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Padre santissimo”.
Dimmi cara figliola”.
Cara figliola un cazzo. Avete avuto la soddisfazione e ora mi trovo incinta”.
Il religioso si esprime in un sussurro per invitare la donna ad abbassare il tono della voce: “Non vorrete fare schiamazzi? A tutto c’è rimedio”.
Voi pensate alle vostre anime che io penso alla mia carne. Rimedio, un cazzo. Avevate detto che era per la santissima vergine Maria madre del suo figlioletto Gesù. E che Diego avrebbe trovato lavoro”.
Bisogna aver pazienza. Pazienza e fede”.
Pazienza un cazzo. Io v’ho creduto. Lui è ancora a casa. E adesso che gli racconto”?
Da quanto ne avete la certezza? Potete sempre confonderlo ch’è suo”.
Suo, un cazzo. Son quattro mesi che sta ubriaco per il dolore e la mortificazione, povero uomo. Son quattro mesi che non mi tocca”.
Meglio, molto meglio. Vedete che il signore vi aiuta”?
Cosa mi vorrebbe dire questa ciarlataneria”?
Non agitatevi Teodora, in quanto non serve a nulla. Siete una donna scaltra, non avrei di che ingegnarvi. Aiutatelo e fatelo bere. Poi, dopo averlo coricato a letto, siate gentile con lui. Fategli qualche lusinga, qualche lusinga. Non vi chiedo grande sacrificio. Basta cosa leggera. In fondo è pur sempre vostro marito. Siete uniti dal santissimo sacramento del matrimonio. L’indomani non sarà in grado di ricordare e sarà pronto a credere a qualsiasi fola”.
Dite”?
Ho detto. Non vi sembra sensato”?
E… per quel lavoro”?
Il Signore vede e provvede. Che vi metta una mano in testa. Ci vuole penitenza, figliola. Tanta penitenza”.
Poco distante dal confessionale una pia donna è intenta nel suo pregare e nel chiedere grazia in un bisbiglio, gli occhi bassi in segno di penitenza che solo di tanto in tanto, e fugacemente, hanno l’adire di correre fino alla pala dell’altare che rappresenta il dolore e il sacrificio massimo: una crocifissione. La pia donna muove le labbra quasi in silenzio con un ritmo di cantilena ma questo non le distrae gli altri sensi. Riesce a dialogare con la madre veneratissima ed il frutto del suo ventre e, contemporaneamente, dall’inginocchiatoio tende l’udito per rubare frammenti della confessione. Con quei frammenti lei ricostruisce una storia che è un’altra storia da quella in cui sono coinvolti gli altri due presenti, cioè La donna Teodora e il confessore Fra Caigo. Non corre nessun sangue tra le due devote, né buono, né cattivo, semplicemente la differenza d’età crea un solco che le fa appartenere a mondi diversi. Non hanno in comune nessuna frequentazione. Nessun’altra ragione apparente e ragionevole motiva la forte antipatia che anima Rachele nei confronti dell’altra. Certo Teodora porta la svergogna entrando nel luogo sacro senza coprirsi il capo, ma non è solo questo. Sono gli abiti di cui si veste, è il tono della voce, quel modo di camminare, eretta, il modo in cui dice le cose, il trucco che mette e i trucchi che usa, come la guardano gli uomini; insomma tutto.
La poveretta, e quel poveretta è aggettivo che accettava commiserazione ma non comprensione, è l’antonimo di un complimento, della solidarietà, con quel marito che si era ritrovata, che non lavorava e passava tutto il suo tempo e sperperava quei pochi soldi all’osteria, non poteva certo sottrarsi al suo destino. Certo che una donna deve esserci portata a certe cose, una ci nasce, non ci diventa; e non era nemmeno bella. Era chiaro che anche con l’oste era costretta per fargli perdonare i debiti del marito. L’aveva vista, mentre aspettava, impallidire e sentirsi venir meno. Era chiaro che la meschina aspettava un bambino, tanto chiaro da essere evidente fino all’esagerazione, Solo il becco poteva non accorgersene, è sempre così, e certamente non era suo. Quella donna civettava con tutti e se le cercava, se apri la porta al male non ti puoi fare poi meraviglia se quello entra.
La donna andò allora ad inginocchiarsi davanti all’edicola della confessione, ma non per confidare i propri peccati, li aveva già riconosciuti solo mezz’ora prima, e nel frattempo li aveva anche emendati, che nemmeno con tutto l’impegno del maligno avrebbe potuto commetterne altri in quel lasso di tempo e in quel luogo sacro –sul luogo le sorse un estremo veloce dubbio– ma solo per chiedere consiglio: “Padre, voi che mi siete confessore, dove ho trovato sempre saggezza e le risposte giuste, una cosa ho da chiedervi: se una donna timorata di Dio viene a conoscenza di un delitto ha il dovere di andarne a parlare alla polizia”?
Fra Caigo ne aveva abbastanza di quella vecchia pettegola che passava la vita china a pregare per poi trovare brevi pause per peccare, fino inventarsi peccati, suoi o indifferentemente di altri, solo per la soddisfazione di andare da lui a raccontarli. In quel momento aveva ben altri grattacapi, possibile che nessuno si distragga un attimo a farsi gli affari suoi? Quella donna lo assediava. Lui aveva sempre cercato di fare della propria vita virtù, un bicchierino ogni tanto, una sigaretta dopo cena, e quasi nient’altro; e soprattutto preghiera. Se aveva peccato quei peccati li aveva sempre spiati. Ora aveva quella seccatura. Perché la carne gli piaceva, soprattutto se giovane; non sapeva che farci. Sì mortificava ma quelle, quelle tra le sue pecorelle, lo tentavano. Naturalmente per quella… quella carne vecchia nulla avrebbe potuto convincerlo; aveva solo repulsione, non avrebbe potuto convincerlo nemmeno con mille pater nostro. Nonostante l’irritazione il fratello non poteva rischiare in peccato del bugiardo e si sentiva costretto a dire quello che pensava veramente; anche se si sarebbe volentieri preso gioco di quella bacchettona. Deliberatamente finse di non riconoscere quella voce, anche per non inasprire la pena e nella speranza di togliersela velocemente dai piedi: “Certamente, buona donna. Ritengo sia dovere del vero credente rispettare anche i doveri della legge e delle regole terrene”.
Teodora era sempre stata persona spiccia, nel parlare e nel fare, ma onesta. Delle tante cose che non sopportava in quell’uomo una delle peggiori era il suo bisogno di santità e la sua necessità di condire il poco di tante parole. Però convenne che quando l’acqua arriva alla gola anche un uomo del genere, un immondo profittatore delle disgrazie degli altri, si faceva scaltro. Tra la certezza e l’incertezza vi avviò resoluta verso l’uscita, con una certa fretta, augurandosi che avesse ragione e che le speranze, oltre le ansie, potessero farsi vere. Uscì dalla tempio sibilando: “Laido vecchiazzo”.
Aveva voglia di piangere; di piangere di rabbia, di incertezze, di rassegnazione, di orrore, di solitudine, di miseria, di nausea, di sporco, di disprezzo. Per una bestemmia. Perché non aveva nessun’altra a cui dirlo se non a se stessa. Aveva voglia di piangere per tutte quelle cose. Non per vergogna. Quel figlio non lo voleva. Non in quel modo. Non da lui. Era stata una volta, una volta sola. Lo aveva fatto per lui. Per bisogno. E le aveva fatto schifo. E rimorso. E quello se l’era portato addosso. Per giorni. Ancora lo provava. Niente era stato lo stesso; dopo. Aveva cercato di convincersi che non era successo; non c’era riuscita. Non c’è mai nessun modo per fuggire i ricordi. E ora ne era marchiata.
Il cappellano si era regalato una breve pausa e aveva osservato attentamente l’uscita della sposina e non aveva potuto non restare affascinato, ancora una volta, della perfezione di quel posteriore che parlava; si era subito chinato e segnato tre volte. Ora andava spegnendo le candele, perché era un uomo che sapeva prevedere ed è sempre meglio risparmiare che trovarsi poi in disgrazia, prima di mettersi ad abbellire l’altare con gli iris e i garofani bianchi per il matrimonio che si sarebbe dovuto celebrare nel pomeriggio, ma si avvicinò proprio al confessionale per la curiosità di rubare qualcosa da quelle parole. Non poté udire nulla della risposta ma era inorridito e si chiedeva di quale misfatto poteva essersi macchiata la vecchia poiché la parola l’aveva sentita bene a chiaramente con le proprie orecchie. Non aveva mai avuto simpatia per quella, così falsa e intrigante che sputava veleno su tutti, anche su quella santa donna della Tea, con le sue maldicenze, calunnie e sentenze. Aveva anche da tempo il sospetto che trattenesse la sacra ostia sotto la lingua per poi portarla a casa per chissà quali usi. Sulle sue mire verso il confessore invece aveva solo certezze, e gongolava del fatto che possedesse solo l’unica attrattiva di una misera pensione. Probabilmente era stata proprio lei a passare a filo di coltello il gatto del Tonio; se non di peggio. Si sarebbe informato un po’ in giro.
In tutto quel suo darsi un grande daffare Lieto non poteva certo accorgersi che due occhi lo scrutavano nella penombra. Erano due occhi rapidi e attenti e quei due occhi erano certi che il piccolo uomo, che non era nemmeno tanto pulito, moltiplicasse i propri guadagni vendendo quei mozziconi di candele e mercanteggiando sulla sua tanto sbandierata parsimonia. Ne erano certi, solo che non erano in possesso delle prove; ma prima o dopo le avrebbero trovate. Velocemente riuscirono a sparire lì, vicino all’acquasantiera, prima che Lieto di girasse.
Il sagrestano, proprio nello stesso medesimo istante, fu sorpreso dal vedere entrare in chiesa Spartaco, e per di più in canottiera, e si segnò di nuovo. Quell’uomo, che di nome intero faceva Spartaco Josef Stalinino, non s’era mai visto in un luogo come quello. Il nuovo venuto percorse tutta la navata e si inginocchiò davanti all’altare maggiore fingendo di pregare. Il buon sacrestano era certo che non potesse riconoscere un inno sacro da una canzonaccia da bettola di infimo ordine. La ragione di quella visita insolita era che da tre mesi il figlio dello stesso Spartaco, Che Karl, che si doveva pronunciate esattamente con C’è Karl, era stato arrestato per possesso di stupefacenti in quasi modica quantità, e così il bracciante si era detto: “Vedi mai”. Solo che, cercando di parlare, la prima e unica cosa che gli venne fu una bestemmia che ingoiò prontamente. Non sapendo che dire accese una candela. Il frate lo vide e restò rintanato nella nicchia che lo nascondeva, non aveva voglia di altri incontri.
Priamo, dopo aver frugato intorno con gli occhi per accertarsi di non essere visto, aveva affidato il suo segreto in un biglietto che aveva nascosto dentro il libro delle preghiere certo che Gabriele Santo l’avrebbe trovato. Beniamino aveva offerto il braccio a Benedetta perché vi si appoggiasse sorreggendosi per scendere i gradini. Solo a quel contatto l’uomo aveva provato quella indicibile emozione, che provava sempre, della prima volta che aveva marinato la scuola, o del contatto del primo bacio quand’era ancora un ragazzino, e le parole gli si erano conficcate in gola come stele di ghiaccio uscendo, a fatica, sillaba dopo sillaba. Il sentimento dell’uomo non era più un segreto per nessuno, nemmeno per la donna, tranne che per lui stesso. Lei aveva alzato il naso all’insù con aria regale gonfiandosi e pavoneggiandosi di fierezza. In fondo nessuno avrebbe potuto dire nulla poiché lei era vedova e anche l’uomo era rimasto solo. Non si era ancora decisa, e non sapeva se l’avrebbe mai fatto, intanto si beava della soddisfazione e dei vantaggi di quelle attenzioni.
Marieta era la più temuta e rinomata pettegola di tutta la regione. Era stata lei la prima a scoprire che al casotto di Vauro era stato lui stesso ad appiccicare il fuoco; altro che un fulmine, i fulmini non si lasciano dietro le taniche di benzina vuote. Era così che lui, come tanti, ora non teneva più animali ma era diventato padrone di una bella palazzina e ora pascolava solo inquilini. Poi era passata ad altro. Era riuscita a convincere presenti e assenti che Aristide aveva una relazione con la capra Elisabetta per la quale aveva letteralmente perso la testa, e che questo amore era follemente ricambiato. Stava raccontando gli ultimi sviluppi alla sua compagna di chiacchiere, che di natura già era una inguaribile credulona, sempre bisognosa di nuove storie come linfa per sentirsi viva, tutto quello che aveva visto con i suoi propri occhi. “Da quando è cominciata questa storia quell’uomo s’è fatto taciturno, evita tutti. Ti dico che l’ho incontrato anche ieri e non mi ha degnata di uno sguardo. E sai, non per dire, io non voglio essere pettegola e odio le malelingue, ma sai come lui mi ronzasse sempre intorno, mi soffocasse di premure. Anche se io non ne ho mai dato motivo né occasione, ma non facevo che averlo tra i piedi. Marieta qua, Marieta là. L’ho persino trovato ad aspettarmi e… indovina un po’? non ci crederai, in mano aveva un mazzo di fiori. –invece l’altra non solo credeva ma quella storia, che non sentiva per la prima volta, era risaputa e aveva avuto persino dei testimoni.– Faceva ridere. Ma io niente. Sai come sono fatta. Nemmeno la soddisfazione di non ridergli in faccia. Dove vai con un tipo simile? –e sapeva, l’altra anche dov’erano andati– Sarei stata la novella di tutti i giorni”? Marieta si era fatta prendere tanto dalla foga del racconto e dall’argomento che senza accorgersene aveva alzato di parecchio la voce. Smettendo i panni del paziente confessore il servo del Signore s’era inchinato verso l’altare mentre si stava allontanando. Sentire quelle voci è stato un tutt’uno con il rimbrotto del buon uomo nel richiamare le fedeli ad un maggior rispetto dovuto a quella sacra dimora.
Tonando a casa per la scorciatoia, che era poco frequentata anche durante il giorno, la vecchia venne aggredita, spinta in una corte cieca e riempita di botte. Il marito le aveva detto mille volte di non passare per quei posti che erano posti da ladri, forse questa era la ragione ultima proprio perché la donna decidesse di scegliere quel percorso. La distanza e il tempo erano gli stessi sia andando di qua che di là. L’aggressore, naturalmente a volto coperto, vedendola per terra che vociava, facendo un inferno come se stessero spennando vive un coro di galline, le tappò la bocca, quella belva non voleva starsene ferma, e decise di togliersi anche quell’ultima soddisfazione. Andandosene poi ancora in preda alla furia della collera si trovò a chiedersi se la soddisfazione se l’era presa o l’aveva data. Si fece il segno della croce e la maledì per l’ennesima volta augurandole tutti i mali conosciuti e non.
Venier aveva visto tutto dalla finestra, ma l’unico istinto che aveva avuto era stato quello di scendere e aiutare quell’uomo coraggioso, tenendo ferma quella vecchia matta che continuava a scalciare e protestare proprio come in pazzia, per poi calmarsi e trattenersi finalmente per mantenersi zitta. Se l’era voluta e proprio meritata. Finita quella tempesta era rimasta ferma, per un po’, sul selciato e poi si era alzata a stento, tutta ammaccata, alzando occhi imploranti, allora lui aveva fatto un passo indietro tornando verso l’interno, fuori dalla luce, e lei s’era avviata zoppicando, borbottando e controllando nella borsetta.
Quando il benevolo frate confessore era tornato in sacrestia aveva trovato, con grande sorpresa, un biglietto che naturalmente non recava il nome di chi ne era l’artefice: «Nessuno è al di sopra del giudizio di Iddio. Siamo tutti peccatori, ma il peccato più grande è quello commesso nella sua casa o comunque da chi pratica la sua parola e in sua vece. Il vostro sacrilegio non è più un segreto e sarà punito prima che dalla giustizia divina da quella umana. C’è il tempo della vendetta prima di quello del perdono. La parola del signore dice di non fare agli altri… Rammentate prete». Si guardò intorno senza scorgere nessuno mentre già si chiedeva come e in che modo avesse potuto essere così distratto da tradirsi. Le sue debolezze per la carne, ancor giovane, nonostante le sue cautele, ormai dovevano essere un mistero per nessuno. Nemmeno per quel suo breve incontro con la giovanissima Giuditta, era un bocciolo non ancora colto, anche se aveva dovuto faticare per persuaderla, non si sarebbero scandalizzati che per un attimo, forse tranne proprio i genitori; comunque era convinto che la graziosa ragazzina presto o tardi avrebbe fatto in qualunque caso commercio delle sue grazie. Rileggeva quelle poche righe senza venirne a capo. Cercò di pensare a chi poteva aver vergato quel messaggio, passò in rassegna tutti i suoi fedeli, uno ad uno, per giungere alla conclusione che poteva essere stato ogn’uno di loro, che potevano averla scritta tutti; quella gente non conosceva la riconoscenza. E allora dove poteva essere arrivata ad attenuarsi e venir meno la sua circospezione?
Non ci sono segreti che in una comunità si possano veramente mantenere, né segreti che in quell’interno non si trasformino in leggenda. Quel sacro silenzio fu rotto da un grido, una voce si alzò tra quelle altissime colonne indicando l’immagine dentro la cappella: “Nostra Signora la Madonna santissima sempre vergine Maria piange”. Onestamente quell’immagine era sempre sembrata, a più d’uno, un po’ eretica, anche se non avrebbero saputo dire perché.

N.B. Anche questa foto è stata “rubata” dal profilo Facebook di Enrico Mazzucato.

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Dietro la finestra. Nessun suono. Con gli anni Claudia aveva imparato la pazienza. E a guardare la gente. A riconoscerla. A raccontare le loro storie. Storie che diventavano anche un poco sue. E quel giorno era un venerdì. Normalmente il venerdì Giovanni non riceveva nessuno. Forse quello non era nemmeno il suo nome. Non gli aveva mai rivolto la parola. Gli piaceva immaginare che si chiamasse così. Come l’ultimo degli evangelisti. Ultimo anche in quello. Ebbe un dubbio, ma era proprio venerdì. Ed era mattina quando quella donna entrò. Parlando lei gesticolava molto. In maniera esagerata e insolente.
Stava quasi per andarsene quando lei gli allungò uno schiaffo. E lui la spinse lontana. Peccato non fosse ancora abbastanza caldo. E le finestre fossero chiuse. Doveva frenare la sua immaginazione. Cercò di celarsi dietro la tenda. Aspettava di assistere ad un dramma famigliare. Ne succedono tante e di ogni genere dentro le quattro mura. Cercò inutilmente di leggere il labiale. Probabilmente lei lo aveva apostrofato con uno “Stronzo”. Son cose che si dicono. Che sfuggono. Il rimmel le colava con le lacrime. Lei s’era pulita con la mano. Continuavano a fronteggiarsi. Aveva frugato nella borsetta probabilmente in cerca del coltello. Sicuramente il colpevole era lui. Lei fece per andarsene. Lui gridò qualcosa. Li separava il tavolo. Lei si fermò. Si stava condannando da sola. La prese per un polso. Si divincolò. Lo guardò con furore. La sua bocca si chiuse in una morsa di disprezzo. Quel Giovanni strinse ancora i pugni con fare minaccioso. Stava per scoppiare la tragedia. A Claudia non era mai capitato, in tanti anni, di assistere ad una scena simile.
Fu tentata di chiamare il 113. Non sarebbero arrivati in tempo. Pensò a dove poteva aver messo la macchina fotografica. Non poteva togliere gli occhi dalla finestra. Era sicuramente l’unica testimone. Avrebbero dovuto darle ascolto. Lei gli gettò il vino rimasto nel bicchiere in faccia. Lui si asciugò con la manica della camicia continuando a fronteggiarla. Sicuramente le aveva sputato in fatta: “Puttana”. Lei scosse i capelli. Scoppiò n una risata isterica. Gli sputò in faccia una serie di insulti. Alzò nuovamente la mano per colpirlo. Invece sbottonò un bottone della camicetta, poi un secondo, poi si mise a nudo un seno. Giovanni parve interessato. S’ammutolì. La sua espressione si rilassò. Sorrise a quella donna. A quel gesto. Girò attorno alla tavola e la spinse sulla stessa. Claudia guardò l’orologio incredula. La moglie non sarebbe rientrata che nel tardo pomeriggio. Con la scusa delle lezione in casa il vecchio professore… Si baciavano con furore. Lo stavano per fare in cucina. Lui fece scorrere la mano sulla coscia fino a sollevarle la gonna. La donna sotto non aveva messo mutandine.
Lei lo aveva scritto alla poveretta. E più d’una volta. Forse non aveva ricevuto le lettere. Certo le aveva ritirate lui dalla cassetta. Oppure la picchiava; anche lei. E lei s’era rassegnata. Comunque non riusciva a capirla. E si trovava senza altre spiegazioni. E quella non era mica la sola. Comunque i due amanti si davano da fare, così, in cucina, e con passione. Doveva fare qualcosa. Doveva smetterla il vecchio porco di portarsi le donnacce per casa. Ma nessuno sembrava volerla ascoltare. Intanto i due amanti si erano un po’ calmati. Lui l’aveva aiutata ad alzarsi e così com’era, con i pantaloni a mezz’asta e tutto fuori l’aveva accompagnata verso la camera. La fedifraga aveva finito di sbottonarsi la camicetta e sembrava divertita. Zoppicava perché le si era sfilata una carpa. E lo seguiva accondiscendente. A Claudia non sfuggiva un solo particolare ma non poteva vedere proprio bene tutto. Le finestre erano troppo distanti. Doveva ammettere che lui era un bell’uomo. Anche se un po’ avanti con l’età. Aveva mantenuto un certo fascino. Continuava a non capire come quella donna, le donne, potessero cadere in tentazione, subire le sue lusinghe. E come detto non poteva esserne certa per la distanza tra i due palazzi. Si spostò incuriosita nell’altra stanza per continuare a tenere i due concubini sotto controllo, ma i due avevano le tende accostate. Delusa andò a farsi un caffè nell’attesa di rivederli in cucina.
Ormai da anni la vita degli altri era la sua vita. Che lei ricordasse, da sempre. Cercò disperatamente di mettersi nei panni di quella donna, senza riuscirci. Con una estrema confessione cercò anche di togliersi quei panni come la donna sconosciuta. Una cosa la colpì allo stomaco, sospesa tra un languore e un colpo al basso ventre. La caffettiera cominciò a borbottare. Certe volte s’erano incrociati casualmente, e lui l’aveva guardata in quel certo modo. Lei gli avevo mostrato tutto il suo disprezzo. Convenne che non era poi così vecchio. Forse aveva pochi anni più di lei, anzi erano sette; lo sapeva. Ma lei era una signora a modo, di quelle che una volta chiamavano signore per bene, donne serie. Lei non era mai andata con i mariti delle altre. Non lo avrebbe ammesso ad anima viva: nel dubbio non era mai andata, o quasi. Solo quella volta, che lei ricordasse. Ma lui le aveva detto che in casa non andavano d’accordo. Senza che lei glielo chiedesse. Intanto quei due sembravano non stancarsi mai e ancora si si vedevano. Veramente lei aveva anche un bel seno, doveva ammetterlo. Non riusciva ad essere contenuto in una mano. Ma ora aveva le sue faccende da sbrigare. Non poteva indugiare in quei pensieri dove non trovava nemmeno conforto. Lei era la vera guardiana di quel piccolo mondo. Intanto la televisione andava ad alto volume. L’abbassò anche se dubitava che ci sarebbe stato qualcosa da sentire. Lei la faceva andare la tele ma non riusciva mai a restarne affascinata. Non era come quelle che seguivano ogni programma con gli occhi appiccicato sullo schermo quasi che il mondo fosse quelle. Lei non ne era interessata e non si beveva quelle favole.
Tra i caffè e i pensieri s’era distratto un attimo; quello giusto. I due si stavano salutando sulla porta e nel frattempo s’erano ricomposti e riassettati come se nulla fosse successo. Ma a lei non era sfuggito un attimo, o quasi. Lei lo sapeva che quello del terzo frugava nella posta e leggeva le lettere degli altri inquilini. Che Stefano aveva attaccato nel proprio garage elettrodomestici alla luce condominiale. E credeva che quel piccolo vano fosse un laboratorio di falegnameria. Come potevano non sentire la sega e il trapano che andavano di continuo? Sapeva che il figlio dei Ciabottini succhiava la benzina dalle auto in sosta. Prima o poi l’avrebbero preso, anche se non avevano mai preso in considerazioni le sue segnalazioni anonime. Quel ragazzo sarebbe sicuramente finito male. E poi si faceva anche gli spinelli. Non che la madre si potesse considerare una donna irreprensibile. E dov’era finito suo marito, se mai l’aveva avuto un marito? Povero ragazzo. E lei sapeva che e come il signor Gaetano facesse gli occhi dolci alla signora del quinto, quella Pernilla che si dava tutte quelle arie. Anche quella era destinata a non finir bene. E sapeva anche chi c’era dentro quando l’ascensore si bloccava e non arrivava mai. E chi lasciava le immondizie fuori dal bidone. E non era un mistero per nessuno che il tanto distinto ragionier Bonifazi era fallito. Aveva perduto lo studio e poi la moglie. Non i polli da spennare. Era tornato a spassarsela bene. Una sera l’aveva invitata. Aveva detto per un drink con gli amici. Fossi matta, s’era risposta. Lui non aveva insistito e non glielo aveva più chiesto. Ma era certa che la guardasse dietro.
Quando c’era del marcio lei era incapace di tacere. Lei era una che si faceva gli affari suoi, ma il troppo è troppo. Non poteva vedere le cose e starsene buona a subire. Prese carta e penna e si mise a scrivere l’ennesima lettera alla moglie di quel Giovanni. Stavolta l’avrebbe infilata nella cassetta il mattino presto, prima che uscisse per andare in ufficio. Poi avrebbe scritto alla finanza, la macchina nuova del caro ragioniere Carlo era un offesa per tutti quelli a cui aveva fatto perdere i soldi. Non se la poteva permettere nella sua posizione. Sicuramente era il frutto di una truffa. Infine si sarebbe liberata di quel segreto che la tormentava da tempo: avrebbe confessato ai Carradori che il Di Carlo, che la signora trovava tanto simpatico, si puliva le scarpe sul loro zerbino. Perché tutti la ascoltavano tranne chi avrebbe dovuto? Non era invidia la sua ma bisogno di giustizia. No! non avrebbe voluto essere nei panni della donna e trovarsi tra le braccia di quel Giovanni. Certo avrebbe voluto sentire le cose che s’erano detti. Lei le sue occasioni le aveva avute. Non era certo mossa da invidia. Certo qualche sera si sentiva sola. Un giorno un signore distinto le aveva anche chiesto se aveva esperienze e se le sarebbe piaciuto fare l’indossatrice.
Era giovane allora. Come poteva “con tutto quello che ciò da fare”. Allora le aveva lasciato il suo bigliettino. Ma la Luisella, quella smorfiosa, che era presente, lei sì c’era andata. L’aveva scritto a quel gran signore che della Luisella non ci si poteva fidare, che ha l’alito pesante e non si fa troppi scrupoli, nemmeno per quello. Cioè che era chiacchierata, non che si sapesse qualcosa per certo ma si diceva, e visto come si vestiva e si veste non è difficile da credere, che avesse avuto una certa relazione e fosse una facile da convincere. In testa d’altronde non aveva granché. Erano rimaste amiche ma lei non aveva potuto tacere. Non solo perché non aveva molta simpatia per Luisella, in fondo lei aveva vissuto la sua occasione, gliel’aveva rubata, ed era solo svenevole davanti al primo uomo. E poi cosa c’è di male nel dire la verità. Lei, la Luisella, gliel’aveva anche chiesto ed era stata Claudia a dirle di andare pure, ma le persone debbono sapere. E in verità lei aveva solo chiesto un parere: se a lui sembrava opportuno. Mica gli aveva messo in bocca una risposta.
Inutile rivangare i tempi passati. Allora prese in mano il telefono e lo chiamò il signor Giovanni, ma quando la sua voce rispose lei non riuscì a dire nulla. Certo aveva una bella voce, e doveva essere una persona convincente. Era ormai ora di infornare l’arrosto. Chissà se lui amava la buona cucina.

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Lo scattoVorrei ci fosse Maria, in questo momento, per vedere la faccia che ha fatto quando sono entrata nel bagno. Io gli ho chiesto scusa, ma non ho fatto cenno di andarmene, e la sua espressione è tutto un programma. Ha ancora le maniche della camicia tirate su e le mani bagnate. Se le asciuga. Com’è ridicolo. Non so che ci trovi Maria, in un tipo come lui. Lei è anche una bella ragazza, non che io… E’ questo che mi ha messo un po’ di curiosità. Niente di strano. Fra amiche si parla e si scherza. Non direttamente, certo, ma gliel’ho fatto capire. In un certo senso gliel’ho chiesto. Nulla. Un mistero. Io, a guardarlo, non darei un soldo bucato. Risparmierei sull’acquisto. Si abbassa i polsini. Non so perché ma mi sembra un gesto buffo.
Gli dico: “Hai sentito come sta piovendo ora? Avessi tardato solo cinque minuti. Un vero temporale estivo. E senti come tuona. Speriamo non tolgano la luce. Un po’ i temporali mi fanno paura, Spero bene per Maria. Dovessi uscire ora, Paulo finiresti tutto bagnato”. E’ anche più piccolo di lei. Nel mio caso no! siamo alti quasi uguali. Insomma su per giù. Certo a me non arriva proprio alle tette. Magari è uno che ci va matto. E magari lei non me l’ha detto ma magari ci va matta per quelli che ne vanno matti. Nemmeno le sue sono da buttare. Non certo come le mie ma nemmeno le sue… Ogni persona ha i suoi gusti e io non sono certa di conoscere così bene i gusti di Maria.
Quella ragazza qualche volta è un mistero. Ora è allegra, ora è triste, ora non fa che parlarmi di lui. In certi momenti pare che le manchi qualcosa, subito dopo pare che gli dia tutto. Forse le manca qualche rotella. Con le vere amiche è sempre così: un momento ti sembra di conoscere tutto e un altro ti sembra di saperne ben poco. Non è certo il tipo del compagnone. Mi invento una scusa. Gli dico: “Scusa ma avevo bisogno di sistemarmi il trucco. Ti spiace, Paulo”?
C’è troppo silenzio nella stanza e lui certo non mi aiuta. Potrei parlargli dell’ultimo romanzo che ho letto. Magari gli racconto la trama. Del film di Almodovar che hanno dato ieri per satellite. Com’era il titolo? Ah! sì: Gli amanti passeggeri1.
Speriamo non sia così puritano. A me Almodovar piace e poi le cose ci sono. E’ stupido fare tanto i moralisti. Quelli sono peggio degli altri. Si sanno le cose. Le saprà anche lui. Mah! non è che ne sia convinta. Forse è meglio, più opportuno, Le ali della libertà che è anche un gran bel film sull’amicizia. E poi è un film che piace a tutti.
Forse è meglio non parli troppo. Non mi pare il tipo. E magari non è neanche di sinistra. Vuoi vedere che s’è messa con un fascio. E poi forse non è l’argomento giusto. Non vorrei che si mettesse in testa. Magari equivoca. Certo che mi pare uno muto. Comunque a me Almodovar piace. Anche quando non è manifesto a me eccita. Non so perché? Un’altra buona ragione per starmene zitta.
Non sa che fare, se uscire o rimanere. Glielo si legge in faccia; povero piccolo. Forse è una fortuna che Maria sia così tremendamente in ritardo. E fortuna che ha avvisato. Che ha telefonato: “Fai pure con calma”. E questo temporale la terrà impegnata; almeno per un po’. E io qui che non so che dire. Certo dev’essere un tipo molto sbadato. Tutto per quella macchia sui calzoni. Non ha voluto che facessi io. “Non ti devi disturbare,” –ha detto– “non è niente.” –ma si vede.
Il silenzio mi da noia: “Quei ragazzi. La piazza. E’ incredibile la loro fantasia. Tutti insieme. Come una grande festa. Come fossero da sempre amici. E allegria. A suonare il piano. A battere le pentole. A cantare. Bella ciao. E’ strano sentirla in arabo. Sono quattro alberi. Non è un pretesto. Il parco, dico. Gezi park. Sono certa che ne sai più di me. E’ la difesa di un territorio. E’ tutto. Ma non è solo quello. Ma anche la protesta per un tipo di sviluppo. Diventa anche un simbolo. Ne hai sentito parlare? Ho paura. Ho paura della repressione. Sembrano bambini con le carni delicate. Ma non devi pensare a quelle primavere. La loro è una storia diversa. Quando il paese era un muro. Il confine tra oriente e occidente. Un confine armato. Allora nessuno ne parlava. Era solo il servo sciocco. Ora che è un ponte. Ora che si sta muovendo. Che la sua economia è decollata. Come dicevo, Paulo: ora è un ponte. Allora tutti fanno attenzione lì. Ma loro, quelli che sono in piazza, non vogliono quel tipo di futuro. Non vogliono essere solo clienti”.
Non mi sembra il tipo per questi discorsi. Preferisco non dire niente. E poi mi mette imbarazzo solo a pensarlo. E’ che quando sono così non so spiegarmi. Mi metto soggezione. Eppure avevo tutto chiaro in testa. E’ che lo conosco da poco. Non vorrei che pensasse che sono una che si crede chissachi. Una che se la tira. Non ha l’espressione certo dell’intellettuale. Ad essere onesta, senza falsa modestia, anche quando sto zitta certo gli argomenti non mi mancano. Anche in silenzio le mie cosine parlano. Certo che ne avrei di cose da raccontare. Forse non è né il momento né il posto più adatto. Chi si mette a filosofare in un bagno? Anche se comodo come il mio?
Certo che mica gliela posso sbattere in faccia. E poi sarebbe un vero cafone. Non avevo pensato che non ci fosse lei. E poi è così carino, e leggero, il vestito. E’ solo che non copre molto. Ma d’estate, in casa, è l’ideale. Mi scivola giù una spallina. In fondo anche lo capirei. Fossi un uomo io non so cosa farei. Forse non dovevo metterlo; questo vestito. Non è poi che così mi sento comoda. E non si può andare contro la natura: “Ma non hai caldo, tu”?
Caldo è caldo. Finisce che mi scivola giù. Finisce che mi scivola giù e me ne resto nuda. Quasi quasi… “Visto che ormai siamo qui, io… quasi quasi… prima che arrivi… ma sì, me lo faccio un bagno. Ti spiace”? Lui mi guarda e non fa un fiato. Apro l’acqua nella vasca. E lo lascio scendere, il vestito. Resto tutta nuda. Mica una si può fare il bagno vestita. Quando ce l’avevo addosso non si vedeva niente. Uno doveva proprio mettersi ad immaginare. Non era difficile, immaginare. Peccato che non ho gli occhi dietro per vederlo. Per guardare cosa guarda. Mi chino a controllare la temperatura dell’acqua. Aspetto con pazienza. Niente. Riempio la vasca e mi ci infilo dentro.
Facevamo prima se lasciava che facessi io. Quando uno è testardo è testardo. Tutto per quella stupida macchia. Adesso c’è la macchia con l’alone. Lo sapevo io. Non può certo andare in giro conciato così. Gliela spiego a lei la storia della macchia. Sono cose che capitano. Dovrebbe essermi grata. Fosse stata puntuale ci avrebbe pensato lei. Lui è immobile. Doveva darmi retta: “Te li puoi anche togliere ormai. Vedrai che dopo te la faccio sparire io. E tornano come nuovi. Te li devo tamponare anche con un po’ d’acqua ossigenata. Lascia, so fare io. Dopo. Il caffè è solo caffè. Maria non si accorgerà di niente. Vedrai”.
Non lo so, forse è di quelli fedeli. Forse è di quelli freddi, o che si sanno trattenere. Forse è solo fin troppo imbranato. Lui è una cosa da smadonnare. Non so com’abbia fatto Maria. Cos’ha più di me? Forse un po’ zoccola lo è anche lei. O ama sentirsi santa. Certo che più di così. Non fosse che ormai… e poi la curiosità è curiosità. E che la curiosità è femmina. Non fosse ci rinuncerei. Ma ormai ne va anche del mio orgoglio. Quella macchia gliela devo far sparire, cioè quei pantaloni glieli devo far levare.
Guarda l’orologio, chissà che ora ci vorrà trovare, e poi guarda verso il muro. Si allenta la cravatta. Poi mi guarda attraverso lo specchio, come se io non vedessi che mi sta guardando. Ora non è indifferente, lo fa soltanto. Mi diverte vederlo in imbarazzo. Da quando è arrivato non mi ha mai guardata negli occhi. Ne è sembrato interessato ad altro che aspettare. Aspettare la sua Maria che se ne sta ancora in ufficio. A finire il lavoro. Ad aspettare che spiova. Io non lo avrei lasciato solo.
Quando voglio, se mi ci metto, so essere una vera ragazzaccia. Proprio una troia. Tiro il collo verso di lui e uso una voce molto persuasiva. Lo prego: “Mi puoi, per favore, aiutare? Insaponami la schiena. Sei così gentile, Paulo? Te ne sarei grata per tutta la vita. Spero non ti dispiaccia”? Ho un tono molto convincente. Si avvicina cauto. Lui prende il sapone. Io gli prendo la mano. Me la metto sulle tette. Lo trascino dentro la vasca per l’altro braccio. Vestito com’è. Poi qualcosa mi saprò inventare. Dico ops! come potesse credere ad un incidente. Una scusa per Maria la dovrò trovare. Non ho tempo per pensare. Ci penserò dopo.
Me lo comincio a spogliare. Credo che la storia della macchia non basti. Penso all’omino bianco. Mi metto allegria. Devo assolutamente capire cosa ci trova Maria in lui. Ormai ho un po’ di fretta. E la fretta non aiuta. E poco anche lui. La cravatta la dovrà buttare. E togliti ‘sta camicia. Annaspa come se temesse di affogare. Non avevo mai riflettuto su quanti piccolissimi bottoni ha la camicia di un uomo.
Come faccio a spiegare se mi annega in un mare di due mezzi metri d’acqua dolce. La schiuma gli va agli occhi. Tossisce. Tutte a me… E togliti ‘sti benedetti pantaloni. Forse non sa nuotare. Ormai li abbiamo anche lavati. Inspira che se anneghi allora si sarà difficile trovare una scusa. E togliti ‘ste maledette mutande. Che sarà mai? Ma quanto ci vuole? Fai il bravo. Cosa c’è di così strano nel cadere in una vasca piena d’acqua.
Un uomo si dovrebbe portare sempre dietro quel che gli serve da cambiare. Ora ha più tentacoli di un polipo. Non si può aver tutto. Ma non trovo una risposta e continuo a non capire Maria.


[1] Gli amanti passeggeri (Los amantes pasajeros) è un film del 2013 scritto e diretto da Pedro Almodóvar.

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tazzina di caffèE’ una vera disgrazia nascere donna. Clara lo scopre e si guarda allo specchio. Le sono cresciute e fanno bella mostra di sé. Sembrano essere arroganti. Quasi con una insolenza che sa di dispetto. Le fanno male. Le accarezza e le danno strani brividi. Clara se ne sente offesa. Il suo corpo sanguina. La sua testa è confusa. Se n’è accorta per ultima. Avrebbe potuto saperlo da come erano cambiati gli occhi. Si sentiva sempre guardata. Spiata. Continuamente. Anche in classe. Anche dagli amici. Anche da Giulio. A lei piaceva Giulio. Avevano spesso fatto i compiti insieme. Erano amici da una vita. Era distratto. Quando erano insieme sembrava distante. E s’era accorta che anche lui la guardava; in quel modo. E quando faceva ginnastica. Il reggiseno non le bastava. Le ballavano. E i maschi guardavano. E ridevano. Cosa avevano da ridere? Se lo sarebbe strappato via, il reggiseno. Sarebbe stato inutile. Anzi peggio. Non soffriva di sentirselo addosso. Se le sarebbe strappate. Cosa c’era di bello in queste cose. Mamma diceva che era normale. Per lei era tutto normale. Mamma diceva che era quello diventare donna. Appunto. Nessuno l’aveva chiesto a lei. Non voleva diventare donna. Preferiva restare bambina. Preferiva poter tornare a giocare con i suoi amici. Serena. Senza quell’impiccio. E Cosimo le aveva chiesto: “Me lo dai un bacio”? Ma Cosimo aveva l’alito che puzzava. Non amava molto la pulizia. Piuttosto si sarebbe fatta monaca. Cioè… Cos’è un bacio? Mica era il suo compleanno. E poi aveva i denti che sembrava un castoro. Faceva proprio ridere, poverino. E gli occhiali di tartaruga. Non ci vedeva molto. Le aveva detto che era diventata veramente bella. Questo gliel’aveva detto anche Marcello. Non sapeva cosa voleva dire. Ma se lo diceva Marcello forse era vero. Lui era più grande di due ani. Non era come quei mocciosi della sua classe. A lei piaceva anche Marcello. Odiava le classi miste. Tra ragazze ci si guarda, anche, e si ride. Qualcuna guarda con un po’ più d’invidia. Basta fregarsene. Alzare le spalle. Ma perché proprio a lei? Non riuscì più a trattenere le lacrime e le lasciò uscire. Sua mamma bussò alla porta: “Qualcosa non va, tesoro”? Cercò di controllare la voce: “Tutto bene”. Non c’era niente che andasse bene. Si lavò il viso e uscì da bagno. Ormai si stava facendo tardi.

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Dai! prova.” La esortò Marinella. Quell’invito non ammetteva possibilità di replica. Le sue dita schiacciavano tra il pollice e l’indice la punta del filtro con violenza. Le sue labbra cercavano di succhiarci l’aria come se volesse sorbire il cielo. E sputava fuori subito una simulazione di nuvoletta biancastra. Sembrava più respiro, ma la stanza si andava riempiendo di fumo. Anima, pigramente, s’era alzata ad aprire la finestra. Cominciava ad avere timore. Non sarebbe bastata. Sua madre se ne sarebbe accorta. Si sentiva di legno seduta per terra, la schiena poggiata al letto; ritta. Avrebbe voluto ribellarsi. Scappare. Era solo un attimo. Era affascinata dal sorriso di Marinella. Sapeva che non avrebbe mai saputo dirle di no. E l’amica era così curiosa di vita. In fondo la invidiava. Avrebbe voluto essere come lei. Le invidiava tutto. Anche quell’anno in più che la faceva sembrare più donna, anzi meno bambina. Si ricopri con le gonne, Anima, e si sistemò i calzettoni bianchi. Prese titubante la sigaretta allo stesso modo cercando di imitare l’altra. La avvicinò alle labbra e subito inspirò con tutta la sua forza e sputò velocemente con violenza fuori quell’invasione di aria calda. E si sentì coraggiosa. E si sentì insieme colpevole. Sarebbe stato bello disubbidire. Socchiuse gli occhi per non farsi vedere. Era come se volesse scomparire. Non era successo nulla. Restituì il sottile cilindro di carta e tabacco. In fondo era stato semplice.
Si sentiva coraggiosa e orgogliosa. Era cresciuta in quell’attimo. Si sentì leggera quasi galleggiare. Avrebbe voluto dire “Buono”. Non aveva mai provato nulla di simile. Le venne sete. Un leggero intorpidimento la prese, come un formicolio. La luce che filtrava dalla finestra le sembrò troppo violenta. Iniziò a girarle tutto intorno. Si trattenne, avrebbe voluto cercare di fermare la stanza. Arrestare la testa tra le mani. Con le mani cercò un appoggio. Non voleva che l’amica se n’accorgesse, ridesse di lei. Improvvisamente la nausea aumentò e divenne violenta. Arrancò in cerca d’aria. Cercò di respirare a fondo. Se ne sarebbe vergognata per tutta la vita. E temeva di sporcare. Si rese conto che era in balia del proprio corpo. Le scappò un colpo di tosse. Le si gonfiarono gli occhi come dovesse scoppiare nel pianto. Chi cavolo glielo aveva fatto fare? Dovevano essere rossi e gonfi. Il conato le salì impetuoso in bocca e si liberò vuoto. Scoppiò come una bolla d’aria. Un piccolo rutto quasi silenzioso che singhiozzo sottile e si fermo nell’aria immobile. Solo un filo di saliva. Non ci avrebbe riprovato mai più. Fumare era una cosa da stupidi. Marinella scoppiò a ridere.
Rilassati, A volte… è la prima volta”. Il suo sorriso era rassicurante ma lei stava male. Cercò di tranquillizzarla: “Va meglio”. L’altra intanto succhiava e sputava il fumo guardandola delusa e stupita. Si sentiva solo una bambina. Non le piaceva. Ma l’altra era ripetente. E se glielo avessero chiesto i ragazzi? Loro lo fanno. E sembra così facile. Non voleva rinunciare a quella festa. Non sa. Non sa cosa ci trovino nei ragazzi. Ma quelli sono più grandi. Faranno sentire grande anche lei. O forse nemmeno se ne accorgeranno. Come ci si deve comportare? E poi lei è sempre curiosa. Non delle stesse cose di Marinella. Lei non lo ama quel rischio. E adesso sapeva di non saper fumare. Se glielo chiederanno dirà che lei è contro. Ci sono tante cose e tante ragione per cui essere contro. E per il fumo avrebbe potuto dare la colpa a Ernesto. Certo non le avrebbero creduto. Ma non le hanno creduto mai. Lui era il maschio. E il serpe. E il delfino. E poi non avrebbero creduto nemmeno che potesse essere stata lei. Forse avrebbero dato la colpa a Marinella; le solite cattive compagnie. O all’aria che viene dentro. Ai fumi di Marghera.
Intanto il respiro stava tornando normale. L’amica gettò la cicca dal balcone. Scoppiarono a ridere all’unisono. Quello che provava per l’amica era forte. Temette di essere diversa. Cos’è la diversità? Avrebbe voluto confidarsi. Cos’è la normalità? Era confusa. Avrebbe voluto confidarsi. Avrebbe voluto abbracciarla. Chiederle qualcosa e mille cose. Ma non poteva essere amore. Lei lo sapeva che l’amore era incanto. Lo sapeva perché… lo sapeva e basta. Non ci vuole molta fantasia per capire che dev’essere molto di più. Ma era amore quello che vedeva nei grandi? In sua madre? Se ne raccontano tante. Non poteva essere così. E non lo avrebbe voluto. E poi chissà se lei avrebbe mai imparato ad amare?

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Non lo credeva ancora di essere stato lui. Aveva trovato quelle parole che aveva detto ai suoi occhi. Parole che gli erano parse belle e di suoni belli quanto trovate da un altro e in fine aveva trovato anche quel coraggio. Ogni cosa dopo sembra semplice, ma lui sapeva che per lui non era stata semplice; e non lo era mai stata. Molto spesso le cose erano successe perché dovevano succedere. O era stato solo l’oggetto delle storie. Fino ad allora non se ne era dato pena. Ma Elena aveva un sorriso che lo metteva a disagio, molto a disagio. Un sorriso che gli sussurrava sottili favole che lo rivoltavano dentro. Lo faceva… sentiva un calore come fosse stato rinchiuso in una stanza col riscaldamento a mille. Non gli era facile da spiegare. Gli sembrava bella, bella come non ne aveva mai visto una più bella. Bella da fargli scordare tutto il resto. Lo vedeva che non era proprio come la vedeva, ma la vedeva, eppure, così: bella. E la sua voce aveva suoni che lo distraevano trascinandolo distante. (“Lascia che ti tenga la mano”) Qualcosa di gentile prima o qualcosa di malinconico dopo. Si sarebbe accontentato che gli dicesse anche solo “Tienimi ancora stretta.” ma lei era solo curiosa di farlo con uno con la barba. Con uno con la barba non lo aveva ancora mai fatto. Era solo una ragazzetta viziata.

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Che importa se era maggio. Magari dopo ci si scherza, e ci si fa anche qualche risata. Se ne parla prendendo il caffè. Ci si lascia immergere in quella specie di spirito competitivo. Avevo dato retta a Barbara, e a Maria Concetta, e a Tiziana, e a Immacolata, e alle altre; dovevo vederlo da me. Era tutto vero: aveva un pene di notevoli dimensioni. Detta così fa un po’ ridere. Mi sembra di parlare con i guanti. Con rigoroso distacco. E’ forse per questa causa che qualcuno dice che me la tiro, e che mostro un po’ di imperturbabile superbia. Non è nelle mie intenzioni. E’ solo che provo una sorta di riguardo; di doverosa ritrosia a parlare di queste cose. Ho sempre odiato la volgarità. Insomma non ne sono abituata e non so come parlarne. Come dirlo. Insomma… ce l’aveva enorme.
Lo so che c’è una vasta letteratura scientifica che dice che le misure non contano, per quello. Che la donna si adatta. Che il piacere non è dipendente da quello. E tutte quelle cose lì. So cosa sono le emozioni. Sono stata anch’io innamorata, e non una volta. Non sono nemmeno di quelle che non riescono a tenersi su le mutandine; tutt’altro. E non potevo nemmeno certo parlarne con Italo e lui non mi poteva aiutare in nessun modo. Mi restava un sospetto e comunque la curiosità, e si sa come siamo noi donne. Quando ci mettiamo in testa una cosa non c’è verso. Non c’è verso che ce la togliamo. Gira e rigira è sempre là. Magari cerchiamo di esserlo; razionali. Facciano tutti i nostri buoni propositi, ma la curiosità è la curiosità. Finisce sempre che diventa una fissazione; che te la devi togliere, la curiosità. Lo so che non c’è un modo meno aderente alla realtà per spiegare il mio processo mentale ma questa è la lingua che abbiamo.
Di lavorare lui non ne aveva troppa voglia. Lo vedevi gironzolare tra le stanze guardare di fuori la finestra dondolando la testa come se cercasse idee che gli sfuggivano. Non gli si poteva affidare il minimo compito e dietro qualcuno sotto sotto mugugnava. Per lo più era davanti alla macchinetta del caffè. Eravamo state noi donne, cioè le mie colleghe “più esperte”, a crearne il mito. Forse per la parte maschile dell’ufficio c’era solo una sorta di invidia e, per qualcuno, di riscatto. Ma prima di quell’invito sembrava quasi non si fosse nemmeno accorto di me. O almeno non in modo particolare. Certo aveva fatto degli apprezzamenti, lui era così, ma tutto s’era fermato lì.
Sai che sei proprio una gran bella manza”?
E qualche volta erano persino più pesanti in coerenza al personaggio.
Sai cosa ti farei”?
Un paio di pacche dietro. Qualche palpeggiata di passaggio.
Ti spiegherei io cos’è un uomo”.
Io stavo al gioco scostandomi e redarguendolo ma senza respingerlo veramente, con quell’arte tipica di noi donne con cui riusciamo a dire un “ma come”… e persino uno “stronzo”! con una gratitudine spudoratamente manifesta. Insomma, alla fine, le frasi restavano senza un vero seguito. Non si era informato e quelli, gli apprezzamenti, non li lesinava per nessuna, ma non si era mai spinto oltre e il tempo passava. Cominciavo a dubitare delle mie qualità. E certo non poteva, una signora come me, nella mia condizione, fare la prima mossa e prendere una simile iniziativa. Non sarebbe stato decoroso e non avrei saputo come fare. Sono sempre stata abituata ad essere corteggiata. Io non l’avevo certo incoraggiato, almeno non troppo, non così sfacciatamente come aveva fatto Rachele. Mi ero solo limitata a non tenerlo troppo distante, a non riprenderlo con un’aria, come dire? definitiva. Tutto qui. Non mi restava che attendere e sperare.
A dirla così ad uno estraneo verrebbe da chiedere cosa aspettassi di più. In realtà quando allungava le mani erano mani pesanti le sue. Apprezzava con vigore e con commenti e senza alcun riguardo. Se ne riempiva il palmo e stringeva fino a rubare un urlo di dolore. E poi rideva soddisfatto. Ma tutte le tette dell’ufficio le trattava allo stesso modo. Nessuna differenza. Anche se nemmeno l’ingegnere si poteva permettere di spingersi a tanto, con me. Era come controllasse una merce di sua esclusiva proprietà. Le strizzava con vigore. Niente per cui potessi sperare che era il mio turno. Alla fine sembrava non avere la minima fretta. Eppure non c’era collega che non avesse un occhio particolare, di riguardo, con me. Ormai sospettavo di non essere il suo tipo. Mi sembrava strano.
Poi era stato come per una decisione improvvisa. Il quindici o il sedici. Più il quindici. Io non credo ai numeri. Forse solo ai miei. E sono sempre stata persuasa di avere degli ottimi numeri. Delle “referenze” convincenti. Tornai ad essere orgogliosa di quello che ero. Non aveva abbozzato nessun pretesto: “Si esce assieme dopo il lavoro”? Niente. Che so… una cena. Una cosa così. Una spudorata bugia. Un assolutamente inverosimile motivo di lavoro. Insomma qualsiasi cosa per salvare la forma. Si era limitato a quella domanda, ma la sua era una affermazione, senza curarsi se altri lo sentivano. Non potevo nemmeno cercare un argomento per farlo insistere. Non potevo che limitarmi ad uno spudorato sì o ad un impossibile no. Avevo ormai già deciso di accettare, ma mi risparmiò la fatica perché nemmeno si aspettava la risposta, mi comunicò solo che saremmo andati con la sua. Io sapevo che Giordano non me l’avrebbe mai perdonato: erano mesi che mi faceva il filo ed io niente; forse non era nemmeno giusto, ma era troppa quella curiosità. E con Giordano eravamo solo dei cordiali amici anche se la macchina di Giordano è decisamente più comoda.
Non mi lasciò molto tempo per essere curiosa di nient’altro. Lui non chiese ne io ebbi il tempo di chiedere. Partì immediatamente e guidò tranquillamente fino ad uno spiazzo erboso, e fuori c’era quella luce che si appanna quando ancora è appena troppo presto perché si comincino ad allungare le ombre e si possa parlare di sera. Un po’ di timore lo avevo. Anche che qualcuno potesse notare la macchina, ci potesse vedere. Ma ancora non potevo crederci. E solo una siepe ci discostava dalla strada e sentivamo passare le macchine. Non ero mai andata in un posto come quello. Non per fare quello che temevo avesse intenzione di fare. Non almeno in un ora come quella, appena finito il lavoro; prima che fosse completamente buio. Invece lui non ci aveva pensato un attimo né aveva sentito il dovere della minima delicatezza. Semplicemente aveva spento il motore e lo aveva estratto. Io, in qualche modo, avevo cercato di mostrarmi sorpresa e anche indignata. Avevo cominciato a prepararmi ad abbozzare quel minimo di doverosa resistenza. Qualcosa come un “Che fai?” che mi era morto in gola e mi aveva tolto la possibilità di qualsiasi altra parola. Non aveva per nulla mutato la sua aria sfacciata: “Non era di questo che eri curiosa”?
Lo guardavo e lo guardavo lì con gli occhi sgranati e le labbra spalancate dalla meraviglia mentre mi sembrava di soffocare. Credo che mi sfuggì unicamente un “Non dovrei”. Era veramente come me l’avevano descritto. Lui ne era consapevole e per il resto non avevo certo raccolto giudizi lusinghieri sul suo conto. Ne avevo visti ma come quello, senza esagerare, giuro, nessuno. Non che quello di Italo… che con Italo ci ho anche fatto un figlio, e anche bello grosso, Tommaso Alberto Maria, quasi quattro chili e due, e quasi altri due, e non mi ha mai fatto mancare niente, non so se mi spiego, ma al confronto di quello che stavo guardando sarebbe parso come quello d’un neonato. Un bruco e un anaconda. Chiesi scusa a Italo per il pensiero irriguardoso che avevo trovato verso lui nel confronto; non era certo colpa del mio compagno; per altri sarebbe stato ancora più impietoso. Credo che fosse in grado di leggermi quei pensieri dentro gli occhi e non lo volevo. Li abbassai e mi resi conto che ero soggiogata. Aspettavo che quell’uomo mi dicesse cosa voleva e cosa dovevo fare. Forse cosa volevo. Lo fece: “Datti da fare. Non possiamo starcene qui in eterno”.
Pensai solo per pochi attimi che era una situazione squallida. Ancora che ci avrebbero potuti vedere. Pensai persino di scappare ma non riuscivo a sollevare lo sguardo. Con un senso assurdo di vergogna e di colpa. Scioccamente pensai di fare in fretta. Non ero più in grado di mentire nemmeno a me. Era lì che volevo essere. Era quello che avevo cercato e voluto. Anche se non così. Dissi la prima cosa mentre mi lasciava alle prime confidenze: “Sei sicuro che non ci vengano i guardoni”?
Gliene fregava assai di quelli: “Sai cosa sei”?
Sì! lo so.” –e lo dissi da me. Poi pensai che forse lo avevo privato di una sua soddisfazione, che gli spettava; ma avevo provato piacere in quell’insultarmi. Un piacere che non conoscevo, e, in verità, era quello che volevo essere e sentirmi. Non solo non feci nulla per smentire quell’immagine di viziosa, ma cercai in tutto di confermarla e di sondare il piacere di abbandonarmi e lasciarmi completamente andare. Il difficile viene sempre prima; e all’inizio. Non c’era più tempo per fare la ritrosa. Tornai a pensarci e già mi lasciavo sfuggire un sospiro. Ad un certo punto mi ha anche preso per i capelli senza riguardi e di riguardi non ne trovò mai alcuno. Aveva mani enormi e occhi che restavano sempre distratti. Il naso grosso e le orecchie larghe. Si trascinava spesso il dorso della mano sul naso. I denti erano radi e scomposti, e non riuscivano a trattenere la saliva sulle esse e su altre sillabe sibilanti. Non era nemmeno troppo pulito. Certo non era ricco. Se ne raccontano delle belle su come aveva comprato quella macchina e sulla generosità delle donne. Non possedeva nessun altro pregio e bellezza.
Non era certo un raffinato. Non era certo la signorilità che mi potevo aspettare, e forse mi dava proprio quello che avevo cercato. Non è certo da uno come lui che si spera discorsi colti e in punta di forchetta. Persino il suo italiano era alquanto stentato. Era distaccato, tanto che avevo l’impressione quasi che si stesse annoiando. Certo che mi invitava “fai così e fai cosà” e che insisteva, ma sempre senza apparente partecipazione, quasi senza emotività. La cosa che sapeva fare meglio era di lasciar fare. Ma voleva anche vedere. Mi scostava i capelli quando mi scivolavano sugli occhi. Ad un certo punto credetti di soffocare mentre una lacrima si gonfiava e mi bagnava le ciglia inondandole. Questo Floran nascondeva tra i calzoni una vera meraviglia; un tesoro inenarrabile. Era uno straordinario e incontentabile porco, e manteneva tutte le sue promesse. Non so quante volte pensai e sospirai: “Dio! Dio! Diomio! Diobono”!
Avevo ragionato ad una cosa fatta in fretta, insomma ad una sveltina. Anche perché per farlo in macchina cominciavo ad essere un po’ adulta e non è il posto più comodo e che gradisco di più. Io credo di essere una donna seria e come si deve ma se faccio una cosa preferisco farla come si deve. Era semplicemente un’occasione e perché non mi era ancora mai successo al primo incontro; anche se me lo sarei dovuta aspettare. Se ci avevo fugacemente pensato avrei pensato ad un albergo, a casa sua, presso qualche amico compiacente, ad un qualche letto in un qualche posto. A saperlo avrei atteso una trasferta di Italo; un’altra occasione. Comunque lui aveva continuato con i suoi complimenti. Non aveva smesso nemmeno per un momento. Commentava tutto di quelle sue parole. Credo di non aver sentito mai tante oscenità in vita mia. In compenso io non volevo farmi vedere una provinciale; non da lui. Non volevo essere da meno. Credo di non averne sentite tante nemmeno uscire dalla mia bocca. Che credevo nemmeno di conoscerle, tutte quelle volgarità.
Invece ero proprio io a dirle. Ma mica sono cose che si vanno a raccontare. Che a ragionarci non è che mi dispiacesse. Volevo essere una cosa speciale, per lui. E pensare che Italo è così gentile. Ma forse era proprio quello che cercavo lì; da lui. Quando l’ho visto, madonna, credevo che non ci sarei riuscita. Invece mi sono tolta tutte quelle mie curiosità. Lo ammetto. Arrossisco, ma lo ammetto. E non trovo nulla di cui pentirmi. Mi sarei data della stupida se invece mi fossi comportata diversamente. Dopo mi ritrovai completamente e meravigliosamente indolenzita. Non ne avrei più potuto fare a meno di quell’esperienza, anche se almeno per qualche giorno avrei dovuto tenermi a riposo. E qualcosa dovevo pure inventarmi; per lui. Prima ancora di potermelo chiedere mi ricordai che anche per le altre era stato così. L’ufficio ne aveva sofferto e risentito, ma le storie poi, alla fine, sono un po’ tutte uguali. E avevamo dovuto pazientare per un resoconto completo che al momento, stupida, m’era sempre sembrato esagerato.
Fu allora che fece la cosa che mi sconvolse di più: senza nemmeno darsi il tempo e la briga di tirare su la lampo scoppiò in un pianto dirotto.

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