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Posts Tagged ‘cuckold’

Dice: “Io sono Franco. Ah! sì. Scusa, Lei invece è Tina”.
Sono una coppia in età. Cristiana li ha conosciuti ad una conferenza su ambiente e benessere. Non so perché li abbia invitati. Non ne aveva mai parlato fino all’altro ieri. Poi mi ha detto che le hanno telefonato. E che sono una coppia gentile e carina. Non ha potuto dire di no. Certo la nostra casa al mare sarebbe una lusinga per tutti. Le hanno detto che non avevano mai visitato queste parti. Così mi trovo ad averli tra i piedi. Un paio di giorni. Poi mi ha lasciato solo ad aspettarli. Aveva da fare. Ha sempre da fare. Maledetto ufficio. Come se io non avessi le mie cose da fare. E poi io non so che dire, con persone che non conosco. Dovevo insistere.
Gli faccio vedere la loro stanza. I letti sono ancora da fare. Loro depositano le loro valigie e poi mi seguono a vedere le altre stanze. Mi fanno i complimenti; per la casa. Gli chiedo se vogliono un caffè; è il minimo. Mi rispondono che non vogliono disturbare. Che lo hanno già preso. Che si scusano, non sapevano, e che aspettano mia moglie. Gli spiego che dovranno pazientare perché ne avrà fino a sera. Si sorridono carini. Gli dico che magari tra un po’ ci prepariamo e andiamo a pranzo. Ripetono che non mi devo preoccupare. In cucina sono peggio di una frana. E’ lei soprattutto a parlare. Lui per lo più tace e sembra osservarmi. Le da sempre ragione e conferma quello che dice lei. Mi dice che se non mi spiace poi, magari dopo, può fare lei qualcosa da mangiare; mentre aspettiamo. La guardo come la mia salvatrice, ma non le dico nulla; né sì né no. Mi sorride. Insisto almeno per un caffè. E’ l’unica cosa che so fare. Loro mi dicono che se proprio insisto, che lo prenderebbero volentieri per cortesia. Lui aggiunge se magari dopo ci possiamo fare anche una grappa ma dopo. Apro la dispensa e non abbiamo nemmeno un biscottino. Devo ricordarmi di dire a Cristiana di ricordarsi di comprarli tornando a casa.
Lei ride e le ballonzolano, le sussultano i seni pesanti e un po’ rilassati, perché sotto non porta reggiseno. Non manderei mai mia moglie in giro conciata così. L’abito controluce mostra anche qualche trasparenza, al primo momento non ci avevo fatto caso, e lei non ha molte cose belle da mostrare. Non che… è solo che dovrebbe ricordarsi dell’età che ha. Però siamo al mare e sono venuti per andare al mane. Al mare tutti ci fanno meno caso. Spero sia una che il costume se lo tiene addosso. Qui tutti ci conoscono. Nessuna lo toglie. Quando lo fa qualche turista, intendo il pezzo sopra, già la guardano male con occhi che la vorrebbero incenerire. In fondo è una piccola isola e gli isolani sono una comunità ancora un poco chiusa. Per dire la verità anche noi che siamo nati in città e abbiamo sempre abitato in città non è che amiamo molto farci vedere. Cristiana lo toglie solo quando è sicura che siamo soli e lontani da occhi indiscreti. E si fa ancora più riguardi da quando abbiamo scoperto quello che ci spiava nascosto dietro una duna, cioè la spiava. In fondo lei è ancora una cosa bella da guardare e anche lo capisco. Dovevamo noi essere più prudenti. Quella volta si è rivestita subito e normalmente si accontenta malvolentieri anche se le resta il segno sulla tintarella. Che poi quest’anno l’estate non è mai arrivata. Il venti dovrebbe essere piena stagione. E’ arrivato l’autunno prima che il sole, e non se n’è mai andato.
Mi vede che la guardo e alza le spalle e non se ne cura. Si alza dalla sedia. Va un po’ qua e un po’ là per la cucina come si sentisse in gabbia. La seguo con lo sguardo. Si prende da sola un bicchiere d’acqua. Si inumidisce le labbra e lo poggia sul lavello. Davanti alla finestra, con quello straccio addosso, è proprio quasi nuda. Un paio di tacchi salverebbero un po’ dell’apparenza. In fondo sotto il vestito… il vestito mente. Non le fa un cattivo servizio. Non fosse perché nei fianchi le stringono quel po’ di ciccia sembrerebbe non portarle. Nemmeno Cristiana ne metterebbe di così sottili. Mia moglie è una persona molto attenta. Ci tiene molto all’eleganza e al buon gusto. Loro sono un po’ più alla buona. Genuini. Spontanei. Almeno sembra. Eppure mi sembra che mi abbia detto che lui è un funzionario di banca.
Mi chiede all’improvviso: “Dove hai il pc. Possono andare a vedere se mi sono arrivate mails”?
Dico: “E’ di là. Fai pure”.
Se ne scappa dalla cucina come avesse un bisogno urgente. Nemmeno il tempo di avvertirla che se le serve l’altra porta nella stanza conduce al bagno. Glielo dico dietro e mi ringrazia. Lo chiedo anche a lui che mi risponde che non gli serve, grazie. Gli spiego che nel caso ce n’è un altro al piano di sopra. Torna a ringraziarmi e a spiegarmi che si sono fermati per strada. Solo con lui trovo ancora meno argomenti. Lui mi guarda e si guarda intorno come spaurito. Arrotola la salvietta di carta che ha davanti. Gioca con quella tra le dita. Al polso porta un orologio pacchiano. Forse ha bisogno di dimostrare che lui è un uomo arrivato. Torna a farmi i complimenti per la casa. Torna a chiedermi a che ora penso che tornerà Fabiana. Gli preciso che si chiama Cristiana. Non aggiunge nulla, pare che la cosa non abbia importanza. Guarda verso la caffettiera. Mi accorgo che mi ero scordato di accendere la fiamma. Mi alzo per farlo e porto anche tre tazze sulla tavola, poi lo zucchero e i cucchiaini. La sento chiamarmi: “Qual è la password di rete”?
Non mi ha mai dato problemi. Sto per risponderle, poi decido di raggiungerla, mi sembra più gentile. Mi scuso con lui se lo lascio per un attimo da solo. Lo prego di far attenzione al caffè. Sorride gentile. Mi rassicura di non preoccuparmi mentre vado da lei. Entro e resto attonito, immobilizzato sulla porta. Lei è china sul computer. Prima che si accorga della mia presenza scatto una foto col telefonino. Cerco di cambiare discorso: “Novità? La connessione dovrebbe”…
Solo dopo un po’ si gira ridendo e il vestito ricade al suo posto: “Non riuscivo proprio ad aprire la mia casella. Che stupida. Comunque nessuna nuova buona nuova. Niente di… importante. E poi non era importante la posta. Forse potevo aspettare anche più tardi. Non mi andava di star lì a parlare cercando qualcosa da dire. E poi… Scusa, non so… cosa hai visto”?
C’è una solo parola per dirlo ma non vorrei doverla pronunciare. In fondo è una situazione imbarazzante. Nemmeno ci conosciamo. E non è certo il mio tipo. A me piacciono più giovani; della nostra età. Meglio qualche anno in meno che in più. E… insomma… mi piace mia moglie. Non sono mai stato un tipo… Una scappatella può succedere… E’ una situazione complicata, ingarbugliata. Lui è di là. Lei si comporta come se non ci fosse. Col suo vestitino leopardato. Come fosse una ragazzina, o una fatalona. Cosa si è messa in testa? E’ la prima volta che mi vede. Non sono uomo da fare questo effetto. Non me la dà a bere. Mi sento preso in giro. Non so come uscirne. Non so che dire e allora parlo del niente: “Mi sembrava strano. Dovrebbe connettersi sempre”…
Non cambiare discorso. Cosa credi di aver visto”?
Mi ha messo in un angolo. Insiste. Non so cosa vuole farmi dire. Si sta divertendo. Ride alle mie spalle. Col solo gusto di mettermi in imbarazzo. E le righe di espressione sotto gli occhi. E quella bocca rossa di rossetto. Forse vuole far ingelosire il vecchio marito. Forse vuole illudersi di avere ancora quell’età. Abbasso la voce. Ho paura che lui entri o ci senta. Anche se ora si è… ricomposta: “Veramente non è che volessi… E’ solo che mi hai… Mi sembrava. Forse sono stato anche fin troppo veloce. Non ti preoccupare. Fai come se non fossi entrato. Resta tra noi. E poi”…
Guarda che hai visto quello che io ho voluto farti vedere. Non sei più un bambino. Nemmeno tu. E poi siamo al mare. E’ così caldo, qui. O devo fartelo rivedere? Devo farti un disegnino per farti capire”?
Grazie non è necessario”.
Non vuoi”?
Se ci tieni. Temo stia borbottando la caffettiera”.
Lascia fare a lui”.
Non è che”…
Conosci il linguaggio del corpo? Siamo una coppia… aperta. Quello era un culo. E’ un culo. E lui è un gran cornuto. Sa di esserlo. E gli piace esserlo”.
E tu seri una gran… una gran puttana”.
Me lo chiedeva e io ho cercato ma mi è uscito spontaneo. Non fa una piega; anzi sembra se ne senta soddisfatta: “Nemmeno questa è una grande novità. Volevo fartelo vedere fin da quando siamo arrivati. Da prima di partire. Puoi toccarlo, se vuoi. Non sarà… è sempre un culo. E allora, cosa aspetti”?
E Cristiana”?
Mica glielo dobbiamo per forza dire. Ma se vuoi, chiamala. Non mi dispiacerebbe vedere anche il suo. Sarebbe anche più divertente. Ma non hai mai visto tua moglie con un altro”?
Non credo si possa liberare”.
Sono brava anche con una donna”.
Non ne dubito”.
Se la ride di gusto: “Non fare lo schizzinoso, ho visto che ti interessa… –e con la mano indiscreta, sfrontata, controlla sopra i miei pantaloni– …la merce. Visto? D’altronde hai una bella signora”.
Faccio salire lentamente la mano e le riscopro le natiche. Me l’ha chiesto lei esplicitamente e sarebbe da cialtrone maleducato non farlo. Sarebbe un’offesa troppo grande per qualsiasi donna. Non che mi senta ancora sicuro; per nulla. Lei si gira leggermente per facilitare il mio gesto ed è divertita. Credo esclami anche un finalmente. Io nel gesto la spingo un po’ verso il tavolinetto. Voglio rivederla come l’ho sorpresa; cioè come ha voluto farsi sorprendere. Vorrei accontentarla in quella posizione. E in fondo nel preciso momento darebbe piacere anche a me. Intanto quella mano che mi ha conosciuto torna a cercarmi. Passa sicura tra i bottoni slacciandoli con maestria come fosse la cosa più semplice del mondo. Cerco di ricordare il suo nome e glielo sospiro sul collo: “Antonia”…
Ormai ha finito di trafficare con l’abbottonatura dei mie calzoni. Sbircia e pare soddisfatta. ! Mi precisa: “Solo Tina. Vedo che ti piace fare il padrone. Cioè sento. Lo immaginavo. Sei uno che prende l’iniziativa; deciso”.
Le afferro quelle minuscole mutandine ma torno a trattenere il vestito raggrumandolo sui suoi fianchi. Ormai non penso più ad altro. Con l’altra mano cerco di trascinarla verso me; di stringerla. Con mia grande sorpresa mi ferma afferrandomi per il polso, e con quel gesto mi impedisce di accostarmi ancora di più a lei: “Non avere fretta. Se vuoi entrare per quella porta… E’ solo che a me piace farmi fotografare. E a lui piace fotografare. Deciditi. Sbrigati”.
Non è quella che si può definire una bellezza. Il suo corpo non è certo statuario, e mostra la sua età. In ogni centimetro della sua pelle. Mi domando in che tempi sto vivendo. Il mondo sta andando proprio a rotoli. Non sono certo io l’unica persona adatta a salvarlo. E poi è un po’ tardi per tornare indietro. Intanto mi abbasso i calzoni e le dico che può chiamare anche lui. Non è che mi piaccia ma… E vada per le foto. Almeno sarà un’esperienza nuova. E’ lei quella che ha tutto da rimetterci. Purché non arrivino a Cristiana; non sono certo che apprezzerebbe. Nemmeno a lei piacciano le foto, in generale. Di foto simili nemmeno ne abbiamo mai parlato. Mentre me ne sto lì a pensare lei alza il tono della voce e le parole in gola le si fanno più concitate: “Sbrigati. Sbrigati a togliermi le mutandine. Ugo!!! Ora puoi venire. Sbrigati anche tu”.

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Foto di donna in cucina

Comincio ad averne abbastanza. Se n’è discusso anche ieri sera. Siamo finiti ad alzare la voce. Non so cosa s’è messo nella testa. Cos’è questa novità. In fondo, posso ammetterlo, è un po’ che ci penso. Non posso non pensarci se lui mi ci fa pensare. Se mi perseguita con la sua maledetta macchina. Va bene quando siamo in spiaggia. Certo non sono più libera di prendere il sole come voglio. Non posso togliere più il pezzo sopra. E devo stare attenta a come mi metto. Ma mi entra in bagno quando sono sotto la doccia. Persino quando la sto facendo. Si accuccia se mi chino mentre sto lavando i piatti. Non è che a casa posso sempre stare con i pantaloni e la maglia. Strabuzza gli occhi e corre a prenderla. E sempre più difficile difendersi. Non mi ricordo quando è cominciata questa storia ma va avanti da un pezzo. Approfitto della cena e della presenza di Edo.
Per essere una serata di giugno è caldo. Forse sono io a sentirlo. Continua a sembrarmi una sciocchezza. Non lo capisco. Poi loro due, Edo e Carlo, sono molto amici. Me lo porta spesso in casa. All’ultimo. Per cena. E’ così carino, Edo. Così a modo. Sembra sempre fuori posto. Forse non ci avrei pensato. Non a lui. E’ Carlo che se le va a cercare. Ha cominciato lui. E poi ho visto come sbircia appena può. Certo fa di tutto perché non me ne accorga. Me ne sono accorta. Sento i suoi occhi come fossero mani. Vedo che li infila ogni volta che mi piego. Come mi guarda le gambe appena può. Li sento addosso come mi giro. La cosa anche un po’ mi lusinga. Lo ammetto. Non che ne abbia bisogno. E io so essere veramente provocante quando voglio, anche un po’ porca. E poi che male ci sarebbe? Non c’è male se non ci si mette cattiveria. E credo che a lui, e agli uomini, faccia piacere. Me ne dovrebbe essere grato.
Ma a sentire lui, il caro maritino, niente è mai abbastanza. Solo che… non sono certa di averlo deciso. Guardo la tavola da sparecchiare. Fosse per me un po’ di pelo lo farei vedere, visto che insiste tanto. Per uno scatto o due. Tanto è solo ruba mia. E roba di buona qualità. Se non si offende lui che è lui il becco. Solo che non vorrei mi si riconoscesse. Preferisco, non so perché, starmene senza nome. Va bene un avatar ma il proprio vero nome mi mette a disagio. Metterci la faccia. Magari finisce che trovo qualche maniaco. Che non riesco più a togliermelo da torno. Poi quello mi tempesta di telefonate. Non si è mai abbastanza prudenti. Dice che si vede di più quando sono in spiaggia. Bella forza, in spiaggia mi fa portare dei costumi che non sono nemmeno costumi ma fili interdentali, francobolli, illusioni. Piccoli che sembra che mi sia dimenticata di metterli. Non sono certa che mostrare troppo giovi. Il maschio ha anche voglia di immaginare. Non so. E’ lui il maschio. Mi sa che gli fa orgoglio che gli altri mi guardino. Non vorrei fosse un vizio. Mi decido; definitivamente. Lo chiedo a Edo mentre porta il bicchiere alla bocca: “Me ne versi un goccio? Volevo dirti… cioè… Cosa pensi di quelli che mettono le foto in rete”?
La cosa è andata. Il difficile sempre è iniziare. La paura all’improvviso mi è passata tutta. A volte Carlo mi farebbe proprio incazzare: “Ma quali foto”?
Come quali? Come per quelle al mare”.
Che male c’è”?
Semplicemente non mi va. E poi mi si vedono le tette. Lui, lo stronzo, non mi dice niente e girano per tutta la rete. Ti sembra giusto? Cosa possono dire quelli che le vedono? E mi si vede bene. Mica stanno lì a pensare che eravamo al mare”.
Edo viene spesso da quando s’è lasciato con Gloria, povero piccolo, non s’è più ripreso. Dobbiamo invitare una volta lui e una volta lei. Tenendo conto dell’ultima volta. Per non far torto a nessuno. E’ un casino quando due si lasciano. E mi viene da pensare che stavolta resterà contento. Ha ancora il boccone in gola. Stavolta però la domanda lo lascia sorpreso. Non è uno dei soliti argomenti. Non sa come uscirne. Guarda se lo faccio per rabbia. Per sfida. Se abbiamo litigato. Non trova nulla di tutto questo nel mio sguardo. Mi vede tranquilla. Sicura. Decisa. Mi vede diversa. Edo e proprio carino quando fa così, un gattino, un peluche: “Non le ho viste. Sai… io non navigo. Non so che dire”.
Intanto mi chino e la mia scollatura è già un invito. L’aria si fa più calda. Mi viene da ridere. Mi prende una strana allegria. Rischio di rovinare tutto. Non è che mi succeda tutti i giorni. Forse è un po’ anche il vino. Bella scusa. Certo qualcosa è: “Che poi mica si accontenta; cosa credi? Ma avrai una tua idea tu”?
Lui, come al solito, resta sul vago e nell’imbarazzo. Ripete come un’anatra muta: “Ma, non so”. E’ da lui. Onestamente comincio ad averne abbastanza. Forse potevamo mettere un po’ di musica. Abbassare la luce. E’ troppa. Forse dovevo essere più esplicita. Niente di peggio di chi non vuol capire. Ma forse non ha proprio ancora capito. E non so fin dove voglio arrivare. Gli passo la mano veloce sotto il tavolo. Quasi distrattamente. Appena lo sfioro ma basta. E’ rapido e non ha bisogno di pensarci troppo. Capisce che stasera è una occasione diversa. Che c’è un’aria diversa. O forse non capisce affatto. La tolgo appena è pronto. Devo essere impazzita. La verità è che mica lo so perché lo faccio: “Non credi che dovrebbe smetterla. Non credi che la dovrebbe finire di insistere. Sono una stupida. Il fatto è che io mi vergogno ancora. Che poi il corpo è mio”.
Intanto s’è lasciato cadere la forchetta. Mette il tovagliolo in grembo. Ma sì, che tanto vale… mi faccio tanti problemi e mi prendo della sciocca. Non sarò la prima e nemmeno l’ultima. Il mondo è strano. Lo attraversa il vizio del peccato, del rischio, della novità. Sembra sempre più emozionante nelle intenzioni.
Carlo ha sempre creduto che non ne avrei mai avuto il coraggio. Per quello nemmeno io. E’ che il coraggio ti serve quando ci pensi. Mentre lo fai non ti serve più. Basta non pensarci. E tolgo il tovagliolo, ma stavolta senza sfiorarlo. Non so se è possibile: “Chinati pure. Guarda pure. Vedrai come sono bella sotto. Non mi da più fastidio. E nemmeno a Carlo, vero caro”.
La gonna era già salita prima ancora dell’antipasto. Mi son seduta e l’ho sistemata sopra le ginocchia. E l’ho messa corta di suo apposta. Allargo le gambe. Non sono certa che si veda. Quello che non si vede si può immaginare. Sono fiera di me. Glielo faccio vedere io. Anzi gliela faccio vedere. Ho sempre pensato che mutandine come queste facessero meno che senza. Valli a capire gli uomini. Gli basta quattro millimetri di pizzo. Una trasparenza. Persino un collant. E pensare che mi sono costate una cifra. Fai tutto per loro e a loro non basta mai. Ti fai bella e a loro cosa importa? Loro ti vogliono porca. Ma un attimo sì e uno no. Non sai mai come comportarti. O fanno i gelosi o fanno gli sfacciati. Mi viene la rabbia. Lui e la sua rete: “Che se ti becco con una di quelle troie”…
Povero caro, Edo non può capire. Non tutto. Ci sono discorsi fra noi, solo nostri. E’ stato colto di sorpresa e nemmeno respira. E va bene, te le faccio fare, le tue foto. Ma non con il telefonino. Se devono essere foto che siano almeno foto. Lo aspetto che torni e torna con la macchina. Ci ha messo un attimo. Nemmeno il tempo di scaldare ancora un po’ l’atmosfera. E ha una faccia da sfida. Gliela faccio vedere io. A lui e anche a quello stronzo del suo amico. Ti faccio vedere chi è tua moglie. Che moglie che hai. Gli altri si leccherebbero i baffi. E tu vai in cerca di queste… queste… minchiate. Credo che Edo non la veda da quando se ne andata Gloria. Forse questo lo rende ancora più emozionato. Mi fa quasi pena: “Tanto lo so che mi vedi. La verità è che non mi ha mai dato fastidio. Noi siamo così. Anche un po’ leggere. Se vogliamo, frivole. Hai visto dove ho fatto il tatuaggio? Ti piace? Credi non abbia visto come sbirciavi”?
Mi alzo e comincio il mio piccolo spettacolo. In fondo cosa ci vuole? E loro sono di palato facile da accontentare. Veri dilettanti. Quando posso mi specchio nei vetri della credenza. Scendo dai tacchi. Ho fatto bene a non mettere le calze. Sarebbe stato troppo. E poi mica voglio farlo impazzire. Voglio solo accontentare la sua smania per le immagini. Forse è la società dell’apparire. Certo che piace anche a me sentirmi bella. Essere ammirata. Desiderata. E a chi non piacerebbe? Solo che non restano che parole stupide. Non puoi certo inventarti un gran dialogo: “Ti piacciano le mie mutandine? Hai visto dov’è il cuoricino? Non è un problema. Un po’ di pazienza. E poi… le tolgo”.
Continua a tacere. Ripenso alle fantasie di Carlo. A me non piace con una donna. Cioè, se devo essere onesta, preferisco con un uomo. Voglio dire che credo non mi piacerebbe. Lui dice… pensiamo ad altro. A volte ho l’impressione che agli uomini piaccia quasi di più guardare che fare. Forse più fantasticare. Ma se hai una donna come me… diavolo. Sputo in faccia le parole come se volessi fargli male. “Intendi così”? Edo non sta più nella giacca. Lo invito a levarsela. Intanto tolgo la camicetta. Comincio a mostrare un po’ di mercanzia che quella non mi manca, ne ho in abbondanza: “Perché non ti metti comodo, sul divano. Ecco. Bravo. Sposta il vaso, per cortesia. Non vorrei che andasse in pezzi. C’è abbastanza luce? Dovrei fare vedere un po’ le tette”?
Certo che te le faccio vedere. Te le mostro io, e per bene. O che gusto c’è con una cosa? Dove le pensa? Edo mi guarda e gli occhi gli schizzano fuori. Scopro più che posso e poi passo oltre. Fa capolino un po’ di aureola. Poi, con fare porco, faccio apparire il capezzolo inturgidito. Carlo non si è ancora ripreso. Faccio tutto con una lentezza esasperante. Da vera professionista. Alla fine anche quelle, le mie tette, schizzano fuori. E allora lo sgancio e lo faccio volar via il reggiseno: “Questo non serve più. Vedi bene, Edo? E se non ti è chiaro sono anche un gran bel paio di tette. Se fai il bravo dopo te le lascio anche assaggiare. Sai che mi piace da matti farmele succhiare? Non aver fretta. La fretta non è mai una buona amica. Non aver paura, a Carlo piace che me le succhi. Vero Carlo”?
Non sono certa che sia questo che Carlo vuole. Insomma… cosa deve volere? Quello che vuole vuole. E’ questo quello che offre la ditta. Lo può pensare di divertirsi da solo. Ho messo su qualche chilo. Chi se ne frega. Non starà a guardar proprio quello. Nemmeno se ne accorgerà. E poi non può sapere com’ero prima. Non lo può ricordare. Il vaso intanto lo sposta Carlo. Avrei vinto la scommessa. Edo li strabuzza, è al massimo del turbamento. Cerca di sistemarsi più comodo. Di tenere un contegno. Non può riuscire a mostrare indifferenza. Suda. Si sbottona il colletto. Si umetta le labbra. Lo faccio anch’io. Per lui. Dedicato a lui. Me le sollevo con le mani: “Prendile bene e prendile tutte, che ne vale la pena. Non ne girano tante di così. E sono tutte roba mia. E allora… sono abbastanza porca per le tue maledette fotografie”?
Controllo se sono attenti, entrambi. Poi passo al resto. Lato b. Con lascivia mostro il culo e il mio è un gran bel culo. Lo smeno con gesto sensuale, lentamente. Passo una carezza leggera e accurata sulle chiappe. Vedere e non toccare. Soffermo le dita. Le palpo e le strizzo un pelo. Scivolo sulla loro rotondità. Scopro che nemmeno io sapevo di averlo così bello. Credo che Edo voglia dire qualcosa. Che anzi l’abbuia detta, ma talmente piano da restare un sospiro. E ha la faccia da chiedere nuovamente permesso. Spero che Carlo sia contento. Anzi spera che capisca cosa ha fatto: “E ora che facciamo? Gli mostriamo? No! si annoierebbe anche lui”.
Carlo mi guarda allibito. Non gli lascio il tempo di dire un amen. Lo rimbrotto: “Tu pensa a fotografare”. E’ certo che tanto non avrò mai il coraggio. Insiste ancora caparbiamente nella sua imbecillità. Ormai so di averlo, quel coraggio. Non mi potrebbe più fermare niente. Nemmeno fossimo in mezzo al traffico. Mai sottovalutare una donna dopo averla fatta incazzare. Se lanci una sfida devi essere pronto a prenderti le conseguenze. Non so se Carlo voleva ma adesso deve volere. Non ho nemmeno più voglio di rinfacciarglielo: “Vedi cos’hai combinato? Hai messo in imbarazzo il tuo amichetto. E hai messo qualcosa in corpo anche a me. Non preoccuparti, lo faccio diventare io maggiorenne”.
Edo si alza e balbetta che forse è il momento di andare. E’ quello che volevo. Ha fatto il gesto inconsulto. Quello di uno fuori posto. Quello che aspettavo. Non ha ancora capito. Sono da lui in un attimo. Gli abbasso la lampo, poi i calzoni e gli slip. Senza il tempo di nessuna reazione. Lo guardo e non può altro. Edo è in splendida forma ed è un gran bel vedere. Il suo è un vero stalin. Forse sono solo emozionata anch’io. Non è proprio un momento come tanti. Mi si dovrebbe capire: “E’ questo quello che tu chiami abbastanza? Posso”? Mi abbasso e glielo prendo in bocca. Mica ha il tempo per decidere. Continuo a guardare verso mio marito. Verso l’obiettivo. Penso a come verranno le foto. Mi chiedo quanto sarà contento. Carlo non ha mai saputo d’essere cornuto. Lo scopre in questo preciso istante. Spalanca due occhi che se avessi tempo da perdere scoppierei a ridere. Non voglio scoraggiare il mio partner. Lo so da sola che nell’orale riesco bene. E anche che è molto fotogenico. Sono certa che Carlo si sta chiedendo cosa deve ancora fare. Intanto scatta e scatta come una mitraglia. Si sposta e scatta. Si avvicina e scatta. Si allontana e scatta. Lavora di zoom. E’ molto professionale. Poi lo stupido, l’imbecille, il becco, sembra avere un secondo di dubbio: “Ma… io”…
Mica lo so cosa gli passa per la testa, allo stronzo. Debbo interrompermi un attimo, solo il tempo di rimetterlo in riga. Mica gli lascio il tempo di pensare. Finisce che alla fine diventa colpa mia. Eh no! caro. Adesso che te la sei voluta te la prendi: “Se tu fai, chi scatta le foto? E allora scatta”.
Intanto mi metto più comoda. Pare non essersi ancora del tutto reso conto che sono io quella che l’amico si sbatte, sua moglie. Che linguaggio. Non è da me. Non è certo un linguaggio da signora. Ma… vista la situazione, in una frangente così, chi se ne sbatte. Ormai sono decisa a fare tutto, anche quello che non ho mai pensato. Guarda pure; guarda. Guarda la tua mogliettina. Te le faccio io, per bene. Le corna. E te le metto come si deve. Faccio la gattina che metto a dura prova le coronarie di entrambi. Eccoli gli uomini: il viso paonazzo e l’equilibro instabile sul bordo dell’infarto. Eccoli lì gli eroi. Quelli che non indietreggiano mai. Davanti a nulla. Quelli che loro le donne: “E dì qualcosa anche te. Cos’è, un film muto? Cosa faccio, parlo da sola? Sei rimasto anche tu senza parola”?
Non vorrei dirlo ma… la cosa mi stuzzica. Magari è questa la mia vera natura. Sento quel frizzicorino. Non fosse per le foto me lo sarei già portato di là. Che a letto si sta anche più comodi. Come la chiamano… coerenza. Ho le mutandine bollenti. Insomma, se non le tolgo subito le bagno. E pensare che io a quello l’altro giorno gli ho detto sono sposata, che anche mi piaceva. Che ci avrei fatto volentieri un giro con lui. Che mi guardava con quegli occhi. Devo essermi proprio impazzita. Sono proprio una stupida. Intanto mi son tolta dall’imbarazzo. Mi sono rialzata. Lo guardo diritto e gli sorrido. Cerco di incoraggiarlo. Anche se credo ormai che non ne abbia più alcun bisogno: “E allora scatti? Le fai le tue maledette foto? O devo fare anche quello”.
Sono costretta a rallentare perché ho paura che Edo rovini tutto. Forse sono solo fisime mie. E’ colpa mia se mi sento sempre in colpa. Responsabile. Torno a chinarmi su di lui. Non voglio nemmeno che si scoraggi. Sento che non posso tirarla troppo a lungo. La cosa, il trattamento, lo interessa troppo. Carlo per non sapere che fare continua a scattare. Forse ha capito che non accetto più repliche. Sono decisa. E’ imperativo. Gli piace il porno allo sporcaccione e si scorda che sono sua moglie. Vuole vedere sempre più da vicino. E fotografare sempre più da vicino. Vorrebbe darmi consigli come se avessi bisogno di essere guidata. Fare il regista. Intanto penso che queste no, mica le posso mettere in rete. Mica tutte. Forse verranno troppo forti. Che… forse le tengo per me. Che potrei nascondere la faccia. Io non sono brava col computer. Ma forse si merita che mi si veda bene. Che si sappia che sono sua moglie: “Come se. Una. Con suo marito. In quel momento. Gli viene in mente. Le foto”.
Abbraccio il mio compagno e lo bacio. Gli sussurro in silenzio all’orecchio che sono pazza di lui. E anche di lui. E che adesso che l’ho conosciuto… che non rinuncerò più a lui. In realtà ho perso la testa. E non me ne frega più nulla delle foto. Anzi mi aiutano e mi scatenano ancora di più. Devo prendergli la mano per mettermela tra le gambe. La mia non l’ha trascurato per un attimo. Non ho fretta. E voglio si metta in testa che non potrà più fare senza di me. Altro che un po’ di più. Glielo faccio vedere io. Voglio che chi le guarda non possa resistere a tenere le mani a posto. Che neanche sul canale più bollente a pagamento. E lo leggo in faccia a Edo cosa mi vorrebbe dire. Con quanti nomi mi vorrebbe chiamare. Ma lui non riesce a scordare che c’è Carlo e che Carlo ci sta guardando. Lo facevo timido ma non così timido. E’ talmente facile con la digitale, non serve andare dal fotografo. E’ talmente interessato, preso che non gli viene in mente altro. Che non si pensa di fare. Non è nemmeno più uomo. E’ solo un occhio. E’ la macchina. I gesti si ripetono. Viene vicino. Si allontana. Mette a fuoco. Non c’è bisogno di flash. E ne può scattare quante vuole. E ne scatta quante vuole. E’ una gran comodità. Peccato perché sarebbe bello con due, cioè in tre. Mica lo posso fare con le mutandine addosso. Quasi me n’ero scordata: “Dammi un attimo. Un attimo solo”.
Lo faccio lentamente perché non si perda nulla. Lui avrebbe fretta. Ho fretta anch’io. Dicono che non c’è nulla meglio della malizia. Dicono che non c’è nulla più eccitante di una donna provocante. Della provocazione. Che funziona meglio. Mah! Io preferisco i fatti. Fosse per me lo farei subito. E dopo magari un’altra volta. Non sono donna di grande pazienza. Non in questo. Ma appena mi sfilo le mutandine è fatta. Appena vede un po’ di pelo perde quel poco di testa. Appena ne sente l’odore. A pensarci la stanza odora solo di me, odora di sesso, ma ho altro per la testa. E tutte queste parole non servono a nulla. Non è con le parole che si fanno i fatti. E se non son fatti questi: “E’ questo che volevi? Sono queste le foto che volevi, vero? E’ abbastanza”?
Non è un atleta ma non voglio lagnarmi. E me lo voglio proprio prendere tutto. In realtà Edo si chiamerebbe Edoardo, ma questo non conta nulla. In verità non è proprio come quello di Amedeo, ma, insomma… Ma anche lui, farsi chiamare Amedeo Amedei. Ma il nome è l’ultima cosa che è importante, quando sei su un letto. Per quello anche in macchina. Insomma quando mi va. Che faccio, tentenno ancora? Se non fossi così stupida ne avrei di occasioni. Ne troverei da divertirmi. Invece sto lì sempre a pensarci due volte. A farmi tanti problemi; troppi. E così mi pento dopo. Quasi sempre. E pensare… ma mica lo sapevo quand’è incominciata… sembrava tanto per bene. E invece sembra proprio che gli piaccia. Che le corna gli facciano gusto. Guardalo là. Potrei persino essere gelosa di Leo. Certo che non me lo sarei aspettata. E’ un tipo caparbio. Insistente. Tenace. Uno che dura. Chi l’avrebbe mai detto? Meglio così. Se una deve fare una cosa meglio farla bene. Per una cosa così. Voglio che se la fotografi in testa. Che se ne ricordi bene. Questa resterà nella storia. E gli succhio di dosso il sapore di me. Gli scopo anche l’anima. Voglio essere proprio porca.
Eppure Carlo la dovrebbe provare un po’ di invidia. Non ne ho mai avuto così voglia. Non sono mai stata così calda. Potrei durare fino a farlo impazzire. Ma comincio ad averne proprio bisogno. Questa storia è più pazza di quanto credevo. Se lo avessi saputo… Perché non te le dice nessuno, le cose? E’ una cosa che non avrei detto mai a nessuno. Come si fanno a raccontare, certe cose? Pazienza, la Mirella. Ma quella è una porca. Lei è così. Lei è veramente porca. Povero Giorgio. Meglio che non ci pensi, a Giorgio, ch’è stata una delle più belle della mia vita. Certo che certe donna sanno essere proprio puttane. A dirla tutta son proprio quelle con Carlo, il caro maritino, le più deludenti. Sarà perché è roba mia. Sarà perché non c’è il pericolo, la trepidazione. In fondo con lui è un mio diritto. Che quasi nemmeno lo farei. Non che… povero piccolo. Ecco, proprio povero piccolo. Ma non posso prendermela con lui. A Edo devo proprio sbatterglielo sul muso. Forse anche lui vorrebbe solo questo. Vorrebbe che avessi un po’ più di iniziativa. Ma lui è mio marito, perdio: “Ma guarda cosa mi tocca fare. Di la verità che non credevi ce l’avessi così grosso”.
Solo che una della mia età non dovrebbe mettersi a fare queste cose. Non dovrebbe più aver bisogno di lusingare gli uomini. Si aspetterebbe che si facessero avanti. Che prendessero un po’ di iniziativa. Che dico? Che si mostrassero più uomini. Può una donna fare tutto lei? Non sarà mai un fulmine di guerra. Uno che prende facilmente l’iniziativa. E forse lo so anche capire. Non gli deve essere mai successo. Farlo sotto gli occhi di un altro. Del marito. Di un amico. Di un amico marito. Anche a me fa un po’ strano. Ma ormai ho gettato ogni cosa oltre ogni ostacolo. Che mi sa che non l’ha fatto tante volte comunque. Ma Edo non ha bisogno che insista. Capisce da solo di cosa ho voglia. Ha ancora paura di sbagliare. Gli tolgo ogni dubbio senza bisogno di insistere. Mi basta aspettarlo. E Carlo si dimentica persino di fotografare perché a lui non ho mai voluto dargli questa soddisfazione. Anche per principio. E poi io so essere dispettosa, quando voglio. Da domani non mi chiamo più Rosa. E alla fine la dico la parola: “Sfondami”.

Nessun uomo sa immaginare di cos’è capace una donna. Dove può arrivare.
Ma Rosa”…
Spero che non mi verrai ancora a dire che potevo di più”.
Edo è arrivato alla fine, povero cocco. Scivolo veloce perché me lo voglio sentirlo in gola. “Come credi mi sia inventata il nome di Golosa Tiziana”? E’ stato un bravo compagno, che nemmeno credevo. In fondo se lo merita. Non gli lascio nessuna possibilità per lagnarsi. Poi raccolgo le mie cose. Lo invito a sistemarsi e mettersi tranquillo e comodo. E’ ormai senza energie. Mi infilo la gonna e la camicetta. Sulla pelle. Tanto la serata è finita. Non dobbiamo più uscire. Non resta che un bicchiere di vino. Vado bene anche così. E anche troppo. E chi vuole guardare che guardi. Non ho più niente di nuovo da mostrare. Ho fatto lo spettacolo concreto. E poi mi piace sentirmi la stoffa nella pelle. Che mi sfiora le tette. Sentirmi libera. Nuda sotto. “E ora facci vedere come sono venute ‘ste stronze di foto”.
Carlo è l’unico cornuto che era cornuto già prima di incontrarmi. Contento lui siamo contenti in tre. Però sono venute bene. Ne ho viste di migliori, ma non sono proprio malaccio. Non credevo che ci sarei riuscita. Certo che si vede tutto è bene. Persino troppo. Forse dovremmo farne qualcuna a letto. Con me sola. Che mi spoglio. Mi vengono delle pose… Stesa che mostro e non mostro. Con la mano che me la nascondo. Con la mano che scivola. Con quella sottoveste. E quelle mutandine e reggiseno. E’ un completo che ti fa partire subito. Con gli uomini basta poco. Con un sorriso più malizioso dipinto in faccia. In questo sono subito al lavoro. E neanche di profilo vengo niente male. Solo che a sentirlo in bocca lo avrei detto di più. Ma ha fatto il suo dovere. Povero piccolo, dev’essere stanco. Son certa che anche Carlo aveva fretta di vederle. Vengo proprio bene in foto. Certo non le mostrerei a mia madre. Chiedo ad Edo se è sicuro di poter guidare. Grandi, grossi e bambinoni. Per me gli chiederei di restare. E lo rassicuro: “La prossima volta che gli viene la fregola delle foto non ti preoccupare che chiamiamo subito te”.

N.B. L’immagine è stata trovata nel web.

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