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Posts Tagged ‘delitto’

In qualsiasi altro posto tutti si sarebbero sorpresi di trovare una donna in un orinatoio per soli uomini, unico posto in cui non è consentita la presenza femminile. Non nel nostro paese dove tutti conoscevano il conte. Adelina lo seguiva in ogni posto accondiscendente come un cagnolino da compagnia. Lui s’era semplicemente messo davanti alla latrina di porcellana con le mani in tasca e lei era intervenuta subito: “Lasci fare a me, signor conte”. Se n’era rimasta buona in silenzio indirizzando il gesto dei nobili bisogni liquidi del suo insigne padrone: “Non si preoccupi, signore”. Lui arrogante tutto impettito del suo lignaggio come si conviene ad un gran signore: “Adelinaaa!!! Stai attenta, cretina, che mi schizzi”. Lei remissiva gli occhi chini ma attenti come si conviene a chi nella vita e nata destinata ad essere donna di servizio: “Scusi, signor conte”. Dopo una non troppo breve attesa si era premurata delle sue condizioni perché preoccuparsi di lui era nei suoi compiti, scordandosi però inopinatamente il titolo: “Tutto bene”? Il conte cercò d’essere gentile e di non far caso alla sbadataggine: “La solita scrolla”…
E fu subito premurosa: “Certamente, signor conte”. E il conte aggiunge solo: “Uhm! –e poi un non completamente soddisfatto– Bene”. Lei premurosa prese la salvietta. Ma la serva era educata a cogliere anche le sfumature e a prevenire ogni suo ulteriore bisogno nonché attenta a tutte le vicissitudini e necessità: “Serve altro”? La domanda era invero un po’ retorica e l’uomo fu lesto nella risposta anche se un po’ balbettata: “Veramente la mano mi”… Lei solerte non lo lasciò finire la frase, già sapeva, e si prodigò immediatamente: “Naturalmente, signor conte, ai suoi ordini e desideri”. Ma l’uomo a cui si accompagnava la zelante domestica era persona veramente esigente. “Non sarai già stanca, sembra la mano d’una morta”. La povera donna leggermente sconfortata cercò sollecita di renderlo soddisfatto con la destra che aveva tenuta in tasca del grembiule affinché ritrovasse la consueta circolazione del sangue e tepidezza: “Va bene il ritmo, signor conte”. Poi, sempre con l’intenzione di prevenirlo, lo tempestò di premure, intervallando ogni preghiera con il dovuto titolo gentilizio: “Ancora lenta? Forse stringo troppo? Se mi posso permettere, lei è proprio… maestoso. Non sarò troppo veloce? Mi dica pure”. Lei sapeva quanto quel maschio gradisse i complimenti, ma alle sue osservazioni l’aristocratico si limitava a sintetici borbottii che parevano più mugugni che altro, ma forse di apprezzamento. Lui dondolava come se fosse ritto nel vagone di un treno in viaggio con gli occhi socchiusi. Alla fine la poveretta con molta cautela e attenzione sistemò il padrone e con cura gli tirò su la lampo dei pantaloni. Lui la precedette soddisfatto, dopo aver scritto ridendo la sua valutazione sulle piastrelle per pura burla ai posteri invidiosi; e uscirono dal nauseabondo vespasiano.
I giorni della cameriera a volte potrebbero apparire molto duri. Dell’episodio non insolito dell’uscita dalla latrina lei cercò di ingoiare anche un po’ di vergogna. Appena condotti alla villa i due si separarono, l’uomo raggiunse lo studio per immergersi nelle sue letture del proprio albero genealogico, e la donna si dirette verso la cucina senza ricevere nemmeno un cenno di elogio, che per altro non era mai stato da lei richiesto. Si rimise subito all’opera e accese il fuoco ai fornelli e vi mise sopra la pentole. Poi alacre raggiunse le stanze della sua padrona e l’aiutò ad indossare l’abito per la sera, la pettinò con cura e le consigliò quelli che a lei sembravano i gioielli più adatti, sempre con la dovuta rispettosa cortigianeria e quel pizzico di adulazione. La signora moglie del signor conte decise di protrarsi ancora per qualche minuto nella stanza stesa a letto con le tende accostate a causa di un po’ di emicrania che l’affliggeva. Finché non si fece l’ora per servire a cena la docile sguattera fu costretta a trattenersi con lei per farle silenziosa compagnia nella penombra. Dovette scusarsi quando ormai incombevano le sette; il conte era rigido per quanto concerneva la puntualità ed era una buona e nota forchetta giacché si abbandonava facilmente tanto ai vizi della carne quanto a quelli della bocca, in questo specifico caso intesa come tavola. Quella sera non era atteso l’amico del conte, Adelina doveva limitarsi a preparare solo per due. Per lei era più facile interpretare i desideri del padrone, la di lui giovane consorte era spesso capricciosa ed era relativamente nuova alla casa pertanto ancora meno facilmente interpretabile nei tanti vizi quanto nelle minime virtù. In verità non provava molta simpatia nei suoi confronti, ma non lo avrebbe mai confidato a nessuno nemmeno sotto tortura, perché spesso doveva dannarsi a soccorrerla correndo dietro a tutti i suoi numerosi piccoli capricci. Ma quella sera era una sera speciale poiché era l’anniversario della presa della Bastiglia. Una sorta di festa all’incontrario in cui i suoi padroni cenavano con le luci smorzate e bardati a lutto.
La padrona prese posto all’altro capo della tavola e presto si spazientì, Adelina accorse premurosa servendole due buoni mestoli di zuppa; l’altra non soddisfatta chiese con fare indispettito: “Adelina. Non aspettiamo il signor conte”? La domestica imperturbabile, pur mantenendo la sua solita calma e gentilezza, le rispose alzando il coperchio e facendo cenno alla pentola: “Il conte è in tavola, signora contessa”. La contessa era solo un gran pezzo di zoccola.

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«Scusate, debbo proprio andare. Non mi posso trattenere oltre. Il dovere chiama. Le ritrovano al mattino. Stavolta è stato un turista che portava a passeggio il cane. Sembra genovese. Ci ha chiamato subito. Devo accorrere sul luogo. L’assassino del bagnasciuga ha colpito ancora. Maledetto. E sono quattro. Tutte belle ragazze. Giovani. Le lascia nude appunto in quella sottile linea invisibile dove finisce il mare e comincia la sabbia. Strangolate. Tutte nello stesso tratto di spiaggia. Le onde pigre non le spingono. Non riescono a portarle via. Cancellano però tutte le tracce. Non c’è ancora nessun elemento da cui partire. Non una pista.
La spiaggia è già una bolgia. C’è un gruppo di ragazzi giovani. Ragazzi e un signore di una certa età. Porta abbastanza bene gli anni che sembra avere. Mostra di essere uno che ci tiene a mantenersi in forma. Anche se deve trattenere il respiro. Gli stanno tutti intorno, i ragazzi. Fanno una caciara infernale. Con le birre in mano. Sulla terrazza. Quasi si azzuffano per la partita e la formula 1. Ognuno sostiene che la sua squadra è la più forte e difende un torto. Poi interrogano l’adulto. Chiedi chi erano i Beatles? Ma è vero? Come facevate quando non c’erano i cellulari? E la parabola? Non mi sarei avvicinato se non fosse che il corpo era lì vicino. Pensavo che potevano aver visto qualcosa. Mi avvicino e scoppia il pandemonio. Parlano tutti insieme. Chi accende la miccia della confusione e proprio l’uomo. L’anziano: Non sono stato io. A fare cosa? Commissario. Non sono commissario. Volevo dire… E allora dica. Quello che cercate? E cosa cerchiamo? Non lo so. E allora perché? Volevo collaborare, rendermi utile. Cercate di parlare uno alla volta. Parlo io per tutti. Perché? Non fate casino.
L’uomo cerca di essere al centro. Poi parlano anche i ragazzi: Guardi che noi non sappiamo niente. Questo lo verificherò. Sempre con noi ragazzi. Per un po’ d’erba. Cosa c’entra l’erba? Non è per quello. E’ per uso personale. E’ stata uccisa una ragazza. Una ragazza? In questa spiaggia? Ecco perché il lenzuolo. E tutti quei curiosi. E le divise. Pensavo una retata. Ve l’avevo detto. Noi si beveva una birretta. Noi non sappiamo niente. Di una ragazza. E come? Non posso dirlo. Strangolata. Come fa a dirlo? Il nostro Giovanni è un drago. E io che credevo?… Ma è stata proprio ammazzata? Non sarà stato un malore? Non mi andrebbe di vederla. Anche a me fa un po’… Volevamo solo farci un bagno. Ora me n’è passata… Per così poco. Che sarà mai? Appuntato, faccia qualcosa. Provveda. Faccia fare un po’ d’ordine.
Maledetti giornali. Passano la notizia alla televisione. I ragazzi alzano gli occhi. Per un attimo tacciono. Poi uno la riconosce: Ma quella è Greta. Come fai a dire che è Greta. Sì che è Greta. Guarda i capelli. Non sei mica cieco? Due come le sue non te le regalano mica tutte le ragazze. Greta? Sì, Greta Veronelli; ma non è di Verona. Nata e vissuta dalle nostre parti. Era con noi ieri sera. E non vi siete accorti?… Sa com’è. Che non c’era? Un po’ s’era bevuto. E un po’… Non ci abbiamo fatto caso. Io veramente… stamattina… ma mi credevo fosse scesa prima. Insomma nessuno s’è accorto?… No, nessuno. Veramente io… Saresti? Sarei il suo ragazzo. E allora? Dovrei dire ero? Che ne so? come vuoi. Mi sembrava mi mancasse qualcosa. L’anziano: Sono bravi ragazzi. Lei non si intrometta. Non hanno fatto niente, sono i miei ragazzi. Parli quando sa qualcosa. Allora vado a farmi un bianchino. Intanto vada, ma non si allontani.
Appuntato, faccia qualcosa. Maledizione, provveda. Faccia fare un po’ d’orine. L’ultima a vederla dovrebbe essere stata Katia. Si dicono tutto. Dov’è Katia? Ragazzi, dov’è Katia? L’ho già chiesto io. Era qui un attimo fa. E’ sempre qui. Non si allontana mai da sola. Forse è andata a fare un bagno. S’è appena messa la crema. Sai come lei. Era qui un attimo fa. L’ho vista andare con il signor Giovanni. Sei sicuro? E dove sono andati? Che ne so. Sì, s’è allontanata con lui. Maledetto signor Giovanni. Sempre tra i piedi. Forse aveva sete anche lei. Gli avevo detto di non allontanarsi. Saranno nei paraggi. Appuntato, se ne occupi lei. Io intanto cerco la… ragazza. Cioè la testimone. Questa Katia. L’accompagno. Vengo io. No, lei resti qua.
La vado a cercare. L’avevo notata subito. La riconosco immediatamente. La trovo stesa spersa. E’ una bella ragazza. Notevole. Anche così, senza trucco. Imbrattata di sabbia. Gli occhi sognanti. Il sole li abbaglia. Si scherma il viso con una mano. La voce impastata. Leggermente stridula. Eppure sognante. I capelli spettinati. Si sistema in bikini, minuscolo. Rinfodera meglio un seno. Sorride verso l’orizzonte. Sbatte le palpebre. La guardo e non mi riconosce. Nemmeno mi vede. Dannazione. Prima che possa dire una parola sussurra con una voce melodiosa, come fosse rapita: Sì, Giovanni. Non sembra sobria. Forse per il caldo. Mi insospettisco. Non sono un novellino.
Ci avrei giurato la promozione: Cos’ha consumato? Una birretta? Solo una birra? Sì, una. Sicura? E… uno spinello, di maria? Solo uno? Credo. Continui? Lei è proprio curioso. Non è uno scherzo. Lo posso dire? Lo deve dire. Non lo dirà a quella? A chi? Alla signora. Non ci sono signore… La moglie. Cosa c’entra alla moglie? E il signor Giovanni. In che senso? Me l’ha data lui la roba. E’ tutto?… E il signor Giovanni. Sempre lui; sia più precisa? Insomma, come ha detto lei. Cosa ho detto io? Con quella parola. Non mi faccia perdere la pazienza; quale parola? Ho consumato il signor Giovanni. Cosa vuol dire? Insomma… Dica. Tra due capanne. Qui? Non sarà un delitto? No! certo che no; però… No, ma… Il signor Giovanni, posso chiamarlo Giovanni? è stato proprio carino, un vero birichino. L’ha fatto per l’erba? Sì e no, solo un po’. Le sembra prudente? Mi scusi ma sono confusa. Mi dica quello che sa. Non molto, è stato bello; ma perché me lo chiede? Non mi interessa quello. E cosa allora? Una sua amica…
Sento gridare alle mie spalle: E’ lui. E’ stato lui. Prendetelo. Se non intervengo le cose si mettono male. Anche peggio. Si affollano tutti intorno all’uomo di mezza età. Quel tale Giovanni. Ancora lui. I loro gesti e le loro grida non sono per niente benevoli. Il povero personaggio sembra impaurito: Non sono stato io. Prego tutti di mantenere la calma. Invano: Chi ha visto qualcosa s’avvicini. Io non ho visto niente. Poverella, poverella. Io non posso dire… Ho sentito dire. L’ha detto lui. L’ho visto io. Si faccia avanti. Si alza in punta di piedi. E’ un uomo con due bambini a fianco. Ancora tutto candido. Solo le gote paonazze. Occhiali in punta di naso. Capelli pochi e spettinati. E un paio di bermuda improbabili. Canottiera. Infradito ai piedi. L’ho visto bene, coi miei occhi. Venga qui.
Lascia i bambini ad una donnetta che non avevo notato nel mezzo della folla. E’ alta un soldo di cacio. In compenso è larga altrettanto. E ha un costume intero pieno di palloncini colorati. L’aspettava fuori dalla discoteca. Come fa?… Non riuscivo a dormine e sono uscito, ma non facciamoci sentire dalla mia femmina. Mi spieghi meglio. Non c’è molto, lei è uscita con quello che sembrava il suo ragazzo. E poi? E poi… sa come sono? sono ragazzi. Venga al dunque. Dopo… sa cosa voglio dire? Prendiamolo. State fermi; no che non so cosa vuole dire. Sa come sono i ragazzi… dopo… Dopo cosa? Lui, voglio dire il ragazzo, se n’è andato. E allora? Forse avevano bevuto, camminavano come se avessero bevuto. Come? Dondolavano. E allora? Si è avvicinato lui, quell’uomo. Si sbrighi? Lei sembrava averlo riconosciuto. E’ sicuro? Li ho visti bene. E cosa ha visto? Lei l’ha chiamato per nome, Giuseppe o qualcosa di simile. Sicuro che non abbia detto Giovanni? Sì, forse proprio Giovanni; è importante? E dopo? Dopo si sono appartati. E dopo? Dopo niente, non ho visto altro. Sicuro? Sicuro.
E’ chiaro che mente: E lei dopo cos’ha fatto? Sono tornato. E’ sicuro? Insomma… insomma lui non camminava come loro. Camminava? Camminava come uno zombie, lentamente, tutto rigido. Venga ai fatti. Li ho seguiti. Li ha seguiti? Sì! E allora?… Non è un reato? Non ancora. Solo per… Bene, vada avanti. Parliamo piano; le ha messo una mano sulla spalla. E allora? Mi lasci dire. E allora dica? Ha allungato le mani, quel vecchio porco. E’ sicuro di quello che dichiara? Li ho visti bene, c’era una luna grande come un mappamondo. Vada avanti. Sembravano cercavano intimità. E la ragazza? Anche lei quella in televisione. Hanno già visto tutti quel notiziario. Prosegua. Si sono appartati. Bene. Credevano di non essere visti, ma io li vedevo bene. La prego di procedere. Non c’è molto altro, poi le ha stretto le mani intono al collo e l’ha strozzata. Ne è certo? Come che sto parlando con lei. Poi cos’ha fatto? Prima si erano dati molto da fare. Non faccia commenti. Come vuole, si è preso il bikini e se n’è andato senza voltarsi. Lo sa che quello che dice è molto grave? E non per dire, era proprio piccolo. Cosa? Il bikini; un niente.
Quel tale Giovanni sembra allibito. Intanto alla folla s’è radunata altra folla. Come sempre. Cos’ha da dire lei? Lui mente. A che proposito?… Non sono stato io. Mi sembra poco. Non sono stato io a strozzarla. Chi le ha detto che è stata strozzata? La televisione. Non mi sembra… Insomma è stata strozzata o no? Le domande le faccio io. Va bene. Dica quello che sa. E allora sto zitto. Ora deve parlare. Taci tu cretino. Cesira? Non dire una parola. Cosa ci fai qui? E lei signora?… Il signor Giovanni non è sceso con noi. Fate i bravi, ragazzi. Non può essere stato lui. Era con me, a letto con me. Scusi chi è? La moglie. Signora Cesira? Nonna? Ti ho detto di non chiamarmi così. Anche lei qui? Non l’avevamo vista. Chi preparerà per cena? Ti sembra il momento? Allora dica lei. Ma signor Giovanni… La bruttina che ha parlato è una certa Graziella. Un fuscello sgraziato. Il ragazzo che ha apostrofato la donna come nonna l’ha appena chiamata così e la tiene per mano. Diversamente nemmeno l’avrei notata. Non ha niente che corrisponda al suo nome. Commissario. Non sono commissario. Come le dicevo… Andiamo con ordine. E’ sempre stato al mio fianco. Abbiamo un testimone… Dovrebbe mettere gli occhiali. Come si permette? E tu stai zitto. Ho visto tutto. Vede commissario… Non sono commissario.
Dannazione, anche l’appuntato è sparito. Si dice sempre così: Andiamo con ordine. Ne è certa? Certo che sono certa? L’ho visto anch’io, era lì fuori che aspettava. Sembra che l’abbiano visto in molti: Ne è certo? Io l’ho visto, ma lui non mi ha visto. Improvvisamente più d’uno ritrova la memoria. Intanto la scientifica continua nel suo lavoro. Hanno trovato anche un mozzicone di sigaretta. Lo analizzeranno. Quella che parla si accompagna all’altro e indica un punto non lontano: Ha ragione Massimo, era proprio là. Guardava diritto e sembrava non vedere nessuno. Questo non vuol dire niente. Lasci fare a me, signora. Ma potrò pure dire quello che debbo dire. Al tempo. Non lo volevo dire ma glielo dico: la verità è che Giovanni soffre di sonnambulismo. Come di sonnambulismo? Ti giuro che non volevo. Mica lo sa quello che fa mentre dorme. E allora?… E allora non può essere colpevole. Come fa a dirlo? Lui è come un bambino. Un bambino? Non mi tradirebbe mai; non certo poi con una ragazzina, non le sembra? La ragazzina non era poi da disprezzare. Cosa c’entra? Lasci trarre le conclusioni a me. Forse non so, sono confuso. Ti ho detto di tacere che peggiori le cose.
E’ sempre un’ottima tecnica investigativa. Cerco di prendere la donna di sorpresa. Fissandola negli occhi e con fare autoritario: Dove sono i costumi? Credevo fossero dei ragazzi. Dica solo dove sono? Li ho sistemati, naturalmente, li ho lavati. Come li ha?… Ho fatto la lavatrice proprio stamattina; prima che i ragazzi si alzassero, mica potevo lasciarli in giro. E non ha pensato? Come potevo? certo era strano che fossero finiti nel nostro cassetto. E dove sono?… Appesi ad un filo. Che confusione. Adesso chi lo dice al padre? Per cortesia… Se non la strozzava lui l’avrei fatto io. Ma Cesira… Mi dica perché. Perché, perché, non si sapeva comportare. Chi, la vittima? E chi se no? Cosa vuole dire? Con tutto quel ben di Dio. Non mi sembra una colpa. E le sembra giusto? Moderi i termini… Non cercava certo di nasconderle. Era la mia ragazza. Voi tre, anzi voi cinque, anche tu che la conoscevi meglio, seguitemi in caserma. Come in caserma? Dobbiamo finire questa chiacchierata. Cosa c’è ancora? Dobbiamo fare chiarezza certa e verbalizzare. Ma io non volevo? Questo l’hai già detto al commissario, cretino.

Dichiarazione rilasciata dal signor Giovanni Gasparello: Volevo solo vedere Katia fare il bagno.
Dichiarazione rilasciata dalla signora Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, già vedova Ansaldi: Lui è fatto così. Non succede spesso. S’addormenta e poi si alza e se ne va in giro senza sapere dove va. Non vede e non sente niente e nessuno. Non bisogna svegliarlo. Sarebbe pericoloso. Poi non ricorda nulla. Ma non ha mai fatto del male a nessuno.
Dichiarazione rilasciata da Sabatino Crescioni, nipote: Niente di rilevante.
Dichiarazione rilasciata dal medico che segue il signor Gasparello Giovanni: Da quanto appurato non è una persona pericolosa. Soffre solo di una grave forma d’insomma. Cioè deambula nel sonno di notte. Gli ho prescritto dei farmaci che ha sempre preso. Se posso dire… il Crescioni è altresì un soggetto iperattivo. In quel senso. Non so se mi spiego? Almeno di notte. E’ stata la moglie, la signora Cesira, a lagnarsene con me. Anche se con un po’ di vergogna. Povera donna. La capisco. Ma il medico e come un confessore.
Dai rilevamenti della scientifica: La vittima, una giovane ragazza, presenta attorno al collo i classici segni dello strangolamento. Nessuna impronta rilevata. Si notano altresì ecchimosi e lividi vari, presumibilmente dovuti a un’intensa attività sessuale pre-morte. Non è dato sapere se la stessa vittima era cosciente ed era consenziente, ovvero se si sia trattato di uno sfortunato caso di sesso estremo. Non aveva altri segni evidenti che possano determinare con assoluta certezza che la stessa deceduta abbia opposto resistenza o abbia tentato di difendersi dal suo presunto assalitore. Le unghie non erano spezzate e sotto non c’erano frammenti di pelle. La stessa espressione facciale della vittima non mostra paura né sottomissione. Se mi è permesso il termine è più la smorfia di chi se la sta spassando. Certo è che la permanenza nell’acqua salata e l’effetto delle onde hanno avuto modo di cancellare la maggior parte delle tracce d’analisi. Il corpo si presentava ancora come magnificamente intatto.
Dichiarazione rilasciata da Maicol Seibezzi, il fidanzatino della presunta vittima: Posso solo dire che Greta era una ragazza abbastanza affettuosa. Molto seria. Anche un po’ troppo. Una che si sapeva comportare. Non certo una sprovveduta. Quella sera volevamo festeggiare. Era un mese che si era assieme. A pensarci bene… dopo… Col senno del poi. Avevo notato che gli occhi del signor Giovanni mostravano interesse per la mia Greta. Cioè erano sempre sul suo reggiseno. Non mi sembrava sconveniente. Non era il solo. Greta era una brava ragazza che si faceva notare. Non mi sarei certo mai potuto immaginare. Credo che non tornerò mai più in questo posto.
Altra dichiarazione della signora Cesira, eccetera: Le ragazze di notte farebbero bene a starsene a letto

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Una vecchia pompa di benzina persa in mezzo al niente. In una desolata pianura padana sferzata dal vento che mulina sabbia. Corrosa dall’avanzare inclemente del morbo della ruggine. L’insegna che galleggia e sbatte. Lungo una strada che viene dal niente e porta al niente, ormai dimenticata. Dove le poche macchine che passano hanno fretta e nessuna voglia di fermarsi. Senza pensarci troppo l’aveva presa per garantirsi un futuro e anche un presente. Nei piani doveva diventare un’autostrada ma il progetto era rimasto in un cassetto.
Poco più di una baracca in lamiera di certe periferie cittadine che tornano. Per personaggi che parlano un’altra lingua o ormai parlano anche la nostra. Sempre più con frequentata da interpreti della vita che hanno sempre parlato la nostra e non né conoscono altre. Sul muro un manifesto consumato che dovrebbe ritrarre una Marilyn sorridente. Di fianco una stalla con pezzi di accessori per auto ormai fuori produzione e qualche barattolo. Dietro un orto da sempre abbandonato alla barbara incuria del tempo e un’altalena sfasciata che cigola con le catene, come braccia, abbandonate per un peso quasi insopportabile.
Lui che guarda sconsolato la strada in canottiera. La mano a riparare gli occhi. Il sudore sotto le ascelle. Ricorda certi film americani ambientati nella provincia di un’America degli anni cinquanta. Del nostro neorealismo del dopoguerra. Storie molto simili. Di un racconto svizzero con il commissario Matthäi[1]. Tutti paesaggi in un bianco e nero vago che fonde le cose.
L’ha sentito da lontano quel Rombo. La voce roca di quel motore. Tossiva asmatico e catarroso. Ha riconosciuto da lontano la marca, il modello, l’anno. Ha preso lo straccio e il secchio e s’è avvicinato alla strada. Frugandosi in tasca. Con un briciolo di speranza. Per aiutare la fortuna. Dicendosi in cuore: finalmente. Era lei. Aveva indovinato. Era proprio lei. Vecchio modello in pessimo stato. Tenuta senza alcun rispetto. Senza amore. Non ha nemmeno rallentano. Ha aperto la portiera e ha scaraventato a terra un corpo. Poi ha accelerato. E’ sparita là, in fondo, lasciando solo polvere. Allora si è avvicinato, prima guardingo, poi correndo. Non era certo di quello che aveva visto. Gli sembrava impossibile. Era proprio un corpo di donna. Quella poveretta. Era ancora viva. Era in brutto stato. Piena di botte, di ecchimosi, di graffi, escoriazioni. Non si sarebbe potuta riconoscere.
L’ha portata dentro. Tra le braccia. Un peso leggero. Non parlava. Non gemeva. Come un manichino floscio. Di stracci. Era quasi senza vita. L’ha stesa nel letto. Con delicatezza. Con cautela: “Dio santo”. E’ in ansia di lasciarla sola. Non può fare diversamente. Non sa chi chiamare. E non ha credito sul cellulare. Finalmente si decide. Prende la Vecchia amica. Quindici minuti per quindici chilometri. Fino alla farmacia più vicina. Quindici per andare e quindici per tornare. Sempre inquieto. Per lei. Con il pensiero a lei. Prende cerotti, garze, fasce e tutto quello che gli può servire. Anche un po’ di pillole, iniezioni e siringhe, su consiglio del medico. Torna senza distogliere i pensieri dalla povera ferita. Il dottore lo segue, con la sua, con pazienza. Lei non ha mosso un muscolo. E’ stata buona, immobile, assopita, intontita ad aspettare. Geme appena i due si avvicinano. Quando la devono toccare.
Il medico la visita bene. Con accuratezza. Dice che è messa male, ma che non c’è niente di grave. Chiede spiegazioni, curioso. Lui resta evasivo. Sa di non sapere. Quando resta solo con lei si rende conto che da questo momento deve provvedere lui a curarla. A cambiarle i cerotti. Per tutto. Ha un attimo di paura. La copre con un lenzuolo pulito. Butta i panni in lavatrice. Anche quelli sono ridotti in modo pietoso. Pensa di prenderle qualcosa. Ma dovrebbe tornare in paese. E non ha idea della taglia. Non sa i gusti di quella donna. Veramente non sa ancora il suo nome. Non si è risvegliata. Continua a non dare segni di vita. Tranne qualche flebile lamento. Deve soffrire molto. Le lava il viso. E le mani. Con cautela cerca di lavarla tutta. Non è né bella né brutta. E’ un tipo che sembrerebbe esile. Sembra avere però dentro una forza incredibile. Si accorge che è aggrappata alla vita. Testardamente.
Il mattino dopo lei socchiude l’occhio non tumefatto. Cerca di fargli un sorriso. Le riesce una smorfia. Fatica a parlare. Il labbro superiore è tagliato. Gli chiede dov’è. Si guarda intorno. Gli chiede cosa è successo. L’uomo fatica a distinguere le parole. A capire. Le risponde per quel poco che ha visto; nemmeno la targa. Ha la sensazione che lei lo sapesse. Cerca di alzarsi. Lui la sconsiglia. Lei ci rinuncia con un lamento. Si tira la coperta fino al collo. Lui le spiega che ha dovuto. Che suoi panni sono ancora stesi. La chiede se ha fame. Le prepara una minestra. La imbocca. Lei lo ringrazia molte volte. Gli dice che gli è molto grata. Poi che si sente molto stanca. Che ha ancora voglia di riposare. Lui esce. Torna a scrutare quella strada. Quella strada vuota. La stessa che l’ha portata lì.
Una settimana dopo lei sta già meglio. Si avvolge nel lenzuolo per alzarsi. Gli chiede per cortesia di portarle gli abiti. Si rende subito conto dello stato in cui sono ridotti. Alza le spalle. Si accontenta. Se ne fa una ragione. Vuole cucinare lei. Non c’è molto in casa. Prepara un piatto di spaghetti che era tanto che lui non ne mangiava così. Resta seduta a tavola e ha voglia di parlare. Lui non ha molto da dire. Preferisce ascoltare. E’ stata anche una cassiera. Poi le cose sono peggiorate. E quel maledetto… Si versa un gotto di rosso e lo tracanna assetata. Si accende una sigaretta. Lascia i suoi occhi sognanti vagare con i propri pensieri. Getta la cicca per terra. L’uomo insiste perché continui a stare nel letto. Continuerà ad accomodarsi lui sul divano. Il gonfiore all’occhio sta diminuendo. Ha cominciato a riprendere colore. Si accorge che sono di un grigio indefinito, gli occhi.
Quindici giorni dopo si è ripresa quasi completamente. Appena si alza accende la radio. Lo aiuta in casa. Pulisce e rassetta. Rimette ordine. Fa il bucato di lui. Ramazza anche nel cortile. Dice che l’orto forse si potrebbe recuperare. Basterebbe un po’ di sudore e buona volontà. Lui alza le spalle. Poi passa nell’altra baracca. Entrambi sentono subito il rumore della macchina. Entrambi la riconoscono. Arriva un cliente. Lei invita l’uomo a stare tranquillo. Lo rassicura. Che ci pensa lei. Esce e gli fa metano. Gli pulisce i vetri con accuratezza. Non sembra nuova a quei gesti. Si informa dell’olio, ma per il viaggiatore è a posto. Insiste per controllarglielo. Alla fine la spunta e gli fa anche quello. Prende i soldi e li mette in cassa. La vita è sempre avara. Lui la ringrazia. Lei gli sorride e il suo sorriso è un bel sorriso. E’ un raggio di sole.
Ormai si è abituato ad averla intorno. Per casa. Non ne è più sorpreso. Vederla lo tranquillizza. Lei è sempre di fretta. Rapida. Sbrigativa. Le stanze ora sono sempre in ordine. Lava le lenzuola ogni sabato. Eppure le mani sembrano quelle di una donna che non ha faticato molto. Ha il vezzo di sollevare indispettita la ciocca che le cade continuamente sul viso in un modo buffo. E lui può starsene tranquillo ad ascoltare la radio. Vorrebbe che il tempo si fermasse. Non gli da più fastidio l’odore delle sue sigarette. E’ andato a prendergliele in paese. Le ha preso anche una camicetta e una gonna. Le sono piaciute. Gli dice che non sa come sdebitarsi. L’uomo pensa che non ha detto molto di sé. Di quello che le è successo. In realtà non sa ancora molto di lei. Come se parlarne le riportasse dolore. Sofferenza. Certamente non ne ha piacere. Lui non insiste. Capisce. A pensarci parlano poco. E gran parte di quel poco con gli occhi.
Lei è sempre carina. Gentile. Non ha bisogno di farsi troppi riguardi con lui. Si comporta in modo disinvolto. Non è mai sfacciata, ma non prova nemmeno eccessiva timidezza. Si capisce che è una donna di città. Se la notte si scopre un poco dormendo lui la ricopre il mattino. Ma spesso la trova già in piedi. Per certe faccende, come lavare per terra, il linoleum, con decenza si solleva la gonna e la annoda. Per non Bagnarla. Per non schizzarla. Trascinando il secchio. Con un fazzoletto arrotolato sulla fronte. Tergendosi di tanto in tanto in sudore. Si è completamente ristabilita. Le gambe sono lunghe e sottili ma tornite. Anche senza tacchi. Con gli zoccoli. E’ lui a provare un certo pudore e a distogliere gli occhi. Una sorta di piccolo imbarazzo. Come se la spiasse. E sta proprio lavando quando improvvisamente si ferma immobile. Una notizia alla radio ha richiamato il suo interesse. Lui le chiede spiegazioni. Se va tutto bene. Lei continua nelle faccende e gli risponde con un silenzio. Come se non l’avesse sentito.
Il martedì la trova alzata. Ha già messo il caffè sul fuoco. E’ vestita di tutto punto. Sta proprio bene. Anche se è ancora leggermente smunta. Le sue scarpe con i tacchi ai piedi. Quello rotto nell’incidente lui gliel’ha sistemato con un po’ di colla. Terrà, si dice. Gli chiede se può prestarle la macchina. Non saprebbe dirle di no a niente. Le porge le chiavi. Le chiede se vuole andare fino in paese. Lei dice di no. Le chiede se si tratterrà via per molto. Lei risponde con un laconico un po’. Lui spera che torni. E per due giorni resta aggrappato a quella esile speranza. E gioisce quando la vede sulla porta con un eccomi qua, e un sorriso largo e soddisfatto. Si lascia cadere sulla sedia. Lascia cadere a terra una borsa gonfia. Lui le chiede come va. Lei gli risponde che va tutto bene. E che ha una gran fame. Prepara lui e lei mangia con appetito. Poi vuole andare a riposare.
Lui guarda nella borsa. Solo perché ci inciampa. Non è curioso. Non gli ha detto dov’è stata. Cos’ha fatto. Lui non le ha detto di averla aspettata. Quanto è stato in apprensione, per lei. Con sorpresa scopre che è gonfia di soldi. Tanti quanti non ne aveva mai visti. Quanti nemmeno né aveva mai saputi immaginare. Cerca di ricordare cosa diceva la radio. La riaccende piano, per non svegliarla. Non riesce a ricordare. Non può. Sarebbe impossibile. Aspetta impaziente che si alzi. Resta con la borsa aperta sul tavolo. Lei prima di sedersi si prepara un caffè. Lui le chiede cosa sono quelli. Lei gli risponde solo che sono soldi. Questo lo può vedere da sé. Le chiede da dove vengono. Dove li ha presi. Gli risponde che non deve preoccuparsi. Che è tutto a posto. Che chi li aveva ora non li può rimpiangere. Che sono solo soldi. Che non hanno più padrone. Che non c’è nessun pericolo. Lui non riesce a capire. Non cerca nemmeno ostinatamente di farlo. Gli basta che lei sia là.
Per un po’ di giorni non accennano più al viaggio. All’incidente. La borsa l’ha riposta nel piccolo armadio. Lei è impaziente. Sembra distratta. Con la testa sulle nuvole o altrove. Ora ha una strana luce negli occhi. E’ quasi bella. Poi si accorge che ha fasciato le gambe con le calze. Che ha la borsa in mano e nell’altra una piccola valigia. Ha gli occhi bassi. Senza pensare prova un tuffo al cuore. Lei annuncia alla sua delusione che è ora e se ne deve andare. L’uomo si sente già disperato. Deluso. Avvilito. E’ una bella giornata di sole sulla sua tristezza. Un raggio passa sui vetri puliti e le indora i capelli.
Le chiede se tornerà. Non tornerà. Sapeva già la risposta. Sapeva già che doveva succedere. Lei alza gli occhi e gli sorride. Lo invita ad andare con lei. Gli dice: “Perché non vieni via con me”?
Ma lui non può: “Questo è il mio mondo, la mia vita”.

[1] La promessa – Friedrich Dürrenmatt: http://www.thrillercafe.it/la-promessa-friedrich-durrenmatt-2/

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L’aveva sempre detto a Cesira che qualche volta avrebbe preferito finalmente passare delle vacanze tranquille, nella loro casa al mare. Lui e lei. Soli. Non c’era verso. Invece era sempre un’avventura. Alcune vere. Alcune meno. Alcune non affatto. Cosa importa? Alla fine cos’è vero e cosa no? Aveva tutto il tempo che voleva a propria disposizione. Resta quello che si vuole credere e far credere e sognare. La verità resta una sola. Non fa a tempo ad andare via un ospite che ne arrivano due. Un eterno va e vieni. Ma perché la gente ama così tanto il mare? Perché qualche volta non possono andarsene tra i monti? Con le caprette? A cercate Peter? Dove c’è il latte buono e il burro e il formaggio di malga? E l’aria è più fine? E non serve quella condizionata? Naturalmente perché lì tutto è gratis. Non devono portarsi nemmeno gli asciugamani; basta la crema solare. E Cesira gli fa trovare anche la cena pronta. Meglio che in albergo.
L’assassino del bagnasciuga a lui faceva una pippa. Era l’ultimo dei suoi incubi. Ad agosto naturalmente era arrivato il nipote con gli amici ed era cominciata la caciara. Avere in vacanza una decina di ragazzi che schiamazzano per casa non era certo il massimo dei suoi sogni. Nemmeno il minimo. Ventenni. Erano un vero incubo. Nemmeno al bagno si riusciva a stare tranquilli e in santa pace. E mangiavano come dei forsennati. Dei veri lupi. Tutto il giorno. Senza sosta. Oltretutto il mare predispone all’appetito; e a una certa emancipazione e promiscuità. Si abbassa la soglia del rispetto, si alza quella della familiarità. Temeva di imbattersi in qualche ragazzo mentre quello, quel cialtrone, usciva dalla doccia o si rivestiva. O si infastidiva se quando, girato l’angolo, sorprendeva qualche coppietta in cerca di un minimo di intimità per baciarsi. Cose banali eppure non si sentiva a suo agio. Erano solo ragazzi, ma non poteva restare certo immune al fascino di un paio di quei bikini. Katia era sicuramente un gran bel magnifico vedere.
Quel giorno, con un sospiro di sollievo, li vide prepararsi per andare finalmente tutti alla spiaggia. Prima del solito. Quando non era ancora mezzodì. Tutti tranne Graziella che aveva denunciato un leggero mal di testa. Sabatino, tutto dolcezza, le aveva chiesto se voleva che restasse per farle compagnia. Lei aveva detto che non c’era bisogno. Lui non aveva insistito e gli altri amici lo avevano trascinato via. Si era rimessa a letto, quella sfortunata ragazza. Non si era fatta viva nemmeno per il pranzo. Finito lui si era messo a leggere in terrazza e Cesira se n’era andata, come sempre, a riposare. Povera donna, se l’era proprio meritato. Aveva fatto tanti caffè che lui aveva temuto che la macchietta, la moka, potesse surriscaldarsi, se non fondere. Avevano consumato un intero barattolo di cioccolata spalmabile grande quanto il bidone. Così si era ritrovato da solo. Un attimo di pace. Un silenzio incredibile, imbarazzante. Finalmente.
Spesso i genitori dovrebbero pensarci bene prima di dare il nome ad una figlia. Graziella si stava cambiando. O si stava spalmando di crema. O era uscita dalla doccia. O si era appena alzata dal letto. Aveva gli occhi assonnati. Oppure… Insomma, inutile cavillizzare. Cercare troppe risposte. In fondo era in camera sua. Lui stava passando e lei era lì, dietro la porta aperta. Come dire? aveva il costume, ma non la parte sopra. Lui stava proseguendo. Stava andando oltre. Sgattaiolando via. In silenzio. Senza far rumore. Cercò di non farsi vedere. Di farsi piccolo. Pensò di scusarsi. Mica era colpa sua. Doveva pure poter andare in bagno. Tra tanti dubbi il risultato fu che rimase attonito e immobile davanti a quella porta. Distante ma davanti. Lei non si era accorta della sua presenza finché non sentì i suoi occhi addosso. Allora cercò di coprirsi. Di coprire quei piccoli seni. Piccoli sarebbe stato un eufemismo. In realtà non aveva proprio seno. Era un mucchietto d’ossa. Un mucchietto d’ossa con un sorriso sempre triste e malinconico: “Ma signor Giovanni”…
Che ci poteva fare? Pensò di giustificarsi e dirle che mica l’aveva fatto a posta. Che solo gli scappava di pisciare. Che non si era accorto della porta, aperta. Che i suoi occhi non avevano fatto a tempo a vedere niente. Che non c’era niente da vedere. Come per un maschietto. Quasi. Si chiese cosa ci trovasse quel ragazzo in quella ragazza. Bella non si poteva dire bella. Più che di poche parole era stato un miracolo aver sentito in un paio di occasioni la sua voce. Non era graziosa nemmeno quella. Anche sul suo modo di vestire avrebbe avuto un bel po’ da dire. Pensò che in fondo non era nemmeno veramente sua nuora. Era la fidanzata del figlio del marito di seconde nozze della figlia di Cesira. Praticamente non c’era nessuna parentela diretta tra loro. No! non poteva dirsi fortunato. C’era veramente ben poco da guardare. Aveva già visto che il reggiseno era un accessorio, nel suo caso, del tutto inutile. Non era certo Katia, ma… Era così giovane. Aveva vent’anni. Anzi quasi diciotto. Bella età quella. E alla vita non si può sempre rimproverare tutto. E poi un uomo e pur sempre un uomo. Cosa poteva farci? Non lo aveva certo voluto? Quando è la natura che fa il suo corso. Che decide. Era solo la vittima degli eventi. Insomma… aveva funzionato: “Ma signor Giovanni”…
Lui non lo avrebbe nemmeno voluto, ma era stata la natura ad esplodere decidendo da sola. E lui non aveva potuto opporsi. Farci niente. Cercò eppure di uscire da quel tragico e increscioso incidente. Di non restare a disagio. Di distrarre gli occhi. Di togliere la ragazzetta dall’imbarazzo. Certo poteva ritirarsi, anche se gli scappava troppo. In fondo, al mare, si sta tutti un po’ vestiti a metà e nudi a metà. Coperti meno di quanto sarebbe decente. Non è forse vero? Gli faceva tenerezza. Poteva essere veramente sua figlia. Anzi la figlia della figlia. O del maschio. Non che la conoscesse proprio, non troppo, non abbastanza. Le chiese come stava. Si scusò. Stupidamente le chiese se aveva sete e se poteva portarle del tè freddo. Le spiegò che non doveva farsi riguardo per lui. Che poteva succedere. Ed era successo. Che non era nulla. Nulla di male. Per metterla a suo agio anche lui si mise a proprio agio. Lei intanto aveva abbassato le mani. Poi aveva abbassato anche gli occhi. E allora finalmente disse qualcosa con una voce flebile: “Ma signor Giovanni”…
Oh signor Giovanni”…
Gli erano sempre piaciute le ragazze che sanno riconoscere la fortuna e che sanno esserle grate. E che sanno distinguere le cose per quelle che sono, e con entusiasmo. Infatti prima la voce aveva mostrato sorpresa. Poi interesse e ammirazione. Quasi incredulità. Delle mani non sapeva più che farsene. Gli occhi di Graziella avrebbero voluto sfuggire i suoi, ma non riusciva a toglierglieli da dosso. Lo interrogava in viso ma poi tornavano in basso. Indecisi tra il rimprovero e l’interesse e ripeteva quell’ultima frase. Intanto che lui la fissava aveva cercato di spiegarle che è una cosa normale. Che sarà mai? Che, a parte l’età, non erano che un uomo e una donna. Che al mare può succedere. E intanto, per non restare lui da solo in imbarazzo, la pregò di toglierlo anche lei. Era indecisa se protestare, senza convinzione: “Ma signor Giovanni”…
Alcuni minuti sembrarono ore. Cosa stesse passando per la testa di quella ragazza era un vero mistero: “Forse… non… dovremmo”… Lo guardava restando ancora incredula. Cercò da prima di mostrarsi recalcitrate al che dovette rassicurarla: “Lascia, faccio io”. E lei lo lasciò fare ubbidiente. Ma per pensarci ci pensò: “Non vorrei disturbare la signora Cesira”.
Gli erano sempre piaciute le ragazze rispettose ed educate: “Faremo piano”. E aveva veramente apprezzato che lei si fosse preoccupata di non disturbare il meritato riposo di sua moglie. Che le avesse usato quella delicatezza e quella cortesia. E di quella sua remissività. La convinse. Si lasciò andare. Il letto era piccolo. Un letto a una piazza. Girò lo sguardo da un’altra parte. Non era molto ispirato. Per trovare un altro po’ di entusiasmo chiuse gli occhi e pensò a Katia. Nemmeno Greta era male. E le aveva proprio grosse. Certe cose un uomo, un galantuomo, non dovrebbe nemmeno sognare di raccontarle, ma docilmente lo aveva lasciato fare tutto. Anzi a un certo punto gli aveva chiesto se fosse già stanco. Preoccupata. Lo avrebbe capito, aveva detto. Un po’ affaticato per la verità si sentiva. Ma non voleva cedere. Non voleva arrendersi. Così non poté che ricominciare. Lei aveva trovato sempre più, e sempre in silenzio, quell’entusiasmo facile da scovare a quell’età. Infine non era riuscita a trattenersi da gridare. Lui si era sentito intimorito. E orgoglioso di sé: “Oh signor Giovanni”…
Quand’ebbe finito era riuscito ad andare finalmente in bagno, mentre lei restava in silenzio ad occhi abbassati. E si era infilato anche sotto la doccia. Prima di uscire però le aveva detto: “Chiamami pure Giovanni”. Amava l’educazione, ma quando si eccede si eccede. Troppo formalismo tende a rendere le persone ancora più imbarazzate. Aumenta le distanze. Avvelena anche quel minimo di convivialità. Insomma cominciava a non piacergli. Lo infastidiva quel signor. Al ritorno la porta era ancora aperta ma lei si era rivestita. E sopra il costume, forse lo stesso, aveva anche messo pantaloni e maglietta. In silenzio non lo aveva guardato. Lo aveva ignorato. Lui era andato in cucina a farsi un caffè. Era stato allora che era scesa Cesira. Sperava non l’avessero disturbata. Lei disse che le sembrava di aver sentito gridare. Che questo l’aveva preoccupata. Gli chiese se era successo qualcosa. Su due piedi non gli riuscì niente di meglio che raccontarle la verità, o quasi. Almeno un po’.
In fondo non poteva dire che era stata proprio colpa sua. Lui l’aveva avvertita. Calmo, per quanto poteva esserlo, la tranquillizzò: “Sai come sono questi ragazzi. Credono di essere già grandi. Credono di spaccare il mondo. E hai visto quant’è magra? Un’acciughina. Con quello che mangia… Ma dove?… Ma forse ha preso anche un po’ troppo sole. O forse è solo dovuto al mal di testa. Secondo me studiano anche troppo. E poi esagerano tutto. Ieri sera hanno anche fatto tardi. Nemmeno li ho sentiti rientrare. E tu? E hanno bevuto. Si sentiva di svenire. Un mancamento, ha detto. Come l’ho sentita sono accorso subito. Fortuna che era vestita. Sarebbe potuto essere… sconveniente. Anche se non c’è molto da vedere. Non ho dovuto fare niente. E’ stata una cosa passeggera. Niente di grave. Forse anche un po’ di disidratazione. E’ bastato solo un sorso di tè. Ora va già meglio. Credo si sia rimessa a letto. E’ solo affaticata. Le ho consigliato di riposare ancora un poco”.
A cena, mentre Cesira lavorava per quattro per servire tutti, aveva chiesto a Graziella come andava per il suo mal di testa. Nessuno se ne era preoccupato. Forse nessuno nemmeno se lo ricordava. Come se non avessero assolutamente notato la sua assenza. La musica andava forte. Più che una musica era un fracasso. Si sentiva dolere le ossa. Era veramente stanco. E deciso ad andarsi a coricare presto; cascasse il mondo. Si sentiva tutti gli anni che aveva. Forse qualche natale in più. Ma pur sempre un vero guerriero. Anche se gli occhi gli si chiudevano. Sabatino se la mangiava guardandola. Continuava a non riuscire a capirlo. O forse sì. In quel caso era solo un pirla. Lui continuava a vederla brutta. Lei gli rispose nel frastuono: “Molto meglio, grazie signor Giovanni”. Il certino le aveva chiesto sorpreso cos’era successo. Se non si fosse sentita bene. Valli a capire i giovani.
L’indomani era riposato. Non proprio in gran forma ma quasi. Pronto ad affrontare le sfide della giornata. Si era fumato già un paio di sigarette durante la lunghissima cerimonia dei caffè. Aveva anche aiutato Cesira a portare un paio di tazze in tavola. Allungato lo zucchero ora a questo ora a quello. Preso dell’altro latte dal frigo. Approfittato anche lui del barattolo di cioccolato da spalmare. Al momento di scendere alla spiaggia, quando tutti erano pronti con le borse e gli zaini preparati, Graziella aveva detto: “Andate pure avanti voi, tranquilli, vorrei fermarmi a provare a studiare almeno un pochino”. Non gli erano mai piaciuti gli eroi. Meno ancora i martiri. Credeva ormai di conoscersi bene. Aveva guardato il suo viso impassibile e aveva deciso “Posso unirmi a voi, ragazzi”? Si erano mostrati tutti entusiasti. Anche Cesira lo aveva incoraggiato ad andare, ma di fare attenzione al sole. Non si era guardato indietro. Era determinato: voleva vedere Katia fare il bagno. Solo Graziella aveva detto a bassa voce: “Ma signor Giovanni”…

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Fare il fantasma per un fantasma non è ormai la cosa più semplice del mondo. I pochi castelli ormai hanno tutti il loro. Che colpa ne ho? fantasmi si nasce, cioè si diventa ma bisogna averne la predisposizione fin dalla nascita. E molti di noi, se non tutti, hanno una storia triste dietro le spalle. Mi sono anche presentato in un set di seconda categoria ma c’era la fila. La vita per noi si è fatta sempre più difficile. Non ci chiamano più nemmeno per le feste dei bambini. Dicono che siamo fuori moda. Eppure l’eternità non dovrebbe mai passare di moda. E’ un mondo che proprio non capisco. Disperato mi sono offerto ad una paninoteca, disposto a stare sulla porta ed invitare i passanti ad entrare. Al limite come buttafuori. Non che mi siano ormai rimaste molte energie. Sono due giorni che non metto nulla sotto i denti. Si sono messi a ridere. Sembra che i fantasmi non facciano più paura a nessuno. E se non facciamo più paura a nessuno allora a che serviamo, noi fantasmi, che per tutto il resto siamo innocui? Non abbiamo mai imparato a succhiare il sangue, che è anche volgare. Non ululiamo alla luna piena e non sbraniamo innocui e pacifici sprovveduti. Non c’è ne usciamo da vecchie tombe polverose per girare barcollando come ubriachi. Non ci nascondiamo nel buio o sotto i letti. Non facciamo niente di quello che fanno tutti quegli idioti e assassini che si pavoneggiano in tante trame gotiche.
Hollywood si è scordato da tempo di noi. Eppure il gotico l’abbiamo inventato noi. Anche se sbuco fuori all’improvviso non mi degnano nemmeno di una rissata. La nostra colpa è che non facciamo del male a nessuno. Qualche rumore, per nulla. Qualche risata sinistra. Trasciniamo qualche catena. Tutto qui. Niente di che. Niente che non si possa tranquillamente vedere in qualsiasi cinema e anche in televisione. Tutto questo mi è stato detto anche da un tizio volgare privo di qualsiasi gusto. Eppure nessuno porta il cilindro come lo porto io. Ha due cavita orbitali vuote così affascinati e sensuali. Sa rimanere anche in silenzio senza una parola e muoversi tra le ragnatele senza strapparne nessuna, nemmeno le più sottili. Ho provato anche a riciclarmi e fare il prestigiatore, per il cilindro, ma le mie dita adunche e ossute mi rendono impacciato. Non mi aiutano. Non c’è niente da fare. Eppure indosso il mantello come pochi. Ma nessun coniglio vuole entrare nel mio cappello. Forse per quell’odore stantio di passato. Forse per la polvere, ma polvere siamo e polvere siamo tutti destinati a diventare. Non mi hanno nemmeno voluto come venditore di palloncini. Anche al luna park è finito ormai quel nostro mondo in bianco e nero. Devo proprio decidermi una buona volta. Devo imparare ad ammazzare per poter vivere.

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Sono una donna di città. Volevo solo fare una passeggiata. Due passi nel bosco. Nel silenzio della natura. Rilassarmi. Mi ero fermata a prendere fiato. Un attimo di respiro. Addossata a un tronco. Affannata. Non che avessi corso. Forse le scarpe con i tacchi non sono il massimo per andare per sentieri. In mezzo all’erba. Sento che non sono sola. Gli dico gridando sicura: «Esci di là». Lui, dopo un attimo, se ne sguscia da dietro un cespuglio.
Mi guarda tutta e mi guarda con occhi cupidi. Cos’ho che non va? In fondo non si vede niente, e ho il vestito lungo, fino a terra. Non ha nessuna giustificazione. Non mi si sarà sbavato il trucco? Lui ride: «Vai dalla nonna bel cappuccetto»? Gli spiego che non ho nessuna nonna da quelle parti. Che sono di città. Se è una battuta non l’ho capita: «E tu»? Non ho cercato nemmeno di essere gentile. Solo decisa. Lui se ne viene con una giustificazione stupida: «Stavo andando a funghi». «Di questa stagione ti sarebbe più facile trovare il tesoro dell’Eldorado». Lui mi fa: «Davvero?» –e si avvicina. Con le mani in tasca. Non si ferma finché non mi è tanto vicino da essermi proprio addosso. Finché non sento il suo alito che sa di aglio. Autoritario. La faccia a due dita.
Ride. Comincia a dirmi che ho i capelli lunghi, gl’occhi grandi e altre sciocchezze del genere. Forse è una leggenda locale. Sono cose che non capisco. Dice che ci possiamo divertire. Sai che risate. Mi fa pena. Stavo riposando. Non mi stavo annoiando. E non mi sembra uno dalla battuta facile. Non sono il massimo, non certo ciarlieri, quelli di queste parti. Forse perché sovente non vedono altro che pecore. Mi dice anche che non sono posti sicuri per una donna. Soprattutto per una come me. Cosa intende per come me? Per una di città. Che non conosce i sentieri. Che mi potrei anche perdere. E che potrei… e lascia la frase a metà. Prepotente. E se la ride, divertito. C’è questa leggera nebbiolina fastidiosa che sale da terra. Ho un po’ di freddo. Forse mi sono messa troppo leggera. E il laccio del mantello mi soffoca. Mi dice che mi scalda lui. Mento e gli rispondo che non ho freddo, ma batto i denti. Insiste: “Vieni qui”. –ed è fin troppo vicino. Mi ha messo curiosità: «Sei solo un esibizionista o sei il lupo»? E’ arrogante. Sembra sicuro di sé: «Sono tutto quello che vuoi». E se la ride. Non so cosa abbia da ridere tanto. Lo sbruffone. Però non è male. E’ un tipo.
E’ un vero fusto. Non un divo del cinema. Certo. Un pezzo d’uomo. Un marcantonio. Due pettorali ben disegnati; scolpiti. Le spalle larghe. Le braccia robuste. Le sopracciglia cispose. Una barba incolta, rossa. Non dello stesso mio rosso. Il suo è più carota. Sembra ispida. Non sono mai stata con uno con la barba. Mi chiedo cosa si provi. E’ solo un attimo. Sarebbe solo un bacio. Appoggia alla corteccia i palmi aperti. Poco sopra le mie spalle. A destra e a sinistra. Come per spiegarmi, con prepotenza, che anche volessi scappare non potrei farlo. Mi blocca. Non mi fa paura. Nemmeno compassione. Il solito maschio. Uomo e adone. Non ho nessuna intenzione di scappare. Mi incuriosisce. Semplicemente. Certo che ci potremmo divertire. Un pensiero che dura un attimo. Il tempo di un battito di ciglia. Non è esattamente il mio tipo. E non sono qui per questo. E poi lui mi aspetta.
Cerco di dirgli che dovrei tornare. Se la ride rumorosamente. La barba gli trema. Ha la bava alla bocca. Se non si crede un lupo almeno una minima parentela dovrebbe esserci. Mi chiede che fretta c’è? Sembra impaziente. Mi comanda: «Fatti vedere. Fatti guardare». Gli sorrido persuasiva. Con gl’occhi che gli richiedono un attimo. So apparire assolutamente remissiva. Potrei colpirlo. Provare a spingerlo più distante. Togliermi quel sapore dalla bocca. Gli appoggio una mano al petto. Lui si convince e tira giù le braccia. Gli abbasso le bretelle: «Forse. Dopo. Aspetta. Fai fare a me». Si convince. Senza smettere di sorridergli gli appoggio le mani sulle spalle e lo spingo giù. Un pressione leggera. Mi lascia fare. Si affloscia fino a restare seduto sulle radici. E ride. Comincio a spogliarlo. Gli metto a nudo il torace. Nudo. Sembra soddisfatto. Odora di maschio. Di muschio. Di cinghiale.
Domanda: «E adesso cosa mi fai»? Non dico una parola. Socchiudo le labbra. Gli parlo solo fissandolo. Crede di capire. Forse parliamo lingue diverse. Magari lui non è nemmeno mai stato in una città. Mi inginocchio davanti a lui. Sopra di lui. Cerca di baciarmi. Riesco a trattenerlo. Calmo le sue fantasie. Fingo uno sguardo di dolcezza. Comunque le cose mi piace deciderle da sola. E quando mi va. Lui fissa ingordo nella mia scollatura. Verifico che non si veda niente. Ma non mi importerebbe comunque. Non lo andrà a raccontare. Prendo il coltello e glielo pianto nel petto. Decisa. Spalanca due occhi pieni di sorpresa. Gli apro il torace e gli strappo il cuore. Ancora pulsa. Un cuore inutile. Di un uomo senza cuore. Di un uomo che si crede che la donna debba essere solo vittima. Forse è proprio questo a sorprenderlo. Di un uomo che crede di potersi prendere quello che vuole. Ogni libertà. Muore prima ancora di poter chiedere perché?
Quando sono a casa racconto a mio marito del mio incontro: «Me ne andavo tranquilla quando un tipo è saltato all’improvviso fuori non so da dove, e mi ha guardato con occhi strani». Noi ci diciamo tutto. Sorride ma un po’ si preoccupa: «Non ti sarai fermata a parlare»? Lo tranquillizzo senza raccontargli per filo e per segno. Sarebbe inutile: «Sai come sono io? Ma solo due paroline. Per chiedergli indicazioni». Ernesto, il mio Ernestino, mi dice che il mio abbigliamento forse non è il più adatto. Che girare conciata così è l’unico modo per finire per mettermi in mostra. Da queste parti. Per non passare inosservata. Non mi importa. Lascia che guardino. Lascia che mi credano trasgressiva. Sono solo me stessa. Insiste: «E lui»? «E lui niente. Solo perché era grande e grosso»
Sono solo una donna di città. Non ho molto altro da mettermi. Non c’era comunque più posto nella valigia. E poi mi piaccio così. E piaccio anche a lui. Lo so. Glielo dico. Mi risponde che ogni abbigliamento e adatto solo per un posto. Che andarmene in giro anche solo per il paese sembro una svergognata. Gli chiedo di precisare. Non sa trovare nessun altro sinonimo che sfrontata. Poi gli viene Indecente: «Non avrai pensato»… Ridiamo assieme; all’unisono. Mi guarda come per redarguirmi. Come avessi fatto chissà cosa: «Nemmeno per un momento». Non è del tutto la verità. E’ quello che gli basta. Che vuole sentirsi dire. Sorride compiaciuto. Poi però si mette a tavola e si gusta il cuore con me. Se lo divora. Letteralmente. Crudo e ancora caldo. “La prossima volta ti faccio il fegato con le cipolle, come piace a te, ma devo portare una borsetta più grande”. In fondo la vita è solo una gran beffa. Cosa c’è di meglio che essere sempre sé stessa?

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hg_raindance-select-300-overhead-shower-woman-showering_730x411Alla fine mi sono deciso e ho telefonato a Erika, dall’ospedale. Un messaggio non mi sembrava adatto. Ero solo. Il mio vicino se n’era andato durante la notte. Nemmeno me ne ero accorto. L’infermiera era già passata riempiendomi di piccole. Ha risposto al terzo squillo. Non sapevo come cominciare. Cosa dirle. Poi le parole sono uscite con facilità. Semplicemente. Senza rabbia né rancore. Come a ricominciare una conversazione lasciata in sospeso con una vecchia amica. Però sapevo che non c’era niente di facile e di normale. Lei mi ha riconosciuto immediatamente: “Ciao, come stai”?
Gliel’ho detto subito: “So tutto. Ho visto in chat”.
Non si è mostrata sorpresa; almeno all’apparenza. La sua voce non ha cambiato tono. Era normale. Era come se se lo fosse aspettato. Più che sorpresa sembrava in pieno controllo delle proprie emozioni. E allo stesso tempo veramente rammaricata: “Io non volevo. E’ stata lei. Ha insistito tanto. Volevo dirle di no. E subito dopo mi sono pentita. Mi spiace. Mi dispiace tanto. Ma tu come stai”?
Io sto bene e tu”.
Grazie”.
Credevo di avere molte cose da dirti”…
Parliamo un po’. Mi fa piacere”.
In quel preciso istante me la sono rivista davanti agli occhi. Così. Come l’ultima volta. Sotto la doccia. Carina. Anzi bella. Anzi splendida. La mia voce ha avuto un sussulto. Mi rendo conto che ha cambiato suono: “Credo anch’io che noi dovremo parlare; comunque… Rivederci”.
Non sarà pericoloso”?
Perché dovrebbe”?
Lo dico per te”.
Se non sono morto la prima volta… Eri bella… Comunque… Guarda che ora sto meglio. Non mi piace lasciare le cose a metà”.
Credo che lei abbia capito: “E lei? Lo sa che mi stai chiamando? E’ lì? Ne hai parlato? Ti ha detto niente? Vi siete chiariti? Non vorrei che alla fine… Oppure mi stai chiamando di nascosto? Dimmi la verità? Pensaci bene. Non essere affrettato. Imprudente. Non è detto… Magari ti vuole ancora bene. E’ ancora una bella donna”.
In un certo senso… Sei stata tu. Un po’ è anche colpa tua. E di tua madre. Me ne hai fatto… Non ci avrei pensato… Me l’hai fatto sognare. E come si dice: l’acqua passata non macina il grano, o qualcosa di simile. E poi”…
Sei sicuro”?
Credo di provare qualcosa… Lei è solo passato. Tranquilla. Dimmi solo perché”?
Non sarà l’infarto? Ma credo anch’io… Perché? Per tutto e per il Guttuso. Non l’ho fatto solo per quello, ma mi ha promesso di lasciarmi la casa al mare. Però… stai attento”.
Ma non era più facile… Lasciamo andare. Comunque… Quella te la posso dare io”.
Sono stata una cretina. Temeva che le sarebbe costato troppo di avvocato. E così sarebbe stato molto più semplice. Secondo lei. Le ho detto che a me sembrava un’idea… stupida. Una cosa da non fare proprio perché… stupida. Ma lei era decisa. Certo. Se avesse funzionato. E ancora non ti conoscevo”.
Avrei voluto regalarle subito tutto il resto della mia vita. Ero già certo che lei sapesse quello che provavo. Quasi certo che lo provasse anche lei. Non solo un briciolo di senso di rimorso. E di gratitudine per quanto ero comprensibile, nei suoi confronti. E un po’ era nelle mie mani. In balia. Ricattabile. Ma non era quello. Il mio sentimento era vero e puro: “Avremo modo di conoscerci”.
La sua voce sembrava entusiasta di quel noi: “E’ quello che spero”.
La richiamo subito dopo il pranzo. E’ così spoglio, così impersonale, così poco accogliente un ospedale. Mi mette i brividi. Mi mette a disagio. Mi fa sentire fuori posto. Imbarazzato, sempre. E la luce è fredda ed estranea. Ho fretta di rivederla. Voglio il meglio per noi. E voglio cominciare nel modo migliore. Preferisco essere chiaro: “Non qui. Qualsiasi posto ma non qui. Magari vengo a prenderti io. Non voglio che ci vediamo all’ospedale. Potremmo tornare alla casa al mare. Staremo comodi. Comunque non in questo posto”.
Ma lei mi ha proposto: “Meglio da me. Va bene da me. Passiamo stare qui. Tranquilli. In questi giorni sono sola. Sola e libera. Fammi dare una sistemata. Ti aspetto. Ho fretta anch’io”.
Devo portare qualcosa”?
Porta i tuoi occhi”.
Dovevo prendere le mie precauzioni: “Guarda che non voglio solo vedere”.
Stavolta non ti dovrai accontentare solo di guardare”.
Non te ne pentirai”.
Non sono disposta a farlo”.
Cinque sei giorni sono il minimo per uno stent[1]. La pazienza non è mai stata la mia dote migliore. Sono giorni lunghissimi e terribili. Alla fine finalmente mi dimettono. E torno a casa. Non ho altro pensiero per la testa. Non è neanche solo per la vendetta. Anche se incavolato lo sono. Ma più che altro sono impaziente. Mi sento fiacco, ma non molto. Solo leggermente. Prendo le medicine. E due capsule di integratori, eccitanti, senza ricetta, poi altre due. Mi sento in piena forma. Ho aspettato che Ortensia uscisse per andare in ufficio e sono corso da lei. A riscuotere quella promessa: “Sono qui sotto. Davanti alla tua porta”.
Non ti aspettavo così presto. Scusami, ero sotto la doccia”.
Non volevo restare troppo davanti al portone. Mi preoccupavo per lei. Ed ero un po’ impaziente. Poi ho avuto un’idea: “Lasciami la porta aperta e torna dov’eri. Così ricominciamo da dove avevamo lasciato. Comunque… Non voglio lasciare niente in sospeso”.
E così lei ha fatto. Ho salito le scale a due gradini alla volta. Sono entrato in quell’appartamento che non conoscevo. Piccolo ma ordinato. Ho attraversato le stanze seguendo la sua voce che mi chiamava. E l’ho trovata sotto la doccia come l’avevo pregata di fare. Splendida. Che dire di più? Ho preso una sedia e mi sono seduto ad ammirarla senza aggiungere una parola. Lei ha civettato con gli occhi e mi ha chiesto divertita: “Ti piace quello che vedi”?
Non è colpa tua, ma hai un corpo che lascia senza respiro. Che è un’arma pericolosa puntata al cuore”.
Puoi passarmi il sapone, qui? E sulla schiena”?
Fammi riprendere fiato”.
Non farmi scherzi”.
Prometto. Nessuno scherzo”.
Vieni qui sotto anche tu”.
Non è un modo di dire, ma sarei rimasto a guardala per delle ore. Così vicino. Pacificamente seduto. Mentre gli schizzi mi venivano addosso e lei lo sapeva e questo la rallegrava. Avevo conservato un ritratto molto preciso di lei. E l’avevo sognata. Ma era stato tutto così breve. E doloroso. E poi era diverso. Quando l’avevo vista, quella prima volta, era stato un sotterfugio. Un’immagine rubata. L’avevo spiata per pochi istanti. Tutto troppo frettoloso. Ora potevo ammirarla con calma. Con il suo consenso soddisfatto. Ora potevo anche dirle quanto era bella. E bella era bella. Sognavo già una vita solo per noi due. La pregustavo: “Fatti guardare ancora un po’”.
Restando lì seduto la metto al corrente dettagliatamente dei miei piani. Solo la morte può convincere un uomo a rinunciare alla vita: “Voglio farglielo proprio sotto il suo naso”.
Lei le cose le capisce al volo. Non ha bisogno di ulteriori chiarimenti. Mi legge nei pensieri. La cosa cominciava a piacerle. Ad entusiasmarla: “Sei proprio… proprio… proprio un diavoletto. Il mio bel diavolotto. Diabolico. Come facciamo”?
Mi sono procurato dell‘aconitina. La chiamano l’erba del diavolo”.
Ma ha un sapore molto pungente e aspro. Se ne accorgerà. E poi è così poco solubile”.
Non ho avuto troppo tempo ma spero di aver pensato a tutto: “Si scioglie facilmente nell’alcool. Ci ho pensato. Comunque… La facciamo bere abbondantemente. E poi gliela sciolgo dentro una buona dose di whisky. Lei a quello non dice mai di no. Non se ne accorgerà nemmeno. La festa della mia ritrovata salute. La festa in cui vi ritrovate dopo i lunghi giorni della paura. Devi convincerla”.
Lei è sempre carina e delicata. Si preoccupa anche per lei: “Non soffrirà troppo”?
Solo un po’. Qualche crampo violento, giusto il tempo di vedere tutto, o almeno l’inizio del nostro amore, ma poi perderà completamente coscienza. Tutto ha un prezzo. Non si può avere la moglie gravida e… In fondo se l’è cercata. Se l’è meritata. Comunque… Non credi”?
Forse sì, ma un po’ mi dispiace. Ma poi cosa facciamo”?
Non è il momento per essere carino: “Poi ci amiamo. Dopo averlo fatto mentre lei guarda e ci saluta? Diciamo che… che cosa ne sappiamo? Un malore. Che facciano i medici il loro lavoro. Tanto non potranno trovare nulla. Nessuna traccia. Sarà il delitto perfetto e non è nemmeno un delitto. E’ un atto di giustizia. E’ la nostra libertà. Comunque… Nemmeno possono sospettare. Tutto testimonierebbero che il nostro era una grande amore. E sono sempre stato un marito fedele. Il commissario è anche mio amico. Forse per un po’ dovremmo rinunciare a vederci. Forse. Io è come… E’ come non ci conoscessimo. Noi due. Un po’ è anche vero. E poi… Mica è amore il nostro. E’ solo passione. Attrazione. Poi se da cosa… Non ti offendere. E poi me lo devi. Non ti sarai già pentita”?
Non mi offendo. E’ solo”…
E così abbiamo fatto. Senza lasciare passare troppo tempo dopo la sua seconda doccia. Una cena. Organizzata dalla stessa Ortensia, anche se su suggerimento di Erika. Non so, e probabilmente non saprò mai, cosa le ha detto per convincerla. Forse che avrebbe finito il lavoro che aveva cominciato al mare. Forse semplicemente aveva fatto passare l’idea quasi distrattamente. Semplicemente come un’occasione interessante. Per distrarsi. Per ricordare le ore passate in spiaggia. Forse un solo: Sarebbe bello. Le ipotesi sono e valgono come le bugie. E poi le puoi spendere doviziosamente, senza risparmio, ma non ti daranno mai una risposta; la verità. E abbiamo deciso per quel sabato.
Lei, Erika, aveva continuato a provocarmi per tutta la sera. L’avevo guardata ma non ancora nemmeno toccata. Quella sarebbe stata la nostra prima volta. Mi auguravo di molte altre. Era tutto così perfetto. Si era presentata con un abito che copriva poco e non lasciava niente alla fantasia. Corto che più corto sarebbe stato solo una corta maglietta. Con una scollatura che non tratteneva niente e gliele faceva scappare fuori, all’aperto, a ogni movimento. Come se non bastassero gli spacci sulle spalle che le lasciavano sempre in piena mostra. Ortensia l’aveva criticata divertita. Faticava a capire, e io non riuscivo, né volevo, toglierle gli occhi di dosso. Pregustavo già il dopo. Quello che avremmo fatto. Alla fine aveva bevuto l’amaro bicchiere dell’ultima staffa.
Lei continuare ad aggrapparsi alla vita senza capire cosa stava succedendo. Ho dovuto metterle una pezza un bocca per non sentire i suoi lamenti, ma ero ricompensato dai suoi occhi sgranati. Ogn’uno deve pagare per le proprie colpe: “Sei stata crudele”. Ora poteva vedere con i suoi occhi cosa mi faceva la sua cara amica. E l’impegno che ci metteva. Non avevo fretta. Volevo che guardasse bene e vedesse tutto. E osservare l’una e l’altra. Con calma. Con attenzione. Non volevo rischiare di nuovo. Ritrovarmi in un letto d’ospedale. Con quella vecchia arpia al mio fianco. Che mi faceva falsamente la paternale. Ma stavolta sarebbe stato diverso. Nemmeno lei sembrava avere fretta. Erika mi sussurrò all’orecchio: “E il Guttuso”? Mia moglie sembrava non volere morire mai. Le ho tolto il cencio dalla bocca per poter sentire le sue ultime parole. Se qualcuno potesse sentirla dalle labbra della vittima scoprirebbe sempre una verità diversa.

[1] Protesi che viene posizionata all’interno di un dotto o di un’arteria al fine di mantenerne pervio il lume.

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