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Posts Tagged ‘destra’

Voi la Crisi, Noi la Speranza - Genova 2001-2011Insomma la folla riempie la piazza per andare a veder giustiziare il tiranno ma anche il brigante, allo stesso modo, gridando la proprio rabbia, la propria indignazione. Vorrei ascoltare la piazza senza farne un mito perché la piazza è sempre polifonica e facile preda di tribuni improvvisati quanto temporanei. Allora guardo la pazza (oggi) e non sono certo che su di essa vi si possa costruire un progetto politico. Certo politiche e partiti sono, ancor più oggi e lo sono sempre stati, concetti ben distinti. Al di là di ogni dubbio se ne deve tener conto. Mi chiedo se siano anche superati i concetti di sinistra e destra. Resisto e continuo a non crederlo.
E’ bene ricapitolare alcune cose. Memori delle piazze del ’68 sappiamo che non c’è una piazza univoca con un unico progetto, e soprattutto che la piazza è sempre minoranza. Inoltre, come detto, abbiamo visto la novità nel dopoguerra di una piazza occupata da forze conservatrici a sostegno del governo. Inutile dire che vi è una piazza ancora più allarmante, quella della lega i cui leaders professano anche idee esplicitamente reazionarie e razziste costituendo una nuova virulenta destra destabilizzante. Sopravvive una limitata destra che si richiama al fascismo e al nazismo ma questa sceglie la piazza solo in modo antagonista. Il problema resta la crisi di rappresentatività dei partiti che dopo i “partiti di massa” hanno portato la politica verso la “partitocrazia”, ma anche questo è già stato sottolineato, in una forma di parlamentarismo forte. La politica diventa a questo punto unicamente privilegio e casta. Si così invece al superamento, fin troppo rimandato, del soggetto, o oggetto, Partito. Del partito come catalizzatore di consensi. Ma non abbiamo ancora una alternativa e viviamo di una democrazia partecipata, limitatamente, di delega, anch’essa ormai sottratta al cittadino.
Pensare di portare in piazza chi non è mai andato in piazza, e al massimo assiste dalle finestre, mi sembra quasi utopia. Costruire quella piazza, tanto richiesta, interclassista mi pare allo stesso modo una pura denuncia di intenti. Forse dovremmo parlare di soggetto politico neutro più che di classe giacchè è il concetto di classe forse il termine più obsoleto nella lettura attuale dei fatti. Si può parlare di blocchi sociale ma non credo sia ancora sostenibile con la stessa forza quello di classe.
Concludo questo mio piccolo e modesto intervento sottolineando che sono spaventato da alcune proposte recenti, soprattutto la regolamentazione delle primarie. Mi sembra una forzatura e un grave attacco alla libertà. Vanno ad incidere nell’organizzazione interna dei partiti. Si continua cioè il tentativo di togliere progressivamente ancora sovranità e autonomia ai cittadini in un processo di asservimento, per renderli ancor più sudditi. Ed è ancora più inverosimile che il progetto esca da una forza politica che è nata senza alcun strumento veramente partecipativo e democratico al suo interno. Cioè in una forma di cortigianeria attorno ad una autoespressa sovranità. Ma è su differenti piazze che dovremo tornare a pensare.

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Uno dei logo dei referendum 2011Torno da quella piazza; dalla Piazza. Non ho domande, tantomeno dubbi. Mentre si stanno preparando altre piazze. E forse sono state mentre questo post aspetta la luce. Non è una provocazione. E’ solo il tempo per pensare a dopo. Ed è già dopo. E mi scrive un amico (ponterosso2010). Non posso evitare di farlo. Di cercare di mettere ordine nelle mie sensazioni. Nel mio girovagare tra l’oggi e il passato. Nel tentativo di spingermi oltre. Allora torno su quella piazza dei “4 Sì”. Torno a chiedermi cos’è successo. Soprattutto cosa succederà.
Io che sono uomo di unione, non di divisione, ma di parte, mi sento però il dovere di una prima precisazione. E’ quella la piazza della rete, di facebook? E’ quella la piazza dei comitati? Se questo è vero come è vero è solo un primo punto di incontro. Qualcuno è salito sul palco e si è proclamato rappresentante della vittoria. Proprio in quanto comitati sono questi una figura multipla. Non hanno una soggettività definita. Lui non mi rappresentava. Io non sono partito, non sono comitato. Io ho, come detto, partecipato e festeggiato. E il mio è stato un voto politico. Non mi nascondo dietro un dito. Una banalità. Non faccio demagogia. Non cerco sotterfugi. Non un voto di partito o di sindacato. Nessuna simile adesione. Ma un voto politico proprio perché espresso contro alcune leggi di questo governo e di questo paese. E del governo oggi al governo. Per un governo e un Paese diversi. Io sono comunista. E’ vero che la politica (quella di ieri, almeno) non ha tutte le risposte, ma resto comunista e antifascista. Io credo che il bene comune, la difesa dell’ambiente, l’uguaglianza e la libertà (come quella dello stesso mezzo) siano (o debbano diventare) patrimonio di tutti e progetto della sinistra. Di una sinistra nuova; magari che non scordi però il passato. Di una sinistra UNA. Partendo da questo io decisamente ho vinto; ai referendum. Al di fuori di ogni dubbio. Chi perderà domani sono quelli che credono di poter dire che sono loro che rappresentano quel voto. La pluralità. E chi lavora per dividere. E non si voglia che trascinino tutti nella loro sconfitta.
Però dopo quel voto sarebbe tempo di ripartire dall’inizio. Di misurarsi con la realtà. Non possiamo aver paura della piazza. La piazza non è un posto di mediazione. E’ un posto di frontiera. E’ il posto degli estremi. E’ però un posto dove si esprimono le ansie e le istanze della “folla”. Cosa possiamo fare perché le giuste “esigenze”, le ottime sensazioni, non finiscano gestite dalla conservazione quando non dalla reazione? Come si dice con un cattivo modo di esprimersi per “incanalarle”, possibilmente, verso un progetto. La piazza nel “ventennio” (brutto periodare), che speriamo volga alla conclusione, ha mostrato una novità: quando la sinistra è scesa in piazza (come dice il titolo) l’ha trovata occupata. Vi si radunavano (soprattutto) le forze a sostegno del “governo”. In verità questa politica è stata fatta attraverso forme stranamente referendarie. O meglio plebiscitarie. Slogan a cui l’elettore era chiamato a dare il suo assenso.
Oggi paghiamo un’idea un po’ ottocentesca della politica per scoprire che la politica da tempo non parla di Politica. E che la politica deve imparare ad ascoltare. Abbiamo allora anche classificato ogni forma di differenza, non solo di conservazione ma anche di progressismo (pessimo termine) e persino di leggero dissenso, annoverandola tra i fascismi. In questo momento si cerca di omogeneizzare tutto mettendo tutto sullo stesso piano. Il male non è nei termini ma è impossibile assimilare progetti di società diametralmente opposti. Destra e sinistra non saranno mai la stessa cosa. Ma andiamo con un minimo di ordine perché c’è una profonda e lontana carenza di analisi. Ad un attento esame, con proiezione ampia, quella piazza occupata non è una novità, ma una banalità. Tutti i regimi plebiscitari e dittatoriali hanno occupato e occupano la piazza negandola a qualsiasi dissenso (oggi la piazza è anche media, rete, virtuale in genere). Il regnante ha sempre mostrato il proprio consenso in grandi spettacoli di folle. La novità è vedere noi, la sinistra, il dissenso, la disobbedienza tornare e guardare lo spazio Piazza come con aria stranita; da stranieri. Così è stato dopo i referendum, così era stato dopo “Se non ora quando?”. Mi soffermo a dire che dovremmo ringraziare le donne per la scossa che hanno dato ad una politica in stato comatoso. La lezione è che sono sempre molti, e a volte troppi, i vincitori. Chi su quel palco si è preso il merito della vittoria non aveva diritto di arrogarsi la rappresentatività di un popolo non omogeneo. Non era i comitati e il mio impegno era stato dato senza comitati, al di fuori, in assenza, oltre.
Allora, nei miei vent’anni, si era espresso un grande movimento di critica al sistema dei partiti di massa. Si è poi verificato il fallimento dell’assemblearismo. Nel frattempo tutto è cambiato e quella critica è superata, figuriamoci quella marxiana quando entra nei dettagli. Dovremmo riscoprire Marx e ripartire da lui guardando l’oggi come lui stesso farebbe. Il punto non è più il capitale, diventa difficile indicare l’avversario di classe nel padrone (e i suoi sgherri) quando il capitale è stato sostituito dalla finanza, e lo stato ormai completamente dal mercato. Abbiamo bisogno di nuovi strumenti per affondare i denti della critica e di un progetto nella realtà. Troveremo questi strumenti dentro quelle Piazze? La risposta deve ancora essere nemmeno accennata. Quello che è certo che al sistema dei “partiti di massa” si è sostituita una condizione sociale basata sulla “partitocrazia”. L’accesso alla politica (come delle notizie in una speranza di libera informazione) da parte della gente si è ristretto. Credo si debba comunque cominciare a pensare a Partiti di stampo nuovo o a contenitori nuovi che vadano oltre questa “forma partito” conosciuta oggi dove tutti sembrano uguali e non c’è margine di cambiamento.
E’ pur vero che espressioni tipicamente di destra e populiste si avvalgono in gran parte di una sostanziale base di sinistra, ma questo è un altro discorso. La rete non è posto adatto ad allungare il brodo. La rete cerca risposte facili, rapide, sintetiche. Ma questo è solo l’inizio. Così, consapevole di aver già parlato troppo, qui mi fermo, ma mi fermo ripromettendomi di tornare.

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Io ve lo consiglio, anzi: andate a leggerlo. Non potete perderlo.

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Ancora una volta un grande post.

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Superbo pezzo Galatea.

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Noi siamo noi. Ognuno non riesce che ad essere sé stesso. Magari molti sé stesso. Si taglia barba e baffi, si fa la ceretta, si cambia d’abito e poi, davanti allo specchio, si accorge che è sempre lo stesso; appunto. Io sono nato di sinistra e anche se cercassi non riuscirei ad essere altro. Io mi lascio toccare, sfiorare, dell’essere degli altri, dai loro problemi. No! fumatore professionista lo sono diventato, in seguito. Riesco a riempirmi la testa di sogni e poi corro loro dietro cercando, e spesso riuscendo, a farli diventare realtà. Ora anche questo. Forse il più difficile e pazzo. Credo che le cose possano cambiare. Magari in piccolo. Magari cominciando dalla mia piccola realtà. Io… Mi… ma basta! mica sono qui, oggi, per parlare di me.
Volevo parlare di Lei. Lei è diventata grande restando piccola. Lei ha imparato a fare alcune cose, se l’è inventate senza remore, e le fa bene. Ha fatto la giornalista, fa l’insegnante e la blogger, sarebbe un’ottima sindaco. Dov’è il problema? Non c’è nessun problema: si accettano scommesse. Facciamo la storia. Per la prima volta a Spinola un sindaco donna, giovane, intelligente e colto; infatti Lei sa leggere. Ogni una delle cose è una novità in assoluto. Ma, c’è sempre un ma, anche se piccolo, per quanto piccolo, per ora si fa intervistare, si presenta con una camicetta elegante, anche bella, per il poco che si distingue, e nude-look, credo si dica così, eppure quel look dovrebbe voler dire, per quel poco di inglese che so, “vedere”, “osservare”, e non c’è nulla da vedere, osservare. Solo Gerardo, con la sua libido estrema, la sua monocorde fantasia, riesce a vedere, a immaginare; se ne starà ancora fantasticando. Ritiro tutto, questo non dovevo dirlo. Che poi non è nemmeno del tutto vero. C’è del buono giusto dove dovrebbe esserci, dove ti aspetti di trovarlo. In questo ha ragione lui, il Gerardo. Gliene devo dare atto. Già! ma Lei si dipinge (per vera o ben recitata modestia) peggio di com’è. E pensa sempre che Le manchi qualcosa. Comunque, non è questo il punto, probabilmente tornerà a farlo, anche la giornalista, e qui arriva il ma: giornalista è rimasta. Arriva tutta in punta di penna, acchittata, direbbero a Roma, non un capello fuori posto, che poi è facile, bella forza, li porta corti da allora, basta una passata di rastrello, poco trucco misurato, tanto non ha bisogno di molto per essere carina, e dalla borsa estrae subito taccuino e penna. Parla, ascolta e prende appunti e ti senti come in presenza di una giornalista, anche se è lì per candidarsi a candidato sindaco. Irrigidisce persino il busto per essere perfetta per la parte. Tira il collo, anche per sentirsi più alta, meno piccola, insomma è molto giornalista-insegnante anche se si limita nel correggere gli strafalcioni che nell’impeto mi escono di bocca. La guardo e ricollego il cervello alla voce, almeno cerco di farlo. Vedi mai che mi boccia anche da… non so cosa sono e cosa sto lì a fare, da consigliere, da suggeritore, da imbonitore, da ciarlatano, da amico, da uno che non riesci a toglierti dai piedi, da sognatore, da afabulatore, da vecchio zio. Cavolo scrive non lo so e mica avrò mai il coraggio di chiederlo. A cosa le può servire lo so ancora meno. Fossi Lei, si fa per dire, avrei una piramide di agendine nel cantuccio delle cose dimenticate. Sarebbe un semplice accumulare appunti che ogni giorno cancellano i precedenti e vanno a perdersi nella memoria. Comunque, come dicevo, si vede che s’è fatta le ossa come giornalista e, fossimo in un posto dove conta il merito, non dovrebbe guadagnarsi la pagnotta facendo la professoressa, anche se le piacciono entrambe le cose, e la cioccolata, e altre cose ancora. Ora non è il momento di lasciarsi a fantasticherie, illusioni o galanterie, quello che fa lo fa bene, però non piega i calzini, e non fa altre cose che possono sembrare stupide ma nello stupidario del vivere odierno non lo sono. Limitiamoci a quello che fa o che, come il sindaco, farà. Dicevo… un sindaco-giornalista-insegnante con l’agendina. Dovrei dire un candidato ma, nonostante tutto e la stupidità di cui mi sono state fornite numerose prove, non posso pensare che i miei concittadini, gli spinolenti, si lascino scappare questa grande opportunità. Anche per l’altezza non è un handicap. Non un vero handicap. Anche i “bassi” lo possono fare, il sindaco. Il seggiolone sindacale ormai è bell’e pronto. Si era anche pensato ad un sediolo da arbitro di tennis. Per le arrampicate più complesse, vedi certi maledetti sgabelli in certi maledetti bar che le arrivano all’altezza delle orecchie; s’è pensato ad un palafreniere aduso ad aiutare le amazzoni a montare a cavallo. Il primo provvedimento sarà di invitare i cittadini sopra il metro e cinquanta a camminare giù dei marciapiedi. E poi sta crescendo. Dopo essere apparsa sul Corrierone, con tutte le arie che s’è ritrovata, è cresciuta almeno di un buon paio di millimetri. E le si è gonfiato il petto. Ma ha anche i suoi lati positivi: portarla a cena costa poco; vestirla meno: basta una salvietta per farle un abito lungo.
Sarà un sindaco perfetto: chi l’ha detto che non ha i baffi.

Il volto del candidato a cui daremo presto anche un nome.

Ha da venì baffone.

Mandiamoli: anche il pesce comincia a puzzare dalla testa.

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Cari compagni
Veltroni mi ricorda la bella addormentata; perché? Cento punti a chi indovina la risposta. Non vedo un progetto di governo, ne tanto meno di sviluppo e società, da parte di questa opposizione; dov’è la novità? In questo caso la risposta vale 250 punti. I compagni dell’area dell’arcobaleno, detti anche amici antagonisti, vanno in piazza; e allora? Solo cinque miseri punti. La notizia sarebbe se andassero a prendere una pizza. Gli studenti invadono le piazze. Nessuna domanda. Solo nostalgia. Mi ricordano il sessantotto.
La Gelmini vuole chiudere la scuola pubblica. Brunetta, come economista, ci invita a investire ch’è questo il momento e spiega che lui non lo fa solo perché non ha soldi; quasi quasi organizzo una colletta per il povero microbo-ministro. Certo è facile l’ottimismo con i soldi degli altri. Brunetta, come ministro dell’innovazione o di che ne so, vuole limitare le libertà sindacali, invita alla delazione nel pubblico impiego e agli stessi controlli degli stadi. La lega propone classi separate per gli studenti (di ogni ordine e posto) diverse, per colore, per religione, per lingua, sospetto anche per credo politico. Già me li vedo stabilire quest’ultima discriminante all’interno dei nido affidati esclusivamente a suore. Però è stata (per ora) risolta la crisi dell’Alitalia con una cordata inventata dove a capo c’è chi ha credenziali ben poco rassicuranti. Il papa mette lingua anche in quel posto delle galline, ma sembra che in questo il governo attuale non c’entri. Mediaset, l’azienda del premier, vale il 40 % rispetto a poco tempo fa e Grillo invita a comprarla. Le rimanenti cattive notizie alla prossima puntata. Anche se molti compagni insistono ribadisco che, per quanto possano sembrare simili, questo centro-destradestra&sinistra non sono uguali. E non è solo una questione semantica.

Caro amico (che non leggi)
Uguale differenza (veramente maggiore) corre tra apartitico e apolitico.

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Logo del Partito Socialista Europeoscacchiera con scacchiPadova, Sheraton Hotel. Congresso regionale del Partito Socialista. Martino non ne sa di congressi. Gli ho spiegato che si fanno nei corridoi, ma beato iddio, nei corridoi dove si parla e si ascolta. Lui si trova continuamente solo e nel posto sbagliato, con la preoccupazione di scansare il barman che cerca l’ordinazione.

Nessuno se ne va o almeno i primi disertori, che cedono alla stanchezza, son pochi e lo fanno alla chetichella. Si! se ne andranno a poco a poco in sordina. Attaccano i piccoli notabili dalle rovinose rovine dei piccoli comuni. Gente senza arte ne parte. Quasi tutti col compitino scritto. Qualcuno se lo deve esser fatto scrivere dal fratello maggiore, sopravissuto all’ultima guerra, probabilmente invalido in casa. Qualcuno si spinge fino a partire dall’ottocento per sostenere… nemmeno lui sa cosa. Forse un sopravissuto orgoglio. Eppure tutti sono d’accordo con tutti; naturalmente prima dei distinguo. E’ palese che sui circa cento presenti le tesi non sono tre ma almeno, a farla breve, un centinaio.

Tutti vogliono parlare per poter un indomani, vedi mai, dire che loro c’erano. E tutti vogliono splafonare il tempo loro concesso. E’ una sorta di gara a chi cede dopo. I restanti entrano ed escono distratti. Ognuno ha a disposizione almeno cinque “concludendo“. Uno la racconta alla sua donna imperterrito per conto suo e non è certo di politica che stanno parlando tanto fittamente, il suo chiacchiericcio fastidioso è veloce quanto una mitraglia. Si giustifica che è un pacifista. A me sembrava solo un maleducato.

Qualcuno stigmatizza sulle campagne fatte. Per esempio… sul culo della D’Abbraccio, pseudonimo di Emilia Cucciniello [vedi manifesto], per i muri di Roma. Comincio a capire il richiamo d’apertura alla famosa senatrice. Infondo è la senatrice che ha “mandato per strada” la povera “attrice”. Le ha letteralmente chiuso il posto di lavoro. Si! non è stata una scelta felice. Non chiedetemi quale. Non saprei che dire. Ho una scusa pronta: mica sono socialista. Forse si sottende che mica si possono mandare, allo stesso modo, a lavorare i tromboni. Un po’ per il mondo del lavoro, un po’… insomma non l’hanno mai fatto. Sarebbe una crudeltà bella e buona. E poi è storia che le seconde linee sono peggio delle prime. Comunque lunga vita al culo della compagna D’Abbraccio.

Nel Grande Nulla qualcuno canta le esequie degli altri morti; qualcuno spiega che il partito che si deve andare a costruire è il Partito Liberale anche se potrebbero continuare a chiamarlo Partito Socialista; qualcun altro spiega che il Partito Socialista è sempre stato un po’ di sinistra e un poco di destra e per il resto, di quel che rimane, anche un poco di centro; qualcuno precisa che l’opportunismo è una spazio politico reale; qualcuno teme da Brunetta che si possa assimilare qualche presente ai fannulloni del pubblico impiego, sarebbe ingiusto perché, pur non avendo mai fatto un cazzo, loro fanno danni e la chiamano politica; qualcuno sospetta che ci si dovrebbe occupare dei problemi reali del paese; un medico spiega varie volte d’essere medico, di non aver mai fatto politica e d’essere imbarazzato a parlare davanti a De Michelis, vorrebbe soffermarsi anche sulla malasanità e allora ci legge un estratto da un articolo di giornale, forse Repubblica o forse La Padania, non lo precisa, e, a parte errori dovuti all’emozione, la cosa (e la parte) non risulta chiara.

Ci prendiamo una pausa, anche a rate il troppo è troppo. Si siede al nostro tavolo quel tale innominabile, per la privacy e per risparmiarmi ritorsioni, che per cognome si chiama proprio come quel legno duro e scuro, e pregiato, il legno, usato in ebanisteria. La sua pelle ha lo stesso colore del legno. La sua testa la stessa consistenza del legno. E’ quello che ha definito il compagno Turati uomo di destra. Vorrei alzarmi per andare a prendere un cinar, visti i prezzi non mi resta che cercare il bagno anche se non mi scappa. Lì, in bagno, si fa in fretta perché non arriva l’aria condizionata. Non so perché ma il pranzo mi sta ancora sullo stomaco ed è in numerosa compagnia.

La mozione UNO, che vorrebbe proprio, unitariamente, sostenere il compagno Nencini, decide rammaricata di non poter votare perché in provincia di Treviso i lavori congressuali non sono andati in modo adamantino. Sembra siano stati invitati solo quelli della TRE o almeno tutti o parte della UNO sono stati invitati solo a congresso concluso. I sostenitori escono dalla sala. In realtà mi alzo, io che centro come i cavoli, assieme a Martino. Così siamo in tre con Cresco. Non mi guardo indietro per paura di essere seguito.

Forse è meglio che non mi sia preso appunti, almeno la memoria dimentica qualcosa e sa essere meno cruda. L’ultima volta hanno anche fatto l’appello. Forse ce ne siamo andati prima. Anche solo assistere alla politica è una gran fatica. Difficile resistere fino in fondo. Non ho nemmeno avuto il tempo di leggere il giornale. Magari fuori, in qualche parte d’Italia, è successo qualcosa.

Rino Gaetano: Nontereggae più [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/NuntereggaePiu.mp3”%5D

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Logo del Congressoscacchiera con scacchiPadova, Sheraton Hotel. Congresso regionale del Partito Socialista.

Si aprono le danze. Sale sul “pulpitoCrema, un altro che le cose mica se le lascia dire. Come tutti è per un rinnovamento che faccia emergere una nuova e giovane generazione, tranquillizzato che la cosa è di per sé impossibile. Basta infatti un occhio alla sala per capire che può dormire sonno tranquilli almeno per il prossimo ventennio. Naturalmente come gli altri tromboni è della tre. Mi ricorda qualcosa che diceva all’incirca “rinnovamento nella continuità“. Anche lui se la prende con tutti ma difende anche tutti, compreso De Michelis, non vorrebbe mai se la fosse presa. E poi così lo lascia libero di non rispondere alla provocazione di Cresco che, da parte sua, l’aveva coinvolto.

Segue, alla faccia degli assenti (ma si sono già sistemati, loro), Vazzoler, l’ultimo dei cosiddetti grandi cioè il penultimo dei notabili (nel caso del grande cardinale anche nottambuli). Qualcosa non torna forse perché lui non lo sa. Infatti nel caso Vazzoler c’è una complicanza, oltre a non aver da dire non sa come dirlo. E’ una concessione democratica la sua appartenenza ai grandi. A chi non lo conoscesse sembrerebbe già giunta l’ora dei mediocri, dei dilettanti. Il nuovo? ma forse è il momento giusto. Fa da apripista. Subito dopo parlerà il sultano così si noterà meglio la qualità.

Infatti si alza, atteso, l’ex ministro (avete letto bene) De Michelis. E’ proprio vero che i principi curano poco la parrucca e sotto non lavano i capelli. Qualcuno osserva che pare invecchiato. A me non pare. Certo non ringiovanito. Lui non è uomo da rinnegare e per questo non lo sa, conferma tutto, compreso l’orgoglio di essere sempre stato socialista, a qualsiasi tavolo si sia seduto a cena. Si sente subito il politico che parla il linguaggio alto della politica. Non dice nulla ma lo dice bene, in modo forbito. Con i verbi e gli articoli al loro posto. Senza bisogno di suggerimenti. Non fosse per il cosa il come desterebbe tutta la mia meraviglia. Emulo di una famosa scuola di tessitori prosodianti bizantini dice tutto e tutto il contrario. Lui i grandi democristiani li ha conosciuti dal vero, mica ciccioli. Dove vuole andare a parare? Intesse la sua fitta trama. E’ d’accordo perfettamente su tutto con quanto sostenuto dal compagno Nencini. Quando avrà finito avrà dimostrato che quel Nencini ha detto solo una sfilza di cavolate che non portano da nessuna parte. Lo avrà letteralmente smontato.

Lui, il cardinale veneto, apre a qualsiasi ipotesi e non ne chiude nessuna. Fermo restando strenuo assertore della mozione TRE, si tratta del posto di lavoro mica di carabattole, non abbraccia nessuna tesi per poter sposare quella opportuna al momento opportuno. Le sue parole corrono veloci ma chete e si muovono troppo alte per i buzzurri. S’è lasciato però scappare che gli ex socialisti sono proprio ex (forse quasi senza ritorno ne clemenza per loro), ma infondo, come Brunetta, hanno conservato un comune sentire. Per tutti ci sarà un tentativo flebile di applauso, in questo caso è leggermente più convinto, i fannulloni hanno più nemici che voglia di riposare. Infondo e facile colpire un bersaglio fermo, anche se a salve; è sempre più semplice centrare un nemico esposto, ferito. Quando ha finito di parlare si capisce che il congresso sarebbe terminato e che nulla può essere cambiato, non senza la sua benedizione. Si controlla prima di quanto mi aspetti e non pronuncia l’attesa benedizione: “la messa è finita, andate in pace“.

Se non è stata tutta colpa di Boselli¹, certo Angius dev’essere uno che per portare sfiga ne porta a cariolate.

Xe caldo, xe umido, par de sofegar / e semo più in merda de sedese ani fa“².

Alberto D’Amico: Cavarte dal fredo³ [Audio http://se.mario2.googlepages.com/CavarteDalFredo.mp3%5D

Qualora, in Explorer, il suono della canzone risulti distorto potrà essere ascoltata solo attraverso il lettore residente nel Vs. PC cliccando in questo link: Cavarte dal fredo

[CONTINUA E FINISCE (non se ne poteva più) DOMANI]


1] Chi dovesse incontrarlo è pregato di ricordarsi che i Socialisti non sono giustizialisti (o si?).

2] Quando son stati beccati tutti con le mani nella marmellata.

3] Spero che il mio dialetto non renda troppo difficile seguire il testo della canzone.

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scacchiera con scacchiPadova, Sheraton Hotel. Congresso regionale del Partito Socialista. I lavori si dovrebbero aprire con la proiezione di un documentario sulla senatrice Merlin Lina. Protesta in sala, quasi una rivolta, “l’abbiamo già visto“. Poco male, si prosegue con la curatrice del filmato, una donna con una grande cesta di boccoli in testa, che ricorda la figura della senatrice Merlin Lina (quella che ha chiuso le case chiuse) mentre scorrono le immagine mute. C’è un giovane in sala e solo disinteresse. Martino osserva che “era una belladonna” e subito sullo schermo si salta di una ventina d’anni e quella è già vecchia. Le immagini scorrono mute e vedono più la curatrice, con il suo gran turbante di riccioli scuri, mentre parla dal vero, che la stessa senatrice Merlin Lina, oggetto del (fortunatamente) breve cortometraggio.

Foto di Riccardo Nencini

Poi… è lo stesso Nencini, che di nome dovrebbe fare Riccardo, anzi lo fa per certo, a presentare, per primo, la sua mozione TRE. In realtà, con quel nome, più che ricordare uno dei grandi, assomiglia ad un addetto alle onoranze funebri (forse è stato scelto proprio per questo). In verità, con calma pacata, lui traccia un profilo anche chiaro del Partito che si aspetta, e pone molti paletti; forse fin troppi. Nessun dialogo con una sinistra massimalista e antagonista, insomma con il vecchio Arcobaleno. Nessun dialogo possibile con il giustizialismo dei DiPietristi. Con il PD invece si può e si deve parlare e solo con quello. Quelli (il PD) stanno già a mangiarsi le unghie sui loro errori. Probabilmente dopo la presentazione, se non sono schiattati dalla grande emozione, staranno a toccarsi le balle.

Per la UNO prende la parola Angelo Cresco con la sua aria da tribuno e il verbo enfatico. Arringa la platea e ricorda gli errori e c’è n’ha per tutti, compresi i presenti, con una chiara dedica a De Michelis, ma si sa che tra loro non è mai corso buon sangue. Quello scorso, di sangue, deve essere stato di semplici compagni di base perché alla fine, si sa, certuni trovano sempre da sedere. Inveisce contro il vecchio e contro i tromboni (o trombati che dir si voglia) e conclude affermando che la sua idea del Partito è del tutto diversa o quasi, ma, in nome dell’unità, non avendo la sua mozione un candidato, appoggia la candidatura Nencini. Questo permette anche a Martino di scoprire chi candida.

Poi è la volta di uno della mozione DUE (ricordate? quella delle mutandine) cioè di un nessuno. Un povero diavolo, pieno di ciccia sudata che gli trabocca dalla camicia (nera). Si scusa poiché chi doveva sostenere il progetto politico ha avuto il gusto (come altri scherzosi) di nemmeno presentarsi, e così l’hanno raccattato all’ultimo. Naturalmente ci tiene a stare sul vago o cerca di farlo. Non è aduso a parlare davanti ad una platea, ma almeno ha una cosa da dire e un candidato alternativo e concordato (che sono la stessa cosa): Pia Locatelli [mestiere donna].

Dimenticavo che una delle loro parole d’ordine è: “Per una linea politica autonomista e corsara” (e questa m’è piaciuta e non è nemmeno farina del mio sacco).

Giorgio Gaber: La nave [Audio http://se.mario2.googlepages.com/Lanave.mp3%5D

N.B. in realtà qualcuno che cerca a sinistra un posto per la sinistra c’è anche da noi. Un esempio.

[CONTINUA DOMANI] Per gli altri un consiglio: andate al mare o dove volete, ma non con questa nave.

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