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Posts Tagged ‘concerto’

Chi ha troppa fretta. Chi è figlio di un’epoca che corre. Dove va, mica si sa? Chi ha lasciato sull’attaccapanni la pazienza. Per tutti questi è altri… allora, andate subito alla fine. Io resto qua. Io che posseggo tutto il tempo. Che non ho altri appuntamenti. Che di lavoro faccio il fare niente. Io. Non fosse per Lei sarei rimasto a riminarlo in testa. O ancora lì a sognare. Ma la sua è una provocazione, e io alle provocazioni non so resistere. Le amo e ne vengo ricambiato. Come una bella donna. Come la mia donna. Lei sempre al mio fianco. Ma cosa ci è successo dentro? Tra i tanti; come sopravvissuti. Sopravvissuti spaventati guerrieri. Reduci da Piazza Grande. Noi, colpevoli solo di essere contemporanei a quella storia. A quelle storie. Di averla vissuta, patita, pagata; o solo di esserne stati sfiorati. Contaminati. Di non esserci spostati. A ritrovarci lì, ma anche no, in un posto mai visto prima: Monterotondo. Provincia ai confini di tutto. E di un passato ormai remoto. Quarant’anni dopo. E quarant’anni sono una vita intera. Non siamo più gli stessi. Siamo rimasti uguali.
Tutto è come un concerto. Il palco le luci, l’attesa. Il bisbiglio della gente. I primi Flash. Il pubblico ancora distratto. Siamo in tanti. Siamo da soli. Inizia un giovane amico. Le prime note e si fa silenzio. Musica buona. Piena di rabbia e di amore. Ci sa fare; anzi ci sanno fare. Si sta bene. Si sta bene e si aspetta. La verità è che lo aspettiamo, Godot. Ancora. Mai come oggi. Molto più di allora. E queste canzoni di rabbia e di anarchia sono le nostre; e non sono le nostre. Il tempo è una macchina che non entra mai in riserva. Che non si ferma a rifare il pieno. Che macina chilometri e ti macina l’anima. Ma quel viaggio in fondo l’abbiamo fatto sempre da soli. E noi che non ci abbiamo mai veramente creduto. Creduto che una poesia potesse cambiare il mondo. O forse sì? Noi che balbettiamo sillabe cancellate. Noi che nei versi mettevamo il cuore: «Oh Baudelaire, vecchio pazzo ubriacone. Quale dei tuoi vermi, mi ha sbranato il cuore?» Noi. Noi che per un attimo ci siamo sentiti tutti poeti. E l’attimo dopo li abbiamo maledetti. Ci siamo dannati. Come facciamo a dire quello che è stato? E come facciamo a raccontare ciò che non è stato? Frenate la vostra giovane curiosità: cuccioli dell’oggi. Figli di una madre mai ingravidata. Frenate la domanda incauta. Non abbiamo risposte. Abbiamo solo occhi. La voglia di scordare. La condanna a ricordare. Il desiderio di tornare ragazzi. Di riprovarci ancora. E il deserto di Piazza Grande.
Il sax si scalda la gola. In un angolo. Ma quando sale sul palco, a fatica, già il suo silenzio è magia. Prima ancora della prima parola. Della prima nota. Lui si appoggia ad un amplificatore. Tutto pare costargli fatica. E prende il libro per trovare le parole. Quelle per noi. Quelle da scegliere. Quelle per il viaggio. Ed è un uomo vecchio, Claudio. Siamo uomini vecchi. O vecchi uomini? Magari non invecchiati allo stesso modo. Non nello stesso tempo. Non davanti allo stesso specchio. Sicuramente per le stesse canzoni. E Lui parla più che cantare. Canta per non morire. La stessa rabbia; sembra mescolarsi alla rassegnazione. Siamo quegli “Zombie di tutto il mondo uniti”. Ancora portatori di un sogno. Un vecchio sogno in disuso. Siamo nel grido e nella rabbia. Siamo in una pagina di diario. E Lui ci attraversa dolorosamente il cuore. Parlando di sé; e parlando di noi. Ma chi sono quei noi? Nell’afa di un agosto che è rimasto ogni agosto. Attraversati da quel sordo boato. Mentre cadiamo da quel quarto piano. Esistiamo ancora? O respiriamo solo in quei ricordi? Di quel vino? Di quelle notti? Di quelle botti? Di sogni agitati? Di ansie? In un Italia che non c’è. In un’Italia che non è diventata.
Io, vecchio sessantottino. Quarant’anni son troppi. Vorrei non ricordare. E allora perché quei nuovi “Perché”? Ho due anni di più E persino quei due anni sono troppi. Sono un’eternità. Claudio, potrei farti da padre. Strana e crudele è la vita. E noi credevamo. Il sogno era là. La città degli uomini. Il mondo degli uomini. Ma il nemico non è mai un vecchio cretino. Non si ubriaca inneggiando alla luna. E lo stato ha messo in campo il suo apparato militare. Bombe e tritolo. La grande inquisizione. La menzogna contro l’illusione. Bombe e tritolo e noi eravamo solo zingari e felici. Tutti uguali e tutti diversi. La grande illusione. Il mondo là. Quel mondo da divenire. In divenire. A portata di mano. Bastava allungarla, quella mano. Quale illusione. E allora abbiamo gridato, come il cucciolo bastardo lasciato alla porta. Quanto abbiamo gridato. Noi, cavalieri senza armatura. Noi cadaveri in decomposizione. Noi assassinati dalla nostra stessa follia. Noi alle porte dell’illusione. Lì a bussare. A bussare ancora; sempre più forte. Eppure ancora si muore di bombe, si muore di stragi; più o meno di stato. E allora. E allora i bulloni a Lama. E quell’immensa delusione. Per un’altra storia. Dopo quella storia. Per un’altra storia che sarebbe morta nel baule di una macchina. Dopo tanto, troppo; perché? E tu, Claudio, a ricordarmi tutto. A farlo rivivere. A ridarmi quel grido che debbo soffocare. A riempirmi di lacrime gli occhi e il cuore. No! non ho nessuna risposta. Nemmeno per Lei. Oppure ho troppe risposte perché almeno una sia quella giusta. Quella vera. Perché non siano solo confusione.
Io che amo. Io che lotto; ancora. Io che sogno, e lo faccio con sempre più fatica. Io che cammino il mondo, col fiato corto. E dolori alle ginocchia. Io che mi riempio troppo di io per essere ancora noi. E questo nuovo noi. Frutto di una vecchia storia d’amore. Che sembrava persa. Una fragile storia d’amore. Una grande storia d’amore durata una sola breve stagione. E poi ancora Noi. Noi che frughiamo tra la spazzatura del passato. E che ci lasciamo da quel passato ferire. Noi che non vogliamo ancora morire. Noi e i nostri sogni. Noi e le nostre rabbie. Noi, anacronistici testimoni, a cui la memoria fa strani scherzi. Noi lì. Lì nel cortile di un palazzo. Nel cortile di palazzo Orsini. A Monterotondo (Rm). Non in piazza Maggiore. Ma a Monterotondo. Lontani mille chilometri e quarant’anni da Piazza Maggiore. Così, per chi c’era e chi non c’era. Per tutti e per nessuno. E quest’estate non chi incontreremo a Rimini. O perché no? Una pazza idea la portavo in tasca, da tempo. E io a chiedermi come finirà il concerto. Con un brano di rabbia: Piazza, bella piazza. O con un pezzo di speranza: Albana per Togliatti. Ma i poeti seguono solo l’ordine dei loro pensieri, non me ne voglia Claudio. Non me ne voglia Claudio per quel poeta. Niente di tutto questo. Anzi le aspetto e loro si fanno ancora aspettare. Né rabbia né speranza. Nemmeno amore. Finisce tutto davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino. Lui, il cantastorie, il colpevole, l’assassino, sbocconcella il niente. Ma ancora si sente quell’odore di brace. Scrivimi Claudio la storia di oggi e di domani. Di quella, di quella di quegli anni, dei nostri vent’anni o poco più, abbiamo versato tutte le lacrime che avevamo. Sì! forse a vent’anni si è stupidi davvero. Eppure lo gridiamo ancora, anche se con voce sempre più roca, ma ancora più forte: che un mondo, quel mondo, un altro mondo è ancora possibile. Anche dopo Genova. Eccola l’unica risposta: abbiate pazienza e ascoltate. E lasciatevi andare a sognare. Anche se ora pare un incubo.

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linguacciaCerte notti la macchina è calda; altre notti non c’è verso, proprio non vuole andare. Ciack aveva completamente cannato l’entrata di Elouise. Con tutte le volte che l’abbiamo provata. Non si sentiva un cazzo, sopra quel cazzo di palco. Si era ripreso subito. Forse nessuno se n’era nemmeno accorto. C’erano vuoti in platea. La finale della coppa italia? Strano paese di merda. No! non si può prevedere tutto. “Ma hai visto quelle sbarbine scatenare; lì, in prima fila, sotto il palco”? Erano quattro ragazzine dal viso pastrocchiato per sembrare cresciute. In preda all’isteria. Non sai pensare ad altro? Avevo l’impressione di averle già viste. E che ci dovessero essere poco distanti i genitori. A controllarle. Genitori permissivi, se avevano cercato di fuggire dal loro controllo. Di raggiungere i camerini. E c’erano riuscite. Non aveva nemmeno tette. Gli ho autografato la pelle. Era tutta contenta e siamo scappati via. Vita da rockers. Tutto come fanno i grandi. Ma quelli, i grandi, quelli arrivati, sono un’altra cosa. Chissà se se lo sono fatto il culo? Speravo che Peter ci trovasse almeno da fare da spalla. Lui dice che sarà per la prossima. E’ andata male. Sono stanco di sentirglielo dire.
Io cambierei la scaletta”. Non li sto ad ascoltare. Potrei dire parola per parola prima che escano. Sono le stesse dopo ogni concerto. Ormai è andata. A che serve star lì a recriminare? L’adrenalina scende. La stanchezza sale. Veramente nessuno ha particolarmente fame. Qualcosa dobbiamo bere. E mangiare. Prima di rimetterci in marcia. Il pezzo nuovo mi ronza in testa. Resto incerto sul verso tra amare e odiare. A volte ho il dubbio che potrebbe funzionare. E quello che non lo scriverò mai. C’è una che si sforza di diventare bionda, lì, nell’angolo. Da sola davanti ad una birra, scura. Fuori c’è un utilitaria scassata. Lei e la macchina si assomigliano. Mi ci giocherei le palle che stanno assieme. Ho spesso di queste idee. La guardo e si sente fissata. Non avevo nessuna intenzione. Distoglie gli occhi in modo evidente; infastidita. “Cazzo vuoi”? Non ci siamo che noi e lei. Non è il primo autogrill. Credo di non aver mai desiderato tanto il letto. “Ma avete sentito di quella cosa lì”? “Ma quel riff stavolta era proprio cattivo”. Sì! Proprio come l’acqua di seltz.
Lo penso e stringo le labbra. “E se campionassimo il rumore dello sciacquone; sarebbe una figata”. “Sarebbe una stronzata. E trent’anni dopo”. “Dici che l’abbiano già fatto”? “Ma nessuno se ne ricorda di certo”. Ha ragione Eros, con la base sola è tutto più semplice. Niente furgone. Niente rotture. Non dividi. Poche rogne per smontare e tagliare. Niente di niente. Mi chiama Angela. C’è poca copertura. Era l’ultima cosa che mi mancava. Siamo appena partiti. No! non so ancora quando potrò arrivare. Non mi aspettare alzata. Un poco sono depresso, comincio a pensare di non aver più l’età per certe stronzate. Le grido che non si sente più un cazzo. Butto il cellulare sul tavolo. Faccio segno che ho proprio bisogno di un altra birra. Mi duole la schiena. Il banconiere ha tanta voglia quanto me di muovere il culo. Passa lo straccio sulla formica e fa con comodo. Mentre aspetto accendo l’ennesima sigaretta. Di qualcosa si deve pure morire. “Date retta a me: questa musica è già morta. Si torna a quella buona. Alla balera”. “E quando mai è morta”? “Proprio perché è la migliore. E’ la vera musica”. La maglietta è tutta un sudore. Paco è al bagno. Dovrebbe smetterla. Almeno prima di mettersi al volante. “Ora va meglio; ne vuoi un po’“? “Magari dopo“.
E’ la sua solitudine che mi ha incuriosito. Una solitudine intristita. A quest’ora di notte. Invece sembra americana. Uscita da un college. E non è un complimento. Ci penso un attimo e decido di no. Però la fisso, forse proprio perché mi ha indispettito il suo gesto. Mi guarda di striscio. Alza il nasino con quell’aria di supponenza. Un poco altezzosità. Un poco superbia. Cosa c’è tanto da guardare? Mi piace aggiungere i dialoghi e immaginare le situazioni. Poi pare pensarci. Forse riconoscermi. Forse era in sala. Non può essere diversamente. Mi monta una rabbia: ma che ha lui più di noi? Adesso è lei che mi osserva con insistenza. E’ sprofondata in una maglia orrenda. La gonna è corta. Le gambe sono da bambina. Senza calze. Gli occhi sembrano piangere o rimpiangere. Il neon le colora il viso rendendolo ancora più etereo, inespressivo. Non cerca di sorridere. Forse quel viso non ne sarebbe capace. L’unica cosa che in lei può avere una parvenza di attrazione è l’età. E’ che alla fine è donna. E’ quell’aria di annoiata indifferenza. Deve avere certo più anni di quelli che mostra. E’ che tutto pare strano a quest’ora di notte. Quando tutto il resto del mondo sembra morto.
Ti dispiace se… vado io”?
Non ho proprio voglia di stare ancora ad aspettare. Sono io il cantante. E’ che non ho nemmeno nessun’altra voglia. Ci passo la mano. Ci provo anche e provo solo nausea. E’ una notte così. Lo so che un uomo non potrebbe dire di no. Non ha altro fascino; lei. Farlo in furgone poi non è il massimo. Può succedere ad uno di non averne voglia. E’ la prima volta. Non fa parte del contratto. Perché mi dovrei dispiacere? Nemmeno mi preoccupo. Gli altri non hanno la forza di mostrarsi sorpresi. E’ anche una delle prime volte che scappiamo così in fretta. Il viaggio ci aspetta. Casa. Comincio a non aspettarmi più il massimo. Li guardo. Nessuno pare avere niente da obiettare. Ma sì! Cico: “Fai pure”.
Si alza pigramente e va verso il tavolo. Solo un attimo. Lei si alza pigramente. Pare un poco delusa ma raggiungono l’uscita. Lui le ha già passato la mano sulla spalla. Lei gli ha già appoggiato la sua sul culo. Ci guarda, ci fa cenno e la bacia. Ridiamo in silenzio. Non ci sarà molto da aspettare. Solo che dopo ci dovremo sorbire il suo racconto. Lui ha la passione della cronaca, e ce l’ha per quella dettagliata. Per i particolari. Spesso si porta dietro lo scalpo, il souvenir. Manie da amatore. Certe volte non è da credergli. Certe altre è chiaro che se la tira. Paco non è più tra noi. Violino Jimy: “Quasi quasi dopo mi prendo un passaggio anch’io”. Non vorrei passare la nottata su questo tavolo. “Non rompere. Fa il bravo. Se non ti va prendete pure il furgone. Mi faccio dare uno strappo da lei e prendo un treno. E, già che ci siete, andate tutti a fanculo”.

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Un concerto. Si va (non è poi cosi lunga la notte). Mica puoi sempre star lì ad aspettare che il tempo ti lasci la polvere sulle spalle. E’ il primo assieme. Alla nostra età. Non lo è certo per me. Non lo è per Lei. Non che ne abbia visti molti. Cioè non moltissimi. Almeno non quanti avrei voluto. Nella musica mi sento bene. Qualcosa ti unisce agli altri quando si ascolta assieme; quando ti accarezza tutta la pelle. Non riesco a stare fermo. Insomma non è certo il primo ma il primo assieme. Ma in fondo, da quando ci siamo ritrovati, abbiamo avuto una serie infinita di prime volte. E poi è inutile dire facciamo, basta fare. Mica posso accettare che allora si era, Lei, troppo giovani e che oggi si sia, Lei, troppo vecchi. Io mica mi vedo. Certo un po’ mi sento. Qualche acciacco. E allora avventura; il viaggio (questo ha deciso la scelta del brano). In più ho un amore per i Modena. E sono stati un sogno inseguito a lungo. Poi non sono mai riuscito a farli venire, ma questa è un’altra storia. Così uno strano prurito mi attraversa come una corrente sottile. Non è una vera e propria ansia ma qualcosa che gli assomiglia. Anche il posto è nuovo, almeno per me: Fucina Controvento (Marghera, VE) via Colombara 123. Io ho anche abitato a Marghera, un secolo fa. Ne porto poca memoria. Allora non c’era nemmeno il C.S.O. Rivolta; figuriamoci. Forse, anzi certamente, scendiamo almeno un paio di fermate prima. Questo paesaggio allucinato, unico al mondo, è pressoché deserto. Il grande Moloch fa ancora paura e incute timore: acciaio e cemento. Lingue di fuoco che non si spengono mai. Aria irrespirabile. Abbiamo organizzato un convegno sui morti della chimica; della Montedison. Nessuno a cui chiedere. Due puttane dell’est, o di quello che era l’est, spettinate dal passaggio delle poche vetture. Qualche camion (che ci fanno, anche loro, in giro a quest’ora?). Una si avvicina. E’ lei a chiedere: “Ce l’hai una sigaretta”? Gliela offro, e una anche per l’amica. Poi un’autista sul suo bus. Conosce una via Colombara ma in altro comune, alquanto distante da qui. Quando finalmente la troviamo, dopo vari giri e qualche sigaretta, mi rendo conto che arriviamo dalla parte opposta delle indicazioni approssimative che avevamo ricavato dal sito della Fucina. Ecco perché non vedevo il movimento che mi sarei aspettato. Ma in fondo non ci eravamo persi d’animo nemmeno un attimo. Faceva tutto parte della serata e dell’avventura. Della piccola avventura. Ci saremmo divertiti certamente meno. Il posto è un posto come quelli che ho amato e amo: uno spazio splendido per fare musica e stare assieme. I giovani, ma non solo giovani, sono quei giovani. Vestiti e forse pensieri colorati.
Non ci sono solo i Modena ma anche il “Collettivo musicale MOKA DA TRE”. Ho degli amici tra loro. A quel tempo non li conoscevo per come suonavano ma per come bevevano. Ma io… chi non ha peccato, eccetera. Non faccio a tempo ad avvicinarmi che mi viene incontro Marco (cantante) sorpreso di rivedermi dopo tanto tempo. Naturalmente l’abbraccio è spontaneo e caloroso. Qualcuna ne abbiamo vista assieme. Subito, come se ci si sentisse a distanza, arriva Michele (basso). Faccio ammenda in silenzio ma fatico a ricordarne il nome. Mi spiega che se li avessi chiamati sarebbero venuti a prenderci (ho ancora il suo numero sul cellulare). Mi spiega che non si può interrompere la notte e che suoneranno subito. Naturalmente la tessera ARCI, fresca fresca, l’ho scordata a casa. Mi credono. Entro perché ho una vivace curiosità di sentirli. Il Pera (chitarrista) mi saluta dal palco. Suona come dio comanda e io lo conoscevo non solo per le bevute ma anche perché, per un lungo periodo, il vino ce lo portava lui. E’ stato infatti il barista al Baracca & Burattini. Uno di quelli che con me ha pianto per la chiusura. Dita veloci e, ora, capelli lunghi e barba. Se me lo fossi chiesto avrei creduto di incontrarne di più di amici ma il tempo è passato. Ci siamo divisi e persi. Magari qualcuno non sono riuscito a riconoscerlo. Il tempo ci ha cambiati. Forse la maggioranza in sala è già un’altra generazione. Il posto è entusiasmante come le note che lo attraversano. Poi vedo anche altri amici. Amici di altre avventure. Non molto più giovani di noi. E il “Collettivo” attacca a suonare ed è trascinante. Suonano, cantano, bevono e parlano: dialogano con il pubblico; il loro pubblico. Trascinano. Cazzo se ci sanno fare! A questo punto i Modena potrebbero anche aspettare. Sento che è una di quelle notti magiche. Sarebbe un delitto farla finire prima del mattino. Un delitto di lesa maestà. Ma la sua maestà al mio fianco, Lei, non può essere lesa. Insomma non posso non tenerne conto. Sarà solo concerto. Poi ce ne andremo buoni buoni. Io mi conosco. Se mi lascio prendere la mano, se mi fermo un attimo, poi quell’attimo finisce solo con l’alba, se basta. Finisce che ci ritroviamo a mangiare e bere, a riempire la notte di entusiasmi e ricordi. E io non sono per i nostalgismi. E’ per quello che quando finiscono (peccato) mi metto buono ad ascoltare i Modena che cominciano sul palco grande, ed è già mezzanotte. Mezzanotte e si comincia. Buono per quanto riesco a stare io con la musica. Non posso esimermi di sentirla anche con il corpo. Non posso rinunciare ad unirmi almeno al coro per, in ordine sparso, “Quarant’anni”, e per “Contessa” e per “Fischia il vento”. “Macondo” non la fanno. Inutile aggiungere niente sui Modena, i Modena sono i Modena. E’ qui il mondo che vorrei. Dentro nemmeno si fuma. Accipicchia (si fa per dire) com’è cambiato questo mondo. Se mi allontano di un palmo continuo a cercarla con gli occhi. Che storia è la nostra storia. Che fantastica storia è la vita. Proprio come un film. Finché un altro mondo non è ancora possibile lagniamoci almeno di questa merda. Merda nel senso di mondo di merda; protestiamo. Come si può stare zitti. E questa musica è quello che ci vuole. Come dice lei «Evviva i Moka e i Modena!» Grazie ragazzi. E scusate se non mi sono fermato a salutarvi. Poi sarebbe stato difficile lasciarci.
I ragazzi, i miei ragazzi, non mi hanno dimenticato. Cioè miei… insomma allora abbiamo trovato l’amicizia, senza guardare in faccia la differenza di età. Nemmeno se ne accorgevano. Lei è attenta alle differenze. I ragazzi sono solo ragazzi, come ragazzi siamo stati noi, io e lei, noi ragazzi del ’68, assieme. E ancora insieme. La sinistra non vuole morire e non può morire. Se ne scordano perché è difficile continuare a sognare e a sperare, in tempi come questi. Non solo perché la merce c’è entrata nei polmoni. E non è nemmeno questione di coerenza. Certo che un passaggio lo potevo anche trovare. Addirittura sarebbe stato facile: Roberto, che non credevo proprio di incontrare in un posto simile, e che è amico più recente, senza avventure, doveva andare proprio a Venezia per accompagnare la sua accompagnatrice. O avrei potuto chiedere a Giorgio. Certo potevo aspettare loro, i vecchi amici ritrovati. Io e lei abbiamo preferito chiamare un taxi. Andarcene in sordina. Ci saranno altre occasioni. Bisogna imparare ad avere rispetto anche di noi, e delle nostre età. Insomma ci siamo imposti di tornarcene tranquilli ed andarcene a letto. Dentro restava un “carico da undici” di adrenalina e una gran voglia di raccontarla. Una piccola correzione sulla mia compagna: «Per carità, mica ci spaventava cercare la “Fucina” in mezzo alla più spaventosa zona industriale del pianeta». Certo tornare è stato più facile. Ma forse no. Forse è stato più faticoso. E’ stato come tornare da un passato che sembrava più bello e ci vedeva più belli. Da un passato in cui le speranze non erano ancora rimpianti. Non pensare all’età. Se si va a Berlino mi porto la cazzuola, voglio ritirare su quel fottuto muro. Certo che la notte un po’ di appetito me l’ha messo addosso. Cazzo! come mi sono dilungato e come sto diventando “passatista” e nostalgico. Ancora grazie agli amici della MOKA.

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Sabato 14, o meglio la notte di domenica 15 novembre 2009. Grande concerto alla Fucina Controvento (Marghera, VE) Via Colombara 123. Non è facile rintracciare il posto, un po’ fuorimano, visto che ci andiamo per la prima volta (chiedo venia, contrito). Lo spaio è ottimo e il pubblico ti fa sentir bene, a casa; pronto a divertirsi e solo a divertirsi bene. Ospiti i Modena City Ramblers che amo ricordare con questa canzone: Quarant’anni. Ma non solo i tanti Modena (più che un gruppo, quasi un’orchestra).

Prima ha scaldato egregiamente gli animi il “Collettivo musicale MOKA DA TRE” che ringraziamo per le buone vibrazioni. E non perché sono un po’ di parte visto che tra loro ci sono alcuni vecchi amici che rivedo, dopo tanto tempo, con immenso piacere. Ascoltateli (anche se la registrazione non può essere delle migliori ma è fatta sul posto e tanto vale).Disegno 1981 04B

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raccontiIl complesso suonava De Andrè e gli faceva il verso. Lui provò forti emozioni e ancora più violente quando gli parve di vederlo seduto nella penombra ad uno di quei tavoli a sorridere sotto i baffi, perché, naturalmente, lui non le avrebbe più cantate così e forse nemmeno pensate. Forse non era lui ma uno che gli somigliava. Forse era stato solo un gioco di illusioni giocato da quelle luci ed ombre. Lei aspettava che attaccassero Il bombarolo. Le prese la mano e pensò solo a loro. Quando si alzarono osservò che il tipo doveva essere uscito.

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