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Posts Tagged ‘desiderio’

La mia Franca, ritratto il giorno dei suoi 17anniEccola un’altra di quelle canzoni che senza una vera ragione mi ha sempre frugato dentro e fatto pensare a te. Questa vecchia maledetta canzone del ‘65 mi ha perseguitato; canzone per un amore sfortunato, come lo era allora. Certo a differenza la notte non ho mai pensato a maledirti ma spesso mi ha accompagnato ad aspettare l’alba. E continuavo a vedere la tua figura di spalle che si allontanava. Non ti giravi mai a guardarti indietro. Ora, oggi, amo anche quei ricordi che mi hanno regalato la forza di mantenere il tuo ricordo. Oggi che posso ballarla e piangerla abbracciato a te. Ancora per te e per tutte le donne e per tutti quelli che amano. Anche un amore sfortunato è pur sempre un grande regalo, meglio che non amare. Comunque ora che non ho più alcun dubbio che ho amato per tutta la vita quella ragazza della foto. Che era “PER SEMPRE”. Ora fa meno male. Per te e per tutte le donne e per gli innamorati… E allora te lo dico una volta ancora quanto… TI AMO.
Se il giorno posso non pensarti
la notte maledico te
e quando infine spunta l’alba
c’è solo vuoto intorno a me

La notte tu mi appari immensa
invano tento di afferrarti
ma ti diverti a tormentarmi
la notte tu mi fai impazzire

La notte
Mi fa impazzir mi fa impazzir

E la tua voce fende il buio
dove cercarti non lo so
ti vedo e torna la speranza
ti voglio tanto bene ancora

Per un istante riappari
mi chiami e mi tendi le mani
ma il mio sangue si fa ghiaccio
quando ridendo ti allontani

La notte
Mi fa impazzir mi fa impazzir

Il giorno splende in piena pace
e la tua immagine scompare
felice tu ritrovi l’altro
quell’altro che mi fa impazzire

La notte
Mi fa impazzir
mi fa impazzir
mi fa impazzir

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Foto di donna in cucinaIo non ci pensavo proprio, non fosse stato per lei non ci avrei mai pensato. Per la verità proprio non lo sapevo. Prendo quel maledetto autobus tutti i giorni per andare al lavoro. Mi scoccia muovere la macchina. Sono soldi mal spesi. Non che ci manchi, quello certo no, ma non è certo un modo buono per buttarli. Lei lo sa, ma le bugie, come si dice, hanno le gambe corte. Le donne sono stupide, e lo sono di più quando vogliono fare le furbe; mantenere un segreto. E una mattina me la vedo passeggiare con uno. La sera gli chiedo e lei è elusiva. Mi dice che è un collega, un tale Giannantonio, anche gentile. Niente di più, niente di meno. E’ proprio quell’essere evasiva, la sua vaghezza, a mettermi la pulce. Non un vero sospetto. Solo un malessere senza senso a cui al primo momento non avevo dato credito. Ma il dubbio è una cosa che spesso monta col tempo. Sarà la crisi del settimo anno o che altro. Sarà che un po’ sento di averla trascurata. Sarà che sono a combustione molto lenta. Sarà quel che sarà ma scopro di poter conoscere una punta di gelosia. So che non lei, che lei non lo farebbe mai, ma un giorno telefono e mi prendo ferie. C’è il bar proprio davanti al nostro portone e lì mi apposto. Dopo una mezzora la vedo uscire. Vuoi vedere che s’è fatta guardinga, e attenta. Seguirla non è un reato, e nemmeno poi così difficile. Sembra sentirsi sicura di sé quanto di me. Mi crede già alla mia scrivania. Pare non avere nessuna fretta. Al semaforo all’angolo ecco chi ti incontra se non Giannantonio. Sale in punta di piedi per un bacio sulla guancia. Niente di che. Lui è abbastanza alto. Molto, direi. Mi tranquillizzo, ma qualcosa non mi torna. Per entrare entrano nel portone delle generali. Ancora niente di strano, lì ci lavora. Sono stato proprio uno stupido. Poi mi domando perché un collega dovrebbe andarle incontro.
Ci giro intorno tutto il giorno e la sera e la notte ed il giorno successivo. Gli chiedo com’è andata la giornata. Mi risponde tutto monotonamente normale. Mi giro nel letto. Decido di farle una sorpresa. La sera vado ad aspettarla. Esce sottobraccio a Giannantonio. Come mi vede si stacca. Le spiego di essere passato per portarla a prendere una pizza. Me lo presenta e saluta il collega con una stretta di mano. Mi spiega che non è proprio un collega ma il suo capo direzione. Mastico la pizza in silenzio e mastico amaro. Si è staccata dal suo braccio con imbarazzo. La pizza mi resta sullo stomaco e non solo quella. Appena a casa cerco di parlarle. Lei mi da del pazzo. Io insisto. Mantiene la sua versione sulla mia pazzia e il suo amore. Perché dovrei saperlo? So solo che nessuna rassicurazione mi può convincere. Un po’ alla volta mi altero e la mia voce sale di tono. Mi invita a calmarmi. A letto torno sul discorso con molto delicatezza. La assicuro che in fondo sarei anche in grado di capirla, senza rassicurare me.
Alla fine lei cede, scoppia a piangere e confessa. A sentire lei è tutta colpa mia. Sono cambiato e la trascuro. E’ stata solo una follia, un errore, una debolezza; nulla di importante. Aveva bisogno di tornare a sentirsi donna, di sentirsi desiderata. Mi rinfaccia di aver scordato il compleanno. E l’anniversario. Di non saperle parlare che di lavoro. Di averle fatto mancare anche quel poco. Sono furibondo, le sputo addosso i peggiori epiteti. Mi prega di non alzare la voce. In realtà le mie erano parole violente ma non stavo gridando. Non voglio che i vicini sentano. Non so che fare. Ci addormentiamo dandoci le spalle. In realtà sospetto che nemmeno lei sia riuscita a dormire bene. Non faccio che rimuginare dentro. E più ci penso più sale la rabbia, e con la rabbia scopro nascere della curiosità. Inizialmente vorrei solo trovare una risposta ai primi elementari perché. Eppure mi aveva messo sull’avviso mia mamma, per quei capelli e quella kappa nel nome. Non c’era di che fidarsi. Ma i giovani non vogliamo mai accettare la saggezza degli anziani.
Allora m’era sembrata una stupidaggine. Insomma stavo per uscire senza nemmeno farmi la barba. Passo il giorno a guardare l’orologio. A cena non riesco ad alzare gli occhi dal piatto. Mi chiede per l’ennesima volta scusa. Mi assicura che era fuori sede. Che appena lo vede fa finire quella follia. Dice che non vuole più vedermi così. Ch’è pentita. Voglio sapere tutto. Dove. Come. Quando. Quanto. Mi giura su sua madre. Mi giura che non dura da più di due mesi. Sessanta giorni, mi sembrano un eternità. Capisco il suo imbarazzo. La invito a continuare. La incoraggio; e la sollecito. La prego di andare avanti. Com’è cominciata mi pare di poca importanza. Non è una scusa che sia stato lui a corteggiarla e che le abbia, seppure per un attimo, fatto perdere la testa. Veramente lei dice che si tratta della tramontana. Mi sembra un dettaglio irrilevante. Sono decisamente geloso, e un po’ invidioso. Mi sento sotto esame. Provo fastidio e aumenta la curiosità. Più lei parla e più le chiedo. E con la curiosità appare dentro di me una strana sensazione. Non fossi così furibondo direi che il suo racconto non manca di provocarmi una leggera eccitazione. Anzi mi sento attratto come da tempo non mi succedeva. Devo ammetterlo che quella notte abbiamo fatto all’amore e che è stato bello; particolarmente bello. Lei mi nascondeva il viso sulla spalla ed è tornata a piangere, ma in silenzio. Non ho sentito i suoi singhiozzi ma le lacrime scivolarmi sulla pelle. Ero tentato di dirle che la perdonavo. Ero tentato di staccarla e dirle che non le credevo. Che doveva pensarci prima. Ma era tutto così fantastico che alla fine sono sprofondato in un sonno pesante e ristoratore.
Le ho detto che non mi sarebbe dispiaciuto di incontrarlo, il mio rivale. Alla fine abbiamo deciso di invitarlo una sera a cena. Ero emozionato aspettando quella cena e non sapevo cosa aspettarmi. S’è presentato con un paio di bottiglie di brunello, il che non guasta; e testimoniava del suo buon gusto. D’altra parte Monika era una sufficiente garanzia; è ancora bella come allora. Era elegante ed educato e garbato e sapeva intrattenere; era un buon parlatore. Aveva attenzioni e parole carine per lei ma restava molto misurato. Non avessi raccolto le confessioni di mia moglie niente avrebbe potuto mettermi il minimo sospetto. Doveva essere il vino ma mi sentivo elettrizzato. L’ho pregata di essere gentile con lui. Tutto sembrava filare bene. La cena era ottima, anche in cucina quel diavolo di mia moglie ci sa fare. Quando sono andato a raggiungerla per aiutarla a portare i contorni l’ho pregata di essere carina con lui. Le ho detto che i suoi perché non richiedevano nemmeno una risposta. Che volevo vedere. Lui pareva accorgersi appena di lei. Abbiamo scoperto di essere tifosi della stessa squadra. La serata stava diventando eccitante. L’ho implorata di essere più libera. Mi ha chiesto quanto. Certo che le donne sono ben strane. Le ho spiegato che insomma… un po’ maliziosa; anzi proprio provocante. Non la conoscevo sotto quella veste. Era una Monika nuova; una vera scoperta. Lui faceva fatica a mostrarsi indifferente. E più lui faticava più lei sembrava metterci impegno. Ero così curioso della situazione e degli sviluppi che stavo scordandomi di me. Fossi stato più presente credo che il poveretto non avrebbe mancato di farmi pena. Mi fossi controllato di più mi sarei reso conto che mi stavo eccitando come non lo ero mai stato. Alla fine a lei bastò guardarmi per capire. Intanto la distaccata e controllata signorilità, quasi indifferenza, di Giannantonio si trasformava in imbarazzo. Aveva smesso di essere carino per essere solo sudato. La cravatta lo soffocava.
Vederla amoreggiare con un altro sotto i miei occhi mi rendeva letteralmente pazzo. La volevo e volevo vederla farlo con lui. In quel frangente Monika si stava rivelando una vera artista, un vero diavolo. Riusciva a mostrare con attenta disinvoltura ogni sua avvenenza, e poi sempre più con spudoratezza. Sfoderava sorrisi amicanti, anzi proprio porchi. Ogni volta che si piegava i suoi seni rischiavano di esondare dagli argini, di fuoriuscire. Ogni volta che si chinava era un lacerante grido e una promessa. Sì, perché è proprio bella la mia Monika. Non me n’ero reso conto a sufficienza. Lui non sapeva più come comportarsi e alla fine ha dovuto fare lei, ha dovuto arrangiarsi da sola, davanti ai miei occhi sgranati. Ha dovuto fare e disfare. Liberarlo da quella ragionevole riservatezza e degli abiti dopo essersi liberata dei suoi. Con una sfacciataggine talmente disinvolta da far sembrare tutto normale. Erano proprio belli e non voglio dire di più perché non sarebbe nemmeno carino. Non l’ho amata con tanta violenza nemmeno quando eravamo solo due studenti. Da quella prima volta Giannantonio viene a cena da noi ogni giovedì. Non hanno più bisogno di nascondersi e di chiudersi in uno squallido ufficio. Lei non ha più potuto lagnarsi della mia insensibilità e d’essere trascurata. E io ho scoperto cos’è il vero amore. Ma per questo fine settimana ho invitato Carloalberto. Lui è un tipo molto meno signorile; è uno spiccio; un vero maschio. Con lui ho già chiarito tutto. Può fermarsi tutta la notte da noi. Voglio che lei lo faccia uscire di testa. Spero solo che lo sappia trattenere almeno fino a fine cena. Mi aspetto che lui le dia una… una bella passata. Già me li vedo davanti agli occhi.

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Quella notte si svegliò improvvisamente. Cercò il tepore morbido del suo corpo. Trovò il desiderio.
La prese e stranamente non aveva fretta; solo con dolcezza. Si riaddormentò subito dopo soddisfatto e dormì tranquillo.
Al mattino era allegro. Lei non capiva quella sua allegria.¹


1] scritto il 4 aprile 1991

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Tecnica mista su cartoncinoE’ un mondo di lupi. Le strade sono una giungla. Non si può girare tranquille nemmeno di giorno per quelle del centro. Una donna è sempre più esposta. Anche se non sono bella. E cerco di non essere bella. Di non attrarre la loro attenzione. Di tenere gli occhi bassi. Basta essere una donna. Ed essere donna è essere preda.
Certo non capisco ancora tutto. Non è facile. Non è la mia lingua. Questo sembra farmi ancora più puttana. Ma afferro quasi sempre, il senso. Non è poi così difficile. Ma a che serve cercare di spiegare. Nessuno vuole capire. E poi non è comunque mai facile essere donna. Tanto più per quelle come me.
Quelle parole le ho imparate prima dal suono. Prima di capirle. Spesso mi restano indifferenti. A volte mi danno anche una inutile soddisfazioni. Quasi sempre mi feriscono. Mi sono sputate contro. E’ il senso. La ragione per cui sono lanciate. Come sassi. E a volte sono accompagnate dai gesti. Per essere certi. Per non lasciare nessuno spazio al dubbio. Nemmeno essere accompagnate ormai dà la sicurezza. E per accompagnate intendo uno del posto; ben inteso. Non sono così stupida. Degli altri nessuno si cura. Né si fida. Anzi è anche peggio. E la cosa peggiore è quell’arroganza. Siamo solo carne. Siamo vizio. Siamo desiderio. Era quello che volevo? Certo ne avevo bisogno. Ma questo prima.
Era così tanto che non venivo stretta tra le braccia di un uomo. Troppo per essere tollerabile. Era così tanto che non sentivo l’odore della sua pelle. Tanto da non ricordare più quanto. Che non mi sentivo veramente desiderata. Quasi da impazzire. Che non è mai abbastanza. E una donna ha anche solo bisogno di tornare a sentirsi donna. Anche di quello. Di perdersi nel piacere. Di solo piacere. Di una birra e di una notte da ricordare. Di un posto caldo da dove fuggire appena fa giorno. E dio solo sa se non me lo sogno anche di notte. Se non sia straziante il solo pensarci.
E’ sempre così. Almeno prima. Ma veramente, quello che mi manca è affetto. Ancora. E’ amore. Lasciarmi semplicemente coccolare. Chiudere gli occhi e ascoltare le sue parole. Sperare e credere in qualcosa. Assettata e soffocata di baci. Fare tutto e farlo solo per lui. Dimenticarmi. Liberarmi di me. Di questa miseria. Delle lenzuola fredde. Di questa vita aspra. Avara. Chiedere e mendicare una favola. Risvegliarmi nello stesso letto. Sentirlo mio. Tra le mie braccia. Sentire che lo posso proteggere. E che lui si preoccupa di me. Che mi chiede com’è andata. Sentirmi le gambe molli per il suo sorriso. Ma bisogna sopravvivere. E di sogni non si vive.
Dopo tanto tempo lui. Lui non era male. Ma forse a spingermi era stata proprio la voglia di uscire di sera. O un attimo di noia. E poi ne avevo proprio bisogno. Un uomo. Nemmeno brutto. Ben rasato. Ben vestito. Riassaporare quel piccolo gusto di libertà. Ed era stato gentile e galante. Corretto. Aveva pagato la cena lui. Non mi aveva fatto sentire fretta. Come se fossi la sua donna da sempre. Con un che di attenta cortesia. Forse pensava ad un’altra. O inseguiva una illusione. Non poteva avere meno importanza. Avevo voglia di lui. E lui di me. Bastava questo. E’ finito quel tempo.
I suoi baci in macchina erano appassionati. La sua guida distratta. L’ho pregato di pazientare ancora un po’. Mi ha capito. Ha riso ironico. Un paio di battute. Per rendere tutto meno teso. L’ho tenuto calmo. E ha fatto lui anche la stanza; naturalmente. In quel posto dovevano conoscerlo. Certo c’era già stato. Forse con la sua lei. Forse con una come me. Con una preda facile. Con un’altra disperata. In fondo l’uomo è cacciatore. E poi cosa andavo a pensare? Non mi doveva niente. Non pretendevo niente. Mi bastava che non cercasse una scusa. Che non volesse delle giustificazioni. Che non si mettesse in testa di spiegarmi. E che non volesse piangermi le sue sfortune. Invece è stato anche bello.
Si è anche impegnato. Ce l’ha messa tutta. Avrei potuto anche illudermi. E’ passato troppo tempo da quel tempo. Ma quando ha aspirato l’odore dei miei capelli mi è parso appagante. Sono stata generosa. So come ricompensare chi lo merita. Per un attimo gli ho dato un attimo d’amore. Forse era proprio quello che cercava. Forse la sua miseria non era tanto diversa dalla mia. Quei suoi baci erano così… disperati. E non era per niente male. Proprio per niente male. Sapeva come si tratta una donna. Peccato. Comunque dovrebbe essermene grato per sempre. Già! per quel suo breve attimo di per sempre. Non è stato facile nemmeno per me.
Mi spiace solo per le calze. I suoi occhi si erano persi dove non so. Non se n’è neppure accorto. Ho preso lo stilo dalla borsa. E’ stato un attimo. Tra le ombre della stanza non s’è accorto di nulla. Ha sentito solo quell’improvvisa fitta. Gliel’ho infilato in gola. Quasi non ha sofferto. Eppure i suoi occhi sembravano chiedermi perché. Eppure lo dovrebbe sapere: nella giungla è questione di vita o di morte.
Ho raccolto le mie cose. Ho preso i soldi per il taxi. Non potevo attraversare la città di notte. E poi mi son presa anche gli altri. Quelli che rimanevano. Non erano molti. A lui non servivano più. E la stanza era pagata.

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raccontiLa sua memoria gli faceva strani scherzi. Si ricordava di quando scriveva su fogli a quadretti, con una grafia minuta; ora digitava variando il Times new romans e l’Arial con qualche digressione nel Californian FB. Si rammentava cose lontane che credeva perdute: ricordi di quand’era bambino e di imbarazzi e di piccola e spicciola povertà. Momenti che avevano ormai perduto valore. Provava uno strano piacere anche al solo tenere in mano il libro e sentire sotto i polpastrelli quella carta ruvida. Ascoltava quei turbamenti e quelle sensazioni come cose nuove, che lo distraevano sulle parole. Si rese conto che tutto quello lo aveva sottratto dalla lettura. Lei si girò sul fianco. La luce sul comodino infastidiva il suo sonno. Protestò di una protesta grugnita di parole tradite e bofonchiate che non avrebbe ricordato. Recuperò il segnalibri che era caduto e lo infilò all’altezza della pagina precedente. Uscì dalle coperte perché doveva andare al bagno. Sentì un treno viaggiare da lontano, per il completo silenzio. Ebbe come l’impressione di essere l’unica persona viva in un universo di persone morte. La cosa non lo scosse ma l’affascinò e gli diede una leggera allegria. Non aveva nessun altro pensiero. Poi improvvisamente fu assalito da un impellente e irrefrenabile desiderio di donna. Fu quello il momento in cui si sentì veramente completamente solo, ma non durò che un attimo.

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raccontiCon lei, con Claudia, il tempo non rischiava mai di essere una spesa superflua. Era della pazienza che si sentiva di fare difetto. In fondo era stata la prima sera. Ne era stato lusingato. Era certo che sarebbe stato solo per una sera. Quella volta lei aveva detto guardando il suo piccolo falso rolex: “Si sta facendo tardi”. Lui aveva vuotato l’ultimo sorso di bianco dal bicchiere e aveva fatto il gesto di chiederle alzandosi: “Devi rientrare”? Poteva sembrare che lui avesse trovato quella pazienza. Poteva suonare come una nota gentile. Lei aveva affossato la testa sulle spalle, come dire che le ore passano comunque ineluttabilmente. Come a spingere lui a mostrare il gioco. Ne avevano riso insieme, ognuno fingendo di ignorare il perché del riso dell’altro. Ognuno trovando un pensiero furbo e sconveniente; in quel gioco delle parti. S’era detto solo una cena. Lui a fare il cavaliere galante. Lei a fingersi schiva, e a cercare di credersi occhi sognanti. A inventarsi una voce con note argentine che le cantilenavano in gola, tra le labbra, dietro la barriera spessa e rossa del rossetto, strette tra di denti aguzzi, schiave della lingua saettante, come potessero diventare lusinghe. Ma lui si stava già alzando.
Un ultimo bicchiere”?
Magari quello no ma”…
Era stato subito chiaro che non aveva più fretta. Che nessuno l’aspettava. Si era controllata. Aveva avuto bisogno prima di andare un attimo al bagno. Anzi, per mostrarsi educata, aveva chiesto a lui il permesso, per andare alla toilette. Gli aveva assicurato che avrebbe fatto presto. Lui l’aveva aspettata appena fuori della porta. Lei si era fatta aspettare. Era meglio se non né avesse bevuto altro. Era solo che il vino le dava alla testa. Perché poi lei si sentiva strana. Non sapeva dire come, ma strana. Glielo aveva confidata appena lui aveva acceso il motore. Gli aveva ricordato che s’era detto solo una cena. Ma che sì! perché no! sarebbe anche potuta salire. Ma solo due minuti, niente di più. Tutto il resto ancora lo ricordava, lui, bene. Non c’era molto di che andar fieri. E s’era detto: storia per una sera.
Lui aveva pensato a lei solo distrattamente. Lei non ci aveva più pensato, almeno fino a quella mattina. Si era svegliata allegra. Con una canzoncina in testa. Aveva deciso che alla cosa avrebbe potuto pensare anche un’altra volta. Si era preparata la colazione e si era scordata il caffè sul fuoco. Si era lusingata davanti allo specchio. Alla fine aveva deciso che sarebbe andata a fare di compere. Magari anche un paio di scarpe. Questo l’avrebbe costretta a passare prima dalla banca. Aveva tutto il tempo che voleva. Non la infastidiva. Nemmeno quel cassiere che tirava il collo ogni volta che lei passava. Anzi, forse la divertiva.
L’aveva incontrata per caso davanti alle vetrine del “Tempo Mare”. I soliti chi si vede! e come mai qui? di grammatica. Il sorriso affrettato di lei. Lui garbato a stringerle la mano. Un momento di studio tra loro. Un uomo e una donna; e un silenzio. Un bacio sulla guancia che lei gli aveva imposto. Il riso di lei a cantilenare come con orgoglio. L’indelicatezza di lui: l’occhio che cerca l’orologio. Lei che interrompe il silenzio. Sei di fretta? Non proprio. E allora che ne dici di un aperitivo? Si trovò ridendo a chiedersi chi aveva scritto le battute. Lei a domandarsi se era proprio scemo. Per un attimo immobilizzati lì tra un se e un ma. Nessuno aveva aggiunto né l’uno né l’altro. In fondo era lui che doveva far vedere che stava a lui decidere. Lo prese sottobraccio. In fondo tutto di lei era in quello che si poteva vedere (pensava lui tra sé). Certo che da quel punto di vista non c’era da lagnarsi. E lei non si lasciava mai andare. Non un attimo di distrazione. I suoi riflettori non si spegnevano mai. Lei, equilibrista dei tacchi, a dondolarsi, per farsi guardare. Claudia si ripeté tra sé. Come se avesse paura di essersene scordato il nome.
Lo guardò negli occhi incerta se mostrare vergogna o malizia. Lui la teneva già tra le braccia, ma erano ancora sulla porta. Sai, non le ho messe. Ho pensato che avremmo fatto prima. Perché dovrei proprio andare. Lui se ne era già accorto, ma forse lei aveva già pensato quella frase. E forse l’avrebbe detta comunque. Lei lo lasciò fare. Lui le sfilò l’abito dalla testa. Tornò a baciarla cercando di mostrare tutto il trasporto di cui era capace. La cercò. Lei aveva lasciato che fosse lui a spogliarla perché tutto ha un limite. Perché almeno quello. Perché amava sentirsi desiderata. Perché non voleva mostrarsi sfacciata. E poi per altri ancora perché. E intanto cercava parole di sospiri che aveva mandato a memoria. Le credeva le uniche parole adatte. Le parole della dolcezza. Forse erano solo sciocchezze.
Di cosa altro avrebbero potuto conversare oltre a dirle che aveva un gran bel paio di tette. A lei bastava quello e se lui glielo avesse ripetuto, ne sarebbe stata ancora più contenta. E per essere belle erano belle, e anche tutto il resto. Lui aveva voluto guardarla. Lei aveva fatto di tutto per farsi guardare. E poi aveva usato tutto il tempo che rimaneva per guardare lui. In fondo si poteva anche dire un bell’uomo. Lei voleva distrarsi. Lui era costretto a farlo. Lei non voleva pensare che era stato tutto così veloce e così… così… così senza poesia; in fondo. Si consolò pensando che la poesia, quando c’è, è quella che ci portiamo dentro. E che l’amore poi altro non è che l’amore. Cercò almeno di sentirsi comoda. Cercò almeno di farsi un minimo coccolare. Sarebbe dovuta proprio scappare.

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