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Posts Tagged ‘delusione’

playlist-del-risveglio-770x470E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca. Chiedetelo a lei. Non potrà che confermarlo: è stata proprio lei stessa, ridendo, a ricordarmi il proverbio. Sentirglielo raccontare mi mette ancora quel brivido. Perché a lei fa piacere dirle le cose. Naturalmente nel modo e nel momento opportuno. Io nemmeno avevo fatto caso a che tempo faceva fuori. Le imposte erano ancora chiuse. Ero ancora sospeso in quel dormiveglia. Non certo di essere uscito dal sonno. Non certo che non fosse più sogno. Impegnato ad ascoltare quel piacere che mi risaliva dalle viscere, liquido e tiepido.
Non me ne sono reso conto all’istante, naturalmente; come potevo? Certo che era incredibile ed era impossibile immaginare che lì ci fosse Luigina. Avrei dovuto riconoscerla, dopo dieci anni. Non era mai stata così… così… delicata. Così appassionata da… Eppure stavo già per sospirare: “Luigina”! Ma quelle non potevano essere le sue di labbra. Solo che al mattino, trascinato così fuori violentemente dalla notte, in quel dolce tepore; non era mai successo. Ancora penso che mia moglie… incredulo. Mentre la mia mano le sfiora i capelli. Sono capelli lunghi e sottili. Molto sottili. Guardo giù e non ci credo: sono biondi. E la testa è la testa di Egle. Questa è Egle.
Sta da noi da dieci giorni. A dire il vero neanche le tette sono quelle di Luigina. E’ ospite. Niente è di Luigina e tutto è di Egle. E’ carina. Luigina mi aveva avvertito “Non ho potuto dirle di no. Non aveva ancora visto Pisa. E poi vedrai che non darà fastidio. Voglio che la conosci”. E aveva ragione lei. E’ una donna solare. Spiritosa. S’è fatto subito amicizia. E’ stato facile stabilire quella confidenza. E lei a raccontare le sue cose senza parsimonia; con naturalezza. Già avevo avuto modo di chiedermi come aveva fatto quel Fantasma. C’è proprio gente che della vita non è mai contenta. Che qualsiasi fortuna gli capiti non la sa riconoscere. Ma è più la sua curiosità di conoscere me. Svegliarsi tra le labbra di Egle è un’esperienza indescrivibile. Sicuramente degna di essere vissuta e ripetuta.
Amiche da sempre. La credevo gentile per l’amica. Niente di più. Non posso che esserne enormemente sorpreso. Niente che potesse farlo anche solo lontanamente sospettare. Le dico “Ma?…” e fatico a dire anche quello. Avrò tempo per imparare che lei, Egle, sa leggere nel pensiero. Capisce al volo. Si libera di me solo per quel tempo e già rimpiango di aver avuto quella curiosità; ma ero allibito. Sa la mia domanda e mi spiega: “Le ho detto che volevo farti uno scherzo, spero non ti dispiaccia”. Il suo sorriso è furbo, ma non ho nemmeno il tempo di vederlo. Torno a accarezzarle il capo. Il contatto della mano sui capelli è leggero ma deciso. E’ come sfiorare seta. Nella carezza voglio spiegarle la mia gratitudine, e impedirle di fermarsi ovvero interrompersi. C’è la preghiera disperata di continuare. Credo non ce ne fosse bisogno; che non avesse nessuna intenzione lasciarsi distrarre. Egle è paziente e ostinata.
Per raccontare certe cose basterebbero due parole. E non ne basterebbero mille. Se ci fosse. La luce entra senza pudore. Mi va di guardarla. Cantami la tua canzone d’amore. A lei non crea nessun imbarazzo. Alza anzi gli occhi per interrogarmi. Credo che i miei si perdano ad ascoltare le parole che la sua bocca mi sussurra. Dettagliatamente. Credo che sia completamente soddisfatta della mia risposta. Almeno lo spero. Cerca di mettersi comoda e io tengo le coperte sollevate. Non ha bisogno di altre conferme. Sono completamente estasiato, abbagliato da quello che vedo. Come a guardare un altro ed essere io quell’altro. E lei è l’altra e questo fa tutto ancora più bello. Torno a convincermi che è solo tutto un sogno. Mi lascio sognare, sognante.
Fa un sospiro che sembra dover finire dopo il giudizio universale e mi fa scorrere la mano sul petto, senza distrarsi minimamente. Le lunghe unghie curate mi graffiano e mi solleticano. Poi mi arruffa il pelo. Per un attimo percepisco la presenza dei denti. Piccoli morsi appena udibili. Decido che è questa la vita che voglio, per sempre. Ho voglia di vederla; tutta. Ho voglia di tutto. E’ comunque diverso. E’ facile distrarsi, in un momento simile. Scordarsi di tutto. Improvvisamente mi viene in mente. Non è più curiosità ma un leggero timore. Conosco le cose: “E se torna”?
Non ho pronunciato un suono ma ancora una volta lei ha capito. Sembra quasi rimproverarmi. “Ha detto che doveva scendere per prendere il latte”.
La sentiamo aprire la porta. Grida appena entrata: “Ti sei svegliato”?
Sospetto che creda di essere spiritosa quando ci invita a ricomporci che è tornata. Egle l’ha già fatto con una velocità incredibile. Io mi limito a rintanarmi sotto le coperte. Desolatamente sconsolato. Fortuna perché Luigina, naturalmente, non vedendo nessuno, ci raggiunge in camera e si ferma sulla porta, la borsa ancora in mano, senza aspettare risposta. In fondo è casa sua. Guarda me e guarda Egle in piedi: “Me lo dovete proprio raccontare, il vostro scherzo”.
Meglio di no. L’ospite ride sotto i baffi, ma non mi toglie dall’impaccio. Se ne sta buona a godersi la scena. E’ pur vero che tra moglie e marito… Ammicca e si strofina gli occhi in uno sbadiglio. Sa fingere come una professionista. Forse il suo pigiama era già stropicciato della notte prima che entrasse. E’ delizioso; di un grigio perla che trasluce proprio come una perla. Più bella non potrebbe essere. Si sistema un ciuffo e torna a ridere.
Vedo la tazza sul comodino. “Egle è stata molto carina. Mi ha portato il caffè. Fingendo di essere te. Per poco non mi trovavo a dovermi vergognare. L’ho anche chiamata Luigina”.
Le avevo detto che tu dormi così”.
Ti ho detto che gli portavo il caffè. Che avrei finto di essere te per svegliarlo. E’ stato buffo. Tienitelo stretto. Non era ancora sveglio e già chiamava il suo amore: Luigina”.
Lei aveva appoggiato a terra le borse che dovevano essere pesanti. Si è vestita di un sorriso benevolo e si sfila le scarpe per infilarsi le ciabatte: “Ho detto che avrei fatto presto. Che mi sarei sbrigata subito. Per quelle quattro cose… E tu ora vestiti. Aspetta che usciamo. Vieni”.
Stavo per sospirare: “Fin troppo presto”. Invece le spiego che il caffè s’è freddato pregando Egle se me ne può portare cortesemente un altro.
Luigina riprende le borse decisa a raggiungere la cucina: “Non fare il pigro. Vieni a prendertelo in cucina. E non essere egoista. Egle deve uscire altrimenti, se se ne sta sempre in casa, non vedrà mai Pisa. Non credi? Che il caffè te lo aveva già portato. E’ stata gentile. Anche troppo. Rischiando uno spettacolo non proprio edificante. Di rimanere scandalizzata di te che hai sempre caldo e ora ti vergogni e ti rintani lì sotto le coperte come stessi per morire. Per fortuna. Tutto sudato”.
Egle impertinente sorride e mi strizza d’occhio: “Non ci sarebbe stato nessun problema. Non sarebbe stato il primo che vedo; non credi? Meglio così. Ma era buffo con quegli occhi. Scusa se ho riso. Ma s’è accorto subito che io non ero te. Prima ancora che aprissi la porta. Peccato. Non ti preoccupare, non te lo tocco il tuo bello. Poi mi sono fermata a parlare mentre ti aspettavamo. Ti spiace? Stavamo giusto parlando di te. Poi lui è stato gentile. Tienitelo stretto. Mi ha chiesto com’era finita. Gli stavo giusto spiegando cosa faceva quello stronzo e lui è rimasto senza fiato. S’è pure scordato del caffè, ma mi aveva già ringraziata”.
Le guardo andarsene. Sospiro. Mattino di merda. Mi infilo il pigiama. Prendo il caffè e lo porto al microonde. In piedi aspetto che si riscaldi. Ci aggiungo due cucchiaini di zucchero, ma di canna. Luigina ingozza il frigo e mi da di spalle. Egle è andata a vestirsi. Allungo una mano. Cerco di ritrovare il sogno. Luigina mi redarguisce immediatamente, spazientita e irritata: “Stai fermo con quelle mani. Non fare il cretino che Egle può tornare da un momento all’altro. Non hai altro per la testa”? Aggiungo un po’ di latte. Intingo un paio di biscotti nella tazza. Mi pulisco le dita sulla tovaglia. Vorrei tornarmene a letto, ma ho paura di svegliarmi. E scoprire che il sogno era tutto un sogno. Egle vestita in modo pratico saluta dalla porta e se ve va a scoprire la maledetta Pisa: “Ci vediamo stasera”.
Faccio un ultimo tentativo: “Vuoi che ti accompagni”?
Fa niente. Non ti devi disturbare. Grazie lo stesso”.
Ora siamo soli. Torno ad allungare la mano. Non lo farei, non ci penserei, se non fossi stato svegliato in quel modo. Invece: “Non vedi che ho da fare? Possibile che tu non le capisco proprio le cose. E poi non è il momento”.
Ho un ultima residua speranza: “Esco a prendere il giornale”. Mi metto le prime cose che trovo. Imbocco la porta in tutta fretta. Mi precipito già dalle scale. La donna delle pulizie mi da il suo buongiorno. Esco in strada ancora tutto spettinato. Con le scarpe slacciate. Con gli occhi scruto intorno, ma lei naturalmente è già sparita. Non c’è traccia di Egle. Ingoiata da questa città matrigna. Prendo i giornali e me ne torno sui miei passi Mogio. Rassegnato. Pazienza. Meglio pensare che è stato tutto solo uno stupido ma meraviglioso scherzo. E in casa leggo ogni riga cercando di non pensare a lei. E’ un maledetto sabato. La sera non arriva mai aspettando l’anticipo.
E’ ora di cena quando Egle rientra tutta allegra. Ha preso una copia della torre in finto avorio e una borsetta e la mostra a Luigina. La borsa è brutta, ma mia moglie si complimenta dell’acquisto. Ceniamo ma non trovo molto da dire. Guardo l’orologio a muro, non voglio perdere il fischio d’inizio. Egle disinvolta racconta che il centro è un vero labirinto. Che ha rischiato di perdersi. Mangia con appetito. Fisso ogni boccone che porta alle labbra. E quando sorseggia il chianti. Continuo a guardare Egle ma lei non mi degna di uno sguardo. Le lascio da sole a chiacchierare tra donne. Me ne vado in salotto. Nell’intervallo mi rubano il divano e vado a guardare il secondo tempo su quella piccola in cucina. Alla fine ne abbiamo presi tre. Proprio un sabato di merda. Per non farci mancare nulla fuori comincia anche a piovere e tira forte il vento.
Spedisco due mail, mi spoglio e mi infilo a letto. Ripenso al mattino e non resto indifferente. Spengo la luce e cerco di dormire. Dopo un po’ Luigina mi raggiunge. Cerco di essere gentile: “Com’era il film”? “Boh! Non un granché. Niente di eccezionale. Niente da non perdere. Però ce la siamo raccontata. Attento a Egle, credo che tu, almeno un po’, le piaccia. Non ti sembra un po’ sfacciata? Viene e va come fosse proprio di casa”. Lei spegne la luce. Allungo una mano: “Non ora. Sono stanca e ho un gran sonno. Mi si chiudono gli occhi. Fai il bravino”. Non mi resta altro che cercare di prendere sonno anch’io. Lo cerco e non lo trovo. Cerco di distrarmi. Era sbagliata anche la formazione.
Sento un fruscio e un alito di aria. Vedo un filo di luce. Deve essere pazza. Entra Egle di soppiatto. Dentro lo stesso pigiama. Mi sorride. Guardo a sinistra e Luigina continua a dormire. Faccio per alzarmi ma lei mi spinge giù. Con la mano mi invita a rimanere al mio posto. Incredibile. Cosa vorrà fare? Sembra che il mio imbarazzo e tutto la diverta. Come una ragazzina: “Mi sono ricordata che avevamo un… un discorsetto in sospeso; io e te? Non credi”. Faccio sì con la testa e mi immobilizzo per il panico. Torno a guardare verso mia moglie; tragicamente impacciato. E’ completamente pazza. Prima ancora che glielo chieda mi tranquillizza: “Le ho riempito il vino di valeriana”.
Non sono del tutto tranquillo. Diversamente lei accende anche l’abat-jour: “Non mi dire che non mi volevi vedere proprio tutta. Tanto lo so che non sarebbe vero. Me lo hanno raccontato i tuoi occhi. Non ti ricordi? Sei un gran maiale. Tutti uguali voi… Senza nessuna fantasia. Invece così è”… Certo che lo volevo e lo ricordo bene. E lei mi fa contento. Se ne esce da quel pigiama e mi lascia guardare per un lunghissimo istante, soddisfatta di sé: “Ti piace guardare? Non vorrai solo guardare? Fammi un po’ di posto”. Io eseguo. Mi faccio un po’ più in là. Luigina ha l’abitudine di dormine in bilico sul bordo. E lei non chiede molto spazio. Si allunga vicino a me. Mi sussurra all’orecchio: “Luigina è una cara amica”. “Non vorrai fer”… “Proprio perché è un’amica. Con le vere amiche si deve dividere tutto”. “Vieni qui”. “Lascia che finisca di raccontarti quella storia”. E ricomincia da dove eravamo stati interrotti. E lascia che io la guardi darsi da fare.
Aspetta un istante e mi interroga: “Non vorrai?”… Le accarezzo la testa e i capelli. Quei capelli così sottili e lunghi. Molto sottili e biondi. Che riflettono una luce dorata. Le cerco un seno. E’ gentilmente sodo. Me ne riempio la mano. Lei mi lascia fare. Soddisfatta. Attenta. Poi resto solo a guardare. Estasiato. Lei mi arruffa il pelo sul petto. Lo liscia. Balbetto confuso: “Ver… veram… vorrei”. Troppo tardi per aggiungere altro. Aggiungo solo “Egle!” –in un sospiro. Poi ancora colpevole: “Ma tu?”… Lei si libera le labbra e se le lecca. Ritrova la parola con la stessa tranquillità di sempre: “Io… non fa niente. Non ti preoccupare. Per me. Era solo per conoscerci. E ho ancora un bel po’ di gocce di valeriana”. “Non te ne andrai già martedì”? “Fossi matta. Al martedì fanno la mia serie preferita: Sex in the city. Non me la perderei per niente al mondo. La mia non è così bella grande. Cioè è bella e piccolina. La televisione”. E scoppia a ridere: “Resterei, ma ora devo proprio andare. Sì! è meglio che vada”.
So che ha ragione. La vorrei trattenere, ma non posso. Non sarebbe giusto. E’ stato bello. Fin troppo. Non ne ho le forze. E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca, ma anche la notte ha le sue meraviglie e i suoi tesori. E l’amicizia è il bene più prezioso in cui un uomo possa sperare. Se ne va ridendo, ma proprio sulla porta aggiunge a voce bassa: “Sai che anche lei… Non fa niente. Meglio che tu non sappia”. Io di rimando, senza pensarci un attimo, soddisfatto: “Svegliamoci ancora così, bambina”. Spengo la luce e mi addormento all’istante. Invece al mattino trovo un biglietto: “Non penserai mica che dormissi. Mi credi stupida fino a quel punto. Prendi le tue cose e vattene. Accompagno Egle un po’ in giro. Non farti trovare al nostro ritorno”. Dovrò ricredermi e rivedere tutti quegli stupidi e inutili modi di dire. Non so più cosa pensare. So solo che Egle è un vero vampiro. E che certe mattine sono solo un pessimo preludio ad un pessimo giorno.

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Non l’avevo capito al primo istante. E’ stato solo dopo. Ed è stato un colpo. Mai credere quando parlano i politici. O aspettarsi che capiscano, da loro. Eppure mi sentivo così sicuro di me, orgoglioso, trionfante. Povero illuso; quando nel mondo non c’è saggezza.
Avevo preso sottobraccio il mio album, prova provata, ed ero andato diritto all’ufficio competente: “Varie, eventuali, passato e presente”. Ero l’unico in tutta l’Italia a potersi vantare di possedere la raccolta completa. Forse avevo sottovalutato il problema. Forse non mi ero ancora scontrato a sufficienza con il guazzabuglio e il labirinto della burocrazia e delle stanze e meandri del potere. Allora sono andato più in alto. Eppure eccola lì, al suo posto, la figurina maledetta.
Sono andato anche diritto dal signor sindaco. Buono quello. Sì! insomma dal Palmiro Pavirazzi. Per incazzarmi mi incazzo, e di brutto. Gli dico: “Palmiro… ostia, così non si fa”. Lo lusingo: “La vuoi vedere”? Poi cerco di ingraziarmelo, vado con le buone: “Signor sindaco, –come se da ragazzi non avessimo rubato i fichi dall’albero del Trevisan insieme, e non avessimo contemporaneamente corteggiato, tutti e due, l’Elpidia. Sì! poi a me l’Elpidia ha dato il due di picche, mentre a lui gli ha dato la soddisfazione, e tutta, e non era ancora nessuno, era solo uno spiantato come me. Ma questo non conta. Non cambia le cose. Se ne sono sempre raccontate di crude e di cotte e di ricucinate su quella donna. Noi si credeva di andare sul liscio; con lei. Solo io sono andato un accidenti. Probabilmente l’unico a cui ha mai detto di no. Bruttina lo è sempre stata. Ma con lui siamo rimasti in confidenza– non è giusto”.
Perché fai così”?
Io non faccio così. Come facevo a sapere che non mi convocavano nemmeno”?
Conta di più il calcio”?
Il calcio è il calcio. Non fare così. Cerca di capire. Proprio non posso”.
C’era voluta tutta la mia pazienza, la mia arte, un bel po’ di astuzia e anche di spiccioli. Quando voglio una cosa io non sono uno che molla l’osso facilmente. Era il lavoro di una vita. Si era sempre saputo che la Panini di certi ne stampava un numero limitato. Si spandevano tesori in cerca di quelli per completare la raccolta. Per un colpo di fortuna a me era costata solo dieci Stivanello, un Nils-Åke Sandell, parliamo della mitica S.p.a.l. del 56-57, e due Lojacono. Quello, Mainardo, si era creduto furbo, più furbo d’una faina; povero sciocco. Quell’anno era l’anno dell’asso della Fiorentina. Lo avevo sgamato subito. Pochissimi ne avevano stampati e di quei pochi molti erano spariti, qualcuno inopinatamente, succede, gettato in un qualche bidone o in qualche soffitta, che poi nelle varie pulizie e riordini l’aveva visto scomparire, alcuni, rovinati dall’uso nei giochi, avevano perso valore, altri, che ne so, magari emigrati all’estero, semplicemente persi.
Lo ricordo bene. Spuntavo, spuntavo nel mio foglietto. Strappavo bustine e di quella figurina non trovavo traccia. Anche di Bergamaschi ne erano stati stampati pochi, succedeva spesso con qualcuno del Milan, ma di quei pochi ne erano sopravvissuti alcuni, almeno una dozzina. Di Montuori ne era rimasto uno, unico e indivisibile. Lì per lì mi era sembrato impossibile. Invece era vero. Grazie alla mia intraprendenza e alla mia costanza ero proprio l’unico; il solo. Ero andato anche in eBay. Era proprio la sola. Non ne avevo dubbi. Nessuno mi poteva smentire. Il suo valore era salito alle stelle. Ho provato a metterla all’asta solo per curiosità. Circolavano persone disposte a tutto pur di avere quella figurina.
Uno, in cambio, aveva offerto tutta la sua collezione di bustine di tè. Una macchina del caffè elettrica e un triciclo vecchio. Uno aveva offerto la sua automobile di seconda mano, cioè la seconda macchina, cioè l’utilitaria che usava la figlia. Uno mi aveva chiesto solo “quanto? –dicendosi disponibile– Io il venti percento in più”. Alla fine dice: “Fai il prezzo e io stacco l’assegno”. Uno era arrivato ad offrire la moglie allegando la foto. Gran bella donna; la moglie. Mora. Se era sua moglie. Lui ne dava ogni garanzia, con tanto di stato famiglia. Naturalmente per “tutta una notte”, ma mi sembrava disponibile al rilancio. Probabilmente avrei potuto spuntare anche tutta una settimana. Ed era pronto a metterci sopra tutte le spese: viaggio, pranzi e cene, pensione, mance e extra vari. Erano come tutti impazziti. Ma la figurina, e l’intera raccolta, per me, non avevano prezzo. Avevano un valore più grande, un valore sentimentale. E poi ero ancora sicuro che sarebbero state la mia porta per la gloria.
Non vorrei aggiungere che poi, Miguel Ángel, era arrivato fino alla nazionale. Non è avventato perciò affermare che mi ero illuso, con buona ragione, che mi avrebbero aggiungo alla lista dei cittadini illustri. Ne ero certo. E posso dire di aver fatto tutto il possibile per vedere lì il mio di nome. Sul marmo. In municipio. Sotto quello del nostro concittadino che in tutto un autunno aveva trovato il secondo porcino più grosso di tutto il Montello, il Vivarini. Invece hanno inciso il nome di Ivan Scampi, solo perché aveva dedicato un libro al suo cane. Credo non ci sia proprio più giustizia in questo paese.

NdA ho lavorato tanto a cercare questo racconto, faticosamente. Avrebbe potuto essere diverso, ma avrebbe dovuto scriverlo un altro.

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Foto dell'opera di A. Martinez.  Olio su tela montata su telaio in legno   mis. 50 x 70 cmNon pretendevo tutto; non gli avevo chiesto nulla. Da troppo tempo ho smesso di sognare. Da troppo tempo un bacio è solo un bacio. Lo so perché me l’hanno imparato che si può amare senza amare. Lo so perché lo sento che quando mi dicono bella lo pensano ma non mi dicono bella. Perché quando ci si nasconde tra un abbraccio ci si può nascondere e basta. E quando provi quella tenerezza la può anche dire solo la pelle. Non sono più la stessa e non si torna indietro; nemmeno ci vorrei tornare. A volte mi sento libera. A volte prigioniera di me stessa e di quella lì che è stata quella che ero. A volte solo malcontenta o malinconica; capitano i giorni che non hanno la loro ragione. A tutto e a niente si fa l’abitudine. E lo sapevo non solo per sentito dire che quella cena non sarebbe finita in cena. Nemmeno mi dispiaceva e mi era simpatico. E mi ero detta che in fondo era garbato e in verità lo era stato. Non potrei lagnarmi né pentirmi che di me stessa e della mia stoltaggine se fossi stata stolta. Per una sera puoi essere quella che vuoi, basta ammazzare la sera. Mi bastava solo scappare da casa e dal quel pensare. E almeno non mi aveva mentito quando lo disse. Solo che poi aveva aggiunto “Vieni, ti porto in paradiso.” ed io mi ero già immaginata chissà che. Invece non era nemmeno niente di eccezionale. Quasi quasi ne sarei rimasta delusa.

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Un racconto e la ragione di un quadro:
Alla fine di un rapporto non era rimasto dolore. La storia si era consumata lentamente. Se era amore era sfumato quasi distrattamente diventando abitudine, alla fine quasi noia. Se non proprio noia indifferenza. Così quando se n’era andato le stanze risuonavano solo di vuoto, non di ricordi; nemmeno di rimpianti se non per il tempo. E se ne era andato portandosi dietro anche un torto e poco altro. Eppure qualcosa di impalpabile rimaneva: un senso di amarezza, di sconfitta, di inutilità. Una polvere sottile tanto da essere impalpabile. Che si respirava senza apparenza alcuna. Era come se avesse gettato via qualcosa. Come se avesse sprecato quel tempo. Eppure niente era come prima. Viveva quasi serenamente quella solitudine ma non si sentiva abbastanza vecchia. Le erano rimasti i suoi affetti. Le mancava qualcosa: la voglia di tornare ad accettare una sfida; di rimettersi in gioco, in discussione. Mancava quella che per coloro che sanno o dovrebbero si fa chiamare l’elaborazione del lutto.
Mise quanto era del ricordo di lui nei cassetti. Quanto si poteva buttare nei sacchetti. Poi fu invitata ad unirsi a dei cari amici per un viaggio. Conobbe il deserto. Le notti nel deserto. Lo spazio infinito del deserto. Un piano di sabbia e un cielo che appariva come senza fine. La sua mente si distrasse da tutto per guardarsi solo attorno. Si riconobbe completamente sola davanti alla natura. Qualcosa si liberò dentro di lei. La memoria, quella piccola, esile e leggera memoria, uscì e si disfece nell’aria. Si sentì come sgravata d’un peso e ritrovò quella che era la sua vita.
Difficile descrivere a parole quello che provò ma al ritorno aveva finalmente chiuso un altro capitolo della sua esistenza e ritrovato la fiducia e il coraggio. Pensava che non avrebbe più ricominciato ma non aveva nessun timore, né per le cose né per le parole. E si sbagliava. Di tutti i ricordi questo le sembrava il più bello, senz’altro il più vivido, degli altri viveva meglio senza. Mi parlò di tutto questo solo molto tempo dopo o almeno abbastanza. Più che dalle parole colsi il senso nei suoi occhi.
E’ questo che mi ha suggerito questo quadro che la fotografia tradisce soprattutto nei colori. Ho cercato di dire di una distesa piatta di sabbia (fatta anche di sabbia vera) e di un cielo terso senza fine. Così come io posso immaginare il deserto che non ho mai visto. Al centro il senso di una vita che si libera dalle sue pastoie e dai piccoli dolori che le portava appresso un recente passato. Ecco perché le corde cominciano a spezzarsi.

Anime metamorfiche; tecnica mista su cartone telato, 70*50. 1 dicembre 2009

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Io l’avevo detto subito. A dire il vero il titolo per esteso dovrebbe essere Se un giorno un blog. In fondo il bambino che gioca non ha altra colpa che l’esserci lasciato fascinare. Nemmeno quello, il bambino, che sopravvive in me. E il titolo richiama un romanzo; un romanzo come scatole cinesi¹. E’ l’immagine che mi detta e che mi sembra più adatta. Ma è pur sempre un romanzo. Prosa. Parole. Rumori. E allora “Venghino, siori venghino, alla grande fiera”. C’è chi parte. La maggioranza arriva. Stazione affollata. Stagione sempre puttana.
Non c’è un modello. C’è chi lo apre, il suo blogghino, per noia, chi con presunzione, chi per solitudine, chi par stare alla moda: lo fanno gli amici, chi per dire cose importanti, chi credendo di dirle importanti, chi per cambiare il mondo, chi solo per capirlo; e poi tanti altri. Per fortuna, a volte, un post, serve anche per testimoniare, per militare, per denunciare. Cioè la colpa non è mai dell’oggetto ma dell’uso che se ne fa. Non sono qui per questo. Non sono un giudice. Son tutte belle le maschere, persino quando mostrano la carne nuda.
In realtà volevo solo colpire “certe” presunzioni del momento o di sempre. Perché mi sembrava buffo. E poi non avevo voglia di scrivere. Volevo lasciare le idee a riposare. Certo non credevo ne nascesse discussione. Ma il non credere non giustifica né emenda. E ci rimpalliamo. Ifigenia mi segnala un bel post sull’argomento. Ross lo richiama nel suo blog. Martina denuda la nudità virtuale e cerca il bello nel bello del blog. Siamo già una piccola comunità. Non che sia qui, certamente, ma… E’ così che si nascondono gli assassini poeti, spesso pessimi poeti ma ottimi assassini; e la grettezza che a volte si cela dietro una maschera di perbenismo e di nobiltà d’animo. Ma anche nella celia. Nemmeno la rete è il paradiso. E io sono agnostico.
L’avevo detto prima ancora di cominciare: è solo un blog. Era un giorno d’aprile quel giorno. Il 30 aprile dell’ormai lontano 2008. Non che non ne fossi cosciente: collaboravo allora con un amico. Poi… non è il caso di parlarne. Ancora oggi mi risulterebbe più semplice dire quello che non è. Non cercavo un ventre materno dove nascondermi nel tepore; non era per alcun timore. Non avevo il bisogno di dar aria alla mia voce. Non cercavo incontri. Lì, tra le macerie, ci stavo bene. Beh! non proprio bene ma ci stavo. Mi ci ero abituato. Anzi rassegnato. A ripeterlo me ne sono annoiato.
Il blog è un meccanismo infernale, ti trascina nel suo chiacchiericcio, fino a scrivere a me stesso, o a scrivere per non scrivere. Proprio come nel post a cui faccio riferimento. La rete ti prende. Giochi a rimpiattino. Magari è anche perché non ami i no. Non ti riesce di nasconderti. Nemmeno quando hai voglia di silenzio. Magari ti dici “ci vediamo su Facebook”. Sei una bestia ma una bestia sociale. Io ho iniziato perché volevo solo essere d’aiuto ad una cara e bravissima amica blogger. Non so se mi posso definire un blogger. So che me la sono cercata. A propositi della Cara è soprattutto femminile il bisogno di cambiare spesso abito.
Per tornare a me spesso licenzio scritti che nemmeno mi piacciono, e lo faccio con soddisfazione. Scrivo quasi con dispetto. Raramente mi prendo sul serio. Non anatemo. Per questo e molto altro non mi dico “Cazzo se sono bravo”; non è per questo ed è l’ultima cosa ad interessarmi. Non lo sono e la mia presunzione non è così vasta, né la mia libido così esigente. Poi questo imbroglio e questo labirinto di post. Non è valido. E’ un colpo basso. E’ un imbroglio. Mi seguite? siete matti. Perdonate la digressione ma ricordate che “I matti non hanno il cuore o se ce l’hanno è sprecato”².
Perché non potrei anch’io voler essere “splendido”? Ad esempio il 23 ero alto, biondo, con occhi verdi (ma quelli li ho) e molto ma molto affascinante. Storia complicata la nostra, quel giorno. Soprattutto non avevo nessun dolore perché avevo ventiquattro anni. Non vi dico le avventure che mi sono successe. Degli altri sapete. Il 19 ero un partigiano. Nemmeno lo ricordo quando fui furbo. Ho amato amori mai nati. E donne non esistite. E persino una vera. E simpatizzato con tutti. Senza pietà. Ho ammazzato. Non ho mai avuto paura.
Potrei essere qualunque cosa. E oggi somiglio più di sempre a quel Quasimodo. Nella realtà sono di quelli che avevano vent’anni nel 68. Scorza dura e non un ex. Scusate, anzi no, va di moda: qui non siamo che avatar. L’avevo detto prima ancora di cominciare. Certo dovevo saperlo. Solo uno stolto poteva fingere. Dovevo capire come sarebbe finita. Eppure “s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto”³. Eppure anche a me, non lo nego, piace far casino. Poi capita che ci si conosce. No! non è del tutto vero. Non è quel “Finalmente!” che dice Ross. Ecco dove volevo finire. Si incontra la persona, non il blogger. Il blogger resta nella sua schermata. Inchiodato. Fotografato per sempre. Come in una immagine funeraria. Lui non è di carne ma di parole. Non è reale. Io non lo sono, con pace di tutti, me compreso. E se volete parlarne seriamente dovremmo rimandare tutto a quando ho un attimo serio. L’ultima volta è stato un immane casino. Ma questa è una storia di baracche e di occupazioni e non. E per quelli come me non viene mai la voglia di rinunciare, anche poco dopo ogni ultima sconfitta.


1] Italo Calvino: Se una notte d’inverno un viaggiatore
2] Francesco De Gregori: I matti
3] Francesco Guccini: L’avvelenata

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Gli aveva detto “E’ un gioco di parole; paccottiglia, paccotriglia. Hai capito?” –ma lui non aveva capito e ce l’aveva scritto a tutta faccia.
Aveva provato a spiegarsi una seconda volta “Un gioco di parole; paccottiglia, paccotriglia.” –E aveva bilanciato indice e pollice con occhi furbi e divertiti, inutilmente.
Con pazienza aveva fatto un terzo tentativo forzando anche un po’ una giustificazione “Perché è piccolo e rosso.” –ma alla fine si era arresa alla sua mancanza di senso dell’umorismo– “E poi per gli occhi che hai fatto. Per i miei. Senza offesa”.
Lui non era appassionato in giochi di parole, non li trovava divertenti. Soprattutto non si divertiva sulle battute su di se.

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poesiaDedicata a Lei che provoca con un sorriso

Le parole d’amore sono nelle labbra
con un suono composto ed educato.

Le parole d’amore sono nella bocca
e fuggono a cercare un loro pubblico.

Le parole d’amore sono negl’occhi
che si fanno intensi o larghi; enigmi.

Le parole d’amore sono nelle orecchie
per chi vuol sentire parole e amore.

Le parole d’amore escono dal cuore
e non si possono trattenere perché volano leggere.

Le parole d’amore non esistono
perché l’amore non ha bisogno di parole.

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