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ResistenzeDicono sia stato in Spagna. La cosa pare certa, ma nessuno che era con lui è tornato. Poi si erano perse le tracce. Volatilizzato. Le notizie sul suo conto, se si può, erano ancora più confuse. Piene zeppe di forse. Semplici ipotesi. Nessuna certezza. Non è con le domande che si racconta la storia. Chi dice che era in val d’Ossola, ma anche chi dice che era sul lago di Garda, a Sirmione. E’ difficile credere a questi ultimi, probabilmente doveva trattarsi di una calunnia, non era tipo da arrivare in ritardo ad un appuntamento. Sicuramente per Venezia ci era passato, ma solo di sfuggita. Poco più che il tempo di scendere da un treno e prendere il successivo.
Il Benito doveva aver già chiesto all’autista di quel camion un passaggio, vestito da tedesco, quando i primi ricordano di averlo rivisto. Aveva un valigia pesante che non appoggiava quasi mai e pareva uno che può permettersi tutto. Aveva alloggiato per un paio di giorni alla locanda e poi s’era stabilito dalla Pina. Del cascinale era rimasto ben poco. E quel poco era nero e sapeva di fumo. Le solite voci sussurrano che quei denari li avesse trovati al mercato nero. Ma se ne son sentite anche di peggiori. Certo che il soldo crea invidia. Certo che il giorno dopo la Pina aveva un vestito nuovo e la vita per lei non fu più la stessa.
Anche da Aristide tirava fuori soldi e di quelli veri. Si azzardava ad offrire da bere per gli amici, così li chiamava lui. Quei quattro perdigiorno con cui non aveva mai fatto comunella. La Luisa gliel’aveva chiesto alla Pina: “E tu cosa dici, Pina”?
E l’altra le aveva risposto: “E’ un eroe” –ma alla Luisella lui non piaceva, e lei ne sapeva di uomini. Diceva solo sottovoce; senza farsi sentire: “Puzza”.
Non era uno da badare alle voci. E di voci in quei giorni ne giravano a mulinello. Già i primi avevano provveduto ed erano scappati, come cani col fuoco alla coda.
E’ uno che sa annusare l’aria che tira. Pochi giorni sparisce. Nemmeno il tempo di salire e già scende in paese. Con in braccio un novantunotrentotto e il tricolore con la croce savoiarda. E tutti lì a dire delle cose. I fratelli Trentin avevano cianciato: “Abbiamo ucciso il porco. Peccato, non s’è potuto fare del salame”. Ma loro eran dei gran burloni. L’aveva detto ridendo. E poi ne dicevan di cose, soprattutto dopo i primi gotti. Nessuno di noi ci aveva creduto. Il podestà doveva esser scappato come tanti. Non ci siamo certo messi a cercarlo. Le cose correvano che non si riusciva a fermarle. E tutti erano come impazziti. Certo che poi, anche loro, si son presi il campo, e si son comprati il camion. Si son messi da soli: “Non vogliamo più padroni.” –e son diventati padroni loro stessi. Certo che questo mica vuol dir nulla. E’ tanto per dire; così, per raccontare. E’ che i padroni son tutti uguali. Anche a essere bracciante dei Trentin sempre bracciante eri. Sempre le pezze al culo portavi. Ma non c’era tempo per queste sciocchezze. Sarebbe stato stupido lasciarci la cotica quando tutto era già finito. E pensavo che s’era già festeggiato una volta. Speravo che non fosse ancora una burla.
Tutti festeggiavano e lui era in prima fila alla festa. Le donne scendevano in strada. Buttavano, a quei ragazzi laceri, le braccia al collo. Qualcuna, fin troppo contenta, cercava di trascinarli in casa. Anche solo per un piatto di zuppa di lenticchie. Le madri tiravano il collo cercando i figli. Noi non s’eran imparate che quattro canzoni. Alcuni in mezzo eran proprio ancora ragazzetti. Per qualcuno quei baci sparsi a caso eran il primo bacio. La Cate era sulla porta; l’ho vista da lontano. Su alcune finestre s’era messo il tricolore. La nostra bandiera era tutta d’un colore. Qualcun altro, non l’abbiamo visto, in preda all’euforia ha rovesciato tutto il comune. Sparse per la piazza c’eran cartelle di chiamata e un sacco d’altre carte. Uno, non ricordo chi, mi fece notare che in quel momento non c’era. Ho tirato su le spalle pensando che s’era infilato in qualche letto. Il Ruvido per gioco s’è messo a corre a presso a una gallina. Lì, in mezzo alla confusione. E altra confusione si mischiava alla prima. E grida. E quelli che correvan dai campi. Con le falci e le roncole e le forche. Non c’era il tempo di pensare ad altro tranne che era finita. I bambini giravano intorno curiosi. Qualcuno di loro chiedeva cioccolata. “Non siamo mica gli americani”.
E’ uno che sa stare in un solo posto: seduto con i vincitori. Non era mai solo. Mi son tolto il fazzoletto e ci ho asciugato il sudore. Dovevo ricordarmi qualcosa che non ricordato. Eppure l’ho guardato a lungo, e lui sembrava impaziente. Avevo anche una fame che non ci vedevo. Eppure il viso di quel suo amico, il Corrado, l’avevo già visto da qualche parte. Era una faccia che non mi piaceva niente. Gli camminava sempre a fianco, era la sua ombra. E a volte mi guardavano in un certo modo e bisbigliavano tra loro. Ma con me lui era sempre gentile, un po’ troppo.
Non gli mancavano certo le donne ma continuava a restare con Pina. Giravano certe voci, che lui non la poteva lasciare perché lei sapeva troppo. In soldoni lei doveva sapere dove ha trovato le lire. E le voci quando diventano troppe creano il sospetto che qualcosa ci possa essere. Cioè la superfice borbottava come il mosto. Poi la Pina è scivolata, nel buio, già da una ripe. E le voci sono diventate silenzio. E di lui s’era tornato a parlare di eroe. Per quella storia della Spagna e per altre storie. Storie raccontate solo dopo. Di cui sapeva solo lui. E chi le aveva sentite da lui. E lui s’era consolato subito. Con una che si faceva chiamare Margueritte. E si diceva francese ma parlava un livornese stretto stretto. E tutti se l’eran passata come Antonia o Tota. Quando ancora non era signora.
Adesso che aveva una sciarpa di piume lunghe e sottili e le labbra rosse come ciliegie allora chiedeva il lei. E gli si aggrappava come fosse una regina. Gli dico: “senti, com’è quella storia della Spagna”? Mi dice: “Lascia stare, cose passate. Li si battagliava davvero. Erano tutti eroi; soprattutto quelli che non son tornati”. Ma io insisto: “Tanti, quasi tutti, ma il Gene è tonato. Lo sapevi”? Lui sbianca. “Anche il Gene, Barcellona”. Lui sbianca. “E quel tuo amico, il Corrado, ora ricordo: a Sondrio. La prima volta l’ho visto a Sondrio. E poi anche peggio. Brutti posti. Brutti ricordi. Ed era vestito tutto di nero. Sai? col teschio e i coltelli in croce”. Non può sbiancare più. È bianco come il lenzuolo sopra il morto. Si fruga dentro a cercar la voce. “Non devi pensare… Guarda che… e poi nella confusione. Era un’altra patria quella patria”.
Patria? Una fifa da far pena. Lo giuro qui davanti all’assemblea. Lo tranquillizzo: “Fosse per me”… E gli ho detto della Volante rossa. Che avevano ricevuto la sua foto. E un consiglio gli ho dato. Mi ha ascoltato e ha fatto le valigie. In paese non s’è più visto. Gene non era stato a Barcellona ma a Salamanca. Sempre Spagna era e lui non sapeva. E nemmeno era vera quella della Volante rossa. E’ diventata vera dopo. Di Corrado invece era vero, lo avevano confermato quelli che lo avevano conosciuto. Quei pochi che ancora avevano il fiato. I fortunati o i veri eroi: le vittime. Era stato un porco e uno dei peggiori. Pareva ci godesse. A lui invece non gli è stato detto prima ma dopo. Con un cartello attaccato al petto. Quando lo han trovato a pender dalla vecchia quercia. E sul cartello c’era scritto in maiuscolo stentato: «Oggi e sempre (e a capo) Resistenza».

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ResistenzeBastavano solo ancora pochi passi, ero già sul limitare del paese. Il buio mi nascondeva, ma nascondeva anche loro. Che poi per loro era più facile con quelle divise. Così sono spuntati all’improvviso. Mi si son fatti intono: “Ciao Giovannina, dove si va”? Solo il tempo di infilarmi il biglietto in bocca. Noi lo si chiamava Sanbuco perché era sottile. A dire il vero ci si metteva una breve pausa e ne usciva San buco, ma era per altri motivi. Si sa tutti che è lui il capo. Il capo della squadraccia. Lui mi prende alla gola, ma io il messaggio l’avevo già ingoiato. Per precauzione nemmeno l’avevo letto. Così mi sentivo più sicura. Una cosa in meno che mi poteva scappare.
Mi portano da loro. Una stanzetta poco illuminata e grigia. Si side e mi fa sedere. Anzi mi sbattono e mi costringono sulla sedia. Sarà quasi sempre lui a parlare e a dare gli ordini. Capisco che non sarà come oltre volte, me la vedo brutta. Si son fatti sempre più arrabbiati. Prima me lo chiede gentilmente poi mi assicura, dopo il primo schiaffo: “Ce lo dirai. Stai sicura che alla fine ce lo dirai”. Mi spiega che non gli piaccio quando faccio la testarda. E giù altri schiaffi. La guancia è già rossa e indolenzita. Credo che ormai anche l’occhio sia tumefatto. A Remigio invece son sempre piaciuta, questo si sa anche in giro. Lui mi guarda e già sbava con le sue fantasie. Quegli altri stanno intorno per vedere. Uno mi da un calcio per partecipare. Sanbuco la guarda che lo fulmina. Poi fa un cenno. In due mi prendono per le braccia. Uno mi tappa il naso. Un altro mi fa spalancare a forza le ganasce. E mi danno l’olio. Mi sento come se mi avessero slogate entrambe le mascelle. E la pancia che subito tutta mi ribolle.
Decidono cioè decide il capo e mi fanno il gioco dell’acqua. Mi immergono la testa dentro un catino. L’acqua è sporca e io mi sento soffocare, mi manca il respiro, mi sembra di annegare. Me la tengono dentro sempre più a lungo. Sanno che prima o dopo un essere umano parla. Non hanno fretta e non si stancano; anche perché Sanbuco più che altro ordina e loro si danno il cambio. E mi trascinano la testa per i capelli che mi sento svenire. E’ come se me li strappassero tutti insieme. Come se mille aghi mi si conficcassero dentro. Mi pare di impazzire, e loro si divertono. Si sente da come ridono. Artemisio è quello che pare più incazzato. Forse perché a lui ho detto no, e poi mi son messa con quel moroso. Forse lui non sa dimenticare. E continuano a chiedermi dov’è Tommaso. E io a ripetere che nemmeno lo conosco.
Mi dico solo a me, in testa: “Tommaso un c’è più. Adesso è Saetta”; ma a quelli ripeto solo quelle due solite parole. Cerco di farmi coraggio e di tirare i muscoli. Non so quanto ancora potrò resistere. Gli voglio bene e non sarà per colpa mia… Ma so che se la dovranno sudare. Sono decisa dentro. Non mi possono far paura. Lui, il Sanbuco, lascia pendere la cicca dalle labbra. Pensa che gli dia un aria più da duro. Il fumo gli va agli occhi. Sghignazza e me la spegne sul dorso della mano. Faccio per reagire ma in due mi afferrano per le braccia. Ma lo sputo gli arriva diritto in faccia. E’ solo che questo lo fa incazzare ancora di più. Quello che mi tiene alla mia sinistra è il Remigio. Sbava e mi strizza con forza una tetta: “Perché non ci divertiamo un po’”? Uno sguardo del Sanbuco lo zittisce. Va a prendere una pinza per estrarmi un dente. Io mugolo e cerco di divincolarmi, ma quelli che mi trattengono sanno fare il loro. Sono robusti e fin troppo forti per me. La stretta delle loro mani è energica e mi entra nelle ossa. Mi scendono due lacrime, non è per la cicca, nemmeno per il dente, né per altro; è solo per la rabbia e quelle mani. Mi lecco il sangue dalle labbra; ha un sapore amaro.
Per non pensarci mi ripeto in testa le tabelline. Sarà anche folle ma mi sembra che mi aiuti. Il Sanbuco mi strappa la camicetta prima che mi arrivi il suo pugno su un occhio. Scoppia a ridere e continua a chiedere. Loro per un attimo mi lasciano. Sibilo un fanculo ma anche questo li diverte. Ho un seno fuori ma non mi ricordo più di quei lividi. Naturalmente il Remigio ha gli occhi fuori tutto eccitato: “Perché non ci divertiamo un po’”? Poi aggiunge, dopo aver ripreso l’ossigenazione: “Con questa vacca”. Ho ancora solo brandelli di camicetta addosso. Mi rendo conto che stavolta nessuno lo mette a tacere. Che anzi la cosa sembra interessare tutti. Anche il Sanbuco pare d’accordo: “Perché no? Facciamoglielo vedere cos’è un vero uomo. Un camerata”. Mi sbattono sul tavolo e mi strappano il resto dei vestiti. L’ Artemisio mi assesta un pugno preciso sul fianco. Poi si offre volontario: “Ci penso io.” –ma nessuno pare dargli troppa retta. C’è confusione e ressa.
Cerco di guardare da un’altra parte mentre aspetto il dolore. Mi fanno girare la testa a forza e con violenza. Pare che se sono guardati provino più piacere. Il primo elogia e sbandiera il suo battacchio e mi promette: “Adesso te lo faccio sentire. Ti faccio io divertire”. Il Remigio accenna una sorta di timida protesta. Forse vorrebbe rivendicare una sorta di diritto. Pare che la gerarchia resti tale in qualsiasi momento, e anche se taciuta. E’ il primo che fa più male. Me lo ripeto anche per convincermi. Lo sento entrare che mi sento lacerare tutta. Gli altri in quattro mi tengono tirandomi per le braccia. Cerco di divincolarmi, inutilmente. Mi arrivano schiaffi da tutte le parti; e mi sputano addosso le loro risate. E si danno il cambio come se seguissero un ordine. Ma dopo i primi sono talmente indolenzita che non sento più quasi niente. E forse mi fa più male la vergogna.
Sanbuco si scosta e controlla che siano rispettati i turni. “Adesso tu. Ora basta. Che c’è, non ti si rizza? Non fare la signorina, mica siamo qui solo per darle piacere. Anche questo è servizio”. Lui preferisce i ragazzini ma mica lo può mostrare. Soprattutto davanti a loro, sarebbe un disonore. E allora ha spiegato che lui preferisce guardare. Si mette da parte e sembra gli piaccia veramente vedere. Senza di meglio gode del dolore, o forse è proprio quello a dargli maggior piacere. Lo guardo prima di voltarmi dall’altra parte, e ne provo pena. Pensando a lui tutto fa meno male. Lo penso in preda del suo vizio. Lo penso al mio posto. Penso a che lui ci dovrò pensare. Penso a quando stavamo bene con il Tommaso. So che non lo posso tradire. Penso che sarà sempre un bel ricordo, anche non lo dovessi più rivedere. E penso a tante cose, o meglio cerco di pensarci.
Il Gilberto pare avere qualche problema. Non gli si rizza più. Forse sono io ad imbarazzarlo. Forse è il modo in cui lo guardo. Forse è semplicemente l’essere guardato. O non ha molto fiato. Certamente non gli piace e mi ammolla un morso che mi sento strappare il capezzolo. Ma nemmeno questo serve. E forse quello che lo fa incazzare di più sono le risa dei compagni e i loro lazzi. E allora si sente in dovere di fare l’uomo: “Non è questo granché. E’ come tutte. Credevo fosse più bello. Voglio farle il culo”. Mi rigirano a forza, a pancia in giù; mentre lui continua a ripetere: “Voglio farglielo sentire nel culo”. E quello, il Gilberto, prima mi controlla. E mi molla uno scapaccione, e pare divertito. Dice che il mio culo proprio gli aggrada. Che è un piacere guardarlo ma che ci pensa lui. Che poi non sarà più lo stesso. Lo pizzica. Mi dice che ho delle splendide chiappe. Mi avverte e mi rassicura che me lo romperà per bene. E che mi piacerà. Tanto che dopo, quando avranno finito, lo implorerò di farmelo ancora. Chiudo gli occhi e stringo i denti e aspetto quel dolore che mi squarcia e mi brucia come se al posto avesse un ferro rovente.
E, uno per volta, tutti ci danno dentro, naturalmente tranne il Sanbuco. Anche a lui piace il culo, ma non quelli come il mio. Credo che nessuno faccia più caso a lui. Tutti si impegnano con foga e per quanto ne so possono aver usato proprio anche quel ferro rovente. Certo che non si sono limitati ad usare solo di quanto erano dotati. Certo si sono aiutati anche con altri oggetti. Naturalmente non posso vedere. E il dolore si mescola al dolore. Credo di essere anche per alcuni istanti svenuta. E ho pregato iddio di farli smettere. Poi l’ho semplicemente pregato di farla finire. E allo stesso tempo mi aggrappo alla vita. E continuano ad imbrattarmi tutta. I capelli mi vanno negli occhi. Le lacrime mi bruciano le pupille. Le tette mi sembra me l’abbiamo strappate via. Il sangue mi cola da per tutto. Sono uno schifo, in balia ormai impazzita di quei bruti. E hanno anche smesso di chiedermi alcunché, così presi da quel divertimento.
Alla fine, perché c’è sempre una fine a tutto, il Sanbuco si avvicina e mi sbatte giù dal tavolo. Credo sia quello il momento in cui mi sono fratturata il braccio. E i suoi amici ricominciano con pugni e calci. Uno non credo di averlo mai visto. Mi da un calcio anche in faccio. Credo non voglia essere visto. Più che altro ha cercato di stare in ombra. Uno c’è l’ha ormai moscio, è finito, e mi piscia addosso. Poi anche un altro. Anche le loro energie si stanno esaurendo. Il Sanbuco prova a dire: “Ora basta”. Il Teschio lo prega: “Solo un attimo. Anch’io… ma non ho solo la piscia da fare”. Tutti sembrano entusiasti. Mi scavalca, allarga le gambe, si piega sul mio petto, spinge e mi cacca addosso. Gli altri se la ridono. E’ in quel momento che l’olio mi fa effetto e mi riempio anche della mia. Anche perché il peso del Teschio mi schiaccia al pavimento e mi preme sulla pancia.
Ho la terra in bocca, e negli occhi. Non riesco più a vedere bene. Mi vergogno, non so di cosa; decido: per tutto. Uno protesta: “Cazzo. Se l’è fatta sotto. Questa… questa… Sentite come puzza”. Un altro dice che non è stato come sperava. Uno è deluso perché dice che non ero vergine; né di qua né di là. Non era vero. Sono schifati. E poi insieme mi imbrattano tutta della sua materia organica, della sua caccata, e della mia. Alla fine sono esausti tutti e mi spiega il Sanbuco come stanno le cose: “Non è successo niente. Tu non sai niente e noi ci scordiamo tutto. Anche che non sei stata gentile con noi. E ringrazia che siamo buoni. Ricorda: non è successo. Altrimenti veniamo a trovarti a casa”. Mi alzano. Mi mettono i miei stracci in mano, o ciò che ne è rimasto. Mi infilano le mutandine in bocca; e mi mollano nel mezzo della strada. Così nuda e così sporca. Io cerco di stare in piedi e cammino a fatica. Non voglio farmi vedere, e inseguo gli angoli e l’ombra anche se è notte.
Per fortuna che mi incrocia solo la Silvana. Non c’è altra anima sveglia in giro. Lei dorme poco ed è appena uscita dalla casa. Per prendere un po’ d’aria fresca. Appena mi vede mi viene vicino. Non è sorpresa e mi chiede, anche se sa la risposta: “Che t’hanno fatto”? E mi sorregge fino a dove abito. La porta è rimasta solo spinta su. Si prende cura di me. Va a prendere l’acqua con la secchia e senza dir altro mi pulisce tutta. Lei, la Silvana, è un donnone. Mi tratta come la sua bambina. Quelle mani enormi sono così delicate che paiono cancellarmi il dolore. Certo non tutto. Fruga nella panca. Trova quello che cerca: qualcosa da mettermi addosso. Fa un pacco dei mie panni strappati e sporchi e li butta. Poi mi mette a letto e si siede vicina. Io chiudo gli occhi e fingo di dormire. Ho fitte in ogni angolo e mi brucia tutto là sotto. Non ci riesco proprio, a dormire. E domani devo anche andare per pomodori. Mica voglio dar loro anche quella soddisfazione. Chissà cosa racconteranno. E immagino come mi guarderà il paese. Non sarà una gran soddisfazione ma la Giovanna non ha parlato. E me lo dico a me stessa con orgoglio. Poi non prendo sonno, ma è come se dormissi. Chiudo gli occhi e faccio sogni violenti; sono in una sorta di ipnosi. Semplicemente assente. E quando canta il gallo la Silvana è ancora là. S’è assopita, povera donna.
Dopo un mese da quelle botte comincio a stare un po’ meglio. La faccia ha ancora lividi e cicatrici e quelle non se ne andranno. Anche sotto porto i segni e anche quelli non se ne andranno, neanche quando non si potranno più vedere. Certo, qualcuno mi guarda come avessi fatto chi sa che. Come avessi la peste. Come se fossi ancora sporca, e continuassi a puzzare come in quella notte in cui nessuno mi ha vista. Quella zitella della Ines si segna quando mi incontra. Forse mi invidia. Non sa quello che pensa. Forse è solo che vorrebbe anche lei, per una volta, sentirne almeno uno di duro. Non la bado. Vado per la mia strada. E non entro all’osteria da Anselmo. Loro ci vanno per il bigliardo. Io ci giro distante per non sentire le loro risa e i loro commenti. Non ho più paura di loro, io sono stata zitta, solo che mi fanno schifo.
Ma il diavolo fa le pentole e spesso dimentica i coperchi. E loro credevano che il Benito sarebbe ancora tornato. Invece non si sarebbe mosso più, li appeso per le gambe. Non sarebbe più tornato per stare vicino alla sua Claretta, che pendeva anche lei senza mutande. E in sua vece son arrivati degli americani, con le gomme e il cioccolato. Ed è tornato anche il mio Tommaso, ora non aveva più bisogno di farsi chiamare Saetta. E quelli di quella notte son stati presi tutti. Presi tutti tranne il Sanbuco. Presi e attaccati agli alberi appena fuori paese. E gli era stato dato quel che si meritavano. A tutti tranne che al Sanbuco, lui s’era nascosto in canonica; dietro quella gonna pretesca di don Girino, o come diavolo si chiamava quello schizzo di parroco topo.
Me lo sono sposato il mio Tommaso, anche se non ero del tutto convinta. Ma mica sono andata a farlo in chiesa. Io in chiesa non ci voglio più entrare. E anche il Tommaso alla fine s’è convinto, tanto aveva capito che non sono una che cede. Da lassù son tornati tutti eroi, ma io penso che i più eroi son quelli che son rimasti a casa propria; giù al paese. Ha appeso la sua bandiera rossa sul muro della sala da pranzo, e ne è pieno d’orgoglio. Mi piace come mi racconta le storie di quei giorni. Anche ai suoi compagni piace come le racconta. E’ per questo che l’hanno fatto segretario della sezione del partito. Io li guardo, i suoi compagni, e mi paiono tutti bravi ragazzi. Intanto il Sanbuco è ancora rintanato lì dietro l’altare. Quasi ce lo siamo dimenticati. Per tutti ma non per tutti. Quasi nessuno pensa più a lui, ma io mi ricordo e anche me lo sogno. Lui, mio marito, non vuole sapere di quella notte. Non per un motivo preciso. Non perché sia geloso. Semplicemente non vuole sapere. Preferisce così. Il Palmiro ha detto ch’è tutto finito. Di consegnare le armi. Qualcuno di quei compagni non l’ha fatto. E si bisbiglia in giro. Io li capisco.
Tommaso, il mio eroe di quei giorni, il Saetta, non è d’accordo. Lui dice che dobbiamo badare al futuro. Forse il giorno del matrimonio ho proprio sbagliato. E quando esce il Sanbuco dal convento qualcuno lo guarda con disprezzo e qualcun altro come un furbo. Io lo guardo e basta, quando lo incontro. Gli dico in silenzio il mio disprezzo. E giorno dopo giorno capisco che non mi basta. Per quella notte, ma anche per tutti i giorni dopo. E per quelli prima. E anche solo perché è il Sanbuco. E non mi piace punto. E non mi piace come certe volte mi guarda. O come sorride guardando mio marito. E non mi piace come guarda certi ragazzetti. E quello che si torna a dire in giro. E il fatto che ora lui ha una camicia bianca. Ed è il pupillo del fattore. E i braccianti è tornato a trattarli male. Né più né meno come faceva prima. Non tanto a suon di botte ma di umiliazioni. E di fame. Non c’è proprio giustizia in questo mondo. Il Tommaso continua a dirmi che debbo portare pazienza. Intanto il fronte le elezioni le ha perse; anche se ha vinto la repubblica. Non era quello che si voleva. Non è questa l’Italia che si sperava. E si parla per le strade che il Sanbuco alle prossime vuole candidarsi per le elezioni. E il Tommaso ancora a dirmi di pazientare.
Ma come e quanto? Con questi socialisti? Mica glielo dico al Tommaso quando esco. Parlo solo con quei compagni, quelli che hanno detto che il Togliatti si stava sbagliando, e altri ancora più giovani; nuovi. Non tanti, un mezza dozzina. Ed è dopo l’ora del desinare. Abbiamo tutti in faccia coperta dal nostro fazzoletto rosso quando busoo. Lui viene ad aprire e vede solo me e fa per l’ultima volta il gradasso: “Cosa vuoi? Guarda che ti riconosco anche con quel fazzoletto in faccia”. Sante, che è al mio fianco, lo spinge dentro ed entriamo tutti. Lui si fa bianco: “Ragazzi, non fate stupidate. Parliamone. Quel ch’è stato è stato. Eravamo giovani. Forse qualcuno ha sbagliato, lo ammetto. Io non ho fatto niente. Non sono stato peggio degli altri”. Due lo fanno sedere. E tutti gli si mettono intorno. Io mi chino e sollevo appena la gonna. La faccio sopra al giornale; ho portato l’Avvenire perché so che adesso legge quello. Gliela servo sopra la tavola; calda sopra il quotidiano. Lui ci guarda a tutti stupito, e guarda soprattutto me. Io gli spiego paziente: “Mangia”!
Pare capire ed è preda del panico. Cerca di non credere che sia possibile. Che siamo lì: “Voi… voi… Non potete! Ma siete matti”?
Io me la rido. Basta uno ad afferrarlo per le braccia tenendogliele dietro la schiena. Basta un altro a tenergli aperta la bocca. Sante sembra divertirsi e mi sorride e me ne chiede il permesso. Prende un cucchiaio dal cassetto e, mentre guardo, lo imbocca come un bambino. E come si parla ad un bambino gli parla: “Non devi fare i capricci. La devi mangiarla tutta”. E quella che al Sanbuco gli cola di bocca il Sante la raccoglie con pazienza e perizia e gliela rinfila dentro. All’inizio il porco cerca schifato di non deglutire, poi capisce che tutto sarebbe inutile. Ha tutte le labbra sporche ma sul tavolo non n’è rimasta nemmeno una cucchiaiata. All’ora lo si spoglia; proprio tutto nudo. Gli si mette un fiocco rosa sul suo battacchio spaventato. E io gli scrivo con mio rossetto sul culo “San –e subito sotto– buco”. Glielo si strapazza un po’ in modo che non gli sia facile tornare ad usarlo. E tutti ridiamo e poi, così conciato, lo si porta in piazza. Lo si lega alla colonna col culo in fuori. Beppe entra nel campanile perché per lui aprire una serratura è un gioco da ragazzi. E lui è ancora un ragazzo. E poi fa suonare le campane come ad un adunata. Quando arriva tutto il paese a guardare quello spettacolo io sono già a casa; anche se me lo sarei voluto vedere.
Solo dopo essere entrata mi tolgo il fazzoletto. Tommaso mi guarda stupito e mi chiede dove sono stata. Mi vede che non ho nessuna intenzione di rispondergli e allora mi chiede, per soddisfare la sua curiosità, anche se ha il dubbio di sapere da dove vengo: “Cosa hai fatto”?
Quello che dovevi fare tu. Questo era un lavoro da uomini”.
Prendo su le mie cose. Lui mi guarda. Sembra non capire: “Non fare così. Siediti un attimo. Parliamone. Giovannina. Ma vuoi metterti in testa che è acqua passata? Che è tutto finito”?
Lui sa che non mi piace che mi si chiami Giovannina. Mi chiamo Giovanna. E in quel modo mi avevano chiamato fin da bambina. E mi avevano chiamato pure loro; quei delinquenti. Glielo ripeto. Sotto Sante mi aspetta con la lambretta. Sono già sulla porta con la mia valigia in mano. Poche cose; non ho mai avuto molto. Il vestito che ho addosso, un cambio e la mia dignità. Non mi pesa nemmeno. Per ciò che lascio posso farne a meno. E il biglietto per il pullman ce l’ho nella tasca. Solo allora mi giro per rispondergli: “Sei tu che non capisci: Niente è finito e non finirà mai”.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteSi guardò indietro: non aveva portato nulla con sé.
Strano viaggio la vita. Non capiva. Si era sentito confuso. E non aveva voluto crederci. Non poteva finire. Non lo voleva. Eppure era finito. E finito da tempo. Aveva lottato. Aveva difeso quel sentimento. Le aveva provate tutte. Almeno così credeva. E alla fine era stata lei a dire basta. Come fosse una decisione leggera. Lui aveva sbagliato risposta.
La sua domanda era stata: “Perché non possiamo restare come amici”? Poco importava che non ne sarebbe stata capace. Poco importava che non poteva finire così. Che erano stati insieme una vita. Lui aveva sbagliato quella risposta: “L’amore o è o non può essere”. E si era trovato messo alla porta. Con tutto il suo orgoglio. Con tutta la sua testarda convinzione. Con una briciola di arroganza. Poche cose in una valigia e un addio al telefono.
Strana donna Margherita. Ma quale donna non è strana. Non le aveva mai capite le donne. Eppure le considerava ancora creature magiche. Ma in fondo chi non è a suo modo strano. Lui stesso era un enigma complicato e irrisolvibile per sè. Così attraversò la porta e si sentì libero. Stranamente libero. Il passato alle spalle. Il passato non sarebbe mai potuto tornare. Non così. E ogni altra promessa sarebbe stata vana.
Si sistemo in quel piccolo appartamento provvisorio. Un vero buco. Ci sarebbe stato da piangere. Sessant’anni e ricominciare. Si sentì vecchio. Sistemò le sue poche cose. Un po’ di abiti. Nessun disco. Nessun libro. Tutto era rimasto là. Eppure era stato fortunato a trovare quella soluzione. Lui non sarebbe tornato da sua madre. Si sarebbe arrangiato. Si cucinò una cena frugale. Mise la tovaglia. Preparò tavola. Non voleva lasciarsi andare.
La forchetta si fermò a mezz’aria. Il caldo era afoso. Avevano vissuto assieme trent’anni. Alcuni buoni, altri meno. Ad essere onesto metà di questi e metà di quelli. Esattamente metà. I primi, naturalmente, buoni. Forse qualcosa di più. I secondi… molto difficili. Incomprensioni. Solo difficili amarezze. E li aveva unicamente subiti. Con la decisione, che non era mai venuta meno, di non arrendersi. In situazioni simili ci si trova sempre davanti ad un resoconto? Il suo diceva che era stato fortunato. In fondo quindici anni di felicità sono molti. Ricordava alcuni di quei momenti. La nascita della loro bambina. Una notte di passione. Una precisa notte, quella. Un paio di viaggi. Altre cose. Tutte legate a giorni felici. Non ricordava altro.
Si guardò intorno. Le pareti erano spoglie. Si sentì nudo. Pensò che la vita gli aveva dato molto: quei quindici anni. Se lo ripeté. Si sentiva di aver vissuto. Non solo del loro rapporto. Soprattutto di quello. In fondo non si aspettava più niente dalla vita. Si sentiva arrivato. Troppo stanco per un altro viaggio. Troppo deluso per potersi fidare ancora di qualcuno. Ma lui aveva ancora i suoi amici. Il suo mondo. Aveva avuto molto. Aveva ancora molto. Ma si sentiva meno fragile di quanto si sarebbe aspettato. Con il rumore della televisione si preparò a lavare i piatti. La pigrizia non avrebbe vinto. Non si sarebbe lasciato andare. Nemmeno un attimo. Nessun tentennamento.
Non gli restava niente di quello che era stato. Non certo le cose che aveva amato. Nemmeno una foto. Nemmeno un libro sul comodino. E quel comodino, e quel letto non erano suoi. Era un uomo senza passato. E il materasso era scomodo e duro. Ma tanto non aveva sonno. Poteva restare a dormire l’indomani mattina. Non aveva fretta coricarsi. Forse, ne avrebbe avuto conferma solo dopo, aveva timore di quel silenzio. Di quel silenzio completo. Di quell’assenza di rumore che significava vera solitudine. Cercò con tenacia di rimandare il momento. Il più possibile. Ma la mente andava anche dove non avrebbe voluto. Alla fine non gli restò che cedere.
Spense la luce. Improvvisamente riconobbe un sentimento mai provato: la paura. Una strana paura. Riaccese. Tornò ad alzarsi. Andò alla porta. Girò la chiave sulla toppa. Si rese conto del gesto e della sua tragicità. Non l’aveva mai fatto. Non aveva mai chiuso la porta di casa a chiave per la notte. Chiuse anche le imposte. Era una strana paura. Nemmeno una vera paura. Gli dava un senso di vuoto. Di spazio. Di vertigine. Era forse quello il modo in cui ci si sente veramente soli?
Anche i sogni li aveva chiusi fuori. E da fuori non giungeva nessun rumore. Come se anche tutto il resto del mondo fosse finito.

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