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Posts Tagged ‘contestazione’

Ripropongo qui un suo vecchio post perché la Resistenza è sempre di attualità e la nostra storia non deve appannarsi nei nostri ricordi né nel nostro presente.

Che bello che sarebbe il mondo
Richiamata a viva voce dai precedenti post sulle Resistenze, mi sono sentita spinta a scrivere un post che racconta, attraverso le parole di una lunga filastrocca canora, divisa in quattro parti, la lunga storia della Resistenza della città di Venezia.
Questa canzone è scritta e cantata da Alberto D’Amico, uno dei componenti (con Gualtiero Bertelli, Luisa Ronchin e Silvano Bertaggia) del Canzoniere Popolare Veneto. Gli anni sono quelli della contestazione. Loro sono i menestrelli, che pur usando il dialetto veneziano, raggiungono l’obiettivo di raccontare una storia nella Storia. L’esistenza dei figli del popolo di fronte agli eventi più grandi di loro.

Arrivano i barbari
Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per cappello
sono una valanga che si butta
hanno una fame arretrata
hanno bruciato tutto l’Impero
scappiamo che ci vogliono mangiare.

Scappiamo scappiamo portiamo le vacche,
gli stracci, i pidocchi, i gatti e le oche,
salite tutti in barche vi spingo col remo
state fermi però che ci ribaltiamo.
Sta buona Luisa non starti dar pena
ti trovo una casa fuori in barena,
stai buona Luisa una casa si trova
stanotte dormiamo sotto la prora,
sta buona e copri il bambino che tossisce
domani mangeremo polenta e pesce.

E con questa barca e questa laguna
tira la rete che è piena.
Fa piano Luisa che si strappa,
viene giù Venezia e il sole l’asciuga
Ma viene il temporale e i pirati
la nostra orata ci hanno rubata.

Con le squame si sono fatti una flotta veloce
con le lische gli archi, le lance e le frecce
dagli spalti ti buttano l’olio che bolle
il Capo Pirata si chiama: Doge.
Le statue, i marmi, le colonne e gli ori
è roba rubata ai greci e ai mori
le chiamano bellezze ma io ho paura
che un pezzo di marmo ci manda in guerra
nati dai cani sono pieni di soldi
ed io e Luisa mangiamo fagioli…

Venezia patria mia diletta
Venessia patria mia dileta
tu vai di furto e di rapina
sotto il vessillo di S.Marco
per questa Repubblica da “sbarco”
mi hanno mandato perfino in Cina
a rompere i coglioni a Gengis Kan.

Si parte dal mondo con una carovana
guarda Luisa che bella è la Cina
razzi colorati, bachi da seta,
la polvere pirica e la pancia di Budda.
Carica tutto, fa su la tenda
che il nostro padrone così ci comanda
Questa carovana non l’ho capita,
siamo cristiani e facciamo razzia.
Luisa che ladro è Marco Polo,
corri che i mongoli ci corrono dietro.

In Adriatico le lotte
le navi tornano a casa rotte
spingono rabbiosi gli infedeli
ci vogliono rubare i monopoli
Di là in Atlantico la Spagna
il nuovo mondo ha trovato.

Cristoforo Colombo aveva ragione
il mondo è rotondo come un pallone
con la Nina, la Pinta e la Santa Maria
lui si porta a casa l’oro e l’argenteria.
America, America terra preziosa
ma gli indiani son gente che è permalosa
arrivano i velieri e i cannoni spagnoli
gli Aztechi e gli Inca vengono massacrati
per cosa e perché dobbiamo uccidere
mi pare una falce sta cristianità.

Guarda Luisa che malanni
scoppia la guerra dei trent’anni
mi faccio fiato e grido basta
mi arriva in bocca una tempesta.
I fiumi portano le carogne
e l’aria ormai si è impestata.

Scappiamo, scappiamo che arriva la peste
raccogli le cose dentro le ceste
copri il bambino con i panni di lana
canta Luisa che faccia la nanna
canta che gli angeli buttino una corda
che ci tiriamo su da questa merda.
“Dormi bambino che andiamo sulle stelle,
domani la Madonna ti dà le caramelle,”

Che bello il mondo che sarebbe
Che bello il mondo che sarebbe
se non ci fosse la Turchia
per questi domini di oltremare
ci tocca sempre litigare
ma dopo infine gli ottomani
ci hanno fatto sbaraccare.

Si torna tutti a casa si torna dalle donne,
leviamoci le corazze che andiamo delle buone
Luisa fatti bella sono pieno di nostalgia
tu sei la migliore al mondo tu sei la patria mia.
Ma i nobili stanno male per la disperazione
le lacrime che bruciano agli occhi e vengono giù
abbiamo perso tutto, tutte le sostanze
ma in riva del Brenta chiamano le maestranze
si fanno fare le ville bianche di candore
e con questi fazzoletti si fan passare il raffreddore.

Nel settecento ero pulito (senza soldi)
e Pietro Micca poveretto
scoppia su una polveriera
io ho pensato fosse un’altra guerra
Ma qui Venezia è tranquilla
qui scoppia solo il Carnevale.

Zucchero e coriandoli piovono in Canalazzo
(Canal Grande)
Venezia è una frittella che si lecca il giovedì grasso
per strada c’è un’allegria di maschere e giocolieri
c’è una sarabanda di pifferi e tamburi
oggi non si tribola e nemmeno si macina
mangiamo e beviamo, domani è quaresima.
I conti e le contesse al ballo si sono invitati
poi si corrono dietro con le mutande in mano
così approfittando di tanta confusione
il ruffiano Giacomo Casanova scappa di prigione.

Se Casanova è un ruffiano,
Napoleone è proprio un disgraziato,
per fare la pace col tedesco,
ci ha venduti come fossimo un fiasco
e gli austroungarici ci bevono
…alla salute dell’Imperatore.

Leone, Leone, tu sei diventato
povero stecchito come un baccalà,
l’aquila borbonica ha due teste nere
e noi ci trasformiamo in remi da galere
il mare non c’è più la gloria è finita
per andare fuori dell’acqua si va in ferrovia
“ehi della gondola quali novità?”
ci dicono che l’Italia stavolta si è svegliata
Il boia di Radetzky si è ritirato
un secolo va via è un altro è arrivato.

Il conte Volpi di Misurata
dato che era un patriota
fa la guerra sulle barene
contro cicale di mare e seppioline
pianta nelle secche gli sbarramenti
e i pesci più non possono passare.

Scappate, scappate anguille, sogliole e paganelli,
le pompe tirano l’acqua, i asciugano i canali,
arrivano i barconi e scaricano la ghiaia,
dove c’era il mare adesso c’è Marghera,
I pesci fanno pena non c’è più rispetto
sono scappati tutti come a Caporetto,
Luisa è il progresso perché ti lamenti?
Marghera dà lavoro negli stabilimenti,
con la SAVE, la SIRMA e i profumi della Vidal
è nata la Prima Zona Industriale.

Quante ricchezze e quanto oro
abbiamo fatto con il lavoro,
io vorrei sapere con che diritto
loro ci hanno spogliato di tutto,
vorrei sapere perché se grido
mi rispondono col bastone.

Olio di ricino il Duce col bastone
l’Italia è nera come una prigione,
partono i legionari che vanno in Eritrea,
tornano con la scabbia, la sifilide e la diarrea
anche la Somalia è diventata italiana,
Vittorio Emanuele si mangia la banana
siccome siamo santi, eroi e navigatori
ci tocca andar in Spagna tutti volontari,
il maresciallo Goering gli aerei ha mandato
a Guernica ha fatto la prova generale.

[Con questo Benito e con Adolfo]
Con questo Benito e con Adolfo
il mondo brucia come zolfo
E dopo passa anche sta guerra
e arriva un’altra primavera
ma ne hanno fatte così tante
che non si può dimenticare.

Pareva un brutto sogno invece era vero
quella notte che ho visto in riva dell’Impero
ho visto coi miei occhi sette ragazzini
legati con una corda in mezzo a due lampioni
la gente di Castello gridava “pietà”,
una scarica di fuoco e gli occhi ho chiuso.
Aliprando Armellin, coi due fratelli Gelmi,
Bruno De Gaspari e Gino Conti,
Gerolamo Guasto e Alfredo Vivian
sono morti tutti gridando libertà.

Credevo di morire
e invece ballo il boogie boogie
la Repubblica ha vinto
abbiamo il Sindaco Gianquinto
ma proprio adesso sul più bello
il 48 è arrivato

Il 18 aprile le prime elezioni
ha vinto il Vaticano vanno su i democristiani
a luglio una mattina hanno sparato a Togliatti
ci hanno detto “ragazzi buoni e fermi tutti”
bisogna che la rabbia ce la mettiamo via
dobbiamo andare avanti con la democrazia
intanto loro rubano di riffa o di raffa
fanno i prepotenti e vogliono la legge truffa
con Scelba il bastone si chiama manganello
il nome è cambiato però è sempre quello.

Ci hanno fatto un maleficio
ci hanno chiuso il cotonificio
ci hanno fatto anche i tarocchi
e hanno chiuso pure lo Stucky
ci hanno suonato le campane a morto
e hanno seppellito l’Arsenale.

Scappiamo, scappiamo non c’è più lavoro
Venezia a poco a poco diventa un cimitero
è una città decrepita, marcia completa,
è una stracciona, una vecchia baldracca.
Luisa non ti dico quando viene l’acqua alta
il sangue mi si gela e il cuore si ribalta
e quando suonano le sirene mi metto gli stivali
e maledico questa acqua che non si asciuga mai
la gente scappa via, c’è l’emigrazione
la gente vuole le case con il termosifone.

Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per capello
sono una banda di sfruttati
studenti, donne e operai
che a questo mondo di ingiustizia
vogliono darci un grande morso.

Arrivano i Visigoti, i Vandali e i Vichinghi
arrivano con le barche e con i capelli lunghi
scoppia il 68 come una vampata
viene fuori dalle tane la rabbia accumulata
arrivano gli operai, la lotta dei contratti,
guarda gli studenti che gridano come matti.
Luisa siamo tanti, insieme siamo forti
ci voglio far fuori, teniamo gli occhi aperti.
Ci hanno messo le bombe, ci vogliono fermare.
I padroni ci hanno fatto… le peggiori infamità.

Il 15 giugno, te lo giuro,
coi risultati mi viene duro
ma dopo mezza settimana
mi diventa una gelatina
quando sento le rogne che si trova
la nuova giunta comunale.

Debiti, debiti, magagne ci han lasciato
però teniamo duro, bisogna governar
questa crisi è una barca grande come il mondo
o ci salviamo tutti o tutti andiamo a fondo
In fondo non ci vado altrimenti è finita
dobbiamo andare avanti con la democrazia
Luisa il socialismo te lo giuro verrà
e adesso ti saluto… perché sono stufo di cantar…

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Rossaura in una foto BN quando era era bambinissimaAnima libera ovvero le difficoltà di un progetto; cioè: “Amenità”. Alcune riflessioni che ospito, forse impropriamente, qui e che diventano appunti di lavoro, pensieri espressi a voce alta, per un lavoro che non si è mai manifestato qui.

Anima libera è nato allora come un esercizio di scrittura a quattro mani. In verità è nato nell’ormai lontano 24 novembre 2010 semplicemente come post a sé stante. Ed è oggi faticosamente arrivato alla parte ventottesima. C’è forse una ventinovesima. Ma nessuna certezza che sappia andare oltre. Allora, dopo quel primo post, ci siamo fatti prendere dall’entusiasmo e decidemmo di proseguire e farne una sorta di saga. Non mi nascondevo le difficoltà legate allo scrivere con due teste e quattro mani. Con difficoltà ha proseguito la sua strada, o più opportunamente la sua tragica vicenda. L’idea era nata, dopo anche animate discussioni, per proseguire quell’inizio. Era un esercizio letterario, se così mi posso esprimere senza rischiare la presunzione, su di un personaggio letterario. Era cioè un esercizio di scrittura basato sulla libertà della fantasia. In secondo piano doveva apparire la testimonianza di quegli anni (circa sedici importanti anni, dal primo dopoguerra alle soglie del sessantotto). Naturalmente il tutto da un’ottica che rispettasse la sensibilità femminile. Da subito però si è creata difficoltà a causa di una forte identificazione con il personaggio. E una seconda perché spesso la cronaca “pubblica” balzava in primo piano e prendeva il proscenio. La tensione per rendere coerente il personaggio principale e narrante con tale identificazione gli ha spesso, quando non sempre, tolto la possibilità di agire in funzione di un racconto di fantasia, di finalizzare i suoi atti e le sue scelte. La bambina, poi ragazza, ha mostrato più i limiti che l’ansia di superare il copione che era stato scritto per lei. Per lei come persona di quegli anni e per lei come donna. Ha violato i suoi sogni. Poteva tutto e invece era costretta a vivere nelle vesti che le erano state imposte dalla realtà. In ogni cosa condivisa si deve cercare una strada mediana, questo lo so, se la scelta è mai stata di una strada mediana. Questa è anche la testimonianza di come è difficile condividere con altri anche le piccole cose quando la condivisione cerca di affondare realmente nella carne delle stesse persone. Siamo animali sociali che però vivono i loro rapporti con gli altri mantenendo una forte autonomia e senza voler giungere a un compromesso dialettico. Con questo non dico di trarmi fuori da questo vizio, di esserne immune; vivo anch’io immerso nella realtà e nelle problematiche come tutti. Debbo dire che amavo quel personaggio e quel lavoro e di non voler sollevare alcuna polemica né di liberarmi da responsabilità. Alle soglie del fatidico sessantasette, con un mondo in ebollizione, “la ragazza” fatica ad aver dubbi e ad elaborare una vera sensibilità, più o meno univoca, per ciò che si prepara; non riesce a percepire le cose. Una banale interferenza (come l’inserimento di un post completamente estraneo) non determina la crisi di tale impresa, ne è solo una testimonianza. Il limite è il tentativo di ricordare che si sostituisce alla voglia di immaginare e sognare. Io immaginavo una Anima libera a cui il quotidiano scoppia continuamente davanti agli occhi e che lei scopre con meraviglia. Aveva, in quel primo post, strumenti surreali di narrazione, se vogliamo volutamente iperbolici. Il risultato a seguire è stato diverso, non meno gradevole, spero, ma diverso; e me ne assumo la mia parte di responsabilità. Questo sembra quasi un addio ma non sono certo che siano queste le mie intenzioni. Il personaggi non soffre di schizofrenia, ma di un tradimento non voluto da parte di una coerenza testimoniale. Dove proprio la fantasia dovrebbe essere donna viene a mancare ed emerge una volontà di etica di una tramandazione personale. Non è mai esistita quella prima Anima e non poteva esistere, esiste troppo questa seconda e, ai miei occhi, non ha fascino. Non era e non doveva essere un quasi diario. Oggi è qualcosa di più e qualcosa di meno. Anima è così destinata a non cambiare nulla e a soccombere alla vita e alle prime difficoltà. E’ destinata a cercarsi e aspettarsi invano. Queste sono le mie apprensioni per il personaggio. Sembra banale ma chi scrive si innamora sempre dei propri personaggi, anche quando debbono comportarsi da personaggi negativi quali debbono essere. E non è questo comunque il caso. Non capisco perché Anima libera debba commettere gli stessi errori dei suoi autori. Lei è appunto un’Anima libera.

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Tecnica mista su cartone telatoCon una breve serie di dischi Gianfranco Manfredi si è reso ottimo testimone di quegli anni. Ricordiamo ai troppo giovani e a quelli a cui manca un po’ la memoria che era la metà dei famosi e tragici anni settanta. Anni di impegni, di violenza, di piombo, di piazze, di rabbie, di bulloni e contestazioni, di antagonismi, di radicalismi e tanti altri ismi, gli anni dell’autonomia e della P38. Gli anni in cui torna Ricky Gianco, che per lui scrive musica. Di Claudio Lolli. Di Eugenio Finardi e di tanti altri. Ma anche gli anni (appunto) dei I Festival del proletariato giovanile‎ e della musica prog ovvero degli Osanna, della Premiata Forneria Marconi, del Banco del mutuo soccorso, dei Napoli centrale, fino agli Area. Di allora restano molti ricordi non solo nella storia della nostra musica.
Di Gianfranco Manfredi avevo già qui riportato Zombie di tutto il mondo unitevi, Dagli Appennini alle bande, Agenda ’68; mentre avevo scordato di postare Un tranquillo festival pop di paura e così rimedio. Poi il cantautore è pressoché sparito dalla scena musicale italiana (o almeno è scomparso dalla grande vetrina, forse aveva già detto quello che aveva da dire) per dedicarsi a fumetti, letteratura, teatro e cinema, con altalenante fortuna (per questo rimandiamo al suo sito). Qui di lui vorrei ricavare altri due pezzi: Quarto Oggiaro story (che si può ascoltare solo da un sito a cui ho collaborato) e Non c’eri di cui porto sotto il collegamento a YouTube. Faccio seguire i testi delle due canzoni così che si possa cogliere l’ironia di questo autore e il suo modo di stare all’interno degli avvenimenti di un mondo che stava cambiando e forse trasformava il pubblico in privato e l’impegno in esasperazione dentro tanti di noi.

QUARTO OGGIARO STORY
T’ho incontrata a Quarto Oggiaro davanti al Supermarket
saccheggiato (oh ye) avevi in tasca una scatola di tonno dello
Wyoming… si vede che la tua coscienza politica era scarsa…
lo ci ho qua il bourbon, io ci ho qua il vischi io ci ho qua
il caviale che a differenza del tonno non fa male, lo questa sera
mi bevo lo champagne circondato da quattro compagne…
Mentre tu te mange ‘o tonno
con quel fesso di Totonno

Ti ho incontrata alla prima visione, dopo l’appropriazione. Tu hai
visto un Franchi ed lngrassia mentre lì vicino facevano un film
inchiesta sulla CIA. Eh ma la tua coscienza politica è proprio
scarsa lo ho visto il Bertolucci, ho visto la Cavani S. Francesco
e i sette nani vestiti da nazisti ho visto Scapponsanfan’ dei
fratelli Taviani, C’eravamo tanto armati e diciotto film di marziani
(micidiale!) in cineteca. lo questa sera mi vedo i filmini svedesi
con due compagne cinesi…
E tu te vede ‘a televisione
co’ Totonno fetentone

Ti ho incontrata alla Feltrinelli, tu fregavi solo gialli, neanche
belli… ristampe. Si vede che la tua coscienza politica è proprio
scarsa. Guarda me: io ci ho qua il Kerouac, ci ho qua il Garcia
Marquez ci ho qua il teatro di Fo, chissà che cosa me ne fo…
lo questa sera mi leggo la Morante con una bimba tutta
pimpante
E tu te legge Agata Criste
co’ Totonno poro criste

T’ho incontrata davanti all’armeria in attesa, con la borsa della
spesa… esagerata! Io compravo i soldatini, tu un fucile coi
piombini. Si vede che la tua coscienza … è in crescenza. lo ci
ho a casa la Corazzata Potiemkin Politoys, ci ho la spada del
nonno carabiniere, ci ho le pistole di madreperla e il matarello
di madre pirla, ci ho le guns di plastica di Jasse James e il
mitra in simillegno con il fodero in similpelle e proiettili in
silmilsalve
E tu te mette a ffa cagnara
co’ stu cazz’ de lupara
e Totonnino ‘o fetentone
tene ‘na sberla de cannone
e un tuo amico di Potopp
tene quaranta molotopp
e uno dell’autonomia viaggia sempre co’ la zia
” cocosa c’entra la zia?” Pesa cinquecento kili e può sempre
servire.., calata dall’alto. Forse la tua coscienza è troppo
in crescenza…
Brrrr…

NON C’ERI
Non c’eri
ieri in piazza tu non c’eri
ho il sospetto che dormivi
dimmi come fai…
Non c’eri
ieri con i pendolari
bello steso sui binari
eri mica tu.
Ma dai: basta leggere i giornali o accendere il TV
tutto fa spettacolo: il Soggetto, il Complemento Oggetto
e forse pure tu.
Ma tu non c’eri
tu stai lì a contarti i peli
o a schiacciarti i punti neri
te ne pentirai
…di gran lunga
Lo so: non ti curi delle fasi o dei momenti clou
anche il David Bowie dice che per un momento si può essere eroi
Ma tu non c’eri
tu vai dietro ai tuoi pensieri
quasi sempre poco seri
no, cosi non va
Tu non c’eri
in silenzio te ne stavi
chissà cosa poi covavi
dimmi dove sei
Non c’eri
c’erano tutti e tu non c’eri.
C’erano i piccoli editori sinceri e tu non c’eri
tu non ci sei mai
Non c’eri
c’erano i discografici alternativi e tu non c’eri
c’erano i Partigiani Reggiani e tu non c’eri
tu dove sei.
C’era la federazione bagarini democratici
il comitato di fabbrica delle cartine RIZLA
il comitato Madri Antifasciste
e tu non c’eri, e tu non c’eri.
C’erano questi qui che suonano la tromba
i trombettisti leninisti
ma tu non c’eri
non c’eri neanche nel gruppo dei bambini
armati fino ai denti da latte
della centrale del comune democratico
tra i carmelitani scalzoni
e tu non c’eri
nell’unione inquilini del terzo piano
nel comitato comparse cinema politico
tu non c’eri
nei centri mimi yogi spirituali
non c’eri
e qui qualcuno accende i ceri
e qui qualcuno accende i ceri.
E tu non c’eri
io c’ero io c’ero
si io, nel senso di ego io c’ero
mi sembra mi parve che ci fui
adesso non saprei dirti se venivo di qua di là
però c’ero, mi sembra che c’ero
o non c’ero
c’ero o non c’ero?
Mah?…

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Nel corpo di un bellissimo commento di un’amica, Francesca, ad un mio post sulla manifestazione “Se non ora quando?” Lei acclude e mi dedica un racconto scritto da un suo amico. Spero che nessuno dei due se la prenda se, data la bellezza dello scritto, dedico lo stesso a tutti i miei pochi lettori e lo trasformo in un post. La foto a corredo è stata scattata durante la minifestazione da Marzia Dal Gesso.

Ragazze durante la manifestazione del 13 febbraio 2011 in Campo Santa MargheritaPrigionieri della verità
Ci sono brani della letteratura, versi di una poesia, che ti conquistano al primo sguardo. Quelli che, quando li leggi per la prima volta, fanno affiorare dentro di te un desiderio irrequieto, che hai la necessità di colmare con tutte le tue forze, prima che ti imprima dentro la sua immagine. È difficile liberarsi, da quell’immagine. Succede tutto in un istante, appena gli occhi si posano su quelle parole così vive, che scuotono nel profondo la nostra coscienza addormentata. Ci rendiamo conto che forse siamo diversi da come vorremmo essere, che il mondo sta girando nel verso sbagliato, che siamo spettatori del nostro tempo e non protagonisti. Ed è strano, capirlo così: con la bocca spalancata, le pupille inchiodate su quelle righe, lo sguardo oltre i confini dell’universo, e il nostro corpo che resta lì, scosso da un lieve tremore che corre lungo la schiena curva. Non siamo abituati, a uno spettacolo di consapevolezza come questo. Ci hanno insegnato che la vita è una prova difficile dalla quale dobbiamo uscire vincitori. Ci hanno spiegato l’idioma della realizzazione, precisando come dobbiamo comportarci quando chi ci sta intorno corre più di noi. Ci hanno ripetuto il decalogo del successo, instillando nelle nostre abitudini la condotta del consumo, della fretta, della semplificazione. Ma dico, chi si crede di essere questo autore morto cento anni fa, per catapultarsi nella mia vita senza permesso, entrare nella mia quotidianità sfondando il muro di sicurezza che mi sono costruito con fatica, e sconquassare con fragore ogni mio progetto? Eppure, senza preavviso, un giorno succede. E la cosa migliore, in tutto questo, è che sei tu, a volerlo. Perché per quanto sei stato allenato a fingere che vada tutto bene, ti addormenti con un’ansia leggera nel cuore, scosso da quello che ti succede intorno. Perché ogni gesto quotidiano che svolgevi con diligenza portava nascosto un sogno mascherato. E allora basta poco, a volte: un sorriso, le parole di un libro, un quadro, una manifestazione di piazza, un amore. E tutto quello che come una tempesta ci turba l’animo, ci squassa, ci scrolla, ci sbatte addosso la verità che teniamo celata, esce di colpo allo scoperto. Non possiamo più fuggire davanti a noi stessi, siamo diventati prigionieri della verità. È un momento commovente, quello in cui una persona sceglie di salpare dalla riva salda delle sue certezze per abbandonarsi alla corrente dell’ignoto, verso il racconto tutto da scrivere di una nuova consapevolezza. E un istante dopo, come prima naturale reazione a questa inaspettata epifania, dobbiamo condividere con chi ci sta intorno la nostra rinnovata passione. In quei momenti intravedo una piccola speranza per questo mondo assurdo che corre a capo chino verso un futuro insostenibile: percepisco la rabbia, la passione, la frenesia di chi si è accorto che può fare la differenza e non sa più temporeggiare. Il sipario si è alzato, non c’è più tempo per le scuse: sta a noi prendere in mano il nostro destino e diventarne i timonieri senza rimorsi. Contro vento, contro corrente, testa alta senza paura, all’arrembaggio di una nuova avventura.
Maggioni Marco

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Se l’altra metà del cielo scende in Piazza.
Campo Santa Margherita a Venezia: folla per "Se non ora quando?"Piazza santa Margherita a Venezia. Piazza del Popolo a Roma. Piazza Castello a Milano. Piazza Maggiore e Piazza XX settembre a Bologna. Piazza della Repubblica a Firenze. A Torino piazza San Carlo. Piazza Unità d’Italia a Trieste. Piazza Caricamento a Genova. Piazza Dei signori a Padova. Piazza del Popolo, mai nome e risuonato più opportuno, a Pesaro. Piazza Dante a Napoli. Piazza Verdi a Palermo. E ancora alla basilica del Sacro Cuore, in cima a Montmartre, a Parigi. E poi a Londra. Fino a Tokio. Ma a ricordarle tutte non c’è tempo bastante. Mi scuso solo con quelle rimaste fuori.
Ho sentito tante storie, ognuna con le sue ragione. Alcune sono state lette da quel palco di Roma. Altre erano solo nella folla, nel vociare, in quel popolo. Confuso? non credo. Ho ascoltato le opinioni del prima e del dopo. Cercando di portare quasi lo stesso rispetto per tutte. Cercando di capire. In quelle contro e in qualcuna pro m’è sembrato di trovare molta grossolanità. Ben oltre le posizioni espresse. Certo non sono qui per spiegare, non ho tanta presunzione. Le trovo grossolane anche perché ho visto la passione che ha messo Lei. che l’ha spinta in quella Piazza (come molte altre). La stessa passione e le stesse ragioni che la spingono da allora. E allora nessuno sapeva nemmeno chi era questo premier. Probabilmente cantava ancora nelle navi da crociera.
Di piazze ne ho viste tante. Circa cinquant’anni. Credo di esserci andato una prima volta con una candela in mano credendo di salvare una vita. E nemmeno era una piazza, né un campo, era solo un campiello. E’ stato quello l’inizio. Era solo il 1960. Non è passato troppo tempo. Sono io ad essere vecchio. E ho visto piazze festose e piazze tristi e piazze di lotta. Le provocazioni e le rabbie. Il Vietnam, il Che, il Chile e Salvador. Le stragi nere e quelle cosiddette rosse. Gli anni di piombo. La strategia della tensione. Tutta una collana di romanzi criminale, visto che è di moda. E non sarebbe servito andare al cinema per vedere i noir americani. Alcune le ho raggiunte a piedi, più spesso con lunghi viaggi in treno; col vino e le cibarie, con le nostre canzoni. Non ne vedrò mai abbastanza. Sempre le emozioni. Immense stavolta. Sono le mie Piazze del mio Mondo. Di un Mondo ancora possibile. E’ bello vederle affollate.
E c’erano quelle della CGIL, ma non credo sia un partito. E mille cartelli e striscioni. Sciarpe bianche, come chiesto, come Ross, e fiocchi rosa. Nessuna bandiera, tranne quella dell’ANPI. Anche questa non la credo partito. Non erano tutte di una parte, questo è certo. E nemmeno erano tutte quelle di quella parte. Certo erano tante. Tantissime. Da sembrare tutte. Un mondo diverso. Allegro. Colorato. Anche arrabbiato. Erano semplicemente donne (sono belle le nostre donne). E le poche “forze dell’ordine”, in assetto antisommossa, apparivano anacronistiche. Sembravano figure di una farsa. Devono aver provato vergogna ché son sparite subito dentro un portone. Non era una Piazza contro. Non come si vuol far credere. Non era contro altre donne. Non per una morale contra un’altra morale. Per una etica e contro una diversa etica. Bello il cartello “Non buone né cattive ma solo donne”. Era a favore. A favore di una cosa soprattutto: LA DIGNITA’. Certo un po’ anche contro Berlusconi. Non è questo il tema che mi interessa; che mi prefiggo. E di questo lascerei parlare eventualmente Lei. Certo contro i fascismi. Ma questo non è ancora un paese antifascista? La Piazza lo era. Sicuramente contro questa politica. In realtà semplicemente alternativa.
C’era un cartello giallo con una scritta nera diceva “Addio Bocca di rosa con te se ne parte la primavera”. Le mie ragioni contano poco. Sono andato anche e soprattutto perché credo che l’alternativa debba ritrovare la Piazza. Perché credo che dovremmo ritrovare luoghi e parole d’ordine che credevamo ormai nostro patrimonio. Ripercorrere quelle strade. Quelle esperienze. Richiamarle a nuova vita. Denudare le nostre facce. Metterle assieme. Certo sono andato con la donna che amo. Una donna che ammiro. Che rispetto. Con cui condivido molto se non tutto. Anche naturalmente l’amore. E persino una sottile ironia a volte necessaria per parlare delle cose e soprattutto di noi. Certo mica eravamo da soli già prima di arrivare in quella piazza. C’era anche la strega perché le nuove streghe sembrano tornate. Ricordo anche quegli anni. Insomma: “tremate perché si sono incazzate”.
Non ho mai dubitato che ci potranno salvare solo le donne. Ma non è solo di questo che questa m’è sembrata la più bella. Certo anche di questo. Al di là dei bizantinismi. In realtà questo premier ha contro la Piazza. Altrove ci sarebbe di che rinunciare. In realtà non ha nemmeno una vera maggioranza. Non nel paese. Non ha più alcun mandato derivato dal voto. Come dice lui “dal voto sovrano”. In realtà è sovrano il voto, non lui. Comunque son stanco di Piazze tristi. La mia canzone ne ricorda una delle tante. Vorrei poterla scordare. Scordare non è tra le mie qualità la più frequentate. Nemmeno sarebbe giusto. Vorrei sempre Piazze così. Quello che mi interessa è che è solo una Piazza contro questa politica. E’ una piazza dentro la crisi della politica. Della politica e del suo modo di organizzarsi. La crisi dei soggetti Partito. Ancora una volta.
Non è una novità. Io la vedo così. Usare vecchi schemi rende grossolana l’analisi. L’analisi di movimenti, e momenti, che nascono spontaneamente e spontaneamente si auto-organizzano. Non riusciamo a capirlo. Non abbiamo chiavi cognitive. Interpretarli, incanalarli sarebbe un primo passo verso un cambiamento. Sarebbe anche probabilmente la loro morte. Certo non hanno ancora saputo esprimere leaders “credibili”, ma credo ci siano cose che accomunano la gente di quel mondo. Cose che sono “senza se e senza ma”. Parole d’ordine. Cominciamo, per esempio, col dire che l’acqua è di tutti. Sarà il petrolio di domani. E’ di tutti. Cominciamo a difendere il mondo che anche quello è di tutti. Parliamo di sviluppo sostenibile e di fonti energetiche alternative. Torniamo a combattere la guerra come mezzo per regolare le controversie territoriali. E gli interessi. E la finanza. Condanniamola come mezzo e punto. Combattiamo qualsiasi forma di discriminazione e di razzismo. Ritroviamo buon senso e dialogo. Etc. Nessun tentennamento. Perché le maggioranze si costruiscono, nel paese. Le alleanze si fanno con le persone. E allora quel mondo sarà sempre lì. Pronto a spendersi. Perché la maggioranza non è nel portafoglio, è ancora nel cuore.¹

Se non ora quando? Adesso.


1] Foto da Facebook dell’amico Paolo Firla.

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Foto di una manifestazione delle tute biancheE’ un po’ che non scrivo. Un bel po’. Riciclo. Non può essere una crisi creativa. Mica sono un creativo. Sono uno che semplicemente gode. Un logorroico della parola scritta. E’ che ho anche altro a distrarmi. Lo so che probabilmente è solo la prima scusa ignobile. Né ho poca voglia. Non mi viene. Insomma accetto e soccombo. Non mi sembra importante. Mi sento vuoto. Sterile. Forse non è tempo di parole. Così, come detto, torno a vecchie cose. Le uso. Finiranno. E poi? Nemmeno le ricordavo. Nemmeno le rileggo. Capita persino che ci trovi errori che vedo anch’io. Basterebbe mettersi davanti alla tastiera. Intanto sto qui a dire nulla. E rileggo quello che ho messo ieri. Ancora un raccontino. Ancora della serie Profili. Quella scritta per quell’amico. A proposito: l’ho già detto che per quella cortesia ho perso la sua amicizia? Certo che l’ho già detto. Senilità. E che non andavano bene per il suo blog? E allora potrebbero non andare nemmeno per questo. Un racconto, quello, ancora di ricordi. E sensazioni (ma perché oggi parlo sincopato?). Ancora un ritorno indietro. Al passato. Forse avrei dovuto postarli, questi racconti, in rispetto degli anniversari. Almeno come in questo caso. Non amo così tanto le date. Mi dimentico. A volte scordo persino il mio. E poi li sto mettendo nell’ordine esatto in cui mi sono usciti. Così. Anche per dimostrarmi che vincevo il rischio della ripetizione. Ma quelle erano allora fisime mie. Nel frattempo sono passati circa più di tre anni (quel “circa più” l’ho messo volontariamente). Forse sono anche quattro. Anni importanti. Non è l’importanza che mi toglie la voglia. Che mi detta questa apatia. E ancora un racconto che va tra cronaca privata e reticenza. Che non si pone il problema della chiarezza. Di facilitare la lettura. E ancora in racconto fin troppo breve. Scritto di parole una in seguito all’altra. In forma di poesia. Ma forse ce ne sono già tanti. E il mondo potrebbe benissimo sopravvivere anche senza questa immondizia. Bene, casca a fagiolo questo che è un post di silenzio. Un insieme di righe per non dire nulla. Ma ho aspettato un amico, anzi due. Non è arrivato nessuno. Il caffè si sta freddando. Nemmeno questo può togliere la speranza. E l’entusiasmo. Dove sono tutti? So che ricomincerò la battaglia che ho perso cento volte. So che affronterò tutti i miei dubbi. E li metterò ancora a tacere. Per tirare avanti. Per andare oltre. Perché non ho alternative. Non è questo quel mondo. E questa non è merda peggiore. E’ solo merda. E tutta la merda è uguale. Anche se sembra impossibile che si possa morire di freddo. Oggi. In quella stessa città. A Bologna. In centro di una città che è in centro al mondo. In quella Bologna che è piena di vite. Per quello non so se lo è ancora anche di bulloni. Che non si è mai piegata. Non vuoi accettarlo ma è. La politica non ha tutte le risposte. Allora pensavo che bastasse non trovarsi nel mezzo. Pare impossibile ma a volte non ci puoi fare niente. E altre volte si presentano scelte che non vorresti dover fare. Sono belli i sogni. Hanno un solo vizio: non possono prescindere dalla realtà. Almeno certi. Né dalla vita. A volte dovrei avere il coraggio di mentire; alla vita e a Lei, alla mia compagna. Dirle che si può. Non ricorrere alla mascalzonata della verità. Lasciarle quella speranza. Dirle che ha ragione: che un altro mondo è possibile. Farle credere che anch’io ci credo ancora. La mia colpa è che è vero: alla fine torno a crederci. Testardo. Ma chi mi ha cambiato Il Capitale. C’è la Politica e la politica. La differenza è nella pi. E fosse solo quello. Ma inutile darsi delle arie. E’ meglio restare all’ultimo fatto di Bologna. E sentirne il peso. Non possiamo proibire l’inverno. Non ci sono alternative, non possiamo nemmeno proibire di volersi il male. Forse ci resta solo la rabbia perché bisognerebbe almeno salvare i figli, gli innocenti. E lascio a chi legge la vigliaccheria di trovare metafore; io non ce le ho messe. Almeno non l’ho fatto consapevole e volontariamente. Potrei sempre Poi Scrivere che ogni riferimento è puramente casuale. Perché, cara amica, l’uomo che è sbarcato nel futuro ha veduto che non ne valeva la pena. E allora… cambiamo la realtà.

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L’epoca dei fatti era, naturalmente, il fatidico sessantotto; un anno per molti versi fragoroso. L’amico Francesco lo ricorda come un aneddoto divertente anche perché appartiene ormai a quel lontano passato. Per lui non aveva molto più valore di una normale ragazzata, allora. Non lo era e il dito dell’avvocato scorreva le carte e traeva le prime considerazioni pensoso: “Qui vinciamo. Qui vinciamo. Qui lo prendi in quel posto. Qui vinciamo. Qui li facciamo neri. Qui lo prendi nel culo”. Francesco non aveva trattenuto la domanda che aveva in canna perché lui era così. Anche la vita rimane la stessa: quando si perde si è sempre soli.

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Ne aveva visti di novembre. Lui aveva pazienza. Certo è facile aspettare finché non si sa. Ormai sapeva. Come sapeva che nessuno è solo vittima o solo carnefice. Ma, nella sua lotta, il morbo era almeno contenuto.
Gli era vicino. Non gli poteva più sfuggire. Quei topi scorazzavano per la città. Minacciavano pestilenze. Denunciavano che lui, appunto, non era lontano. Non lo vedeva ma cominciava ad odorare la sua presenza. Non lo aspettava con un paletto di frassino per il suo cuore. L’essere non poteva avere cuore. Quelle erano solo bubbole. Erano fantasie. Doveva affrontarlo con le sue mani nude. Strappargli quella sua arroganza. Si era alimentato delle altrui paure e debolezze. La sua unica forza era quella sua stupida vanità. Non lo avrebbe difeso. In fondo aveva solo continuato a scappare. In fondo l’aveva sempre temuto. Se c’era una cosa giusta da fare era inchiodarlo alle sue responsabilità. Liberarlo dall’ipocrisia. Mostrare al mondo la sua maschera. Dare una speranza al mondo. Anche se sapeva bene che non era l’ultimo mostro.
Lentamente, molto lentamente, ma si stava avvicinando; inesorabilmente. Ed era ancora novembre, quel novembre; naturalmente un novembre veneziano. La malinconia di questa città sospesa per sempre tra realtà e sogno. Le barche a scivolare e a confondersi nell’aria. Quella nebbia che sbiadisce i contorni e rende tutto evanescente. La laguna che sale e si fa respiro mescolandosi nelle labbra della gente; ingobbita. Strano rapporto della città con quel suo mare (se mare si può chiamare quello specchio d’acqua senza profondità). I remi accarezzano la superficie, come per rispetto. Lambiscono gentili gli scalmi. Si provi pure a guardarli. La barca è sospinta ma è come si muovesse da se. Quel legno non affonda mai oltre le onde più superficiali. E quelle onde vanno poi a vellicare le rive con una morbida carezza. Nessuno ha fretta e lui non aveva fretta. Non poteva aver fretta. La sua attesa era stata tanto lunga da insegnargli la pazienza. Non aveva più nulla da perdere, tranne quella promessa fatta soprattutto a sè. E davanti a dio e all’umanità. Davanti alla ragione. In realtà era in quest’ultima fede che lui credeva fermamente, e in nient’altro. Perché si fosse trattato solo di sè forse avrebbe ritrovato facilmente la pace. Avrebbe anche potuto perdonare il tradimento. Sarebbe entrato in una chiesa sconsacrata e avrebbe aspettato quel tetro sonno, il freddo, il completo riposo. Era stanco di quel vagare ma non poteva ancora fermarsi. E poi aveva scoperto, solo recentemente, che come una nuova vita qualcosa aveva ricominciato a scorrergli dentro. Nuove forze. Anche se la sua era una promessa formulata tardi. Solo quando aveva saputo; capito.
Perché lei aveva taciuto. Pagato e taciuto. Pagato per aver creduto. Pagato il prezzo immane della sua fiducia; per una promessa. Quale? Nessuna notte, per quanto cieca di stelle, lo può dire. Era di quello il sonno che la disturbava. Era donna. Non si chiedeva. Sapeva solo di dover pagare. Come sempre colpevole, come lo sanno essere le donne. Che a pensarci c’è da non crederci. Fosse solo per il suo essere donna. Eppure era ancora solo una ragazza, allora. O semplicemente quasi una ragazza. Non aveva ancora nessun appuntamento. E aveva troppa fiducia negli occhi. Allora quando lui aveva affondato i denti, assaggiato il sapore del sangue. Con la crudeltà di chi per vivere ha bisogno del dolore. Così quella malia era durata fin troppo o fin troppo poco, ed era finita. La malattia le era rimasta dentro, nel sangue. La maledizione del mostro l’aveva perseguita. Nel dubbio era stato più facile non crederlo. Ma lui era il male; ghignante. E si credeva padrone della terra e del mare. Gridava il suo orgoglio, come fosse invincibile; e forse credeva di esserlo. La bestia gli gonfiava il petto. Sfidava il vento e la pioggia. Questo solo nelle immagini di chi ne racconta la memoria, ma lui credeva veramente di poterlo fare. Il suo fiato sapeva di putredine. E si portava il male dentro cercando di ignorare che era destinato a rimanere solo.
E dire che lui, il cacciatore, aveva provato sempre pietà e compassione per quella figura e per le altre simili e maledette. Non era più così, non con lui. Il male che aveva lasciato non poteva essere dimenticato. Da quando i topi erano scesi dai legni per invadere e ammorbare le via della città niente era rimasto come prima. Le carni si erano gonfiate e poi avvizzite. Il vampiro non può essere che vampiro ed è figura della maledizione altrui, ma nemmeno questo lo perdonava. Il suo passo senza suono e senza ombra era stato lo sofferenza per gli altri. Il cacciatore sapeva, lui che era anche stato preda e sapeva, che la storia aveva da finire. Ricordava le parole di lei e quel suo sguardo. C’era tutto il dolore nei suoi occhi, persino quello che non aveva saputo riconoscere. Violento come può esserlo un amore. Anche questo l’aveva aiutata a confondersi. Lei quando lo guardava non riusciva a reggere il suo sguardo. I suoi occhi si abbassavano. E lui non poteva vederla. Guardava lo scempio delle carni di lei. Ed ogni carezza gli dava dolore. Anche per quello non poteva perdonare. Certo, lei sapeva. Nemmeno quella conoscenza lo perdonava. Non perdonava nessuno. Tanto meno lui.
Avrebbe voluto abbandonarsi solo a quella tenerezza. Non poteva. La caccia non sarebbe finita. Nemmeno poteva permettersi una pausa, per quanto stanco fosse. Stanco e invecchiato. Avrebbe eppure voluto poter dimenticare. Invece era tutto ancora così chiaro e nitido. Lo maledì. C’era quella nuova vecchia promessa. L’incapacità di dimenticare. C’era ancora tutto quello che c’era stato. E l’immagine della stanza vuota quando era rientrato. La sua fiducia tradita scoperta troppo tardi. La violenza dell’immagine di lei e di quelle parole. La lotta di quella donna che non aveva mai smesso di amare per essere se stessa. La lotta per dimenticare. Ferite che non potevano rimarginarsi come quelle inferte a carni bambine; di donna prima di essere donna. “Rimettiti le mutande, –le aveva detto– non hai un perdono da piangere.” –sorprendendo se stesso dalla violenza delle sue stesse parole. Persino quel mutande al posto di “mutandine” gli sembrava assurdo e inutilmente violento. Ma lui doveva andare. Sapeva che ormai era vicino. Sentiva quell’odore di vecchio e di morte che lo accompagnava. Quella vita di ombre che si nutriva di non vita. Non c’era nessuno specchio in cui il mostro potesse riflettersi tranne la grande arroganza della bestia.

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raccontiGran brutto mese il mese di novembre. Il mese dei morti. Ormai andava sempre più raramente a visitare la propria tomba. Non c’era più nemmeno la foto, ma quella l’avevano fatta sparire subito. Gli metteva tristezza la pietra spoglia. Come se fosse stato cancellato, ancora. Come non fosse mai stato. Per quanto si dicesse non sapeva scrivere lettere d’addio. E nemmeno era bravo per le storie gotiche. Infondo aveva una simpatia per i romanzi d’appendice. E aveva finito la voglia di scriverne, ma era ancora un ragazzo.
Lui pensava che quel suo sguardo chiedesse aiuto. Non sapeva ancora. Ma chi può sapere? E pensava che il suo silenzio fosse pieno di parole. Così gli aprì la porta e lo invito ad entrare. Lo fece sedere alla sua tavola. Si premurò che non avesse freddo. Gli offrì il suo cibo dividendo il pane e il vino. Gli cedette il suo letto, e per giorni e giorni lo trattò più che come un fratello. E lo vestì per ripararlo dal freddo. Gli disse dove teneva i soldi. E lo presentò anche agli altri pregandoli di trattarlo come se fosse stato lui stesso. Nessuno l’aveva riconosciuto. Quegli occhi sembravano miti e lo aveva assicurato che avrebbe avuto cura della casa. Doveva essere tranquillo ma non lo era e si rimproverò di quello. E aveva creduto di vedere, negli occhi degli altri, solo un po’ di invidia, e di gelosia. In realtà il suo volto non era un vero volto, in realtà non era. Così, d’ignoranza, li aveva traditi tutti.
Quando era tornato dal lavoro aveva trovato la casa vuota. C’era quel vento freddo che c’è in certi giorni di novembre; che entra fin dentro alle ossa. E l’acqua era salita fino a invadere la terra. La pentola era fredda sopra il focolare spento. La casa in disordine. Il letto disfatto. Di lui nessuna traccia. Di lei nessuna traccia. Sulla tavola nemmeno due parole. Il cane era impiccato al fico nella corte. Mancava anche la barca dalla riva, ma nessuno voleva sapere. Si lasciò vincere solo da una piccola apprensione per entrambi. Temeva per saperli soli. Solo per se non temeva la paura. Aveva sentito parlare dei lupi ma le credeva storie di altri tempi. Piccole voci correvano nelle strade. Aveva guardato il cielo e quello aveva un grigio da aggiungere apprensione. Si lasciò andare come si lascia un abito ormai logoro; svuotato. Solo molto dopo avrebbe saputo. Aveva finito di tradurre quel diario. Non aveva avuto bisogno di guardare il calendario, e non gli interessava di sapere il giorno.
L’avevano trovata pesta non molto lontano, ed era stato lui. Nemmeno quelli che l’avevano soccorsa erano stati buoni con lei. Anche i suoi occhi erano pesti, erano occhi di una donna che aveva sofferto, erano occhi a cui avevano succhiato l’anima. «Lui non mi ha costretta e io ho perdonato». Poco importava, non la poteva più sentire. Allora l’aveva maledetto; anche lei era ancora ragazza. Lo era quando era sparita dalla sua casa. E lui le aveva promesso di proteggerla. Ma non si dovrebbe morire a vent’anni; eppure aveva preso la corda e se l’era stretta contro. Pronto per quella terra arida e sconsacrata. Niente aveva più una ragione ormai, pensò troppo frettolosamente; aveva già versato tutte le lacrime che poteva piangere. Non aveva più alcuna ragione tranne quella di cercarlo. Certo non avrebbe più riavuto le cose indietro. Il passato sarebbe rimasto per sempre passato, e a lui restava quello: era solo padrone di una preghiera che non aveva mai imparato abbastanza bene. Ma non era di se che provava pietà e non era più un ragazzo ormai. Non era nemmeno più lui. Nel dolore si cambia. E sapeva ormai che solo i morti possono dare la caccia ai morti. Gli dava coraggio sapere che non c’era ormai abbastanza mare per nascondersi.

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Caro millenovecentosessantotto

bustaQuanto tempo è passato, ed è tempo che non sembra passato; che ha corso in fretta. Ti scrivo perché torni a battere a questa porta. E perché solo un pazzo furioso potrebbe scrivere una lettera ad un anno. Io pazzo, folle di vita, lo sono sempre stato. Curioso e curiosante. Dei tuoi istanti. Dei tuoi abitanti. Di tutte le cose che tutti raccontano e non sono mai state. Come si fa a dirlo ai giovani che tu sei l’anno che non c’è? A quei giovani che piangono di non ricordare, e ti aspettano ancora. Oppure a quei giovani che giovani lo sono rimasti da allora. E a tutti quelli, poi, che non lo sono stati mai. A tutti loro, con una faccia impassibile, hai raccontato una illusione.

Sia tu che io non c’eravamo a quell’incontro. E lo sai. Ognuno metteva in gioco il suo cuore; ed io potevo essere da meno? Anch’io ti ho amato. Come si ama un bacio, quella canzone, un attimo che fugge. Come si ama l’altro doppio di te. Come si ama giovane non sapendo ancora amare. Per quello che avrei voluto fossi ma non sei stato. Non potevi essere. Ed ero anch’io pieno di sogni. Come si fa a non sognare quando si ha l’età più bella? E le più belle cose. E non temi nulla. E pensi di poter sfidare il mondo. Cioè quando puoi possedere l’arroganza dei vent’anni. Pensi che tutto ti sia dovuto. E puoi gridare forte controvento. E non sai vivere niente a metà. In seguito è facile per tutti fare gli eroi.

Dove c’era un fuoco c’era una canzone. Eri quella canzone. Eri la voglia di partire. Eri la strada. In realtà il tuo non essere erano volti, erano nomi precisi. Loro diventano e prendono il tuo posto. Era la strada a prendere il tuo posto. Erano gli incontri. Erano persone; private. Non abbiamo cambiato che noi stessi. Abbiamo speso e contato i grani di un sogno. Ma, a volte, i sogni hanno una sostanza dolcissima. Ti trattengono la mano. Ti aiutano ad andare. Ti spingono all’avventura; loro sì. Non tu che promettevi una promessa che si è rivelata vana. Il giorno dopo non avevamo più quei giorni. Il giorno dopo era il giorno di fare i conti. Del risveglio. Era giorno di rancore. E solo per il giorno dopo eri stato. E io ero a ritornare.

Sulla strada si alzava un fumo nero. E vampe rabbiose.

L’autore

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