a memoria. Studiato. Infondo un gesto di lusinga. A dire il vero una vera, piccola, provocazione. Le piaceva stuzzicarlo.
Si era controllata; non si era accorta di nulla. Probabilmente nemmeno lui; Giulio. Aveva sempre tanti pensieri, povero tesoro. Non che la trascurasse. E poi lei era troppo distratta dal nuovo colore dei capelli. Ci aveva pensato tanto. Tanto prima di decidersi. Quella mattina ne era proprio soddisfatta. Forse questo l’aveva distratta. Forse era successo in macchina. Guidando. O salendo. Doveva essere così. Erano nuove. Quando si ripeteva il suo nome in testa c’era ancora la magia dei primi giorni. Non era cambiato niente. Era ancora gentile e premuroso come da fidanzati. Se la coccolava anche con gl’occhi allo stesso modo. Anche lei se lo coccolava; anche in quel momento. In quel momento si accorse che avrebbe voluto averlo là. Che avrebbe desiderato la sua presenza. Si accorse, in quell’istante, di desiderarlo e inghiottì la saliva.
Pensando di sé giungeva alla conclusione che il suo unico desiderio non poteva che essere legato a Giulio. Era tutto per lei. Non c’era nient’altro. E ne era fiera. Era vanitosa il giusto. Civetta allo stesso modo. Si sentiva invidiata. Gradiva, come ogni donna, i complimenti e le lusinghe. Avrebbe ammesso d’essere bella. Ma quando si trattava di quello non c’era che il suo uomo. Come diceva il cantautore non c’era sesso senza amore. E lei lo amava di una passione che la bruciava in ogni momento. Con tutta la tenerezza di cui era capace. Di ogni istinto. Con nessuno avrebbe potuto dire quello che diceva a lui. Era anche per questo che erano marito e moglie. Una coppia affiatata.
Lentamente e con noncuranza si lisciò la calza. Poi anche la sinistra. Un gesto lento come quello che aveva fatto quel mattino con la gonna. Come quello che faceva ogni mattina davanti allo specchio mentre Giulio la guardava. A volte, lui, non poteva resistere al desiderio di lasciar scorrere la sua mano con un sorriso e un complimento. Lei aveva accompagnato il nailon fin dover finiva la calza; facendolo aderire perfettamente. Dalla caviglia in su. Lo aveva fatto con noncuranza. Distrattamente. Senza pensarci. Impulsivamente. Senza alcuna malizia. Senza trovare la benché minima traccia di smagliatura. Con il piacere che le restituiva sempre il contatto in quel gesto. Quel sottile brivido.
Poi, solo dopo, si era ricordata della presenza di Enrico Maria Giuseppe. Che lui l’aveva vista e la guardava. Che Rico non aveva che occhi su di lei. E doveva averla veduta per bene. E con comodo. Stupida. Nemmeno respirava tanta era la sua attenzione. E in quegl’occhi aveva nuova e più precisa ammirazione e un Però! E aveva quell’espressione lasciva e impudica che gli aveva a volte visto sottolineare nei confronti anche di altre e che lei odiava in quell’uomo. Capì anche che seppure lei non aveva messo malizia lui era capace di metterla di suo. Che stava fantasticando. Che i pensieri che le avrebbe dedicato sarebbero stati tutt’altro che rispettosi. Così come capì che ormai lo sbaglio l’aveva fatto. E poi se doveva guardare che guardasse pure. Non ci poteva fare nulla e non le importava di più; infondo aveva belle gambe che non si potevano che ammirare.
Se l’era sentita quando si era alzata. Lei se le sentiva le cose. Era nervosa. Un niente. Le succedeva spesso. Quel nervosismo. Sempre poi la giornata si dipanava malamente. Non se lo toglieva più. Era un segnale. Anche se lei non sempre lo riusciva a cogliere. A decifrare. Una sensazione. Un sintomo. Persino Giulio, a volte, faceva fatica a distoglierla. A restituirla al sorriso. Eppure lui era così brava. Se non era nulla riusciva a rimetterla facilmente di buon’umore. Cercò di tornare sul lavoro. Con determinazione. Lo voleva. Fermamente. Con tutte le sue forze. Lo sguardo che le pesava dosso. Aprì la pratica della Oregli S.p.A. e vi ci concentrò. Per meglio dire cercò di concentrarvisi sopra. Nulla da fare. Non c’era verso. Aveva la consapevolezza che qualcosa non andava. Ne aveva raggiunto la certezza. Di non essere in ordine. Ma cosa?
Se lo ripeté in testa, senza afferrarne il motivo: Luisa Centaro in Vestivi. Le piaceva dirselo. Le era di conforto. Le aggiungeva sicurezza quando le veniva a mancare. Giunse a quella che non poteva che essere la conclusione: erano quelle calze. Forse solo una questione di riflessione. Forse erano state tessute diversamente. O forse proprio di filo cioè si trattava di un errore. Era possibile che appartenessero a due paia differenti. Erano nuove. Le aveva pagate per belle. Anche qualcosa di più. Com’era possibile? Eppure… la destra aveva una sfumatura, un niente, ma era più scura della sinistra. E un po’ più tendente al giallo. Fugato ogni residuo dubbio. Non poteva essere che quella la causa. Poco importava com’era successo.
Anche la notte non la aveva trascorsa al meglio. Forse un sogno non proprio bello. Non riusciva però a ricordarlo. Ripose la cucitrice nel cassetto. Inserì l’aliquota nella cella e ne riscontrò sul monitor la rispondenza. Non restava nient’altro da fare che andare a toglierle. A sistemarsi in bagno. Avrebbe dovuto attraversare la stanza. Passargli davanti. Sottoporsi al suo giudizio. Al giudizio dei suoi occhi. In quel silenzio. Pensò di usare la scusa del caffè. Era fin troppo presto. Decise che non avrebbe proferito parola. Non poteva arrendersi per così poco. E poi… non ci sarebbe riuscita. Forse la gonna che aveva messo era fin troppo stretta. Amava quella gonna. Ne aveva molte così. Attillate. Con quel leggero spacco. Pensava che una donna deve comunque apparire donna. Avrebbe pagato qualcosa per non doverlo fare; in quel momento. Si decise e lo fece.
Afferrò la decisione con tutta sé stessa. Si alzò. Si equilibrò sui tacchi. Sistemò la gonna e si avviò scodinzolando. A volte i tacchi, e le gonne strette, non sono la cosa più comoda. Non ti aiutano ad essere disinvolta. Si rese conto che lo stava facendo mentre lo stava facendo. Non di proposito ma si sentiva rigida. Forse leggermente tesa. Imbarazzata. Forse era quello ma ancheggiava in un modo un po’ più evidente. E sentiva i suoi occhi e li soffriva. Se lo era aspettata e questo non cambiava nulla. Pensò che lui avrebbe pensato guardandoglielo in altri termini. Che la stava ammirando nel mentre pensava che era veramente affascinante quel suo modo di sculettare. Ma lei non lo faceva di proposito. Non lo faceva per lui. Seppure cercasse di controllarsi. Di controllare ogni passo. Ogni suo gesto. Ma forse era solo nella sua testa.
Non era nella sua testa la cupidigia che leggeva velargli lo sguardo. In quel momento lui era, in un attimo unico, tutto insieme, quello che lei odiava in quell’uomo; in certi uomini. E quegli occhi la seguirono attenti finché non fu uscita. Ebbe la sensazione di sentirseli dietro anche dopo; per le scale. Non riusciva a toglierseli di torno. Ne era ossessionata. Rischiò di cadere. Aspirò profondamente. Se ne gonfiò il petto. Incontrò il ragioniere Palmieri. Cortese come sempre. Un poco untuoso. Si sistemò una ciocca. Rilassò in respiro. Non ne aveva bisogno. Non le mancava certo nemmeno quello. Non per pavoneggiarsene. E non l’avrebbe certo fatto con lui. Con quell’omettino.
Lo salutò nervosamente. Sempre in giro quello. Invece di starsene in ufficio. Poi si fermava a fare straordinari. La verità era che, anche per quella moglie, non gli bastavano mai. Era tipo che non si stancava mai di compiangersi. Poteva rinunciare a prendersi quella macchina. Poi si lagnava che non trovava parcheggio. Le camicie si potevano prendere anche in un negozio diverso da Lord Cluny. Tanto su lui erano tempo sprecato. Erano lo stesso che straccetti. Lei ne aveva viste di belle anche da Margara. Ci sono molti modi per farli bastare. E poi che colpa ne avevano gli altri? E poi, in quel momento, non aveva voglia di incontrare nessuno; di vedere nessuno. Avesse potuto avrebbe finto di non vederlo. Tirò diritta alzando il naso. Proseguì. Come se avvertisse un odore sgradevole. Anche se quel comportarsi non le era certo frequente. Non si dava arie. Era il momento.
Si tirò la porta dietro le spalle. Sola cercò di ritrovare un po’ di calma. Allo specchio si vide persino in disordine il viso. Non era così. Poteva ben dirlo Enrico Maria Giuseppe, e lo diceva, che Giulio era stato fortunato. Fortunato ad incontrare una come lei. Sfilò quelle maledette calze. Autoreggenti. Soldi proprio buttati. Uno spreco. Un brutto spreco. Non tanto per i soldi, quelli non sono tutto, a quelli si trova sempre rimedio, ma per quelle ore. Per quell’angoscia. Chi l’avrebbe ripagata? Ma si sarebbe fatta sentire. Prese le calze con rabbia e le arrotolò. Con dispetto le gettò nel cestino. Gettò così l’occasione di andare a protestare. Era fuori di sé. Era troppo arrabbiata.
Al diavolo anche quella commessa. Con quel biondo così volgare. E quella bocca larga. Sembrava rattrappita in una smorfia. Doveva aspettarselo. Una donna così non può che portare accidenti. Non dovrebbe lavorare in un negozio. Ci sono talmente tanti lavori che si possono fare senza il contatto con il pubblico. Doveva avere una storia con il padrone. Nessuno poteva toglierlo dalla testa. Non ci si mette in casa una così se non c’è qualcosa sotto. Se le fosse capitata sotto le unghie… Non le capiva le donne come quella; ma era certo che ce n’erano. Non era l’unica e ce n’erano molte. Molte che non ci pensano due volte. Che si fanno strada in quel modo. Senza curarsi delle chiacchiere. Di ferire. Dei sentimenti. Delle mogli che sono a casa. Ne di qualt’altro. E magari anche ne sparlano. Le trovava… disgustose. Era certamente così. Ma anche lui, mettere una con quella faccia al reparto lingerie.
Se la fosse tenuta in casa nessuno avrebbe potuto ridirci niente. Si rimise nelle scarpe; risollevata. Paga della sua decisione. Finalmente tranquillizzata. Dato che era là… è l’occasione che fa l’uomo ladro (nel caso specifico la donna). Sempre la tensione tendeva a stimolarla. Stava già quasi uscendo quando ne provò il bisogno impellente e tornò indietro. Si sedette nella tazza e la fece. Pensò tra sé a cosa avrebbe potuto preparare per cena. Alla prima cosa. Distrattamente. Avrebbe fatto una pazzia. Pur di non pensarci…
Gl’occhi, la gonna sollevata al bisogno, le caddero inavvertitamente sulle ginocchia. Ne restò stupefatta. Scorsero lungo tutta la pelle. Non era cambiato molto. Aveva messo quelle? L’unica cosa era l’assenza delle calze. Di quelle calze velate, leggermente scure e con la riga dietro. Le sue gambe lisce e nude. La pelle lucida. Ma… la destra aveva ancora una sfumatura, un niente, ma era più chiara della sinistra. Non dipendeva dalle calze. Non dipendeva che da lei. Era tutto così ridicolo e inverosimile. Forse non contava ma aveva fatto trentasei anni a giugno. Si! forse non centrava con il suo umore. Con il resto. Forse sarebbe stato lo stesso. Non si è obbligati a cambiare con l’età. E poi, un po’ vanitosa lo era. Lo era sempre stata. Niente di più. Niente di troppo.
Glielo diceva sempre il suo Giulio. Povero piccolo, lui, Giulio, era sempre così premuroso; così attento. Non faceva che ripeterglielo. Con quella sua mania per l’abbronzatura. Lui la sorvegliava. Si preoccupava che non si scottasse. Era caro. Carinissimo. Lei aveva una pelle che tendeva ad ombrarsi ma difficilmente si scottava. Lui non lo ricordava mai. E poi lei aveva cura di sé. Però avrebbe fatto bene ad ascoltarlo. O se non proprio ad ascoltarlo, perché a lungo andare rischiava di diventare noioso, a mettere un po’ più di attenzione.
Forse era facile a distrarsi. Il dramma doveva essere che, con tutta probabilità, era stata un po’ troppo esposta girata per la sua parte. E il sole non perdona. Ma l’aveva fatto per parlare con lui. E poi… questione di minuti. Doveva essere stato proprio in quei momenti. Certo che poteva dipendere anche dalla crema. Forse ne aveva messa un po’ di più sull’altra gamba. Forse lui, Giulio, non vi aveva messo abbastanza attenzione. Gliela poteva aver spalmata male. Ora, se possibile, era anche più evidente. Le calze un po’ confondevano. Senza era anche peggio. Avrebbe voluto restare lì seduta per sempre. Pigramente. Nascondersi dal resto del mondo.
Forse era stato mentre leggeva. Non si dovrebbe mai leggere mentre si prende il sole. Si rischia di addormentarsi. Si sollevò per guardarsi tutte le gambe. Si risistemò le mutandine. Già! aveva messo quelle? Teneva sollevata completamente la gonna. Certo che aveva veramente un bel paio di gambe. Non era quello il momento; accidenti. Non le restò nessun residuo di dubbio. Era così. Una era più abbronzata dell’altra. Si sarebbe anche non potuto notare. Uno distratto avrebbe potuto non accorgersene. Una donna no. Le colleghe certamente no. Quelle arpie. Invidiose. Sempre pronte. Nemmeno Lui, Enrico, che non gli toglieva mai gl’occhi di dosso. Con quel modo in cui la fissava. Peggio di una donna. Se ne sarebbe avveduto subito; se già non l’aveva fatto. Non si poteva presentare in quel modo. Pensò di chiamare Giulio al cellulare. Di chiedere aiuto a lui. E se non lo avesse trovato? Se l’avesse scordato, capitava anche spesso, a casa?
Cosa avrebbe potuto dire o fargli il suo tesorino? Pensò che avrebbe potuto chiedergli la cortesia di allungarle un paio di pantaloni. Magari quelli di seta verde. Stavano bene con i suoi occhi. No! non andavano con la maglia. Meglio quelli grigi. Decisamente meglio i grigi. Non poteva certo aspettarlo lì. Riceverlo in bagno. Comunque sarebbe dovuta uscire. Almeno il tempo perché lui facesse la strada. Era un uomo sempre senza fretta. Così maledettamente calmo e paziente. Non sempre è un pregio. A volte ci si deve sbrigare al momento; su due piedi. Non c’è tempo per riflettere. Poi, forse, non l’avrebbe trovata una ragione sufficiente perché lei lo disturbasse. Chissà se la capiva.
Per lui niente era abbastanza importante per il lavoro. Odiava esserne disturbato. Ma una emergenza è sempre una emergenza. Avrebbe brontolato, forse, ma bene o male, presto o tardi, sarebbe certamente arrivato. Lo amava dal profondo del cuore. Credeva di meritarselo. Naturalmente il cellulare era rimasto con la borsetta in ufficio. Comunque doveva andarlo a prendere. Era una mattina cominciata male e difficilmente sarebbe proseguita meglio. Ormai il danno era fatto. Quando le prendeva l’inquietudine poi faticava a non portarsela fino a letto. Possibile che fosse stata così sciocca. Così sventata. Proprio lei. Eppure…
Tirò l’acqua e tossì. Qualcuno stava arrivando. Non era più scura solo davanti. E poi nemmeno in modo uniforme. Si girò su sé stessa per controllarsi con la massima cura. Lentamente. Attentamente. Erano veramente perfette. Avrebbe finito per stropicciarla tutta quella povera gonna. Chiusa un quello spazio angusto del bagno. Accese incredula la luce. Stupida. Proprio stupida. Unicamente e immensamente stupida. Come aveva potuto… come… non pensarci. Era la luce. Il riflesso della luce. Da quella finestra. Ora che s’era girata era l’altra. Tutto quel baccano per niente. Tanta paura per una cosa così… così… priva di importanza. Aveva pensato a tutto. Meno la cosa più ovvia. Quella luce di sole rannuvolato che arrivava di striscio; anche sotto la scrivania. L’avrebbe spostata. Ormai era decisa. Non voleva ammettere di fare una figura del genere. La cosa non si sarebbe comunque ripetuta. Passane per stupida non le aggradava. Chissà se se lo sarebbe mai perdonato. Ne avrebbe riso con Giulio. Certo ne avrebbero riso; assieme. Forse non avrebbe trovato il coraggio di confessarglielo.
Tornò a girarsi e rise di sé. Ora le sembrava tutto come un esile capriccio di bambina. Una bolla di sapone. A pensarci era niente ma dopo è sempre semplice.
Fu proprio in quel preciso momento che la porta si aprì e se lo trovò davanti. Enrico. Nel bagno delle donne. Deciso a rimanere. L’aveva seguita. Aveva lasciato un po’ di tempo e l’aveva seguita. Con tutta la sua insolenza. Armato di tutta la sua faccia tosta. Restò stupefatta. Senza fiato; per la sorpresa. Senza fiato e con la gonna ancora completamente sollevata. Trattenuta tra le dita. Come se volesse mostrare a lui il senso di tutta la sua stupidità. Allo stesso modo che volesse semplicemente farsi ammirare. O chiedergli attenzione. Inebetita. Confusa. Paralizzata. In quel gesto. Come se volesse invitarlo a restare.
Fu proprio in quel momento che si rese conto che nella fretta della confusione s’era scordata di chiudere con la chiave. E ora era lui. Con quel sorriso ineffabile e senza chiedere alcun permesso. Lì, di persona. Ritto davanti a lei. Orgoglioso di sé. Soddisfatto. Impudico in ogni sguardo. Col suo silenzio pesante e cialtrone. Inatteso e indesiderato ma lì. Sicuro di sé. Equivocando. Pronto ad approfittare della situazione. Probabilmente convinto d’essere atteso. Probabilmente sicuro d’essere stato oggetto di provocazione; invitato. Cosa poteva pensare in quel momento la sua testa bacata solo lui lo poteva sapere. Il suo fiato sapeva di sigaretta. La sua pelle di tabacco e sudore. A lei non era rimasto che un sorriso fisso e disarmato. Negl’occhi una supplica inascoltata. Un buco allo stomaco. La voglia di fuggire. Un senso di rassegnazione.
Le sue mani cercarono lei e non si diedero nemmeno la pena di girare la chiave nella toppa. Ne la briga di null’altro che lei. E se fosse arrivato qualcuno? Qualcun altro? Sarebbe stata lei. Lei sulla bocca. Piena di vergogna. Al solo pensiero. Come spiegarlo? Quasi da nascondersi per sempre. Non sarebbe mai riuscita a pensarlo. Non fosse che stava capitando proprio a lei. Aveva dovuto provvedere da sé. Nella difficoltà. Nell’impaccio del momento. Piena comunque di quella vergogna. Cercando di farla girare piano, quella chiave. Quasi se il minimo rumore suonasse troppo e fosse di insulto. Li rendesse peggiori. Ne facessi più rei. Suonasse maggiormente a condanna. C’era di peggio?
In quel momento stava ripetendosi le uniche parole che erano uscite dalla sua bocca; le sue volgarità: “L’ho sempre saputo. Bella porcona.” Con quel tono sfacciato. Cercandone gl’occhi con gli occhi. Inchiodandole lo sguardo dentro gl’occhi. Cafone. Emancipato. Risoluto e determinato. In quel posto squallido. Scomodo. Il più scomodo. L’ultimo a cui verrebbe da pensare. Il meno adatto. Senza poesia. Senza nemmeno l’illusione di un sogno. Afferrando con le narici quell’odore. E quello del disinfettante. Il senso dell’inevitabile. Il senso di sporco. Le piastrelle fredde. Sudice.
La sua foga le era costata anche il prezzo delle mutandine. Come per le calze. Ora si sentiva a disagio senza. Non era stato come avrebbe potuto credere. Nemmeno dopo era come si sarebbe aspettata. Aveva sperato che almeno finisse presto. Certo che lo aveva sperato. Naturalmente. Anche per quell’ultimo rispetto per sé. Per lui. E’ normale. Così era stato. Aveva fatto in fretta. Fin troppo. In un baleno. Si! era durato tutto solo un attimo. Poco più. Senza delicatezza. Renza riguardi. Senza curarsi per lei. Senza preoccuparsi di lei. Aveva badato solo al proprio piacere. Come se lei fosse una cosa. Come se lei fosse uno straccio. Come gli fosse dovuto. Come gli fosse permesso. Senza nessun’altra parola.
E non era nemmeno granché. Ne ci sapeva particolarmente fare. Oltre le parole era poca cosa. Boria, vanto e poco più. Poca cosa e di poca consistenza; in aggiunta. Niente che potesse tornare a spingerla verso di lui. Proprio niente. Ma nel preciso istante era entrato nel suo destino. Era diventato la sua condanna. Per quanto ancora avrebbe dovuto pagare il suo sbaglio? Di questo non avrebbe potuto riderne con Giulio.
Tutto per un semplice paio di calze anche se autoreggenti. Anzi tutto per il suo piccolo vezzo di avere sempre la pelle curata e mai pallida. Più precisamente per uno strano riflesso del sole in una strana giornata. C’era da andarne pazza.¹


1] scritto l’ 11.11.1994

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luna, castello, uccello e personaggiGregorio era addetto alla corrispondenza. Come ogni mattino prese a girare di ufficio in ufficio lasciando rapido le buste nelle vaschette di plastica delle scrivanie.
Un rapido: “Scusate” – seguito da un altrettanto rapido – “…giorno“.
Poi chiudeva silenziosamente e con cura la porta dietro sé per andare a bussare educatamente alla successiva. Lungo il corridoio si permetteva di fischiettare un motivo sottovoce. Quel motivo che, come ogni mattina, l’aveva accolto al suo svegliarsi. Ogni giorno diverso. Fischiettava, anzi sibilava.
Faceva quel lavoro con serena gioia e questo negava alla ripetitività del gesto qualsiasi appesantimento, stanchezza. Tutti avevano simpatia per quel ragazzo rubizzo e lui cercava di essere gentile con tutti; sempre pronto a fornire piccoli servizi extra. Mai invadente.
A molti, con la posta, lasciava il giornale. Verso qualcuno, nei cui confronti sentiva maggior confidenza, lanciava un appena ardito “Il tempo sembra mettersi al meglio“. Oppure (al caso) un: “Speriamo che il tempo si mantenga“. Ricordava sempre i titoli e sapeva chi si compiaceva nel sentire nella sua voce quel “dottore” assumere un tono più alto e rispettoso o una maggior enfasi. Non si dimenticava mai di festeggiare i rientri dalle ferie con un sorridente: “Ben tornato“.
In men che non si dica si era guadagnato il permesso di prendere il caffè alle 10,30 dalla macchina posta in ufficio progetti. Questo certo perché sul suo lavoro, sebbene semplice, egli metteva la massima cura e attenzione.
Ma quel mattino si sentiva, se era possibile, più allegro del solito. Aveva fatto l’usuale colazione abbondante e seppure una leggera stanchezza affiorasse si sentiva leggero. Il canto che il risveglio gli aveva legato alle labbra era pur esso allegro, un allegro motivo della pubblicità. La sera prima si era recato con Irma, per la prima volta, a teatro.
Tutto gli era sembrato bello, lassù, dal loggione. Le luci, il tramestio prima dell’inizio e il chiacchierio in platea; e lo stesso riconoscere laggiù, eleganti, i suoi, per così dire, se poteva permettersi, colleghi. Aveva provato un leggero senso di correità e familiarizzazione. Aveva abbracciato teneramente la sua ragazza e aveva seguito con attenzione tutto lo spettacolo tenendole la mano. Forse quella era la felicità.
Certo il suo gesto era solo più febbrile (quel mattino) e così cercava più spesso l’orologio. Poi si ricomponeva ed entrava nella stanza successiva. Ma quando entrò nell’ufficio economato dai frammenti ebbe modo di accorgersi che stavano parlando della commedia vista la sera prima. Si attardò solo un attimo sulla soglia per ricostruire almeno un brandello di quel colloquio. O forse per non interromperlo. Ma quel che bastava per rimanere sorpreso che il dottor De Santi si fosse distratto – come lo stesso diceva – e si fosse lasciato sfuggire quel particolare eppure importante. Gli sembrava enorme. Gli sembrava quasi non avesse capito …anzi; certo. Ma poi quella era una sottigliezza che forse solo in una mente allenata con cura (come si dice: un palato fine) o una attenzione massima come la sua, cioè come quella richiesta a chi si reca per la prima volta ad uno spettacolo simile (e ne è disponibile senza superficiale arroganza), poteva trovare. Eppure il dottor De Santi gli era sempre sembrato persona così affabile e (per questo) sensibile; affidabile.
Avrebbe voluto, anzi, egli stesso chiedergli delle spiegazioni, ma certo non era il caso di intromettersi, di lasciar affiorare tanta arroganza; di permettersi.
Prese le lettere che ancora gli rimanevano e uscì, ma nell’uscire si lasciò scappare un sorriso e un: “Proprio una bella commedia“.
Nel chiudere la porta dietro sé ebbe il tempo di vedere come tutti gl’occhi presenti nella stanza, come in un gesto solo, si fossero mossi nella sua direzione.¹


1] scritto il 14.04.1991

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Che importa se era maggio. Magari dopo ci si scherza, e ci si fa anche qualche risata. Se ne parla prendendo il caffè. Ci si lascia immergere in quella specie di spirito competitivo. Avevo dato retta a Barbara, e a Maria Concetta, e a Tiziana, e a Immacolata, e alle altre; dovevo vederlo da me. Era tutto vero: aveva un pene di notevoli dimensioni. Detta così fa un po’ ridere. Mi sembra di parlare con i guanti. Con rigoroso distacco. E’ forse per questa causa che qualcuno dice che me la tiro, e che mostro un po’ di imperturbabile superbia. Non è nelle mie intenzioni. E’ solo che provo una sorta di riguardo; di doverosa ritrosia a parlare di queste cose. Ho sempre odiato la volgarità. Insomma non ne sono abituata e non so come parlarne. Come dirlo. Insomma… ce l’aveva enorme.
Lo so che c’è una vasta letteratura scientifica che dice che le misure non contano, per quello. Che la donna si adatta. Che il piacere non è dipendente da quello. E tutte quelle cose lì. So cosa sono le emozioni. Sono stata anch’io innamorata, e non una volta. Non sono nemmeno di quelle che non riescono a tenersi su le mutandine; tutt’altro. E non potevo nemmeno certo parlarne con Italo e lui non mi poteva aiutare in nessun modo. Mi restava un sospetto e comunque la curiosità, e si sa come siamo noi donne. Quando ci mettiamo in testa una cosa non c’è verso. Non c’è verso che ce la togliamo. Gira e rigira è sempre là. Magari cerchiamo di esserlo; razionali. Facciano tutti i nostri buoni propositi, ma la curiosità è la curiosità. Finisce sempre che diventa una fissazione; che te la devi togliere, la curiosità. Lo so che non c’è un modo meno aderente alla realtà per spiegare il mio processo mentale ma questa è la lingua che abbiamo.
Di lavorare lui non ne aveva troppa voglia. Lo vedevi gironzolare tra le stanze guardare di fuori la finestra dondolando la testa come se cercasse idee che gli sfuggivano. Non gli si poteva affidare il minimo compito e dietro qualcuno sotto sotto mugugnava. Per lo più era davanti alla macchinetta del caffè. Eravamo state noi donne, cioè le mie colleghe “più esperte”, a crearne il mito. Forse per la parte maschile dell’ufficio c’era solo una sorta di invidia e, per qualcuno, di riscatto. Ma prima di quell’invito sembrava quasi non si fosse nemmeno accorto di me. O almeno non in modo particolare. Certo aveva fatto degli apprezzamenti, lui era così, ma tutto s’era fermato lì.
Sai che sei proprio una gran bella manza”?
E qualche volta erano persino più pesanti in coerenza al personaggio.
Sai cosa ti farei”?
Un paio di pacche dietro. Qualche palpeggiata di passaggio.
Ti spiegherei io cos’è un uomo”.
Io stavo al gioco scostandomi e redarguendolo ma senza respingerlo veramente, con quell’arte tipica di noi donne con cui riusciamo a dire un “ma come”… e persino uno “stronzo”! con una gratitudine spudoratamente manifesta. Insomma, alla fine, le frasi restavano senza un vero seguito. Non si era informato e quelli, gli apprezzamenti, non li lesinava per nessuna, ma non si era mai spinto oltre e il tempo passava. Cominciavo a dubitare delle mie qualità. E certo non poteva, una signora come me, nella mia condizione, fare la prima mossa e prendere una simile iniziativa. Non sarebbe stato decoroso e non avrei saputo come fare. Sono sempre stata abituata ad essere corteggiata. Io non l’avevo certo incoraggiato, almeno non troppo, non così sfacciatamente come aveva fatto Rachele. Mi ero solo limitata a non tenerlo troppo distante, a non riprenderlo con un’aria, come dire? definitiva. Tutto qui. Non mi restava che attendere e sperare.
A dirla così ad uno estraneo verrebbe da chiedere cosa aspettassi di più. In realtà quando allungava le mani erano mani pesanti le sue. Apprezzava con vigore e con commenti e senza alcun riguardo. Se ne riempiva il palmo e stringeva fino a rubare un urlo di dolore. E poi rideva soddisfatto. Ma tutte le tette dell’ufficio le trattava allo stesso modo. Nessuna differenza. Anche se nemmeno l’ingegnere si poteva permettere di spingersi a tanto, con me. Era come controllasse una merce di sua esclusiva proprietà. Le strizzava con vigore. Niente per cui potessi sperare che era il mio turno. Alla fine sembrava non avere la minima fretta. Eppure non c’era collega che non avesse un occhio particolare, di riguardo, con me. Ormai sospettavo di non essere il suo tipo. Mi sembrava strano.
Poi era stato come per una decisione improvvisa. Il quindici o il sedici. Più il quindici. Io non credo ai numeri. Forse solo ai miei. E sono sempre stata persuasa di avere degli ottimi numeri. Delle “referenze” convincenti. Tornai ad essere orgogliosa di quello che ero. Non aveva abbozzato nessun pretesto: “Si esce assieme dopo il lavoro”? Niente. Che so… una cena. Una cosa così. Una spudorata bugia. Un assolutamente inverosimile motivo di lavoro. Insomma qualsiasi cosa per salvare la forma. Si era limitato a quella domanda, ma la sua era una affermazione, senza curarsi se altri lo sentivano. Non potevo nemmeno cercare un argomento per farlo insistere. Non potevo che limitarmi ad uno spudorato sì o ad un impossibile no. Avevo ormai già deciso di accettare, ma mi risparmiò la fatica perché nemmeno si aspettava la risposta, mi comunicò solo che saremmo andati con la sua. Io sapevo che Giordano non me l’avrebbe mai perdonato: erano mesi che mi faceva il filo ed io niente; forse non era nemmeno giusto, ma era troppa quella curiosità. E con Giordano eravamo solo dei cordiali amici anche se la macchina di Giordano è decisamente più comoda.
Non mi lasciò molto tempo per essere curiosa di nient’altro. Lui non chiese ne io ebbi il tempo di chiedere. Partì immediatamente e guidò tranquillamente fino ad uno spiazzo erboso, e fuori c’era quella luce che si appanna quando ancora è appena troppo presto perché si comincino ad allungare le ombre e si possa parlare di sera. Un po’ di timore lo avevo. Anche che qualcuno potesse notare la macchina, ci potesse vedere. Ma ancora non potevo crederci. E solo una siepe ci discostava dalla strada e sentivamo passare le macchine. Non ero mai andata in un posto come quello. Non per fare quello che temevo avesse intenzione di fare. Non almeno in un ora come quella, appena finito il lavoro; prima che fosse completamente buio. Invece lui non ci aveva pensato un attimo né aveva sentito il dovere della minima delicatezza. Semplicemente aveva spento il motore e lo aveva estratto. Io, in qualche modo, avevo cercato di mostrarmi sorpresa e anche indignata. Avevo cominciato a prepararmi ad abbozzare quel minimo di doverosa resistenza. Qualcosa come un “Che fai?” che mi era morto in gola e mi aveva tolto la possibilità di qualsiasi altra parola. Non aveva per nulla mutato la sua aria sfacciata: “Non era di questo che eri curiosa”?
Lo guardavo e lo guardavo lì con gli occhi sgranati e le labbra spalancate dalla meraviglia mentre mi sembrava di soffocare. Credo che mi sfuggì unicamente un “Non dovrei”. Era veramente come me l’avevano descritto. Lui ne era consapevole e per il resto non avevo certo raccolto giudizi lusinghieri sul suo conto. Ne avevo visti ma come quello, senza esagerare, giuro, nessuno. Non che quello di Italo… che con Italo ci ho anche fatto un figlio, e anche bello grosso, Tommaso Alberto Maria, quasi quattro chili e due, e quasi altri due, e non mi ha mai fatto mancare niente, non so se mi spiego, ma al confronto di quello che stavo guardando sarebbe parso come quello d’un neonato. Un bruco e un anaconda. Chiesi scusa a Italo per il pensiero irriguardoso che avevo trovato verso lui nel confronto; non era certo colpa del mio compagno; per altri sarebbe stato ancora più impietoso. Credo che fosse in grado di leggermi quei pensieri dentro gli occhi e non lo volevo. Li abbassai e mi resi conto che ero soggiogata. Aspettavo che quell’uomo mi dicesse cosa voleva e cosa dovevo fare. Forse cosa volevo. Lo fece: “Datti da fare. Non possiamo starcene qui in eterno”.
Pensai solo per pochi attimi che era una situazione squallida. Ancora che ci avrebbero potuti vedere. Pensai persino di scappare ma non riuscivo a sollevare lo sguardo. Con un senso assurdo di vergogna e di colpa. Scioccamente pensai di fare in fretta. Non ero più in grado di mentire nemmeno a me. Era lì che volevo essere. Era quello che avevo cercato e voluto. Anche se non così. Dissi la prima cosa mentre mi lasciava alle prime confidenze: “Sei sicuro che non ci vengano i guardoni”?
Gliene fregava assai di quelli: “Sai cosa sei”?
Sì! lo so.” –e lo dissi da me. Poi pensai che forse lo avevo privato di una sua soddisfazione, che gli spettava; ma avevo provato piacere in quell’insultarmi. Un piacere che non conoscevo, e, in verità, era quello che volevo essere e sentirmi. Non solo non feci nulla per smentire quell’immagine di viziosa, ma cercai in tutto di confermarla e di sondare il piacere di abbandonarmi e lasciarmi completamente andare. Il difficile viene sempre prima; e all’inizio. Non c’era più tempo per fare la ritrosa. Tornai a pensarci e già mi lasciavo sfuggire un sospiro. Ad un certo punto mi ha anche preso per i capelli senza riguardi e di riguardi non ne trovò mai alcuno. Aveva mani enormi e occhi che restavano sempre distratti. Il naso grosso e le orecchie larghe. Si trascinava spesso il dorso della mano sul naso. I denti erano radi e scomposti, e non riuscivano a trattenere la saliva sulle esse e su altre sillabe sibilanti. Non era nemmeno troppo pulito. Certo non era ricco. Se ne raccontano delle belle su come aveva comprato quella macchina e sulla generosità delle donne. Non possedeva nessun altro pregio e bellezza.
Non era certo un raffinato. Non era certo la signorilità che mi potevo aspettare, e forse mi dava proprio quello che avevo cercato. Non è certo da uno come lui che si spera discorsi colti e in punta di forchetta. Persino il suo italiano era alquanto stentato. Era distaccato, tanto che avevo l’impressione quasi che si stesse annoiando. Certo che mi invitava “fai così e fai cosà” e che insisteva, ma sempre senza apparente partecipazione, quasi senza emotività. La cosa che sapeva fare meglio era di lasciar fare. Ma voleva anche vedere. Mi scostava i capelli quando mi scivolavano sugli occhi. Ad un certo punto credetti di soffocare mentre una lacrima si gonfiava e mi bagnava le ciglia inondandole. Questo Floran nascondeva tra i calzoni una vera meraviglia; un tesoro inenarrabile. Era uno straordinario e incontentabile porco, e manteneva tutte le sue promesse. Non so quante volte pensai e sospirai: “Dio! Dio! Diomio! Diobono”!
Avevo ragionato ad una cosa fatta in fretta, insomma ad una sveltina. Anche perché per farlo in macchina cominciavo ad essere un po’ adulta e non è il posto più comodo e che gradisco di più. Io credo di essere una donna seria e come si deve ma se faccio una cosa preferisco farla come si deve. Era semplicemente un’occasione e perché non mi era ancora mai successo al primo incontro; anche se me lo sarei dovuta aspettare. Se ci avevo fugacemente pensato avrei pensato ad un albergo, a casa sua, presso qualche amico compiacente, ad un qualche letto in un qualche posto. A saperlo avrei atteso una trasferta di Italo; un’altra occasione. Comunque lui aveva continuato con i suoi complimenti. Non aveva smesso nemmeno per un momento. Commentava tutto di quelle sue parole. Credo di non aver sentito mai tante oscenità in vita mia. In compenso io non volevo farmi vedere una provinciale; non da lui. Non volevo essere da meno. Credo di non averne sentite tante nemmeno uscire dalla mia bocca. Che credevo nemmeno di conoscerle, tutte quelle volgarità.
Invece ero proprio io a dirle. Ma mica sono cose che si vanno a raccontare. Che a ragionarci non è che mi dispiacesse. Volevo essere una cosa speciale, per lui. E pensare che Italo è così gentile. Ma forse era proprio quello che cercavo lì; da lui. Quando l’ho visto, madonna, credevo che non ci sarei riuscita. Invece mi sono tolta tutte quelle mie curiosità. Lo ammetto. Arrossisco, ma lo ammetto. E non trovo nulla di cui pentirmi. Mi sarei data della stupida se invece mi fossi comportata diversamente. Dopo mi ritrovai completamente e meravigliosamente indolenzita. Non ne avrei più potuto fare a meno di quell’esperienza, anche se almeno per qualche giorno avrei dovuto tenermi a riposo. E qualcosa dovevo pure inventarmi; per lui. Prima ancora di potermelo chiedere mi ricordai che anche per le altre era stato così. L’ufficio ne aveva sofferto e risentito, ma le storie poi, alla fine, sono un po’ tutte uguali. E avevamo dovuto pazientare per un resoconto completo che al momento, stupida, m’era sempre sembrato esagerato.
Fu allora che fece la cosa che mi sconvolse di più: senza nemmeno darsi il tempo e la briga di tirare su la lampo scoppiò in un pianto dirotto.

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