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Posts Tagged ‘Dario Fo’

foto di Antonio Gramsci proiettata sullo sfondo al Festival di Sanremo 2011Cosa dire? non sono uno spettatore attento. Più che distratto sono un non spettatore. Amo la musica, non la kermesse. Così stavo guardando un po’ qua ma anche un po’ là. Con il linguaggio di oggi si direbbe che stavo facendo zapping. Per quello non ho visto tutto. Semplicemente, con un po’ di fortuna, ho visto quello che conta. Se non si è capito sto parlando del festival. Quale? Ma quello di Sanremo naturalmente. Quello ultimo; di quest’anno. Perché allora: cose dell’altro mondo? Essendo dovrebbero essere di questo. In verità è un modo di dire. Indica l’insolito e anche di più. Mi mette un po’ a disagio che in quella manifestazione vinca quella che a me sembra la migliore. Non ne faccio solo una questione di simpatia né voglio darne un parere critico. Personalmente ho dei dubbi nel definirla una grande canzone. Forse sarei per il buona. Semplicemente mi sembrava la meno peggiore del lotto.
Non bastasse questo arriva seconda una ragazzina con una voce e una grinta che si fa rispettare. Una ragazzina, tale Emma Marrone, già anche di “Amici” ho una conoscenza tanto superficiale da poter affermare che ignoro la trasmissione volutamente, dicevo che Emma aveva già mostrato di che pasta era intervistata per la manifestazione di Roma delle donne: quella titolata Se non ora, quando? Svoltasi domenica 13 febbraio 2011 (data da ricordare). Mi ero formato l’opinione senza sapere a chi apparteneva quel viso grazioso e grintoso. Dentro quel contenitore solitamente frivolo che è il “Festival della canzone italiana” si inserisce anche l’intervento del grande Roberto Benigni (vedi sotto) che definire comico e criminalmente riduttivo. Lui, l’autore di “La vita è bella”, ci fa riscoprire l’orgoglio dell’appartenenza, della nostra terra e del nostro inno. Alla faccia di chi predica nel deserto della separazione. Forse assestando un colpo micidiale a chi si è fatto affascinare da quei facili slogan: che soli è bello. Un po’ come dire che chi fa da se fa per tre e anche per tutti. Potrei chiedermi se è possibile che in questo paese la politica sappiano farla gli attori, i comici, i cantanti, gli eccetera mentre i politici non sanno né di questo né di quello. Ormai sono stanco di chiedermi alcunché.
Se non bastasse Luca e Paolo, che paiono gli unici che riescono a divertirsi veramente e non sono tra gli apostoli, se ne escono a leggere una brano di Antonio Gramsci. Proprio di Antonio Gramsci; quello lì. E sullo sfondo c’è un immagine dello stesso con fondo rosso. La stessa appiccicata in testa a questo post (appunto vedi sopra). Un’immagine che non è la solita del Gramsci giovane. Né è quella, tanto cara ad un amico, del Gramsci dell’ultima ora; quello gonfio e sofferente. Quello che la dittatura fascista sta portando alla morte in carcere. In verità anch’io “odio gli indifferenti”. Forse nemmeno li odio. L’odio è un sentimento troppo forte e non lo so molto frequentare. Diciamo che mi schifano. Ma io già volevo, qui o altrove, parlare del Grande Compagno, per altro e trovarmelo al festival mi ha fatto un po’ sobbalzare. Strano paese l’Italia. A volte simpaticamente strano. Anche a pensare che ormai una cultura “altra” sembra non essere all’ordine del giorno di nessuno; non interessare più.
In quel mentre in un altro canale mi sono imbattuto in Dario Fo che recitava uno dei suoi “Misteri buffi”. Ancora una volta mi ha affascinato attorno al monologo che ruota sulla storia della figura di Bonifacio ottavo, dove ottavo non è il cognome ma un numero progressivo. Non avevo mai pensato che ci fosse potuto essere stato anche un Bonifacio uno, un Bonifacio due, e tutti gli altri Bonifaci eccetera. Mia distrazione ma anche perché degli altri nessuno me ne ha mai parlato. Mi si tacci pure di ignoranza ma siamo tutti ignoranti di quello che non sappiamo. Certo che certe cose non invecchiano mai, restano sempre attuali. Il potere si assomiglia sempre. Ha sempre quei tratti di protervia e cialtroneria e sfacciataggine e prepotenza. Così, girovagando per il palco, il grande autore e attore e mimo e cantante ci ha ricordato che: “La storia la fanno i popoli, e la raccontano i padroni”. Così il gatto si mangia la coda. E torniamo all’inizio. Se la nostra memoria la raccontano gli altri non lagniamoci di quel racconto. Non so se è finita la classe operaia, ma la cultura da esse prodotta è scomparsa per suicidio e per apatia. Cosa ci è rimasto di quarant’anni della nostra storia? Di tanti tentativi di raccontarla da noi la nostra storia?

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Visto che in questo spazio, ultimamente, si fa un gran parlare di mistica e di fede; non di quella che si porta al dito. Per essere coerente e ricordare che anche nella fede più tenace ci può essere spazio o si può insinuare un dubbio, e che il dubbio non sempre ha torto, oggi posto una canzone incisa, a quanto mi risulta, per la prima volta nel 1964; qui nella registrazione dal vivo dell’anno successivo di Enzo Jannacci: Prete Liprando e il giudizio di Dio
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Foto storica di un amico relativa a Forte Sirtori.

Testo di Dario Fo e Enzo Jannacci
Musica di Enzo Jannacci
Album: “E allora…concerto”

(parlato): Landolfo, cronista del Millecento, ci ha tramandato le “Storie del Comune di Milano” fra cui questa del giudizio di Dio, protagonista prete Liprando. Noi abbiamo cercato di musicarla con un certo impegno, e la dedichiamo a tutti quelli – e sono tanti – che pur essendo testimoni di fatti importantissimi e determinanti dell’avvenire della civiltà, neanche se ne accorgono!

Prete Liprando, ben visto dai poveri Cristi,
andò dall’arcivescovo Agiosolano, in Sant’Ambrogio:
“Sei ladro e simoniaco, – gli disse –
venduto all’Imperatore, quel porco..” “Cus’ee?!?
– disse l’Arcivescovo infuriato –
Come ti permetti, prete? Sono ex-combattente;
ho fatto la prima crociata, e anche la terza!
(…la seconda no, perché ero malato…)
Prete Liprando rispose: “Lo so, più d’una città hai conquistata;
lo so, più d’una città tu hai insanguinata;
e adesso, Milano tu vuoi, incatenata, vederla prostrata!”
“Liprando, a ‘sto punto esigo il Giudizio di Dio:
dovrai camminare sui carboni (s’intende, ardenti!);
le fascine di legna, quaranta (“Quaranta?”)
s’intende, le pago io.
Se tu non uscirai per niente arrostito,
io me ne andrò dalla città solo e umiliato,
e per giunta, appiedato!
“Prete Liprando, domani, al calar del sole
affronterà il Giudizio di Dio in Piazza Sant’Ambrogio!”
Quaranta fascine furono ammucchiate in una catasta;
la gente veniva fin da Venegòno e da Biandrate:
“Indietro, su, non spingete, per Diana!
C’è il fuoco, non lo vedete? ” “Ma io non vedo niente;
non vedo un accidente! Son venuto da Como per niente!”
“Tornate tutti a casa! Non se ne fa più niente!
Il Papa, da Roma l’ha proibito: lo spettacolo è finito!”
“Ed io lo faccio lo stesso! – disse prete Liprando –
ma le fascine, quaranta!- io non ce le ho!…”
…La gente portava le fascine fin da Biandrate;
facevano un sacco di fumo: la gente tossiva,
tossiva e piangeva, ma non si muoveva!
Che popolo pio! Voleva vedere il Giudizio di Dio!
“Eccolo là!… Liprando è già pronto…” “Dove l’e?”
“L’è là in fondo… È pallido, ha paura!…
Ha i piedi spogliati!… Che piedi lunghi!…”
La brace è rossa, e rosse son tutte le facce…
stan tutti con gli occhi sbarrati…
“Anch’io li ho sbarrati, però non vedo niente!”
È entrato in mezzo ai carboni senza guardare:
è dentro, è tutto sudato, ma non è bruciato…
due donne son svenute! Una ha partorito,
ma in buona salute…
“Dai, non spingete!” “…ma io non vedo niente!”
“Ecco, è arrivato; Dio l’ha salvato!”
“Gloria a Liprando, che Milano ha salvato!”
“L’arcivescovo è scappato” (“Gloria a Liprando!”)
“L’avete veduto!” (“Gloria a Liprando!”)
“Il cavallo s’è impennato!…” (“Gloria a Liprando!”)
“Ecco, è cascato!…” (“Gloria a Liprando!”)
“S’è mezzo massacrato!” (“Gloria a Liprando!”)
“…e io non ho visto niente!” (“Gloria a Liprando!”)
“Non ho visto un accidente!” (“Gloria a Liprando!”)
“Son venuto da Como per niente! Per nienteeee!” (“Gloria a Liprando!”)

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