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Posts Tagged ‘coppia’

crisi-lavoroLe cose son più facili a dirsi che farsi. Sembra la più semplice delle banalità. Forse per Lidia non era così. Erano tornati assieme. Era stato tutto come una favola. Come si fossero salutati la sera prima. La stessa bellezza. Si potrebbe dire la stessa passione. Forse anche di più. Erano più maturi. Più consapevoli. Ma lei aveva cominciato a sognare. Nella notte lui la lasciava. Ancora una volta. Cento volte. Come quella volta. In modo diverso ogni volta da quella volta. E lei si svegliava disperata. Sudata. In preda all’ansia. E lo cercava al suo fianco, tra le lenzuola. Sarebbe stata una pessima giornata. Dopo era sempre di cattivo umore. Irascibile. Non poteva farci niente. E quei sogni erano sempre più frequenti. Se di giorno le era stato facile, la notte non riusciva a scordarlo il suo tradimento. Si ripeteva e si ripeteva.
Teresa diceva che aveva fatto male a rimettersi con lui. Teresa diceva che era una sciocca a pensarci. Teresa diceva che i sogni non sono che un’immagine complessa della verità; ma non sono la verità. Teresa diceva che quelli, i sogni, non contano, sono solo fantasie; bizzarrie della mente. Teresa diceva questo e quello e lasciava libero sfogo alle parole, alle innumerevoli parole. Sempre così sicura di sé. Certa nei suoi fallimenti. Mille amori e nessun amore. Lei non sapeva che lei sapeva. Era stata anche Teresa una tra i suoi tanti tradimenti. Glieli avrebbe perdonati. Quello che non riusciva a perdonargli era che alla fine l’aveva lasciata; e il come. Almeno non riusciva a perdonarlo la notte, nei propri sogni. E lui le diceva che era una stupida. Che era stato il più grande sbaglio della sua vita. Che non si sarebbe ripetuto. Che aveva capito. Che era cambiato. Che aveva bisogno di lei. Che non sarebbe mai successo. Persino che l’amava.
In certi momenti le sembrava tutto vero. Tutto bello. Poi sognava quello. Non riusciva a liberarsene. Gli credeva ma non riusciva ad aver fiducia in lui. A sentirsi sicura. Protetta. Veramente non si era mai sentita protetta vicino a lui. Si era sempre sentita… precaria. Anche allora. E quel mattino si era svegliata più agitata delle altre volte. Aveva cominciato a radunare le sue cose. Cosa fai? Me ne vado. Cosa succede? Ti lascio. Non puoi farlo. Posso e lo faccio. Perché? Perché non posso vivere per sempre di questa paura. Ma io non ti lascio. Ma tu l’hai già fatto. E’ stato uno sbaglio; ti ho già chiesto scusa. No, è stato un incubo. Ti mancavo? Sì! mi mancavi. Ecco, vedi! Preferisco perderti che continuare ad aver paura di perderti.
Più ne parlava e meno era certa di quella decisione. Cominciava a sentirsi stupida. Con lui era sempre così. La rabboniva e poi ricominciava tutto. Lo vedeva distratto. Ora la guardava come si guarda una che straparla, che si lascia trascinare da un’isteria tutta al femminile. Che ha solo voglia di litigare solo per il gusto di litigare. Come se si fosse bruciata la cena e non sapesse come dare la colpa a qualcuno tranne che a se stessa. La guardava, insomma, in quel modo; incredulo. Mentre lei infilava gli abiti in una borsa Ma capisci quello che fai? A male estremoNon vedi che è una cosa stupida. Non posso più vivere con la paura di perderti. Era determinata, o almeno cercava di esserlo E’ una pazzia. Mai stata più lucida. Sapeva che lui le leggeva dentro. Cercava di nascondergli ogni incertezza. Si svuotava la testa e buttava tutto dentro alla rinfusa, disordinatamente. Forse avrebbe dovuto farlo prima. Forse nemmeno ricominciare. Doveva capirlo che una storia non più sopravvivere a se stessa. Ma lui sembrava tranquillo, non le credeva. Pensava che sarebbe bastato un abbraccio. E lei sarebbe scoppiata a piangere. Si sarebbe data tutte le colpe. Si sarebbe detta una stupida.
Quando uscì dalla porta non sapeva dove andare. Fu solo un attimo di panico. Non gli aveva lasciato il tempo per quell’abbraccio. Sapeva solo che non sarebbe tornata indietro. E aveva gli occhi gonfi di lacrime.

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Bicchiere dove viene versano del vino rossoIl fumo odorava di buono. Ho preso posto in un tavolo d’angolo. Alcuni avventori s’accorsero della mia presenza e subito presero a ignorarmi. Non doveva passare spesso un foresto. Si avvicinò l’oste. Allontanò le briciole con un gesta calmo della mano e imbandì il tavolo, se così si può dire, con un foglio di carta; di quella in cui da ragazzo avvolgevano gli alimenti. Non aveva bisogno di prendere nota; gridava le comande direttamente alla cucina. Ordinai salsicce con funghi e polenta. Poi carognescamente gli chiesi se aveva del Dolcetto della Tenuta di Colle frondoso. Lui mi osservò senza fare una piega e, con mia sorpresa, chiamò il cameriere dicendogli di controllare se ce n’era rimasta ancora una bottiglia: “Guarda nel solito scaffale”. E quello, un tipo alto e segaligno, col mento mal rasato e la carnagione cupa, si allontanò pigramente e, con altrettanta mia sorpresa, dopo un po’ tornò con la bottiglia e me la stappò davanti. Era proprio lui, il Dolcetto; forse leggero per quel desinare. Il padrone mi chiese cortese se era di mio gusto. Ero senza parole, sono il rappresentante della tenuta per tutto il Veneto, Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige e l’Osteria non era tra i miei clienti; strano e poi smisi di pensarci. Rubavo frammenti di dialogo qua e là, dai tavoli, e sbirciavo la mano di carte. Lentamente la testa si svuotare e mi godevo la pigrizia. Il fuoco sul cammino faceva compagnia, era come un abbraccio. A parte l’accostamento il vino scivolava giù che era un piacere e dopo un’altra bottiglia e dopo mi devo essere fatto certamente anche qualche paio di grappe; sarebbe un impresa al di là della portata umana ricordare quante. A guardare l’orologio s’era fatto piuttosto tardi. Mi alzai sulle gambe traballanti per raggiungere l’uscita. Un avventore mi fece un cenno con uno strano sorriso e l’oste si preoccupò se era stato tutto di mio gradimento. Gli altri presenti nemmeno alzarono gli occhi. Farfugliai un sì ed uscii all’aria fresca, aveva cominciato a scendere un leggero nevischio e il vento era stato come uno schiaffo in faccia. Raggiunsi la macchina incastrando la testa tra le spalle e affondando le mani nelle tasche; ricordo ancora tutto come ora. La chiavi mi caddero in quella poltiglia ghiacciata. Non ebbi il tempo di rendermi conto che la serratura era stata forzata né quello di percepire alcuna presenza alle mie spalle, fui colpito e caddi sotto una gragnola di colpi. Credevo che non ne sarei uscito vivo quando una voce gridò: “Basta così, è solo uno schifoso maiale” e mi ritrovai nel silenzio immenso di quella notte.  Mi doleva da per tutto, probabilmente c’era anche qualcosa di rotto. Raccolsi le chiavi e mi trascinai a fatica fino al posto di guida. Controllai che i documenti fossero ancora nel vano cruscotto. Nel portafoglio non erano stati risparmiati che pochi spiccioli. Delle bottiglie non c’era più traccia, naturalmente, e le avevo pagate anche care. Fu un calvario guidare fino all’albergo per poi sentirmi raccontare che non c’era nessuna stanza a mio nome. Tornare a casa in quelle condizioni era rischiare la vita una seconda volta. E non è vero che io non reggo il vino.

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Foto ravvivinata di un bacioEra ormai rassegnata che non accadesse. Per tutta la sera non era successo niente. Non che ne fosse rimasta delusa. Forse solo un po’. Si era convinta di non mettersi ansia. Un poco ci aveva sperato. Poi finalmente alla fine: le aveva preso la mano e l’aveva baciata. Poi la fatica di salutarsi davanti al portone. Non era il primo eppure era stato diverso. Non che… invece sì! Le era piaciuto di più. Certo anche gli altri erano stati belli. Ognuno a modo suo. Baciare è bello. Solo era diverso. Era come se… non cercasse sensazioni; ascoltasse quello che le diceva il bacio. Era con lui che era stato diverso. Aveva stretto forte gli occhi e vinto la tentazione di guardarlo. Di accertarsi che anche i suoi fossero chiusi. E poi si era trovata avvolta in un silenzio che la cullava. Non avrebbe mai creduto che fosse così. Che fosse quello. Non si chiedeva perché. Era e questo le bastava. Prima di lasciarlo restò lunghi attimi senza sapere. S’era fatto tardi. Perché non ci aveva pensato prima? Quanto sono stupide le cose. Pensò che gli innamorati hanno mille piccoli segreti che vorrebbero gridare al mondo. Aveva già voglia di parlargli. Di dirglielo. Aveva quella strana euforia dentro che non la faceva stare ferma. Eugenia non sapeva se per tutti era così ma per lei lo era. Era stato goffo. Quando aveva avvicinato le sue labbra. L’aveva quasi implorata. Aveva sbagliato il momento. Il tempo. A lei non era importato. Era stato meravigliosamente goffo. Pensò che gli innamorati scrivono bollette spropositate del telefono. Si ricordò di non avergli chiesto niente, nemmeno quello.

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Foto di una scollatura generosaSe parliamo di donne allora parliamo di Donne. Cioè di tette e culi. Senza andar tanto per il sottile. Irene chiese se volevo limone o latte. Non l’ho mai preso con il latte. Si chinò per servirmi. Qualsiasi donna dovrebbe fare attenzione prima di sbatterti le tette sotto gli occhi o di strusciartele sulla spalla. Forse c’era un significato recondito nelle sue parole che non riuscivo a cogliere. E forse ad un altro poteva anche darla a bere, ma una donna è sempre consapevole di sé; concede per quello che vuole. Il suo gesto era eloquente. Non sono io; è la realtà ad essere irritante e non è poi che il tè mi faccia impazzire. Affondai la mano ed erano di carni molli. Lei finse sorpresa ma non si inquietò se un po’ si versava sul tavolinetto di palissandro. Rise di quel riso che solo le donne, in certe occasioni, conoscono. Cercò di abbassare gli occhi e di guardare alla finestra. Cercò di dire molti suoni di no. Ne trovai le labbra e fu sullo stesso divano. La luce del giorno non è momento adatto ai miracoli. Quella luce infieriva sulle sue rughe e sul suo passato. Priva della minima menzogna; nemmeno di indulgenza. Non c’era sentimento. Non c’era trasporto. Non c’era nemmeno vera passione. C’era solo carne e sesso; muscoli e sangue. Davanti c’era solo lei in tutta la sua vanità disarmante e disarmata. Quella sua decenza, la sua ipocrisia, la sua insolenza e il suo garbo spogliati. Anche se continuava ad inanellare quei no e lo nominò più volte e voleva fingere di dover essere convinta, alle cinque del pomeriggio, in agosto, non poteva essere che sudata e puttana.

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Foto di una scollatura con collanaSi chiamava Erika. Ma perché devo essere sempre così laconico? Si chiamava Erika, sì! con la Kappa. Cioè si chiama Erika e la conoscono tutti. Di un rosso vivo e falso ha sempre un sorriso e una battuta per ognuno. Ma forse quella kappa era stata solo un suo vezzo, una delle sue tante civetterie, che poi si è trovata addosso. Sposata con due figli ormai grandicelli, maschio e femmina, pare non volersi liberare di quella patina da ragazza impertinente.
Erika doveva essere stata una bella donna, certamente lo era stata ma gli anni non perdonano nessuna distrazione, ma è ancora oggi una donna con un suo intrigante fascino, un sorriso malizioso sempre pronto e una sua grande sicurezza, insomma è simpatica e divertente. E’ così con tutti ovvero ogni suo gesto è colmo di quella provocazione femminile e le sue parole piene di più o meno sfacciati e sfaccettati sottintesi. Provocare le è naturale come tante cose che entrano dentro nella pelle e si fanno come parte di te senza nemmeno lasciarti il tempo di accorgertene. Le è facile entrare in confidenza e giocare con senso di complicità e di intimità.
Avevo sentito delle chiacchiere nei suoi confronti ma io non sono tipo da dar retta alle chiacchiere e avevo sempre pensato che il suo era solo tanto fumo; fumo senza arrosto. Lei cura ancora molto la sua persona e anche il suo vestire che spesso sembra studiato ad attirare la curiosità maschile e soprattutto ad imbarazzare e provocare; a mostrare magari quanto più si può senza raggiungere la sconvenienza ma esaltando le sue grazie. Magari cose corte e/o attillate, bottoni che sono rimasti come casualmente slacciati, malizie tutte al femminile anche un po’ inadatte alla sua età, ma non è raro trovare nelle donne vanità simili. Lei è sempre al centro di ogni occasione così come in queste parole che girano su loro stesse. Pareva allora inoltre divertirsi particolarmente con me. Per dirla tutta spesso avevo avuto l’impressione che si spingesse anche un po’ oltre, ma alla sua allegria viene perdonato quasi tutto. Ne avevo parlato in varie occasioni, ora non più, con Vittoria, mia moglie, certo glissando su alcune cose o senza scendere troppo nei particolari; parlarne non mi sarebbe stato comunque facile, soprattutto con una donna e ancora di più con una moglie, ma i miei dubbi restavano. Non era insolito che le sentissi fare apprezzamenti pesanti, allusioni a prestazione e cose di questo genere, con quell’espressione soddisfatta in volto, quasi in una sfida. Ma perché parlare tanto, troppo, di lei quando nella realtà lei è sempre una che va direttamente al nocciolo delle cose, pronta a dire pane al pane, eccetera? Perché per lunghi tratti del nostro lavorare nella stessa sede lei mi è stata parecchie volte di vero imbarazzo e non solo se restavamo un attimo da soli. Come quando sembrava fantasticare proprio su di me o mi provocava chiedendomi “non vuoi vedere cosa ho indossato sotto? son certa ti piacerebbe.” o altre amenità simili come quando mi assicurava che lei era rossa naturale e mi chiedeva se non le credevo e se volevo controllare.
Non che fosse mai successo molto anzi nulla perché il suo sembrava restare un gioco e il suo divertimento non chiedere altro e non andare oltre. Infatti se si accorgeva che soffermavo troppo il mio sguardo dentro la sua scollatura o sulle sue gambe, invero un po’ massicce, o, che ne so? sulle natiche di quel suo sedere abbondante, non le sfuggivano certo le cose, o se nei miei occhi appariva, come diceva dopo lei, quell’interesse che sfiorava la libidine, lei non perdonava mai una virgola, prima ancora che completassi un gesto di allungare le mani o che ne so ma anche subito a ridosso delle sue più ardite provocazioni, lei scivolava via soddisfatta ridendo con quel suo singhiozzo cantilenante un po’ sguaiato canzonandomi dopo il suo solito “dimmi cosa mi faresti”?
Scappava; ed io restavo lì come un imbecille; questa è la sacrosanta assoluta verità. Un imbecille come un sedicenne e questo doveva divertirla molto. Mi son sempre chiesto se il mio atteggiamento partecipasse a quello che era lei, se in qualche modo collaboravo, magari inconsapevolmente, a quel suo gioco e se era quel rossore che riusciva a darmi a renderla così spavalda, persino sfacciata, perché le sue domande potevano diventare delle vere e proprie staffilate come quando mostrava curiosità indiscreta e spudorata delle mie intimità. Io non cerco casini perché di quelli ne ho già abbastanza ma mi sembra ancora che con gli altri non si spingesse a tanto, ma questa può essere solo una mia confortante considerazione. E’ per tutto questo e anche per quello che non ho ricordato di rammentare che sono restato di sasso ieri mattina quando le mie solite attenzioni su di lei, la scollatura era veramente generosa anche se il suo seno abbondante comincia a mostrare segni di cedevolezza, non hanno provocato la solita fuga. Tutto poteva rimanere in quell’atmosfera di eccitato solito cameratismo un po’ spinto invece… Me ne vergogno a raccontarlo perché io sono un uomo assolutamente discreto e del tutto diversamente da lei, ma tanta è stata la mia sorpresa quando è andata come al solito alla porta ma stavolta diversamente ha fatto girare la chiave nella toppa chiudendoci soli all’interno e stavolta non ha detto la solita frase lasciandomi allibito. Il suo sorriso era diverso ieri, in quel momento, era solo ammiccante e sembrava seriamente curiosa e dalle sue labbra è uscita come una promessa e una sfida stavolta una frase nuova il cui suono non le avevo mai sentito: “dimmi cosa mi farai!”. A dare ascolto le chiacchiere di prima avrebbe dovuto saperne una più del diavolo…

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Franca a Spigone (RE)Quelle parole uscivano direttamente strappate dal cuore, brandelli sanguinolenti. E non erano distanti nello spazio né nel tempo. Erano oggi. Erano vive. Banchettavano sulla loro pelle. Il passato si faceva presente. Strani paesaggi i ricordi. Scelgono; lo possono fare. Scelgono in tutta autonomia. Annebbiano certi luoghi, stendono una foschia fino a quasi renderli fusi e confusi, cancellano altri indirizzi. Erano molte le cose che lui lottava ma non riusciva a ricordare. Ma altri li rendono, improvvisamente o per sempre, vividi; crudeli, affascinanti, dolorosi. E lui lo sapeva, Lei non poteva farci nulla, era indifesa. E Lei era tutto; ma lui avrebbe potuto essere il suo presente, non avrebbe potuto cambiare il suo passato. E si trovò confuso, disorientato. Non era mai stato geloso, nemmeno delle piccole cose. Il suo modo di dire liberava semplicemente le cose dall’estraneità. Non sapeva possedere, tanto meno una persona. Era incapace di egoismo, di invidia. Era lui cioè quello che sapeva essere. Tutto quello era troppo poco per trasformarsi in una ferita destinata a non guarire. Lui aveva avuto solo un grande amore. Certo, altri amori; ma quello era stato uno solo: il grande amore. Quello per sempre. Il segreto mal custodito. Il compagno di viaggio. Il suo rifugio. La sua serenità. La sua allegrezza. Per Lei non era così. Tutto ciò lui lo provava stupito, lo sapeva, non poteva farci nulla. L’uomo è un animale stupido. Avrebbe voluto essere là, in quel posto che non aveva mai visto, tranne che nei films. Avrebbe voluto lottare, ma non si lotta contro il passato. Avrebbe voluto gridare. Non c’è fiato abbastanza per assordare l’assenza. C’erano solo loro: come avrebbe detto allora: “quelle parole, massimo asprore”. Perché si sentiva colpevole anche di quelle che non aveva visto la sua presenza? Perché tutto quello? Era sempre stato così. Eppure nessuno può cambiare le case veramente, può cambiare il disfarsi del tempo. E certamente Lei avrebbe negato, trovato un motivo valido, non era così. Lui non aveva strumenti per capire, aveva amato solo così, con tutto sé stesso. Con le sue paure, con i suoi timori, nei dubbi, nelle speranze, gettandosi in quella storia; storia che ancora gli sembrava troppo grande. Ma allora cosa rimane alla fine di un amore. Si infilò le mani in tasca. Gli faceva orrore quella parola, fine. Gli faceva terrore. Non voleva arrendersi. La voleva lì, subito, e per sempre. Si versò del the. Aprì la finestra. Era un automa. Si accorse che i suoi occhi erano umidi. Si accorse di non poter decidere delle proprio decisioni. Nemmeno delle proprie emozioni. Anche se non lo voleva era arrabbiato, era deluso, era sconfitto. Guardò dove volavano i gabbiani. Ricordò uno spazio largo, all’improvviso, un paesaggio marino, una spiaggia, una giornata uggiosa. Un silenzio pieno di parole. Un sussurro del vento. Ricordò con testardaggine, quello che voleva ricordare, quello che gli serviva, cercando di fuggire, di guarire di sé. Eppure era una storia che conosceva, Lei non gli aveva mai nascosto nulla. Sapeva che avrebbe trovato pronto in tavola come sapeva che sarebbe tornato di cattivo umore. Entrò in un bar solo per perdere tempo, la cena si sarebbe freddata nel piatto ma almeno avrebbero avuto altro di cui discutere che non della sua stupidità.

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Pioggia dietro i vetriCazzo cioè cavolo, arrivo per accorgermi che si son persi le valigie. Non ho con me nemmeno lo spazzolino né un paio di mutande di ricambio. Scendo all’albergo e mi dicono che non hanno nessuna prenotazione. Provo a telefonare senza beccare la linea. Aspetto al bar mentre prendo un caffè e butto un occhio alle ultime sul giornale. Quando comincia non smette mai e le strade sono il primo posto da evitare. Mi dicono con rincrescimento che hanno solo una camera libera, spetterebbe a me ma, da cavaliere, la cedo alla mia compagna di viaggio. Mi dice di chiamarsi Nadia e insiste perché per una notte possiamo anche accomodarci, se io le prometto… La lascio insistere per un po’, sempre per quel fattore della cortesia, ma alla fine mi arrendo. Le cedo il passo e ho un’ulteriore conferma che non avrebbe avuto nessun bisogno di insistere, e mi risparmia delle promesse. Lei preferisce la destra e io gliela lasciò volentieri; mai fatto questioni di principio su queste cose. Ci sentiamo entrambi stanchi per il lungo viaggio. Ha anche un bel sorriso: “Faccio in un attimo!” Si mette un pigiama a fiori e se lo lascia subito togliere ancora davanti al frigo-bar. Se ne resta lì un attimo vestita solo di sé e di un velo di inimitabile pudicizia. Nel periodo dei monsoni è facile scambiare il giorno per la notte, la pioggia sembra non smettere mai e il giorno avere fin troppe ore. Cerco di dimenticare e di far trascorrere ad entrambi la maggior parte di questa maledetta stagione scacciando i malumori. Quando spengo la luce fuori è sempre quello stesso grigio, il colore non si da pena di spiegare se è alba o pomeriggio; è solo antracite. Mi sveglio come avessi dormito cent’anni e fuori piove ancora. Il rumore è un ronzio che invita alla pigrizia. La cerco vicino e non la trovo. Nel cuscino c’è ancora il suo profumo. Nel portafoglio c’è solo il mio bigliettino da visita. Sopra ci ha stampato le sue labbra con il rossetto.

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