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Posts Tagged ‘confusione’

Aveva detto “solo un incontro d’affari. Uno spuntino. Due chiacchiere tra colleghi. Quattro cose veloci. Senza impegni. Sarai a casa per cena”. Mi pensavo di trovare anche altri. Mi apre e scappa via. Mi accorgo di essere da solo. Scusa e si scusa per il disordine. La guardo allibito. Prende un pomodoro e comincia a tagliarlo a fette.
Qualcosa non va”?
No, va tutto bene”.
Era femmina insolita. Veloce di lingua. Rapida con tutte le parole. Sapeva stare agli scherzi di tutti e sapeva rispondere a tono. Spesso allegra e spesso fin troppo gioviale. Sapeva come provocare e come rispondere alle provocazioni. Se comprava un vestito nuovo non si faceva nessuna remora a metterlo, anche se era di colori troppo vivaci o un po’ audace. Spesso mi capitava di sentire le colleghe chiacchierarla. Ma le vere chiacchiere riguardavano le altre. Per quanto mi risultava alla fine non si era mai fatta mettere il sale sulla coda da nessuno. Riusciva sempre ad uscire indenne dai veri pettegolezzi, come dalle maldicenze e dalle zuffe. Non c’era grande soddisfazione a prendersela con lei. Sgonfiava qualsiasi cosa trasformandola in burla. Probabilmente per quel suo carattere era sempre rimasta libera.
Nel suo andare e venire indaffarato si accorge di come la guardo: “Non badare al vestito, è stato un capriccio. Non è la cosa più comoda. E’ che toglie le parole a qualsiasi fantasia. Ho detto subito: è mio. Sai come sono fatta. Beh! Se avevi dubbi ora non ne hai più. Naturalmente scherzo. Volevo vedere le facce. Che te ne pare? Posso venire in ufficio”?
E’ veramente un po’ temerario. Questa volta ha esagerato. Riesco a fingere di guardarla distratto. Di cercare di farmi un’opinione ponderandola. Come se mi avesse chiesto un parere su una partita di piastrelle per il bagno tra le quali deve scegliere. So che qualsiasi cosa posso dire non cambierà le sue decisioni. Se lo vuole fare è capacissima di arrivare con quella cosa addosso. Mi sembra anche un po’ sado, non lo dico: “Spero che non mi abbia fatto venire solo per questo. Cosa ti posso dire? E’ un po’ stretto. Un po’ azzardato. Ti sembra dipinto addosso. E sul serio non lascia supporre nulla. Non lascia spazio all’immaginazione. Neanche un respiro. Ma se credi di farlo”.
E con questo spero di aver esaurito l’argomento. Con lei affronto ogni cosa con molta circospezione. Ho paura delle sue risposte, non una sola volta ne sono stato folgorato. E’ sempre riuscita a mettermi in confusione. Cerco di guardare fuori dalla finestra. Aspiro gli odori che arrivano dalla cucina. Non ho la più piccola idea di come sia come cuoca. Non mi sembra adatto nemmeno per l’ora. Pare proprio uno strumento di lavoro. Se fosse uno sconosciuta la mia considerazione non sarebbe certo molto garbata. Ho imparato che non si può sempre dire pane al pane. E così me ne sto in angustie sulle mie. Mi sento come se fossi seduto su di una graticola. Intanto finisce di imbandire la tavola e lo fa non come lo si fa per un spuntino ma come se preparasse per una vera cena; per una cena importante.
Sparisce. Sento ruggire un motore, probabilmente quello di un frullatore. E’ tutta affaccendata. La sento gridare da un’altra stanza: “Hai bisogno che ti accenda per l’arrivo della tappa”?
Torna a metà della mia risposta mentre mento spudoratamente: “Non fa niente”.
Ad ogni ulteriore apparizione si rinnova il mio senso di disagio, la mia meraviglia, e il mio parere sull’abbigliamento peggiora. Temo debba trattenere il respiro. E’ anche costretta a zompettare per quei tacchi, come le gallinelle che hanno appena deposto l’uovo. Con passettini brevi. Incerti. Va continuamente da qui e là in modo ridicolo: “Avrei fatto meglio ad infilarmi delle ciabatte. Solo che poi me lo fanno sembrare che ramazza per terra”.
Se la ride. Forse si aspetta un complimento. Che le dica che non è vero. Sto sulle mie. Preferisco continuare precauzionalmente a starmi zitto. Penso che abbia aggiunto profumo al profumo che si mescola a quello dei cibi. Non mi ha ancora chiesto di Loredana. Ma non abbiamo avuto molto tempo di scambiarci qualche parola in santa pace; nemmeno un semplice convenevole.
Cosa mi volevi dire”?
Magari mi racconti intanto qualcosa. Mentre finisco di preparare. Poi parliamo. Scusami, posso lavorare e ascoltare. Mi son fatta prendere un po’ in ritardo”.
Ci penso sopra, non mi viene niente. Tento di darmi delle arie. Mi affido ad un po’ di ironia: “Cosa vuoi che ti dica? I mondiali sono andati come sono andati. Quello che c’era da scoprire è stato scoperto. Paesi, continenti, monti, pianeti e malattie. Le guerre sono state fatte. Ora la gente muore in silenzio o lo fa distante. I martiri sputano razzi. Nessuno sa più fare un martini come cristo comanda. I giornali parlano di niente. La televisione ha detto che c’è un nuovo anno, ma nessuno se n’è accorto. Tutto quello che c’era da fare e da dire è stato fatto e detto. L’unica cosa che si muove sono i soldi, e lo fanno per scappare lontano. Quelli corrono. Cosa vuoi che ti dica”?
Non intendevo questo. Sei pessimista”.
Non io, è il mondo a esserlo”.
Mi guarda perplessa. Sono seduto in cima alla sedia in procinto di precipitare da un momento all’altro. Guardo l’ora: “Cominciamo a spiluccare”?
Mi mette in mano l’apribottiglie: “Torno subito. Faccio in un attimo. E poi… sono qui. Possiamo continuare a parlare mentre ti servo”.
La guardo allontanarsi. Andare verso il piccolo mobile addossato alla parete. Belle gambe, però. Non ci avevo mai fatto caso come adesso che le vedo tutte. La guardo di spalle. La vedo mentre si appoggia alla piattaia. La guardo chinarsi. Basta quel niente. Quel niente è anche troppo: “C’è ancora tempo. Caffè, tè, o meglio un aperitivo; stai tranquillo. Stai pure comodo. Ti servo io”.
E dopo qualcuno dice che è l’uomo che si mette certe idee in testa. E’ meglio se io certo di non aggiungere niente. Mi limito a guardare e in silenzio. Fasciata così in nero non è più lei. E solo l’immagine anonima che mi rimbomba in testa. Rischio di fare un gesto sconsiderato: “Spero che tu non abbia fretta”.
Mi alzo e mi avvicino furtivo. Se non rendo omaggio subito a quel culo faccio offesa a me stesso, al buon senso, agli assenti e probabilmente anche a lei. Cerco di circondala con le braccia. Sono già lì lì per stringerla a me e riempire le mie mani di lei. Audace. Con spezzo del pericolo. Senza pensarci. Non me ne importa più nulla. Che sia quello che deve essere. Meglio uno schiaffo che passare per un idiota.
Si gira di scatto per la sorpresa. Il sorriso le si spegne in bocca. Il vestito esplode. Un brandello di stoffa fa oscillare il lampadario. Nel salto a ritroso rovescia un’intera pila di piatti che precipita al suolo frantumando anche la vetrinetta. Frana seduta su quella maledetta sedia e mi guarda sbigottita; in preda al panico. Un bottone salta e mi colpisce in un occhio; è ancora tumefatto. Nel tentativo di afferrare qualcosa e salvarlo dalla caduta mi taglio sul polso. Il taglio sputa sangue e mi ritrovo schizzato tutto d’olio. E’ tutto un disastro. Finiamo al pronto soccorso. Io a far da paziente, quattro punti di sutura con la benda sull’occhio, e lei al capezzale del moribondo a sprecare preoccupazioni e a dispensare compassione.
In attesa dell’ambulanza s’è rivestita di fretta. S’è messa dosso la prima cosa che ha trovato. E’ ancora in cima a quei tacchi. Mi dice dispiaciuta: “Peccato, avevo fatto l’arrosto di maiale. Doveva essere venuto buono. Mi rincresce, sarà per la prossima volta”.
Mi chiedo se le spiace di più per i piatti, per l’arrosto, per il vestito, perché nemmeno abbiamo cominciato a affrontare l’argomento costi e benefici, o per quale altre diavoleria. Mi chiedo se in qualche modo posso riparare. Mi chiedo se posso correre il rischio di una seconda volta. Già per questa ne dovrò dare di spiegazioni. Ho arrischiato la vista e la vita. Mi chiedo dove diavolo era, in quella casa, la stanza da letto. E il bagno.
Spero che di vestiti come quello non avesse che quello. Mi mordo la lingua prima di chiederglielo. Mi riprometto che la prossima volta parliamo stando al tavolo di un bar. Oppure al parco. E che se deve essere arrosto di maiale che sia arrosto di maiale. Do la colpa alla mia sbadataggine. Mi scusa prontamente. Con delicatezza le spiego che per servire in tavola è meglio indossare un grembiule.
Mi dice: “Credi”? Aggiunge: “Però le calze nere”… Mi spiega: “E’ che non volevo sembrare sfacciata”. Mi saluta: “Scusa, se non hai più bisogno, vado a raccogliere i cocci”.

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fulmine«Quando il profeta parlerà’ per nome del Signore e la cosa non accadrà, quella parola non l’ha detta il Signore, l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi avere paura.»[1]

Ovvero “Meglio viver 100 giorni da leone e mangiarsi le pecore”.
Questa indagine cognitiva, che ficca le sue radici sul terreno che nutre il grande Credo, fin troppo si è soffermata su fatti di relativa importanza, spandendo un piccolo borgo ad universo. Chiedendo ragione al nulla. Elencando liste di perlopiù anonimi contadini e allevatori, elevandoli a condottieri e guide, quando non ad interi popoli. Anche laddove il popolo altro non era che uno sparuto gruppetto famigliare o di goduriosi bisbocciatori. Dove tutti tradiscono tutti e le donne non sono che un mero mezzo passivo della procreazione, più che oggetti solo cose. Dove il sospetto è di la da venire e il dubbio non ha mai fatto la sua omicida comparsa. A questo mondo ancora senza luce, acqua, gas e televisione. Questa indagine chiede che alla Storia siano dati i tempi della storia. Chiede fatti. E ricorda che il mondo, il creato, è molto più grande. Molto più vasto.
 25. Come abbiamo già avuto modo di dire Abramo, vecchia lenza e gran tempra di filibustiere, nonché avventuriero, a differenza del figlio, visse centosettantacinque anni e, sistemato Isacco, pensò bene di sposare «Keturà. 2Ella gli partorì Zimran, Ioksan, Medan, Madian, Isbak e Suach. 3Ioksan generò Saba e Dedan, e i figli di Dedan furono gli Assurìm, i Letusìm e i Leummìm. 4I figli di Madian furono Efa, Efer, Enoc, Abidà ed Eldaà. Tutti questi sono i figli di Keturà». Tutti gli altri ventri invece che fecondò erano di concubine e i dintorni furono presto colmi di voci di bimbi, più o meno contenti. Gli illegittimi meno. Allora un po’ per la confusione, un po’ perché non voleva sentire lagnanze e un po’ perché non amava vederli bighellonare senza costrutto, questi li mandò 5«»verso il levante, nella regione orientale». Ma dopo tanta fatica il povero vecchio giunse stanco ma soddisfatto alla fine dei suoi giorni.
9«Lo seppellirono i suoi figli, Isacco e Ismaele, nella caverna di Macpela, nel campo di Efron, figlio di Socar, l’Ittita, di fronte a Mamre. 10E’ appunto il campo che Abramo aveva comprato dagli Ittiti: ivi furono sepolti Abramo e sua moglie Sara». Di dove fosse sbucato tale Ismaele nessuno fa menzione. Forse imboscato al banchetto di nozze ed in amicizia con quello che chiamava fratello. Forse un illegittimo che furbescamente s’era guadagnato la simpatia di quel padre. Forse semplicemente un viandante. Si fanno ipotesi ma non di più. Certo è che Isacco non era tipo da badarsi da solo e perciò allora 11«dopo la morte di Abramo, Dio benedisse il figlio di lui Isacco e Isacco abitò presso il pozzo di Lacai-Roì»; dove il servo aveva incontrato sua moglie Rebecca, prima ancora che lui la conoscesse, e dove abitava il padre di lei, nonché suo zio.
Solo in seguito si venne a sapere che Ismaele era figlio di 12«Agar l’Egiziana, schiava di Sara» e concubina del vecchio. Quello stesso figlio che era stato dal padre cacciato e costretto prima nel deserto e poi in Egitto. Spero il lettore non me ne voglia se ci risparmieremo l’elenco dei figli generati da quel figlio di illegittima di Ismaele. Quel figlio che si sospetta accelerò la dipartita di quello stinco di santo del padre. Ai fini della comprensione dei fatti vi è la nuova credenza che quella lista sia un’inutile perdita di tempo e una sfida alla pazienza. Basti sapere che vennero elencati 16«secondo i loro recinti e accampamenti»; e che «Sono i dodici prìncipi delle rispettive tribù». Perché dodici figli mise al mondo anche quella lenza di Ismaele che pare avesse preso dal padre, dal padre in età avanzata. Altrettanta poca rilevanza ha che 17«La durata della vita di Ismaele fu di centotrentasette anni», infatti lui morì giovane. Tali meticolosità possono essere utili solo agli storici che di meticolosità sono già adusi da sé e per disciplina. E possono esser sopportate solo dagli stoici.
Per una sorta di destino anche Rebecca era sterile, come prima Sara, e anche Isacco chiese aiuto al Signore; anche perché erano passati ormai vent’anni e lui non ne poteva più di sentirsi dar la colpa. Ancora una volta Quello si spazientì ma ancora una volta decise di aiutare il giovane. Però questa volta preferì non mandare né viandanti né angeli, non per sfiducia, ma per sospetti. E dopo l’intervento del Signore 21«Rebecca divenne incinta» per un parto gemellare; non di due figli ma di due popoli. Difatti 25ancor prima che il rossiccio Esaù, tutto pelo ed esuberanza, 26trascinasse alla vita il fratello Giacobbe afferrato al suo il calcagno, era chiaro che tra i due non ci sarebbe stata che discordia. Infatti Dio, o chi per Lui, aveva detto alla mamma: «Due nazioni sono nel tuo seno, e due popoli dal tuo grembo si divideranno; un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il più piccolo». Il primo fu cacciatore e prediletto dal padre –più che quel figlio il padre in verità adorava la fettina– il secondo fannullone scioperato, sempre sotto la tenda, e perciò prediletto dalla madre. Mai che i due andassero d’accordo; come in ogni famiglia che si rispetti. Ma Giacobbe era un furbo di tre cotte e 29buon cuoco, mentre Esaù era tipo da vendersi anche l’anima 30.34per una minestra di lenticchie. Non c’era pace tra gli ulivi, cioè non era destinata quella terra, e quelle genti, a trovare pace.

Per l’immagine ringraziamo Enrico Mazzucato dal cui profilo Facebook l’abbiamo rubata. Come possiamo vedere tutta questa storia, e gli eventi narrati, e la terra promessa (da chi a chi?), e il popolo eletto stanno sotto il dito mignolo della mano destra del mondo.


[1] Da Wu Ming : Altai – © 2009 by Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino. Pag. 265

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Fortuna vuole che non solo di guerra e morte si parli in questa Storia; nella Storia. Qualche volta c’è anche qualche bella notizia. Come quella di Isacco e Rebecca. Come sappiamo il deserto è un grande mare ma di sabbia, senza acqua. Come il mare è pieno di onde. Per quella sabbia scorrono fiumi di sangue. Per una donna ne potrebbero scorrere altrettanti, come raccontano bene quelli che credono agli dei. Noi, che non ci crediamo, per ora parliamo solo dell’amore e della gioia degli sposi. E fortuna che son finiti i tempi in cui anche a parlarne era pronto il patibolo.

fulmine24. Qui le cose vengono raccontate così come si sono state tramandate, per filo e per segno. Parola del Signore, cioè parole al posto di quelle del Signore: 61«Il servo prese con sé Rebecca e partì. 62Intanto Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roì; abitava infatti nella regione del Negheb». Non c’è verso di scoprire un minimo di arte della sintesi. Va ben bene la precisione ma Isacco non s’era mai mosso ed era sempre lì. Lì dove ancora tutto è deserto. Bighellonando senza costrutto 63«Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli». Proprio in quel mentre, manco farlo apposta, 64«Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello». 65«E disse al servo: «Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?». E alzarono gli occhi anche i cammelli volgendoli al cielo. «Il servo rispose: «È il mio padrone». Allora ella prese il velo e si coprì. 66Il servo raccontò a Isacco tutte le cose che aveva fatto. 67Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre».
Ora perché tra tanta compagnia il Servo avesse preso con sé Rebecca è argomento di lungo contendere. E di maldicenze. Ai quali noi non daremo seguito. E perché non avesse preso con sé altri, ad esempio le ancelle, o quella vecchia arpia della nutrice, non è certo. Ciò che successe durante quel viaggio non è mai stato preso in considerazione dalla grande cronachistica della voce delle indiscrezioni. Ciò che conta è che la fortuna arrise loro e arrivarono tutti sani e salvi. Isacco vide quella donna dal volto coperto, ma tanta era la sua brama che non aspettò nemmeno se lo togliesse. Più che portarla la trascinò nella sua tenda, ed è comprensibile visto che il giovane aveva ormai raggiunto l’età di quarant’anni e anche la sua curiosità sulle donne aveva avuto modo di diventare matura. Lui recava in fondo al cuore ancora la perdita della mamma; povero cocco. E non si venga qui a paragonarlo a quella leggenda di Edipo. Quello era greco e si sa com’erano i greci; dei gran sporcaccioni. E poi quella era leggenda e questa è Storia, e per di più Sacra Storia. Così Isacco prese in moglie Rebecca e solo dopo i piccioncini pensarono al matrimonio. Non si sa se Rebecca avesse conservato quel Dono di Dio: la verginità. Maligni sostengono che ci troveremmo davanti ad un altro dei tanti misteri. Il primo ma non l’ultimo del genere.
Soprattutto con questi narratori, meticolosi, puntigliosi, minuziosi, pignoli, pedanti, parolai, sarebbe inutile parlare delle nozze. Le nozze sono nozze. Vista una viste tutte. Non ci sono nozze sacre e nozze profane. Anzi c’è il rischio che anche la prima notte si divertano più gli altri degli sposi. Si sperpera un capitale per dar da mangiare ad una ciurma di affamati. Si soppesano i regali e si accatastano in attesa di farne l’inventario e di trovar loro un posto. Si corre su e giù ad accogliere gli ospiti, che solo all’ora ci si rende conto: paiono un mare. In burrasca. Con le famiglie numerose e feconde è sempre così. Sai quanti parenti hai solo quando te li vedi piombare in casa, cioè in tenda, tutti assieme. Quando devi dar loro da mangiare. Allora si gira intorno a vigilare per evitare il più possibile gli infiltrati. Gli uomini ridono e le donne piangono; chi dei due sia più realista è il più grande e inviolato degli enigmi. Qualcuno fa sulla sposa pensieri immondi. Qualcuna e qualcuno li fa sullo sposo, ma pare pochi e con poca fortuna. Tutti la baciano, la sposa, e qualcuno prova a baciarla di più. Qualcuno si prova a cantare, ed allora si capisce che sarebbe l’ora di dar fine alla festa. Il solito stupido cialtrone grida “Bacio! bacio!” incitando al coro. Chi finisce sotto il tavolo in preda all’effetto vigliacco dell’uva fermentata. Gli sposi allora scappano giusto in tempo per la loro ora di gloria. Stanchi da far pietà. Al lumicino delle loro forze. E le testimonianze del dopo sono sempre soggette all’ombra del dubbio. Inoltre Dio non ne vuole sapere di quelle cose.

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fulmineIn questa ricostruzione puntigliosa, seppur parziale, personale ed ironica, della Storia delle storie, della Storia con la “S” maiuscola, della Bibbia, sembra di trovarsi ad affrontare una iperbole assurda. Pare che il libro più letto sia anche il libro meno letto. Ad un certo punto anche Dio, nella sua infinita saggezza, ebbe un attimo di smarrimento; di dubbio: temette che con l’uomo non ci fosse proprio niente da fare. Qualcosa non era andato che sarebbe dovuto. Qualcosa non funzionava. Il resto del creato era una meraviglia divina. L’uomo era la belva, anzi la bestia, che non trovava pace; che stonava come un forestiero. L’uomo uccideva per il gusto di uccidere, per i motivi più banali. E aveva trasformato gli istinti in vizi, in degradazione.

Ogni controversia lasciava un’unica scelta: “fuggi o combatti”. Fin dall’inizio se nasceva una discussione su dove far pascolare le pecore la risposta era: “fuggi o combatti. Una lite su un paio d’acri di terreno: “fuggi o combatti. Una polemica su cioè che è giusto e su ciò ch’è etico, sul come dire le cose, sul sapere e capire: “fuggi o combatti. Una disputa sui gusti e sulle abitudini: “fuggi o combatti. Per un uomo o per una donna: “fuggi o combatti. E sarebbe continuato sempre così: “fuggi o combatti”. La dicotomia tra ingegno e politica si è sempre sviluppata in modo conflittuale.
A noi, lettori di oggi, sembra, forse sbagliando, che la guerra non porti nulla di buono. Che nella guerra ci siano solo vittime. Che non vinca veramente mai nessuno. A quei noi sembra che la guerra più che inutile sia estremamente dannosa. Già uccidere gli altri e uno sterile spreco di tempo, di energie e di risorse. Il problema è che, magari casualmente o di morte amica, a morire possono essere anche i “nostri”. E i morti pesano. Soprattutto quando tornano giovani a casa, dai loro famigliari, vestiti di una bara e una bandiera. Sarebbe forse illuminante chiederci perché Dio dovrebbe spendere quattro righe per distruggere cinque città e pagine intere per trovare una moglie ad Isacco; ma così sono i destini dell’uomo. E poi bisogna avere eternamente fede. Ed è qui che sorgono dubbi sull’attendibilità di quegli uomini che si facevano chiamare profeti. Magari mentre parlavano, più o meno a vanvera, anche un po’ così: tanto per ciarlare, erano inconsapevoli che qualcuno li stava ascoltando. E che poi avrebbe deciso che sarebbero stati loro e non altri i profeti. E che erano loro e non altri a parlare per conto Di. E nel frattempo, in ansia, Abramo, e ancor più Isacco, continuavano ad aspettare.
Rebecca, ma ancora Servo non ne conosceva il nome e la chiamò solo giovinetta o donna, a parte il nome da film americano, era 24figlia di Betuèl, uno dei figli che la prolifica Milca aveva partorito a Nacor. E’ Bene ricordare che Nacor era fratello di Abramo e che fin troppo spesso gli affari d’amore si risolvevano in famiglia. La cosa sembrava non essere di nessun nocumento anche perché la ragazza era di bell’aspetto e, soprattutto, vergine. Dio aveva creato le donne vergini e aveva chiamo anche loro donne. Si sarebbero poi distinte per l’uso che avrebbero fatto di quel dono di Dio. Lei, Rebecca, era vergine poiché 16nessun uomo si era unito a lei. Dissetato prima lui e poi i cammelli Servo si inginocchiò con quelli, i cammelli, 22prese un pendente d’oro del peso di mezzo siclo e glielo mise alle narici, e alle sue braccia mise due braccialetti del peso di dieci sicli d’oro 23e chiese il nome della giovinetta. Sentito quel nome ebbe solo un secondo di esitazione, ma Rebecca era corsa subito a dare la notizia a casa.
Rebecca aveva un 28fratello chiamato Làbano e Làbano che come vide il pendente al naso della sorella gli saltò una mosca al naso, ma poi pensò che era felice che finalmente avrebbero sistemato quella sorella a cui nessun uomo aveva voluto unirsi. E pensò anche che doveva aver accalappiato un buon partito; quando ancora non sapeva dei dieci cammelli. Ancora si chiedeva come avesse fatto. E ancor più se lo chiese quando Servo, senza aver toccato cibo, si presentò annunciandogli: 35«Il Signore ha benedetto molto il mio padrone, che è diventato potente: gli ha concesso greggi e armenti, argento e oro, schiavi e schiave, cammelli e asini»; precisando che a quel figlio aveva 36«dato tutti i suoi beni». Magari anche esagerò un po’ al fine di vender meglio l’inetto, ma la cosa, il grano, fece la sua impressione. Così padre e fratello sentenziarono: 51«prendila, va e sia la moglie del figlio del tuo padrone» sfregandosi l’un l’altra le mani. Per una forma di cortesia chiesero anche alla stessa Rebecca cosa ne pensasse e anche lei ne era contenta pur di scappare da quella famiglia. Così finalmente, mentre l’attesa dall’altra parte era ormai spasmodica da rasentare la rassegnazione, lo sparuto gruppo partì con 59Rebecca con la nutrice, insieme con il servo di Abramo e i suoi uomini; ma anche con le ancelle e riportandosi i cammelli. Non si soffermarono ad aspettare l’angelo, non avevano idea di dove si fosse cacciato. E la giovane donna fu salutata dalla benedizione dei famigliari: 60«Tu, sorella nostra, diventa migliaia di miriadi e la tua stirpe conquisti le città dei suoi nemici!». Nel cielo, finalmente tutti concordi pensarono che almeno questa se la sarebbero potuta risparmiare; sarebbe bastato un: “Auguri e figli maschi”. E la parola di Dio rimase in silenzio.

Ringraziamo Enrico Mazzucato per la foto rubata dal suo profilo FB

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Tutto ciò che prima non era mai stato detto [dagli altri profeti. n.d.a.] è che nel creare il creato Dio all’improvviso si sentì solo. Non bastavano gli uomini, né i giganti, né gli angeli a lenire quella immensa solitudine. Fu per quello che creò delle creature in tutto è per tutto più simili a lui; più simili delle altre, e tutte si chiamarono Dio. Tranne per quella di sesso femminile che non gli assomigliava punto e che si chiamò da sola: Lei. Poi gli avvenimenti si susseguirono. Nessuno più parlò dei grandi erbivori. Anche quello è uno dei tanti misteri della fede.

fulmineSi ha qui l’impressione che ci si soffermi troppo in piccoli e irrilevanti particolari? Ci si ricordi che si sta parlando, in un qualche modo, di… come dire? due universi paralleli. Il tempo sulla terra scorre lento, si conta a minuti. Ma abbiamo parlato anche dell’infinito, del luogo dov’è cominciato tutto, dove si è dato inizio al creato. Lì tutto è diverso. E’ meno caotico. C’è meno affollamento. E soprattutto il tempo passa in modo diverso. Abbiamo visto scorrere i secoli in un baleno. Alcuni sono passati prima ancora che noi ce n’è accorgessimo. Si deve inoltre considerare che c’era un certo fermento, stava nascendo l’umanità, tutto ribolliva come nella tazza di un vulcano. Almeno alcuni degli eventi narrati avrebbero dato lavoro per anni e anni.
Ai più quei sei giorni sarebbero potuti sembrare secoli. Non a lui. Certo non si potevano ascoltare solo gli… storici e gli antropologhi; che poi ancora non erano stati creati. Era vero che c’era stato un periodo che l’aria s’era fatta un po’ più frizzantina, ma da questo parlare addirittura di glaciazione. Qualcuno aveva bisbigliato lontano da orecchie indiscrete che sarebbe stato per tenere fresca la birra. Ma se la birra non era stata ancora creata? E poi, fosse vero, si sarebbe completamente ghiacciata. La verità è molto più banale, ma nemmeno vale la pena parlarne. Non era troppo chiaro chi si doveva occupare di cosa. E nella confusione… non ti puoi mai fidare. C’erano stati alcuni mal funzionamenti nella distribuzione di energia. Piccoli disguidi. Già risolti. Non si sarebbe verificato più. Parola di Dio.
Nemmeno se ne sarebbe più parlato se… Il problema era che tutto era già successo all’inizio dell’inizio. Adamo amava fare due passi prima della frutta; e anche dopo per farsi una sigaretta. A quei tempi erano due sposini soli; senza figli tra i piedi. In quel suo curioso girovagare senza meta aveva trovato alcuni oggetti, siano essi di selce o di ossidiana, non era mica un geologo, che anche una mente semplice come la sua se ne sarebbe accorta. Si sarebbe interrogata. Decisamente erano reperti che la mano di qualcuno aveva levigato. Si era anche imbattuto in certe strane pitture. Ma di questo non ne aveva mai parlato. Perché si era spinto più lontano E li aveva visti in una grotta. E in quella grotta non era solo. Certo non era proibito, era solo una capra. Ma Eva era così gelosa. In seguito si era anche imbattuto in un enorme… sembrava proprio un osso. Era proprio un osso. Pensò potesse appartenere a qualche gigante scomparso. Troppo grande. Pensò al mammut ma il mammut, come sappiamo, non era ancora esistito e comunque era estinto. Poi era una bestia di altre latitudini. Quell’uomo di fede, e non troppo acuto, trovò nuovamente risposta nei misteri della fede.
A proposito, viene colta l’occasione per una riflessione filosofica che poco ha a che fare con i fatti. Contiamo ancora una volta nella pazienza e nella clemenza dei pochissimi che leggono; se non si sono già annoiati nelle poche righe precedenti. All’amico che continua a sostenere la teoria secondo la quale l’uomo è stato creato vegetariano vorrei chiedere se le punte di freccia o lancia, trovate tra quei reperti, indicano che l’uomo di allora, il primo se non il primissimo, ha lavorato quelle pietre per cacciare delle rape. Sicuramente l’uomo ha dovuto assaggiare tutte le schifezze che trovava, in natura. Erbe e sterpi, pietre e radici, tuberi, magari resti di animali e financo i loro escrementi, fino alla frutta. Ma qui torniamo ad andare fuori dal seminato. Comunque la fame era tanta e l’ignoranza era di più. Ma se i disegni dimostrano che cacciava gli animali già prima di essere creato, non possiamo che concludere che era un animale vegetariano con una dieta varia ed alcune eccezioni, tra cui la carne e il pesce. Ma ora è bene che torniamo ad interessarci puramente ai fatti. E a interrogarci solo su di essi.
Lei, nella sua a volte anche inopportuna petulanza, insisteva nel dire che non poteva continuare all’infinito a chiedere all’uomo di liberarsi di ogni curiosità. Che la curiosità sarebbe sopravvissuta a tutto. Che l’uomo aveva bisogno anche di risposte. Soprattutto le donne. Ma lui la trovava una questione di lana caprina. Caprina? boh! Lui amava le cose spicce. Se credi non hai bisogno d’altro. Ci vuole fiducia nelle cose. Lui amava quelli che erano sempre pronti. Amava i sì; mica i forse. S’era convinto che il mondo sarebbe andato meglio, molto meglio, se tutti avessero fatto il loro dovere senza star lì, ogni momento, a rompere… le uova nel paniere. C’era bisogno di ordine in quell’Ordine infinito. Se uno si mette a dubitare di ogni piccola cosa, anche sulla forma della terra, finisce che si trova a dubitare anche di Dio. E chi avrebbe fatto tutta quella grande cosa, il creato, se non Dio? Questa era l’unica domanda che gli sembrava saggia. E per quella la risposta era là, davanti agli occhi di tutti. Era una sola. Nemmeno serviva tanto ripeterla. Una risposta di tre sillabe. Il suo divino Nome.
Magari non subito ma col tempo Lui riusciva a trovare una risposta a tutto; non per nulla era Dio. Giustificò queste divagazioni col fatto che i giorni dell’uomo e quelli di Dio non hanno le stesse dimensioni. E che l’uomo e la sua discendenza non sono l’uomo ma quello tra loro che lui aveva scelto. Che a suo dire quelli altri gli erano riusciti anche peggio. Cioè che la Storia era quella di quel piccolo territorio che potremmo chiamare Galilea. Non perché il resto avesse meno importanza. Anzi. Solo perché chi ne aveva parlato era nato in quella piccolissima fetta di terra. Non conosceva altro. E non era colpa sua se gli uomini cosiddetti d’oltreconfine non sapevano leggere, scrivere e far di conto. Magari sapevano costruirsi gli attrezzi, ma solo rudimentali. Magari avevano provato con l’arte, con la pittura. Potevano definirsi pitture quelle? E a che pro? Al massimo erano scarabocchi, e rupestri. Persino loro li nascondevano agli occhi dentro delle caverne. Non erano che prove. Restavano degli ignoranti buzzurri; se gli era permesso esprimersi così.
Dio [nota a margine] non ricordava di aver creato uomini che poi aveva chiamato profeti. Lui aveva creato l’uomo e poi l’aveva chiamato uomo; più semplice da capire di così. Naturalmente anche Dio disse: “nemmeno Io”; e così via, che non staremo a ripeterci. Naturalmente ci sembra vacuo soffermarci sulla Genesi del nome. Loro parlavano in nome di… e anche questo Dio non ricordava di averlo detto. Ora non capiva perché non potessero avere un idea loro. Fossero sempre lì a pendere dalle sue labbra. Ma per pendere pendevano poco. Ma a chiamarli questo uomo e l’altro uomo e quella donna e quell’altro uomo e anche quella donna non ci si raccapezzava molto. Una volta si voltavano tutti. Un’altra non rispondeva nessuno. In quella che sostituiva l’anagrafe allora ci si era poi impegnati per distinguerli uno dall’altro. Avevano da prima provato con i numeri. Ma ben presto si resero conto che i numeri rischiavano di restare insufficienti. Allora erano ricorsi alla loro fantasia, anche quella piuttosto scarsa. Senza una regola, senza un piano né erano uscite le cose più bizzarre; ridicole. Persino uomini col nome da donna e uomini e soprattutto donne senza nemmeno il nome. Lacune di un esercizio ancora in fase progettuale.
Allora Lui alzò gli occhi al cielo. E ne fu entusiasta. Si sentì orgoglioso. Almeno di quello. Era una notte nera. Proprio nel bel mezzo splendeva un’enorme luna piena. Pensò che forse gli uomini avrebbe dovuto sistemarli lì. Però avrebbero dovuto scavare e scavare per trovare un pozzo dove dissetare i cammelli. E che forse si sarebbero messi in testa anche loro di volare. Già il cielo più in basso era pieno di uccelli, anche di notte c’erano quelli notturni, e di tanto in tanto si incrociavano anche gli angeli. Poi pensò che in poco avrebbero rovinato anche quella. E poi poteva benissimo servire per sognare. E per cantare. Pensò che avrebbero continuato a fantasticare di abitare anche quella. E con quella esplosione demografica tutto era possibile. Che piantata lassù li avrebbe lasciati parlare per anni e anni. Intanto li avrebbe tenuti occupati e non avrebbero fatto tanti altri malanni. Un modo l’avrebbero trovato, ma intanto non era male distrarli. Ma fu costretto a tornare con i piedi per terra.
Come si è provato di accennare, a parte gli improbabili, e spesso ridicoli, nomi propri, i profeti erano pur sempre uomini, e capivano quello che capivano. E associavano. E scordavano. E infiorettavano. Fantasticavano e ciarlavano. Inoltre nel riportare, è umano, si aggiunge o toglie sempre qualcosa. Lui stesso non avrebbe dato Fede a tutto quello che dicevano. Anche se la Fede è necessaria. Due parole qui, quattro di là. Non c’era da stupirsi se poi si generava confusione e i posteri non ci avrebbero capito granché. Che poi ognuno cercava di portare anche l’acqua al suo mulino. Dovevano essere tutti dei mugnai, ma non ne aveva conferma. Certamente erano anche dei gran burloni e un po’ giullari. E non tutti poi si presentavano proprio per bene. Prendi quello… e poi quello con quella voce blesa… beh! lasciamo andare. Era ben anche per quello che aveva creato la Fede. Ce n’erano che amavano le feste e non facevano che raccontare di party e di divertimenti vari, e anche non certo decorosi. E altri che amavano l’avventura e l’azione, spesso truculenta. Non c’era un equilibrio; Divina pazienza, o come diceva Lui: “Divina polenta”.

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fulmineNon si può sempre ritornare a ritroso. Dopo tanti fatti narrati Abramo aveva già imbandito il tavolo per lo sposalizio e tutti gli addobbi e, povero vecchio, si avviava lentamente a finire di vivere i suoi centosettantacinque anni, era in attesa di buone notizie dal suo servo. Isacco, il suo unico figlio, era in attesa forse anche più ansiosa. Nessuno dava ascolto a quel figlio legittimo e lui non molto aveva da dire. Silenzioso era quasi sempre stato silenzioso e nemmeno troppo acuto. A questo proposito è bene, anche se superfluo ricordare, il fatto del monte, quando ignaro si era prostrato per il sacrificio senza capire, fino all’ultimo e oltre, che era destinato a lui e non all’agnello il coltello brandito dalla mano virile del genitore.

Sorge legittimo un dubbio che ci giunge da lontano: ma se l’uomo è discendente diretto della stirpe creata da Dio (e da Adamo), chi ha creato tutti i popoli ostili che quel “popolo eletto” incontrava continuamente nella sua strada? Cioè se discendevano tutti dalla stessa famiglia e dalle stesse donne, su ciò meglio stendere un pietoso velo, ovvero: se erano tutti fratelli, e fratellastri, e anche cugini, chi aveva creato i nemici?
A sentire ancora Lei le storie di quegli uomini che diventavano padri senza nemmeno accorgersene dovevano finire, ma aveva il sospetto che non avrebbe vista quella fine. E a dirla tutta, se ci troviamo spesso a ricapitolare, invocando la clemenza del lettore, è anche per merito di Lei, non Lei ma Lei, l’altra; quella contemporanea. In carne e ossa. Dicevamo che anche la sua parola, di Lei, è parola di Dio e allora disse: “Certo che poco si parla dei suoi simili fatti ancora più suoi simili, cioè dei giganti. Per non dire degli angeli, mica si saranno fatti da soli. Che Lui li manda a portare un messaggio e quelli si prendono le loro libertà e vogliono mettere opinione. E nulla si dice dei suoi simili fatti proprio sputati a sua immagine e somiglianza, uguali uguali a Lui, tanto da essere anche Loro Lui. A parte Lei, cioè io, che una qualche differenza c’è ed è anche evidente, ma sempre a sua immagine e somiglianza. E non sorVolo nemmeno su quel sputati perché questo vizio di sputare ce lo dovremmo togliere tutti. Non è per niente bello che, con la scusa di dare la vita, a uno gli si sputi in faccia. E’ tanto meglio farlo nel modo tradizionale. E anche più divertente. A parte casi particolari; e se ne vedon già molti. Al limite si potrebbe infilargli un biglietto in bocca. Soprattutto a quelli che poi debbono strisciare tutta una vita. Una sorta di post-it con quattro o cinque informazione d’uso. Come un manualetto: vai e fai; che non è nemmeno una brutta idea”.
24. La storia, la nostra Storia, non si può certo fermare su un bisticcio di genere. Mentre se ne discute, e senza soffermarci sulle modalità del giuramento che gli erano state richieste, e che nemmeno a Dio eran piaciute, nel frattempo il servo fedele di Abramo s’era recato in Aram Naharàim, alla città di Nacor. Per i geografi dobbiamo digredire per precisare che si era recato in un posto imprecisato tra due confini, non essendo ancora stati creati i cartografi –spesso pare che tutto questo sia di frequente raccontato con la logica del dopo. Ora il servo fedele –Dio aveva chiamo il servo solo Servo, ma a volte anche schiavo e altre, raramente, oppresso– 10aveva recato con sé ogni sorta di cose preziose e dieci cammelli –si sa come in quei paesi di lingua araba vi sia la consuetudine di barattare le cose con cammelli, qualche volta anche in modo improprio. E il povero signor Servo fece fatica immane per 11far inginocchiare le dieci bestie fuori la città nei pressi del pozzo. Le bestie non volevano piegare le ginocchia e lui voleva esser certo di ritrovarli al ritorno; non è che si fidasse proprio molto. Ma lui, scaltro, aveva scelto quel posto perché vi si recavano le donne e lui non le disprezzava certo, le donne, anche se doveva sceglierne una per il suo padrone, cioè per il figlio del padrone. Diede un paio d’ore libere all’angelo e poi il Servo, che non era certo un servo sciocco, anche per togliersi dagli impicci scaricò parte di quella responsabilità invocando Dio con queste parole: “14la ragazza alla quale dirò «Abbassa l’anfora e lasciami bere», e che risponderà: «Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere», sia quella che tu hai destinato al tuo servo Isacco; da questo riconoscerò che tu hai usato bontà verso il mio padrone»”.
Dio invocò la clemenza celeste perché ce le aveva piene, nel senso di tasche, di essere messo in mezzo anche per simili sciocchezze, pure per fare il mezzano, perché era stanco di sentirsi chiamare continuamente di qua e di là, e anche sopra e sotto, e perché avrebbe avuto ben altro da fare. Comunque, come si sa, Dio vede e provvede, e anche un po’ di fortuna non guasta, e così Servo 15«non aveva ancora finito di parlare, quand’ecco Rebecca, che era figlia di Betuèl, figlio di Milca, moglie di Nacor, fratello di Abramo, ‘che’ usciva con l’anfora sulla spalla».

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fulmineQuesta è la storia di uno di noi, anche lui nato per caso… Come il lettore attento e chi ci ha seguito  saprà –impresa pressoché impossibile– che questa non è una storia qualunque ma è la Storia. La Storia di come Dio creò il cielo e la terra. E poi creò l’uomo e lo chiamò uomo, e creo la donna e la chiamò donna –non ci voleva una gran fantasia– e creò il lacchè e lo chiamò Carogna –no! questo è un errore di ricostruzione. Poi popolò la terra degli animali e chiamò cane il cane, e porco il maiale –su questa squallida battuta ci si è soffermati fin troppo– dicevamo: e chiamò porco il maiale ma anche lo stesso lacchè e chiamò moffetta la moffetta –si da il caso oggi sia il giorno della moffetta– poi chiamò Eva ma quella fece la gnorri. Da quel fatto nacque l’Ira divina ma anche il peccato e il prete, per ora solo l’idea del prete, come confessore. Di come poi Dio scatenò sull’uomo la sua Ira, al fine di farne un uomo provo, con gli episodi ricordati di Babele, del diluvio, di Sodoma e Gomorra e tutti gli altri. Nell’istante in cui siamo arrivati il povero Abramo, ormai vecchio e solo, decide che è ora e tempo che il figlio, Isacco, prenda moglie. Ma è anche la storia di come Dio creò altre creature sue simili come gli angeli e i giganti, ancora più simili, e li chiamò angeli e giganti. E di come avesse creato dei suoi simili proprio uguali a Lui per lenire la propria solitudine e quelli si chiamarono ognuno Dio. Ma anche di come tra loro ne creò uno al femminile che si chiamò sbaglio… [scusate l’errore dovuto a certi bisbiglii] cioè si chiamò Lei. Proprio a questo proposito non solo a chi riferisce oggi e qui gli avvenimenti non sembra giusto che tutta questa Storia sia raccontata solo da voce maschile. E allora si torna a dare voce anche a Lei.
Abramo da vecchio non era certo migliorato, e sempre un po’ fissato era. Lui non aveva simpatia per i Cananei, anche se ci viveva assieme e si mescolava a loro. Forse avevano poca cura di sé stessi. Forse puzzavano, forse no. Non si poteva dire un uomo di ampie vedute e anzi era di quelli che: donne e buoi dei paesi tuoi. Passi per le donne, ma anche no. E il gusto dell’esotico? A Lui restava da capire quella cosa dei buoi. A parte piccole differenze soprattutto di corna, ma per quello anche tra gli uomini, a Lui i buoi sembravano pressappoco tutti uguali. Ed era un animale completamente mansueto. Se ne stava lì a sgobbare e a guardare anche mentre il toro faceva le cose in vece sua. E di vacche ne pascolavano per i prati, e anche per le strade, che a essere toro era una gran fortuna. Ma pure una gran fatica. E pure una gran libidine. Meglio esser toro che agnello; ma forse stava facendo confusione e stava equivocando con gli animali. Perché il toro e l’agnello non avevano nessuna parentela; o no? Lei gli spiegava sempre: c’è chi nasce toro e chi nasce agnello. E lui era Dio. E poi Lui mica era nato. C’era sempre stato. Esattamente come la sfortuna. Le lotterie, no!
Ma Lei ormai ci ha trovato gusto a raccontare le cose come le vedeva Lei. Continuerebbe a rilasciare interviste se avessero già inventato i tabloid: “Io denuncio che non sempre ho avuto la calma necessaria, ed è per ciò che tra tanta confusione capita di sovente di dover ricapitolare e magari tornare ad accadimenti già passati. Il tema è troppo importante per tralasciare o sorvolare qualcosa. Sono certa se ne parlerà ancora per anni. Senza alcuna acrimonia ma è palese che io e Dio siamo una persona diversa e con idee e sentimenti diversi, ma siamo altrettanto Dio. Guardate anche quella storia di Sodoma; scusate se mi ripeto. Io glielo avevo detto, vecchio s… Non esiste una guerra gentile. Che distingua gli empi dagli altri, dai goduriosi. Credete che mi abbia dato retta? Questa è la sua Storia, non la mia. Io avrei fatto tutto differentemente, con più amore e meno autorità e rabbia, persino violenza. Ho più e più volte provato a parlarci, niente. Nel mondo ci vuole pazienza”.
Perché è sempre la memoria che va a ritroso, mentre il mondo va avanti, perciò: RICAPITOLANDO: E’ stato ben Lui a dire, parola Dio, proprio Lui a dire:28 «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra.» –non si può dare colpa a nessun altro perché quel nessuno ancora non c’era. E l’uomo per andare non è andato molto lontano, ma per procreare ha procreato, e tanto; forse più di quanto s’era immaginato. L’uomo ha dedicato all’opera di Dio, al suo comandamento, tutte le sue energie. Forse anche più che a farsi la guerra. Almeno inizialmente. Nessuno ne ebbe a ridire, anzi. Forse solo gli animali da striscio, ma per breve. Si pensò che pensasse ai servi e per quelli… E anche ci tenne, sempre Lui, a ribadirlo, perché ha sempre avuto quel pregio, la capacità di sintesi:29 «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo.30 A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde.» E ridaiela con gli striscianti. E poi c’è la storia dell’abbondanza di erba. Meglio non dirlo. E’ sempre stato meglio tenere la storia dell’erba tra quattro mura; per sé. Diciamo che era per uso terapeutico o per consumo personale. Qualche furbo sostiene ancor oggi che né volesse fare un popolo vegetariano se non anche vegano. Ma questi non vanno d’accordo con nessuno tranne che con sé stessi. E a guardare tutto quel… Creato, sempre Lui, era stato affaticato ma soddisfatto. Tanto che fece dire che 31«era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno» E infatti dopo ciò smise di lavorare; non era ancora stata creata la settimana breve e il cosiddetto sabato fascista”.[1] Né ancora alcuna crisi aveva spinto tutti ad accettare di lavorare in nero e a condizioni capestro.

 

[1] Genesi 1

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