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Posts Tagged ‘condanna’

Cronaca di giovani amanti
Ormai sono alla fine della mia pena. Mi mancano un pugno di gratifiche e poi sarò finalmente completamente libero. Libero di scegliere, non solo di accettare di essere scelto. Non ho mai amato particolarmente le sorprese, le novità. Mi fanno paura. Preferisco sapere. Mi basta lei e lei mi sceglie. Daria cioè Dar’yana ne avrebbe fretta, di stare, ora che possiamo, assieme in allegria, e ne è fiera. Ora che ogni pudore sarebbe solo un semplice compromesso. Un inganno o solo una semplice non verità. Il gioco che giocavano tutti nel momento dell’innamoramento. Della passione. Un gioco stupido. Quasi una regola. Una ovvia consuetudine. Non succederà mai più. Mi faccio promettere che non lo confessi a nessuno. Voglio aspettare. Vorrei che i punti di questo nostro incontro non fossero conteggiati. Che tutto restasse tra noi. Che non fosse influenzato dall’assillo della gara, cioè dell’esaurimento della pena. E vorrei anche che avessimo un poco di tempo per parlare di noi. Di quello che siamo stati, di quello che siamo, per quanto ne capiamo, di quello che abbiamo sognato di diventare e di quello che vorremmo. E preferirei che non ne parlasse nemmeno con Giosuè. Anzi, tanto meno con lui. Credo che questo lo potremmo definire come qualcosa di simile a Intimità.
Ci troviamo dove abbiamo sempre voluto essere. Mi guarda stupita e ride, ma si dice bendisposta: “Proviamo”. Mi invento di leggerle la mano e vedo una linea lunga della vita. Lei ride per la seconda volta. E anche una linea lunga dell’amore. Lei ride una terza volta, poi mi fissa incerta tra il rimprovero e il dubbio e la lusinga: “Ne sei proprio… ma proprio… sicuro”? Credo di sì o almeno spero di esserlo. Senza fretta. Mi chiede, e lo domanda anche a se stessa, se sono un pessimo bugiardo o l’ultimo degli illusi. Sono quello che sono finché non riesco ad essere l’altro. Se posso esprimere un parere: di questo immerso mondo, di questo universo, me ne basterebbe un frammento. Solo un po’ di celo. Una fune per raggiungere il suo mondo. Non se ne rende conto ma è lei che, anche senza volerlo, rovina tutto e che rischia grosso: mi pensa troppo. Le racconto del mio ultimo incontro avuto finora con Kharitina, ma la cito come La sconosciuta, non per vergogna ma perché sono stato con lei proprio come con una sconosciuta, e non posso dire che prima l’avessi conosciuta veramente. Il mondo era già abitato da tutti e nessuno si conosceva. Mi sembra anche divertente per iniziare.
Lei vorrebbe sapere tutto, per filo e per segno, e ride nuovamente maliziosa, ma pensa a quel primo incontro con la sua amica. Erroneamente. Ride e ha una reazione strana: mi tocca. Fossimo ancora nel mondo che era il nostro, ma a questa età, sono certo che avrebbe voluto poter aggiungere: “Questo è mio”. Sa che non può e non sarebbe verosimile e non sa ancora come potrei reagire. Forse no. Forse sarebbe stata l’ultima cosa. Un gesto sconsiderato. Sconveniente. La paura di rovinare tutto. Lei è sempre stata riservata. Di me, di noi, di se stessa. Ha sempre sussurrato i pochi battiti di ciglia e sempre gridato le verità. E le ha sempre gridate forte. Lei si calma e si sistema cheta e io non mi interrompo. Provo semplicemente il piacere di una serenità diffusa. Voglio non volere, fermamente. Senza nessun sacrificio o sforzo: “C’era un angolo in quel mio vecchio mondo dove mi potevo rifugiare. –mi guarda stupita e mi da tutta la sua attenzione. –Non è sempre stato facile”. Quella sua voce diventa amara e amari diventano per un attimo anche i suoi occhi: “Non lo è mai per nessuno”.
Per un istante m’intristisco e guardo verso il nulla, fissandolo. Mi assento. Mi sento nel mezzo di una grande confusione. Credo che potrei perdermi. Sono certo che mi ritroverebbe. Torno da lei. Siamo solo noi. Si sistema il cuscino sotto la testa: “Toglilo. Che aspetti”? Mi accorgo di essere nudo. Mi accorgo che lei è nuda. Ricordare non mi costa fatica; dolcemente: “E’ strano come abbiamo continuato ad amare le stesse cose”. Ride ancora, ma gli occhi hanno un attimo di riservatezza: “Già! le stesse cose, non persone”. “E allora perché”? “Dovevo sentirmi libera… forse solo… eravamo troppo giovani. Ma avevo bisogno”… “Ma perché”? “Cosa importa ora. Certo io… forse tu”. “Giovani e stupidi”. “E stupidi”. “L’ho capito tardi. Dopo”. Ne è divertita, forse un pochino turbata, e le si arrossano leggermente le gote. Mi passa una mano sui capelli che cominciavano appena a diradarsi. Mi consola: “Io… forse mai. Forse solo ora”. Sarebbe comunque tardi per portagliene rancore. Per qualsiasi rimprovero. Irrimediabilmente tardi: “Ricordi cosa stavamo leggendo”? “Certo… ma non hai scritto mai una poesia per me”. “Non è vero”. “Sì ch’è vero”. “E poi ne parlavamo”. “Già”! “Quante parole scritte… e quante parlate”. “Già”! “Io amavo Fabrizio”… “E anch’io”. “Soprattutto quella canzone”. “Ho ancora il suo disco… cioè il tuo”. “La vita è una gran puttana, scusami, sempre piena di sorprese”. “Già! come quella luna”. “Scusami”. “Ormai è tardi”…
Certo le parole sopravanzano i pensieri. Finalmente ho recuperato una cintura. Se non avessi una perenne felicità davanti potrei immalinconirmi e lasciarmi a una qualche forma di rimpianto; di passatismo. Mettiamo un pezzo di Patty Smith e sogniamo lo stesso sogno. Lei veste la stessa camicetta a fiori, di voile, tutto a piccole pieghe, sui suoi piccoli seni. Lei veste il suo sorriso d’innocente furbizia. Lo ricordo ancora bene quel sorriso: “Cavolo se eri bella”. Era anche il momento a farla ancora più bella. Ed erano i miei occhi. Anche se ancora non glielo avevo mai detto. E forse non lo avrei detto mai prima che fossimo qui. Ricordo i capelli lunghi. I jeans. Un giorno d’inverno al mare. Quando l’ho vista la prima volta, sotto l’orologio. Lei sembra non amare particolarmente ricordare: “Non dirlo nemmeno”. “Ma lo eri. Lo sei”. “E allora non dirlo”. “Ma lo sai anche se lo penso”. “Sai… che io non ti avevo mai nemmeno sfiorato”. “Certo. Lo so bene”. “E allora”? “Li ho imbrogliati”. “Davvero”? “Ma io l’ho fatto”. “E io te le toglievo le”… “Ma ero caparbio e ci sono riuscito, un po’, ti ho toccata, goffam”… “Non lo ricordavo”. “Non importa, vale lo stesso. Anche se solo app”… “Sei un”… “Se sapevi perché l’hai fatto”? Ci pensa un attimo e non è sicura. Si diverte a provocarmi ancora: “Ma… forse… perché lo volevi e… sì… anche… perché mi hai fatto ricordare che sono stata ragazza e… perché ne avevo voglia”. “Io… ho scoperto quel ricordo”. “Grazie”. “Sei stata la prima cosa che ho trovato. Cioè il primo pensiero bello dopo”. “Come ci sei?”… “Non hanno processato me, ma i miei ricordi, i miei sogni, le mie fantasie, i miei desideri. Quel vecchio idiota dev’essere stato anche cieco”. “Vorrei esserci stata”. “Vieni qui”. “Sono qui”. “Credi che”… “No. Credo che senza… non ci saremmo ritrovati”… “Sarebbe stato un peccato”. “Credo di sì”.
Non so dove trovare le sigarette. La sua serenità me ne cancella la voglia. E’ questo un viaggio anche di introspezione. Cosi colmo di “anche” e d’incertezze. Non sono sicuro di poter capire. Ho ancora voglia di imparare. Di conoscerla. Di ri-conoscerla. Lei è sempre stata assolutamente lei: “Per amarsi bisogna anche darsi. Per essere hai bisogno degli altri”. Cerco di stuzzicarla. Di muoverla a dispetto. Di provocarla: “Allora eri gelosa di una ragazzina, di… Liliana”. Pensa che la stia canzonando: “Non è possibile”. “Non scherzo”. Lei veste il suo sorriso di stupore: “Mi sembra”… “Puoi starne certa”. “Non ho mai creduto di”… “Invece ti sbagliavi. Lo sei”… Forse si sente stupida. Colta di sorpresa: “Ne avevo sentito parlare troppo”. “Forse”… “Com’era”? “Cosa posso dire?”. “Prova”. Quando non posso più sottrarmi allora provo a rammentare: “Hai presente Julie? La cosa più simile Julie che potrei immaginare. Se leggo di Julie vedo lei. La rammentavo appena. Se ora nomino il suo nome mi sembra di vedere la Julie che mi sono immaginato leggendolo. Due seni… sì! tette mastodontiche”. “Stupido”! “Vero. Tutta tette e culo. Giuro”. “E?”… “Non era bella. Piccolina. Nemmeno una storiella. Niente nemmeno con lei”. Ride.
La stringo a me e continuiamo a parlare. Di tante cose, anche eccessive. Senza nemmeno il tempo di acchiapparle tutte. E per lunghi attimi stiamo in silenzio. Sono troppe le cose che abbiamo da dirci. Troppe anche quelle che vorremmo dirci. Vorrei ricordare tutto quello che ho amato, che abbiamo amato. E quello che avrei voluto amare con lei, che avremmo voluto amare insieme. Ora ne abbiamo tutto il tempo. E l’opportunità: “Il computer, che magnifica tragica invenzione”. “Come avremmo fatto senza”? “Forse… Avremmo fatto”. “Hai ancora una cravatta”? “Un paio”. “Non ti facevano sentire?”… “Il mondo che abbiamo lasciato non era più lo stesso”. “Non bisognerebbe mai”… “Non più bello… o più brutto… solo diverso”. “Credi”? “Credo”. “Ma anche i ragazzi”… “Non c’era più la nostra musica”. “C’era la loro”. “Era diverso”. Lei è sempre stata la praticità fatta persona; sia che fosse in gonna corta e stivali, sia che fosse in calzoni: “In che senso”. “Tutto. La radio. Il cinema. La televisione. Tutto diverso. Erano già morte”. “Non ti seguo”. “Scordi che tutto non esiste. Che è un termine non ben definito. Che tutto vuole dire invece solo moltissimo. Sta anche per maggioranza”. “Smettila di parlare con quell’aria di voler insegnare”. “Un libro, un film, una canzone, erano la magia. Eravamo noi i primi spettatori. Con gli occhi ancora innocenti e disposti a meravigliarci”. “Ma non credi?”… “Alla fine… quella fine… Non ci potevano essere… un altro Charlot. Un altro Quarto potere. Avevano ucciso la sorpresa. Lo… stupore. Svelato il mistero. Guardavano tutto in quei minuscoli schermi infinitesimali. Tutti. Dove non si vede niente tranne marmellata. Dove si sarebbe dovuto immaginare… per una generazione ormai senza immaginazione. Che aveva già visto tutto. Con gli auricolari o le cuffie alle orecchie. Stavano anche diventando tutti ciechi. E sordi”. “Sei troppo severo”. “La musica è musica e sarebbe dovuta restare musica. Senza i video-clip. O ascolti o guardi. Non si può ascoltare e allo stesso tempo guardare. Vedere quelle gambe che ballano. Cercare di vederle. La cantante discinta. O i componenti del balletto. Spesso non c’entrano niente. Gli effetti. E la musica… non si dovrebbe nemmeno chiamarla musica”. “Ma ho visto dei video dei Sigur Rós, credo siano islandesi… prendi Enya”… “Enya è un’altra storia. Sono eccezioni”. “Non credo. E’ solo che era la loro musica. Non più la nostra”.
Mi ricordo senza ragione Tropico del cancro. Solo perché era un volume rilegato male. Che mi si sfasciava tra le dita. Con le pagine che si perdevano qua e là. C’è qualcosa di magico nel suo silenzio. Nel modo in cui mi presta attenzione e mi ascolta. Qualcosa che assomiglia al primo giorno del mondo. All’inizio dell’uomo. Bizzarro sentimento. Ho sempre amato le cose belle e lei mi sembra la più bella. Il cinema, l’arte, la musica, la cultura. La curiosità di sapere. Per quel sapere che non ho mai avuto. Per non aver studiato. Anche davanti ai sogni sono un completo autodidatta. Lei invece ha sempre amato viaggiare. Non ha mai provato paura di provare, di trovarsi al cospetto di un paesaggio nuovo. Mi farò raccontare di tutti quei viaggi: “C’è un film, non uno dei primi… sempre un piccolo gioiello. Lo amo particolarmente… Non so se… Si dovrebbe rivedere almeno tre volte. La prima solo per guardarlo con applicazione. La seconda per dedicare l’attenzione solo alla storia come la racconta le immagini. La terza chiudendo gli occhi e ascoltando solo la musica che lo accompagna. Miles Davis. Credo si dica Ascenseur pour l’échaufaud. Louis Malle. Incontro di due grandi forme d’arte. Il grande cinema e la grande tromba. Alla batteria il grande Kenny Clarke. Al contrabasso un certo… Pierre Michelot, mi sembra, uno che aveva frequentato di più paesaggi di musica classica”. “Credo che sia perfettamente inutile. Ognuno dovrebbe vivere il suo momento. Cioè sarebbe dovuto vivere… Nel proprio tempo”. “Forse hai ragione”. “E forse anche”. Eppure lei mi ha aperto un mondo, e mille universi: “Ho scoperto di amare entrambi assieme i Wu-Ming. E me li hai presentati tu”. “Credevo li conoscessi. E’ strano che”… “Ne avevo sentito parlare”… “Io… preferisco ascoltare. Qualche volta”.
So e a lei piace sentirselo dire, e sentirselo ripetere. Io lo dico perché ho voglia di dirglielo. Necessità. Esigenza. Perché non saprei dirlo meglio. La guardo con attenzione: “Te l’ho detto: sarai sempre la mia ragazzina”. “Bugiardo”. “Perché”? “Coccolami. Tienimi con te”. “Giuro! –e porto l’indice sulle labbra chiuse e, prima di avere il tempo di pensare, mi sfugge una cosa che potrei pagare da qui all’eternità– lasciati amare”. “Anche se non ti ho permesso?”… “Anche”. “Anche se fossimo?”… “Anche”. E allora lei diventa all’improvviso una Daria da sessant’anni e io immediatamente un Rienzo da sessantaquattro. Vuole mettermi alla prova: “Sarai… Saresti?”… “Temo di”? “Scusa”. Lei tace e aspetta. Sembra che tutti quegli anni le pesino addosso. E che le abbiamo portato più che altro dolori. Che questo le segni il viso. E anche nel corpo: “E allora”? “Sei ancora la mia ragazzina”. “Non puoi”… La osservo in fondo agli occhi: “Te l’ho detto”. “Lo so… Forse lo sapevo già. Solo… mi sembra impossibile”. Non è più la stessa. Naturalmente. Ma è sempre lei. La prego: “Me ne dai un altro”? “Ma non ti accontenti mai”? “Sono ingordo di”… “Credo anch’io”. “Non mi basterebbero mai”. “La mia vita non è mai stata piena di baci”. “Perché non la riempiamo ora”? “Perché vale solo forse sei miseri punti”. “E nemmeno lo conteggiamo”. “E allora”? “Per me vale”… “Anche se sono”… “Anche sempre”. Lei veste il suo sorriso di dolcezza: “Dimmelo ancora. Tienimi con te”. Non vorrei cambiare una virgola di lei. Anche così senza trucco. E’ strano poter desiderare di non desiderare. Non dover pensare a quello che può pensare l’altro. Sentirsi così, liberi. Sorride.
Le parole sono senza perso. Lei mi guarda con occhi sognanti in quell’universo di nuvole. In un letto di nuvole. In un sogno di cielo infinito: “Ora, se non ti spiace, vorrei fare all’amore”. “Sicuro”. “Allora non mi sarei mai so”… “Nemmeno io”. Divertita: “Lo so”. “Anche se ho tanto”… “Non me ne sono mai accorta”. “Non avresti”… “Ma ho dovuto essere sempre io”. “Ero solo stupido. Lo sono rimasto”. “Credi sia sempre così”. “E che non cambierà mai”. “Volevo dire”… “Lo so, non siamo cambiati”. “Credi”? “Credo. E cambiare sarebbe stato impossibile. E una fatica inutile”. “Da dove vuoi che cominci”? “Dall’inizio, ancora da allora. Dal principio”. “Vorresti”… “Vorrei”… “Anche se ti dicessi ancora”… Lo so che non lo farebbe, che non lo farà, che non può più farlo. Sarei comunque disposto a correre il rischio: “Anche”. “E cosa vorresti?”… “Tutto”. “Mi sembra strano dirlo”. “Allora… anche per me”. “Goloso”. “Se non ti spiace vorrei”… “Lo vorrei anch’io”. “Toccami”. “”. E lei trasforma ancora tutto in gioco: “Senza far niente avresti già guadagnato il tuo primo punticino. Vorrei regalarti tutti i punti del mondo”. Non lo voglio e non me ne importa. Voglio solo noi. E fermare il tempo. Senza che me ne accorgessi è tornata quella ragazzina. Esclama, lasciandosi a un attimo di volgarità: “Fanculo anche ai sedicianni. –e si aggiunge dieci magnifici anni– E fanculo anche a Lepanto, scusami”.

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E’ inverno. E’ primavera. Qualcuno sceglie l’estate. In questo mondo sopra le nuvole può anche nevicare e la neve scendere fitta e il vecchio se ne va da solo. Volevo vedere se sarei invecchiato bene ma mi sembra che avrei sofferto di solitudine e avrei dovuto mettere gli occhiali e farmi aiutare dal bastone. Morire è stato imparare a vivere e godersene il piacere.
Avevo avuto il verdetto. Se il giudizio fosse tardato solo quel paio di giorni probabilmente sarebbe stato del tutto diverso. A causa delle mie cosiddette mancanze dovrei passare un lungo periodo senza la possibilità di poter scegliere io il mio futuro prossimo e il mio presente abbandonato ai bizzarri sghiribizzi e capricci degli altri, e delle altre ovviamente, il che è forse anche più grave, ovvero sarei stato la vittima di me stesso. Sono validi solo ed esclusivamente i desideri espressi da quel mio prossimo, come direbbero i santi e i fedeli. A proposito… ma dove sono andati a finire, loro, i santi? E’ meglio se me ne sto buono senza farmi vedere troppo in giro rintanato in un angolo dentro di me e… chi vivrà cioè insomma… vedrà. A dire come mi sento è poco se dico che sono perplesso e un po’ me ne vado sotto il peso dei miei pensieri, il tempo non promette niente di buono.
RIFLESSSIONI SUL NUOVO MONDO
Tra un cirro e l’altro e un ammasso di panna montata incontro il Gatto e la Volpe, quei due viaggiano sempre in coppia, ormai non mi sorprendo più di niente, nemmeno se vedessi Nina volare o un quadro di Matisse nella mia cantina al posto del Cézanne anche perché non ho mai avuto una cantina o, che ne so? Romeo bighellonare sui tetti; a proposito di Nina… non sono diventato… certo sono cambiato; non so ora come si dovrebbe definire. E pensavo che qui sarebbe stata sempre primavera. Non devo avere un bell’aspetto.
Il gatto: “Com’è andata”? La volpe: “Direi… non sembri contento. Proprio per niente”. “Io invece direi… male”. Il gatto: “Se me lo dicevi prima. Habeas corpus”… La volpe: “Noi avremmo potuto… in qualità di avvocato”… “Mi hanno detto che non potevo”… Il gatto: “Mai ascoltare”… Il gatto e La volpe: “Lo diciamo nel tuo interesse”. La volpe: “Dovevi pensarci prima, quand’eri ancora in anticamera”. Il gatto: “Farti furbo”. La volpe: “Prendere tempo, magari fingere un malore”. “Come potevo?”… Il gatto: “L’ignoranza non viene ammessa”. La volpe: “Proprio così. Sarebbe troppo facile. E poi tu come imprevidente sei sempre stato reo confesso e con l’indifendibile colpa di voler reiterare tutto. Ma non è mai tardi”. “Certo mi ero aspettato che un simile Giudizio si occupasse di ben altre cose, di cose ben più gravi”. Il gatto e La volpe: “Ed è vero e un po’ no. Ma sei un ingenuo. Non è mai stato proprio così perché qui i pesi sono diversi. Molti di loro, quasi tutti, non passano di qua. Eccetera eccetera. Vanno direttamente là”. “La dove si trova”? La volpe: “”! Il gatto: “Non puoi essere sempre così curioso. Malfidente. Dovresti limitarti ad ascoltare”. Il gatto e La volpe: “Sei stato fortunato. Quel giudice è ormai rimbambito. Certo se si presentava come quel giovane rampante che era ed è sarebbe stato diverso; molto diverso”.
Vorrei trovare delle spiegazioni. Sempre Il gatto e La volpe: “Ci sono sempre tante domande ma non altrettante risposte. Quelle, le risposte, sono sempre molte meno e a volte porsele, le domande, è solo un esercizio inutile”. “Sei nato borghese piccolo piccolo e quello sei rimasto, impiegato di quarto livello. Quello t’è stato amnistiato in contumacia. Ci aveva pensato più che a sufficienza quella aspirante arpia prematura della tua graziosa moglie. Sicuramente volendolo anche questo si potrebbe cambiare”. “La tua fortuna è che in tutta la tua vita ti sei dato tanto da fare per non combinare nulla. Eccetera eccetera”.
SINONIMI DI COLPA
Resto allibito. Non trovo nessuna Ratio legis. Comincio ad averne a noia e fatico a starli ad ascoltare. Il gatto e La volpe: “Vedi… Sei stato sindacalista. Nel tuo piccolo. Hai difeso i deboli contro i prepotenti, e questo sarebbe stato lodevole, ma anche i prepotenti tra di deboli ma come per tutti non si può dire che sia servito a molto”. “Non hai ottenuto nulla e nemmeno un grazie ma almeno non hai fatto disastri”. “Chi era servo è rimasto servo”. “Chi chinava la testa è rimasto gobbo. Eccetera eccetera”. “E hai sempre fatto il tuo lavoro. Del tuo meglio. Operoso”. “Qui come là la vita è la vita. Eccetera eccetera”. “Certo non sei mai stato capitano d’azienda e come avresti potuto? Nessuno avrebbe mai scommesso un penny su di te”. “Non avevi capitali, non avevi la stoffa”. “Non avevi il pelo”. “Non s’impara”. “Ma forse… che ne dici”? “Forse. Ma di quale utilità gli sarebbe. Forse è troppo tardi, però”… “Bisogna nascere e averne le qualità per essere un delinquente vero”. “Così non hai affamato nessuno”. “Credo di no”. “Vedi, non ne saresti stato capace. Eccetera eccetera”. “Te ne saresti fatto rimprovero. Magari anche scrupolo. Non eri buono per quel mondo. Non sei buono per questo. Ma anche a questo si può rimediare. Con un po’”… “Se ci da un po’”… “Basta solo un po’”… “Signori vi prego”… “Tu cosa dici”? “Non sarà facile ma con un po’di… eccetera eccetera”. “Sei anche stato fortunato, sulla terra perché hai parlato molto di Politica ma per fortuna non hai mai fatto politica”. [N.B. sono fondamentali le maiuscole]
Già! Forse perché a raccontarle sei sempre stato una vera frana. Comunque l’inettitudine in questo caso non è un’aggravante. Diciamo solo che non ti bastava la superbia e l’arroganza e che comunque nessuno ti avrebbe creduto e seguito, ma anche questo è privo di rilevanza. Tu cosa dici”? “I politici sono stati aboliti”. “Comunque per loro c’è un posto a parte”. “La peggiore delle pene”. “Certo. Un palco, un microfono, una sontuosa presentazione, il diritto di parlare e… nessuno che li sta ad ascoltare”. “Dimentichi… e una sorta di macchinetta conta-punti elettronica cioè conta-frottole che si illumina e suona le campane ogni volta che loro sparano una cazzata, cioè sempre, promettendo consapevoli di fare quello che non possono fare e non vogliono fare, l’impossibile”. “E ancora gli è stato tolto quello che loro e non solo loro chiamavano carisma, leadership… Faccia tosta. E sono stati smascherati nei loro inganni. Un vero disastro per tutta la categoria. E lì dove stanno non ci stanno donne perché le donne e il potere è come per le donne e la divisa. Viene considerato una dei peccati più gravi, anche e soprattutto per le stesse povere e ingioiellate e sempliciotte citrulle”. “Basterebbe solo… Dovresti”…
E’ una storia che mi è stata raccontata già da ragazzino. Mi sono stati utili ma questo mi basta e prima che continuino dopo un ennesimo eccetera eccetera, alcuni dei quali sono stati ragionevolmente omessi, preferisco non fidarmi troppo dei due strani figuri bardati che sembrano surreali pertanto li lascio a cercarsi un altro cliente, un diverso stolto augurando loro buona fortuna: “Scusate ma”… Il futuro mi aspetta canticchiante: “Se fossi una regina sarei incoronata ma… anche un transessuale”. Credo di cominciare a perdere il senso del tempo e il senso della ragione.
LA CONDANNA
Io non posso decidere di me. Anche se ho obiettato: “Ma mi era stato detto?”… Mi è stato risposto che non dovevo prestar fede a loro, che avrebbero dovuto abolirli subito e che anche la fede era diventata un mestiere dove proprio loro erano i primi a non credere in quello che chiedevano agli altri di credere. La cosa mi sembra alquanto confusa. Poi mi hanno consegnato una sorta di carnet a punti accompagnato da una manuale di istruzioni voluminoso con una lista dei punteggi, lunga quanto tutti gli uomini di Liz Taylor, che molto spesso non mi appare sufficientemente chiara per cui, secondo quanto scritto in premessa, dovrei accumulare centovent’ottomiladuecent… insomma quasi centoventinove-mila gratifiche con il rischio di sommare e poi dover sottrarre. Ne ricordo alla rifusa sintetizzando alcuni che mi tornano alla mente e che hanno colpito la mia curiosità passiva che mi faccio già confusione. Vediamo:
«Desiderare un punticino d’incoraggiamento (riflessione: ma nel silenzio della mia mente e lo devo nascondere anche a me stesso e non lo posso dire a nessuno; per ora, fino al raggiungimento del limite imposto ovvero al traguardo di quei maledetti bonus). Scrivere o pensare di Telefonare eccetera non è vietato né non consentito ma ovviamente semplicemente banale e inutile; restano semplicemente valide lettere e missive inviate e o recapitate in vita. Bacio semplice rubato solo quattro punti, se richiesto sei, bacio beneaugurante o di saluto zero. Gioco di prestigio vale sette, solitario meno sette; Manipolazioni varie (vedi tabella acclusa). Gioco delle bocce, Cena con o senza bacchette (vedi ad esempio Un piatto di sushi), Valzer andante con brio anche senza mani, Caprice des dieux, Gioco dell’oca, Sandwich, eccetera sempre sette punti anzi per il panino nove e Poker otto, ma questa voce proprio non l’ho capita e sospetto ci sia la presenza di qualche errore. Gioco con maglietta ancora cinque, senza maglietta, a seconda, tredici o venti, persino venticinque se la partner è molto ma molto fin troppo accondiscendente. Approccio con adolescente di poco minorenne punti sei, se più che appena minorenne punti meno cento eccetera eccetera e tutti quelli eccetera cominciano a starmi sulle palle. La galanteria non da punteggio ma avvicina alle successive notazioni di successo, come si potrà vedere nei punti successivi più conformemente e chiaramente elencati. Ballo con avances nove punti, se gradite dieci, senza avances meno due, se con avances esplicitamente richieste dodici. Mutandine sottratte ancora solo cinque e offerte dieci (non cumulabili); dopo una Cena galante dodici, ma senza Notte di passione restano cinque, e con Notte di passione quindici; Notte di passione con bellezza (livello Pippa Middleton o Bar Rafaeli eccetera) venti punti, con bellissima (livello Monica Bellucci o Megan Fox o Cenerentola e simili eccetera) P.S. nei casi Bellucci et Cenerentola e simili eccetera cinque punti aggiuntivi per la difficoltà di trasmissione et dialogo, nei casi super-bellissime, se a livello Brigitte o Marylin, ma anche Liz, può essere richiesto abbuono ulteriore per altri cinque punti alla compagna. Bacio profondo dato altri sette, ricevuto quasi dieci e multiplo, da due in poi, altri cinque a partecipante. Mattino Pomeriggio Sera o Notte di e con passione c.s. ovvero sempre da quindici punti in su, se con uscita di scena fuori dal teatro… da questo punto in seguito il testo viene rettificato e poi completamente annullato e cancellato come refuso in quanto dove il soggetto si trova non vi è l’occasione ne è il caso di perdere nemmeno l’ultima scena. I bambini non sono ammessi. Confessione retroattiva o pari intrattenimento, se richiesti trenta, anche se con confessionale, se imposti solo due e sottoposti all’inevitabile e insindacabile giudizio del partner che può anche aumentare il bonus ma anche azzerarlo o peggio. Sorana punti trentacinque (il massimo punteggio tra tutti i punteggi) e questo l’ho capito ancora meno. La Resistenza non viene computata ma la Benevolenza dell’altro può far aggiungere uno o anche un paio di punti.
Riviste Filmati Canzoni e altre Abiezioni varie eccetera non sono più concesse e comunque vengono penalizzate con punti cinque e pubblicate nell’apposita Gazzetta ed è vietato qualsiasi commercio o pagamento in cambio di prestazioni d’opera. Per tutto quanto qui non elencabile si fa riferimento al supplemento tredici bis comma ventisette punto quattordici dell’allegato non presente ma richiedibile. Non è circolabile altresì nessun tipo di moneta di nessun conio, che vanno lasciate all’entrata, ma solo buoni punti. Si invita a non bighellonare inutilmente.
Precisando che tutti gli esseri umani sono esseri umani e ugualmente soggetti di diritti e di doveri. Facendo fede alla Dichiarazione Planetaria Assoluta Post mortem (detta anche D.P.A.PM e successive) dei diritti dell’uomo e della donna e del bambino, compresa la tutela del minore. Tutto quanto sopra esposto è applicabile solo per coppie etero e/o bisessuali, e solo nel nostro villaggio e in assenza di condanne gravi, per tutti quei soggetti che pur attraversando un’esistenza retta e scevra da grandi mancanze hanno in qualche modo inadempiuto a qualche, più o meno piccolo, dovere o più doveri o sono stati fonte di delusioni ad altri o hanno taciuto o hanno mentito compreso a se stessi. Verranno sorteggiate settimanalmente numero tre amnistie. Tutto quanto non esposto può portare alla berlina fino alla migrazione coatta ad altro villaggio molto più punitivo. La tortura è stata abolita ma vi sono molte altre forme di punizione ed espiazione e di segregazione.»
L’ESPIAZIONE
Bighellonando anzi gironzolando con le idee confuse mi sono imbattuto in un filo della biancheria sottile come un nido di ragno ma robusto come un ideale; e Sette Fili Di Canapa. Decisamente mi sento un tipo fortunato. La cordicella degli indumenti ad asciugare, sospesa tra un infinito e l’altro, è molto frequentata tanto che mi ha fa pensare che potrebbe benissimo essere quella della famiglia femminile del buon Malaussène. Dopo la buona caccia e un ottimo bottino non riesco a resistere alla tentazione di prenderlo anche se so bene che non vale nessun punteggio, dovrebbe essere il reggiseno di Julie, ma è troppo ingombrante per portarmelo dietro. A malincuore rinuncio. Quando vado per incassare mi spiegano che dovevo leggere bene e con più attenzione: non sono cumulabili per numero cioè ogni singola sottrazione è un solo bonus, anche se di trenta paia come la mia, vale unicamente e comunque per quei primi cinque miseri punticini. Sono talmente indispettito che per un attimo sono tentato di riportare le mutandine da dove le ho prese, ma tanto saranno già al loro posto e sarebbe un’unica enorme fatica inutile: “Io vorreinon vorreima se vuoi”. Qui tutto mi sembra sottile come quel filo.
Anche una Dar’yana, in ansia, me l’ha chiesto per la seconda volta, dopo che ci siamo ritrovati e dopo che ho cercato di spiegarle disordinatamente l’esito; per alcuni minuti non è riuscita a trattenere il proprio divertito buonumore anche se sapeva, ma non aveva voluto sapere: “Com’è andata”? Sono confuso: “Non lo so. Non è chiaro. Penitenza di settimo grado livello secondo per qualcosa come… leggo a memoria… carenza affettiva e perniciosa reiterata volontaria e prolungata eccetera eccetera per concludere con Mancanza d’amori. Cosa vuol dire”?
Io sono sempre stato un tipo sedentario ma molto curioso e forse lassù qualcuno mi vuole bene e mi ha preso in simpatia. Visto che sono con lei tanto vale rimanere con lei. Temevo di doverci rinunciare ma tanto valeva provarci e ci ho provato e resto in comunicazione con la mente della mia carissima indulgente Daria, la mia preferita nei giochi di prestigio cioè nelle manipolazioni, nel far apparire quello che non c’è e far sparire quello che c’è. La mia favorita musa delle parole semplici e schiette in questo circo che è l’esistenza, perché bene o male noi siamo: “Dove sei”? “Sono qui ma posso essere anche lì”. Pare che subito, il primo giorno, al suo arrivo Doria Grey sia impazzito. “Ciao”! “Allora… cosa c’è? Un’altra questione urgente. T’è morto il gatto. Scherzo. Sei troppo contento o scontento per non parlarne? Non è che mi avresti voluto chiamare ancora per quello”? “No… cioè… avevo voglia di sentirti. Quello è acqua passata. Possiamo essere un po’ più adulti oggi”? “Vuoi dire…”? “Cioè… Insomma… ma… se posso… Anche se non dovrei. Però vorrei… Se tu lo vuoi… Tu la stessa ma con qualche anno in più dietro le spalle e in testa. Forse solo in un istante diverso che non abbiamo mai attraversato. Non avrei mai avuto il coraggio di chiedertelo”. “Però ora ne avresti il coraggio e l’avresti pensato”. “Ti ho offesa”? “Per nulla però le cose le posso desiderarle solo io, ricordi”? “Scusa. E tu?”… “Io cosa? –e ride divertita– Lo vuoi sapere? Forse? Stupido. Io sì. Dobbiamo essere due esseri molto affini. E’ proprio il desiderio che stavo per desiderare cioè per esprimere se me ne avessi dato il tempo. Avevo voglia di vederti. Scusami Giosuè, solo un attimo, sto vagheggiando con Due-volte-Enzo, Non due volte, ci parlo una volta sola, mi sbrigo, un attimo, vado ma non mi muovo, scusami sono qui con Giosuè e lì con te rischiando di farmi confusione”. “Allora, alla fin fine, cos’hai deciso; vi stai. Ci vediamo”? “Non mi muovo e sono già lì cioè qui, stupido, qui alla tua sinistra”.
E’ un disordine ordinato, una sorta di organizzata anarchia. Sbagliando s’impara comunque ho fatto del mio meglio a riprovarci: “Ti spiace se accendo la luce sul comodino”? “Non puoi ma ci stavo proprio giusto pensando io.” –e la luce le illumina il viso. Le regole sono veramente ferree. “Ti dispiace se ti vorrei vedere”? “Non mi dispiace e ti basta guardare”. “E’ solo che te lo devo chiedere perché tu me lo possa chiedere”. “Dovevi pensarci prima, allora”. “Ma allora m’avresti detto di no e l’hai fatto prima che te lo chiedesse e m’hai tolto le mani”. “E ora ti direi di sì. Ogni cosa ha il suo momento. Il no di allora sarebbe il sì di ora. Se lo avessi chiesto non lo dovresti chiedere”. “Non credo di capire”. “Vorrei anch’io ma devo scegliere da sola”. “E’ di questo che mi si fa obbligo per gli sbagli di un passato che credevo scelte giuste e naturali”. “Spero solo di scegliere bene”. “Per ora… lo stai facendo come fossi io. Mi leggi prima ancora che possa pensare”. “Forse mi facilita il fatto che non hai mai voluto abbastanza le cose e soprattutto non hai mai abusato di troppa fantasia altrimenti anche allora”… “Preferirei non sapere e preferisco che tu non me lo dica”. “Bastava un giorno ancora, forse due, ne ero quasi convinta. Forse solo un’ora”. “Ho sbagliato”? “No”! “”. “Eravamo giovani”. “E non era facile”.
D’improvviso si fa ancora timida e titubante. Mi chiede e io non lo avrei mai pensato. Le donne sono così, sanno anche quello che non sappiamo di volere: “Vuoi che io… Mi vorresti… Vuoi che sia… Mi vorresti ancora… Nuovamente che sia ver… illibata”? “E tu”? “Non lo so. E’ per te. Forse no. Forse sì. Forse no. Forse sarebbe… carino. Credo di… che vorrei”… “Te ne sarei grato”. Anche se sono stato stupido ed è stata solo colpa mia Tutto quello che mi è stato tolto lo rivoglio (Monologo d’apertura)[1]. Non hanno pudore i miei occhi e la scopro. Ne hanno ancora un po’ i suoi: “Lo sai che sei bella”. “Ma… prima… ho voglia di giocare”. “Come vuoi”. “Tienimi vicina”. “Come vuoi”. “Di sentirmi coccolata”. “Sarai sempre la mia ragazzina”. “Sei un gran bugiardo”. “Non saprei dirti una bugia”.
Come lo pensi l’autunno”? “Come un albero senza foglie, non mi piace l’autunno e la sua malinconia”. “Proviamo con qualcos’altro: per esempio la primavera”. “Penso alla festa del tuo compleanno”. “E se ti dico estate”? “Ti penso legata ad un granello di sabbia”. “Troppo facile. E se dico inverno”? “Mi penso nudo con te sotto le pelli in un igloo come gli eschimesi”. “E se ti dico scuola”? “Non vale. Non sei carina. Cambia. Penso a una piramide di libri e alle interrogazioni e già torno in ansia”. “Qual è il colore che ami di più”? “Rosso”. “E il frutto”? “Mela”. “Cretino”. “E’ vero”. “Donna”? “E’ facile: tu, naturalmente”. “Non è vero. Se mai lo è stato non lo può essere più”. “Quella che sta con me in questo momento”. “Bravo. Risposta valida; e poesia”? “García”. “E vacanza”? “Parigi”. “Ma io non c’ero”. “Hai ragione, allora… non abbiamo mai potuto avere una vacanza, assieme”. “Dove avresti voluto portarmi”? “Vediamo… non so. A Barcellona? Forse a Praga? Tu dove vorresti che fossimo”. “Non vale, le domande le faccio io”. “Hai ragione”. “Guarda fuori la finestra, ti piace Berlino o preferivi l’Irlanda”? “E’ una sorpresa”. “E se dico… non vale, l’ho già detta. Se dico ballo”? “Lascia l’ultimo ballo per me”. “Se dico sogno”? “Lo voglio vivere ad occhi aperti”. “Se dico magia”. “E’ questo momento”. “E se dico casa”? “Quello non lo puoi dire”. “Lo so”. “E allora”… “Lo vuoi capire ch’è tutto cambiato e tutto diverso e quell’allora non tornerà più”. “Se non ci fossi tu credo che non capirei”. “Lo credo anch’io”. “Ora ti prego, dammi solo noi”. “Mi chiedevo cosa aspettavi”. Dove siamo ora ci sono cose che è meglio tacere anche se tutti le possono leggere nei nostri pensieri. Se non posso essere fedele almeno glielo dico in un orecchio e so che a lei fa piacere: “Vorrei essere con te per sempre”.
SECONDE RIFLESSSIONI SUL NUOVO MONDO
Non puoi startene sempre qui, così, come dire? a cercare solo di rimediare a quegli errori commessi”.
E perché no”?
Perché io ti ho già perdonato e sono certa che anche le altre, quelle poche, sono pronte a gettarsi tutto alle spalle e a non pensarci più. E poi rischi che ti venga a noia”.
Credo di no”.
Ma un uomo deve avere qualcosa da raccontare quando torna a casa. Già… casa. Insomma nel posto dove in quel momento vuole stare. Non puoi guardare solo indietro anche se la sentenza un po’ te lo impone o credi che te ne obblighi”.
Questo è come prima, anche allora c’era chi lavorava e chi aveva lavorato e gli altri”.
Non puoi vederla in questi termini”.
Pensi che dovrei?”…
Renderti utile per sentirti utile”.
E allora cosa è servito morire”?
Che c’entra”?
Cosa potrei fare? L’impiegato anche qui. Mi ci vedi? Sai la novità? Esilarante”.
Guarda che qui è diverso, che ne so? Potresti fare il banditore, l’amorino per gli smemorati, il conta-punti, redigere le classifiche, il cronista delle virtù e dei più meritevoli, il… che ne so? Magari chiedo a qualcuno. Ai primi arrivati. Cose così”.
In che senso”?
Nel senso, per esempio, di promuovere e procurare gli incontri. Di ricordare a chi si deve ricordare di ricordare. Di sistemare e risistemare le stanze. E tante altre cose. Quello che vuoi”.
Ci devo pensare. Posso”?
Come sempre sempre indeciso”.
Non me ne vorrei andare ma lo devo fare. Con Tota ci vediamo a pranzo e lei si porta il suo Paride che mi sembra un po’ sciupato, ma non ho potuto organizzare io e le dico che non le porto nessun rancore e non ho nessun risentimento, ma lei mi precede e me lo dice per prima, con le stesse parole che avrei voluto usare io, anche se non ne avremmo bisogno nessuno dei due poiché non siamo quelli che siamo stati e non saremo più gli stessi; e quel Paride vorrebbe ordinare e intanto si scola il vino. Già sono Malaussène e senza alcuna fatica mi assumo tutte le colpe per quel passato e per il presente e il futuro mentre penso e spero che non ci sarà, perché un buon piatto va servito e gustato appena preparato. Il piatto freddo porta sempre il rischio che resti sullo stomaco. Controllo: Carlotta non sarebbe comunque di nessun beneficio, come comprare il biglietto di una lotteria che ha già estratto i premi. E nemmeno lei è così brava a dimenticare. Siamo due inutili protagonisti di una coppia che comunque non vuole più essere. Forse tra noi nemmeno l’inizio è stato un vero inizio. Forse avevamo solo il bisogno e ci mancava la pratica. Quello che è certo e mi è chiaro è che questa riflessione è valida assolutamente almeno per me, ma cerco di evitare di pensarlo per non dovermi sorbire le sue di considerazioni. Paride pensa a un’anguilla. Io sono già sazio nel vedere gli occhi del suo appetito: “Scusate se vi lascio per andare a cercare altrove la mia fortuna”.
L’IMMENSA TRAGEDIA
Sono solo pensieri. E nessuno la racconterà: la fine del mondo è arrivata in silenzio e all’improvviso, per fortuna di notte cogliendo tutti impreparati. Trovando Miłosz al volante del suo pullman di linea; s’è spento il motore, l’automezzo è rimasto deserto senza parole e senza guidatore né passeggeri. Come allo schiocco di due enormi invisibili dita tutto quello che prima era vivo e diventato vuoto e i rumori si sono trasformati in silenzio. Con gli amori in corso e quelli già finiti. Con Jie alle prese col suo Yuxiangqiezi che non potrà mai finire di cucinare e naturalmente non verrà mai servito, e molti semplicemente a letto. Con quella coppietta anonima che si teneva per mano sognando mentre tornavano verso casa di lei. E quel ragazzo solo che stava finendo di rollarsi la canna con la musica a manetta dentro le cuffie. E il lampione dove fino a quell’attimo si era aggrappato l’ubriaco. Il candido Laurent che non si è reso conto del trapasso e guardandosi attorno ammette: “Io volevo fare il comico, non il comunista”. La moglie che stava piangendo non ha fatto a tempo a capire quanto poco servissero quelle lacrime e quanto, davanti a quell’assoluto, il motivo che le aveva dettate fosse irrisorio. La nave da crociera che da un momento all’altro si spegne e resta alla deriva. E Gilberto colto mentre si stringe la pancia seduto al gabinetto. E Arsène Lupin a metà del suo più grande furto, con la meraviglia ancora dipinta sul volto per la magnificenza dei tesori della sala. E il brav’uomo, svegliato dal suono del sonno pesante della moglie, tranquillizzato. E il giovane scrittore ormai all’ultima stesura delle ultime pagine del suo primo romanzo che gli avevano promesso di pubblicare. E Benedetta preoccupata per i piatti da lavare. E tutti gli ammalati già in ospedale. E quel somaro di Graziano con le dita nel naso; non finirà di vedere quel film ma sapeva già come sarebbe andato a finire. I soldi dell’affitto di Stephan sono rimasti sopra la madia. Piccole e grandi storie. Una notte a Gaza senza bombe. L’America senza presidente. I cowboys e gli indiani. La riforma della scuola. Il segnalibro sul comodino e il volume caduto. Il piano del traffico. Il Budda che ride. La Bibbia. Il Corano. La Torah. Il sonno del giusto, e anche quello degli altri. Il supermercato deserto. I telefoni che non squillano. Il mutuo sulla casa. I call center abbandonati. Il cucchiaino nel gelato e la panna che smonta. L’ultimo patetico suicida che si guarda stralunato sopra il ponte. Una zia e uno zio e un nipote e la televisione che resta accesa, prima che venga tolta anche la luce. Jeanne d’Arc. Il santino di santa Incoronata. Il mercato delle pulci. Il Vicolo d’Oro (Zlatá ulička). Angelo Maria Ripellino, che già riposava in pace a Roma. Il Maschio di Volterra. La Marseillaise. Il disco in vinile. Quello di platino. Tutti i 25 aprile. Le scarpe coi tacchi. Le donne senza gonne. Il balletto meccanico. Charlot. La Divina Commedia. La maschera di Arlecchino. La Torre di Babele. Giordano Bruno. La moka per l’espresso alla napoletana. La foto del Che. Il mio didgeridoo. Colombina. La grande confusione. La mia valigia. Il bicchiere della staffa. E il mozzicone che si consuma sul portacenere (forse l’immagine più emblematica), e il dondolo senza la bambina sopra; ma è notte, come detto. Per tutti, per chi dormiva e per chi stava ancora faticando. Attimi immobili destinati a non restare in nessuna memoria. Il prima e il dopo assieme. E infine la mia cintura sulla sedia. E’ questa la Giustizia Divina? E il cielo è sempre più blu. Eccetera. Pluf!
Ci sono sempre quelli più sfortunati come Darko caduto dall’impalcatura appena solo dieci minuti prima dell’attimo fatale, del Grande Beng, quello che ho qui definito La grande ramazza. Per lui non ci sarà neppure nessuna inchiesta d’indagine, solo una delle tante morti bianche, ma stavolta non si fingerà nemmeno indignazione e cordoglio e non serviranno le solite due righe, nemmeno il funerale. Oppure il povero Goran, ucciso prima e anche dopo; che stava già morendo sul suo letto a causa dei disastri della nuova sanità pubblica. E ancora di Zeljko arrestato per due cipolle e una mela. E di Natasa che ancora lo stava aspettando a casa; se si può chiamare casa la stanza che dividevano per cinquecento euro al mese. Delle morte infibulate. Delle morte del chador, delle morte assassinate, per lapidazione. Della suicide per abbandono, nella solitudine, nella disperazione, nella miseria. Di tanti uomini ma soprattutto di tantissime donne. E di storie simili ce ne sono state tante, infinite. In questo posto dove la memoria è solo un fardello inutile ma difficile da dimenticare. Voglio non ricordare? Quella della madre che ha annegato il suo piccolo per salvarlo dalla fame e dall’indigenza. Quelle dei nuovi migranti e dei barconi, che non sono nemmeno zattere, vittime in preda di tutte le onde. Delle rabbie di tutte le banlieue. Di Korogocho. Dei muri e delle frontiere e dei fili spinati. Di chi nemmeno sa di essere dalla parte sbagliata di quel muro. Per chi aspettava un visto d’entrata. Per chi aspettava solo la propria famiglia. Per quella badante che ha soffocato per pietà il suo vecchio e aveva ancora i bambini in Moldavia. Del giovane ragazzo Hauhouot rimasto storpio di una guerra che non aveva voluto e non era sua. Di Damiano, abusato in cella per una sigaretta. Come per Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Come in tanti torti subiti. Magari servendo il re d’Inghilterra[2] oppure facendo Il nazista e il barbiere[3]. Oskar Matzerath[4]. Come per tutti i morti per amore. Dentro la Ballata dell’amore cieco o della vanità. Come ne L’albergo a ore. Come in quella del Michè[5]. E allora Buona domenica, anche se oggi è martedì o venerdì e non so che giorno sia e nemmeno se qui ci sono i giorni e ci sia il Ramadan e la Quaresima e il Yom Kippur. Come per le Cronache di poveri amanti. E i morti delle proprie idee. E i Morti di Reggio Emilia. Come per le vittime di quel male che si chiamava fascismo. E tutto quello che vorremmo poter dimenticare. Anche storie di semplice stupidità umana. Di banale stupidità umana. Perché troppo spesso il male era solo banale. Ma perfino cercare di non ricordare fa male.
Eppure nessuno sarà mai più solo. E forse è proprio questo che io che non credo, sapendolo fare, avrei potuto immaginare come il paradiso, il Ǧanna, l’ultima reincarnazione, la vera Terra promessa. Quel posto. Eppure mi spaventa il solo pensare che con un po’ di fortuna potrei incontrarli tutti. Qui che il tempo non è più tempo. E sedermi a prendere un caffè con Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca (che già il nome incute soggezione) o Mahmoud Darwish o Jannis Ritsos in una caffetteria di Beirut o di Amman o di Atene o in qualsiasi altro luogo. Tra parole sagge e svolazzi nella fantasia e nella cultura; anche nella rabbia. Magari in muto silenzio ad ascoltare con attenzione e parsimonia. Anche parlando del più e del meno. Anch’io sono anche arabo. Questo mondo è un altro mondo. Tutta l’umanità e tutti i tempi. Ma che film la vita. Ne avrei di cose da chiedere ad Antonio[6] e allo stesso Ernesto detto el Che e a Camilo Torres Restrepo e a troppi altri.
Qualcuno l’avrebbe definita una tragedia immensa. Il campionato sospeso alla trentaseiesima giornata che per la prima volta dal milleottocento-novantotto non assegnerà il titolo. Chissà chi avrebbe vinto? Per noi non cambia molto, il disastro era già stato compiuto. E chissà se un’italiana finalmente sarebbe arrivata in finale in Champion league quest’anno che per la prima volta in due avevano raggiunto l’accesso alle semifinali? In fondo la rete è solo questione di un attimo. Io sogno la partita perfetta con un goal al trentesimo.
IL RISCATTO
Ho molto da farmi perdonare dalla mia cara zietta Sorana, ma ci pensa lei prima che possa pensarci io. E’ sempre successo così: “Quanto tempo… Sembra passata un’eternità. Volevi pensarmi? Allora che c’è”? L’eternità è uno spazio temporale relativo e a me sembrava ieri: “Scusa”. “Hai ancora voglia di startene lì a fare niente? Mi sembra di no o mi sto sbagliando ancora”? “Veramente no”. “Perché io di scansafatiche me ne basta già uno che ho sempre avuto che non batteva un chiodo e non l’ha mai battuto”. “Volevo scusarmi di tutto”. “Alla buonora”. “Volevo chiederti se”… “Non finire, non chiedere che non puoi. Ci stavo già pensando io. Lui è di là. Ti aspetto tra… subito”. E prima che ci possa pensare ci pensa lei: “Rimani pure quello che sei che io voglio essere quella che ero. –non avrei saputo dirlo meglio e per la precisione mi domanda –Sotto la doccia”? Con lei posso essere onesto: “In qualsiasi momento, scegli quello che vuoi”. La zia è sempre stata una persona impaziente che sapeva governare la fretta e ho sempre apprezzato questa sua capacità, ma mai come ora che la ritrovo in cucina appena uscita dal letto con ancora addosso la sua vestaglia che mi è sempre sembrata tessuta dal vetro non troppo smerigliato: “E adesso cosa ti sembra”? “Sei sempre come allora, bella, sono io a essere cambiato”. “Siamo tutti”. “E’ che allora”… “E sono cambiati gli occhi. Gli occhi con cui mi guardi”. “Se lo sai… mi scusi”? “Scusa tu il disordine. Faccio io va bene? Avremmo tutto il tempo che vogliamo ma… Sai come sono fatta. Ve bene sulla tavola”? Sento il pesante ronfare di Simeone di là in salotto e mentre lei si china e mi invita per quel pranzo a quell’orario così insolito io decido che per me va bene e non ho proprio nulla da protestare per cui preferisco tacere. E’ una gran bella zia ancora ai miei occhi di ora, Grazie zia. E lei ribatte accattivante: “Grazie a te. Sei perdonato ma solo per ora spero proprio che ti vorrai far perdonare ancora e ti chiederò di passare daccapo anche per insaponarmi la schiena. Lasciamolo riposare”. E’ bello, per entrambi, ritrovarsi nella sorpresa di assaporare il piacere di avere la stessa età. Io come sono o sarei e lei come la ricordavo. Quello che non posso è essere con lei in cucina e sotto la doccia.
Ne devo fare di strada per essere completamente quello che vorrei essere. Sono certo che non mi mancherà il tempo, ma questo non mi consola. Quando vedo il volto di K’tusha, che io, da qui in seguito chiamerò Katarina, sul Grande Monitor Cosmico delle offerte e richieste (più semplicemente GMC), dovrei solo dire a chi è distratto quello che lei è, invece scoppia la passione subito. E’ un desiderio inconfessabile, forse generato anche dal non aver mai… mai incontrato due occhi così sensuali ed esotici, nonché esoterici, nonché erotici, nonché una pelle così… ebano, nella mia breve e povera esistenza, dove non ho mai parlato con una lingua diversa dall’unica che so cioè la mia. Ma qui tutto questo non è un problema perché qui tutte le lingue sono uguali cioè sono tutte comprensibili a tutti. E’ solo che non saprei come fare. Ancora una volta sono in debito con Daria che me la fa incontrare elogiando di me anche le doti che forse non ho. La bella giovane mulatta dagli occhi di brace mi guarda e mi scruta che sembra soppesarmi e giudicarmi, poi decide, dopo un po’ e un’attenta analisi, che sì! forse può anche decidersi di accettare il sacrificio di pensare di richiedermi. La bellissima giovane mulatta dagli occhi di tigre mi avverte di avere un’età molto più giovane di quanto possa apparire, ma provvede subito e si fa immediatamente maggiorenne. In breve con la splendida giovane mulatta dalle movenze di gazzella Katarina cioè K’tusha, su una pelle di tigre, accumulo un punteggio che mai mi sarei aspettato e che mi darà una grande spinta in avanti al raggiungimento del mio traguardo. Sospetto altresì che la sua benevolenza forse più che essere per merito mio sia dovuta, ancora una volta, allo stretto legame che ha con l’amica, e all’intercessione paziente e passionale della stessa, e alla sua richiesta di essere compassionevole. Ah! il mistero e “La mia Africa”, o solo e più semplicemente l’Africa, allora “Perché non dormi fratello”?
Devo distrarmi anch’io. Sto pensando che potrei fare l’imbianchino di nuvole o filare tutto questo cotone o il pistolero cioè “il bandolero stanco” o meglio decidermi per fare il banditore; anche se ancora troppi ricordi affollano la mia mente e li ricordo tutti.
Sempre e ancora e per sempre grazie alla gentilezza e ai buoni-auspici e alle raccomandazioni della mia cara amata Daria (affermazione alquanto azzardata oggi) ho un lungo e proficuo abboccamento con Lauda da cui ne esco con le ossa rotte; mentre con Fabia si tratta di un incontro quasi del tutto casuale e non ho bisogno di insistere per spillarle qualche bonus aggiuntivo senza ricorrere a nessun piccolo ricatto. In verità comincio a conoscermi e trovo un po’ di fiducia; in dosi industriali. Nemmeno lei è bella, ma l’ha deciso lei e poi cosa vuol dire bella? Ai miei occhi diventa bella. Ed è proprio lei che mi regala i miei primi trenta punti, e poi ne aggiunge cinque con orgoglio. Come con Giuditta, il nome mi intimorisce, a cui ho chiesto inopinatamente di portarci per cortesia un caffè mentre eravamo a letto. Nemmeno con lei ho facoltà di rifiutarmi. Per quanto mi riprometta di stare attento non sono bravo come vorrei e dovrei essere. Le faccio spazio e lei si toglie il grembiule e la veletta. Ha il seno pesante che ha cominciato a cedere. Prego anche lei di tornare quando era ancora nel fiore della sua antica sodezza. Comincio a sentirmi un lavoratore infaticabile anche se Dar’yana continua a ricordarmi che mi dovrei trovare un’occupazione. Di Katarina cioè K’tusha porto sempre con me un bel ricordo, è stata lei a consigliarmi Olayinka che non è bella come l’amica ma conosce tutti i segreti dell’Africa e tutte le leggende. Cerco di parlarle d’arte, da qualche parte bisogna pur cominciare, rompere il ghiaccio, mica mi sono ancora abituato, mi dice: “Basta che ti spogli!” –di parole ne ha sentite già tante ed ha fretta. Credo di avere un debole per la lettera “K” così come l’ho sempre avuto per la lettera “D”. Devo solo cercare di evitare tutte le trappole e tutti i pericoli e sono ancora all’inizio.
PICCOLI SOSPETTI
Mi chiedo stupidamente cosa succede a un ladro. Nulla. Il ladruncolo ha tutto quello che gli serve e la refurtiva non gli è utile a niente e i soldi non hanno valore e ne perde anche la voglia ma non sa fare altro che quello perciò ricomincerà e continuerà e i ricettatori fanno i banchieri o i cambiavalute il che non cambia molto e al derubato non manca niente poiché quello che gli viene preso gli viene nello stesso tempo anche ridato, il portafoglio sottratto è un portafoglio restituito dalla direzione nel medesimo istante e non si accorge nemmeno che gli sia mancato come se avesse una collezione di portafogli uguali e ugualmente forniti ma solo uno fosse suo e anche inutile. Naturalmente qui si parla solo di piccoli reati spesso nemmeno denunciati. Naturalmente smetto di pensarci.
Finalmente con la bionda Kharitina riesco a soddisfare l’orgoglio della libido di mostrarmi colto, saltellando di qua e di là senza che lei mostri fretta. Ce ne stiamo lì, uno davanti all’altra, lei con la bocca aperta, è molto brava ad ascoltare. Ho troppe parole e troppe cose da dire; anche se troppo, anche tra noi, è stato detto. E’ vero, ho ancora lei davanti agli occhi, e ho ancora la presunzione dell’uomo che non ha studiato, ma crede di sapere, e lo vuole dimostrare, e molti libri e molte cose in testa; dell’uomo che legge. Dell’uomo che quasi si accontenta del piacere del suono della propria voce. Lo so che certi giudizi li ho tagliati con l’accetta. E che di questo parlare si potrebbe non finire mai. Che ogni frase apre le porte a un’altra storia o a mille altre storie. Le avanguardie del novecento. Guernica. La morte delle ideologie e il loro tornare in vita. La questione di Oslo. La storia dell’America che non ha storia e del Bebop. Solo del Bop. Della sua letteratura. Della solitudine del comunista. Del primo dopoguerra. Del neorealismo. Dell’importanza de Il politecnico, e di Elio Vittorini. Il sentiero dei nidi di ragno. Per chi suona la campana pubblicato sul giornale a puntate. Q, Altai e la battaglia di Lepanto. Di Le Canard Enchaîné. Nazim Hikmet. Di Rudy il Rosso Dutschke. Di Brel, di Brassens e dell’importanza del lavoro di Giovanni “Nanni” Svampa, di Ferré, ma soprattutto di Boris Vian, e anche di Prévert; del Prévert di Barbara. E di tanto altro ancora. Come se lei fosse francese e lei diventa francese. E lei diventa La sconosciuta. Parole alla leggera. Parole alla rinfusa. Chi si ricorderà di tutto questo? Lei ne è entusiasta e me ne sembra grata. Lascia persino che il suo tè si freddi. Quasi come se nessuno le avesse mai fatto pensare che anche con una donna un uomo può parlare anche di queste cose. Scopro che lei scriveva in un giornale e stava per completare il suo grande romanzo, quello di una vita. Me ne dispiaccio. Sono tristi tutte le cose rimaste a metà. Io le sono grato per la sua pazienza e perché mi fa sembrare importante. Fuori possiamo vedere Praga e salire fino al castello. Alla fine godiamo di quelle parole fino a restarne sazi. Facciamo fatica a salutarci e non sentiamo il bisogno d’altro, né io né tantomeno lei che mi regala ugualmente trenta punti che non mi sono guadagnato. Trenta punti senza merito né fatica. La fine è più vicina ma è ancora molto lontana.
RIFLESSSIONI FINALI
E’ bello così, qui, non c’è l’amore ma puoi fare l’amore con tutti, senza togliere niente a nessuno, e anche farlo senza fermarti mai, e puoi riviverli tutti e rivivere il primo, e inventartene uno nuovo, ma solo se quella che incontri ti dice con gli occhi e anche con quelli della mente che anche lei lo vuole, e la spogli senza toccarla, mentre lei rimane com’era o come preferisce, e mentre sei con lei puoi essere anche con chi altro lo vuole e insieme, come con Dar’yana e Kharitina, anche se non hanno capito e ho dovuto insistere abbastanza perché anche loro lo volessero, cioè lo richiedessero anelandolo di loro iniziativa o quasi, perché Daria mi aveva detto “Sei uno stupido.” e l’amica era sorpresa e, nel dirmi che sarebbe stata la prima volta, mi ha chiesto “Perché assieme quando puoi averci contemporaneamente.”, ma le regole vanno rispettate, e loro sono belle entrambe, e allo stesso modo. E fare l’amore solo con gli occhi o con le parole. Cioè fare all’amore anche con le cose. E andartene mentre resti. Senza dover dimostrare niente a nessuno. Anche se ho sete di punti per passare al livello superiore, quello della completa conoscenza; lo spero. Se non è questo il paradiso non me ne so immaginare uno di migliore perciò non ho nessuna fretta che finisca la mia condanna e, anche se sembra un nonsenso, il paradiso può restare ad aspettare.

[1] https://www.youtube.com/watch?v=z3Y2sf9dboQ
[2] Ho servito il re d’Inghilterra di Bohumil Hrabal
[3] Il nazista e il barbiere di Edgar Hilsenrath
[4] Il tamburo di latta di Günter Grass
[5] Fabrizio De Andrè – La Ballata del Michè
[6] Antonio Gramsci.

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surreal-dream-photos-caras-ionut-5Me ne sto qua aspettando il verdetto. Ora sono sereno anche se rassegnato. In piena forma e in forze. Quello che deve essere sarà. Ora che so vorrei recuperare tutto il tempo perduto. Vedo Totta, cioè Carlotta, mia moglie, da lontano. E’ sottobraccio a uno che mi sembra Paride. Si guardano negli occhi e si parlano sottovoce. Preferisco non farmi vedere. Non so come nascondermi e da che parte andare e sono impicciato nei movimenti. C’è un po’ più di calma e un ordine perfetto e seguo le parsimoniose indicazioni.
Nel circolo delle lettoni intravvedo Dar’yana. La chiamo e lei si stacca dal gruppo con un’amica e si avvicina sorridendo come dire chi si rivede; me la presenta come Kharitina la sua connazionale amica che dev’essere anche all’incirca sua coetanea. Le chiedo abbastanza impacciato se possiamo stare soli, ma è una questione di vita o di morte. L’amica si allontana e torna nel gruppo che in sua assenza ha continuato a chiacchierare lanciando di tanto in tanto occhiate furtive di valutazione stigmatizzando quell’intruso. Kharitina è una ragazza carina e mi saluta anche con gli occhi da lontano, forse ho avuto troppa fretta. Dar’yana mi racconta che adesso, cioè prima, quando ancora era laggiù, al mondo, faceva la badante. Mi confesso sorpreso e glielo dimostro perché lei ha studiato continuando a servire in una famiglia bene. Osserva con il consueto candore e una leggera vergogna: “E’ la vita”. Cerco di ricordarle i vecchi tempi; mi fa capire che sono passati e che ricordare le costa fatica e le mette tristezza. Mi dice che ha o aveva un compagno ma che nella confusione non si sono ancora ritrovati. Cerco di muoverla a pietà ricordandole compassionevole quando noi due eravamo ragazzi e come siamo stati ragazzi. Lei ha sempre avuto un gran cuore e nemmeno sotto la camicetta già da allora è mai stata messa male. Ha dei fantastici occhi azzurri ed è sempre stata un tipo perspicace; non c’è che dire, ma sempre piena di premesse e di “Se proprio”… Devo insistere un bel poco e questo me la fa apparire anche più bella finché non china gli occhi: “Se proprio ne hai bisogno, se proprio non puoi farne a meno, se proprio devo, se proprio ti accontenti di una mano”… In nome della vecchia amicizia cerchiamo un posto un po’ appartato, non è facile trovarlo in questa bolgia che a quel tempo si sarebbe definita dantesca. Mi mancano le vecchie comodità: la casa, la macchina, gli alberghi e le pensioni, la camera da letto, i letti dagli amici, il divano del salotto della bella villa dove lavorava quando i padroni erano in vacanza, persino la stalla e la paglia. Eravamo molto giovani e stupidi allora.
Alla fine un posto si trova. Un piccolo grumetto di nembi che sembra una montagnola e tanto basta. Ci nascondono alla vista e sono soffici. Le chiedo se per cortesia può tornare ad avere quei sedici anni e lei mi accontenta. “Nostalgia”? “Un poca”. Ci accomodiamo e siamo proprio come allora imbarazzati. Scopro che altri hanno avuto la nostra stessa idea; non importa. Ognuno è solo cioè ogni coppia trova la propria intimità senza badare o dare fastidio alle altre. Ogn’uno si crea il proprio ambiente e noi con lei sedicenne un posto improvvisato e raccogliticcio dettato dalle frette di quell’età non potrebbe essere la cornice adatta. Cavolo, la ricordo e riconosco quella camicetta. Mi dice solo un rassegnato: “Pazienza.” Come se lo dicesse soltanto a se stessa senza volermi ferire e io di rimando le continuo a sussurrare ripetutamente all’orecchio solo: “Daria.” sperando possa durare per tutta l’eternità e di non essere interrotti. Sono pur sempre in attesa di giudizio: “Me lo dai un bacio”? “Ma solo uno. Sai che mi piacevi veramente”? “E ora”? “Mi sento solo stupida perché ora so”. “Anch’io credevo di sapere”. “Ormai non c’è più un prima e un dopo. Possiamo essere quando vogliamo. Sappiamo tutto ma possiamo anche ricominciare. Avere vent’anni e la gioventù o farne quaranta per scoprire la maturità. Non so se mi piace o no. Ti manca ancora molto”? Non riconosco il mio corpo. Forse lei ha capito e si adattata molto più e prima di me: “Sei molto gentile e ancora carina, come allora. Credo di no. Quello che però… Non vorrei mai tornare bambino. Sto bene adulto”. “Sei contento cioè sei sereno o hai dei rimpianti? Però non farti aspettare molto”. “Credi che tra noi”… “Lui si chiama Giosuè. Credo di no. Credo di sì. Ora non siamo più quelli. Possiamo amare anche due volte. E di più. E due persone. E anche di più. Contemporaneamente. Ed essere con loro, con tutti loro, in posti diversi e nello stesso momento. Solo che io sto aspettando la mia destinazione”. “Anch’io, ce l’hai il cellulare”. “E’ rimasto nel vecchio mondo. Sciocco, non serve. Qui possiamo inviarci gli esseemmeesse telepaticamente”. “Dici? Incredibile”. Mi sono un po’ distratto ma mentre ascolto e imparo entro in contatto con Kharitina sperando che lei non se ne accorga invece lo capisce e lo sento dalla stretta delle sue dita, devo imparare ancora tutto. Qui, chiamiamolo per ora paradiso, nella nostra condizione, non sono permessi i segreti e non c’è posto per le bugie e i sotterfugi e allora perché nasconderci? Mi legge in testa: “Solo per stupida abitudine.” e mi fa scoprire l’America in quell’ultimo sospiro e solo allora torna a guardarsi la mano ed esclama: “Finalmente!” ma non c’è nessun tono di rimprovero nella sua voce che mi sembra melodiosa.
Poi ci pensa e improvvisamente scoppia a ridere: “Ti credevo… fedele, e allora lo eri”. “Io credevo all’amore e forse vorrei crederci ancora”. Mi rassicura: “Ora non importa”. “Tu che ne pensi”? “Forse è meglio senza egoismi, senza bugie, senza gelosie, senza sotterfugi e… senza doveri eppure sento già che qualcosa mi mancherà”. “Non siamo nati santi e un po’ siamo rimasti quelli che siamo sempre stati”. “Sarà una condizione passeggera”? “Spero. Ho chiesto di poter fare le valigie ma non mi è stato permesso. E poi è diverso da tutto quello che avevo immaginato”. “Anch’io”. “Me lo dai un altro bacio”? “Ma solo ancora uno”. “Me lo dici che mi ami”? “Quello non è permesso, ma se questo è amore allora… forse… un po’… non lo so… credo di sì. Non volere troppo e tutto subito. Soprattutto non mettermi fretta che ancora non mi conosco bene”. “Fai con calma”. “Posso tornare ad avere gli anni che ho”? “Certo”. “E allora ti debbo… togliere la mano. Devo ma… Posso”? Me ne ero quasi dimenticato. Mi rimetto in ordine. E devo proprio trovare una cintura da qualche parte e a malincuore dobbiamo proprio andare. Forse Giosuè la sta cercando e si sta chiedendo perché poi ricordo e mi sento gli occhi dell’uomo addosso e vedo Tota in quel preciso istante e non mi importa. E’ strano non me la ricordavo così… così! e non ricordavo nemmeno quella biancheria. Ora mi sarebbe tutto più facile ma non ho voglia di sapere e di capire per lei sicuramente avrà speso una cifra, povero Paride. Non sarà mai Elena ma altrettanto capricciosa, e dispettosa, e dispotica, lo posso garantire, e ti succhierà il sangue senza che tu abbia bisogno di altri eroi alle porte niente ti salverà da lei. Torno a occuparmi solo della cara Daria per conto mio ne ho avuto abbastanza. Non so se in questo spazio esista il divorzio o basti cercare di dimenticare? Bisognerebbe poter conoscere le persone prima o poter tornare continuamente al momento dell’innamoramento e non so a chi chiederlo.
Con Kharitina ho appuntamento alle sette. Giusto il tempo di riprendere fiato anche se mi sento come se non ne avessi bisogno; rimesso a nuovo, così vado a bighellonare un po’ in giro. A controllare. Se non mi trovano mi troveranno, non devo essere io a preoccuparmene. Ma se ci penso e veramente lo voglio le sette possono esser anche subito. Ho il desiderio di fumare una sigaretta e fischietto nel mentre sono anche già con Kharitina, tra le sue braccia. Lei è completamente senza abiti e io sono senza vestiti e non provo vergogna. Ci siamo trovati e conosciuti così, in un letto enorme di petali di rose, ne ha della fantasia, solo per fare l’amore e ha labbra incantevoli e morbide; due labbra enormi e piccoline, ben disegnate. Lo so che non lo dovrei chiedere: “Perché mi hai aspettato già così”? Lei non dev’essere il tipo che si offende facilmente o questo non è il posto per farlo e sorride dolcemente: “Perché non volevo che ti affaticassi. Perché eri impaziente e allora anch’io sono impaziente. Vuoi che li rimetta”? “Non fa niente, anzi, grazie”. “Di cosa”? “Di essere”. E sto mangiando un gelato con un cono enorme: pistacchio e lamponi. E due uomini si tengono per mano e non mi sembra strano. E mi siedo a giocare a carte con quell’odioso del Di Napoli, e mi sta pure simpatico, anche se so che bara; anche se si è preso delle licenze con Tota senza nemmeno chiedere, me l’ha detto lei; allora. E sono anche con Julie e la sua fantastica maglietta gonfia. E sono anche Benjamin Malaussène. Non me ne importa niente. Il giudizio degli altri è una fatica sprecata. Inutile aspettare o sprecare il tempo. Davanti all’eternità cosa può essere una singola vita?
Mi hanno dato all’entrata una piccola valigia ma dentro è enorme, infinita e può contenere tutto; il necessario e il superfluo. La mia prima biciletta a quattro ruote. Il mio completo da tennis con la polo verde veleno e anche le racchette ormai scordate. La scacchiera pronta per una nuova partita. I miei vecchi polsini d’oro a chiave di violino. Il vestito di quando ho portato papà al camposanto. Le foto delle vacanze a Parigi. Le mie bolle di sapone. La raccolta dei Queen. Il manuale: “L’amore oltre l’amore, piccola guida per giovanissimi autostoppisti e non”. Dopo il giudizio universale c’è solo l’amore universale? Il mio vecchio cilindro di cartone impolverato. La nave dei pirati con il Capitan Harlock e tutti i suoi cannoni. Il didgeridoo che mi ero autoprodotto. L’aereo in balsa con l’ala incerottata e l’aquilone che non aveva mai volato. Il costume da Zorro e il bastone da passeggio. La cinepresa. Il cornetto portafortuna di corallo. La scatola disgraziata del Monopoli con la sua fortuna in biglietti senza valore. I gessetti colorati consumati quasi solo per il gioco della campana. Il fifì della prima comunione e la giacca del mio primo festino da ballo. La mia prima sigaretta; col filtro. Tutti i biglietti di auguri dei natali, delle pasque e dei miei compleanni. Il mio primo smartphone con la batteria scarica, senza contratto e comunque senza copertura. Quella rosa secca che non speravo che lei avesse conservato. Finalmente il suo diario segreto e le prime e uniche mutandine della mia preziosa collezione e quelle dei calciatori. La muta da sub. La camicia con il colletto alla coreana che ho sempre odiato. Il piccolo carrarmato del generale Patton. Una granita al limone e un limone trafitto da una stecca di liquerizia. Il giornale con i risultati delle elezione e la Gazzetta del giorno dopo la conquista della Coppa dei campioni stampata solo per me. Il mio dopobarba preferito. La collezione dei Metal hurlant eccetera eccetera. E tutto quello che non potevo scordare. E chi più ne ha più ne metta. Ops! L’ho lasciata al mio receptionist perché mi era di ingombro. Devo ammettere di non aver avuto un’infanzia difficile. Dopo, a prendersi cura di me, c’è stata la mia zietta Sorana, sorella del papà, sempre buona e affettuosa. Anche per lei ha avuto parole di biasimo nei miei confronti lo strano giudice di settima classe aspirante cherubino stigmatizzando con fare furbetto e sarcastico come fosse fin troppo affabile e gentilissima nonostante, aveva osservato il vecchio birbone, lei non si facesse molti riguardi, anzi alcuna timidezza, anche se c’ero io e nonostante quel nome e lo zio Simeone che era proprio grullo e spesso fin troppo attento solo alle partite e molto meno, se non nulla, a lei; semplicemente la zietta era molto emancipata e molto espansiva e premurosa con me e non aveva molto da nascondere né l’indole per farlo. Al vetusto antipatico non è proprio scappato niente ma allora non ci pensavo proprio e come avrei potuto? Mai fantasticato di lei in quel modo anche se in qualche occasione le sue coccole mi avevano creato qualche imbarazzo e anche quella volta che mi aveva chiamato in bagno mentre si faceva la doccia chiedendomi la cortesia di insaponarle la schiena. C’erano solo dieci anni tra noi e ora dovrei avere l’età che lei aveva allora, dove sarà?
Nuvole, nuvole e ancora nuvole. Quando mai mi ci abituerò? Una galassia di nuvole candide in una giornata tersa. Ne sono già sazio. Quasi ingozzato. Temo che me le sognerò. Ma c’è posto qui per i sogni? E per la notte? Mi chino per inventarmi un pupazzo di neve, anzi di nuvole. Non sono mai stato bravo in queste cose, con le mani, il risultato è da rimuovere e nascondere e chiudo gli occhi e lo cancello e lo sogno nuovamente come lo vorrei e quando li riapro è proprio come lo avevo immaginato ed è magnifico, due bottoni per gli occhi e un bastone al posto del naso. Suonano un vecchio pezzo di Édith Piaf (Vive la France) ma ciascuno sente solo la musica che vuole. Una donna protesta animatamente all’indirizzo del vuoto che lei al suo gatto non può rinunciare: “A tutto tranne che a Doremi”. Sta girando cercandolo con una tazzina di caffè in mano. Ci sarà anche la pubblicità? E gli animali dove sono? Probabilmente anche per loro c’è un’attesa e la visita in un tribunale veterinario. Non ho mai avuto nemmeno un cane, l’appartamento era piccolo e non ne sento troppo la mancanza. Non sono mai veramente solo.
La cinquantenne bionda, più sui sessanta, coi capelli rigidi della messa in piega mi guarda, ha un vestito bianco a grossi palloni rossi e tanta ciccia che le abbonda da farla sembrare una trapunta con una boccuccia a cuore rosso ciliegia che abbacina gli occhi mi dice tutta giuliva: “Ciao bello”. Grido terrorizzato: “Questo no”! E’ l’orrore dell’attimo di chi ancora non sa. E’ un incubo. Subito mi riprendo perché ci vuole consapevolezza e complicità e corresponsabilità, bisogna essere in due e decidere in due di quale momento si vuole essere protagonisti, ma si è voltata e se ne sta già andando indignata: “Non sei niente di che. E non è carino. Nemmeno mi piacevi. Era per fare due chiacchiere. Sono certa che hai anche il fiato pesante. E corto. Potevi vedermi da giovane”… La guardo allontanarsi, una quarantini di chili prima ed è già l’incontro di una sera che non puoi spendere così male, molto oltre la disperazione più cupa. Un colpo allo stomaco. Gli stessi occhi piccoli come fori di proiettili pieni di cattiveria e di depravazione che guardano ghignanti e sardonici, per giunta uno a destra e uno a manca; lo stesso viso pittato pesantemente e le stesse labbruccie già rosse di quel rosso abbacinante e sembra già far parte dell’usato non garantito; lo stesso incedere cialtrone scodinzolando in modo insolente lo stesso culone basso sugli stessi tacchi con le scarpe già sformate. Non è certo fine, la signora, aggiunge: “Stronzo.” quando ormai è già lontana. L’ho scampata bella. Mai credere a tutto quello che si racconta. Penso a Marylin. Chi non ci ha mai pensato e non ha continuato a pensarci? Siamo in troppi, ci rinuncio. Certo che tra i tutti non vedrà proprio me; però… Non riesco ancora ad immaginare cosa mi riserverà il futuro in questa nuova vita. Voglio solo rivedere Star wars. Siamo circa in tre-miliardi-duecentomila-e-spiccioli stipati davanti all’enorme schermo ad aver avuto la stessa idea.
Ho una fame incredibile di sapere. Ora amo il signor maiale e anche il prosciutto, purché sia crudo. E il pesce azzurro. E il baccalà. E’ il mio corpo che cambia. E sono anche con Dar’yana, la mia Daria, e ora ha vent’anni e anche trenta. E non mi nega niente perché non ha più pudore. Sì! credo che mi ami e che me lo voglia dimostrare. E’ soffice come un sospiro di primavera. Non l’avevo mai vista nuda. Lei si mostra per farsi vedere: “E allora”? Ora la guardo e la riguardo in ogni sua età completamente soddisfatto. Mi piacciono anche le sue prime rughe: “Sei splendida”. Quel sorriso che è quasi una smorfia capricciosa. Le dico di calmarsi perché non è ancora tempo di conoscerla da vecchia. Dev’essere stato proprio così il sessant’otto ma non solo così e anche altro ma forse no. Sospetto che non ci sia mai stato niente di simile, di paragonabile. Lei ride e si diverte della mia inesperienza e di quella ignoranza come con un bambino e mi passa la mano tra i capelli.
In quel mare burrascoso di nubi che schizzano gocce di nuvole verso l’alto c’è quella bambina che si diverte sull’altalena. Comincio a pensare che in questo nuovo “Mondo?” “Corpo?” “Ruolo?” impacciato per imparare e iniziare sia meglio ripartire da capo. Ho il sospetto forse è lei: “Quanti anni hai”? “Cinque.” e mi fa segno con le dita. “Allora ne voglio cinque anch’io, oppure, al massimo sette”.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteSceglieva le vittime di notte forse perché la notte, nel buio, tutto perdona e può fingere facilmente di non vedere. Era di notte che scendeva nelle strade ormai vuote e le percorreva famelico. Era di notte che non sapeva resistere al suo istinto e che quella cosa lo spingeva.
Quello che all’inizio gli era sembrato strano era che fossero loro, le vittime, ad accettare anzi a cercare quell’attimo di disperazione in cui abbandonarsi e perdersi. Sembravano quasi chiederlo e invitarlo scoprendo le carni per i suoi denti. Era la cosa più facile del mondo, quasi naturale. E poi erano quelli delitti a cui nessuno ormai prestava abbastanza attenzione; vivere si era fatto troppo difficile e complicato e in fondo tutte le vittime, era vero, un poco se la cercavano la loro condanna. Ma qualcosa di ogni vittima resta sempre anche nel suo carnefice come gli occhi di Marianna o il sapore di mele acerbe di quella che aveva chiamato Gianna. E anche un poco tutte le donne inseguivano quel favore al sacrificio. Solo un poco si dispiaceva anche per non poterlo raccontare poiché il mattino rientrava nei suoi panni e lui era un tipo riservato.
Nemmeno i giornali né parlavano nel loro chiacchiericcio benché li sfogliasse attentamente e testardamente. Fu Elisabetta a spiegarglielo prima di liberarsi di tutto ed abbandonarsi fiduciosa a quella disperata lusinga di morte: “Per una donna è diverso. L’importante sono le cose e lasciarsi a loro ed è per ciò che un attimo vale più di tutta una vita”. Ma anche quelle donne sono sempre più rare perché nemmeno le donne sono tutte uguali.

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Icona con volto di uomo bello1. Quando era nato gli avevano imposto un nome importante: Amedeo. Se ci avesse pensato lo avrebbe trovato anche ingombrante, non lo fece. Amedeo era così, non amava particolarmente complicarsi la vita. Era rimasto orfano di quei tempi difficili. Per lui tutti quegli anni erano solo un numero. E non aveva mia chiesto la parte per la quale era caduto il padre. Certe cose preferiva non approfondirle. Il passato è passato proprio perché resta indietro. E ci si può liberare con minima fatica. Di quel padre non portava nessun ricordo. Né si era dato cruccio di indagare sul perché portava il cognome della madre.
Amedeo non era sempre stato bello. Non è che lo fosse diventato da un certo punto. Semplicemente, come avviene per tutti, aveva subito fino ad allora e con fastidio le semplici attenzioni che sono sempre riservate ai bambini, anche un poco idiote, che sembrano sempre dedicate alle mamme e prive di alcun rapporto con la realtà; quello che verrebbe definito un semplice complimento, se vogliamo un poco ipocrita, ma un vezzo sempre e da sempre diffuso. E questo aveva smesso di lusingarlo prima ancora di cominciare. Tanto quelle lodi erano dette senza convinzione e subito tutti tornavano alle proprie chiacchiere. E lui non indugiava già da allora troppo nel compiacimento, cioè non aveva mai avuto consapevolezza di essere veramente affetto da quel vizio. E di correrne i pericoli. Inoltre mai avrebbe sospettato che la sua vita avrebbe potuto essere così condizionata dal suo aspetto. Non aveva nessun motivo per chiedersi alcunché e per passare più tempo dello stretto necessario davanti allo specchio.
Ne aveva avuto consapevolezza solo verso i quattordici anni. A quell’età gli stava cambiando la voce, ma non aveva notato altre particolari trasformazioni. Certo s’era allungato, come molti dei suoi compagni, e aveva provato a fumare di nascosto, ma i veri mutamenti erano naturalmente così lenti che ad una osservazione così continua non potevano che passare inosservati. A rendere evidente questo suo difetto era stata la più banale delle frasi detta dalla signora Argentina, una amica della madre, mentre le due donne prendevano il tè: “Amedeo si sta facendo proprio un bel giovanotto”. Non ci avrebbe nemmeno prestato attenzione se dopo, e nemmeno aveva dovuto aspettare troppo, non si fosse trovato a tornare ad imbattersi sul ricordo per quella frase premonitrice.
Improvvisamente quella donna, che aveva sempre mostrato una grande cura mal riposta della propria persona, gli era sembrata nervosa. Non aveva aspettato molto, era bastato che sua madre andasse nell’altra stanza a prendere degli altri biscotti, perché lei ripetesse il complimento direttamente sulla sua persona: “Sì! ti stai facendo veramente un bel ragazzo. Chissà le ragazze”. E aveva un leggero rossore nelle gote. Di tutte quelle chiacchiere, e delle altre, nessuna l’avrebbe incuriosito se fossero semplicemente restate relegate a quel contesto e quel momento. Non avrebbe nemmeno dato peso alla mano che gli era scivolata calda e leggera sul ginocchio. La madre era tornata subito e la signora aveva tolto il contatto frettolosamente, come fosse un gesto sconveniente; da nascondere. Ma sul suo viso un sorriso era cambiato e si mostrava sempre più in imbarazzo, come avesse una sua idea a distrarla e allo stesso tempo cercava in tutti i modi di indirizzare le frasi a lui e di richiamarne l’attenzione.
La vedeva anche molto più vecchia di quei suoi quarant’anni mentiti, ma questo è del tutto normale nei ragazzi a quell’età. La donna non si era certo persa d’animo nel constatare che quel ragazzo non subiva il fascino dei suoi inviti; se non aveva reagito quando lei lo aveva, silenziosamente e con grande lavorio di sguardi, attirato a far scivolare gli occhi dentro la sua scollatura, offerta allungandosi più volte verso il tavolino, o lungo il riflesso del nailon sulle sue gambe. C’è da aggiungere che a quel tempo il giovane Amedeo era completamente sprovvisto di qualsiasi difesa e che non aveva mai colto nemmeno gli inviti delle sue coetanee, ma la cosa non è così insolita. E poco conta che quello che la donna aveva da raccontare e mostrare potesse non apparire, come dire? fresco e particolarmente invitante. Semplicemente non s’era avveduto di nulla e cercava di aspettare senza troppi grattacapi che finisse l’incontro di sua madre con la sua ospite. Non ci si meraviglia, e lui non aveva malizia, quando le cose ancora non si conoscono ed è facile capirle solo dopo. Così non gli sembrò strano quando lei si offrì per aiutarlo nei compiti di greco. Inusuale ma non troppo strano. Certo rifiutare sarebbe stato sgarbato e lui aveva solo pensato che sapeva cavarsela da sé e temeva il continuo pigolare e spettegolare della donna.
Lo aveva preso per mano lungo il corridoio e sembrava lei accompagnarlo. A lui ancora nulla gli sembrava troppo insolito e allarmante. La mano della donna era morbida e curata, le unghie appuntite e smaltate accuratamente d’un rosso acceso, e Amedeo sentì che le trasmetteva il suo calore. E lei sembrava diventata allegra come per un improvviso mutamento d’umore; con la voce ancora più stridula. Era irrequieta e appena passata la porta si premurò di chiudersela dietro e dimostrò di avere una frenetica impazienza. Con suo stupore Amedeo si sentì chiedere un disperato: “Cosa aspetti?”, ma già, senza bisogno di risposta, si era aggrappata a lui. Le labbra, dal rossetto dello stesso colore accecante delle unghie, si erano appiccicate alle sue, la lingua si era fatta largo nella sua bocca e la mano si era fatta intraprendente dentro i suoi pantaloni. Precipitosa allora lo aveva spinto sul letto quando era ancora in preda della sorpresa, e tutto era stato più che affrettato. Lui non aveva posto resistenza e lei gli aveva piantato le unghie sulla schiena e aveva confermato in un lungo sospiro che era “bello e ben proporzionato, anzi anche di più”. Amedeo non era certo che stesse succedendo e che stesse succedendo proprio a lui. Aveva continuato a temere che la madre potesse entrare, lei sembrava nemmeno intimorirsi di farsi sentire.
Gli disse subito che non aveva intenzione di negargli nulla e in base a quei suoi propositi si comportò come una donna poco timorata e priva di inibizioni e incontentabile. Al ragazzo era anche sembrato sconveniente quel dire le cose della donna. E capì da solo che non poteva essere un complimento quando lei gli sussurrò comprensiva: “Peccato! Dovrai imparare ad avere meno fretta. Non ci pensare, te lo insegnerà la zia”. Il titolo che s’era data da sola sembrò ad Amedeo ridicolo e quelle parole gli parvero suonare di più come una minaccia. Per gli amici, cioè per i suoi coetanei sarebbe stata una cosa di cui vantare orgoglio; fierezza: un ragazzino giovane e una donna matura. In verità provò a ripeterselo in testa. Gli regalava solo un leggero senso di vergogna e di imbarazzo non completamente chiarito. Non era ancora in grado di capire che gli erano state tolte molte, se non tutte, delle emozioni di quella sua età. Da quel momento non avrebbe più potuto, come gli altri, scoprire le ansie delle giovani passioni per gradi. Lui, da lei, aveva avuto, come gli aveva promesso, tutto e subito.
Non era quello il momento, e non era lui la persona, da andare troppo per il sottile. Nemmeno in seguito avrebbe mai imparato ad amare i sofismi. Lei aveva anche voluto che lui la vedesse nuda. La cosa lo aveva ulteriormente colto di sorpresa anche perché si era sentito involontariamente eccitare. Sul momento ancora non si poteva rendere conto di come la sua vita sarebbe cambiata, o meglio come sarebbe per lui cominciata una lunga e penosa nuova vita. Fu dopo che capì di soffrire per quelle due pene: essere bello e essere uomo. La sua bellezza gli attirava tutte le attenzioni di tutte le donne. Come uomo, in quanto maschio, non avrebbe impunemente potuto rifiutare le attenzioni di nessuna donna pena la condanna da parte delle stesse e la derisione degli uomini.
Che un gesto come quello di cui s’era resa protagonista la impetuosa signora Argentina, che gli aveva chiesto di chiamarla Tina, si potesse definire violenza non aveva nessun sospetto. Comunemente viene ritenuto che un uomo non possa subire violenza da parte di una donna, e generalmente nessun uomo si rende disponibile a definire un gesto simile come una colpa o un atto colpevole o deplorevole, ma più come una gran botta di culo. E poi, a pensarci, quella brava donna non aveva fatto altro che metterlo davanti alla realtà e a se stesso. Doveva esserle grato? Era solo impercettibilmente annoiato.

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QUASI UNA NOTA DI SERVIZIO
Foto di Chessman per la copertina di LifeCon la mia compagna stiamo scrivendo una storia quasi di pura fantasia che ha il titolo di questo post. L’ultima “immagine” racconta un episodio che, anche se in modo diverso, mi ha segnato. Nei commenti ne è nata una, non del tutto giustificata, riflessione sulla pena di morte. Non mi sono lasciato coinvolgere e continuerò a non farlo perché ritengo non fosse il luogo e poi perché così. Per me è stata una sorta di iniziazione, una primissima presa di coscienza diciamo così politica. Direi, per quanto possa ricordare, che fu la mia prima partecipazione ad una manifestazione pubblica, anche se una ben strana manifestazione.
E’ la notte del 2 maggio 1960 e io ho solo 12 anni, esattamente tanti quanti lui ne aveva passati nel braccio della morte “aspettando” la pena capitale. Eravamo un piccolo drappello in campo S. Boldo. Uomini e donne e mi sembra solo quel bambino che ero. Ogn’uno con la sua candela accesa in mano a guardare il riflesso della piccola fiamma sul canale. Dovevamo sembrare una strana processione immobile e silenziosa. Composta in gran parte da non credenti. Lì ad aspettare che il governatore Edmund J. Brown sospendesse ancora una volta, la nona, la sentenza. Invece il governatore della California rigettò quella nona richiesta di sospensione e Chessman fu gassato.
L’episodio è significativamente molto emblematico. Non sapevo nemmeno chi era questo Brown, forse non mi era chiaro nemmeno dov’era la California e cos’avrebbe dovuto fare un governatore. Forse semplicemente mi ricordo più stupido di quanto fossi. Solamente ero lì mentre nell’aria sembrava stesse per nascere qualcosa. Col senno di poi il ’68 si sarebbe fatto parecchio aspettare, eppure forse quelli della mia generazione cominciavano a percepire che qualcosa stava fermentando. E Caryl Chessman era un bianco la cui unica colpa pareva la povertà ed essere nato nello stato sbagliato. Dove, purtroppo per lui, sopravviveva il ricordo del rapimento, mai risolto, del piccolo Lindbergh. Non solo si sarebbe sempre proclamato, fino alla fine, innocente ma affermò di conoscere il vero nome dell’assassino. Attraverso i suoi libri e la sua lotta volle volontariamente intraprendere una campagna contro la pena di morte.
E’ quasi certo che fosse innocente dei delitti imputatigli che tra l’altro non erano delitti di sangue. Quella America di quegli anni aveva bisogno di un “capro espiatorio” e lo trovò in lui. Il potere si manifestò nella sua capacità di mostrare i muscoli e incutere timore. Fu così anche soddisfatta la sete di sangue che spesso passa nella curiosità del piccolo popolino che così ama il dramma e la manifestazione della crudeltà. Non saprei oggi dire i segni che lasciò in me e nel mio diventare uomo il ricordo di quella sera; quella battaglia. Posso dire che come spesso succede l’esercizio della “legge” coincide con quello del potere, ed è funzionale ad esso. Che l’arbitrio è fin troppo spesso troppo presente. Che troppe poche volte il Giudice è imparziale. E tutto quanto fin qui ben prima di prender nota della possibilità di errore.

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