Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘compagnia’

Quando faccio per sedermi è lui che mi sposta gentilmente la sedia. Mi guardo intorno per cercare mio marito. Si è attardato per sistemare i soprabiti. Mi si siede proprio davanti e mi porge la mano: “Piacere Giancarlo”.
Antonella”.
Luigi si siede al mio fianco: “Vi siete presentati”? Non faccio caso alla sua voce. Non sono insensibile ai gesti di cortesia; galanti. Il mio dirimpettaio, Giancarlo, ha un vestito elegantissimo che non è tradito dalla minima piega. Grigio antracite. Anzi, come si dice, gessato. Camicia oxford. Cravatta regimental dove il giallo brilla. Mi sono sempre piaciuti gli uomini che hanno cura di sé. Mi sono sempre piaciuti i nomi… composti. Ogni suo movimento sembra studiato. Mi mostra attenzione. Palesa di essersi accorto di me. “Luigi non era stato bugiardo sul tuo conto. Di cosa ti occupi”? La sua voce è suadente. Sembra un canto. E’ ben impostata. Mi ricorda quella di quell’attore. Ha i bassi morbidi e una tonalità lieve. Allunga la mano per versarmi il vino. Scopre il polso. Ha un orologio per nulla pacchiano. I suoi occhi sanno sorridere con garbo. Accenna di fermarsi mentre il rubino del vino è a metà del calice. Mi fa un cenno di assenso. Controlla che i capelli non gli scendano sulla fronte con un gesto morbido. Torna ad accomodarsi sulla sedia facendo attenzione alla piega dei pantaloni. Luigi mi dice qualcosa ma non lo sento. Sono distratta e un po’ confusa. Confusa dal nostro ospite che mi ruba tutta l’attenzione. Si sistema il tovagliolo sulle ginocchia. Ho voglia di sbirciare sotto il tavolo per controllare le sue scarpe. E che calzini porta. Sono lunghi o corti? Non possono che essere lunghi. Come si può non essere affascinate dalla gentilezza e dal garbo?
Certo è un progetto ambizioso, ma chi non rischia… Come si dice. Te ne ha parlato? Tu che ne pensi. Mi interessa molto il tuo parere”.
Forse lo fa per galanteria ma almeno lui lo fa. Forse lo chiede solo perché sono là. Perché sono una donna. Fa piacere comunque. Ogni donna è lusingata da simili attenzioni. Non che ci abbia capito molto. Una fusione non è certo argomento che pratico tutti i giorni. Ma non voglio far vedere le mie lacune né sottrarmi alla sua preghiera. Mostro di rifletterci un attimo. Mi azzardo a dargli del tu: “Come dici tu nella vita ci vuole il coraggio di osare, naturalmente dopo aver ben ponderato le cose. I pro e i contro. I rischi e i possibili profitti. Io insegno e non vorrei azzardare pareri dove non ho competenza ma credo che tu sappia bene quello che fai. Insomma… io ci investirei. Investirei tranquillamente su voi” –e mi sento soddisfatta di esserne uscita a così basso costo.
Da capo tavola qualcuno propone un brindisi. Ci sono delle risate. Luigi mi da di gomito, soddisfatto. Cominciano a servire gli antipasti. Io non riesco a togliergli gli occhi di dosso. Tutto il resto è rumore e contorno. Non mi era mai successo. Fortuna che sono seduta perché le gambe si son fatte molli. Sistemo la gonna sulle ginocchia. Torturo un attimo il mio tovagliolo. Sposto una ciocca dietro l’orecchio. Cerco di controllarmi sulla caraffa del vino. Freno la voglia di prendere la borsetta e dalla borsetta lo specchietto. Vorrei essere al meglio. Mi si è chiuso lo stomaco. Abbasso gli occhi nel piatto per non sembrare sfacciata. Ho paura che mi legga l’anima. Abbasso gli occhi per cercare rifugio dentro di me. Per un attimo gioco con l’orecchino. Mi scappa un sorriso che mostra impercettibilmente i denti. Umetto le labbra. Faccio dondolare il piede: “Certo che dev’essere affascinante il tuo lavoro. Peccato, mi sarebbe piaciuto che avessimo avuto l’occasione che me ne parlassi”.
Apprezza. Si sente blandito. Non disdegna l’adulazione. La coglie. Anche questo sembra un pregio in lui perché l’afferra con finezza. Come fosse consapevole e allo stesso tempo disinteressato. Come fosse bagaglio naturale di un uomo di successo come lui che reputa volgare mostrarsi oltre le righe: “Perché no. Magari alla prima occasione. Oggi… si festeggia e tu sei una vera festa per gli occhi”. E allora comincio a sognare quell’occasione. A inseguirla nei miei pensieri. Lotto cercando di non farmi troppo distrarre. Si allunga per prendermi la mano e lasciarci un piccolo bacio sulla punta delle dita. Luigi manco se ne accorge. E’ distratto con gli altri. E poi non è mai stato troppo geloso. E perché dovrebbe? Non gliene ho mai dato motivo. Dovrebbe essere fiero di me. Un po’ più soddisfatto di me. Lui nello staccarsi mi sussurra: “Spero che quell’occasione possa essere presto”. Vorrei gridargli “Subito”! Cerco di ricompormi. Di controllarmi. Il vicino mi chiede cosa ne penso della zuppa. Mi guarda sfacciato le ginocchia. Le ricopro indispettita. Ci sono altre donne al tavolo. Nemmeno la cameriera è male. Ho bisogno di pensare. E di mettere ordine nei miei pensieri. Per togliermi dall’imbarazzo mi alzo per raggiungere i servizi. Così ho modo di controllare di essere ancora tutta in ordine. Dondolo sui tacchi alti e sento che il suo sguardo mi segue mentre mi allontano. Me lo sento addosso. Mi sento appagata. Forse ancheggio fin troppo? Non mi sembra. Ne sono fiera. So che gli occhi degli uomini apprezzano. Mi interessa solo l’attenzione dei suoi. Quando torno fa per alzarsi ma sono più lesta e mi siedo. Sembra aver capito che sarebbe sembrata eccessiva quella sua attenzione. Perché Luigi non si lascia nemmeno sfiorare da tali gentilezze? Perché crede di avere il diritto dei miei occhi? Forse per quell’attimo ho sperato che Giancarlo mi seguisse. Come sono stupida, a volte. Non è una cosa da lui. Avrebbe rovinato tutto. Lo sa. E io cosa avrei fatto? Mi sento una ragazzina. Ma sognare non fa male a nessuno. L’immaginazione non fa né feriti né prigionieri. E’ così che non so che limitarmi a pensare a lui che mi apre la porta. Non c’è nient’altro dietro quella porta. Non ora. Non sarebbe cambiato molto. Mi sarei limitata a controllare lo stesso il trucco e basta.
Chissà se mi avrebbe aspettata fuori? La mia fantasia non ha bisogno d’altro. E la sicurezza della sua premura mi è più che sufficiente. Anche il rispetto è una dote di cui non se ne ha mai troppa, che la donna sa valutare. Un uomo che rispetta una donna è un vero signore e la fa sentire una vera signora. E io mi sento lusingata di tutto. Credo di aver scelto il vestito più adatto. Anche Mirco dice che sono uno splendore. Io vorrei sentirmelo ridire da lui. Lui che sta parlando con un’altra. Con la vicina. Una donna piuttosto banale. Con un abito fin troppo evidente. Che cerca rubargli un minimo di interesse, di fargli vedere cosa nasconde a malapena nella scolatura. In realtà è un tipo un po’ volgare. Anche la sua voce e le sue risate sono volgari. E’ banale. Lui ne è interessato solo per educazione. Si vede da lontano che ne è anche leggermente spazientito. Lo salvo chiedendogli l’ora. Me la dice con fare preoccupato, ma purtroppo si sta facendo tardi. Non c’è spazio per andare troppo in là giocando con la fantasia. Torno in me. So perfettamente che è solo una cena di lavoro. E che lui è poco più che quel breve tempo. Che un incontro… occasionale. E poi anche se ne sono rimasta sorpresa resto sempre io.
Prego a Luigi di andare a prendere la macchina. Direi una bugia se dicessi che non mi dispiace che si allontani. Di stare quell’attimo sola. Guardo la sala. Siamo i primi a congedarsi dalla compagnia, ma domani mi debbo alzare presto. Giancarlo mi raggiunge mostrandosi dispiaciuto. Giancarlo mi sussurra che spera proprio che ci possiamo rivedere. Giancarlo, mi piace ripetermi il nome in testa, suona bene, esprime la sua ammirazione per me e la stima per mio marito. Mi fa il baciamano. Non mi è mai successo. E poi due in una sera. Per un attimo ho l’impulso stupido di lanciargli le braccia al collo. Mi ha fatto sentire orgogliosa di me. Non so cos’è. Bello è bello ma di uomini belli capita di vederne altri. Non so cosa abbia di particolare, forse tutto. Dovessi esprimere un’opinione è che, forse sono io ma, mi sono lasciata affascinare. Affascinare da tante piccole cose. E lui trattiene la sua mano nella mia prima che usciamo. La stretta e tenera e sembra non finire. Sembra una promessa. Il suo sorriso è gentile e garbato. Sono solo io a vederlo ammiccante. Un po’ malizioso. Per un attimo sono un’altra persona. Non mi sono mai sentita così. Ho paura che le gambe non mi reggano mentre mi allontano e cerco di guardarlo senza voltarmi. Trattengo il suo ricordo nella mia testa e immagino il suo sguardo. Me lo sento fisso sul sedere. Magari lui è già tornato dentro. Torno a sentirmi stupida, ma sto bene con me. Metto fretta a mio marito e il ritorno lo facciamo in silenzio.
Quando Luigi viene a raggiungermi a letto mi sussurra qualcosa. Cerca di farsi vicino. Fingo di dormire. Pian piano il suo respiro si fa regolare. Finalmente sono sola. Finalmente posso immaginare tutto quello che voglio. Ripenso a come ho immaginato mi guardasse mentre lasciavo il ristorante. I suoi occhi sulle mie natiche si fanno presenza. E’ tutto una lusinga. Vagheggio il vino che mi cola dalle labbra. Lui che con gesto attento lo pulisce. Che cerca di sbirciare dentro di me. Lui affascinato da ogni cosa. Che mi parla con gli occhi mentre mi guarda negli occhi. Che mi sussurra frasi che non riesco a immaginare. Torno a quell’istante: quando mi sono allontanata per il bagno. Torno a fantasticare. Lui che mi segue. Lui che mi apre la porta. Di quello delle signore? Di quello degli uomini? Non ne sono certa. Non so cosa scegliere. Lui che non si ferma sulla porta. Che entra. Lui. Solo un bacio. Le sue labbra che sfiorano le mie. Le sue mani. La fede al dito mi acceca all’improvviso. La invidio tanto da odiarla per un po’. Posso indossare anche pensieri sconvenienti. Finalmente. O posso spogliarmi di tutto. Ogni altra piccola riflessione, ogni attimo che so immaginare è un attimo di piacere. All’improvviso mi accorgo che è un piacere ora morbido ora violento. Che può essere tutto. Ho voglia di toccarmi. Di farmi toccare. Ho voglia di tutto. Anche delle cose inconfessabili. Sarei la più grande delle stupide se scuotessi Luigi dal suo letargo. E non sarei nemmeno onesta, con lui. Sarebbe una cosa che mi lascerebbe sporca. Vorrei solo poter tornare Antonella; la solita Antonella. Mi accorgo che tutto è solo un piacere dopo il piacere.

Annunci

Read Full Post »

tazzina di caffèAvevo strappato i giorni. Uno ad uno. Lentamente, ma deciso. Un foglio al giorno. E ne restavano sempre meno. Ma sono gli anni quelli che contano. Quelli che pesano. Questo pensava il vecchio Piero. Certo, anche l’età è una consuetudine, un pensiero, solo un concetto. C’era ancora chi pensava all’amore e chi si abbandonava alla rassegnazione, chi si lavava spesso e chi era incontinente, chi teneva i denti nel bicchiere e chi ghignava con l’ultimo traballante, chi aveva ancora voglia di leggere e chi nemmeno cambiava canale. Certo la tele era il più frequente motivo per litigare. Piccola umanità. C’era chi riceveva spesso visite e chi, come la vecchia Elvira, guardava assorta sempre la stessa foto. Chi si cantava in silenzio una vecchia canzone muovendo solo le labbra. Ci avrebbe seppellito tutti la vecchia Elvira. E le si girava distanti per non sentire ancora quella storia. Lui, a volte si faceva rapire dai ricordi o rapinare da essi. Restava muto con lo sguardo fisso davanti a sé perso nel nulla. C’erano spesso attimi di mutismo assoluto, dove bastava una mosca a fare un rumore assordante. Non durava mai molto. Poi si alzava un brusio. O esplodeva la confusione, persino le baruffe, improvvise. Nemmeno si ricordava perché se l’era presa l’ultima volta. Qual era il motivo. Poi la sua acqua l’aveva ritrovata. L’aveva solo scambiata di posto.
Guardò l’orologio, il vecchio Piero, anche se non aspettava nessuno. Che poi doveva saperlo perché in quel momento c’era il giro delle pastiglie. Le mise nella scatoletta, ogni pillola nella sua cella. Riusciva a distinguerle per colore e dimensione. Gli occhi non l’aiutavano più molto. Quando iniziava il giro Gilberto diceva sempre: «Ecco l’elisir per l’eternità.» e poi rideva da solo. Ma il povero Gilberto se n’era andato in silenzio due giorni prima. Non era di grande compagnia e non aveva il senso della battuta, il povero Gilberto. Aveva lasciato solo le sue ciabatte e i suoi ultimi odori. Il suo letto era rimasto vuoto per poche ore. Era ancora caldo. Con quello nuovo il vecchio Piero non era ancora riuscito a parlarci. Quasi sempre i primi giorni si fatica a trovare un argomento, anche una sola parola. Era stato così anche per lui. Tanto tempo che non cercava di ricordarsi nemmeno quanto.
«Viene a prendere un caffè»?
«Sai che non posso. Sai… le ragadi».
La macchinetta, come il solito, era fuori servizio. E l’uomo non si vedeva. Che poi faceva un caffè che te lo raccomando. Era una sciacquatura che nemmeno ai morti. No! non l’avresti servita nemmeno al tuo peggior nemico in un momento di completo odio. Era solo per fare due passi. Possibile che a Marchesini glielo dovesse sempre precisare. Che si poteva prendere anche un bicchiere di niente; e senza limone. Aveva bisogno di andare al bagno.

Read Full Post »

Foto di una scollatura generosaSe parliamo di donne allora parliamo di Donne. Cioè di tette e culi. Senza andar tanto per il sottile. Irene chiese se volevo limone o latte. Non l’ho mai preso con il latte. Si chinò per servirmi. Qualsiasi donna dovrebbe fare attenzione prima di sbatterti le tette sotto gli occhi o di strusciartele sulla spalla. Forse c’era un significato recondito nelle sue parole che non riuscivo a cogliere. E forse ad un altro poteva anche darla a bere, ma una donna è sempre consapevole di sé; concede per quello che vuole. Il suo gesto era eloquente. Non sono io; è la realtà ad essere irritante e non è poi che il tè mi faccia impazzire. Affondai la mano ed erano di carni molli. Lei finse sorpresa ma non si inquietò se un po’ si versava sul tavolinetto di palissandro. Rise di quel riso che solo le donne, in certe occasioni, conoscono. Cercò di abbassare gli occhi e di guardare alla finestra. Cercò di dire molti suoni di no. Ne trovai le labbra e fu sullo stesso divano. La luce del giorno non è momento adatto ai miracoli. Quella luce infieriva sulle sue rughe e sul suo passato. Priva della minima menzogna; nemmeno di indulgenza. Non c’era sentimento. Non c’era trasporto. Non c’era nemmeno vera passione. C’era solo carne e sesso; muscoli e sangue. Davanti c’era solo lei in tutta la sua vanità disarmante e disarmata. Quella sua decenza, la sua ipocrisia, la sua insolenza e il suo garbo spogliati. Anche se continuava ad inanellare quei no e lo nominò più volte e voleva fingere di dover essere convinta, alle cinque del pomeriggio, in agosto, non poteva essere che sudata e puttana.

Read Full Post »

Foto di una scollatura con collanaSi chiamava Erika. Ma perché devo essere sempre così laconico? Si chiamava Erika, sì! con la Kappa. Cioè si chiama Erika e la conoscono tutti. Di un rosso vivo e falso ha sempre un sorriso e una battuta per ognuno. Ma forse quella kappa era stata solo un suo vezzo, una delle sue tante civetterie, che poi si è trovata addosso. Sposata con due figli ormai grandicelli, maschio e femmina, pare non volersi liberare di quella patina da ragazza impertinente.
Erika doveva essere stata una bella donna, certamente lo era stata ma gli anni non perdonano nessuna distrazione, ma è ancora oggi una donna con un suo intrigante fascino, un sorriso malizioso sempre pronto e una sua grande sicurezza, insomma è simpatica e divertente. E’ così con tutti ovvero ogni suo gesto è colmo di quella provocazione femminile e le sue parole piene di più o meno sfacciati e sfaccettati sottintesi. Provocare le è naturale come tante cose che entrano dentro nella pelle e si fanno come parte di te senza nemmeno lasciarti il tempo di accorgertene. Le è facile entrare in confidenza e giocare con senso di complicità e di intimità.
Avevo sentito delle chiacchiere nei suoi confronti ma io non sono tipo da dar retta alle chiacchiere e avevo sempre pensato che il suo era solo tanto fumo; fumo senza arrosto. Lei cura ancora molto la sua persona e anche il suo vestire che spesso sembra studiato ad attirare la curiosità maschile e soprattutto ad imbarazzare e provocare; a mostrare magari quanto più si può senza raggiungere la sconvenienza ma esaltando le sue grazie. Magari cose corte e/o attillate, bottoni che sono rimasti come casualmente slacciati, malizie tutte al femminile anche un po’ inadatte alla sua età, ma non è raro trovare nelle donne vanità simili. Lei è sempre al centro di ogni occasione così come in queste parole che girano su loro stesse. Pareva allora inoltre divertirsi particolarmente con me. Per dirla tutta spesso avevo avuto l’impressione che si spingesse anche un po’ oltre, ma alla sua allegria viene perdonato quasi tutto. Ne avevo parlato in varie occasioni, ora non più, con Vittoria, mia moglie, certo glissando su alcune cose o senza scendere troppo nei particolari; parlarne non mi sarebbe stato comunque facile, soprattutto con una donna e ancora di più con una moglie, ma i miei dubbi restavano. Non era insolito che le sentissi fare apprezzamenti pesanti, allusioni a prestazione e cose di questo genere, con quell’espressione soddisfatta in volto, quasi in una sfida. Ma perché parlare tanto, troppo, di lei quando nella realtà lei è sempre una che va direttamente al nocciolo delle cose, pronta a dire pane al pane, eccetera? Perché per lunghi tratti del nostro lavorare nella stessa sede lei mi è stata parecchie volte di vero imbarazzo e non solo se restavamo un attimo da soli. Come quando sembrava fantasticare proprio su di me o mi provocava chiedendomi “non vuoi vedere cosa ho indossato sotto? son certa ti piacerebbe.” o altre amenità simili come quando mi assicurava che lei era rossa naturale e mi chiedeva se non le credevo e se volevo controllare.
Non che fosse mai successo molto anzi nulla perché il suo sembrava restare un gioco e il suo divertimento non chiedere altro e non andare oltre. Infatti se si accorgeva che soffermavo troppo il mio sguardo dentro la sua scollatura o sulle sue gambe, invero un po’ massicce, o, che ne so? sulle natiche di quel suo sedere abbondante, non le sfuggivano certo le cose, o se nei miei occhi appariva, come diceva dopo lei, quell’interesse che sfiorava la libidine, lei non perdonava mai una virgola, prima ancora che completassi un gesto di allungare le mani o che ne so ma anche subito a ridosso delle sue più ardite provocazioni, lei scivolava via soddisfatta ridendo con quel suo singhiozzo cantilenante un po’ sguaiato canzonandomi dopo il suo solito “dimmi cosa mi faresti”?
Scappava; ed io restavo lì come un imbecille; questa è la sacrosanta assoluta verità. Un imbecille come un sedicenne e questo doveva divertirla molto. Mi son sempre chiesto se il mio atteggiamento partecipasse a quello che era lei, se in qualche modo collaboravo, magari inconsapevolmente, a quel suo gioco e se era quel rossore che riusciva a darmi a renderla così spavalda, persino sfacciata, perché le sue domande potevano diventare delle vere e proprie staffilate come quando mostrava curiosità indiscreta e spudorata delle mie intimità. Io non cerco casini perché di quelli ne ho già abbastanza ma mi sembra ancora che con gli altri non si spingesse a tanto, ma questa può essere solo una mia confortante considerazione. E’ per tutto questo e anche per quello che non ho ricordato di rammentare che sono restato di sasso ieri mattina quando le mie solite attenzioni su di lei, la scollatura era veramente generosa anche se il suo seno abbondante comincia a mostrare segni di cedevolezza, non hanno provocato la solita fuga. Tutto poteva rimanere in quell’atmosfera di eccitato solito cameratismo un po’ spinto invece… Me ne vergogno a raccontarlo perché io sono un uomo assolutamente discreto e del tutto diversamente da lei, ma tanta è stata la mia sorpresa quando è andata come al solito alla porta ma stavolta diversamente ha fatto girare la chiave nella toppa chiudendoci soli all’interno e stavolta non ha detto la solita frase lasciandomi allibito. Il suo sorriso era diverso ieri, in quel momento, era solo ammiccante e sembrava seriamente curiosa e dalle sue labbra è uscita come una promessa e una sfida stavolta una frase nuova il cui suono non le avevo mai sentito: “dimmi cosa mi farai!”. A dare ascolto le chiacchiere di prima avrebbe dovuto saperne una più del diavolo…

Read Full Post »

Franca a Spigone (RE)Quelle parole uscivano direttamente strappate dal cuore, brandelli sanguinolenti. E non erano distanti nello spazio né nel tempo. Erano oggi. Erano vive. Banchettavano sulla loro pelle. Il passato si faceva presente. Strani paesaggi i ricordi. Scelgono; lo possono fare. Scelgono in tutta autonomia. Annebbiano certi luoghi, stendono una foschia fino a quasi renderli fusi e confusi, cancellano altri indirizzi. Erano molte le cose che lui lottava ma non riusciva a ricordare. Ma altri li rendono, improvvisamente o per sempre, vividi; crudeli, affascinanti, dolorosi. E lui lo sapeva, Lei non poteva farci nulla, era indifesa. E Lei era tutto; ma lui avrebbe potuto essere il suo presente, non avrebbe potuto cambiare il suo passato. E si trovò confuso, disorientato. Non era mai stato geloso, nemmeno delle piccole cose. Il suo modo di dire liberava semplicemente le cose dall’estraneità. Non sapeva possedere, tanto meno una persona. Era incapace di egoismo, di invidia. Era lui cioè quello che sapeva essere. Tutto quello era troppo poco per trasformarsi in una ferita destinata a non guarire. Lui aveva avuto solo un grande amore. Certo, altri amori; ma quello era stato uno solo: il grande amore. Quello per sempre. Il segreto mal custodito. Il compagno di viaggio. Il suo rifugio. La sua serenità. La sua allegrezza. Per Lei non era così. Tutto ciò lui lo provava stupito, lo sapeva, non poteva farci nulla. L’uomo è un animale stupido. Avrebbe voluto essere là, in quel posto che non aveva mai visto, tranne che nei films. Avrebbe voluto lottare, ma non si lotta contro il passato. Avrebbe voluto gridare. Non c’è fiato abbastanza per assordare l’assenza. C’erano solo loro: come avrebbe detto allora: “quelle parole, massimo asprore”. Perché si sentiva colpevole anche di quelle che non aveva visto la sua presenza? Perché tutto quello? Era sempre stato così. Eppure nessuno può cambiare le case veramente, può cambiare il disfarsi del tempo. E certamente Lei avrebbe negato, trovato un motivo valido, non era così. Lui non aveva strumenti per capire, aveva amato solo così, con tutto sé stesso. Con le sue paure, con i suoi timori, nei dubbi, nelle speranze, gettandosi in quella storia; storia che ancora gli sembrava troppo grande. Ma allora cosa rimane alla fine di un amore. Si infilò le mani in tasca. Gli faceva orrore quella parola, fine. Gli faceva terrore. Non voleva arrendersi. La voleva lì, subito, e per sempre. Si versò del the. Aprì la finestra. Era un automa. Si accorse che i suoi occhi erano umidi. Si accorse di non poter decidere delle proprio decisioni. Nemmeno delle proprie emozioni. Anche se non lo voleva era arrabbiato, era deluso, era sconfitto. Guardò dove volavano i gabbiani. Ricordò uno spazio largo, all’improvviso, un paesaggio marino, una spiaggia, una giornata uggiosa. Un silenzio pieno di parole. Un sussurro del vento. Ricordò con testardaggine, quello che voleva ricordare, quello che gli serviva, cercando di fuggire, di guarire di sé. Eppure era una storia che conosceva, Lei non gli aveva mai nascosto nulla. Sapeva che avrebbe trovato pronto in tavola come sapeva che sarebbe tornato di cattivo umore. Entrò in un bar solo per perdere tempo, la cena si sarebbe freddata nel piatto ma almeno avrebbero avuto altro di cui discutere che non della sua stupidità.

Read Full Post »

Pioggia dietro i vetriCazzo cioè cavolo, arrivo per accorgermi che si son persi le valigie. Non ho con me nemmeno lo spazzolino né un paio di mutande di ricambio. Scendo all’albergo e mi dicono che non hanno nessuna prenotazione. Provo a telefonare senza beccare la linea. Aspetto al bar mentre prendo un caffè e butto un occhio alle ultime sul giornale. Quando comincia non smette mai e le strade sono il primo posto da evitare. Mi dicono con rincrescimento che hanno solo una camera libera, spetterebbe a me ma, da cavaliere, la cedo alla mia compagna di viaggio. Mi dice di chiamarsi Nadia e insiste perché per una notte possiamo anche accomodarci, se io le prometto… La lascio insistere per un po’, sempre per quel fattore della cortesia, ma alla fine mi arrendo. Le cedo il passo e ho un’ulteriore conferma che non avrebbe avuto nessun bisogno di insistere, e mi risparmia delle promesse. Lei preferisce la destra e io gliela lasciò volentieri; mai fatto questioni di principio su queste cose. Ci sentiamo entrambi stanchi per il lungo viaggio. Ha anche un bel sorriso: “Faccio in un attimo!” Si mette un pigiama a fiori e se lo lascia subito togliere ancora davanti al frigo-bar. Se ne resta lì un attimo vestita solo di sé e di un velo di inimitabile pudicizia. Nel periodo dei monsoni è facile scambiare il giorno per la notte, la pioggia sembra non smettere mai e il giorno avere fin troppe ore. Cerco di dimenticare e di far trascorrere ad entrambi la maggior parte di questa maledetta stagione scacciando i malumori. Quando spengo la luce fuori è sempre quello stesso grigio, il colore non si da pena di spiegare se è alba o pomeriggio; è solo antracite. Mi sveglio come avessi dormito cent’anni e fuori piove ancora. Il rumore è un ronzio che invita alla pigrizia. La cerco vicino e non la trovo. Nel cuscino c’è ancora il suo profumo. Nel portafoglio c’è solo il mio bigliettino da visita. Sopra ci ha stampato le sue labbra con il rossetto.

Read Full Post »

I due protagonisti della vicenda sono un uomo ed una donna, approssimativamente una coppia. Entrano in scena e l’eco dei loro passi sul tavolato tradisce il carattere di rappresentazione. In platea si interrompe il chiacchiericcio, si fa silenzio. L’attenzione va ai due che si studiano, alla luce che li mette in mostra, che ne sottolinea il minimo gesto, le espressioni.
Il povero autore ha cercato di rendere i dialoghi credibili; se non veri almeno verosimili. La cosa non si è mostrata completamente agevole. La comunicazione orale fa poca attenzione alla grammatica; incespica, usa termini gergali, sbaglia. L’esigenza di parole e suoni, la fobia di una disputa porta i dialoganti, più che altro duellanti, ad interrompersi l’un l’altro. E’ soprattutto l’uomo ad avvalersene. Per minore pazienza. Per maggiore arroganza. Non sta a queste pagine cercare una verità non sempre rintracciabile. E poi hanno l’ambizione di entrare nella parte. Di trasmettere emozioni. E da lì che si preannuncia il dramma. Non era questo che voleva.
Si può persino supporre che ormai sia nelle dispute che trovano più passione. O che si trovi solo lì la passione. I nostri protagonisti infatti non sono più ragazzi. Stanno assieme da tempo, tanto che quel tempo li ha stancati. Si guardano con sospetto prima ancora che cominci la disputa. Il pubblico si divide a metà; come sempre. Chi fa il tifo per lei. Chi per l’uomo. Solo le ragioni distinguono uno dall’altro. Ma sulle ragioni è meglio soprassedere. Scopriremmo che qualcuno lo fa solo perché lei, sotto l’occhio di bue, sul palco, sembra certamente bella. O perché lui è lui cioè un marito. E un marito ha pure dei diritti. Cioè per futili motivi. E poi le donne debbono imparare a stare al loro posto. Nel contempo lui ha tuffato l’attenzione dentro il giornale. C’è forse un’offesa maggiore?
L’attore appese il cappello all’attaccapanni. Lei si sistema una calza. La platea è in visibilio. E’ chiaro che lei pensa ad un altro. Che ha un altro. Che vuole rovinare la vita al pover’uomo. La moglie in prima fila pianta il gomito nel fianco del compagno. Da dietro rimbomba un colpo di tosse. Fuori dalle finestre del palco scoppia un temporale. Le disgrazie non vengono mai da sole. La radio è una radio di guerra. Vecchio modello e vecchi stridii di voci del passato.
Quell’attore è un cane. Suona tutto falso nella sua voce. Lei, invece, sembra comprendere completamente la parte. Avere quella pazienza stanca è provata. Sa cosa vorrebbe il pubblico. Per quello un po’ di pepe non le parrebbe inopportuno. In fondo un centimetro di pelle in più o in meno non ha mai fatto del male a nessuno. Povero illuso. Ed è come se conoscesse perfettamente l’argomento. E forse è proprio perché l’ha vissuto e lo sta vivendo. E’ sempre così. Fuori dal palco nulla finisce, e la rappresentazione continua. Forse quella disputa non è mai finita, e non c’è rappresentazione che la contenga. Forse stanno continuando un argomento spuntato dal nulla già durante la colazione; chi può dirlo. L’unico spettacolo che non si chiude con la parola fine è la vita. Persino quando una persona viene a mancare lo fa a metà di una frase, nel bel mezzo di un gesto, lasciando un sacco di cose e di parole a metà; in sospeso. Sarebbe troppo facile. Piomba il silenzio.
Mai più marito e moglie a interpretare un marito e una moglie. Lui fa a brandelli il giornale. Lei gli confessa un tradimento. Gli rinfaccia cose irripetibili. Sbatte un piatto vuoto sulla tavola. Finalmente è riuscita a lasciarlo esterrefatto. La luna spegne la giornata sul fondo, dietro quell’unica finestra. Si ode un guaito. Forse nelle sue corde viene più naturale una storia d’amore. Un pizzico di romanticismo. Ma l’autore si reputa una persona impegnata. E per questo verga il suo biglietto col sangue delle proprie vene.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: