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Posts Tagged ‘cronaca’

percorso informativo sul tema PALESTINA BENE COMUNE
Relatori dell’associazione: Restiamo Umani con Vik

A tutte le organizzazioni degli studenti medi
Ai giovani che ne siano interessati
Alle Associazioni che sono interessate ad un percorso di Pace

Fato di bambini disperati in pianto a GazaQuella che proponiamo non è una lezione scolastica. Nessuno deve insegnare o imparare nulla. La conoscienza è solo una trasmissione di saperi e una rielaborazione personale di quanto scambiato.
Partendo da questo presupposto il gruppo Restiamo Umani con Vik (e per Vik s’intende Vik Utopia alias Vittorio Arrigoni, morto il 15 aprile 2011 assassinato a Gaza) vorrebbe portare la propria esperienza sulla Palestina, mettendola a disposizione di tutti, perché la Palestina diventi un bene comune da salvaguardare. Perché in questa terra martoriata confluiscono tutti gli accadimenti terribili di un conflitto, della mancanza di libertà e dei diritti umani, dell’apartheid, del razzismo, dell’ingiustizia che qui si presentano contemporaneamente nello stesso luogo e ai nostri tempi, come se nulla del passato ci avesse saputo insegnare.
Insomma la Palestina come metafora delle ingiustizie che si accaniscono in molte parti del mondo, una specie di laboratorio per tentare quella che in molti definiscono una pace impossibile, e se non proprio pace, almeno l’inizio di dialogo.
L’intento di questi incontri è l’informazione e il tentativo di mettere in guardia da strade facili e superficiali di conoscenza, che portano ad accettare luoghi comuni e manipolazioni mediatiche della sostanza reale dei fatti. Per parlare assieme di quello che succede OGGI appena fuori dalle nostre porte, fatti che coinvolgono direttamente noi e il nostro vivere.
La scuola diventa oggi uno strumento carente di senso critico, non tendente o non sufficientemente attrezzata a rapportare lo studente all’attualità della storia onde stimolare una vera partecipazione cognitiva ed emozionale nei confronti della complessa realtà che ci circonda. Purtroppo non basta studiarla la storia, leggere i quotidiani e sorbirsi i telegiornali, ma bisogna affrontare una propria strada analitica che porta a consultare varie fonti, anche contrapposte, e a formulare una propria idea e visione del mondo, autonoma, per saper affrontare la vita con mezzi cognitivi indipendenti e non ricorrendo a una cultura predigerita, premasticata e precostituita. Bisogna ritrovare il piacere e la curiosità del proprio sapere.
Il nostro intento è di stimolare delle domande e cercare assieme le parziali risposte, aiutati anche da persone che il dramma lo hanno vissuto direttamente. Parziali risposte perché molto spesso non esistono risposte assolute. Ogni essere umano vive la storia dal proprio punto di vista, condizionato dall’educazione e dall’ambiente in cui è immerso, dal vissuto e dalle paure che gli sono state insegnate e a cui è stato ed è esposto.
Parlare di Palestina porta a dislocare un conflitto in un territorio sconosciuto, di cui poco si sa e quel poco è frutto di luoghi comuni e di pregiudizi, creati a loro volta, molto spesso, della cattiva coscienza di una o più collettività e/o società.
Tutto questo non dovrebbe sottrarre umanità, ma bensì aggiungerla. Dovrebbe creare un territorio fertile per un dialogo possibile per consentire, se non a quelli delle vecchie generazioni che troppe ne hanno viste e vissute, ma ai giovani, una vera possibilità di condivisione di idee e di modalità operative, strumenti che alle precedenti generazioni figlie dell’ultima grande guerra non sempre sono stati concessi. Magari per scoprire cosa possiamo concretamente fare per la Palestina.
Nell’incontro vorremmo parlare di Vittorio Arrigoni, un giovane attivista per i diritti umani, del suo impegno e la sua corenza, in difesa di una popolazione vessata, i palestinesi di Gaza, carcere a cielo aperto, luogo di paura e di punizione quotidiana. Vorremmo parlare del suo esempio e di quello che ci ha lasciato anche con il suo sacrificio. Conoscere Vittorio e la sua umanità di fronte all’immensa tragedia di Piombo Fuso e della morte violenta di 1500 palestinesi in quei drammatici 21 giorni tra dicembre e gennaio 2008-2009. Lui lì, sotto le bombe, ci esortava a restare umani, malgrado l’assurdità e il dolore di quel conflitto.
Incontreremo attraverso alcuni video le problematiche di questo territorio, avremo modo di capire come alcuni giovani si ribellano alla cultura conflittuale, vedremo come interi villaggi scelgono la resistenza pacifica ottenendo qualche risultato sul piano del riconoscimento delle loro ragioni e dei loro diritti. Piccoli passi, certo. Noi non crediamo ai miracoli, ma al lavoro. Parleremo di tante associazioni israeliane che fanno da interposizione tra esercito e popolazione palestinese. Gruppi di madri che hanno perso i figli negli attentati o per azioni dell’IDF (Israel Defense Forces) che cercano di dialogare e di spianare le grandi difficoltà per dare voce agli oppressi.
Mostreremo video musicali sulla rinascita di una nuova cultura di pace e di impegno dei giovani nei territori occupati. Parleremo con ebrei e israeliani che ci racconteranno le loro difficoltà e i loro punti di vista e coinvolgeremo anche volontari italiani che hanno cooperato in Palestina per rendere possibile un dialogo o almeno per poter garantire alla parte più debole una possibilità di sopravvivenza.
Cercheremo nel dialogo di trovare risposta alle tante domande, per quanto sarà possibile, e impareremo assieme i percorsi più utili, rapportandoci con voi su un piano paritario, dove nulla sarà scontato e tutto diventerà una scoperta reciproca. Nel tentativo che un sogno di Pace possa trovare percorsi concreti di attuazione. Strade di solidarietà a chi soffre in Palestina come in ogni altra parte del mondo.
Perché la Palestina diventi un bene comune da conoscere e da apprezzare e un paese lontano dai soliti pregiudizi e luoghi comuni, cercheremo di capire la sua storia e la sua cultura, la politica e la poesia come parte integrante di una popolazione che non vuole perdere la propria identità e che vuole ancora il diritto alla dignità e all’autodeterminazione. Perché noi crediamo ancora ad una Palestina Libera, Laica e Democratica.
Usciremo da questo percorso più ricchi di valori e di idee da condividere. Per essere con le vittime di oggi, per non essere le vittime di domani.

 

 

 

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Rossaura in una foto BN quando era era bambinissimaAnima libera ovvero le difficoltà di un progetto; cioè: “Amenità”. Alcune riflessioni che ospito, forse impropriamente, qui e che diventano appunti di lavoro, pensieri espressi a voce alta, per un lavoro che non si è mai manifestato qui.

Anima libera è nato allora come un esercizio di scrittura a quattro mani. In verità è nato nell’ormai lontano 24 novembre 2010 semplicemente come post a sé stante. Ed è oggi faticosamente arrivato alla parte ventottesima. C’è forse una ventinovesima. Ma nessuna certezza che sappia andare oltre. Allora, dopo quel primo post, ci siamo fatti prendere dall’entusiasmo e decidemmo di proseguire e farne una sorta di saga. Non mi nascondevo le difficoltà legate allo scrivere con due teste e quattro mani. Con difficoltà ha proseguito la sua strada, o più opportunamente la sua tragica vicenda. L’idea era nata, dopo anche animate discussioni, per proseguire quell’inizio. Era un esercizio letterario, se così mi posso esprimere senza rischiare la presunzione, su di un personaggio letterario. Era cioè un esercizio di scrittura basato sulla libertà della fantasia. In secondo piano doveva apparire la testimonianza di quegli anni (circa sedici importanti anni, dal primo dopoguerra alle soglie del sessantotto). Naturalmente il tutto da un’ottica che rispettasse la sensibilità femminile. Da subito però si è creata difficoltà a causa di una forte identificazione con il personaggio. E una seconda perché spesso la cronaca “pubblica” balzava in primo piano e prendeva il proscenio. La tensione per rendere coerente il personaggio principale e narrante con tale identificazione gli ha spesso, quando non sempre, tolto la possibilità di agire in funzione di un racconto di fantasia, di finalizzare i suoi atti e le sue scelte. La bambina, poi ragazza, ha mostrato più i limiti che l’ansia di superare il copione che era stato scritto per lei. Per lei come persona di quegli anni e per lei come donna. Ha violato i suoi sogni. Poteva tutto e invece era costretta a vivere nelle vesti che le erano state imposte dalla realtà. In ogni cosa condivisa si deve cercare una strada mediana, questo lo so, se la scelta è mai stata di una strada mediana. Questa è anche la testimonianza di come è difficile condividere con altri anche le piccole cose quando la condivisione cerca di affondare realmente nella carne delle stesse persone. Siamo animali sociali che però vivono i loro rapporti con gli altri mantenendo una forte autonomia e senza voler giungere a un compromesso dialettico. Con questo non dico di trarmi fuori da questo vizio, di esserne immune; vivo anch’io immerso nella realtà e nelle problematiche come tutti. Debbo dire che amavo quel personaggio e quel lavoro e di non voler sollevare alcuna polemica né di liberarmi da responsabilità. Alle soglie del fatidico sessantasette, con un mondo in ebollizione, “la ragazza” fatica ad aver dubbi e ad elaborare una vera sensibilità, più o meno univoca, per ciò che si prepara; non riesce a percepire le cose. Una banale interferenza (come l’inserimento di un post completamente estraneo) non determina la crisi di tale impresa, ne è solo una testimonianza. Il limite è il tentativo di ricordare che si sostituisce alla voglia di immaginare e sognare. Io immaginavo una Anima libera a cui il quotidiano scoppia continuamente davanti agli occhi e che lei scopre con meraviglia. Aveva, in quel primo post, strumenti surreali di narrazione, se vogliamo volutamente iperbolici. Il risultato a seguire è stato diverso, non meno gradevole, spero, ma diverso; e me ne assumo la mia parte di responsabilità. Questo sembra quasi un addio ma non sono certo che siano queste le mie intenzioni. Il personaggi non soffre di schizofrenia, ma di un tradimento non voluto da parte di una coerenza testimoniale. Dove proprio la fantasia dovrebbe essere donna viene a mancare ed emerge una volontà di etica di una tramandazione personale. Non è mai esistita quella prima Anima e non poteva esistere, esiste troppo questa seconda e, ai miei occhi, non ha fascino. Non era e non doveva essere un quasi diario. Oggi è qualcosa di più e qualcosa di meno. Anima è così destinata a non cambiare nulla e a soccombere alla vita e alle prime difficoltà. E’ destinata a cercarsi e aspettarsi invano. Queste sono le mie apprensioni per il personaggio. Sembra banale ma chi scrive si innamora sempre dei propri personaggi, anche quando debbono comportarsi da personaggi negativi quali debbono essere. E non è questo comunque il caso. Non capisco perché Anima libera debba commettere gli stessi errori dei suoi autori. Lei è appunto un’Anima libera.

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Foto BN di bambini dietro il filo spinato di un campo di sterminioTorno sul 27 gennaio come giornata della memoria. E’ una deroga ma una deroga non è un peccato mortale. E in fondo è una cosa che mi ha sempre affascinato. Ci torno per piccole riflessioni. Il 26, mercoledì ho guardato su La7 il programma di Marco Paolini: Ausmerzen. Sabato scorso, 29 gennaio, ho assistito al teatro Goldoni allo splendido spettacolo Shylock il Mercante di Venezia in prova; centesima rappresentazione. Alla fine Moni Ovadia e Shel Shapiro hanno chiamato il pubblico a dare sostegno al lavoro di Emergency. Fino a domenica mi sono lasciato coinvolgere in una, anche aspra, discussione sulla questione Israele-Pelestinese. Non torno per ragionare sulla disputa sulla politica in quell’area. Sarebbe stupido cercare di farsi qui una ragione o stabilire chi ha più torti tra le posizioni espresse in quel piccolissimo attimo di vita di rete. Mi sembra semplicemente giusto riflettere su quella che a me sembra una novità ricordata dai due spettacoli, soprattutto dal primo.
Il 27 fa parte di quei giorni atti a ricordare, così come l’otto marzo, il primo maggio, il 25 aprile, etc. Date tutte degne di rappresentate un momento importante della storia o una questione o a ribadire un principio; senza, da parte mia, voler fare una graduatoria. Certo in qualche modo servono anche per metterci in pace con la nostra coscienza. Certo un giorno simboleggia ma non è esaustivo. Voglio dire che per me tutti i giorni dell’anno sono adatti a ricordare. E in tutti i giorni si dovrebbe rispettare la libertà, la dignità, la vita, etc. Non ho fatto che incasellare ovvietà; lo so. Ma torniamo al 27.
Il 27 gennaio è nato inizialmente per ricordare l’olocausto, lo sterminio “scientifico” degli ebrei da parte del nazifascismo (di pogrom non parlo perché purtroppo ne è piena la storia così come di altre pagine dolorose e vergognose). Credo resti necessario ricordare e rispettare la memoria della Shoah, ma non mi sembra si faccia offesa se in tale ricorrenza si ricordano anche altre vittime. Di vittime si sono riempite incalcolabili fosse. Paolini racconta una storia a cui è più difficile ancora sottrarsi perché iniziata prima, finita dopo e che ha attraversato tante culture, non solo quella tremenda dittatura. Anche questo ha moltissime analogie con la lunga storia della persecuzione degli ebrei nel mondo; dell’ebreo errante. Lui racconta la storia delle vite che non hanno dignità di essere vissute. Sempre una storia di diversi.
Quella pagina, quella dei campi di sterminio, è certamente la peggiore, ma sarebbe troppo facile far passare il messaggio che sia stata l’unica. Così come non è storicamente una novità la politica di pulizia etnica o quella dello sterminio di un popolo e di una fede. In fondo in quei campi sono stati sterminati circa sei milioni di Ebrei, numero di per sé spaventoso, ma anche altri sei milioni e mezzo (secondo le stime più ottimistiche¹) di altri esseri umani (russi, polacchi, zingari, gay, etc.). Al di là di qualsiasi ideologia sono dalla parte delle vittime, soprattutto di quelle innocenti. Scusate la crudezza delle due immagini: Vorrei solo coniare una sorta di parola d’ordine: “Rispettiamo i morti e salviamo i vivi”.

Manifesto sulla strage nei campi profughi di Sabra e ChatilaQuesta immagine, che ricorda la strage nei campi profughi di Sabra e Chatila, non è stata presa a caso ma vuole ricordare come i palestinesi siano e siano stati vittime di molti carnefici, così come gli ebrei sono stati vittime di innumerevoli nemici.


1] Secondo stime più pessimistiche i morti non ebrei furono ben 9.970.000.

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Foto a colori di un incontro convivialeNiente è vero ed è tutto vero, questa è la rete. Quando non siamo del tutto noi siamo almeno in parte quelli che vorremmo essere. Siamo i nostri sogni o ambizioni e persino le nostre frustrazioni. Avanti siori! Questo è il grande circo. Gente che va, gente che viene (frase celebre), e, soprattutto, gente che resta. Ma non è gente, spesso sono solo maschere. Perché è il posto dove puoi essere quello che vuoi. E la gente vuole essere ciò che non è. Oggi il grande fisico. Domani la fatalona. Ieri un biscotto farcito.
A volte quelle maschere diventano persone vere. L’incontro virtuale si trasforma in reale. Così ci è dato trovare splendide persone. Magari serie e senza in naso a pallina rossa o il volto di torta o le orecchie di topolino. Insomma proprio persone di quelle con due gambe, due braccia e proprio la propria faccia. Recentemente siamo andati fino a Pisa per incontrarne. Una programmata riunione di blogger, di nomi incontrati proprio nell’universo telematico. E vi assicuro che tutto è andato a meraviglia. A sceglierli col lanternino non avremmo potuto scegliere meglio. Basterebbe guardare le foto in Facebook per rendersene conto. Quella piccolissima che ogni tanto si intravvede è la famosissima Galatea. Non che gli altri siano meno. Persino i piccoli mostriciattoli parevano splendidi bambini. Hanno avuto torto solo gli assenti, ma è lei, la mia compagna, che sa fare diventare vere queste cose.

Foto a colori di un incontro convivialeEra il primo del mese appena trascorso. Non sono mai troppo puntuale, ma succede solo qui. E questo è un ritardo abbastanza trascurabile e perdonabile. Ma cosa volevo dire? Di preciso non lo so, ma non importa. Torniamo all’aspetto dietro al quale ci nascondiamo. C’è chi, come dicevo, per volto ha scelto i pettorali di quel noto tronista. Quella che ha scelto di darsi per viso quello della nota Canalis. E quella invece che per viso ha optato per il culo di … (per evitare querele mettete il nome della famosa che preferite). Così da non essere mai certi di con chi si sta parlando. Sui gusti delle scelte non ho una precisa opinione o almeno la tengo per me.
Io, per andare contro, uso come avatar una foto di quando avevo 60 anni, oggi ne ho già solo 37. E sto rapidamente avvicinandomi ai 20. Così posso sembrare più saggio anche se so che gli anni non danno saggezza; al massimo demenza. Lo so ma altri no e comincio con del lei. Il lei è una sorta di bestemmia di rete. Nel mondo virtuale sei sempre e comunque tu. Anche perché è già a difficile da usare parlando, figuriamoci a scrivere o a prescindere. Perciò so che quel mio profilo non crea diversivi di sorta. Non si intromette. Potrei anche essere Charlie Brown. Gli altri mi crederebbero o farebbero come se mi credessero. La verità è che sono Nosferatu, ma nessuno sembra farsene ragione, né provare paura. Vago nella notte e racconto le avventure quando si fa mattino profittando dei miei rifugi di blog. E scrivo cose vacue. Dove cambio anch’io ruolo a seconda dell’umore.
Poi un ragazzo passa per un commento (non qui ma questo non conta). Ha tredici anni, lo dice ed è alla sua prima esperienza come blogger. Verrebbe da dargli qualche consiglio pratico; sulle importazioni, perché la pubblicazione dei post in ordine sparso non è il massimo. La visita mi regala un breve attimo di tenerezza. Ha un sogno, importante o meno poco importa. Fortunato lui in questo mondo dove i sogni sono rari e ormai preziosi. E ha quell’età. Forse quello glielo permette. Poi l’incontro mi fa pensare ad una forma di democrazia della rete. Ti trovi e sei esente da quel lei; anche in quel caso. Alcune delle barriere non si sono. Ci parliamo, come dire, guardandoci in faccia. Sembra un controsenso, la verità e che io non sono quello più vecchio e lui quello più giovane. Sono io quello fortunato ma 13 anni mi sono troppo pochi. Gli altri siamo noi ma preferisco restare in me.

 

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Si addossava il cicaleggio fatto di curiosità e del bisogno d’esserci. Alcune voci mostravano una palese curiosità. Altre la forzavano per darle convinzione. Il cronista locale pensava già al titolo; gli avevano lasciato dieci righe. Il ragazzino rispondeva calmo con voce pacata con fare naturale. Una leggera brezza alzava una rada nuvola di polvere nella strada bianca. Sembrava una delle tante storie che diventano storia. Poi si era interrotto. Gli altri lo stavano ancora aspettando con il pallone tra i piedi. Indecisi se continuare a farlo o riprendere il gioco in sua assenza. A qualcuno sfuggiva qualche calcio di impazienza. Uno si era seduto scomodo sulla staccionata. Negli occhi l’espressione di chi non capisce. Più lontano alcune roulotte.
Mi mantenevo in disparte e osservato tutto con distacco. Tornai a immergermi nel giornale. Fu a quel punto che il giovane venne verso di me. In un certo senso me lo sarei potuto aspettare. Quasi sempre l’attenzione viene rivolta a chi non presta la sua. Con un gesto fece capire che ne aveva avuto abbastanza; che voleva restare solo. Gli amici si stancarono definitivamente ma decisero di rifare le squadre. Chiese il permesso di sedere e garbatamente mostrò la sua sorpresa alla mia trascuratezza. Non mi fu di alcun imbarazzo spiegargli che anch’io, una volta, sapevo volare.

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Qaudro in forma di icona (Autoritratto in tecnica mista di acrilico su cartone telato)Non è accademico ma assurdo interrogarsi sul taglio da dare quando si deve commentare una notizia del genere che per la sua drammaticità colpisce quasi allo stesso modo lo scrivente, i protagonisti e il lettore; questo giustifica, anche se solo in parte, l’imbarazzo che mi coglie nel commentare i fatti.
La commovente vicenda, ignorata dal grande pubblico dei lettori, trova oggi diffusione solo dopo un doloroso travaglio personale e solo in nome del “dovere di cronaca” e del “diritto di informazione” mi sono deciso a passare in redazione queste poche parole per la stampa.
Per la prima volta nella mia lunga e non sempre agevole carriera il mio mestiere di giornalista e la mia etica professionale si sono trovate in travagliato conflitto col mio essere uomo e con i valori più sacri a cui mi sono sempre ispirato e in cui ho sempre creduto senza la minima esitazione.
In questi ultimi tre mesi assolutamente nulla era trapelato e la cosa sarebbe passata inosservata se non fosse giunta al nostro giornale quella breve nota di fonte attendibile sulla quale fonte non possiamo naturalmente che mantenere il più stretto riserbo.
Lo stesso riserbo che riteniamo dovuto agli involontari quanto disgraziati protagonisti colpiti da tanto dolore a cui spero giunga tutta la mia e la nostra (della redazione tutta) solidarietà e stima; è sufficiente dire che gli avvenimenti hanno visto la luce, nel senso più preciso e pregnante della frase, in quella terra di santi e di iconografie virtuali che è l’Umbria.
La giovane madre è una donna gracile e bionda di venticinque anni e sei mesi, che abita appunto in questo nostro grosso centro umbro in via delle Colombe al civico cinque interno due, al suo primo parto.
La signora è stata ricoverata al locale Ospedale Civile in data primo maggio, dopo una gestazione serena e per nulla traumatica, per dare alla luce un bimbo che gli esami avevano pronosticato di sesso maschile e di peso aggirantesi presumibilmente tra i tre chili e mezzo e i quattro.
Tutto lasciava prevedere il buon esito di un parto che non presentava alcun particolare problema, la donna non può che confermare di aver avuto la massima assistenza da parte di tutto il personale ospedaliero; così come dobbiamo testimoniare che nulla era stato trascurato da parte della puerpera stessa oltre al suo ottimo stato di salute.
La levatrice conferma che i tessuti si presentavano sufficientemente elastici e che tutto procedeva nel migliore dei modi quando, la “mammina” è stata trasportata in sala parto immediatamente dopo la rottura delle acque.
Il marito è entrato assieme alla “sposina” per assisterla e condividerne quel momento sempre magico e che mai tanto come questa volta era destinato a rimanere tra i ricordi di tutta una vita; qualora fosse necessario anche l’uomo può dare ulteriore testimonianza di come tutto si fosse fino allora svolto nella maniera più soddisfacente.
Comprensibile era il suo impaccio nell’assisterla nelle povere mansioni che erano a lui demandate: nel bagnare le labbra e asciugare la fronte della sua compagna con quella piccola garza umida che gli avevano fornito.
Il futuro padre cercava continuamente gl’occhi della cara amata con una delicatezza che si può solo immaginare mentre le contrazioni si facevano più violente e frequenti ma data la posizione e l’emozione non riusciva a cogliere con lucidità completamente il susseguirsi ormai febbrile degli avvenimenti.
Con la mano libera teneva dolcemente la mano della moglie sforzandosi di trasmetterle serenità e non l’angoscia e la tensione che gli esplodevano dentro ma la donna, con la sensibilità comune in questi casi, non poteva non leggere sul sudore di quel palmo quelle preoccupazioni e gli sorrise amorevole cercando di tranquillizzarlo.
Lui vedeva il medico e il personale paramedico affaccendarsi spasmodicamente oltre il ventre prominente della sua cara metà e solo la novità della situazione bastò a preoccuparlo e lo confuse ulteriormente; racconta che gl’occhi coglievano immagini sfuocate e che gli bruciavano come in preda alla febbre, tutto il suo corpo reagiva allo stesso modo alla tensione.
Il medicò aveva ordinato la flebo e poi dovette incidere ma solo un piccolissimo taglio, gli spiegò dopo, data la posizione in cui si presentava il feto e il suo notevole peso. Ma lui non ricorda l’ordine dei gesti ne si accorse di quel taglio che per altro richiese solo tre punti di sutura.
Poi, come per una improvvisa accelerazione, tutto precipitò e assunse un ritmo frenetico come in una di quelle brevi farse del muto se non fosse per la solennità dell’evento e per la sua non prevedibile conclusione.
Un bimbo di oltre quattro chili scivolò fuori dall’alveo materno come una saponetta e schizzò fra le mani esperte del vecchio medico; era un bimbo sano di aspetto e dal colorito roseo, pieno di carne abbondante che veniva voglia di morderla e coprirla di baci; con un impercettibile profumo dolce di vomito.
Quei cuscinetti di carne riempivano i piedini e le manine paffute dalle dita tozze che frugavano allegre l’aria e gl’occhi, quando si aprirono, mostrarono quell’azzurro cheto che illuminava il volto della giovane.
Il dottore disse: “E’ un bel maschiotto!” sul sospiro di liberazione che mandarono simultaneamente gli sposini ma immediatamente non fu più possibile nasconderselo: il nascituro presentava una escrescenza sul capo della forma di un disco traslucido; anche se era attaccata – come dire – in modo sommario era con estrema evidenza una vera e propria aureola.
Il bimbo era bello, certo, con piccoli riccioli biondi impomatati alla testolina tonda e le guanciotte piene da pizzicotti. Non aveva sofferto del parto, le carni si presentavano pulite e la pelle era liscia e vellutata; attorno agli occhi d’acqua marina si affollavano mille piccolissime rughe che davano al suo sorriso un che di antico e di pacato.
Non si poteva riscontrare, nemmeno volendolo, nessun’altra anomalia se non quell’assurdo discoide tremante, indeciso, come in bilico sul vertice di quella tozza figuretta dalle gambette storte; proprio come in quei maledetti quadri del Perugino.
Il medico non ebbe un attimo di indecisione e non mostrò imbarazzo: prese l’unica decisione che può essere razionalmente adottata in simili casi. Non ebbe nemmeno bisogno di tante parole, colse immediatamente lo sguardo d’intesa e di approvazione della povera coppia; tutti sapevano che non esistevano alternative: bisognava intervenire immediatamente e qualsiasi persona di buon senso comprende questo.
Non si persero che pochi attimi per permettere alla giovane di tenere il figlio appoggiato al petto e la donna lo coprì di baci vincendo l’orrore per mezzo di quel grande sentimento che è l’amore materno.
Poi il bimbo le fu tolto e con invidiabile efficienza e con la massima celerità fu approntata la sala chirurgica. Ripetiamo che nessuno può muovere il minimo dubbio che quella fosse l’unica soluzione che si potesse adottare.
Il delicato intervento impegnò tutto lo staff medico per più di due ore ma, nonostante il prodigarsi di tutti, l’operazione non poté avere l’esito sperato e non fu possibile rimuovere l’ingombrante aureola e la pur forte fibra del bimbo non superò la crudele ma necessaria prova.
Un eminente scienziato dell’Università del Maryland, da noi appositamente interpellato, ha laconicamente commentato che “Forse è meglio così.” poiché nei pochi casi in cui il paziente è sopravvissuto non ha poi potuto godere di una vita normale. Un altrettanto noto accademico italiano ha colto l’occasione per ribadire la sua già nota posizione sui “diversi” e i meno fortunati e sulle carenze di istituti alternativi. Ma si sa che in questi casi ogn’uno si sente in diritto di esprimere la propria opinione per quanto discutibile essa sia.
Quando toccò alla caposala annunciare alla donna quella drammatica perdita prematura del figlio la povera giovane fu presa dalla disperazione e dallo sconforto che nemmeno il marito riuscì ad alleviare; anzi la sua fu anche più violenta di quella della moglie.
I fiori che inondavano la stanzetta parevano avere un colore opaco e funereo e sembravano mandare un odore di desolazione; come profumassero d’incenso. La mammina non seppe trattenere i singhiozzi davanti a quella perdita irreparabile mentre stringeva a quel petto dove cominciava la montata lattea una camicina bianca finemente ricamata. Bisognerebbe essere fin troppo previdenti e non anticipare mai, in nessun caso, i tempi.
Siamo certi che la giovane età e il fisico sano permetteranno alla donna di non abbattersi troppo, di superare il difficile momento e di riprovare dimenticando così con relativa celerità questa amara vicenda magari con l’occasione di un altro, più felice, lieto evento.
Anche se con questo involontario ritardo inviamo alla giovane mamma gli auguri più sinceri di tutta la redazione e i miei in particolare e invitiamo chiunque voglia a manifestare la sua solidarietà a questa donna così violentemente ferita nei suoi affetti più cari come la perdita di un figlio tanto atteso e desiderato che appena nato non ha avuto il tempo per chiamarsi Adamo.¹

Avrei una dedica da fare:
A Franz Kafka, l’unico sconfitto a vincere sempre

Fotografia in BN di KafkaNotte. Motore immenso. Una luna come un’arancia, una luna conficcata nel cielo. Nero che sembra di pece. Una luna come un pugno nello stomaco. Come una ferita. Secca. Sfrigolano milioni di microscopiche nacchere. I suoni del silenzio. Silenzio: antologia di sussurri.
Anzi. Solo meccanismo d’ombre. Hanno due toni, quello d’avorio più alto, un sibilo. Quello d’ebano, più cupo. Un treno; forse, ma lontano. Indizi. Uno sfrigolio, s’insegue. No. Non proprio. Ruvido. Improprio. Piccole note. Appunti. Sassi sull’acciaio. Suono freddo. Frammenti. Grandine secca. Silenzio. Rumori sporchi.
Forse la notte è solo una bugia di buio. Una promessa. Dopo, la cena fredda. Si era pentito sulla tazza del cesso. Lì, riverso a bestemmiare; mentalmente. In quel momento, in cui, verosimilmente si pensa a Dio. Gli doleva l’operazione. La bocca amara. Amara come il rancore. E sapore di varecchina; sogno biondo. La bocca una ferita sbavata: rossa. Rosso volgare.
E piange di stelle il cielo come solo un bimbo può, con tutta la sua grande capacità di disperazione. Suono muto. L’insonnia mescola tinte di nero. Non un unico nero; questo mai. Ora lucide, ora opache. Ora uccide, ora nasconde. Come zanzare schiacciate, lassù, le stelle. Mozziconi. I fili li nasconde il buio. Lì, infisse. Microscopiche impronte. Ha troppi occhi il cielo per non sentirsi osservati.
La raucedine di un motore qua e là. Quasi rumori di macchine. Sempre lontani. I cassonetti tacciono. Hanno perso i loro sacchetti. Come visceri. Senz’anima. Hanno perso. E non parlano. Si frugano animali muti; frugano. Frugano rapidi. Con sguardi assassini.
Sguardi che scivolano via. Senza timori. Sguardi e ombre. Stilettate. Graffi. Eppure fiere. Belve. Ma solo ombre a frugare le ombre.
Odore gravido. Odore di terra ubriaca; d’acqua. Seminata di croci. Gravida terra, notturna. Anche Kafka scriveva di notte. Ma gl’occhi si sporcano d’insonnia. Frugare é l’itinerario. Come quegl’animali di antracite. Morbidi. Plastici. Felini. Frugare. Rimestare. Solo rimasticare. Ruminare. Pulsa.
E i lampioni. Sono sabba. I lampioni grammofoni, grammofoni di quelle ombre furtive. Se l’aria è umida che appiccica, appiccica i capelli. Appiccica le cose alle case. Troppo scontato Wagner. Troppo temeraria la bestemmia. Tutto si scrive sulle carta della notte. Cerca il manoscritto.
La città é solo luci; luci; estranee. Abbozzi. Punture di colori viste dal di fuori. Aloni. Notte di note blue. Illusione. Il nero cola come marmellata di mirtilli. Sui muri. Lucido. Cola. Silenzio aggressivo. Le finestre son tarli. Pettegoli. Rimorsi. Chiacchierano luci false. Luci narrate. Luci acide di televisori. Sagome le spezzano. Bugie. Solo sagome e solo per rapidi momenti. Impressioni. Sbavature, Scoloriture. Eppure, tutto sbava e scolora. Ti tradisce l’affanno.
Lei si muove alla stessa ora ma su un’altra strada. Lei che ha un profilo sottile. Lei che ha un’ombra lunga. Scritta a scatti. Lei che si fa fretta. Lei che non incontrerà mai. Lei. Tacchi a spillo. Piccola tosse asmatica. Ma più piccoli colpi frettolosi. Scariche simmetriche, elettrostatiche. Picchiettare. Suono d’ossa o di vetro. Senza opacità. Senza echi. Suono puro. Gonne corte. Lunghe gambe. Curva larga e si perde. Lei che non esiste già più. O che non é esistita mai. Lei. Lei che é suono blues.
La notte che culla il poeta. E’ indulgente con lui. Lo accarezza. Lo coccola e gli racconta la sua fola. Forse “la notte è ancora troppo poco notte”.¹ Ne è impietosita. Come da un bimbo. Lo consola. Lo perdona e lo perde. Perché il suo tradimento é l’amore. Non una preghiera gli lascia. Non un rimpianto. Non un ricordo. Non dolore. Sillabe confuse. coriandoli. Artigli gl’alberi. Ma lui cerca la storia, la storia lo trova, non se ne avvede.

Kafka, Kafka, Kafka. Ne ho piene le palle di Kafka“. – Disse Felice – “Vorrei liberarmi di questa storia”.


1] FRANZ KAFKA: dalle Lettere a Felice.
scritto il 14.04.1991

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