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Posts Tagged ‘corna’

Foto di donna in cucinaIo non ci pensavo proprio, non fosse stato per lei non ci avrei mai pensato. Per la verità proprio non lo sapevo. Prendo quel maledetto autobus tutti i giorni per andare al lavoro. Mi scoccia muovere la macchina. Sono soldi mal spesi. Non che ci manchi, quello certo no, ma non è certo un modo buono per buttarli. Lei lo sa, ma le bugie, come si dice, hanno le gambe corte. Le donne sono stupide, e lo sono di più quando vogliono fare le furbe; mantenere un segreto. E una mattina me la vedo passeggiare con uno. La sera gli chiedo e lei è elusiva. Mi dice che è un collega, un tale Giannantonio, anche gentile. Niente di più, niente di meno. E’ proprio quell’essere evasiva, la sua vaghezza, a mettermi la pulce. Non un vero sospetto. Solo un malessere senza senso a cui al primo momento non avevo dato credito. Ma il dubbio è una cosa che spesso monta col tempo. Sarà la crisi del settimo anno o che altro. Sarà che un po’ sento di averla trascurata. Sarà che sono a combustione molto lenta. Sarà quel che sarà ma scopro di poter conoscere una punta di gelosia. So che non lei, che lei non lo farebbe mai, ma un giorno telefono e mi prendo ferie. C’è il bar proprio davanti al nostro portone e lì mi apposto. Dopo una mezzora la vedo uscire. Vuoi vedere che s’è fatta guardinga, e attenta. Seguirla non è un reato, e nemmeno poi così difficile. Sembra sentirsi sicura di sé quanto di me. Mi crede già alla mia scrivania. Pare non avere nessuna fretta. Al semaforo all’angolo ecco chi ti incontra se non Giannantonio. Sale in punta di piedi per un bacio sulla guancia. Niente di che. Lui è abbastanza alto. Molto, direi. Mi tranquillizzo, ma qualcosa non mi torna. Per entrare entrano nel portone delle generali. Ancora niente di strano, lì ci lavora. Sono stato proprio uno stupido. Poi mi domando perché un collega dovrebbe andarle incontro.
Ci giro intorno tutto il giorno e la sera e la notte ed il giorno successivo. Gli chiedo com’è andata la giornata. Mi risponde tutto monotonamente normale. Mi giro nel letto. Decido di farle una sorpresa. La sera vado ad aspettarla. Esce sottobraccio a Giannantonio. Come mi vede si stacca. Le spiego di essere passato per portarla a prendere una pizza. Me lo presenta e saluta il collega con una stretta di mano. Mi spiega che non è proprio un collega ma il suo capo direzione. Mastico la pizza in silenzio e mastico amaro. Si è staccata dal suo braccio con imbarazzo. La pizza mi resta sullo stomaco e non solo quella. Appena a casa cerco di parlarle. Lei mi da del pazzo. Io insisto. Mantiene la sua versione sulla mia pazzia e il suo amore. Perché dovrei saperlo? So solo che nessuna rassicurazione mi può convincere. Un po’ alla volta mi altero e la mia voce sale di tono. Mi invita a calmarmi. A letto torno sul discorso con molto delicatezza. La assicuro che in fondo sarei anche in grado di capirla, senza rassicurare me.
Alla fine lei cede, scoppia a piangere e confessa. A sentire lei è tutta colpa mia. Sono cambiato e la trascuro. E’ stata solo una follia, un errore, una debolezza; nulla di importante. Aveva bisogno di tornare a sentirsi donna, di sentirsi desiderata. Mi rinfaccia di aver scordato il compleanno. E l’anniversario. Di non saperle parlare che di lavoro. Di averle fatto mancare anche quel poco. Sono furibondo, le sputo addosso i peggiori epiteti. Mi prega di non alzare la voce. In realtà le mie erano parole violente ma non stavo gridando. Non voglio che i vicini sentano. Non so che fare. Ci addormentiamo dandoci le spalle. In realtà sospetto che nemmeno lei sia riuscita a dormire bene. Non faccio che rimuginare dentro. E più ci penso più sale la rabbia, e con la rabbia scopro nascere della curiosità. Inizialmente vorrei solo trovare una risposta ai primi elementari perché. Eppure mi aveva messo sull’avviso mia mamma, per quei capelli e quella kappa nel nome. Non c’era di che fidarsi. Ma i giovani non vogliamo mai accettare la saggezza degli anziani.
Allora m’era sembrata una stupidaggine. Insomma stavo per uscire senza nemmeno farmi la barba. Passo il giorno a guardare l’orologio. A cena non riesco ad alzare gli occhi dal piatto. Mi chiede per l’ennesima volta scusa. Mi assicura che era fuori sede. Che appena lo vede fa finire quella follia. Dice che non vuole più vedermi così. Ch’è pentita. Voglio sapere tutto. Dove. Come. Quando. Quanto. Mi giura su sua madre. Mi giura che non dura da più di due mesi. Sessanta giorni, mi sembrano un eternità. Capisco il suo imbarazzo. La invito a continuare. La incoraggio; e la sollecito. La prego di andare avanti. Com’è cominciata mi pare di poca importanza. Non è una scusa che sia stato lui a corteggiarla e che le abbia, seppure per un attimo, fatto perdere la testa. Veramente lei dice che si tratta della tramontana. Mi sembra un dettaglio irrilevante. Sono decisamente geloso, e un po’ invidioso. Mi sento sotto esame. Provo fastidio e aumenta la curiosità. Più lei parla e più le chiedo. E con la curiosità appare dentro di me una strana sensazione. Non fossi così furibondo direi che il suo racconto non manca di provocarmi una leggera eccitazione. Anzi mi sento attratto come da tempo non mi succedeva. Devo ammetterlo che quella notte abbiamo fatto all’amore e che è stato bello; particolarmente bello. Lei mi nascondeva il viso sulla spalla ed è tornata a piangere, ma in silenzio. Non ho sentito i suoi singhiozzi ma le lacrime scivolarmi sulla pelle. Ero tentato di dirle che la perdonavo. Ero tentato di staccarla e dirle che non le credevo. Che doveva pensarci prima. Ma era tutto così fantastico che alla fine sono sprofondato in un sonno pesante e ristoratore.
Le ho detto che non mi sarebbe dispiaciuto di incontrarlo, il mio rivale. Alla fine abbiamo deciso di invitarlo una sera a cena. Ero emozionato aspettando quella cena e non sapevo cosa aspettarmi. S’è presentato con un paio di bottiglie di brunello, il che non guasta; e testimoniava del suo buon gusto. D’altra parte Monika era una sufficiente garanzia; è ancora bella come allora. Era elegante ed educato e garbato e sapeva intrattenere; era un buon parlatore. Aveva attenzioni e parole carine per lei ma restava molto misurato. Non avessi raccolto le confessioni di mia moglie niente avrebbe potuto mettermi il minimo sospetto. Doveva essere il vino ma mi sentivo elettrizzato. L’ho pregata di essere gentile con lui. Tutto sembrava filare bene. La cena era ottima, anche in cucina quel diavolo di mia moglie ci sa fare. Quando sono andato a raggiungerla per aiutarla a portare i contorni l’ho pregata di essere carina con lui. Le ho detto che i suoi perché non richiedevano nemmeno una risposta. Che volevo vedere. Lui pareva accorgersi appena di lei. Abbiamo scoperto di essere tifosi della stessa squadra. La serata stava diventando eccitante. L’ho implorata di essere più libera. Mi ha chiesto quanto. Certo che le donne sono ben strane. Le ho spiegato che insomma… un po’ maliziosa; anzi proprio provocante. Non la conoscevo sotto quella veste. Era una Monika nuova; una vera scoperta. Lui faceva fatica a mostrarsi indifferente. E più lui faticava più lei sembrava metterci impegno. Ero così curioso della situazione e degli sviluppi che stavo scordandomi di me. Fossi stato più presente credo che il poveretto non avrebbe mancato di farmi pena. Mi fossi controllato di più mi sarei reso conto che mi stavo eccitando come non lo ero mai stato. Alla fine a lei bastò guardarmi per capire. Intanto la distaccata e controllata signorilità, quasi indifferenza, di Giannantonio si trasformava in imbarazzo. Aveva smesso di essere carino per essere solo sudato. La cravatta lo soffocava.
Vederla amoreggiare con un altro sotto i miei occhi mi rendeva letteralmente pazzo. La volevo e volevo vederla farlo con lui. In quel frangente Monika si stava rivelando una vera artista, un vero diavolo. Riusciva a mostrare con attenta disinvoltura ogni sua avvenenza, e poi sempre più con spudoratezza. Sfoderava sorrisi amicanti, anzi proprio porchi. Ogni volta che si piegava i suoi seni rischiavano di esondare dagli argini, di fuoriuscire. Ogni volta che si chinava era un lacerante grido e una promessa. Sì, perché è proprio bella la mia Monika. Non me n’ero reso conto a sufficienza. Lui non sapeva più come comportarsi e alla fine ha dovuto fare lei, ha dovuto arrangiarsi da sola, davanti ai miei occhi sgranati. Ha dovuto fare e disfare. Liberarlo da quella ragionevole riservatezza e degli abiti dopo essersi liberata dei suoi. Con una sfacciataggine talmente disinvolta da far sembrare tutto normale. Erano proprio belli e non voglio dire di più perché non sarebbe nemmeno carino. Non l’ho amata con tanta violenza nemmeno quando eravamo solo due studenti. Da quella prima volta Giannantonio viene a cena da noi ogni giovedì. Non hanno più bisogno di nascondersi e di chiudersi in uno squallido ufficio. Lei non ha più potuto lagnarsi della mia insensibilità e d’essere trascurata. E io ho scoperto cos’è il vero amore. Ma per questo fine settimana ho invitato Carloalberto. Lui è un tipo molto meno signorile; è uno spiccio; un vero maschio. Con lui ho già chiarito tutto. Può fermarsi tutta la notte da noi. Voglio che lei lo faccia uscire di testa. Spero solo che lo sappia trattenere almeno fino a fine cena. Mi aspetto che lui le dia una… una bella passata. Già me li vedo davanti agli occhi.

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Augusto aveva sempre fatto per intero il suo dovere. Tranne una eccezione: solo lui sapeva perché quella cartolina da Agatti¹ non l’aveva mai consegnata. Quell’incarico sembrava fatto su misura per lui. Conosceva tutti e con tutti trovava un sorriso e spesso anche qualcosa di più. Incontrava persone che si facevano prendere dalla sorpresa e altre che aspettavano impazienti le notizie, gente di tutti i tipi. Ormai conosceva tutti. Per tutti aveva una lettera, della corrispondenza, e una parola. Ormai l’intero quartiere non aveva segreti e aveva stabilito amicizie e conoscenze. Ma non c’è un altro modo di fare quel mestiere. Un postino e uguale a tutti gli altri postini. C’è chi ti lascia sulla porta e chi ti scarica addosso ogni suo patema. Si deve prendere le persone per quello che sono.
Aveva dovuto imparare anche gli orari più opportuni per il recapito. E spesso dietro quelle porte si nascondevano dei veri drammi umani. A Teresa erano tre anni che il figlio dall’Argentina non dava notizie. A Sante era venuto a mancare un fratello di quarantacinque anni. Veronica era a letto con una brutta bronchite. E via discorrendo così. Poi c’erano i poveri e i nuovi poveri. Era per lui spiacevole portare alla signora Giuseppina le bollette, ed era così anche per altri. A volte con la vecchia signora le riconsegnava dopo che aveva ricevuto la pensione, ma non era una soluzione, era solo per sentirsi bene con sé. Alla Gabriella, che aveva finito il contratto di progetto, aveva cercato di mostrarsi comprensivo e l’aveva consolata, non poteva fare di più. Non poteva certo assumersi la spesa con quella miseria che riceveva dalle poste e ad essere onesti la giovane aveva virtù per le quali era di piacevole consolazione.
In quel mestiere c’è anche quello. Con alcune aveva ormai un appuntamento fisso. Non aspettavano la posta, aspettavano lui. Doveva stabilire questo particolare giro minuziosamente perché non voleva deludere le sue sposine e nemmeno il suo amor proprio. Elisabetta, ad esempio, era una vera furia scatenata ma aveva argomenti a cui è impossibile dire di no. Quelle di Augusta erano una vera arma impropria, sode ed enormi, avrebbe dovuto assicurarle. Vincenza lo faceva per mestiere ma con lui lo faceva per simpatia. Caterina faceva degli ottimi agnolotti al sugo di cinghiale ma lui lo sapeva solo per sentito dire. Aveva avuto dei piccoli problemi con Ester, e con… al momento non gli veniva il nome, che diceva di essersi innamorata. Altre avevano avuto solo un attimo di, come la chiamavano loro, debolezza; o dolcezza. Altre ancora, ma queste si potevano proprio contare sulle dita, s’erano limitate a festeggiare con lui la buona notizia. Una volta sola. Insomma, erano donne.
Ma non era sempre così piacevole. Il ragioniere del quinto era scappato all’estero nottetempo prima dell’arrivo della finanza. Il tapino aveva lasciato senza notizie una moglie e una giovane amante e la vecchia madre. Per contrappasso il meccanico dietro il distributore gli faceva sempre un prezzo speciale quando doveva ricorrere a lui. Per questo anche il veterinario. Poi c’erano i casi indelicati che avrebbe pagato per non trovarseli buttati addosso. Il martedì aveva dovuto raccogliere la disperazione di Filippo che aveva trovato la moglie intimamente abbracciata nuda con il garzone della macelleria nel loro stesso letto; nudo anche lo stesso garzone che era un ragazzotto alto e robusto. Cosa poteva dire al pover’uomo? cosa gli poteva consigliare? La sposina non riusciva a resistere alla presenza di un paio di pantaloni. Ne andava proprio di testa e se ne vedeva un paio non aveva altro pensiero che sfilarglieli. Lo sapevano tutti, tutti tranne naturalmente il povero cornuto. E lui avrebbe potuto ben testimoniare che la mogliettina sapeva cosa fare dopo, messo un uomo a suo agio senza calzoni e mutande. Ma lui portava la posta alla signora Vittori il mercoledì.
Ne avrebbe avute di storia da raccontare. Perché si incontrano quelle cotte e quelle da cucinare, di storie. Aveva interrotto Cosimo sul più bello mentre si sollazzava con l’amichetto. Non l’avrebbe mai immaginato. Come può un uomo essere uomo e no a seconda del momento del giorno? Magari nemmeno lo avrebbe capito se non si fosse presentato alla porta impacciato e sudato in accappatoio e voglia evidente e l’altro non avesse messo fuori la testa dalla porta della camera. La padrona di casa era ignara in vacanza o forse era disinteressata. Con la Albrigi era stato invece fortunato e l’aveva amaramente cancellata dalla lista. Il marito era rientrato all’improvviso senza preavviso. Per fortuna lui stava ancora prendendo il caffè e l’uomo aveva trovato tutto in ordine e nulla da ridire. Un postino in casa, se seduto in cucina davanti ad una tazza fumante, non desta sospetti, anche se la donna è il vestaglia e sotto non porta nulla. E poi anche l’abbigliamento si può capire alle dieci del mattino quando la poveretta non ha impegni di lavoro e l’obbligo di lasciare troppo presto il letto. Erano quelle le sue storie e il suo segreto. Gli amici gli chiedevano sempre meno fiduciosi, ma lui non aveva mai raccontato nulla, era come un parroco nel confessionale.
Quel dieci di giugno, la data l’avrebbe ricordata per un pezzo, quella busta l’aveva lasciata per ultima. Cosa poteva volere un avvocato da lui? L’aprì con precisione chirurgica. Adriana gli faceva scrivere e gli chiedeva la separazione. Così, all’improvviso e senza nessuna spiegazione. Passò per casa e si preparò la valigia, era meglio che lei fosse al lavoro, tanto sarebbero state inutili stupide spiegazioni. In fondo non aveva nemmeno molte cose da mettere in valigia né molte cose dietro che valesse ricordare. Avvertì la vecchia madre e richiuse la raccomandata con precisione, e la rispedì al mittente perché il destinatario non era reperibile all’indirizzo indicato.


1] Isola con aeroporto nelle Laccadive.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteSolitamente i messaggi anonimi non erano presi in considerazione; lo mise nel cassetto e se ne scordò. Sebastiano non avrebbe saputo dire perché l’aveva conservato, forse per la stranezza della denuncia: “Mio marito è un cornuto”. Forse perché ne aveva riso o perché a Quattrocase non succedeva mai niente. In più l’anonimato del biglietto, scritto con lettere di una nota rivista di gossip, era tradito dall’autore, cioè l’autrice, che non aveva risparmiato macchie e impronte e aveva scritto la busta in stampatello con tanto di mittente sul retro. Se ne ricordò davanti a quella segnalazione di sequestro prima di recarsi sul luogo. Riprese in mano la prima comunicazione e l’indirizzo era lo stesso. Era quello che si dovrebbe dire un indizio. Venne ad aprirgli una donna rossa, piccola, con gesti rapidissimi e una vocina squillante, che impegnava ogni gesto ad essere graziosa. Lo invitò a sedersi e gli chiese se gli poteva offrire qualcosa. Lui non prendeva mai niente in servizio e non fece cenno di quello che sapeva. Lei si dilungò a descrivere il rapito e solo alla fine si disse certa che fosse tenuto segregato da quella smorfiosa del ventisette costringendolo a fare quello che voleva, quella viziosa, che aveva sempre provato invidia e guardava suo marito con degli occhi…

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