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Posts Tagged ‘destino’

tazzina di caffèLui era una gran figlio di puttana. Non lo era per scelta o vocazione ma semplicemente perché lo era. Di suo aveva solo una faccia forse gradevole, ma conosceva tutte le parole d’amore che erano state scritte; e conosceva il momento e il modo di dirle. Lei lo sapeva che se l’avesse fatto, se le avesse trovate, non avrebbe avuto scampo e aspettava l’impercettibile condanna delle sue labbra. Forse lui sapeva anche il modo di farlo, ma questo lei non lo poteva ancora sapere, ma l’avrebbe saputo. E lui guardò i suoi occhi come non era stata mai guardata e le prese la mano trasmettendole un calore che non aveva mai provato. Le disse “Grazie di vivere.” –e lei non se l’era sentito dire mai. Probabilmente lo diceva a tutte e probabilmente erano parole senza parole, ma la sua testa prese fiamme e si sentì svuotarsi tra le braccia di un uomo vuoto. Cercò di resistergli, in fondo non era che un attimo, un… capriccio, niente, sentiva che avrebbe perso e infatti perse. Lui la spogliò di silenzio e l’amò di parole scritte per lei (e per tutte quelle come lei) da altri, ma per un attimo fu splendido lasciarsi andare, scordare tutto, abbandonarsi ad un’illusione e lasciarsi rubare l’anima. Ma lui non lo sapeva fare e nessuno avrebbe potuto farlo per lui. Ma gli altri non sanno.

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Foto colori di ragazza annoiataLivia era una donna come le altre, come tutte. Ogni domenica mattina, e tutte le altre feste comandate, si recava a messa perché fin da piccola alla domenica si andava alla messa. A scuola era sempre andata così, senza infamia e senza lode. Crescendo si era sentita dire che era carina, ma non aveva un’opinione propria. In verità non si piaceva completamente. Avrebbe voluto essere un po’ più alta, magari riempire un poco di più il reggiseno. Nonostante tutto aveva avuto la sua vita normale e serena.
Si era sposata con Matteo perché era un ragazzo serio e un buon partito. Anche se era più vecchio e se il cuore le batteva per un compagno di classe: Efrem. Quando parlava con Efrem, non sapeva perché, ma provava quello strano scombussolamento in tutto il corpo che chiamano così. Perfino quando ne parlava, di Efrem, ma quei tempi erano scappati in fretta. Non si vive di sogni o di ricordi e lei non aveva molti ricordi da ricordare. E poi i doveri della casa l’avevano assorbita subito.
In realtà, come ogni donna che si rispetti, Matteo era stato il suo primo uomo. E non poteva dire che fosse stato bello, ma lui aveva mostrato comprensione e forse aveva messo troppa attesa ed era troppo nervosa. S’era sposata in bianco con ottantasei invitati perché la zia Adriana aveva avuto una colica la sera prima e i parenti di Torino erano riusciti a trovare la scusa buona. Così avevano trovato un appartamentino coccolo in affitto per stare assieme, non troppo distante dai suoi. Per arredarlo aveva lasciato fare a lui. Avevano deciso di avere il loro primo bambino per far contente le nonne. Lo avevano chiamato Antonio come il nonno e Giulio come l’altro nonno. Antongiulio era stato un bambino problematico fin da subito. Era nato con il cesareo, ma lei aveva pensato che era meglio perché rendeva ancora più importante il miracolo della vita.
Quando Matteo tornava a casa correva ad accoglierlo con un piccolo bacio, povero caro, come ogni moglie che si rispetti. Lui si accomodava nella poltrona e lei gli portava le ciabatte ed il telecomando. Dopo era tranquilla e poteva dedicarsi a finire di far cena; a lui piaceva mangiare bene e anche un buon bicchiere di vino. Spesso si addormentava stanco davanti a quella televisione mentre lei finiva di lavare i piatti. Cercava di fare piano per non svegliarlo perché lui era infastidito quando lo si svegliava. Avrebbe voluto essergli più vicina, ma non sapeva nulla di calcio.
Lui era buono con lei, lo aveva visto alterarsi solo quando parlava di politica. Anche di quella lei non capiva molto. Gli succedeva davanti al telegiornale e qualche volta quando avevano compagnia. Solo quella volta si era alterato con lei ed erano stati un paio di giorni senza parlarsi. Poi tutto era naturalmente passato. Però non le piaceva quando aveva quegli occhi lì.
Ricevevano raramente delle visite ed erano quasi tutti amici o colleghi del marito. Le conosceva poco quelle persone e si trovava in imbarazzo e non sapeva cosa dire. Perdipiù erano quasi sempre uomini. E se ne stavano in sala a fare i loro discorsi da uomini. Per fortuna aveva il suo rifugio: la cucina. Ed era diventata brava, spesso le facevano i complimenti, per il mangiare.
Non capiva perché lui, Matteo, a volte diventava ombroso, non le sembrava di aver commesso nulla e se ne rimaneva col dubbio. Forse era geloso e sapeva, lei, perché sempre stato così, che non c’è amore senza almeno un po’ di gelosia. Ma cosa poteva fare se scherzavano, come anche quel Tommaso? Lei non faceva certo nulla per incoraggiarli. Anzi spesso era spettinata, col suo grembiule e odorava del cibo. Gli uomini sono fatti così.
Nonostante questi piccoli contrattempi le loro vite scorrevano felici, anche se qualche volta lei aveva desiderato che il venerdì lui se ne scordasse; non ne avesse voglia. Il sabato lo lasciava riposare fino a tardi, come piaceva a lui. Andava al mercato e i nonni l’aiutavano tenendole Antongiulio; quella piccola peste. Lo tenevano giusto il tempo del mercato ma poi lo trovava spesso accaldato, col rischio che si prendesse un accidente. Loro si lagnavano, non per farle pesare la cosa, ma perché gli anziani son fatti così, comunque a lei un po’ pesava. Ma non si potevano permettere che restasse a casa.
La domenica lui aveva la partita e così lei poteva dedicarsi a mettere in ordine e fare la lavatrice, perché lui ci teneva all’ordine ma non era proprio quello che si può dire ordinato. E c’era tutto il resto da fare e da stirare perché lui si cambiava di camicia tutti i giorni e, col caldo, anche due volte. Ed era anche un vero esperto nel macchiarsi, come se non bastasse il piccolo.
Ma da quella sera si sentiva a disagio, in colpa. All’ora di uscire aveva telefonato alla madre per sistemare Antongiulio. Le aveva detto che doveva fermarsi un’altra ora in ufficio. Invece s’era presa quell’ora tutta per sé. Matteo aveva una riunione organizzativa o qualcosa del genere. Le aveva detto di nemmeno aspettarlo. L’ora si era allungata anche di più. Era andata a bighellonare e per negozi. Aveva trovato un ombretto che era un vero amore. Poi aveva incontrato Elvira e s’erano fermate a parlare. Elvira non piaceva ai suoi e nemmeno a Matteo, ma a lei non dispiaceva. Ci si trovava bene a chiacchierare e a prendere un caffè. Il tempo era proprio volato.
Si sentiva stupida ma sapeva di aver tradito il marito e la sua fiducia. Di aver approfittato della disponibilità dei suoi. Si ripeteva che non avrebbe dovuto farlo e che non l’avrebbe rifatto. Eppure le veniva una sorta di malinconia. E a pensarci il pensiero di quell’ora le procurava vergogna ma era un pensiero piacevole. Nonostante gli sforzi non riusciva a scacciarlo. E aveva ancora impresse negli occhi le scarpe che aveva visto con quel tacco altissimo e sottilissimo. Era una vita che non andava a vedere un bel film, uno di quei bei film d’amore.

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CARTE: Analisi di un omicidio (33*48) tecnica mista su carta, 6 giugno 2010Quando l’ho vista arrivare ha richiamato subito la mia attenzione. Solitamente la mia anticamera è sempre gremita. C’è una folla enorme e varia e multicolore in attesa. Uno spaccato di molteplice e misera umanità. Gente che insegue la fortuna, l’amore o una illusione. Per lo più gente male in arnese e rumorosa, di tutte le età. Spesso mi intristisce e mi fa pena quell’universo di gente disposta a dilapidare tutti i suoi miseri risparmi di una vita per governare la sorte. Molte sono le donnette e molte di loro stringono in mano un santino e si segnano continuamente. Io ci campo di loro e ci campo bene.
Lei invece era elegante e curata e cercava di nascondere l’avanzamento inesorabile dell’età. Aveva aspettato che tutti se ne andassero e lo stavo già facendolo anch’io. Cosa non del tutto insolita era tra chi non vuole che gli altri credano che anche loro credono in queste cose; non voleva farsi vedere. E mostrava quel certo disagio tipico anche di chi non frequenta abitualmente studi come il mio.
Molti, quando escono da qui, sono i primi a dire che loro sono gli ultimi a credere. Si avvicinò con fare quasi circospetto e si sedette, facendo attenzione a non sgualcire minimamente la gonna, estraendo dal cilindro un sorriso di circostanza che però le illuminava il viso. Era gradevole la sua voce e il profumo che usava senza abusarne. In lei era tutto composto: la parlata, compresa la grammatica, l’eleganza e quel sorriso pacato. Aspettai un attimo affinché passasse quella minima ansia del primo momento, bisogna essere anche un poco psicologi nel nostro lavoro.
Voleva sapere cose le riservava il futuro; nientemeno. Nulla di più semplice. Faticò a confidarmi nome, cognome, età e ed indirizzo come se noi dovessimo sapere proprio tutto, anche quello. Spostai le carte e le presi la mano. Era una mano curata, come del resto tutto il resto, che abbandonò lievemente tra le mie con delicata apprensione rivolgendo verso l’alto il palmo. La gente, quando ci interpella, non vuole la verità ma vuole la sua verità; vuole sentirsi dire quello che si aspetta da noi. Non è raro che, riconoscendo la persona dagli occhi, siamo costretti ad indorare la pillola e ad aggiungere alla nostra lettura un po’ di quella fortuna o di quell’amore in più che vorrebbero fosse loro riservato. Così è stato, debbo ammetterlo, anche per lei, ma non avrei potuto comunque dirle la verità. Avevo visto subito che la sua linea della vita si interrompeva bruscamente ed in modo violento: era incisa in maniera netta e non le lasciava che cinque giorni di vita. Poveretta, mi fece pena.
Pensai che era ancora una bella donna, piacente e che non poteva avere più di quarant’anni. Mi riebbi subito e cercai di nascondermi in un sorriso tranquillizzante. Le dissi di non preoccuparsi e che anzi l’aspettava, di li a quei fatidici cinque giorni, una svolta nella sua vita. Che avrebbe trovato tutto quello che cercava: equilibrio, amore, felicità e agiatezza economica. La invitai a festeggiare i giorni che la separavano dalla realizzazione dei suoi sogni prendendo pieno possesso del suo tempo e vivendolo intensamente alfine di farsi trovare ben pronta e preparata a quel cambiamento.
Le spiegai che non potevo vedere l’origine di quel grande patrimonio, che non leggevo nella sua mano nessun evento tragico per cui forse era l’incontro con un uomo, probabilmente quello della vita, o forse una grande proposta d’affari. La consigliai perciò di non farsi prendere alla sprovvista e di munirsi di un po’ di denaro da tenere in casa perché a volte anche la fortuna ha bisogno d’essere aiutata. Cercò di interrompermi per spiegarmi che la sua situazione economica era già buona e che non era quello che voleva ma non la lasciai terminare. L’avevo capito dall’anello che portava al dito, ma si stava ormai facendo veramente tardi. La tranquillizzai anche per quanto riguardava la salute e le accarezzai il palmo della mano molto delicatamente. Lei accennò un sorriso intimidito e abbassò gli occhi ringraziandomi.
Dopo che se ne fu andata pensai che cinque giorni in fondo sono ben poca cosa, che sfuggono in un soffio. Il giorno fatidico, il quinto, ricordo che era una martedì come questo, dopo averle preannunciato la mia visita per cellulare andai a trovarla. Mi accolse con un sorriso aperto e cordiale che le illuminava tutto il viso, al pari di un vecchio amico, e mi ringraziò anche se non mi sarei dovuto disturbare. Come avevo immaginato la sua era una bella casa signorile, molto signorile ed elegante, anche l’arredamento era di un gusto raffinato; una vera reggia. Lei era veramente in splendida forma e mi fece accomodare in salotto ansiosa di raccontarmi. Quei giorni erano stati per lei veramente, come le avevo anticipato, dei giorni speciali. Lei non aveva avuto altro pensiero che quello di pensare a sé e il tempo le era passato come un soffio tepido e sereno. Il marito stava organizzando un bellissimo viaggio da fare assieme in un posto esotico di cui ho scordato il nome già mentre me lo diceva. In quel momento era sola in casa perché lui aveva dovuto naturalmente recarsi in ufficio come al solito.
Mi confermò che aveva mantenuto il segreto sul nostro incontro, come le avevo raccomandato, e che perciò si sentiva come una bambina discola e bugiarda. Aggiunse che un po’ le era rimasto difficile perché dalla lingua le sfuggivano le parole poiché non riusciva a trattenere l’allegria e la felicità che aveva trovato. Mi offrì un caffè che fece con le sue mani in quanto aveva dato il giorno libero alla servitù e si scusò di un disordine che non c’era motivandolo con il fatto che stava già preparando le valigie. Mi confessò che era leggermente in ansia per le novità che ancora l’aspettavano soprattutto per quella giornata. Temeva per il viaggio, che la costringesse ad essere assente proprio nel momento che avrebbe suonato a quella porta la fortuna. Le dissi di stare calma e di avere fiducia in me che tutto sarebbe andato bene e che sarebbe successo nel modo più naturale che poteva immaginare.
Aveva un sorriso luminoso e talmente tante parole che non sembrava in grado di governare la pazienza e che non avesse tempo bastante per tutte. E quella voce cortese che scivolava dalle labbra lucide e rosse librandosi di tra i denti candidi che sembrava un massaggio. Rischiai di lasciarmi distrarre. La fissavo negli occhi e non riuscivo a distogliere lo sguardo. Mi disse che non sapeva proprio come ringraziarmi. Glielo spiegai io e mi fece accomodare in camera da letto. Lasciò che le facessi scivolare a terra l’abito e poi si rivelò dolce, tenera e passionale. Tra le mie braccia mi confidò che non se lo sarebbe mai aspettata e che forse ero io quel futuro che l’aspettava. Modestamente penso di essere bravo in tutto quello che faccio. Mentre il suo sguardo si stava facendo liquido e la voce le veniva a mancare si rivelò romantica e tra i sospiri le sfuggirono parole di desiderio e d’amore, ma io stavo già stringendo la presa sul suo collo. Una mano come quella, liscia e di velluto, con all’indice quel rubino naturale birmano ovale purissimo d’un rosso tanto violento da accecare, non poteva mentire sul suo destino.

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Matteo disse solo: “Sai? Parto.” La sua voce si accarezzava cercando indulgenza. Un sussurro che si riverbera. Alzò gl’occhi ma questi tentarono di fuggire. Poi tacque proprio come chi fruga in sé cercando le parole; chi deve eppure dire. Indugiava.
Fu Roberto a violare il silenzio: “Tutti ci portiamo dentro una grande speranza di disperazione e non come desiderio aneliamo nelle cose il pianto, per poterne dare sfogo. Per darne corpo; o più semplicemente ragione“. – particolare: gl’occhi. Opachi. Senza riflessi. – “Attraverso quasi impercettibili flash fatti di granate. Non la disperazione, certo, della tragicità ma solo quella dei piccoli gesti. Quasi smorfie nei bimbi. Cantilene. Sottili sfumature. Non come espiazione; tutt’altro. C’é un senso molto carnale in ciò anche se libero da eccitazione. Quando si lasca l’istinto; la forza del dolore diventa aspirazione. Come sogno. Sete. Tutto il resto é falso. Balle. Belle e buone“.
Gl’occhi tornarono a posarsi sul foglio. A chiedere una pausa. Il percorso degl’occhi seguì l’attenzione delle dita sulla carta. Le dita tracciarono lente simmetrie. La voce rispose bassa, di pancia; apparentemente composta: “E’ tempo di partire. Dispiace. Parlarne fa male. Ma faresti bene a seguirmi. Mi è costato molto decidere. Ehm! Si lascia… sempre… Anche se lacerante, non derogabile. Eppure non é questione di radici. Viticci. Edera. Non é questo. Non voglio. Non chiedo: Perché giustificare? Lenisce (o é utile a) qualcosa? Siamo eterotrofi. Viviamo di ciò; in ciò. Niente in realtà spezziamo. Come scia di lumache. Ci impastano la parola i linguaggi detti. Espropriazione; infondo. Quotidianità. Copione. Tutto il resto appare come eretismo. Ma in realtà non sono che piccoli, fragili fosfeni. Non siamo diversi; non siamo più maturi. Solo il tempo ci muta torno. Riflessi! Ricordi si compongono piano piano; solo come memoria. Così non si lascia mai. Addio é una parola troppo grossa. Non una sospensione ma una frattura definitiva. Appunto il frantumare realtà in ricordi. Forse anche un basta. Traslare. Di ciò può restare rammarico. Ma contrarietà non perdita. Io non giudico. Né questo chiedo, né questo chiedi. Siamo carne e la carne dolora. Le bugie del dubbio la ulcerano; la irritano. Ma nel piano reale (superficie asettica) contano in noi i gesti. Rifrazione“.
E disse questo ben sapendo che la vita altro non era che l’enorme ingranaggio della metafora. Così non erano ne ciò che mostravano, ne ciò che volevano mostrare; ormai, forse, nemmeno quello che si specchiavano. E quasi fingendo disprezzo lo vedeva già farsi poco più che un riverbero: disfarsi.
Non é una semplificazione. Forse non é neanche questo. Sono rimasto deluso. Per me é importante. In realtà non fuggo. Non sono mai fuggito. Per incapacità. Per vizio. Un guaito é un guaito. Se il bagaglio é pronto perché parlarne? Convenzione? Altri itinerari, con gl’occhi, ho seguito. Di più le parole avrebbero forse potuto? Petulanti. Niente saprà tradirci. Senza scelte. Senza giudizi. Senza rancori. Forse non si sceglie mai; in verità. Le strade altro non sono: percorsi. Da noi percosse. Analogie. Il mito ha un che di tragico; che non rifiutiamo. Pigrizia? Paura? Il viaggio. Io sono e così vivo. Ma perché io? Non temiamo tracce. Al di là di qualsiasi processo di lettura.”
Mentre rimase a fissare la luna Matteo si allontanò per fumare e si appartò a pisciare.¹


1] 10.04.1991

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Rita era nata puttana. Non perché a lei piacesse farlo cioè a lei piaceva ma come le altre. E poi si sa che così sono uomini anche i brutti. E non c’entrano i sentimenti e la passione o la simpatia. Lei lo aveva sempre saputo. Aveva provato anche a fare la parrucchiera. Non era per lei. Aveva finito per litigare con la padrona e mollare là tutto. Per quella stupida donna che pretendeva che gli togliesse vent’anni con una messainpiega. Quella si era puttana perché gli piaceva e troppo. Aveva provato anche in fabbrica; troppo duro il pane. E poi la notte non è notte se non la passi nel letto. Che c’è chi pensa… invece è un lavoro come un altro, e anche più duro. E si incontra gente strana e a volte molto strana. Ricordava Mary che l’avevano trovata dietro un fascio di sterpaglie. Lei si faceva chiamare Susan; come Susan dei marinai. E di Mary avevano detto: “E’ solo una puttana”. La prima era stata strana; avrebbe voluto almeno che lui fosse carino. Non era stato così e non aveva molto da ricordare. Quello nemmeno l’aveva capito e gli aveva chiesto anche meno delle altre. Andava al lido di Ostia dove vanno le puttane ma non solo loro e non solo lì. Cosa poteva fare se l’avevano chiamata SantaRitadaCassia; e lei con gli amici diceva: Si! SantaRitadel…

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Si era calata il cappuccio sulla testa e si era mescolata alla folla. Non voleva mancare. Aveva aspettato tanto quel momento; cinquantun anni. Anche a contarli sulle dita sono più di tanti; sono troppi. Ma in fondo aveva continuato a vivere solo per quel momento. Si era limitata a contare i minuti. No! ad essere onesti nel mezzo c’era stato Tom; e poi la vita è sempre una cosa da vivere. E lei ne aveva vissute di vite. Aveva amato. Aveva odiato. Aveva avuto momenti migliori di altri. Aveva amato. Ogni volta era stata l’ultima. Non c’è un sentimento più forte dell’odio. Ciò che non era stata capace era dimenticare. Ora lo guardava il suo disprezzo. Non poteva provare pietà. Non per quell’uomo. Non per William Hamleigh. Sarebbe morto come aveva meritato di morire: da verme.
Prima dell’attimo di silenzio c’è chi grida. C’è chi sputa. C’è chi tira quello che gli capita in mano. C’è chi è venuto da lontano. Il piscio gli bagnava la veste. Come tutti quelli anche lui aveva il coraggio della paura altrui. Lo aveva sentito dire che si muore così. Che davanti alla signora molti perdevano il controllo; la dignità. A che gli sarebbe servita? Veramente lei l’aveva sempre saputo. Come non aveva mai avuto alcun dubbio su questo appuntamento. Ora eccolo lì. Nella piazza di Kingsbridge. Ancora un attimo. Pronto a penzolare lui dalla corda. In realtà la storia, per quanto attenta, mai avrebbe potuto stabilire se fosse stato colpevole di quella colpa. Per lei non cambiava. La sua colpa era di essere vissuto. La sua volpa gli era venuta al momento della nascita. Era un mondo destinato a morire. Non avrebbe visto quello nuovo. Non aveva abbastanza pazienza. E sapeva che dopo sarebbe stata soddisfatta, ormai stanca. Sarebbe andata anche lei al suo appuntamento.
Ma lui la scorse tra la folla. Non aveva mai dimenticato quella faccia. Ormai tutto era perduto eppure non riuscì a non aggiungere terrore al terrore. Nemmeno in quel momento. Ora sapeva che chi muore muore da solo. Gli occhi di quella donna, di Ellen, gli passavano le carni. Ora ne era certo: era una strega. E quegli occhi, che non era mai riuscito a sostenere, ridevano. Ridevano senza cambiarle il volto. Ridevano di una luce sinistra. Si era preso tutto. Tutto gli apparteneva. Non c’era nessuna morale in quello che gli succedeva. Non c’era un dio. Un dio avrebbe capito. Era lui la legge. Lo era allora. Cosa succedeva. Una legge lo condannava. Chi erano quelli? Non voleva morire. Ora capiva il terrore su quelle facce. Cosa cambiava. Erano solo villani. Erano il niente. Solo bestie. Lei lo guardò ancora una volta, per l’ultima smorfia di terrore e di vita, per capire quello che aveva sempre saputo: perdonare è una fatica inutile.¹


1] Personaggi da I pilastri della terra.

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Me ne sono accorto subito. Come facevo a saperlo. Ho provato a chiamarla, inutilmente. Poi ho cercato di raggiungerla portandomela dietro. Pesava in modo incredibile, nemmeno a provarci. Sono riuscito a stento a sollevarla. Allora l’ho inseguita tentando di riscuotere la sua attenzione: “Signorina! signorina”! Quando è stata costretta a voltarsi mi ha guardato con occhi che non credevo, avevano del malanimo. Le ho ripetuto, col fiato che mi rimaneva, “Guardi che ha scordato la valigia.” –e con il dito indicavo dove era rimasta. Era enorme. Una vecchia valigia rettangolare che i passeggeri erano costretti a passarci al lato per evitarla. Di quelle rigide. Gonfia. Era anche un pericolo. Qualcuno distratto prima o dopo ci avrebbe sicuramente inciampato.
Subito dopo non un attimo di smarrimento né di sorpresa. Sembrava come rassegnata ad una notizia annunciata. Si è voltata per seguirmi. Certo mi sarei aspettato una reazione del tutto diversa. Magari un po’ di gratitudine o almeno della cortesia. Bastava un semplice grazie. Invero nemmeno quello, ma quel po’. La mia era meno che una semplice cortesia. Il gesto che ti viene spontaneo verso tutti, anche per una persona che non conosci; anche se fosse stata meno carina che di spalle non avevo una idea certa. Invece quegli occhi che mi confidavano così erano due occhi che partecipavano ad un volto luminoso, pieno di un suo fascino. Solo davanti a quegli occhi avevo guardato meglio tutto il resto. E’ strano come a volte le cose possono apparire diverse a seconda del punto di vista dal quale si guardano. Nel suo piccolo era una creatura deliziosa, a prescindere dal rifiuto nei miei confronti espresso dal tono della voce. Eppure non avevo mai avuto modo di incrociarla. Di questo ne ero certo.
Senza la fretta mi sono mostrato disposto ad aiutare per trasportarla. Non era una cosa che mi sembrava potesse affrontare da sola. Mi domando come avesse fatto. Per questo, e solo per questo, le avevo chiesto, nonostante tutto, dove doveva andare. Nel frattempo, nel mentre i suoi occhi calmavano le emozioni, cercavo con un sorriso di rubarle un sorriso. Sì! mi chiedevo come una donna tanto minuta, e carina, potesse trascinarsi dietro un simile fardello. Poi, quando tutto sembrava volgere al meglio, improvvisamente le pupille le si erano gonfiate e riempite di lacrime silenziose. A quel punto mi sono sentito disarmato; disarmato e completamente preso alla sprovvista. L’istinto mi dettava di stringerla tra le braccia; naturalmente mi trattenni. Sono quelli i momenti in cui mi sento inadeguato. Con fatica cercava di soffocare i singulti che la facevano rabbrividire e le interrompevano il respiro facendole tremare il petto. Un seno che, anche se contenuto, si mostrava fiero di un suo non troppo celato orgoglio tendendo la maglietta sottile di un azzurro che sembrava rubato da quegli stessi occhi. Se l’aveva scelta con distrazione quella era stata una scelta che si armonizzava con tutta la sua persona: una scelta azzeccata.
Bazzico spesso intorno e dentro le stazioni. Sono posti in cui è facile trovare le occasioni. Qualcuno che parte; qualcuno che arriva sperso e disarmato, guardandosi torno o dentro un cartina della città; qualcuno immobile agli avvisi delle percorrenze, in difficoltà. Sovente è grazie a quell’aria da ultima spiaggia, da addio che saluta una partenza o altro, che è facile intrecciare un incontro. Far nascere una nuova conoscenza. Devo ammetterlo che spesso è stata una semplice distrazione, qualche volta mi sono trovato a fare semplicemente da guida, come si dice da baedeker, ma qualche volta, e non di raro, le persone che ho accompagnato si sono mostrate gentili e si sono sentite in dovere di ricompensare la mia disponibilità. Nel caso so parlare abbastanza correttamente tre lingue. Altre volte nemmeno quello, nemmeno il pretesto della visita alla nostra bella città, solo due passi. Incontri senza pretese e senza troppe domande. Sconosciute che, anche dopo averle conosciute piuttosto bene, erano tornate di buon grado ad essere sconosciute. Senza la minima lamentela né il minimo rimorso. Solo con quella Amélie avevo dovuto essere deciso. Nonostante quella erre un po’ francese e molto intrigante con la quale mi spiegava che era perché lei viaggiava molto, cioè spesso. Non perché non le credessi, ma quelle dovevano rimanere storie destinate a non durare né a portare troppi ricordi. S’era detta anche disposta ad essere molto generosa, o almeno lo aveva lasciato intendere, ma non potevo comunque derogare ai miei principi anche se forse era solo perché era una hostess.
Solitamente non mi sono mai trovato in un momento di imbarazzo, tranne con lei, e con quella Mania. Era una donna molto raffinata di origine Bulgara, Mania, ma parlava un italiano pressoché perfetto. Mi ha confidato, in un momento di affettuosità, che portava il nome della nonna e che quella nonna era stata una famosa attrice nel suo paese. Forse però io e lei non ci siamo completamente capiti perché dopo ha lasciato la stanza da pagare e mi ha chiesto anche dei soldi. Non che lo pretenda un obbligo ricompensare le mie, per così dire, “prestazioni” monetizzandole; a volte mi accontento anche di un piccolo regalino a scelta della mia ospite, ma non ho mai avuto comunque l’intenzione di essere io a pagare, per una donna. Ho avuto dei dubbi se inserirla nella mia speciale classifica, ma non vorrei parlare troppo di me, o dare l’impressione di volerlo fare in modo lusinghiero.
Col mio lavoro sono sempre per la strada. Non è facile ma in fondo mi piace. Non saprei restare chiuso in un ufficio. Ho anzi una certa avversione per quei lumaconi. Che trovano tutto già fatto. Al calduccio. In verità quel pomeriggio sarei dovuto passare da un cliente. Mi sono ripetuto che se non ci si diverte di tanto in tanto prima dei quarant’anni… e ai quaranta ormai non mancavano che un paio di misere settimane. Avevo avvisato Cesara che non sapevo quanto sarei potuto tornare. Lei ci era ormai abituata, con il mio lavoro. Dovevo darmi però una regolata: finivo sempre più spesso dentro una stazione. Ma anche lei, santa donna. Ma lei dormiva ancora quando mi sono alzato. E poi era iniziata male. Il primo mi aveva data buca. Quando una giornata comincia storta. Inutile sfidare la sorte. Il buon giorno si vede dal mattino. E’ nella mia filosofia. Anche il morale finisce per finire sotto i tacchi. In qualsiasi altro momento avrei allungato la mano per presentarmi e chiederle il nome, non con lei. Mi rendevo conto che tutto ciò mi aveva imbarazzato. E ancora non sapevo se partiva o arrivava.
Mi son sentito in dovere di offrirmi per invitarla a prendere un caffè. Lei mi ha preso sottobraccio per seguirmi senza dir nulla; decisa a accondiscendere quel mio desiderio. Non mi sono mai piaciuti i bar delle stazioni. Il caffè solitamente è pessimo e non paiono mai troppo puliti. Per non parlare del vociare. Mi sono quindi diretto verso l’uscita e lei ha continuato a seguirmi come completamente priva di volontà. Guardava gli altri e davanti. Ho pensato al bar dell’albergo Romagna perché è lì a due passi e perché si presenta molto bene. Nessuna ha mai avuto modo di lagnarsene e anche quando ho mandato un cliente è stato trattato bene e me ne è stato grato. Inoltre si riforniscono da una pasticceria che è una delle migliori della città. Per quei pochi passi sentivo già il braccio stanco. Lei, gentile, mi ha chiesto se non era troppo disturbo per me accennando al bagaglio. Non avrei potuto che risponderle con gentilezza che non mi era di peso. In verità ad ogni passo sembrava farsi più pesante. Lei non era una di molte parole, almeno non lo sembrava. Appena dentro mi aveva chiesto permesso per andare alla toilette. Dopo un po’ ho avuto il sospetto che non l’avrei rivista. Invece s’era anche scusata di quel ritardo. Aveva provveduto a sistemarsi il trucco cancellando gli impercettibili segni di quel suo incredibile e improvviso ingiustificato pianto. Sembrava comunque che tutto fosse scordato.
Come avevo previsto non mi era di molto aiuto. Dovevo essere io a tenere viva la conversazione, non che la cosa mi rendesse una particolare fatica. So come comportarmi in simili situazioni. E lei non rifiutava il dialogo, rispondeva con una crescente naturalezza, soltanto non introduceva mai di sua iniziativa un argomento. Parlavo di me e della città. Non volevo chiedere e non sapevo il suo rapporto con il posto. Decisi di parlarle come fosse in visita. Avevo anche notato che non era interessata all’andamento dei mercati né di poesia. Non sembrava una troppo attenta alla moda. Anche le bizzarrie del tempo possono offrire i loro argomenti. In tanto arrivò il caffè e lei si lasciò distrarre dal suo aroma e dai gesti abituali. Quando la vidi tremare le fermai la mano nella mia. Lei non si scostò. Lo interpretai se non come un incoraggiamento o una disponibilità almeno come una ritrovata tranquillità. I suoi occhi non fuggivano i miei e il suo linguaggio era quello di una lingua perfettamente composta. Le mani non erano particolarmente sollecitate nel gesticolare ancorché trattenute nelle mie. Poi gliele lasciai. Comunque si mostrava abbastanza attenta e interessata. Un paio di volte ha risposto immediatamente al mio sorriso. Altre ha impiegato solo un attimo in più di fatica. Intanto le dicevo quanto profondamente amavo e conoscevo quella città e come mi sarebbe piaciuto farle vedere quei posti che muovevano in me particolari emozioni. Non era sua abitudine interrompere. Continuavo a chiedermi se e quanto poteva essere interessata dai miei argomenti. Parlando mi distrassi. Sono così attaccato ai miei posti.
Non me la sentivo sfuggire ma nemmeno percepivo di aver fatto veramente breccia nel suo interesse. Era come passiva. Una perfetta ascoltatrice ma nulla di più. Fuori la luce perdeva di luminosità. Io non avevo fretta e lei non né mostrava. Probabilmente nessuno aspettava nemmeno lei. Tornai ad immergere lo sguardo in quella maglia azzurra. Non mi diedi fatica nel farmene scorgere, anzi cercai di richiamare la sua attenzione sull’interesse che destava in me. Lei pareva continuare a non volersene accorgere. Come se stesse solo lottando per non ricordare un’idea che testardamente spingeva per venire a galla. Mi chiesi se non fuggisse da qualcosa. Sono quelle le donne più interessanti e più appassionate. Alla fine anche le prede più facili. Avrei potuto cancellare ogni sua apprensione tra le mie braccia. A volte è così poco quello che chiedono. E in cui si accontentano di illudersi. Mi domandai se era di quelle che voleva sentirsi parlare di amore. Il pensiero mi parve buffo e trattenni a stento che mi sfuggisse una piccola risata. Tornai a controllarla. Mi parve ancora più fragile di quanto mi era parsa fino ad allora; quasi una ragazzina. Forse era proprio di quelle. Forse era proprio di quelle che non pretendono di crederci o di illudersi ma che ne hanno bisogno di una giustificazione; come un salvacondotto; come un doveroso tributo e prologo. Apprezzai come nel tempo passato in bagno avesse fatto un buon lavoro e il suo trucco fosse tornato perfetto e accurato. Non era molto ma il giusto per far risaltare la delicatezza dei suoi lineamenti. Non c’era nulla di volgare in lei, ma non si può mai sapere. A volte sono proprio quelle come lei… Controllo l’orologio e mi accorgo che si sta facendo tardi. “Un altro caffè? Magari, poi, se ti va, un cinema”?
Lei si aggiusta la gonna sulle ginocchia. Si guarda intorno cercando sguardi negli occhi degli altri avventori; come se fosse, per qualche motivo, interessata alla loro opinione. Mette il piede storto come per un passo distratto su quei tacchi così alti. Non me ne ero reso conto o almeno non quanto fossero sottili e pericolosi. Nessuno mostrava di conoscerla o interesse a noi. Nessuno tranne quello sullo sgabello. Certo quello al banco non faceva mistero di aver notato gli occhi che si portava appresso e di trovarli di interesse. Me ne ero accorto che era un po’ che le teneva l’attenzione addosso. Avevo il sospetto che quella valigia che si trascinava dietro avesse ancor più importanza in quel nostro incontro. Lei fece per parlare ma non disse nulla. Il suo silenzio era privo di pensieri. Aspettò ancora un po’ solo guardandomi. Forse stava giudicandomi. Stavo quasi per cercare una giustificazione. Alla fine, dopo quella infinita pausa, come se avesse avuto modo di riflettere, ha abbassato gli occhi. “A che servirebbe? A nulla. Inutile girare attorno alle cose; mentirsi. Tanto sappiamo come andrà a finire. E finirà che ti dirò di sì; ed è solo quello che tu vuoi. Non quello che vogliamo ma quello che vuoi. Allora è meglio non pensarci più e che saliamo adesso. Ti spiace chiedere della camera”?
Non ero certo di aver compreso tutto e quella sua filosofia ma di certo non mi dispiaceva. Non succede sempre ma succede. E quando succede è meglio essere pronti. Non mi infastidiscono le cose spicce. Invece a volte rimpiango il troppo tempo perso. La recita. La cerimonia. Ho guardato l’orologio. Non avevo cuore di chiederle di sistemare la stanza prima. Si era alzata appena mi ero alzato e non aveva fatto nulla per mettersi in mostra né per passare inosservata. Non come le altre. Non mi aveva preso sottobraccio né aveva provato ad accompagnarmi tenendosi a debita distanza. Semplicemente mi aveva seguito comminando al mio fianco. Al ricevimento ormai mi conoscono e il portiere mi ha fatto un sorriso e ha strizzato l’occhio. Era d’accordo con me che quella era una preda carina. Naturalmente non ha avuto bisogno di documenti. Ho chiesto se per il momento potevamo lasciare lì la valigia, che poi saremmo passati a prenderla. Poi l’avevo raggiunta; lei si era fermata davanti all’ascensore. Appena dentro ho provato a baciarla ma lei si è staccata. “Hai visto anche quello al banco”? Non ero certo di capirci qualcosa ma lei mi cominciava ad intrigare ancor più. Mi controllai allo specchio e sistemai il nodo sul colletto. Lei ebbe un impercettibile accenno di sorriso avendo notato quella mia vanità, come ne fosse lusingata. Appena in camera ho chiuso le finestre e accostato le tende; lei si stava già spogliando. Mi sono infilato sotto e mentre aspettavo di averla tra le braccia non ho potuto trattenere la curiosità che mi era rimasta. “Ma perché le lacrime di prima”?
Tu non mi conosci e io non ti conosco. Probabilmente non avremo modo di incontrarci una seconda volta. –intanto che faceva cadere la gonna restando in controluce e mi guardava senza bisogno di pudore– Non credo che tu me lo chiederai né io ho voglia che tu lo faccia. E’ sempre stata così. Ho un uomo che mi ama e un marito. –avevo notato la sottile fede al dito, nulla di impegnativo, una vera sottile che avevo pensato avrebbe dato meno problemi all’incontro– Non amo questo amore. E’ come un destino. Come se qualcuno mi avesse scritto una parte alla quale non posso sottrarmi. Ho questi occhi e questo corpo da portarmi. E come se non bastasse… Quella che volevi aiutarmi a trasportare, e che non mi hai lasciato perdere, ma non mi puoi aiutare, è la valigia dei miei ricordi. Come hai sentito il suo peso è ormai insopportabile e tra un po’, non lo dico per te, avrò questo altro da aggiungere. Vorrei poterla scordare ma come hai potuto vedere pare non sia possibile. C’è sempre qualcuno pronto a chiamarmi indietro, a rammentarmi che non ci si può lasciare dietro nulla”.

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