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Posts Tagged ‘confesione’

Era bellaNo! non erano cambiati. Certo erano invecchiati. Più di quarant’anni non passano indolori. A Giovanni gli si inumidirono gli occhi. Quel piccolo uomo dalla voce bassa e roca era pieno di parole. Letteralmente straripavano. Anche se lui era un uomo di parole non aveva mai avuto bisogno di usarne così tante per così poco. Per parlare della sua meraviglia. Naturalmente Alvise taceva. Non è mai stato uno che ha un gran bisogno di parlare. Se ne stava in silenzio come troppo preso da chissà quali pensieri. Il suo bacio a Marinella non ha perso quella tenerezza. E poi tutti intorno a Rossana. E poi tutti intorno a me. Fino a farmi mancare il fiato.
Gabri non sa tacere, probabilmente aveva ancora la sua fantasia in testa. Eravamo tutti lì. Non proprio tutti. Mancava lui e qualcun altro. Nel suo caso semplicemente nessuno lo aveva invitato. Non per un riguardo a me, non ce ne sarebbe stato motivo. Tutti avevano il proprio motivo e tutti per quello che aveva fatto a Lei. Infondo tutti l’avevano amata Rossana. Tutti a modo loro e tutti nello stesso modo. Amata e ammirata. Forse ancora l’amavano. Ma per loro eravamo sempre stati noi la coppia. Ed eravamo tornati a sorridere in quel modo. In quel modo a guardarci negli occhi. “Giovanni, non per me”.
Per tutti noi eravamo restati noi. Non si stupivano. Ci tenevamo per mano, come due ragazzini, come allora. Non c’era stupore nei loro occhi. Ed eravamo rimasti gli stessi. Ancora tutti comunisti. Lui no; naturalmente. Lui si era fatto la barca. Aveva preso dell’idea quello che gli era tornato utile. Era l’unico ad averci guadagnato. Era l’unico che ora ci sputava. Un padano in più. Il coglione di sempre.
Allora chi l’avrebbe detto. Si mascherava che sembrava come gli altri. La mia copia ripulita. Lui. Il più amico tra gli amici. Quello che continuava a studiare. Quello che le bravate non le faceva. Che non faceva le cazzate. Quello che aveva promesso di stare vicino alla donna dell’amico. Quello che alla fine gli era stato fin troppo vicino. Per poi girare le spalle a tutti. Per poi, come sempre, sputare anche in quel piatto. Per me era stato solo passato. Eravamo ragazzi. Non avevo altre risposte. Non le avevo cercate. Adesso era diverso. A guardarla mi mancava nuovamente il fiato.
Non so perché”.
Certo non era più lei. Non sembrava più la stessa. Ingrassata. Invecchiata. Velatamente impigrita. Qualche filo bianco tra i capelli. Il colore ritrovato grazie al parrucchiere. Chiaramente intristita. Sudata. Il caldo è arrivato presto, quest’anno. Come sempre senza farsi preannunciare. Ma gli occhi avevano ancora quel fascino. La voce, dopo un primo momento, era la sua. Raccontava ancora le sue storie. Quelle emozioni. “Non ha nessuna importanza”.
Cose da ragazzi, avevo pensato. Continuavo a pensarlo. Non gli avevo mai dato importanza. Succede. E’ nelle cose. Ma quella ragazza rossa, la mia Rossana, non ero più riuscito a scordarla. Non ce n’era mai stato bisogno ma ora lo sapevo con certezza. Inutile cercare la ragione. Mi batteva il cuore. Si stringeva lo stomaco. Girava il soffitto. Ancora. Mi ero sempre portato con me quel ricordo dolce. E il suono dolce e amaro della nostra canzone. Di quelle parole. Di quel dolore. Dio com’era sempre stato difficile ascoltarla, quella canzone. E poi l’odore del profumo e un sapore di tenerezza. Perché non ho creduto abbastanza a quella canzone?
Era rimasta quello che era stata con me. Quello che era stata per me. Quella ragazza. In quell’amore da ragazzini. Un amore che non voleva trovare pace. Eppure una vita era passata. Una vita per tutti. Fatiche e prove. Gli altri erano rimasti assieme. Non succede spesso. Non succede quasi mai. Ma in fondo non avevo chiesto. In fondo non volevo sapere. A che mi sarebbe servito quel perché? Lei sembrava avere il bisogno di dirmelo. Di confessarlo. Si rendeva improvvisamente conto di doverlo fare. Di avere sempre sperato di poterlo fare. “Non mi ha lasciato ricordi. Non so perché. Ho scelto lui e pensavo a te. Continuavo a sognarti. Avrei voluto che restassimo almeno amici. Mi sei mancato”.
Non li aveva potuti conservare. Non li aveva voluti ricordare; i ricordi. Volevo crederle. Le credevo. Se non l’avesse fatto avrei sperato che me lo dicesse. C’è sempre il bisogno di credere in qualcosa. Non lo avrei mai immaginato. Non credevo che finisse così. “Lui non lo voleva né poteva e forse non ci saremmo riusciti”.
Avrei provato in qualsiasi istante la stessa voglia di baciarla. E i baci sarebbero stati la meraviglia che erano stati. Che sono. Che ricordavo. Mi sentivo colpevole. Colpevole per aver fatto di tutto perché loro potessero essere felici. Persino, povero stupido, perderla. Spingerla tra le sue braccia. Starle distante. Ora sembrava tutto così assurdo e lontano. Eppure tutto tornava. Anche quello che avevo ignorato. “Forse hai ragione. Lo so che è colpa mia. Sai, poi è diventato geloso. Si è mostrato presuntuoso. Le donne erano niente. Nessuno era come lui. Forse non gli importava di me. Tranne perché ero la tua donna. La donna di Michele. Mi ha tolto l’aria. Gli amici. Tutto. Alla fine anche i sogni. Mi ha lasciato solo la paura. E un grande vuota. E solo sfiducia. Sfiducia di me. E poi non poteva accettarlo. Accettare di essere lasciato. Proprio lui. Alla fine mi ha anche minacciata”.
Lui quella storia me l’aveva raccontata diversa. La sapevo diversa. Poi sapevo le altre storie. Anzi non le sapevo. Sapevo solo poche cose. E supponevo. La temevo triste. La speravo felice. Avevo cercato di liberarmi di lei. Non ne avevo più diritto. Avevo altre cose. Altri obblighi. Cristo se ne ho sempre avuto bisogno. Non si sa mai perché queste storie vanno così. Perché certe storie non finiscono mai. E poi, ora, quello che non avevo voluto vedere non potevo più ignorarlo. Improvvisamente avevo qualcosa da rimproverargli. E non potevo perdonarlo. “Non so perché. Me ne sono sempre sentita colpevole. Mi sono portata dietro un rimorso”.
Lo trovavo stupido. Trovavo stupido che si potesse rimproverare qualcosa. Io mi ero rimproverato tutto. Fin troppo. In modo che bastava per due. Ma lui allora era il mio più grande amico. Talmente grande da vederlo senza dubbio migliore di me. Più adatto a lei. A darle quello che si meritava. Non tornava più nessuna tessera di quel puzzle. Perché nessuno mi ha detto nulla? La verità era che nemmeno lei lo sapeva. Così mi sono reso conto che un poco, all’improvviso, mi infastidiva pensare che era stata tra le sue braccia. Gli altri naturalmente non avevano nessuna importanza. Era dopo una storia finita.
Di lui, irrazionalmente, provavo ora fastidio. Il male che le aveva fatto non si potrà mai cancellare. Mi promettevo in cuore di provare a farlo. Era stato meschino. Era solo un tipo meschino. Aveva presto scordato le promesse che mi aveva fatto. Allo stesso modo quelle fatte a lei. Era diventato quello che era sempre stato. Così diverso da noi. Così diverso da quello che si fingeva. Si può odiare con tanto ritardo?
Non so odiare. Provavo la cosa più simile che conoscevo a quel sentimento. Perché lui, l’amico, non se ne era innamorato. L’aveva corteggiata. Irretita. Illusa. Aveva recitato. E intanto mi raccontava di come lei mi amava. E di come lui era rispettoso di quel nostro sentimento. Si era fatto vittima. Aveva mosso e toccato l’animo di lei. Lui che non aveva conosciuto il vero amore. Perché le donne ci credono sempre a queste cose? Perché debbono correre in soccorso? Aveva cercato di cancellare in lei anche il ricordo di me. Ero solo un sognatore e sognare è stupido. Da stupidi. Comincio a nutrire qualche volta il sospetto che sia proprio vero che il migliore amico dell’uomo è il cane.
Glielo dico: “Ti amo”. Mi guarda come se non conoscesse quella parola.

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