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Posts Tagged ‘contraddizioni’

Una faccia slavata. Con quel poco trucco approssimativo. Come tante ragazze della sua età. Non ha nessun fascino. Non lo avrebbe. Non fosse per quell’età. Per quel viso imbronciato. Per quell’aria di sfida. Per quella sua impudicizia negli occhi. Per quel suo essere bambina, e un attimo dopo atteggiarsi donna. Nel volerla esibire quella donna. Per la sua sfida al mondo. Per quella sua spudorata arroganza ostentata. I capelli in disordine. Il tatuaggio che le spunta dalla maglietta. Per quel fingersi vissuta. Che le cose le sa. Che la vita l’ha conosciuta. Che ne è stata sporcata. Per le sue unghie mangiate. Per i suoi occhi senza cuore. Per quella irriverenza. Per la sua insensibilità verso tutti. E poi, assieme, la sua passione per i gatti. Per la sua furba ignoranza. E le sue parole di gergo. Che solo tra loro capiscono. E la fanno una extra. Una sorta di puerile mistero. Perché per lei è uguale invocare un dio, la mamma o vociare una bestemmia. Per le sue labbra screpolate. Senza rossetto. Per il suo sguaiato dire le cose come le sapesse. Come le conoscesse. Possedendole attraverso le parole. Lo sbandierato linguaggio da trivio. E poi il rossore alla cosa più banale. Proprio quel suo naturale trasformismo. Come una corazza. Come in ogni essere in divenire. Quando vorresti essere e non sei. Quando insegui solo sogni. E vorresti afferrarli con le dita. Anche quei sogni che trovi in ogni scaffale di supermercato, a buon mercato. Fatti di minuzie. Di inutilità. Solo perché non sono ancora tuoi. Come rubare un rossetto che non puoi usare. Come le calze di seta che non metterai. Per poi fingersi di voler essere uomo. Maschio. Rinchiudersi od esplodere nella protesta. Incolpare di tutto tutti. E il mondo. E il destino. E quell’essere donna. E quell’essere non ancora donna. Le tette troppo minute. Quelle tette che nessuno ancora guarda. Che soffia fuori. La corta gonna. O i pantaloncini. Le mutandine a fiori.
E ancora, nuovamente, la sua impertinenza. La sua distrazione. La sua disattenzione. Quel suo essere dentro e allo stesso tempo fuori. Non farci caso e restarne infastidita. Cercare gli sguardi. Condannare chi la guarda. E disprezzare tutti quelli della sua età. E disperarsi di un amore ragazzino. Del vicino di banco. E disprezzare tutti quelli che non la hanno, la sua età. E dirlo proprio a me. Dire tutto quello che le viene in mente. Le cose più banali. Le cose più segrete. E non dire niente. E non trovare le parole. E non comunicare nemmeno nel silenzio. E allora invocare la notte. Non tornare a casa. Prenderle. E continuare. Disubbidire. Essere figlia. Rifiutarsi. E vendere i libri. E con i soldi perdersi in un pista. E vendersi. E comprarsi. E pietire per un po’ di roba. Supplicare un attimo di violenza. D’essere punita. E di vedersi brutta. E di spaccare lo specchio. E di scoprirsi meravigliosa. E di vendersi nuovamente per una parola. Non fosse perché tutto l’universo è solo un capriccio. Uno scherzo del destino. Un treno che non arriva mai. Di cui non ha il biglietto. Che non sa da dove parte. No! non fosse per quel piercing sulla lingua. E la sua eterna aria da innocente. Per i panni di cui non si sa liberare. E la sua improvvisa ricerca di sfida. Ai giardini come nei bagni delle scuole. Con tutti e con nessuno. Rifiutando il mondo e l’essere umano. Cercando di decidere. Credendo di decidere. Illudendosi d’essere lei, a decidere.
Lasciandosi rimandare per andare in piscina. Per sfidare l’autorità. Quella piccola e mediocre. Quella che s’è già scordata di sé. Il tutto in apnea. Senza il tempo di respirare. Correndo tutto d’un fiato. Ascoltando un pezzo stupido. Che proprio per quello ti fa ridere un solo minuto. E ancora per le sue ginocchia sbucciate. Per la sua goffaggine. Per quel vestitino di jeans sdrucito. Perché quando si siede si lascia guardare per dispetto. Per quando mette il broncio. Per come gioca con quel ciuffo di capelli. E per come lo fa col suo lobo destro, ascoltando. Per i suoi fermacapelli. Perché sembra non sapere. Per i suoi infantili rancori. Per gli scatti improvvisi e ingiustificati di allegria. Per come strizza gli occhi accartocciando tutta la faccia. Per come succhia dalla cannuccia il suo elisir di vita. Per come tutto per lei è semplice. E anche per come tutto per lei è complesso. Per come sembra aver bisogno di protezione. Perché sembra che tutto le sia dovuto. Che abbia ancora un futuro davanti. Che ne abbia paura. Che ne abbia terrore. Che lo rifiuti. E che sia curiosa. Curiosa di tutto. E di quel tutto annoiata.
Per come tira su col naso. Perché per lei una retta non è mai diritta. Per come ciuccia una caramella. Per come torna ad abbassare gli occhi. Per come storpia la canzone. Per la sua voce roca. Per le sue voci da gattina. Per quel gesto di smemoratezza. Per quel suo battersi la fronte. Per i suoi capelli nella spazzola. Per quando scappa perché è tardi. Perché lei non sa essere che compulsivamente e attentamente distratta. Per il disordine dove aleggia e dove trova il suo agio. Per come lo crea intorno. Per tutte le sue cose fuori posto. Per tutte le sue parole fuori luogo. Per come riesce a creare il disordine anche nelle idee. Tutto intorno a sé. In ogni cosa. Per come non si giustificava quand’è in ritardo; con un sorriso. Ed è eternamente in ritardo. Per come finge di esserne interessata. Per come sa essere eternamente indifferente. Per la linea del suo naso. Per le pieghe sotto gli occhi. Per quel suo fanculo. Per quando sbocca. Per tutte le domande che si ritrova. E anche per quelle che tace. Per la teoria che ha elaborato sul pressapochismo come filosofia di vita. Per come trova un bilico precario a tutte le cose. Per come va avanti e indietro cercando l’aria. Per come riempie le stanze. E per come le lascia vuote; gonfie di mutismo.
Per il suo odore con gli abiti bagnati. E quella faccia coi capelli fradici. E il suo amare quella pioggia. E il colore della pelle d’estate; come il miele. Per le sue infradito da spiaggia. Per i suoi costumi dozzinali; troppo grandi per lei. Per come si infila nella vita. Per come ne entra ed esce. Per come si fa ripetere le cose –persino qui. Anche quelle che ha detto lei. Per come stropiccia i libri. Per come piega gli angoli di quelle pagine. Per come li legge. Si assenta ed entra nel libro. Alza gli occhi e dice le cose più illogiche. Poi torna ad affondare nelle pagine dentro, la storia. E la storia è lei. Si cerca in quelle trame. Cambia. Si sostituisce a questo o quello; indifferentemente. Gioca a girare il mondo nei panni degli altri. Cioè – come detto– per come c’è e non c’è. Per come tutto è mistero. E per come li banalizza tutti. Fingendo di aver vissuto mille vite. Per come poi torna bambina. Per come si fa acida. Per tutto quello che si porta dietro. Cioè per il suo zainetto. E la sua smemoratezza. Per le attese. Per la sua meraviglia. Per come sa fingere di ascoltare. Per i suoi capricci da bambina. E le bolle che fa con la gomma. E le sue risate quanto scopiano. Per come crede di poterlo fare; tutto. Per come prova a fare le cose. Per come cucina un uovo. Per come chiede.
Non ci sarebbe nessuna ragione per accorgersi di lei. Non fosse come un segreto da violare.

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Tiriamo su le Kefiah fin quasi agli occhi e incominciamo a riempire i carrelli. In un attimo tutto è confusione. La vecchietta si prende nella paura. Sento un “era un po’ che li osservavo” –e arriva lo stronzo. Sempre qualcuno che vuole fare l’eroe. Già mi prende la rabbia ma Sandy risponde per prima, pronta; sempre lei: “Cazzo vuoi, servo! E’ la spesa del popolo”.
Ci ha le palle la ragazzetta. E’ minuta ma con le palle; quadre. Ha coraggio, ma soprattutto è cattiva che è difficile a trovarne. Gliel’ha sibilato dosso come uno sputo. E ci ha anche un gran culo. Gli tira un calcio di anfibi e lo lascia agonizzante. “Nemmeno è roba sua” –e pensare che volevo pensare io a lei. Invece a Napoli mi ha estratto dei guai. “Facciamo finta di essere due regolari. Due per caso”. “Cioè?” –le dico. “Baciami, stupido. Facciamo ai fidanzatini che se la bevono”. Al momento quasi non mi fido. La schiaccio contro il muro. La spingo verso l’angolo. Non la bevono. Non la bevono. La bevono. Quelli ci guardano, ci credono; strabuzzano e ci sorridono. La cosa è talmente convincente che convince anche me. Per lei è come non fossimo lì. Come fossimo soli. Intono i black mettono tutto a fuoco. Forse tanto realismo non è nemmeno del tutto necessario. In un amen ho la sua mano dentro i calzoni. Non fosse per scaga c’è da crederci. Finisco che ci credo. Mi innamoro all’istante, sul posto.
Credo di aver già detto del culo. Già l’avevo notato. E’ la prima volta che posso e glielo controllo. Mi fa prendere la sbronza. Finisco per scordarmi dei cavalli, che nemmeno li vedo andarsene. Non mi importa del mondo. Nessuna mi ha mai rincitrullito così. E quando l’ho trovata con Davide ci son rimasto una merda. Mi ha spiegato che “Lui non conta”. E con Giamba… e con gli altri… mi son sentito un coglione. Neanche a chiederlo? Se glielo dico magari mi dice che lei non è mica roba mia. Che anch’io sono libero. E’ facile con le parole. E mi tocca pure darle ragione. Mi richiama il grido: “Veloci. I cavalli”.
Quella volta l’avevano fermata quattro fascistelli. Volevano farle violenza. Ne ha violentati tre. Il quarto s’è ritirato; non c’è l’ha fatta. Dopo li ha guardati sprezzante e gli ha detto “Su le braghe che vi faccio il culo”. Li ha sprangati con la stecca di una panchina che stavano ancora ansimando. Quando lo racconta ride come una pazza. E poi aggiunge che a uno che era rimasto ultimo gliel’ha proprio infilato nel culo, quel bastone. “Così s’è imparato cosa vuol dire donna”. Stavolta ho paura che siamo proprio nella merda. La molotov avvampa la macchina di servizio. Quelli sono incazzati neri. Carlito è salito al primo piano e gli piscia sulla testa, dall’alto. Non mi sembra una grande idea. Non avevano bisogno di nessun altro pretesto. Lascia stare amico, son già bestie così. Lei grida: “Dammi una mano.” –e con altri tre facciamo cadere lo scaffale. Quello precipita di mezzo proprio come una barricata. Cazzo! sembra guerriglia vera. Quello con quei gradi minaccia urlando come un ossesso. Lo prende in pieno un barattolo di tonno e gli sanguina il naso. Fuori anche il cassonetto brucia. Filiamo!
Ci siamo persi nel ritorno. Dopo si fa festa. Abbiamo ancora in corpo l’adrenalina. Furio s’è messo tutto nudo e se la scopa a tutto spiano. Lei gli carezza dolce la cicatrice. C’è proprio mancato poco. Avevamo la merce in mano ma quella è rimasta là. Qualcuno aveva detto: “Facciamo i tupamaros”. Non ho capito perché i cellulari sono strumento di potere; e di alienazione. Non l’ho trovato scritto da nessuna parte. Ormai non me ne frega più niente. Domani taglio e arrivederci a tutto. Non ci sto più con la testa. Lei non dice più nulla, mi guarda e squittisce. Quegli occhi annegati parono chiedermi scusa. Forse le dovrei un altro grazie. Forse li vedo solo da me. Esther si strona la testa. Me lo chiede, lo passo, non torna indietro. Leo non è ancora arrivato. Rusty si infila le dita nel naso. S’annega di birra. Ozy scordato cerca per l’ennesima volta di strimpellare Hallelujah. Garbo dice che se la farebbe, non fosse ch’è troppo fatto. “Che culo che ci-hai”. La sai la fortuna? Avere Sandy è come rincorrere niente. Non che io creda alla proprietà, ma c’è. E poi una donna è una donna. Mica merce. “Lascia stare, amico”. Quello, se c’è, e solo mio.

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poesiaHo dimenticato le storie
e poi le favole,
mi son tinto gl’occhi d’ambra
e ho lisciato le ciglia di seta,
ho raccolto la maschera bianca
(quella attonita d’osso bianco)
e tutto     mentre le assi pigolavano.
Applaudite questo pagliaccio di stracci
e la lacrima di farina
che dona     mentre
ride versi nobili
e plagia suoni scurrili,
date il vostro gradito applauso
all’assenza.


Questa è l’ultima della raccolta di poesie del 1973 ritrovate

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Cara Giovanna¹
L’amore non è un unico sentimento; neanche quello che non appartiene; tanto meno quello che non ha proprietà. Per ciò ti amo così come amo il pericolo. Non fosse questo non sarei qui. Eppure nessun gesto può tradire di più. Nemmeno le parole. Nemmeno quelle piccole paure, tuttavia fuori luogo, fuori tempo; ingiustificate. Dunque, io sono qui per amore e vigliaccheria.
Ricordi quella sera a cena²? Perché ritorno su quella amabile e su magica occasione? Il cibo era ottimo, anche se non starebbe ai cuochi dirlo, e la compagnia splendida. La conversazione era cordiale, come non può essere diversamente tra amici che si conoscono da tempo, che si adorano e, al contempo, si stimano (spesso è proprio la stima a separare le parti, a rendere diffidenti). Noi, maschi, avevamo la fortuna della presenza di due splendide donne che, prima ancora di essere donne, sono delle splendide persone. Due donne che, magari in ambiti e in termini e con gesti differenti, non hanno chiesto che venga loro fatto spazio in quanto deboli e povere donnicciole, ma, quello spazio, se lo sono conquistate affrontando il mondo che le circondava. Affermandosi per le loro capacità oltre qualsiasi differenziazione di “genere” (credo si definisca oggi così la distinzione tra maschi e femmine, correggimi se uso il termine impropriamente e scusa un certo formalismo); a testa alta.
Io ero cauto, come lo sono sempre con te. Ero cauto perché non mi voglio abbastanza del male. Perché credi di amarti più di quanto ti amo. Ed è forse sempre per quella leggera e discreta vigliaccheria che lo scrivo ora; che non l’ho compiutamente detto allora; nell’occasione. Ma forse invece è perché solo ora, con la calma del poi, posso profittare di tutto il senso delle contraddizioni e renderlo anche di altri, palese, pur se privo della necessità stretta di ricordare specificatamente la questione. A me, modestamente, pare ci siano sempre dei piccoli problemi prima di essere quello che siamo. In realtà, nel momento richiamato, si parlava di politica di alleanze e progetti per una campagna elettorale amministrativa; ma forse il pretesto conta poco.
Cara Giovanna³, Tu, che dichiari difendere l’affermazione della donna, della donna in quanto tale, per quella che una volta chiamavamo, e forse era, parità di diritti, ad un certo punto hai spiegato che eri sostanzialmente d’accordo con quanto esposto da Mirco. Io difendevo quanto affermava, da posizione sensibilmente dialettica, la cara amica Bambola; amicizia che tutti non mi possono che invidiare. Tanto che io, coerentemente, proponevo la candidatura di una donna per la designazione. Di una donna precisa, vera, che nella realtà, fuori dal virtuale, ha un vero nome e un vero cognome, precisi. Questo non perché donna ma anche in quanto donna. Donna in possesso di qualità che ne farebbero un candidato eccellente, oltre che finalmente nuovo, competente e libero. E non certo una donna di quelle donne che devono dire e pensare quello che possono suggerire loro gli uomini vicini politicamente o di letto. In questo caso l’essere donna era solo (non mi sembra comunque poco) una qualità aggiuntiva. E’ qui che mi domando perché tu saresti più vicina di me ad una politica per le donne.
Uno di noi due vive certamente una contraddizione più che latente tra ciò che pensa, ciò che percepisce e ciò che poi dice; o almeno fra due dei tre lati. Continuo a credere che sostenere, in qualsiasi ambito, una donna semplicemente perché donna, ignorando qualsiasi sua specifica qualità e attitudine, rechi offesa, non solo alle nostre intelligenze, ma, soprattutto, alle donne; più precisamente a quelle donne che, prima di tutto, si sono rifiutate di essere solo oggetti ornamentali. A cui la vita non ha fatto sconti. Che si sono, a fatica, guadagnate il rispetto di tutti. Proprio a donne come quelle che sedevano torno a quella tavola (voi due), a cui debbo sempre ammirazione e rispetto. Che semplicemente ornamentali avreste potuto anche esserlo ed essere. Avete scelto diversamente o siete state scelte. Nella vita nessuno vi ha mai ceduto il posto. Non avete avuto bisogno di favori. Non avete mai pensato di cercare una scorciatoia con la vostra avvenenza, anche se questa qualità non fa difetto a nessuna di Voi due. Tutto avete dovuto faticarvelo e meritarvelo, non certo per una strizzata d’occhio.
Pensare che una donna debba avere, necessariamente, di diritto, di per sé, una corsia privilegiata, solo in quanto donna, mi sembra invece contro una politica aperta alle donne. Allo stesso modo come mettere sullo stesso piano, che ne so: la Margherita Hack e la più incapace delle veline, una Nilde Iotti (la presidenza della camera più lunga della storia della repubblica) o una Irene Pivetti (se non erro, il più giovane presidente di sempre) con una Monica Samille Lewinsky qualsiasi, una Maria Teresa di Calcutta con una, con tutto il rispetto, Daniela Santanchè, non priva, in questo caso, anche di idee e, forse, di (magari discutibili) ideali, ma anche piena di tanto fascino fatto anche di plastica, etc. Diamo a Cesare quel che è di Cesare (mi pare che il detto suoni così).
Scusa paragone e volgarità, ma mi sembra come confondere quella cosa solida che (persino) il nostro corpo espelle (sì! la cacca, o merda che dir si voglia) con la cioccolata. Mi pare pericoloso. So che questo, messo giù così, ti porterebbe, per carattere, a reagire, è nel tuo stile. Io tornerò a rifletterci. Spero che anche tu possa trovare il tempo di farlo con la stessa libertà priva di pregiudizi. Ma siamo mai uno?
Con rispetto
Michele


1] Lettera “politica” ad un’amica che non leggerà, non in modalità “on line”, perché la vita deve guadagnarsela di corsa sudando e non da fannullona navigando per la rete.
2] A quella cena, di cui si è parlato in richiamata altra parte del blog, oltre al sottoscritto (Michele) e a Lei, erano presenti altri due cari amici, Giovanna e Mirco, suo marito. Entrambi fanno parte di una associazione che io, per consonanza ed in modo ironico, ma affettuoso, ho ribattezzato “Antipatia e diffidenza“. Associazione che, in qualche modo, a mia contestata opinione, rivendica qualche antica istanza femminista; pur essendo partecipata anche da uomini, compagni e mariti.
3] Anche Giovanna e compagno sono personaggi indecisi, sospesi tra la fantasia e la realtà, che ci sono debitori almeno di una cena e che non nascono e non si fermano in questo blog; abitanti in un altro paese limitrofo di pura fantasia, che nemmeno fa comune, perché il comune è a Lianiga. Comune che non può essere qui linkato perché il post è stato inopportunamente sopresso.

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Il blog è molto, ma non tutto. Il blog è un mondo, non il mondo. Scrivo e molto di quello che scrivo finisce nel blog, ma non tutto.
E’ proprio un casino. Nei post qualche volta cerco, mi sembra malamente, attraverso l’ironia e la satira, di richiamare attenzione su alcuni argomenti e su alcune istituzioni nel vano tentativo di spingere ad una riflessione sulle contraddizioni. Perché dico vano? Come posso sperare dagli altri quello che non so fare? Rileggo alcuni miei post e trovo che veicolino anche delle mie contraddizioni, e mi temo troppo pigro per mettermi in discussione. Forse solo troppo vecchio cioè maturo. Forse cerco anche di analizzare con le cose le mie cose, ma spesso mi rendo conto che quelle contraddizioni arrivano alla mia attenzione solo se e dopo una attenta rilettura. La cosa di per se non sarebbe grave nel momento che riguarda solo me, lo diventa quando riguarda anche gli altri. E’ questo il punto. Ma chi ha detto che per gli altri siano contraddizioni, che le leggano, che vogliano mettersi in discussione? Se tutti i blogger rileggessero i loro post saremmo già a buon punto solo, che rischierebbero di scoprire che spesso le critiche più feroci se le scrivono da soli. Non è lo specchio che mi mente: è proprio vero che sono io quello e che in testa non mi sono rimasti molti capelli.

In coda un piccolo regalo che rubo all’amico Marino. Si fa desiderare un poco, Marino, ma poi sforna di questi gioielli.

Giorgio Gaber: Far finta di essere sani [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Farfinta.mp3”%5D

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Se quando entri da quella porta con te entra anche il nemico allora diventa difficile salvare persino le apparenze.

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