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Posts Tagged ‘colonna sonora’

Quella che facciamo in questa sede è un po’ un’operazione all’incontrario. Nei primi anni ’70 anche la nostra musica smette di essere semplicemente una riproposizione di brani stranieri (spesso malamente tradotti ed altrettanto banalmente eseguiti) e arriva, in alcuni casi, ad avere un respiro europeo. Dall’Europa trae linfa e riesce a trovare una propria autonomia e crescere.

012-muralesMurale realizzato da giovani di Spinea (Ve) e “rimbiancato” dagli anziani.

Sulla scena si diffonde quella che verrà etichettata come “musica progressive” e anche da noi si affacciano nomi interessanti. Inizieremo con un nome non proprio scontato di uno dei nostri complessi non abbastanza stimato. Si tratta degli Stormy Six in quello che io considero un loro piccolo gioiello, L’orchestra dei fischietti, compreso nell’album L’apprendista del 1977.
Il complesso che ha una lenta maturazione, mentre si affermano altri nomi come la Premiata Forneria Marconi, Banco del mutuo soccorso, Area, Osanna, Napoli centrale, etc. (su alcuni di questi nomi varrebbe la pena tornare), proviene da pallide esperienze beat, prima di approdare al successo con l’album L’unità del 1972 e affermarsi definitivamente nel 1975 con Un biglietto del tram che contiene il loro brano certamente più celebre, Stalingrado, che recita:
Fame e macerie sotto i mortai
Come l’acciaio resiste la città
Strade di Stalingrado di sangue siete lastricate
Ride una donna di granito su mille barricate
Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa
D’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città.

La memoria dimentica certe loro politiche evasioni leggere in una musica beat che si avvicinava ai cantacronache. Quasi più conosciuti ed apprezzati all’estero, come in Germania, che in Italia gli Stormy Six sono certamente tra i complessi più politicamente impegnati e sono molto “interni” ai movimenti che attraversano quegli anni. La loro è una musica più “cameristica” che “sinfonica” e si apre raramente ma procede a singhiozzi con insoliti riferimenti e cambiamenti di ritmo per quello che si scrive da noi.

L’orchestra dei fischietti

Quando meno te lo aspetti
è scoppiata la realtà,
è l’orchestra dei fischietti
che dà la sveglia alla città,
dà la sveglia coi tamburi
e nessuno dormirà,
scrive in rosso sopra i muri
e spacca il mondo in due metà.

Non è un coro di cherubini sul tapis roulant
salta e fischia con la forza del sogno
e con la semplicità del bisogno
Non è un coro di cherubini sul tapis roulant
salta e fischia con la forza del sogno
e con la semplicità del bisogno

Niente resta uguale a se stesso,
la contraddizione muove tutto.
Niente resta uguale a se stesso,
la contraddizione muove tutto.
Niente resta uguale a se stesso,
la contraddizione muove tutto.
Niente resta uguale a se stesso,
la contraddizione muove tutto.

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Senza voler assolutamente aprire una polemica tra l’analogico e il digitale, per quelli che come me avevano vent’anni nel sessantotto o (per altri) giù di lì, almeno per quanto riguarda la musica, credo abbiano assistito a ben altre rivoluzioni. Ancora bambino tenevo l’orecchio rapito attaccato alla radio. Poi appena ragazzino ho subito il fascino della prima televisione e la musica era quella che mandavano per Sanremo. In seguito i rudimentali giradischi e con i primi soldi a comprare i 45 gg. con quella che era finalmente la “nostra musica” e, di corsa a casa, ad ascoltarla fino allo sfinimento e a consumare il vinile.

autore Mario DG

Erano le estati dei jukebox. Verso l’imbrunire, sulle mitiche spiagge dell’Excelsior, del Des Bains, etc., in riva al mare, suonavano dal vivo le orchestrine, pardon: i complessi. Quella estate si esibiva con tepido successo il gruppo sconosciuto di Mino Reitano con i suoi fratelli, ma questa è un’altra storia; questa è solo la mia storia.
Dopo l’invasione dei primi complessi dall’Inghilterra e dall’America il ’66 da alla luce tre dischi da tutti considerati fondamentali: Pet sound dei Beach boys (in realtà è il parto unicamente di Brian Wilson), Aftermath dei Roling stones e Revolver dei Beatles. Così raccontano i cronachisti che si credono storici. Veramente in quell’anno escono anche altri dischi importanti come Blonde on blonde (la fine del trittico che chiude la svolta elettrica di Bob Dylan) e Freak out dei Mothers of invention di Frank Zappa.
Parliamo ancora di vinile, del mitico vinile. Il 45 gg., che ha anche limiti per la durata dei brani, inizia ad andare stretto e la musica si comincia a consumare a 33 gg. cioè su LP (il padellone). Verranno poi il Cd e il DVD e pertanto il digitale che renderanno le registrazioni teoricamente più fredde e forse asettiche, ma permetteranno il salvataggio e il recupero di tanto materiale e una conservazione destinata a durare.
Non si ascolta più solo la canzone o il suo lato B. E non credo ci sia qualcosa di nostalgico nel mio modo di ricordare; è solo che rintraccio ciò che ero e che ricordo, o solo qualcosa di me e di chi mi stava accanto.
Preferisco fermarmi prima e non intrappolarmi a parlare della musica usata per altri usi. Infondo trovo, per esempio, che i video-clips distraggano dall’ascolto e siano un’altra cosa, ma forse è solo perché anch’io sto invecchiando. Ma non invecchia quella musica, non al mio stesso ritmo almeno, anche se alcune cose magari si pensano poi solo dopo.
Quella di cui stiamo parlando è quasi esclusivamente una musica che canta e deve molto alla musica nera. Molti dei suoi protagonisti inglesi vi attingono a piene mani e si sono formati alla scuola dei Blues Incorporated di Alexis Korner o con John Mayall e i suoi BluesBrakers. Quella musica, nera, che non veicolava mai temi sociali o politici, l’unico testo di impegno che solitamente si menziona è quella Strange Fruits che Billy Holiday eseguì per la prima volta nel nightclub Café Society di New York nel 1939 [Billie Holiday (pseudonimo di Eleanor Fagan Gough, nota come Lady Day; Philadelphia, 7 aprile 1915 – New York, 17 luglio 1959) è stata una cantante statunitense, fra le più grandi di tutti i tempi nei generi jazz e blues].
Abbiamo scelto un brano classico di Blues urbano reso famoso da molti interpreti, non ultimi gli stessi Rolling stones, che lo incisero agli inizi della loro carriera: The Red Rooster. Noi abbiamo preferito la registrazione “colorata” che ne aveva dato nel 1961 Chester Arthur Burnett in arte Howlin’ Wolf.


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Parliamo di musica, anzi non ne parliamo affatto. La musica si deve ascoltare.
La verde e irrequieta Irlanda di James Joyce è quel paese in cui tutti sembrano, in un pub fumoso, davanti alla proverbiale Guinness scura o ad un buon whisky, come per le sue strade, scrivere e fare musica.

Composizione grafica con foto d’epoca, una grande macchia nera con scritte illeggibili e piccola macchia rossa con luna di tela jeans

Composizione grafica di Mario DG

Ci sono posti in cui la musica sembra trovare più agio, per limitarsi a noi penso alla nostra Emilia e Romagna, penso a Napoli, penso a Genova, mi fermo di pensare; posti di frontiera o di incontri. Posti per i quali sarebbe facile spendere l’aggettivo “mitico”.
Per quanto ci riguarda, in queste povere e laconiche righe, l’Irlanda è un paese insolitamente ricco di grandi talenti e splendidi esempi sia di cantanti che di autori. Tra i tanti ricordiamo in musica, in ordine sparso, i nomi degli U2, dei Dubliners, di Sinéad O’Connor, Enya, Pogues, Chieftains, etc. Di alcuni di questi nomi avremo agio in seguito di parlare. Perché il cuore nero d’Europa si trovi e pulsi tra le strade di Dublino o di Belfast è solo nella realtà delle cose.
Uno dei complessi della prima ora, che invasero i mercati europei nei primi anni ‘60, gli Them, era composto proprio da maledetti irlandesi ed è tra loro che inizia, tra successi come Gloria, Mystic eyes e Brown-eyed girl, la carriera di un cantante di Belfast (anche alla chitarra, armonica, tastiere e sassofono): Van Morrison (all’anagrafe George Ivan Morrison). Strano esempio di cantante per l’epoca, colto e introverso; la sua canzone sembra partire dal Dylan più astratto e intimista (e perché no dal primissimo Donovan) e Tim Buckley, dal progressive e dalla musica popolare celtica (a cui presterà la sua notevole voce) per avvicinarsi al soul.
Si dice che Morrison inventa una nuova figura di singer-songwriter, che usa le componenti fondamentali del folk, del country, del jazz e del rhythm and blues per comporre canzoni profondamente personali e financo filosofiche; composizioni forbite e complesse che assomigliano più a “suite” classiche che a canzoni pop. E’ del 1968 il suo album Astral Weeks da cui abbiamo tratto Madame George (della quale abbiamo dato una traduzione che cerca di rispettare il più possibile lo spirito del testo originale).
Mi piace approfittare per ricordare quel simpatico film di Alan Parker del 1991 che risponde al titolo di The commitments che in qualche modo aiuta a capire come la musica sia vita in Irlanda. Mi piacerebbe consigliare, per i giovani e meno giovani che non l’avessero ancora letto, un gustoso romanzo di Gianfranco Bettin riedito per Baldini e Castaldi nel 2003 dal titolo Qualcosa che brucia. Non è un libro di musica o sulla musica, è un romanzo che si legge volentieri e in relativamente poco tempo. E’ semplicemente una storia dove, come cerco di dire, la musica è parte integrante delle cose. E’ nell’aria.
Qui ci vuole uno scotch. Una sigaretta accesa aggrappata alle labbra. Un filo di malinconia. Quel ronzio nella testa. Per la Guinness e le risate per una serata allegra ci diamo appuntamento più avanti.

Madame George

Madame George

Down on Cyprus Avenue

With a childlike vision leaping into view

Clicking, clacking of the high heeled shoe

Ford & Fitzroy, Madame George

Marching with the soldier boy behind

He’s much older with hat on drinking wine

And that smell of sweet perfume comes drifting through

The cool night air like Shalimar

And outside they’re making all the stops

The kids out in the street collecting bottle-tops

Gone for cigarettes and matches in the shops

Happy taken Madame George

That’s when you fall

Whoa, that’s when you fall

Yeah, that’s when you fall

When you fall into a trance

A sitting on a sofa playing games of chance

With your folded arms and history books you glance

Into the eyes of Madame George

And you think you found the bag

You’re getting weaker and your knees begin to sag

In the corner playing dominoes in drag

The one and only Madame George

And then from outside the frosty window raps

She jumps up and says Lord have mercy I think it’s the cops

And immediately drops everything she gots

Down into the street below

And you know you gotta go

On that train from Dublin up to Sandy Row

Throwing pennies at the bridges down below

And the rain, hail, sleet, and snow

Say goodbye to Madame George

Dry your eye for Madame George

Wonder why for Madame George

And as you leave, the room is filled with music, laughing, music,

dancing, music all around the room

And all the little boys come around, walking away from it all

So cold

And as you’re about to leave

She jumps up and says Hey love, you forgot your gloves

And the gloves to love to love the gloves…

To say goodbye to Madame George

Dry your eye for Madame George

Wonder why for Madame George

Dry your eyes for Madame George

Say goodbye in the wind and the rain on the back street

In the backstreet, in the back street

Say goodbye to Madame George

In the backstreet, in the back street, in the back street

Down home, down home in the back street

Gotta go

Say goodbye, goodbye, goodbye

Dry your eye your eye your eye your eye your eye…

Say goodbye to Madame George

And the loves to love to love the love

Say goodbye

Oooooo

Mmmmmmm

Say goodbye goodbye goodbye goodbye to Madame George

Dry your eye for Madame George

Wonder why for Madame George

The love’s to love the love’s to love the love’s to love…

Say goodbye, goodbye

Get on the train

Get on the train, the train, the train…

This is the train, this is the train…

Whoa, say goodbye, goodbye….

Get on the train, get on the train…

In Cyprus Avenue

con una infantile visione che balza agli occhi,

facendo click clack con i tacchi alti

Ford & Fitzroy, Madame George

marcia con il giovane soldato alle spalle.

È molto più vecchio con il cappello e bevendo vino

e questo profumo dolce arriva

nell’aria fresca della notte come Shalimar

e fuori stanno facendo tutte le fermate.

I ragazzi nelle strade cercano tappi di bottiglia;

hanno cercato sigarette e cerini nei negozi;

Sei felice Madame George

e quando cadi

quando cadi

cadi in trance.

Seduto sul sofà, giocando a giochi di fortuna,

con le braccia incrociate e i libri di storia, incontri lo sguardo di Madame George

e pensi di aver trovato ciò che cercavi.

Diventi debole e le ginocchia ti ballano

nell’angolo a giocare a domino

con l’unica e sola Madame Gorge.

E poi bussano da fuori della finestra gelata.

Lei salta su e dice “Signore abbi pietà, penso sia la polizia”

e improvvisamente lascia cadere tutto quello che ha.

Sei giù nella strada

e sai di dover andare

su quel treno da Dublino a Sandy Row

tirando monete giù dai ponti

e la pioggia, il nevischio e la neve

dicono addio a Madame George.

Si asciugano gli occhi per Madame George.

Si chiedono perché per Madame George.

E quando vai via, la stanza sarà riempita da musica, risate, musica;

balli e musica tutt’attorno la stanza

e tutti i bambini vengono attorno, e poi si allontanano tutti.

Fa così freddo

e quando tu stai per andare via

lei salta su e dice “Hey amore! ti sei dimenticato i guanti”

i guanti per amare per amare i guanti…

per dire addio a Madame George.

Si asciugano gli occhi per Madame George

Si chiedono perché per Madame George; asciugarsi gli occhi per Madame George.

Dire addio nel vento e nella pioggia in strada

nella strada, nella strada;

dire addio a Madame George.

Nella strada, nella strada, nella strada

dietro casa, dietro casa nella strada

devo andare

dire addio, addio, addio.

Asciugati gli occhi, i tuoi occhi, i tuoi occhi, i tuoi occhi, i tuoi occhi…

Dire addio a Madame George

con gli amori da amare per amare gli amori

dire addio

Oooooo

Mmmmmmm

dire addio, addio, addio, addio a Madame George.

Asciugati gli occhi per Madame George.

Ti chiedi perché per Madame George

l’amore è da amare, l’amore è da amare, l’amore è da amare…

Dici addio, addio

Sali sul treno

Sali sul treno, sul treno, sul treno…

Questo è il treno, questo è il treno…

Whoa, dici addio, addio….

Sali sul treno, sali sul treno…

Ringraziamo per la traduzione: Alessandro Maldera

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L’America da cui prende radici questa musica è l’America che gira e canta Woody Guthrie, è la stessa America di Leadbelly, ma è anche quella di Whitman e quella di Steinbeck, quanto di Dashiell Hammett o quella documentata dal fotografo-pittore Ben Shahn e, perché no, di Gershwin e contemporaneamente di Ma Rainey.

Composizione Fotografica con tre foto d’epoca, la scritta Bebop che racchiude una stazione di servizio e delle cicche di sigaretta

Composizione grafica su foto di pubblico dominio di Mario DG

Non amo le etichette perché credo che nella realtà la differenza sia tra buona e cattiva musica e allora un salto nel mondo jazz. Si diceva che nell’Amerika dell’epoca, come in molte Americhe, è presente il viaggio. Quando abbiamo parlato del giovane Dylan si era accennato che nell’epoca de “Sulla strada” la colonna sonora di quel mondo era rappresentata da un nuovo jazz che (come succede ciclicamente) rompeva con ogni stilema precedente: il Bebop;e il Bebop è Carlie Parker.
Di qualsiasi cosa si parli è difficile riascoltarla nel contesto di allora. Forse oggi è difficile capire perché Jack Kerouac ebbe il successo che ebbe soprattutto dopo una decina d’anni dalla pubblicazione del suo libro. Come comincia ad essere difficile sentire il fascino americano del viaggio (lungo e oltre le Route che attraversano il continente in tutta la sua larghezza) e della frontiera. Capire cosa spinge un popolo di colore a cercare la propria nuova identità proprio nella musica.
Scriveva Allen Ginsberg (sorta di icona-simbolo di quegli anni e di una generazione) nella sua celeberrima poesia Howl (Urlo): Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, / trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, / hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la din-amo stellata nel macchinario della notte, / che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz, etc. Ricorda qualcosa: Ho visto la gente della mia età andare via
Wikipedia ci ricorda che Parker, con il suo sax alto, è impareggiabile per tecnica, fantasia, originalità. È un uomo brillante, colto (ama Bela Bartok, Arnold Schoenberg, Paul Hindemith e Igor Stravinsky; nomi dei quali lascio ad altri, più qualificati, parlare), dotato di un naturale e mostruoso talento. Un solista formidabile, esuberante, capace di improvvisare a velocità fantastica, di inventare splendide melodie, di commuovere con il suo lirismo. Rappresenta per la comunità afro-americana del suo tempo il raggiungimento di una pari dignità con i bianchi.
Il suono di quella musica infatti è un suono insolitamente pulito, i grandi interpreti di colore che si affacciano al jazz sono ormai tecnicamente validi ed a volte ineccepibili, non inseguono più semplicemente un suono gutturale in cui lo strumento cerca di imitare la voce, il risultato è comunque un magma caldo e turbolento; una vera nuova (ennesima) rivoluzione.
Si è scelto di ricordare Charles(Charlie) “Bird” Parker, Jr, musicista di Kansan City, attraverso uno dei suoi bravi più noti e tra i più noti del jazz: quel Quasimodo nella incisione compresa in quello splendido disco che è Bird & Miles del 1947. In questa seduta di registrazioni, di cui non disturbano i “difetti” ereditati da un vecchio vinile, Charlie Parker (sax alto), è semplicemente in compagnia di Miles Davis (tromba), Duke Jordan (piano), Tommy Potter (contrabasso) e Max Roach (batteria). Un passo indietro, mettetevi alla guida e buon viaggio.


COMMENTO:
Complimenti,
è sempre alla ricerca di una vasta cerchia d’arte…
Questo bellissimo sito.

SIGNOR JAZZ
..Chi lo avrebbe mai immaginato,
di improvvisarti, fare parte di te
e scritturare il mio sollievo..

Non ho mai sentito nulla di più bello
Il Jazz è come un sogno
È la casa mentale di tutti gli accecati artisti.
Lui è un elegante signore
Il signor Jazz
Ti guarda
È tutta una risposta
In lui
C’è candore e tanta gentilezza
Lui può esserti di male
Ma ti capisce se l’ami.

Le mie note parole
Sono lacrime agli occhi.

Non c’è altro da fare
Scrivi in continua saggezza
Il Jazz poetico
È il tuo annuncio
La tua memoria
Il tuo vecchio impiccato Jazz.

Le mie note parole
Sono lacrime agli occhi
Ancora sulle guance
In un lungo silenzio personale.

L’insensato Jazz
È il controllo del volto in volo
Un tipo curioso e galante
Un quadro tenuto sotto uno stato impensabile
O una donna
Conosciuta in un giorno affollato
Nel centro di un’idea.

Il Jazz
È un cielo giunto fra città nemiche
Con i suoi imminenti
Cambi di umore e stagione
Il primo segno
Il primo colpo di tosse
E contatti di luce fuoristrada..
Autostrade incalzanti.

Un bel po’ di storia
Il Jazz
Fra orecchio
Palato fine
E spalle minacciose
Un bel po’ di vita
Il Jazz
Scarabocchio indelebile
Infilato nella tasca anteriore della carne
La bestia originaria
Puro investimento
Di un artista in ascesa o discesa.
Un bel po’ di note
Il nontiscordardimè improvvisato Jazz.

Non ho mai libato nulla di più libero
Un sorso di caffè
È la mia vecchia impressione
Un sorso di contentezza
È la pelle d’oca
Di starmene accolto
In tua compagnia
Per luoghi accoccolati ad occhi abbassati.

Le mie note parole
Sono lacrime agli occhi
Ma sane e forti
Come correnti di eventi
E dentro un’occhiata a quei fogli inesistenti..
Che individuano l’immortalità del Jazz.

Lettera poetica del signor Jazz:
Maurizio Spagna

©
di Maurizio Spagna
http://www.ilrotoversi.com
info@ilrotoversi.com
L’ideatore
paroliere, scrittore e poeta al leggìo-

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Forse sembrerà incredibile, come è sembrato a me, ma è un americano (Alan Lomax) ad insegnarci a fare ricerca musicale ed, in un certo senso, a dare rispetto anche alla musica cosiddetta leggera e popolare e alla tradizione orale.

Mario DG

Nel nostro paese non si è ancora sopito completamente l’impulso nato dalla liberazione e dalle sue aspettative di una società altra e di una cultura altra o di una rifondazione della cultura. E’ ancora intenso il dibattito sul rapporto tra politica o potere e, appunto, cultura e intellettuale. C’è anche un mercato alternativo e un modo diverso di fruizione rappresentato da I dischi del sole, dalle Edizioni del gallo, dai Giornali murali, dai circuiti politici che ruotano intorno ai partiti della sinistra, etc.
In quegli anni c’è anche una musica solamente italiana e dialettale (ma in molti casi si guarda ancora alla Francia) che darà anche corpo a quella canzone che verrà definita politica. I primi nomi che vengono in mente sono certamente quelli di Jannacci e di Gaber, che ruotano attorno a Milano e sui quali è criminale non soffermarsi.
Dovremmo doverosamente spendere fiumi di inchiostro per inquadrare almeno un minimo i fermenti che animano quella Italia eppure ricordare Maria Monti e tanti altri nomi come quelli del gruppo di giovani musicisti torinesi, tra i quali Sergio Liberovici, Fausto Amodei, Emilio Jona e Michele Straniero, che partecipa al rinnovamento della “canzonetta” e che si riconoscono nel gruppo nominatosi I Cantacronache. Ci troveremmo costretti a spingerci ben in là del mondo musicale in se stesso e valutare l’importanza di Franco Fortini e di Giorgio Strehler e di Dario Fo e di Roberto Leydi e di Gianni Bosio con il suo Istituto Ernesto De Martino, etc. (e ci scusiamo per gli esclusi). Sono anni di semina e di recupero.
Torno a ripetere che non c’è spazio sufficiente e poi finiremmo per parlare troppo e non ascoltare nulla. Inoltre non amo certo fare il saccente e così invece abbiamo scelto proprio un Toscano di Lucca trapiantatosi a Milano che scrive, negli anni presi in esame, alcune delle pagine più significative di quella musica politica (con Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini, i fratelli Ciarchi, i veneziani Gualtiero Bertelli e Alberto D’amico ovvero Il nuovo canzoniere italiano e Il nuovo canzoniere veneto, etc.) che accompagnerà la stagione del ‘68 oggi tanto tornata di moda non solo da noi.
La scelta non è caduta su una canzone politica tra le tante adottate a bandiera di quei giorni intensi ma su quel Ivan Della Mea dialettale che con El me gatt (Omicron-Della Mea) del 1963 riesce a tracciare un bel ritratto di un’Italia che non ha ancora conosciuto la ricchezza e il riscatto eppure è fiera. Mirabili restano dell’autore, a nostro modesto parere, alcune ballate che vanno al di là dello stesso impegno politico e attraverso le quali ripercorre le tappe della nostra terra e del suo dopoguerra.

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Composizione grafica su foto di pubblico dominio di Mario DG

Certo il modo di procedere non può ne vuole essere ordinato, ma solo suggerire alcune fonti, condividere emozioni; indurre e incuriosire e provocare. Si usa lo spazio e il posto per quello che è. Anche in Italia si fa musica e a volte buona musica; alcuni esempi di quella che accompagnerà quegli anni sono più eurocentrici. Molta della nostra canzone d’autore si muove a Genova e dintorni e a Genova si guarda alla vicina Francia. E’ il mondo della canzone di coloro che sono anche autori dei propri versi, che anche quando parlano d’amore non lo fanno mai in modo banale. Qui non si vuole negare il grande debito che la musica italiana ha con quelli dei primi anni ’60 dai nomi altisonanti come Gino Paoli, Sergio Endrigo, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Piero Ciampi, Fausto Amodei, Ivan Della Mea, etc. (senza trascurare il grande contributo de I Gufi) come ci viene spesso ricordato, ma rimandiamo un doveroso cenno almeno ad alcuni di questi nomi. Nella scelta abbiamo preferito partire da quello che si può definire come il caposcuola di una seconda generazione di autori-cantanti e proponiamo un piccolo gioiello del primo Fabrizio De Andrè e il suo originale di George Brassens (nomi entrambi su cui si dovrebbero spendere fiumi di parole) poiché le buone emozioni non hanno confini: Marcia nuziale (La marche nuptiale nella versione originale del 1956). Fabrizio include la sua versione nel primo LP che incide nel 1967. Difficile dire qualcosa su Fabrizio De Andrè che non sia già stato detto. Un’amica, tra l’altro blogger e non solo, mi ha fatto osservare come i testi di Fabrizio possano essere semplicemente letti senza per questo perdere nulla del loro fascino e della loro poetica. E’ indubbio che Fabrizio risulti un “poeta” sensibile e, anche, un ottimo e attento costruttore di musica. In questo e il altri casi si limita ad un’ottima trasposizione; come farà in seguito anche con brani di Dylan e di Cohen. Molti rifanno Fabrizio, tra questi un buon gruppo di amici. Per una serata di ottima musica (appunto di e su Fabrizio De Andrè) vi consiglio di prendere contatto attraverso il loro sito; non ve ne pentirete e me ne sarete grati: Fabensemble oppure in questa pagina: Marino dove li potrete sicuramente anche sentire all’opera e vi entreranno in casa come un uragano.



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Composizione grafica di Mario DG

Partendo da un modo di fare musica che influenzerà molto anche in Italia, compresa parte della nostra musica cantautoriale più nota, un nome quasi scontato dall’Amerika per un pezzo forse un poco meno. Si accennava al nome dell’autore per l’altro inno di quella generazione e di quegli anni: The time they are a-changin’. Non è la generazione del dopoguerra, della ricostruzione; è già la generazione del boom, una generazione che guarda avanti e non sa dove e da oltre oceano arrivano i dollari, il mercato e la cultura. Bob Dylan (si dice in omaggio al poeta gallese Dylan Marlais Thomas), spinto sulla scena da un altro nome rilevante come quello di Joan Baez, preceduto da Pete Seeger e accompagnato dal più politicamente impegnato Phil Ocs (arresosi troppo presto alla vita), entra in quel movimento culturale definito della Beat Generation che gravita soprattutto attorno al Greenwich Village, il quale ha anche un’altra colonna sonora: il Bop. Ma di questo, se ci sarà tempo e spazio, ne parleremo in seguito. Tra storia e leggenda si racconta che il giovane Dylan, alias Robert Allen Zimmerman di Duluth (Minnesota), una delle tante volte che giovanissimo scappò di casa lo fece per recarsi al capezzale di Woodrow Wilson (Woody) Guthrie, padre spirituale morente di tanta musica. Il cantante di This Land is your Land è un incredibile cantore della strada che attraversò l’America della depressione, divenendo l’eroe degli hobos, per portare il suo impegno politico, sindacale e di cantante nelle fabbriche. Era uno che sulla chitarra aveva questa semplice scritta: This machine kills fascists. Senza di lui non ci sarebbe stato non solo Dylan. Dylan si fa interprete del disagio di una generazione e inanella grandi titoli già nel periodo acustico, cioè prima dell’album del 1966 Blonde on Blonde, come la più che celebre Blowin’ in the Wind, Masters of War, With God on Our Side, Mr. Tambourine Man, etc. Mia figlia invece (altra generazione) è più legata al Dylan di Desire del 1976 che lei trova tuttora molto attuale. Vi consigliamo un buon sito da cui abbiamo ricavato il testo: musicaememoria Quello scelto è un pezzo che il primo Dylan, ancora in anticamera per il successo e ancora acustico, ricava dalla tradizione popolare. Pezzo che troverà successo con altre interpretazioni come soprattutto quella degli Animals di Eric Burdon o quella della stessa sua musa Joan Baez. Si tratta di: The House Of The Rising Sun del 1962. Lo amiamo per l’intensità sofferta che la sua voce nasale da nella versione.

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