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Posts Tagged ‘compagni’

220px-venezia_aprile_1945Entro all’ANPI: “Ma ci siamo ammattiti tutti”? Si fa presto a dire stai calmo. E aggiungo “Cazzo!” –perché un bel Cazzo! ci vuole e ci sta sempre bene. E fortuna che non mi è scappato un porco. Più che fortuna è un caso, o mi sto rincoglionendo. Quando ci vuole ci vuole. Dire che sono fuori di me è ridurre il problema; è decisamente minimizzare. “Che cazzo –sono solo al secondo ed è un vero record– vuol dire calmati”? Non mi riesce nemmeno di parlare.
Come cosa c’è? Ma non li avete gli occhi? Vi siete tutti rincoglioniti”?
Bada come parli”.
Dico quello che va detto”.
Lo vuoi capire che quello è il passato”?
Sappiamo tutti che quello faceva la spia”.
Non ci devi pensare”.
E anche il mercato nero”.
E’ questo che dobbiamo fare. Perché non si dimentichi”.
E intanto noi si faceva la fame”.
Capire ti capisco, ma dobbiamo andare avanti. Ora c’è la repubblica”…
E voi dov’eravate”?
La vuoi capire che è finita”?
Diobonino. Finita un beneamato cazzo”.
Sono arrivati ordini da Roma”.
Stracazzo. Me ne frego di Roma. E di quelli. Io ricevo ordini solo dal Comitato di zona”.
Il Comitato non c’è più. Siamo noi, ora… il Comitato”.
Voi… voi… siete solo una manica di voltagabbana. Voi… voi… potete andare a fare in culo”.
Secondo te cosa si dovrebbe fare”?
Metterli tutti al muro. Tutti a gambe per aria”.
Capisci che non si può fare? C’è l’amnistia”.
Ma quel porco d’un porco”.
Il Partito è sempre più forte”.
Ma ha vinto la ruffiana dei padroni”.[1]
Non fare così”.
Ma dove sono quelli della volante rossa quando serve”?
Quelli sono solo banditi”.
Banditi ci chiamavano loro. Quelli sì che sono ancora compagni”.
Le dobbiamo riconsegnare”.
Io non ci sfilo con loro”.
Cerca di ragionare”.
Sapete dove ve la potete infilare la vostra medaglia? Io me ne vado a Piazzale Loreto[2].

[1] Da Emigrazione di Gualtiero Bertelli.
[2] E’ solo un piccolo e povero raccontino di fantasia. In ricordo di Ercole Miani e di chi la Resistenza l’ha fatta per davvero e ci ha creduto veramente fino in fondo, anche se questo può non riflettere il loro pensiero o quello di tanti altri: http://it.wikipedia.org/wiki/Ercole_Miani

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pnn-foto1Era solo sabbia e sassi. Se c’era la luna andava più spedita, ma era più pericoloso. Un po’ di batticuore ce l’aveva, ma solo un po’. Sapeva solo che lo doveva fare. Per quei ragazzi. Senza luna era come un buco nero. Anche l’erba un mare nero, immobile. E allora era paura, ma cercava di non pensarci. Si diceva: Quanto siamo stupide noi donne; abbiamo paura del buio e di quello che non vediamo. E se lo diceva in silenzio. E in silenzio faceva tutta la strada. Sulla sua bicicletta. Pedalando veloce. Senza nemmeno fischiettare. Senza nemmeno poter accendere il fanalino. Ma poi quella maledetta sera li aveva visti da lontano. Erano neri come la notte. Neri come la vergogna. Aveva visto le torce, ma era troppo tardi. Non poteva tornare indietro. Non poteva prendere per i campi. Aveva solo il tempo di ingoiare quel biglietto. E di mandarlo giù senza nemmeno un sorso d’acqua.
Dove te ne vai tutta sola, bella ragazza”?
Vado dove debbo andare”.
E sarebbe, se posso chiedere”?
Stavo andando per la mia strada”.
Sei una piccola vipera impertinente”.
So solo che tanti uomini per una donna sola”.
Il porco le scoprì la gamba e lasciò che la sua mano scivolasse sopra. Gli altri maiali ridevano: “Sai che questi posti sono pericolosi, soprattutto di notte”?
Ora sì che ce lo so”.
Non hai paura”?
Ho paura solo per gli assassini”.
Hai visto banditi da queste parti”?
Qui non ci sono banditi”.
Il porco le pizzicò una guancia. Gli altri maiali ridevano: “Sei carina, non vorremmo doverti fare del male”.
Allora posso andare”?
Non così di fretta”.
Mi aspettano”.
E ridevano: “Chi ti sta aspettando; il tuo moroso”?
Non ho moroso”.
Se fai la brava ne avrai tanti di morosi, e anche se non lo fai”.
Me ne basterebbe uno, ma di quelli buoni”.
Noi lo sappiamo che tu sai”.
Io so solo quello che so. E che una ragazza non dovrebbe fermarsi a parlare con degli sconosciuti”.
Le arrivò il primo schiaffo: “Dicci dei banditi”.
Si sentì persa: “Qui non ci sono banditi”.
Dov’è tuo fratello”?
Via, a cercar lavoro”.
Non è qui intorno”?
No che non è qui”.
Schioccò il secondo schiaffo: “Non farmi diventare cattivo”.
Non credo di poter fare di più”.
Dicci dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi”.
Aveva già la rivoltella in mano: “Non farci perdere la pazienza”.
Non posso dire quello che non so”.
Sappiamo che sai”.
Se lo sapete voi”…
Dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi, solo partigiani”.
Il colpo si perse per le campagne.[1]

[1] E’ solo un piccolo e povero raccontino di fantasia per ricordare tutte le staffette che diedero la vita per una giusta causa. Per ricordare a chi non sa ricordare che la Resistenza non è stata fatta solo da quegli eroi che presero le armi in mano, ma anche da tanto altro popolo. Da tanti uomini e tante donne.

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ResistenzeParole frettolose. La notizia arriva veloce: il prefetto ha dato l’assenso alla fiamma di sfilare per il centro storico di Venezia. Di quella Venezia resistente e cosmopolita. Di quella Venezia che forse è solo ormai dentro di noi. La cosa è inaccettabile. Si sperava nel sindaco; niente. Venezia è ancora “rossa”?
Non bastasse come provocazione “quelli” vogliono passare per il ghetto. Si sperava nel sindacato. Nell’orgoglio. Nell’amor proprio. Si sperava. In consiglio protesta la solita minoranza della maggioranza.
Siamo lì e non siamo soli, anche se non conto le defezioni, e sono troppe.
Ci sono quelli dei centri sociali. Hanno preparato il campo come una festa. C’è la musica, la nostra musica. E quella etnica. Invidio la maglietta di uno, dice: “scudo umano”. Anche quella è rossa. La nostra rabbia è indignazione.
Sono quelli stessi che bruciano i barboni. Che vorrebbero farlo anche con i locali dove si trovano i compagni. Che vorrebbero cacciare i migranti, meglio non farli entrare. Uccidere, appunto, gli ebrei.
Arrivano dei ragazzi. Sono quelli dell’onda. Hanno i caschi come se fossero arrivati in moto. Fisici esili e quel viso da adolescenti. Si passano le birre senza gettare i vuoti. Ho l’impressione che parlino in più. Si accendono lo spino. Sono caldi; troppo. Sembrano fragili come sbadigli.
Tirano sul viso le Kefiah.
Le tute bianche in borghese.
Osservo la disposizione dei banchi di frutta e verdura. Bastiamo in quattro per farli barricate, servisse. Di qui non passa nemmeno fosse l’esercito.
In fondo mi spiace che non li abbiano fatti passare.
Mi metto a sinistra. Lei mi chiama. Non posso stare al centro, nel ventre molle. Se c’è da menare non servirei.
La città è con noi.
E’ con noi?

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ResistenzeA Padova, dopo l’uscita del Concetto, il professor Marchesi, ci si studiava con sospetto. Non per quel suo invito, certo. Solo perché i tempi si facevano ancora più bui. Tutto stava finendo ma tutto non voleva finire. Il vecchio regime mica voleva mollare l’osso. I colpi di coda dell’animale ferito. La rabbia. Ci si guardava le spalle. Avevano chiuso anche il giornalino clandestino. E ne avevano presi un po’. Anche il Simonelli che era ancora un ragazzino. Proprio un ragazzino. Non era nemmeno ancora iscritto. E Barnaba era troppo entusiasta. Era troppo ciarliero. Forse nemmeno lo faceva apposta, ma c’era qualcosa in quel suo parlare. Il quel suo chiedere, a tratti insistente, tra un silenzio e un imbarazzo. Per quel suo voler partecipare. E poi non mi era mai del tutto piaciuto. Troppo impettito. Troppo figlio di papà. E di un papà che era stato fin troppo in affari. Era sempre lui a cercarmi. Era ancora solo lui a credere che la nostra fosse vera amicizia: “Hai sentito di quelli della redazione”? E io spesso facevo a non sentirlo. “Chissà che gli faranno, adesso? Poveri ragazzi”. Io alzavo le spalle: “Chi? Studio chimica. Non ne so di queste cose”. Finiva che ci credevo anch’io. Non parlavo con nessuno. Preferivo starmene sulle mie e il silenzio.
Cosa dici? Per me il Duce è finito. E’ tornato ma non è più lui. E’ finito. Ti dico. Dobbiamo pensare al domani. A un nuovo giorno per la nostra Italia. In fondo li ammiravo quei ragazzi. Vorrei avere il loro coraggio. Vorrei dare anch’io il mio contributo. Se solo sapessi come fare”. Intorno a lui stranamente si faceva il deserto. Del suo corso erano rimasti in pochi. Prima o subito quelli che parlavano con lui, stranamente, venivano presi. O li vedevi seguiti. Muoversi con gli occhi addosso, in attesa di un gesto, del pesce più grosso. Che li conducessero dai grandi. Da chi comandava. O forse era solo una mia impressione. Ma stavo male. Si dubitava di tutti. Persino dei nostri giornali. E così dicevo quelle frasi mozze cercando di dar a vedere che ci credevo veramente: “Se uno comanda è perché è lì per comandare. Penso solo che lo dovrebbero lasciar fare”.
Hanno detto che il Cartini non sembra nemmeno più lui. E non può tornare in facoltà. Non ci tornerebbe comunque ma… proprio male. Sono andati duri e di brutto; con lui. Non c’è nessuno che alla fine non parli. Sembra abbia fatto qualche nome. Perché non ne poteva proprio più. Non si sa se tornerà a vedere da quell’occhio. E anche di peggio. Perché non poteva farne a meno. E poi… Nomi che glieli mettevano loro in bocca”. Intanto arrivavano notizie dal fronte. Alcune buone e altre meno. E io pensavo che chi voleva se le doveva cercare per conto suo. E a sentire quelli invece si stava vincendo. Ed erano baldanzosi vicino ai tedeschi: “No! non l’ho nemmeno mai incontrato. Vedrai che alla fine tutto torna come prima. Era a legge”?
E lo guardavo con attenzione. Ci pensavo su, a volte. Anche di notte. Leggevo i comunicati e poi li distruggevo subito. Si invitava a creare le cellule per domani. Io andavo molto cauto. Certe cose, in certi momenti, non si scrivono sui muri. O si scrivono sui muri ma solo di notte, e quando nessuno vede o può vedere. E da soli. Ero molto isolato. Colpa proprio appunto di quei giorni.
Prima parlavo con il Giulio, con mille precauzioni. Poi aveva passato i suoi guai anche lui. E allora… meglio stare in campana. Ascoltavo le voci. Annusavo l’aria. Non si poteva fare molto di più. E del poco meno si parlava meglio era. Certo consegnavo i pacchi della propaganda. Facevo il palo. La strizza comunque era tanta. Dopo sono eroi ma prima sono uomini. Tenevo una mauser ma tra le radici d’un platano. Sotto un bel po’ di terra. E Barnaba continuava a dire: “Bisognerebbe fare qualcosa”. E io: “Cosa? Meglio lasciar fare a chi sa fare. Per quanto brutta sia meglio non rischiare che potrebbe essere peggio”. Lui era testardo ma pareva pian piano rassegnarsi. Punzecchiava altri. Veniva e andava. Per un po’ spariva. Diceva di essere comunista. Un altro giorno di avere simpatie anarchiche. Ogni giorno una. Ad ascoltarlo si capiva che non sapeva di cosa parlava. Confondeva i Socialisti con quelli Giustizia. E quelli di Giustizia coi Badogliani.
Poi un giorno abbiamo visto Stefano ficcare frettolosamente volantini in una borsa. Era stato svelto e speravo che l’altro non se ne fosse accorto. Non lo stimavo niente, per me era un idiota. Ho cercato di distrarlo facendo anch’io finta di non essermi accorto. E ho evitato di salutarlo, a Stefano. Quella sera non ho nemmeno acceso la radio. Dopo due giorni sono andati a prenderlo a casa, Stefano. E Barnaba mi ha detto: “Hai sentito di quello? Credo si chiami Stefano Albrighi”. E io: “Stefano chi”? Così lui capisce e lascia stare. Io lascio un paio di appunti su alcuni testi, quelli convenuti. Il sabato sera ci si trova tutti al corso. Ognuno sembra bighellonare per sé. Aspettiamo il buio e poi si va. Lo si aspetta davanti a casa. Ci si tira su il fazzoletto, rosso, e giù botte. Piange, borbotta, impreca e prega. Chiama in soccorso tutto il fascio e ogni dio che conosce. Chiede cosa ha fatto. Poi non gli resta più voce. Gli do un calcio prima di andare. Facendo attenzione di non sporcarmi le scarpe di sangue. E si va ognuno per la sua strada.
Niente e delicato in giorni come questi. Anche i buoni debbono farsi cattivi. Un mese dopo vado a trovarlo all’ospedale. E’ ancora immobile e fatica a parlare. “Cos’hai fatto? Perché ti sei voluto immischiare? Sai che con quelli non c’è da scherzare. Soprattutto in questi giorni che sono più cattivi che mai”. Mi cerca di dire: “Non son stati quelli del fascio”. Gli spiego: “Chi vuoi sia stato? Solo loro sono così bestie. Magari hai fatto qualcosa e nemmeno lo sai. Non sei il primo. Non sarai l’ultimo. Forse. Credimi sono stati i camerati”. Gli lascio la scatola di biscotti. Il giorno dopo ho preso il treno e sono andato verso Roma. Lì si ricominciava tutto. Ormai il Partito aveva lanciato il comunicato: Compagni è il momento della lotta.

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Manifestazione in Val di SusaDopo i tre post dell’altra settimana sull’appuntamento del No Tav Tour a Venezia ho trovato questo commento (che in indymedia non è il solo) e credo valga la pena riportarlo come post il cui contenuto mi trova sostanzialmente d’accordo con i fatti che io stesso ho avuto modo di vedere in quella sede di Ca’ Tron città libera. Per essere definitivamente chiari tutta ma mia solidarietà e la mia gratitudine va ai ragazzi di Ca’ Tron.

Aggressione del rivolta contro il movimento NOTAV. Io c’ero…
Sono andato a Ca’Tron per partecipare ad un incontro No Tav con delle persone che si fanno centinaia di kilometri dalla Val Susa per portare esperienze, confrontarsi con altre lotte in tutta italia e far crescere la solidarietà tra chi si oppone senza mediazioni alla distruzione del territorio e della vita della gente, con tutto il pesantissimo corollario di repressione e controllo che accompagna queste operazioni devastanti.
A pochi minuti dall’inizio dell’incontro sono entrati circa 30 militanti di Rivolta, Morion più qualcuno da Padova, in silenzio e in fila indiana con i Capi in testa. Ad un cenno di questi ultimi hanno preso posto tutti insieme, in un clima di forte imbarazzo ed anche di agitazione da parte di qualcuno. La modalità era assolutamente militare.
Non so se si è capito dal comunicato dell’Assemblea No Tav, ma uno di questi militanti di Rivolta o Morion aveva TELEFONATO AD UNO DEI VALSUSINI IL GIORNO PRIMA DELL’INIZIATIVA PER DISSUADERLO DAL PRESENTARSI a CA’TRON!!!
Questo è stato detto pubblicamente durante l’incontro da uno dei No Tav e rivendicato dal ragazzo che aveva fatto la chiamata.
Chiaramente, dopo aver riempito giornali e televisioni, i disobbedienti pretendevano di parlare solo della manifestazione di Roma, intervenendo quasi solo loro (ecco perchè dicono di essere stati “una gran parte delle 100 persone presenti”…) per fare ancora una volta il distinguo buoni/cattivi (che pare da questo comunicato che a loro non piaccia…) tra chi costruisce l’Alternativa e chi ad essa non si adegua, arrivando anche a far capire ai No Tav Valsusini che se non allontaneranno i soliti 2/3 spazi sociali solertemente additati da Casarini su tutti i media come responsabili della catastrofe, avranno difficoltà di rapporti coi No Dal Molin.
E questi accusano gli altri di sovradeterminare le decisioni altrui!
Nonostante il tentativo sia da parte dei ragazzi di Ca’Tron che dei No Tav presenti di disinnescare la serata e non raccogliere nessuna provocazione, verso la fine del “dibattito” i più massicci tra i Disobbedienti intervenuti si posizionano a fondo sala, partono gli insulti e le spinte, alle prime risposte verbali si crea la scontata rissa (ovviamente sproporzionata) che per fortuna dopo qualche minuto si spegne tra le minacce e l’amarezza generale.
Queste modalità sono ormai famose, questa logica del “con noi o contro di noi” è stata attuata già molte volte… come dice l’altro commento non è possibile che a Venezia non possa cadere foglia che i Disobbedienti non vogliano!
L’impressione da esterno è stata quella della sculacciata educativa…”caro studente 20enne, se inizi a fare le cose a Venezia fuori dal nostro seminato vedi cosa succede?”…una logica che fa perdere alle persone la voglia di fare!
Bisogna parlare di queste cose per far capire che le lotte in Veneto sono state sempre determinate da queste realtà il cui unico orizzonte è la conclusione istituzionale (l’assessore in comune o il posto in parlamento) e i risultati si vedono.
Come ha detto un ragazzo all’incontro, bisogna imparare come il delicato equilibrio tra le mille facce del movimento in Val Susa ha retto e sta reggendo, perchè li in 20 anni non hanno fatto neanche un buchetto esplorativo, mentre a Venezia il Mose è a metà dell’opera e a Vicenza di fianco alla base militare hanno costruito un parco e lo hanno chiamato Pace.

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Manifestante in Val di SusaEravamo anche noi presenti alla tappa Veneziana del No Tav Tour e alla discussione che l’ha preceduta, attraversata e seguita. A dire il vero non a quanto è successo alla fine perché, causa un successivo incontro, abbiamo dovuto lasciare poco prima della conclusione. Però siamo stati testimoni sia delle posizioni presentate dai No Tav, poi espresse nel loro amaro resoconto dei fatti, sia delle argomentazioni del Laboratorio Morion di Venezia e del Centro Sociale Rivolta di Marghera poi chiarite nella loro analisi della serata. Conosco anche, bene o male, alcuni protagonisti e alcune “correnti di pensiero” oltre ad aver ricevuto alcune confidenze. Questo mi permette di avere una mia opinione “autonoma”.

Mi sento in dovere di fare alcune precisazioni preliminari. Non possiamo disconoscere da una parte l’importanza del movimento No Tav e delle lotte portate avanti in Val di Susa e delle forze che è riuscito a coagulare sul campo, dall’altra dobbiamo riconoscere l’importanza fondamentale dei nostri Centri Sociali per la loro opera di Resistenza e Testimonianza sul nostro territorio e non solo. Aggiungo che una profonda riflessione sui fatti del 15 ottobre a Roma e sulle loro conseguenze va fatta e va fatta celermente. In verità andrebbe fatta quella riflessione sugli atti preparativi, cioè sul prima, alla manifestazione, sulla manifestazione stessa e sul suo dopo. Sempre senza evitare quella che a me sembra sempre la domanda essenziale: “A chi hanno giovato gli «incidenti»”? Che gli “incidenti” fossero preannunciati avevo dato anch’io ampia testimonianza e invitato alla vigilanza. Non mi sembrava però quella la serata adatta e spostare il piano della discussione perdendo la capacità di una vera analisi dialettica; mi sembra un’ennesima occasione persa. Un incontro pubblico, in cui alcuni dei partecipanti non erano a completa conoscenza delle “meccaniche in atto” mi sembra il luogo meno adatto soprattutto quanto si cercano i responsabili degli “scontri” e si crede di individuarli in alcuni “soggetti associativi” (qui non faccio nessun nome perché sono contro ogni forma di delazione). E attenzione a criminalizzare un movimento o una parte di esso; è una storia purtroppo già sentita. Certo su Roma si continuerà a parlare. Su chi non ha rispettato le forme di lotta concordate, su chi ha usato il corteo, su chi ha sfruttato la vetrina all’ultimo e magari su chi (se si dimostra vero) ha consegnato qualche cosiddetto violento, qualche compagno che ha sbagliato, alle forze del cosiddetto ordine. Su tutto questo i nostri Centri Sociali hanno tutte le ragioni però a chiedere di fare chiarezze, e chiarezza politica. Non dare una risposta politica alle richieste espresse da “quel popolo” è stata una carenza inaccettabile e può aprire derive autoritarie. Però sabato sera era la serata del No Tav Tour. C’erano presenze ma anche assenze, e gli assenti non sanno rispondere.
Mi sembravano assolutamente significative le testimonianze dei rappresentati valsusini a partire dalla loro presenza quale rappresentante multiplo del movimento, quasi un intellettuale diffuso. Per il loro tentativo di superamento della prassi della cosiddetta democratica delega così per le possibilità di una riflessione su quanto può essere applicabile anche in altre realtà. Per l’osservazione sulle forme di lotta “organizzata” nel momento che credo si dovrebbe nello stato attuale trovare nuove e più avanzate appunto forme di lotta, cioè sul fatto che la risposta va dettata collegialmente sui termini della sfida messa in atto. Quando la sfida si porta verso l’esasperazione e la rabbia è collettiva allora, uso le loro parole, “Siamo tutti Black Bloc”, se si cercano vittime per criminalizzare la risposta popolare allora si è rifiutato di accettare la sfida sul loro dettato dando una risposta, come l’altra domenica, pacifica ma ferma. Non vi è cioè una sola forma di lotta e una sola risposta. Il movimento dovrebbe essere in grado di trasformare lo scontro sul territorio nel modo a lui più congeniale e nel modo più opportuno agli obiettivi da raggiungere. Sul perseguimento di trovare le più ampie adesioni su quelle politiche e quelle lotte; così pareva presentarsi l’appuntamento di Roma. Ma la risposta data dai due nostri Centri Sociali mi pare a questo punto non solo inopportuna ma anche incompleta. La dialettica politica dovrebbe muoversi ferma ma rispettosa delle posizioni attraverso analisi e progetti e non attraverso forzature. Capisco la ragionevole indignazione dei rappresentati delle due realtà antagoniste ma c’è stato comunque un tentativo di egemonizzare, anche forzosamente, il territorio dialettico lasciando traspirare un senso di protagonismo. Inoltre mi sembra che ancora una volta palesare divisioni non faccia altro che limitare la capacità di intervenire contro una realtà che si sta trasformando sempre più verso il dramma sociale. Mi sarei aspettato da Compagni militanti da lungo tempo di vedere la lucidità per capire che l’obiettivo non resta tra i distinguo ma sul progetto di avviare un processo di trasformazione dalla società della finanza a quella dell’uomo. E quando parlo dell’uomo parlo dell’uomo libero nella giustizia sociale. Queste sono solo mie povere riflessioni personali in seguito alla serata di cui mi assumo, naturalmente, tutte le responsabilità in questa fasi storica di crisi profonda di valori.

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Come mi ero ripromesso ecco la risposta del Laboratorio Morion di Venezia e del Centro Sociale Rivolta di Marghera al resoconto del No Tav Tour postato ieri in quella che mi sembra l’ennesima occasione mancata.

No Tav Tour - Manifesto per la tappa venezianapubblicata da Laboratorioccupato Morion il giorno martedì 1 novembre 2011 alle ore 19.04
In risposta al comunicato di notav.info sulla tappa veneziana del NO TAV TOUR, facciamo chiarezza e apriamo un dibattito vero sul presente e il futuro delle lotte per un territorio bene comune.

Siamo coloro i quali hanno “sovraderminato” la tappa veneziana del NO TAV Tour. Abbiamo fatto risuonare dentro quell’incontro “l’eco della stampa di regime e dei politici si TAV”. Abbiamo aggredito i bravi ragazzi, “genuini” attivisti contro il treno ad alta velocità, ecc., ecc., ..Sarebbe forse più semplice prendere queste affermazioni con il sorriso, magari proponendo un remake di una recente e fortunata campagna comunicativa, in cui, alla fine, la totalità dei mali del mondo possa finalmente essere attribuita ad “alcuni centri sociali del nord est” (dal furto di lecca lecca fino al riscaldamento globale).
Allora cosa serve per essere genuini NO TAV? Noi, noi che abbiamo partecipato in massa alla giornata di assedio ai cantieri del 4 luglio scorso, mettiamo sul piatto della bilancia alcune settimane di carcere alle Vallette di Torino e più due mesi e mezzo di arresti domiciliari scontati da un nostro militante. Un altro nostro attivista di Marghera, per un trauma causato da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, ha passato più di una settimana in un letto d’ospedale a Susa. Entrambi questi ragazzi sono stati circondati dall’affetto e dal sostegno dei Valsusini. Entrambi questi ragazzi erano presenti sabato scorso.
Questo siamo (tra l’altro la stragrande maggioranza di quel centinaio di partecipanti all’incontro a cui il comunicato allude) e ci spiace dover esibire le “ferite di guerra”, esercizio che avremmo volentieri evitato perché non siamo amanti delle carceri, degli ospedali e delle istituzioni disciplinari in generale. Difficile, per non dire allucinante, tacciarci di essere asserviti a quei poteri che vogliono la TAV. Senza contare che la nostra battaglia contro le grandi opere e contro il modello dominante di sviluppo del territorio non si è certo limitata al 4 luglio. Sono anni che partecipiamo e sosteniamo, in valle come a casa nostra, la lotta contro la TAV. Siamo stati protagonisti della pluriennale lotta contro il MOSE a Venezia, siamo parte integrante del Movimento No Dal Molin di Vicenza, abbiamo conosciuto da vicino l’esperienza dei comitati aquilani che si battono dentro alla shock-economy post terremoto, siamo stati tra i promotori della recente manifestazione nazionale contro il carbone e sosteniamo i comitati di Chiaiano e della Campania contro il business dei rifiuti. Per non parlare del nostro impegno nelle campagne referendarie pro beni comuni. Sempre in prima linea, sempre con generosità. Sempre rispettando le decisioni espresse dalle comunità in lotta.
Ecco il punto politico che abbiamo voluto portare dentro la tappa veneziana del NO TAV Tour e che abbiamo tentato di porre all’attenzione di tutti durante oltre tre ore di discussione. Prima di proseguire, per evitare commenti imbarazzanti, chiariamo qualcosa che diamo per scontato: siamo contro la delazione di massa, contro la galera e contro le provocazioni. Noi, abbiamo detto in quell’incontro, pensiamo che le comunità resistenti di tutta Italia debbano esprimersi con chiarezza rispetto ad un momento che fa da spartiacque politico di questi mesi, la manifestazione romana del 15 ottobre. Dove, escluso il finale di Piazza San Giovanni (in cui alle cariche della polizia ha ovviamente risposto chi era presente in piazza), gruppi organizzati hanno scelto, in forma provocatoria, di usare il corteo come scudo e rifugio per atti che poco avevano a che vedere con lo spirito collettivo che animava le centinaia di migliaia di uomini e donne che partecipavano a quella giornata.
Cosa c’entra questo con la Valle di Susa? Molto, non solo vista la partecipazione della Valle e di altre realtà alla manifestazione romana, realtà territoriali che si stanno interrogando profondamente su quella data. Non solo perché il clima complessivo e la possibilità o meno che si apra nel nostro paese una stagione di cambiamento reale non è indifferente all’esito della battaglia contro la Torino-Lione, ma anche perché i risultati di quella giornata, a nostro avviso, rischiano di avere effetti pesanti di “chiusura” per tutti i territori in lotta: Il richiamo alla Legge Reale, le perquisizioni e gli arresti, l’invito alla “delazione partecipata”, il daspo politico, ma soprattutto, il ritorno all’esausto dibattito “buoni/cattiv”i o “violenza/non violenza”. Effetto nefasto a cui gli stessi estensori del comunicato, infarcito di falsità, fanno ricorso riferendosi a sabato, chiamandoci “violenti” quando reagiamo all’insulto di qualcuno che, forse, in Valle di Susa non c’è mai stato e elogiandoci come “partigiani” quando siamo al loro fianco sopra i cantieri della TAV.
Qui non c’è in ballo lo scontro tra identità contrapposte o tra visioni politiche divergenti, né, tantomento, nessuno ha mai provato ad affibbiare ai NOTAV la responsabilità dell’incendio di qualche utilitaria a Roma, non scherziamo. Qui noi vogliamo un vero chiarimento sull’etica della trasformazione della società dentro la crisi. La questione che sabato abbiamo posto, con incazzatura e rispetto, ai comitati NO TAV e al resto dei presenti riguarda questo nodo. Noi siamo convinti che la sfida della crisi debba chiamare i movimenti, siano essi centri sociali, comitati, “popoli”, esperimenti di governo locale, finanche chi sia sul terreno della rappresentanza politica, a scegliere la via di una condivisione sincera, maggioritaria, democratica dei processi decisionali. E a misurarne l’efficacia su quanto essi contribuiscano a un cambiamento reale. Laddove vi siano esperienze che si battono contro la crisi, che scardinano il vocabolario politico costituito con la radicalità delle lotte e/o con l’innovazione degli strumenti partecipativi, è necessario avere l’umiltà e l’ambizione di rispettare ed arricchire i percorsi moltitudinari che richiamano migliaia (e forse milioni) di persone. E questo, sabato lo abbiamo detto chiaro, è uno degli straordinari insegnamenti della lotta NO TAV in Valle di Susa: ma chiediamo che tale modello venga adottato sempre, lì, a Roma, dovunque e che tutte le soggettività che si battono per un “territorio bene comune” siano in prima fila in questa battaglia, senza ambiguità.
Insomma, è su questa base che siamo disposti ad interloquire con tutti, per essere sempre di più e sempre meno isolati, per trasformare la resistenza in alternativa. Ad altri auguriamo buona fortuna, ad altri ancora lasciamo la rancorosa arte della provocazione, purché ben lontani da noi.
LABORATORIO MORION Venezia
CENTRO SOCIALE RIVOLTA Marghera

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