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Posts Tagged ‘cuore’

Aveva occhi di sole. Grandi occhi di sole. Come sono gli occhi di sole? Che stupida domanda. Bastava guardarla per trovare la risposta.
Lui per quegli occhi s’era perso di senno, ma quegl’occhi parlavano una lingua e il suo cuore ne parlava una diversa. Con gli occhi gli dava un sorriso che lo riempiva di speranza, il cuore gli strappava lamenti e lo condannava irrimediabilmente senza attenuanti.
Era stato per quello che aveva deciso di cavarle gli occhi perché erano loro che gli avevano mentito e l’avevano illuso. Cosa ne può capire la legge dei fatti di cuore?

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Danila lo sapeva: era quel giorno. Ogni volta era la stessa storia. Ogni parola era occasione di lite. Non riuscivano nemmeno a ignorarsi. Non poteva fare attenzione ad ogni parola che è una. Stare lì a guardare tutto. L’appartamento era troppo piccolo perché ci fosse spazio per tutti e due. Non riuscivano che a farsi del male. Ma sarebbe finito presto, con quel giorno; quel maledetto giorno. Succedeva ogni volta. Ad ogni anno: il 17 febbraio. Lo sapeva come sapeva che il mattino dopo avrebbero fatto la pace; come sempre. E lui l’avrebbe coccolata come solo lui sapeva fare. Ma nemmeno questo riusciva a farla sentire meglio. La radio andava perché avrebbe voluto poter non dare ascolto alla propria testa, ma quella era là.
Lei lo amava Alessio, lo aveva sempre amato. Fin da quanto erano ragazzi. Era stato naturale innamorarsi di lui. Sembravano fatti uno per l’altra. Bastava che avvicinasse le labbra alle sue. A volte bastava anche una sola piccola parola, magari sussurrata. Non avrebbe saputo nemmeno lei dire perché. Era servito solo per farla sentire in colpa. Tutto quel tempo. Perché allora lo aveva perso così. Senza nemmeno un vero perché. Ma per fortuna lo avevo ritrovato, il suo Alessio. Sì! era stata la sua fortuna. La loro fortuna. Erano felici insieme. Eppure allora lo aveva perso. E aveva rischiato di perderlo per sempre. E forse se lo sarebbe persino meritato. Era stata una storia squallida. E tutto per un uomo senza valore. Tutto per Massimiliano. Per un Massimiliano qualunque. Com’era stata stupida.
Alessio le dava tutto quello che voleva. Fin dal primo momento. La amava ed era gentile. La faceva sentire importante. Era premuroso. Era attento. Pieno di riguardi. Tenero e dolce. Sapeva trovare le parole. E parlarle diritto al cuore. E sapeva come prenderla. La faceva sentire donna. Tra le sue braccia le bastava socchiudere gli occhi. Lui era il sogno che voleva. Era il ragazzo che ogni ragazza avrebbe voluto incontrare. E le amiche erano invidiose di loro. E avrebbe voluto annegare tra le sue braccia. Poi aveva incontrato l’altro.
Quel ragazzo l’aveva amata in modo disperato. Quell’uomo l’amava come nessuna donna era mai stata amata. Era solo uno stupido testone, il suo Alessio. Ormai non poteva che averlo capito quanto anche lei lo amava. Era vero che aveva sbagliato, ma sapevano entrambi che non avrebbe sbagliato più. Che ormai c’era solo lui nella sua vita. Allora era solo una ragazza. Eppure Alessio continuava a ripeterle che non riusciva a dividerla nemmeno con un ricordo. E la cosa, quel giorno, gli faceva male. E lei non avrebbe più voluto fargliene, gliene aveva già fatto a sufficienza, quella volta. Era l’ultima cosa che avrebbe voluto, ma quel giorno era un giorno particolare. E in quel giorno non riusciva a non ricordare. A non tornare alla sua storia con Massimiliano. Non che rimpiangesse qualcosa. Era solo che quel giorno lei era sempre di malumore. Bastava aspettare e passava.
L’altro, Massimiliano, non era bello. Non era per quello. Lei per lui non era molto; lo aveva sempre saputo. Lui nemmeno aveva provato a nasconderlo. Non era che una delle tante. Nemmeno degna della più piccola delle delicatezze. Forse era stata solo una ragazza carina. Una da aggiungere alla lista. Una stupida che alla fine c’era stata. Che ci era cascata. Aveva aspettato che passasse; inutilmente. Non era passata. Quella pazzia non era passata. E si era sentita sporca e falsa e vigliacca. Alla fine non era riuscita più a nasconderlo. Ed era stata costretta a dirlo ad Alessio. E così lo aveva perso. Si erano lasciati e lui non capiva le lacrime della sua donna che perdeva. Lo lasciava e piangeva. Gli diceva addio ed era come se gli giurasse che avrebbe continuato ad amarlo. Era così buono Alessio. Questo la faceva sentire ancora peggio. Forse avrebbe preferito che la trattasse duramente. Che le sbattesse in faccia le sue colpe. Quel tradimento. Non fece nulla di tutto quello e questo, se possibile, la fece sentire anche peggio.
Quello che c’era stato con Massimiliano non avrebbe saputo come definirlo. Lui era stato solo il posto dove finiscono i sogni. Non era mai riuscita a chiamarlo amore. Non assomigliava a nulla di quello che aveva sognato. Non certo quello che ci si aspetta. Non quello che insegue una donna. E, a quel tempo, una ragazza. Era anche meno di una amicizia. Non assomigliava per nulla a quello che le aveva dato e le dava Alessio. Sapeva che lui le avrebbe fatto solo del male. Lo aveva sempre saputo. Erano incontri fugaci. Erano incontri veloci. Con lui non c’erano domeniche. Non c’erano feste. Né momenti da ricordare. Se ne andava come veniva. Con lui c’era solo attesa. Ed era aspettare qualcosa che non sarebbe mai successo. Ogni incontro le lasciava la bocca amara. Quando non la lasciava semplicemente in compagnia a quella donna ferita che era diventata. Con i suoi rimorsi e la sua amarezza. La sua inutilità. Si sentiva semplicemente invecchiare. Eppure per lui aveva rinunciato a quell’amore che aveva trovato con Alessio.
Lei aveva sempre sognato una storia importante. Gli amici. Magari una famiglia. Magari un figlio. Tutte cose che aveva sempre potuto trovare con Alessio. Tutte cose che aveva sempre saputo che Massimiliano non le avrebbe mai potuto dare. Tutte cose che quel rapporto le toglieva; le negava. Non era più la stessa donna. Aveva smesso di sognare. Senza nemmeno trovare un perché. Non aveva nemmeno mai saputo cos’era per lui. Certo non una cosa importante. Lei era solo lì per quando lui non aveva di meglio da fare. E non poteva nemmeno chiamarla passione. Con lui non era mai riuscita a sentirsi libera. Né veramente felice. Era una cosa fredda; quasi squallida. Non riusciva a ricavarne molto. E non aveva nemmeno molto rispetto. La trattava come una stupida. La faceva sentire una stupida. Di tutto era colpa sua. Arrivava quando voleva e quando voleva se ne andava. Ogni volta lei non sapeva se ci sarebbe stata un’altra volta. Era solo come una malattia; come una condanna. Finché non era finita. Se n’era andato per un’altra. L’aveva lasciata come tante altre volte, ma quel 17 febbraio era stato per sempre. Senza una parola. Senza nemmeno una riga. Una spiegazione. A differenza delle altre quella volta non era tornato. Non s’era più fatto vedere.
Cos’era; cioè cos’era stato? Non aveva mai trovato una risposta a quelle sue domande. Certo era finito. Definitivamente finito. E non sarebbe più stata così stupida. Ne avevano parlato, con Alessio. Lui le aveva creduto. Aveva visto che era pentita. Aveva capito. Sapeva che era tutto finito e che era tornata solo per lui. Non ci sarebbero state, tra loro, altre ombre. Alessio aveva saputo perdonarla. Un altro non si sarebbe trovato nemmeno a cercare di farlo. Gli era grata e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui. Qualsiasi ma non quella che non riusciva a fare. Non quella piccola cosa. Quel giorno non riusciva ad essere felice. Qualsiasi giorno ma non quel giorno. Era più forte di lei. Si era rassegnata. Quella era l’unica battaglia che non sarebbe mai riuscita a vincere. Per Alessio avrebbe affrontato qualsiasi cosa, avrebbe dato la vita. Lui era la sua vita. Ogni anno sperava che fosse diverso. Che non glielo chiedesse. Che capisse. Che si rassegnasse. Ogni anno la sua inquietudine diventava la rabbia dell’uomo che amava. Faceva più male a lei che a lui. E si sentiva responsabile. Ed era come se pagasse ancora per allora; per quell’errore. Ma aveva solo bisogno di lasciare passare quel giorno e quella notte.
Invece al mattino la mano che lo aveva cercato non aveva trovato Alessio; a letto, al suo fianco. Non c’era nemmeno il tepore lasciato dal suo corpo. Subito una strana inquietudine si era impossessata di lei. C’era semplicemente un freddo maledetto vuoto che immediatamente le sembrò infinito. A tentoni aveva solo sentito un fruscio e poi le sue dita aveva incontrato un piccolo foglio sul cuscino. Assonnata aveva acceso la luce del comodino, cercato gli occhiali e letto quel biglietto e quelle poche e laconiche righe tracciate con quella grafia incerta e frettolosa: “Perdonami ma non ci riesco. Non ci riesco proprio. Dio solo sa quanto lo avrei voluto. Non cercarmi. E’ più forte di me. Di noi. Non so vivere dividendoti con un altro. Anche se solo con un ricordo. Anche se lui non c’è più. Grazie per tutto quello che mi hai dato”.

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linguacciaBastassero le orecchie
allora si sentirebbe questo lamento,
bastasse avere occhi
non si potrebbe girare lo sguardo altrove,
bastasse avere un cuore
come un cucciolo abbandonato
bastasse avere un cuore.
Ci sono giorni in cui non sei più niente
ed altri in cui vorresti fuggire
ma, pensi, sono quei giorni,
il tempo troppo pieno di minuti
ché il male è dentro
e sono solo quei momenti
o la memoria che non sai abbandonare.
Ricordi: l’avevamo detto?
ma i sogni son rimasti nel cassetto
l’acqua è salita, salita oltre la riva
e non si torna indietro
perché vent’anni vengono una volta sola
e si muore sempre un po’ per volta
senza farci caso, distrattamente
come se l’uomo non nascesse dall’amore
(ma chi lo dice?)
e nel mio caso era solo un banale incidente.
Lo giuro: mica l’ho fatto apposta.

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raccontiEra così bambino. Così meravigliosamente stupido. Così impreparato. Così incapace. Così teneramente inutile. Era solo… non conosceva nemmeno sé stesso. Le donne non sanno dimenticare di essere capaci di essere madri. Lei non faceva eccezione. Non riusciva a governare le parole. Correvano come un fiume. E sentiva quel dolce tepore in petto. Lo aveva provato una volta sola. Quando ancora non le era cresciuto il seno. Non era passato troppo tempo. Il ricordo era ancora nitido. Forse avrebbe continuato ad accompagnarla. E non aveva altri pensieri. Tutto correva leggero. Tutto era in quel mattino di primavera. Soli là. Con i colori di pastelli. Strada di sassi; bianchi. L’abito forse troppo leggero. E anche quel bisogno di tepore. Le dita della brezza che spettinavano il prato. Così lontani dal mondo da poterlo inventare. Così distanti da tutti da essere veramente soli. In quel modo meraviglioso in cui si può essere soli in due. La voglia di correre già da Marilisa a raccontarlo. Non è un sogno se non si può raccontare. Anche il cuore ha le sue amicizie. Chiuse gli occhi e aspettò il bacio. Lui la riconobbe paziente, implorarlo, pregarlo, invitarlo; titubante accostò le labbra. Si sentì grande nel pensare che l’amore non vuole guardare; non poteva essere certo di riconoscerlo.

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melaQuando si ritorna su una cosa è perché in qualche modo la cosa intriga, interessa, s’è fatta parte delle priorità. Così Lei si presenta con un vestito nuovo. Sfodera la sua civetteria. Ne dice mille; Lei. Dice di non essere romantica. Dice che infondo non è così attenta ai dettagli. Dice che non è particolarmente vanitosa per essere donna. Dice che non si piace. Dice che si piace. Dice che Lei è fatta così. Sì! ho cercato di limitare quanto dice perché, come tutti, spesso dice molto e anche il contrario. Oserebbe persino dire che è la prima cosina che ha trovato da indossare. Spesso dicono fin troppo i suoi silenzi. Io non so toglierle gl’occhi di dosso.
I capelli sono perfetti, il viso un po’ tirato. Gli occhi che cercano di evitare gli occhi; non hanno luce. Ma il vestito nuovo le sta che è una meraviglia. Accompagna morbido le sue forme. Le accarezza con delicata precisione il seno. Lei lo dice piccolo. E’ un seno ben modellato. Il profondo scollo ne lascia intravvedere le carni lucide. Sono a chiedermi se porta il reggiseno, mentre distraggo il mio sguardo e cerco parole diverse. La sua lunghezza le lascia scoperte le gambe ben oltre le ginocchia. Le sue gambe non hanno bisogno delle calze. Sono sottili ma in armonia con tutto il resto. I tacchi alti poi le rendono ancora più sottili e flessuose le caviglie. Cerco il suo sguardo senza trovarlo. Nell’abito nuovo è deliziosa, gli sta una meraviglia, è carinissima. E’ qualcosa che vorresti immediatamente coccolare. Per un attimo distratto mi lascio andare. La vedo distintamente. Non posso negare che sia anche desiderabile. Questo forse lo è più spesso di quanto io stesso mi permetta di ammetterlo. Forse non dovrei dirlo. Forse Lei non gradirebbe sentirmelo dire.
Entro deciso nel negozio. Lei è ancora in vetrina. Il biglietto, infilato con uno spillo, dice che in svendita viene settantacinque euro; il vestito. Spero solo che lo spillo non l’abbia punta; proprio lì. Non è una questione di prezzo. Non mi sono mai perso in simili piccolezze. E nemmeno mi piace discutere. Mi mostro interessato. La commessa non è male. Esco e la lascio in vetrina. Avrei potuto spogliarla ma sono geloso degli occhi dei passanti.

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monoscopioIl blog è un meccanismo infernale. Te ne rendi conto solo dopo, lentamente. All’inizio lo afferri come un gioco. Poi lui afferra te. Scusate la digressione: questi sono tempi di amori, veri e presunti, sesso e corna. In fondo è sempre tempo per tali argomenti. E’ quello che appassiona qui come altrove: le passioni. Qualcuno non nasconde di cercare nel virtuale le sue scopate. E’ mentre stavo tranquillamente digitando alla leggera che mi son trovato a chiedermi se il blog è maschio o femmina. Bella domanda. Non saprei ipotizzare una risposta. Forse il blog è solo blog. Forse è come Narciso, si specchia e ama solo sé stesso. Ma infondo non lo siamo un po’ tutti? Non siamo forse molto indulgenti con noi? Permissivi? Comprensivi? Non ci poniamo al centro e misuriamo tutto e tutti col metro con cui vorremmo fossero? Come ci farebbe comodo fossero? Forse il mio, di blog, è un po’ femmina; lo dev’essere visto alcuni tentativi di fascinazione. Forse altri sono più maschili, vista la pazienza che hanno nell’ascoltare le pene delle loro autrici. Cavolo mi prende a inoltrarmi in un simile ginepraio? Dev’essere il raffreddore. E poi infondo la vita vera non è molto diversa. Rete o strada mostriamo di noi quello che vogliamo mostrare.
Ricominciamo: Il blog è un meccanismo infernale; abbiamo detto. Cazzeggi, divaghi, hai un bel dire che non è la realtà. Che fai letteratura, beh! insomma -meno arie- che prosi. Il fatto è che tosto o tardi ti tradisci. Quasi sempre. Qualcosa di te, un frammento, una scheggia, magari piccola, ti scappa. Magari l’umore. Sarebbe il minimo. Il sotteso. L’architettura di fondo. Magari per contrasto o, come potrebbe suggerire qualche sofista, per contrappunto. Se non ti senti cialtrone descrivi il cialtrone e balza agli occhi che tu sei l’altro. In questi casi è facile, per chi scrive, è sempre l’altro. Ma anche i lettori hanno dei diritti. Tra gli altri il diritto di trovare quello che vogliono trovare. Poi vallo a spiegare che non è vero. Che non stai parlando di te. Che quello non è il tuo mondo. Torni spesso sulle stesse cose. Rimastichi. Rimugini. E’ infondo quello che ti brucia dentro, che ti rode. Solitamente una Lei o un Lui. Quasi sempre. Naturalmente tranne in questo preciso e specifico caso. Una Lei con Elle maiuscola che diventa a volte il tutto e a volte la stronza. A volte la stronza e a volte il lutto. E’ Lei che non ti capisce. Come riesci a giustificare che è casuale? Che è un esempio? Che parli d’altro? E che parli di un mondo che non conosci? Del mondo dei famosi altri?
Mai il sospetto di essere tu l’altro. Magari la riga sopra hai detto un mi spiace, e, la riga sotto, traspare evidente che non te ne può fregar di meno. Quando non si evidenzia un meglio a te che a me. Quando riesci a nascondere che ne godi; alla faccia della stronza. Quando parliamo d’amore le disgrazie degli altri, dell’altro, ci alleviano la vista. E’ tutto un’arena. E’ vita. Per quanto si cerchi di nascondere il peggio. Puoi farti bello, politicamente bello, dicendo che la guerra ti offende e disgusta. Che quei morti… in realtà quasi non ti tocca. Muoiono donne, vecchi e bambini, ma hanno l’educazione di farlo distante da te. Nemmeno li conosci. Che ci puoi fare? Scandalizzarti non costa nemmeno un sms. A tutti sta a cuore il problema dell’acqua. Facciano un cenno tutti quelli che si lavano i denti in un bicchiere, naturalmente esclusi i portatori di dentiera. Sai dove me l’attacco il compleanno del Divo? E avanti di questo passo. E’ un pasto nudo. E’ un formicaio di pezzetti di sogni che poi ti inseguono anche durante la notte. E’ l’amaro che ti impasta le labbra.
Che poi tanto il post ha vita breve. Chi se ne frega. Difficilmente sopravvive la giornata. A volte solo ore. Altro non è che cosa buttata lì. Infondo come un quotidiano. Dove ieri s’è impiccato il vecchio Ernesto oggi c’è l’inaugurazione di una mostra di giarrettiere in carta di riso. Infondo non è nemmeno scrivere. E’ dar sfogo alla propria libidine di parole. Magari riempiendo il pezzo di consonanze. E’ che sono anche pieno di Paracetamolo (anch’io a volte uso parole ricercate, basta leggerle sulla scatola), e fatico a far respirare il naso. Lo dico perché fa anche artista la sofferenza. Almeno quella piccola. Scrivere mentre si sta soffrendo. Che poi la sofferenza ispira di più. La diarrea di parole che porta la solitudine; un amore sfortunato; un tradimento. Una disgrazia poi è il massimo. Sono stato traumatizzato da ragazzino dal fatto che chi ama non può dire mi spiace. Nessuno si è mai nemmeno provato a mantenere a lungo la scrittura su un vestito nuovo. Io nemmeno mi ci provo a fare un post sul suo vestito nuovo. Eppure gli stava una meraviglia. Domani forse ne avrà un altro. La donna ideale è sempre quella che non incontri. La puoi anche vestire come ti aggrada. Ecco però che se ne denuncia l’assenza. Magari quel vestito corto, azzurro come il colore dei suoi occhi, con lo scollo a Vi, è ancora lì in vetrina. Con appiccicato il cartellino dei saldi. Se non vuoi metterti a nudo non metterti alla tastiera. Non volevo parlare di una donna. Ne di una in particolare ne della donna in generale. Volevo parlare di scrittura.
Proviamo nuovamente a ricominciare. Decisamente è un meccanismo infernale. Ti costringe a un ritmo che non è quello naturale; fisiologico. Oggi non ho voglia di nulla. Tanto meno di ciarlare senza costrutto. Senza un obiettivo. Ma qui siamo nella rete. Nel mondo blog non c’è rispetto. Si vive e si scrive senza un progetto. A spizzichi e bocconi. Buttando lì qualcosa. E restano indietro, magari, altre cose. Ti sembrava di tenerci. Quasi ne eri convinto. Orgoglioso. Una compagnia improvvisata che improvvisa la vita per mostrare le reazioni e le emozioni allo scrittore. -In questo caso forse un romanzo, forse solo un racconto lungo.- Una piccola radio che improvvisa una campagna elettorale. Cose così. Dove si mescolano i rapporti tra le persone. Dove ogn’uno si tradisce. Dove il dire denuncia il fare. Dove magari il gesto non richiede riflessione. In un mondo che può permettersi di non pensare. Cose così. Con un minimo di respiro. A muffire nel cassetto. E poi avevo contratto debiti. Come quello delle baracche. Come quello di continuare e mettere ordine negli episodi spiccioli degli attimi in cui in talune donne si manifesta l’angelo. E invece è impossibile mettere ordine nei post. C’è la guerra sulla striscia di Gaza. C’è una crisi brutta brutta. E la gente che comincia a risparmiare anche dove è impossibile tagliare. C’è il tempo inclemente. Ti capita un appuntamento andato buco. Ci sono le rappresentazioni di una classe politica che provarla a descrivere con l’ironia diventa quasi impossibile. Sono la satira di sé stessi. Pensavi di avere appena messo ordine e tutto si è nuovamente mescolato. Domani possiamo dedicare il post ai ciclopi, o, appunto, all’uso dell’ironia. Meglio, magari, buttarla in musica. Vallo a spiegare a certuni che è ironia quando vogliono sentirsi dire quello che vogliono. Perché chi passa di fretta ha lo stesso le sue esigenze. E tutti vorrebbero tutti uniformati alla proprie idee.
Sono insopportabile. E’ che oggi sono -come ho detto più volte- raffreddato. Ho bisogno d’un sacchetto per raccogliere i fazzolettini usati della giornata. Il raffreddore, un raffreddore serio, è quello stato fastidioso, quella malattia che non ha nemmeno il rispetto di malattia -un amico ha detto: un’indisposizione; no! così sembrerebbe una cosa solo da donne– in cui gli occhi piangono autonomamente, spontaneamente; da soli. Così non hai nessun bisogno di giustificarti. Sei uomo lo stesso anche mentre piangi. E lacrime si confondono a lacrime. In realtà ti lacrima tutto, dagli occhi al naso, in modo copioso, in giù. Non sei costretto a dire che ti lacrima il cuore. Anche se qui siamo come tutti adolescenti. Ma chi ha detto che le donne sono più facili al pianto? Mai sentita una di più grossa. Tra un colpo di tosse e l’altro –forse dovresti smetterla con le sigarette, almeno per qualche minuto– puoi mentire quello che vuoi. E fuori piove, una pioggia fredda, fine, rabbiosa. Decisamente in sincronia con la giornata. Latte caldo, miele e cognac e a letto a sudare.
Il post si può scrivere prima. Questo è il grande potere di un blogger: scrivere la notizia prima che avvenga. E’ che si scrive meglio se si scrive di notte. Domattina troverò queste righe. Non sarà certo un bel modo di cominciare.

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yin-yangParlare d’amore, cioè di sentimenti, cioè del rapporto uomo donna visto dal lato maschile, cioè… insomma parlarne, è arduo; è di per sé arduo. E’ inoltre uno dei molti argomenti in cui mi ritengo incompetente, un completo dilettante. Rischio di farlo, parlarne, per sentito dire. Chi me lo fa fare? Non se ne sa mai abbastanza. E’ che a parlarne sono quasi sempre donne. E’ che si disegna un universo femminile come l’unico che ha diritto al romanticismo, alla favola, al sogno. Dove solo la donna ha diritto di soffrire. Dove l’uomo è carogna. E’ quasi carnefice.
Io, forse, ho perso alcuni di questi diritti per un fattore anagrafico; forse anche per altro. In realtà ognuno coniuga la parola a modo proprio. Così come ogni storia, ogni inizio e ogni fine, sono diversi. Io non mi discosto da questa regola. Potrei dire che ho personalizzato i termini. Amo a modo mio; in qualsiasi modo si esplichi la parola amore. Esprimo gli affetti a modo mio. Al momento non amo una persona in particolare. Non di quell’amore. Forse amo l’amore o lo amerei. Forse amo un ricordo, o più ricordi. Alcuni relativamente recenti. Certo amo le persone, o almeno ne sono affascinato; sono affascinato dalla loro complessità e, persino, dalla loro complessa stupidità, che è anche la mia. Certo questa non è una supplica. E’ solo una riflessione a voce bassa. In realtà qualcosa mi ha ispirato, mi ha spinto a questo post. Mi ci ha spinto dopo più d’un tentativo. Potrei solo dare la stretta traduzione al maschile di ciò che mi ha spinto a espormi. Preferisco non farlo. Preferisco evitare di mettermi completamente a nudo. Ho pudore, anche solo a guardarmi allo specchio.
Non c’è alcuna regola in amore. Nessuna, tranne forse una, che ad amare si deve essere in due, e, che il momento, deve capitare nello stesso momento. Un alchimia di non semplicissima esecuzione. Dalla casualità empirica. Legata a tutto ciò che un singolo non ha possibilità ne facoltà di decidere. Senza questa convergenza e contemporaneità l’amore, quello proprio amore, non può essere. Ciò che ho imparato nel tempo, forse l’unica cosa, è che non c’è nemmeno un’età. Ci si può innamorare anche dopo che sembra definitivamente scaduto il tempo dell’amore. Questo sì! l’ho provato. Forse si può anche uscire da una relazione d’amore lasciando alle proprio spalle l’amore. O si può amare consapevoli che non sarà mai amore. Che poi, a volte, le parole scappano e a volte hanno più di un significante e sono soggette al tono, al contesto e persino al momento. Ma sono parole. Così non parlo per contrapposizione diretta. Non cerco una diretta similitudine. Parlo di un aspetto dell’amore tra i tanti aspetti narrando una storia non storia. Parlo di un episodio di tanti. E potrei anche risparmiarmelo.
Lidia. Non mancava molto a Pasqua. Si era instaurata, tra noi, un certa confidenza, e a confidenze si era lasciata. Avevamo preso qualche caffè. Poi le avevo detto di aver scovato un posto dove fanno dei tramezzini deliziosi. Nemmeno ricordo il perché ma se ne era uscita, a distanza di pochi giorni dopo, con un “Altro che tramezzini. Credo di essermi meritata almeno una pizza“. Non ricordo nemmeno in che modo e i meriti. Vada per la pizza. Nemmeno il tempo di rendermi disponibile e lei aveva stabilito la sera. Guida lei; io non lo faccio, quando posso. E poi lei viene da fuori e ci deve tornare. Tanto è già in macchina. Non conosce il posto. Il posto l’ho scelto io. Lo ritrovo con una certa difficoltà. Non è una imboscata. Non dovrebbe essere un appuntamento galante. Non tra noi. Non cerco di approfittare, non è in me. Lo dimostra anche il fatto che la porto dove mi conoscono, dove i gestori si vengono a sedere al mio tavolo poiché sono in amicizia, con i gestori.
Spenge il telefonico. Si sfiorano molte cose, come sempre. La serata si mostra piacevole. Lei si difende con il cibo. Per questa sera, dice, non bada alla linea. Ci sono piccoli gesti di piccole intimità. Carinerie. Poi controlla l’orologio. Mi dice che è ora di tornare, s’è fatto tardi, è ora di andare a nanna. Passo alla cassa. Mi costringe ad insistere un po’. Neanche a parlarne. Lo trovo del tutto normale.
Mi riporta a casa. Per strada parliamo meno. Ho il tempo di guardarla. Di accorgermi che non è male. Non è per niente male. Continuo a vederla con gli occhi di un amico, senza malizia. Siamo entrambi infagottati per il freddo. Non l’ho mai guardata in un certo modo, intendo dire come donna. Non saprei nemmeno dire cos’ha sotto il giaccone, cioè sotto il maglione, insomma… Sotto casa ci abbracciamo. Ha un abbraccio che avvolge. Un abbraccio che trasmette calore ed emozioni. Gli occhi sono chiari, non me n’ero accorto, e privi di diffidenze. Ci ritroviamo nuovamente abbracciati come fosse cosa naturale. Meno naturale è staccarci.
Non mi fai salire“?
Beh! forse… avrei dovuto… io. Magari per un caffè“.
Pensò: un caffè e la lascio andare. Solo un caffè. S’era detto un caffè. Da quando abito solo non ho mai fatto salire una donna. Non alla sera. Non ho nessuna intenzione di profittare della situazione. C’è anche quell’amicizia che mi farebbe sentire una canaglia. La volontà di non correre il rischio di offenderla. La paura che lei possa farmi a pezzi. E’ troppo che non stringo una donna tra le braccia. C’è dell’impaccio. Lei se ne accorge. Spero capisca. “Trovi che sia un po’… grossa“? Non è un complimento, è solo una questione di tempo: resto senza fiato. Non credo si possa dire nient’altro. Forse accennare che di quell’impaccio ho abusato. Che mi ha accompagnato per mano. E’ bello tornare a svegliarsi con una donna vicina; con lei. Aspettare che si svegli. Che apra gli occhi.
Il mattino prende quel caffè e se ne va. Sorride, mi abbraccia e se ne va. Non dice una parola. Non arriva oltre la porta e già il ricordo mi squarcia l’anima. Non so star fermo. Passo un giorno insofferente. Prendo varie volte il telefono in mano senza decidermi. Passo una notte insonne. La chiamo appena torna a farsi giorno. Le chiedo se potrò rivederla. Mi spiega che lei ha poco tempo. Cerco di farle capire, e, poi, glielo dico, che non cercavo nulla. Che ho scoperto, solo dopo, all’improvviso, forse con un attimo di ritardo, che lei è una cosa importante per me. Non glielo dico che non volevo l’avventura. Forse ne avevo accennato altre volte, forse nella stessa pizzeria. Non mi sembrerebbe garbato. In verità mi aveva detto fin da dopo è successo. In verità mi risponde senza impegno. Lo interpreto come un sì. Forse voleva intendere che non c’era impegno nel rivederci, forse no. Il risultato è quello. Rivederla diventa impossibile.
Credevo di essere guardingo. Dovevo averlo già capito da solo che non aveva ancora superato l’ultima storia. Lei non ha mai detto che non voleva una storia. Infondo trovo tutte le ragioni attraverso le quali giustificarla. Provo inutilmente a continuare a cercarla, ad insistere. Senza essere invadente. Non sono più quel ragazzino. A volte si nega. Poi la fortuna, si fa per dire, la porta ad andare ad abitare lontano, molto lontano. Mi lascia alle spalle anche qualche preoccupazione. E’ una sorta di fuga. Non so da cosa. Non certo da me. Lo scopro quando lei se n’è già andata. Restiamo amici. Di quelle amicizie sporadiche. Da lontano. Pian piano non la sento quasi più. Qualche volta per gli auguri. Brevi comparsate telefoniche. Lentamente il ricordo si attenua e ricorre meno frequentemente, il ricordo di lei, di quella serata, del suo abbraccio. Mi limito a qualche sms. La sua voce continua a non essermi indifferente. Chissà se quando mi pensa, molto sporadicamente, lo fa come un comodo intelligente cretino; quello che non ci avrebbe nemmeno provato?

P.S. naturalmente nomi e fatti sono di pura fantasia ma la situazione è di per sé sufficientemente realistica. Qualcosa di simile a quello che mi ha raccontato Roberto. Chiedo scusa del male che ho fatto inutilmente, senza volerlo, a volte senza nemmeno accorgermene. Ogni persona che ha conosciuto l’amore porta simili ferite nel petto. Io, spero di essere perdonato, non parlo volentieri delle mie.

Naturalmente gli scritti sugli amori, veri o presunti, ma anche, perché no? sul sesso, sono quelli che stimolano maggiore partecipazione. Qui sarebbe da cominciare un nuovo post sull’amore romantico. Su questo amore di cui ci si riempie spesso la bocca e che sembra quasi frutto esclusivo di pulsioni adolescenziali. Comunque se a qualcuna dovesse capitare di incontrare un principe azzurro, che a me sembra sempre disegnato come un perfetto idiota, un patacca, e come uno più attratto dagli stallieri che dalle principesse, è pregata di presentarmi la principessa madre.

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