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Posts Tagged ‘crisi’

Fare il fantasma per un fantasma non è ormai la cosa più semplice del mondo. I pochi castelli ormai hanno tutti il loro. Che colpa ne ho? fantasmi si nasce, cioè si diventa ma bisogna averne la predisposizione fin dalla nascita. E molti di noi, se non tutti, hanno una storia triste dietro le spalle. Mi sono anche presentato in un set di seconda categoria ma c’era la fila. La vita per noi si è fatta sempre più difficile. Non ci chiamano più nemmeno per le feste dei bambini. Dicono che siamo fuori moda. Eppure l’eternità non dovrebbe mai passare di moda. E’ un mondo che proprio non capisco. Disperato mi sono offerto ad una paninoteca, disposto a stare sulla porta ed invitare i passanti ad entrare. Al limite come buttafuori. Non che mi siano ormai rimaste molte energie. Sono due giorni che non metto nulla sotto i denti. Si sono messi a ridere. Sembra che i fantasmi non facciano più paura a nessuno. E se non facciamo più paura a nessuno allora a che serviamo, noi fantasmi, che per tutto il resto siamo innocui? Non abbiamo mai imparato a succhiare il sangue, che è anche volgare. Non ululiamo alla luna piena e non sbraniamo innocui e pacifici sprovveduti. Non c’è ne usciamo da vecchie tombe polverose per girare barcollando come ubriachi. Non ci nascondiamo nel buio o sotto i letti. Non facciamo niente di quello che fanno tutti quegli idioti e assassini che si pavoneggiano in tante trame gotiche.
Hollywood si è scordato da tempo di noi. Eppure il gotico l’abbiamo inventato noi. Anche se sbuco fuori all’improvviso non mi degnano nemmeno di una rissata. La nostra colpa è che non facciamo del male a nessuno. Qualche rumore, per nulla. Qualche risata sinistra. Trasciniamo qualche catena. Tutto qui. Niente di che. Niente che non si possa tranquillamente vedere in qualsiasi cinema e anche in televisione. Tutto questo mi è stato detto anche da un tizio volgare privo di qualsiasi gusto. Eppure nessuno porta il cilindro come lo porto io. Ha due cavita orbitali vuote così affascinati e sensuali. Sa rimanere anche in silenzio senza una parola e muoversi tra le ragnatele senza strapparne nessuna, nemmeno le più sottili. Ho provato anche a riciclarmi e fare il prestigiatore, per il cilindro, ma le mie dita adunche e ossute mi rendono impacciato. Non mi aiutano. Non c’è niente da fare. Eppure indosso il mantello come pochi. Ma nessun coniglio vuole entrare nel mio cappello. Forse per quell’odore stantio di passato. Forse per la polvere, ma polvere siamo e polvere siamo tutti destinati a diventare. Non mi hanno nemmeno voluto come venditore di palloncini. Anche al luna park è finito ormai quel nostro mondo in bianco e nero. Devo proprio decidermi una buona volta. Devo imparare ad ammazzare per poter vivere.

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pantaloni-skinny-cinque-tasche-blu-infanzia-bambino-vc500_1_lpr1Via dei tessuti, 69. Offerte di fine stagione. I cartelli in vetrina dicevano che: A chi avesse portato un paio di pantaloni usati, solo se in buono stato, sarebbe stato concesso uno sconto del 20% sull’acquisto di un paio di nuovi. Non lo sapeva come gli fosse venuta in mente quell’idea che subito gli era sembrata balzana. Le aveva pensate tutte ma le vendite continuavano a essere in calo. Non era la crisi. Quella era una vera e propria catastrofe. E lui, il solito ottimista, aveva fatto anche più acquisti dell’anno precedente. Decisamente troppi. L’attività era a rischio. Bella pensata. –si era detto ironicamente.
Erano tre giorni che non entrava un cliente che era uno. Ormai era rassegnato. Quel mattino aveva aperto l’armadio e si era accorto di quanti calzoni possedesse. Di tutte le forme e colori. Era naturale poiché li vendeva a se stesso. E li pagava a prezzo di costo. Non come i suoi clienti. Erano comunque tanti. Alcuni non li aveva ancora mai messi. Chissà quando e se? Certi avevano ancora il cartellino appeso. E lui aveva pur sempre un sedere solo. Anche se era il padrone del negozio. Forse era stato questo, il suo armadio, a suggerirgli l’idea di quella promozione bislacca.
Invece, incredulo, aveva visto arrivare il primo cliente. Poi un paio e una coppia. Sempre di più. Un vero successo. Fuori alla porta c’era la coda. Era una sorta di scambio. Qualcuno persino si era spinto a congratularsi per quella splendida idea. Era stata una donna. Quelli che ritirava, dopo averli ben controllati, se era il caso li portava in pulitura e poi diritti alla Caritas. Era una sorta di socialismo del pantalone. Chi ne aveva in più li riconsegnava e andavano a finire a quelli che non ne avevano. A chi ne aveva pochi. A chi aveva più toppe che stoffa. Vedendo il successo pensò che una promozione simile si poteva abbinare a qualsiasi capo di abbigliamento. Diamo tempo al tempo. –si disse– Vediamo come va a finire questa volta. C’è sempre tempo per ripetere l’offerta.
Qualcuno si mostrava più generoso. Uno aveva portato un intero guardaroba di calzoni in cambio di un solo paio di nuovi, con lo sconto del 20%. Un paio di clienti non avevano nemmeno voluto lo sconto. Altri avevano solo lasciato i loro vecchi affermando che non avevano bisogno di averne di nuovi. Però a uno, che probabilmente fingeva di non capire, che faceva il furbo, si era trovato a dover spiegare che quello sconto non era cumulativo. Per un paio usato il massimo era un paio nuovo. Due per due. Tre per tre. Eccetera. Una tipa assurda se li era tolti nel mezzo del negozio ed era uscita senza. Senza aggiungere un fiato. Con la sola maglietta che la copriva appena. Intanto batteva i tasti della cassa come quando non c’era ancora l’euro. Anzi come molti anni prima. Come negli anni che si ricordavano come l’epoca del boom.
Le cose gli andavano così bene che fu costretto a prendersi una commessa per avere aiuto. Assunse Benedetta così se la poteva vedere intorno senza che la moglie dicesse niente. Le cose migliorarono a tal punto da trovare spazio persino nella stampa nazionale. Ma il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Una notte con un gesto vandalico con sasso gli infransero le vetrina. Poi ricevette minacce con una missiva anonima da parte di una fantomatica Lega dei poveri ricchi; così si firmavano. Denuncio la cosa alla polizia la quale da subito non nascose i propri dubbi di poter raggiungere qualche risultato sui colpevoli del vile gesto. Questo scatenò un pandemonio di proteste e un vero assalto delle masse decise a manifestare la loro solidarietà. La Caritas non aveva mezzi sufficiente per ritirare tutti i pantaloni usati che arrivavano in negozio. Fu allora che si trovò costretto ad assumere anche Tamara, una notevole brunetta. E l’eccesso di rientri fu costretto giocoforza a mandarlo in Africa. Pensò che il mondo fosse migliore di quanto avesse mai sospettato.
Finalmente poteva cambiare la macchina. E prendere quegli orecchini che sua moglie guardava sospirando da anni. E avrebbero potuto anche provare a fare quel viaggetto che sognavano e rimandavano da tanto tempo. E, perché no, forse fare un pensierino anche a cambiare casa. Teneva nel cassetto quel sasso che era stato la sua fortuna, la goccia che aveva riempito il vaso fino a farlo traboccare. Poco importa se la mano ignota era la sua. In fondo che male c’è a dare un piccolo aiutino alla fortuna? E poi era assicurato. Forse avrebbe assunto anche un extracomunitario, forse persino di colore. Gli piaceva sentirsi generoso e fare del bene. E che questo poteva portare giovamento agli affari. Per la primavera-estate aveva programmato di ritirare anche giacche in pelle e pellicce usate con una promozione colossale. Nel frattempo, al negozio, intanto potevano benissimo badare le due ragazze.

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crisi-lavoroLe cose son più facili a dirsi che farsi. Sembra la più semplice delle banalità. Forse per Lidia non era così. Erano tornati assieme. Era stato tutto come una favola. Come si fossero salutati la sera prima. La stessa bellezza. Si potrebbe dire la stessa passione. Forse anche di più. Erano più maturi. Più consapevoli. Ma lei aveva cominciato a sognare. Nella notte lui la lasciava. Ancora una volta. Cento volte. Come quella volta. In modo diverso ogni volta da quella volta. E lei si svegliava disperata. Sudata. In preda all’ansia. E lo cercava al suo fianco, tra le lenzuola. Sarebbe stata una pessima giornata. Dopo era sempre di cattivo umore. Irascibile. Non poteva farci niente. E quei sogni erano sempre più frequenti. Se di giorno le era stato facile, la notte non riusciva a scordarlo il suo tradimento. Si ripeteva e si ripeteva.
Teresa diceva che aveva fatto male a rimettersi con lui. Teresa diceva che era una sciocca a pensarci. Teresa diceva che i sogni non sono che un’immagine complessa della verità; ma non sono la verità. Teresa diceva che quelli, i sogni, non contano, sono solo fantasie; bizzarrie della mente. Teresa diceva questo e quello e lasciava libero sfogo alle parole, alle innumerevoli parole. Sempre così sicura di sé. Certa nei suoi fallimenti. Mille amori e nessun amore. Lei non sapeva che lei sapeva. Era stata anche Teresa una tra i suoi tanti tradimenti. Glieli avrebbe perdonati. Quello che non riusciva a perdonargli era che alla fine l’aveva lasciata; e il come. Almeno non riusciva a perdonarlo la notte, nei propri sogni. E lui le diceva che era una stupida. Che era stato il più grande sbaglio della sua vita. Che non si sarebbe ripetuto. Che aveva capito. Che era cambiato. Che aveva bisogno di lei. Che non sarebbe mai successo. Persino che l’amava.
In certi momenti le sembrava tutto vero. Tutto bello. Poi sognava quello. Non riusciva a liberarsene. Gli credeva ma non riusciva ad aver fiducia in lui. A sentirsi sicura. Protetta. Veramente non si era mai sentita protetta vicino a lui. Si era sempre sentita… precaria. Anche allora. E quel mattino si era svegliata più agitata delle altre volte. Aveva cominciato a radunare le sue cose. Cosa fai? Me ne vado. Cosa succede? Ti lascio. Non puoi farlo. Posso e lo faccio. Perché? Perché non posso vivere per sempre di questa paura. Ma io non ti lascio. Ma tu l’hai già fatto. E’ stato uno sbaglio; ti ho già chiesto scusa. No, è stato un incubo. Ti mancavo? Sì! mi mancavi. Ecco, vedi! Preferisco perderti che continuare ad aver paura di perderti.
Più ne parlava e meno era certa di quella decisione. Cominciava a sentirsi stupida. Con lui era sempre così. La rabboniva e poi ricominciava tutto. Lo vedeva distratto. Ora la guardava come si guarda una che straparla, che si lascia trascinare da un’isteria tutta al femminile. Che ha solo voglia di litigare solo per il gusto di litigare. Come se si fosse bruciata la cena e non sapesse come dare la colpa a qualcuno tranne che a se stessa. La guardava, insomma, in quel modo; incredulo. Mentre lei infilava gli abiti in una borsa Ma capisci quello che fai? A male estremoNon vedi che è una cosa stupida. Non posso più vivere con la paura di perderti. Era determinata, o almeno cercava di esserlo E’ una pazzia. Mai stata più lucida. Sapeva che lui le leggeva dentro. Cercava di nascondergli ogni incertezza. Si svuotava la testa e buttava tutto dentro alla rinfusa, disordinatamente. Forse avrebbe dovuto farlo prima. Forse nemmeno ricominciare. Doveva capirlo che una storia non più sopravvivere a se stessa. Ma lui sembrava tranquillo, non le credeva. Pensava che sarebbe bastato un abbraccio. E lei sarebbe scoppiata a piangere. Si sarebbe data tutte le colpe. Si sarebbe detta una stupida.
Quando uscì dalla porta non sapeva dove andare. Fu solo un attimo di panico. Non gli aveva lasciato il tempo per quell’abbraccio. Sapeva solo che non sarebbe tornata indietro. E aveva gli occhi gonfi di lacrime.

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In agosto, sdraiato con le palle al sole, lo scrittore ha la sua crisi narrativa. Non una vera e propria mancanza di ispirazione ma un mancanza di ispirazione. O una extra ventilazione. Sarà per quel poco che dicono i giornali, e per il tanto che tacciono. Perché anche i cervelli più prolifici sono in vacanza o comunque a riposo, almeno più del solito e del dovuto. Saranno le bibite ghiacciate e la vivacità che da il sole ai colori. Sarà per la fatica che ha fatto per conquistarsi un posto e poi arredarlo per sopravvivere alla calura fino a sera. Al pensiero di poi dover smontare tutto per poi il giorno dopo ricominciare. Sarà perché ha scordato di portarsi il costume di ricambio e perché ogni giorno scorda qualcosa. Saranno le copertine delle riviste da donne che gli uomini spiano con una attenta noncuranza simmetricamente omogenea all’interesse. Oppure che quei commenti sulle stesse, stupidi e lapidari, che credono salaci non riuscendo a trattenerli all’ultimo, e per la sorpresa spaventata che provano per averli detti e per essere stati sentiti.
Sarà perché tutti quegli uomini restano a scarso di commenti, dato che il campionato non c’è, quando non possono parlare di donne, per esaurimento o per una vicinanza femminile più o meno famigliare. Sarà perché le parole e i giudizi cominciano ad essere sempre gli stessi e a lungo andare si annoiano da soli e le leggende rischiamo di morire per mancanza di linfa e di fiducia. Sarà perché molti hanno fatto i bravi la notte e fino alla prime ore ed ora agonizzano boccheggiati come pesci appena esposti sul banco.
Sarà per la cialtrona, più o meno spudorata, esibizione di tutte quelle carni nude con più o meno o differenti attrattive.
Sarà il fracasso che circola intorno, e per i vicini di ombrellone, o per la bruna nella sdraio che legge il giornale attraverso gli occhiali da sole, ma di sbieco alle lenti oscuranti spia e controlla il bagnino, ma si accontenterebbe anche di uno scrittore non proprio in forma, persino di un giornalista, pur di avere qualcosa da raccontare al ritorno. Magari solo qualcosa da raccontarsi e su cui aggiungere brani dalla propria fantasia. Sarà perché se la compagna dello scrittore si accorge e fa lo stesso percorso mentale a quella donna bruna gli strappa gli occhi. Sarà perché al mare è impossibile restare solo, e c’è pure il fracasso della musica da balneazione. Sarà perché dopo la decima sigaretta che infila e affonda nella sabbia non sa più dove mettere i piedi e accartoccia il pacchetto ormai vuoto, ma non sa dove buttarlo senza doversi alzare. E la sabbia intanto s’è fatta incandescente e fuma anche lei ma non per le cicche che le ha cacciato in pancia. Sarà perché lei, la sua compagna, si alza con la scusa del bagno e di un caffè, e se ne va sculettando e pretendendo che lui glielo guardi e quella pretesa la estende a tutti i presenti. Sarà perché non c’è niente di più banale della spiaggia in estate e di viziare e impigrire il proprio corpo all’ombra di un ombrellone.
Sarà perché all’improvviso, e con grande sorpresa, viene un’idea e poi sparisce com’è venuta, alla stessa velocità. Forse era solo il desiderio di una birra ghiacciata. Chissà? Sarà perché appena rimasto solo la stessa donna bruna all’improvviso si risveglia dal suo torpore e poggia il libro per quell’estate: “Ma lei.. per caso… non è… no! scusi, mi sbagliavo. E’ che gli assomiglia proprio”. Sarà perché per parlargli si è appoggiata sul gomito, la sdraio ha cigolato paurosamente e il reggiseno ha faticato a vincere la forza di gravità, e allo stesso tempo si è allungata, confondendosi a quella dell’ombrellone, l’ombra inquietante della compagna dello scrittore che proprio allora è tornata. Sarà perché, per una volta, lo scrittore ha la sensazione che no! non assomigliava a quello ma era proprio lui e ingoia una imprecazione assieme alla propria saliva. Sarà per quelli che giocano schiamazzando finché non cedono alla fatica grondanti di sudore, o per quelli che passano e ripassano e ripassano ancora senza interruzione in cerca di preda. Oppure perché la signora mora era un po’ oltre una ragionevole tentazione, e lo scrittore si accorge che mentre lui si controllava intorno, intorno controllavano la sua compagna, e con fin troppa attenzione. Sarà perché a quell’ora la spiaggia è fatta solo di carne, e altra carne ammassata.
Sarà perché i romani sono tutti un po’ ciacioni e piacioni e allo stesso modo cafoni e non si distinguono più dagli altri che chiamano rumorosamente burini ma semplicemente tra romanisti e laziali. E’ perché non si rende conto della ragione per cui, lui che è lombardo, deve finire in una spiaggia di Romani come quella che non è per nulla dissimile da tutte le altre. Sarà perché molto più stupidamente e banalmente quando ha la sabbia sulla pelle si sente come pronto per l’impanatura, e perché teme che arriva da un momento all’altro il momento in cui dovrà ricospargere di crema la sua compagna. Perché lo prende il panico mentre cerca di ricordare il nome di quella gentile e avvenente compagna che lo ha accompagnato in quel girone dantesco.
Sarà perché già comincia a spandersi l’odore di matriciana e va a mescolarsi al caffè colpendo direttamente gli stomaci più deboli ancora pieni della cena del giorno prima. E perché quando cerca di assentarsi, magari invocando la scusa un attimo di riposo, c’è sempre qualcuno che arriva per vendergli uno stormo di cose assurde ed improbabili che mai vorrebbe possedere. Sarà per la ragazzina che s’è slacciata il reggiseno per prendere il sole sulla schiena senza quegli orribili segni, e poi si è assopita sotto il sole, e poi s’è rigirata senza ricordarsi del reggiseno e senza smettere di dormire. Sarà per quelle tette ancora acerbe e perché tra tutte quelle volontariamente palesate queste sono intensamente quanto involontariamente confessate. O forse per l’atroce dubbio che la giovane non stia affatto dormendo e non ne sia affatto inconsapevole ma semplicemente nasconda gli occhi chiusi e una sorta di furbo e soddisfatto sorriso, anche lei dietro occhiali dalle lenti riflettenti. Sarà perché si chiede come mai non ha mai scritto un romanzo sulle tette, e perché si trova a confrontare quelle orgogliose e compiaciute della pischella con quelle rassegnate della signora i cui capezzoli, nonostante la fatica immane del costume, rivolgono lo sguardo decisamente a terra. Sarà per una ragione molto più semplice: che non ha mai sopportato il mare.

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Torno a casa e la trovo in taverna. Non toglie gli occhi dalla televisione. Lei sa che non mi piace che si fumi in casa, soprattutto dove dopo dobbiamo mangiare. Se ne frega. Lei. Come se non glielo avessi mai detto. Lo fa apposta. Me lo sono giurato. Non le darò la soddisfazione. Ci ho pensato tutta la strada. Ci ho anche sperato. Niente. Lo sapevo.
Tutto bene”?
Mi risponde annoiata facendomi il verso: “Tutto bene”?
Poggio la giacca su una sedia. Mi fa cenno di toglierla. Fingo di non accorgermene. Mi abbasso per baciarla. La sua mano mi allontana come si spinge via il fumo. Alza le spalle. Dialoga muta con la sua noia. Mi allento la cravatta e mi rimbocco le maniche. Temo che quel gesto possa sembrare una dichiarazione di battaglia. Nei suoi occhi passa quella nebbia. Il fumo che spinge fuori con un respiro stretto. Da quando son diventati così vuoti? Si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Sono rimasti priva di qualsiasi riflesso. Restiamo un attimo in silenzio. In quell’attimo ci diciamo tutto. E i rancori covati per lungo tempo. Ormai sono i nostri attimi di intimità. Aggrovigliati. Vigili. Guardinghi. Pronti per il prossimo attacco. Svogliatamente prende il telecomando. Alza il volume. Di là dal muro battono sul muro. Mi sento stanco. Svogliato. La mia voce dice parole affaticate. Le mie parole escono senza bisogno di una ragione: “Aspettavi qualcuno”?
Chi vuoi che aspettassi. Il principe azzurro”?
I piatti sono nel lavello. Mi metto a lavarli. Metto una pentola d’acqua sul fuoco. Perché non ce lo siamo detti allora? Apro qua e là gli armadietti per vedere cosa c’è. Decido per gli spaghetti. Nel frigo trovo un barattolo di sugo pronto già aperto. Un leggero colletto di muffa ma non e niente. Suona il telefono e lo lascio suonare finché non gli risponde la segreteria. Butto un piatto sulla tavola. Ho avuto una giornata faticosa.
Guarda che io non ho appetito”.
Nemmeno si da pena di rivolgermi lo sguardo. E’ sempre così. Di cattivo umore. Ha ancora belle gambe. Non è cambiata molto. Siamo diversi dentro. Forse cambiati. Forse no. Come consumati. Corrosi dentro. Com’è successo? Quale acido? Che ne so. E tutto ti torna alla mente. E’ la sera. E’ quello che ti porti dal lavoro. Il niente che sta intorno. Questa umidità, che ti entra nelle ossa. Un’umanità che precipita. La crisi economica. Il conto del dentista. Essere padri solo di sé stessi. Quel buco dentro. Il lavoro che non c’è. La perdita della madre. Il tempo che passa, senza fermarsi mai. E’ così. Tutto assieme. Non in modo confuso; no. Tutto assieme. Mescolato. Le cose vengono. Si accavallano. Ognuna cerca di farsi spazio sull’altra. E si accapigliano. Anche loro.
S’è stancato anche il compromesso. Non si accetta più. La pazienza gocciola le ultime energie. E ti chiedi, solo perché non è possibile farne a meno, quand’è cominciata? quand’è stato l’inizio della fine? Fuori il cielo si fa buio. Niente di eclatante. Per quanto lo cerchi non lo trovi, un perché. Ti accorgi dopo; quando tutto ti è scivolato via. Sfuggito di mano. Perché la fine si costruisce di momenti impalpabili, poco tangibili, segni nell’aria, è fatta di tanti piccoli niente. Non è possibile accorgersene. E’ fatta di silenzi. E’ fatta di pazienza. Di un’emozione mancata. Di piccoli tozzi di bocconi amari. Di un ritardo. Di una pasta scotta. Di attese. Persino di impazienze. E’ fatta solo di sé e di quel niente. All’improvviso la capisci e la scopri. E non ci vuoi credere. Non è possibile. Perché nei suoi gesti è stupida. E non hai mai sopportato quando l’altro dice: “Te l’avevo detto”.
E ti rimproveri di non aver saputo accorgetene. Di non averci provato. Di non averci pensato. Di non aver partecipato. Di aver partecipato troppo. E ti rimproveri e nemmeno sai perché. E’ la colonna sonora è quella di sempre. Questi sono i nostri giorni assieme. Lei che mi dice: “Puoi almeno togliere il piatto quando hai finito”.
Io che le dico: “Ti avevo detto di portar giù la spazzatura” –e invece era il giorno sbagliato.
Lei che mi dice: “Puoi essere più delicato e non fare quel tanto fracasso a quest’ora”.
Io che le dico: “Ma se te ne ho dati ieri”.
Lei che mi dice: “Ti sembra bello seminare così tutto”?
Io che le dico: “Possibile che un uomo torna a casa stanco, la sera?”…
Lei che mi dice: “Ma cosa credi? non bastano mai. Non fanno che il calcio a quest’ora”?
Io che le dico: “E’ immangiabile. Completamente senza”.
Le sue sono quasi sempre domande. Lei che mi dice: “Ti serve la macchina anche stasera”?
Io che le dico: “Faresti anche bene ad esserlo, gelosa. Ne avrei motivo”.
Lei che mi dice: “Guarda che il rubinetto perde ancora”.
Io che le dico: “Non puoi lasciarli lì almeno una volta”?
Lei che mi dice: “Ce l’hai sempre in mano come se tenessi in mano il tuo coso”.
Io che le dico: “Non sei certo ordinata tu. Guarda la casa”.
Lei che mi dice: “Hanno telefonato per il mutuo”.
Io che le dico: “Manca solo che fai la gelosa”.
Lei che mi dice: “Pare che ci viva solo io”.
Io che le dico: “E non parlare del mio coso. Una volta non era così”.
Lei che mi dice: “Va via troppo vino in questa casa”.
Io che le dico: “Mi chiedo come fai a passare il tempo.” –questa proprio me la potevo evitare. Me ne sono pentito subito.
Lei che mi dice: “Sempre pronto a criticare, tu. Sono forse una stupida”?
Io che le dico: “Guarda che ci stanno aspettando. Sai che a me non piace”.
Lei che mi dice: “Guarda che ho incontrato la Jole, oggi, al mercato”.
Lei che le dice: “Una volta non era così”.
Lei che mi dice: “Pensi solo a cambiare la macchina. Non ha altri pensieri lui, in signorino”. –quando vuole sa come ferirmi veramente; come farmi incazzare.
Io che le dico: “Ma se è una vita che vivo con una che si alza col muso. Possibile che sei sempre di cattivo umore”?
Lei che mi dice: “Perché non te ne trovi una che te li attacchi i bottoni”.
Lei che le dice: “Sei solo un cafone”.
Lei che mi dice: “Non sono la tua serva.” –solitamente tra noi finisce così.
Lei che mi dice: “L’hai lavata la tua dannata macchina”?
Lei che mi dice: “Uno di questi giorni te lo faccio vedere io. Credi non sia capace”?
Lei che le dice: “Io non sono mai di cattivo umore. Me lo fai venire tu. Quando ti vedo”.
Lei che mi dice: “Vorrei andare al mare”.
Lei che mi dice: “Una volta te la facevi tutti i giorni”.
Lei che mi dice: “Fosse per te, perché… lascia che te lo dica: hai proprio dei gusti di merda. Quale avresti scelto”?
Io che le dico: “Ora calmati”.
Lei che mi dice: “Cosa vuoi fare ora, Picchiarmi”?
Io che le dico: “Dov’è finita anche questa? Era nuova di zecca.” –gli ombrelli, a casa nostra, non bastano mai. Mi precisa che non l’ha preso. Nemmeno toccato. L’avrà lasciato in autobus.
Lei che mi dice: “Guarda che ho studiato anch’io. Per niente. Non pensare di mettermi in bocca le tue idee”.
Lei che mi dice: “Cosa credi che passi il giorno a grattarmela”?
Io che le dico: “Ecco, se c’è una cosa che mi piace è quando diventi volgare.” –questo solitamente la fa infuriare. A lei non piace la mia ironia. Soprattutto quando stiamo litigando. E ci rinfacciamo tutto.
Lei che mi dice come una lunga tiritera: “Ho pazientato fin troppo. Se vuoi, quella è la porta. Ma cosa ho fatto di male? Me l’avevano detto i miei genitori. Ma cosa ho fatto quella volta? Che peccato debbo espiare? Eppure… Dovevo ascoltarli. La voce della saggezza. Un uomo che è come essere sole. Ma le cose si capiscono tutte dopo. Purtroppo. Quand’è tardi”.
E quando ormai la misura è colma, nessuno è disposto a tornare indietro. E allora mi son detto “Vai Pino prima che fai una pazzia”.
Lei mi dice dietro mentre sto uscendo: “Non sono più la tua puttana. Per chi m’hai presa? Per qualcuna delle tue amichette”?
Me ne vado in giro, senza meta. Solo per farla sbollire. Solo per fare quel niente. Per pensare, mi dico. E invece cerco di non farlo. Di non pensarci. Di lasciare che i minuti trascorrano. Ma quelli sembrano immobili. E’ solo che non mi va di tornare. A quest’ora già i bar cominciano a chiudere. La vita muore presto nella città. Le saracinesche sono impiastricciate. Che gusto ci trovano? Tutti scrivono tutto da per tutto. Una scritta imbratta per testimoniare di un grande amore. I ragazzi sono così: gridano sempre a voce alta. Amano le enormità. Grossolanamente. Rifuggono le sfaccettature. O amano, e di un amore immenso, o odiano. Senza via di mezzo. E con poca memoria. Mi fermo in un autogrill per pisciare. Le pareti del bagno sono piene di scritte oscene. Promesse sconce. Numeri di telefono. Un: Eliana è una puttana. Particolari scabrosi sulle varie generosità. Su cosa fa questa e quella, con tanto di nomi. Come un ronzio assordante. Sono tentato di provare un numero. Curiosità. Per vedere se è vero. Provo una leggera emozione per quell’avventura. E’ già finita. E’ tutto così squallido. Sputo. Esco e lascio al banco il caffè.
Se trovo una che ancora mi dice che le piacciono gli uomini con l’auto sportiva giuro che l’ammazzo.

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La grande manifestazione di Roma

Foto di Elena Bellini

Tra i tanti video “amatoriali” sugli scontri del 15 ottobre a Roma in uno c’è una frase sulla quale ho soffermato in particolare la mia attenzione. E’ rivolta ai “violenti” tra i “dimostranti” da un “poliziotto” in tono di spregio e di sfida: “…mi fate schifo. Siete tutti cagasotto”. Perché mi soffermo su questo poche e povere parole di astio che non rappresentano nemmeno chissà quale novità? Forse rappresentano solo ignoranza e intolleranza. Mi soffermo considerando che la piazza non è unita, è anzi frantumata. Ci si unisce solo nella piazza, dentro al vocabolario degli slogan, anzi ci si divide in una semplificazione tra chi vuole utilizzare gli strumenti del pacifismo e chi invece crede nella necessità dello scontro anche violento. Onestamente mi sembra una inutile semplificazione. Quel poliziotto è un frammento di uno stato frammentato. Certo che finché si tollerano interi settori degli apparati dello stato che deviano dallo stesso ordinamento statuale, come è sempre stato, interi settori con profonde matrici fasciste, nessun confronto è possibile tranne quello della Resistenza, qualsiasi Resistenza portata attraverso qualsiasi forma si renda possibile. E’ però sconsolante il modo in cui la sinistra, nelle sue organizzazioni, non ha capito quella piazza andando completamente in confusione. O diamo delle risposte progettuali o rischiamo una deriva autoritaria come risposta.
Io non credo, in tutta onestà, nel grande complotto. Non ho mai creduto in una regia occulta. Credo che un corpo disordinato produce sia gli effetti dello scontro sia una situazione di instabilità che porta la “paura” (che destabilizza) e la conservazione (la richiesta di ordine come sicurezza). Quella piazza ha bisogno di una leadership? Non se ne esce allo stato attuale. Non vedo apparire figure significative al di sopra di quelle divisioni. Ma perché non una “intelligenza” diffusa, una scienza multipla? Ma queste domande mi portano fuori tema, non sono un teorico. Cerco di dire solo alcune cose piuttosto pratiche. La rivoluzione come cambiamento radicale della società può passare attraverso strumenti difformi. La storia ci insegna che è passata attraverso la lotta armata come attraverso un movimento popolare pacifista. Unico dato comune è in quel “popolare”. Ora abbiamo Pacifismo e pacifismo e Violenza e violenza. Non starò qui a soffermarmi in analisi, magari altrove o un’altra volta. Mi sembra solo che la situazione attuale sia piena di incognite ma anche di speranze. Mi pare sia alquanto complicata. Io credo che un “movimento” dovrà inventarsi nuovi strumenti di lotta. E che nulla dovrebbe essere trascurato. E’ pur vero che la mia visione, che può apparire utopia, mi spinge a sostenere che solo una lotta “pacifica” di massa può portare quel cambiamento radicale costruendo contemporaneamente una nuova concezione di struttura statuale. Solo un paese di uomini liberi sarà un paese realmente libero. La domanda in fondo è ancora la stessa: Ma chi aveva interesse a non far arrivare quel mare di folla nella “loro” Piazza?

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Roma dopo gli scontriRoma: 15 ottobre 2011. Arriviamo in piazza della Repubblica con moltissimo anticipo. Ci metto un po’ per capire dove siamo. Anche la politica è un’arte. Questo movimento (15-M più conosciuto come “indignados”) è un soggetto multiplo, una sorta di idra dalle moltissime teste. In grossa parte dice niente bandiere. La traduzione di quella parte è: nessuna bandiera di appartenenza, di partito; tutti sono responsabili di questa crisi. La totalità la riconosce come quella famosa crisi strutturale. Alcuni si spingono persino oltre l’utopia e vorrebbero mettere in piazza assieme destra e sinistra. Nella realtà in piazza già troneggia un enorme striscione: “Falce e martello”. Subito dopo arrivano in pompa magna, con tanto di gazebo e bandiere, quelli di SEL. Come dire che spuntano all’improvviso quelli che fino a ieri erano solo fantasmi impalpabili. La rete dopo si divide tra chi nega il diritto a queste presenze e quelli che soffrono della mancanza della destra. Non sono certo sbigottito: non c‘è piazza, almeno di questo tipo, in Italia possibile senza la sinistra e nel corteo la sinistra rappresenterà una presenza se non totale molto maggioritaria. Quella dietro le proprie orgogliose bandiere di appartenenza e quella, come noi, dietro istanze specifiche come, appunto, la richiesta di giustizia per la Palestina (ma di ciò ho più che parlato). Di cosa vogliamo parlare allora?
Alcune osservazione schizofreniche, altre di assoluta improvvisazione priva di veri strumenti di analisi, altre ancora solo parziali o funzionali e comunque davanti ad un fatto di tale rilievo richiederebbe lo sforzo di cercare di capire. Sospeso tra chi condanna incondizionatamente quella violenza (e forse tutta la violenza), chi a giochi fatti ancora continua a cavalcarla e glorificarla e quelli che condannano per pavidità qualsiasi espressione ancor ferma ma pacifica. Vorrei provarci almeno su alcune piccole cose senza la presunzione di riuscirci perché a volte è sottile la frontiera che passa tra eversione e sovversione, cioè può sembrare quasi labile. Riparto allora da un piccolo messaggio di accompagnamento ad una testimonianza fotografica trovato in rete: “qua colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente l’esemplare servizio d’ordine svolto dai compagni del “Cafiero” di Roma, senza i quali difficilmente avremmo portato le chiappe più o meno incolumi”. E’ naturale che dopo la violenza le anime candide la condannino in toto e ne prendano le distanze e venga criminalizzata qualsiasi forma di violenza fino alla resistenza. Che cosa c’è in gioco, a mio avviso, in quella manifestazione: “la possibilità di dare da sinistra «una prospettiva, una piattaforma, un progetto» alle variegate proposte di quella indignazione spontanea e generalizzata fatta di mille anime”. Il tempo ci dirà chi ha partecipato agli scontri e, se c’è, chi li ha provocati e fomentati.
Parte una caccia alle streghe contro gli anarchici e gli antagonisti che va respinta. Io non condanno nessuno soprattutto i compagni né accetto di entrare nella logica della delazione. Onestamente io non ho ancora elementi per parlare almeno con approssimazione di responsabilità e credo sia sbagliato criminalizzare un intero movimento. Però dobbiamo andare a fondo prima di una sollevazione indignata in difesa generalizzata dei coraggiosi. Il primo arrestato, o tra i primi, il lanciatore di estintore, si dimostra essere un ragazzo bene estimatore di Hitler. Non corro in soccorso di questo tipo di “compagni”; scusate ma dopo una pausa qualche domanda dovremmo porcela. Come dicevo certo FB è uno strumento schizofrenico se il 18.10 trovi commenti come questo da parte di una persona non giovanissima di cui è inutile fare il nome non essendo un caso singolo: “sarò considerato una merda ma sabato godevo come un riccio…” quando la stessa persona sabato 15, di ritorno, per esempio non solo li definisce teppisti ma va oltre esternando così il suo pensiero: “NON BLACK BLOC… QUELLI VESTITI DI NERO CON I CASCHI E IL TATOO S.P.Q.R. SONO FASCISTI …e Alemanno li conosce…”. A questo punto si tira in ballo il Che, la Resistenza, i tupamaros fino ai fedain, tutte figure (o figurine?) su cui si può tornare e probabilmente tornerò ma non ora perché renderebbe il post eccessivamente lungo. Mi preme dire che sono stati richiamati tutti, a mio avviso, in modo improprio e inopportuno. Comunque non mi nascondo certo che in momenti simili ci possano essere quelli che possiamo definire “danni collaterali”. Non è questo il posto idoneo, ripeto non è questo, per parlare di “guerra per bande” o di “guerriglia urbana” o di “strategie insortive”. Non credo alle notizie che ci vendono i giornali e le televisioni. I primi obiettivi colpiti non erano certo strategici. Nessun centro del potere ha tremato, tutt’altro. Nella manifestazione oceanica c’erano donne, bambini e invalidi, con loro si sarebbe dovuta prendere e difendere quella Piazza. Sono stati messi in pericolo. Molti in quella piazza, me compreso, nemmeno ci sono mai potuti arrivare. Non i pavidi. I numerosi e organizzati Compagni del PMLI nemmeno sono partiti, nella pratica. Tutto stava finendo ed erano ancora davanti alla stazione Termini. Quale politica si nascondeva dietro quelli scontri che sono almeno inizialmente sembrati come semplici atti di vandalismo? Difendiamo i Compagni ma non evitiamo i distinguo. Col senno del giorno dopo dobbiamo capire cosa abbiamo ottenuto e cosa abbiamo perso. Non posso finire che con: “niente finisce, tutto continua”. ORA E SEMPRE RESISTENZA.

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