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Posts Tagged ‘dimostrativa’

ResistenzeSi chiamava Manlio ed era un porco. Era lungo lungo e secco, il Manlio. E ti guardava sempre come ti pigliasse per il culo. Con quella soddisfazione. Con quella insolenza irrisoria. E andava a puttane. Perché di donne per lui non ce n’eran molte. E il paese è piccolo. E gli piaceva picchiarle, alle donne. Certo non era l’unico, ma la sua faccia la ricordavo bene. Con gli uomini era solo un po’ meno coraggioso, quando era solo. E non gli piaceva molto stare da solo. Aveva sempre intorno quei suoi quattro servi. E quando siamo scesi lui era sparito. E gli altri erano sparito come lui. Per un paio d’anni non s’era più visto nei dintorni. Qualcuno aveva detto che se n’era andato in Germania. Qualcun altro in Francia. Forse non se n’era mai scappato più in là di Bergamo. Poi era tornato. Con una camicia bianca e una cravatta. Era diventato tutto casa e chiesa, un vero democrista. Come se nemmeno fosse mai stato lui. E s’è presentato per le elezioni. La stupidità non è mai troppa. E l’hanno fatto consigliere proprio del nostro quartiere. Sante è ancora zoppo per le sue percosse. Non si divertiva solo con le donne. Aveva cominciato con i gatti. E dalle bestie era passato ai cristiani. Aveva sempre fatto carriera. E lui, il Manlio, ha ritrovato quel suo vecchio sorriso. Anche se ora è nella repubblica. E racconta in giro, al mercato, che lui ci ha sempre creduto. Ma non gli servono delle scuse. E non gli mancano mai i denari, al Manlio, che non so da dove gli son spuntati. Aristide dice che son di ebrei che ha denunciato. E di quando hanno dato fuoco alla cascina. Ma mica gli hanno mai cercati quelli come lui, son topi che sanno mescolarsi al marcio. Son piccole bestie per cui nessuno si preoccupa. In fondo pare che non abbia mai ucciso nessuno. Forse ne ha ammazzati solo pochi. E la Marisa se l’è anche sposata, la sua carogna. E si dice che la picchi ancora. Ma solo quando ha alzato un po’ il gomito. E poi va al confessionale a pagare con le parole quelle botte. Non tutte le sere però sono uguali e quella sera si andava sbronzi verso casa. Ce lo siamo trovati davanti e gli siamo andati intorno per guardarlo bene. Io gli dico: “Ti ricordi di me, Manlio? Ti ricordi bene? E di Giannetta, ti ricordi? E di quando avevi il teschio sul fez”?
Ha un gran bel dire il Partito. Lui non è più tanto energico e cerca di sorridere ma non gli riesce bene: “E’ acqua passata, naturalmente, ragazzi”.
Lo guardo e non lo guardo. La balla mi passa in un baleno. Io alla Ginetta gli ho anche voluto bene. Non che fosse il grande amore, questo lo sapevo, anche se ero solo un ragazzo, era forse solo simpatia. Era come una sorella. Ci Ho imparato all’amore con lei. E non ho mai amato chi picchia le donne. Né ho mai imparato ad amare il nero. E me ne son dovuto andare, allora. Quelle notti al freddo. La fame e quel sentirsi perso. Il silenzio del bosco. Le notizie da casa che non arrivavano. Sopra il ponte il povero Carlone c’è rimasto. Per sei mesi m’hanno chiamato Lupetto. Mica era il mio nome. E guardo anche agli altri. Ora siamo tutti sobri. Le armi le avevamo consegnate. Non proprio tutte, ma le avevamo consegnate. E già c’eravamo pentiti. Non era cambiato molto. Non era cambiato niente. I carabinieri continuavano a nascere tutti dalla stessa donna. E non c’è verso quando i ricordi te li trascini addosso. Salvatore la roncola la porta sempre in tasca. Ci fa le fionde. Taglia i rami e si taglia il pane e il formaggio. Lui è esperto di funghi e i boschi non gli hanno fatto mai paura. E cerco di spiegarglielo, al Manlio: “C’è acqua che non passa mai”.
Non usa più le mani, il Manlio, è diventato bravo, e bravo con le parole. E poi le mani, dopo quella notte, non sono più le stesse. Gli servono a poco. Forse solo a raccogliere l’ostia. Quelle mani non picchieranno più nessuno. Io lo spiego ai compagni in fabbrica: “Chi nasce sorcio la rogna se la porta dentro”. E ci parlo ora, con il Manlio. Adesso che è diventato delegato sindacale. Ma chi ce l’ha mandato? Ci parlo perché lo devo fare. E lui quando mi parla abbassa gli occhi. Perché io l’ho visto cagar paura. Perché ora ha la bocca più grande. E il segno che gli attraversa il viso ci ricorda indelebilmente di quella notte. Lui lo sa e io lo so. E lo sanno solo quelli che c’erano. E lo chiamo sorcio, quando m’incazzo, perché a parlarci ci parlo. ma a ragionarci non c’è verso. Tanto a quelli io non li capirò mai. Fanno i prepotenti solo con i deboli. E succhiano golosi la loro paura. Se non hanno un padrone non sono contenti. E alla fine godono a chinar la testa e di uno schifoso signorsì. Come posso dirlo a questi ragazzi che credono di sapere tutto? Prendete quel biglietto del tram, e poi tenetelo sempre stretto in tasca. Può sempre servire. Ricordate Reggio Emilia; ci vediamo in piazza. “Acqua passata, un cazzo”! Via della Conciliazione è un posto dove non passo mai.

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ResistenzeCosì impettiti nella loro arroganza. Nelle loro divise tristi. Non mi piacevano. Nemmeno lui; anzi soprattutto lui che cercava d’esser gentile. E non piacevano a nessuno al paese. Entravano e se ne andavano come i padroni di tutto. Distribuivano e insegnavano la loro ignoranza. E dopo che erano partiti molti sputavano per terra. E tiravano sospiri di sollievo. Non era l’autorità, ma la loro stupidità che faceva timore. E lui, il podestà, era della stessa pasta. E della stessa ignoranza. E anche il prefetto. Fatti della stessa materia; bocca mia taci. Schiumavo rabbia ma non potevo che ingoiarla. Mica potevo dirgli di no: io ero solo una puttana. E sembravano farmi loro un piacere. Dovevo mostrarmi soddisfatta. E pretendevano che dicessi loro che erano bravi. Come se non pagassero la marchetta, ma mi facessero un regalo. E a volte qualcuno era anche violento, perché erano padroni. Perché tutto era dovuto. Stabilivano le regole, ma le regole erano solo per gli altri. Con quei loro stivali… E poi erano loro stessi ad applicare la legge. E poi appendevano i loro editti ai muri; dopo. Certo che tutti li guardavano male. Solo Vittorandrea, quel povero, gli gironzolava volentieri attorno. Solo lui se li lisciava, e si inchinava perdendo bava, ma lui faceva il soffia e in paese tutti lo sapevano. E tutti gli raccontavano solo quello che volevano. Solo quello che andava bene a dire. E gli raccontavano le favole. Ma anche che il bosco stava perdendo la pazienza. E che prima o poi da lì sarebbero venuti a cacciarli tutti. E fu un inverno freddo quell’inverno. Freddo e triste.
I loro orizzonti erano solo di sbarre e catene. Prima non le avevo mai conosciute. Ma a volte anche l’aria aperta può sembrare una galera. In qualsiasi momento ti può mancare l’aria. Io non pensavo al domani, avevo già troppe preoccupazione per il presente. Non riuscivo a sognare. Eppure anche se sapevo che ero solo una puttana io gli volevo bene al Luigino. Appena potevo non gli facevo pagare nemmeno la marchetta. Di danari lui non ne aveva molti. Credo che anche lui un po’ di bene me ne volesse. Non veniva che con me. Era diventato comunista, il Luigino. Forse lo era sempre stato. E non riusciva più a tenere la bocca a freno. Per troppo tempo si era allenato. Il tempo della pazienza per lui era finito. Poi era andato anche lui, come gli altri. Così era stato meglio così. Anche se lo vedevo sempre più raramente. Veniva di notte solo per me e per dire al paese che lo spirito di noi paesani non era morto. Di stare buoni che mancava ancora poco. Poi se ne andava via senza nemmeno darmi un altro appuntamento. Lasciava i soldi lì, quelli che aveva. Se ne andava in salita a farsi inghiottire dal buio del bosco. E io ricominciavo ad aspettarlo.
Invece loro al paese ci venivano sempre più spesso. E più spesso usavano le mani e i manganelli. Come se gli mancasse il tempo. E poi venivano a cercare consolazione da me. Da me che non potevo dire loro di no, perché ero solo una puttana. Ma questo forse l’ho già detto. Ma quando è passato avevo una voglia matta che non riuscivo a tenermi, di dirgli quel “No”! Lo odiavo perché mi aveva insegnato ad odiare. Lo odiavo che gliel’avrei strappato. E quando lui ha detto: “Domani sera non farti trovare in casa.” –mica ha parlato con una sorda. Erano due mesi che non lo vedevo, al Luigino. Pareva un’eternità. E invece è venuto proprio sul più bello. Proprio quella sera. Ho gli ho chiesto al Luigino che mi dicesse perché. E lui mi ha risposto fiero di sé: “Perché siamo ribelli. Siamo i ribelli della montagna”. Fortuna che la montagna sa tenere i suoi segreti. E così io gliel’ho detto al Luigino. Ma mica volevo dirgli di no. Era tanto che era lontano. E avevo proprio bisogno delle sue coccole. E così, anche se avevo paura, paura per lui, l’ho fatto annegare tra le mie tette. E per un attimo ho creduto di sognare. Ho smesso di pensare a niente. E quando ho sentito i primi rumori l’ho fatto scappare. Mi viene da ridere come lo vedessi, correre ancora con le brache in mano. E l’ho visto diventare un’ombra e poi sparire. Ed è scappato giusto in tempo. Passando da dietro. E la Marietta gli ha aperto la porta. E poi attraverso il fienile. E giù per l’argine. Mentre io credevo ancora di vederlo lì, lontano. Nel buio.
Una puttana è una puttana. Non è bello dirlo ma ero solo una puttana. Ma non ero, come dicevano, la loro puttana. Una puttana è una puttana di tutti. Anche se io avrei voluto esserlo solo di uno. Non certo di loro. Anche una puttana può essere una donna onesta. Io le bugie non le avevo mai dette. Mai fino ad allora. E ne hanno ammazzati sette. E sette giorni sono rimasta nelle loro mani. Non voglio pensarci. Anche se ero puttana io di quelle cose non le avevo mai fatte. Sono uscita con tutte le ossa rotte. E’ per questo che son rimasta zoppa; di quelle loro premure. No! che non hanno pagato la marchetta. E intanto la loro rabbia era diventata paura. Ma al Luigino mica l’hanno preso. E nemmeno gli altri. Solo quei sette. E a me non è uscito un fiato. Non sono servite le loro botte. E’ per questo che diventavano sempre più cattivi. Mi hanno pisciato addosso. Sapevo quello che mi aspettava ma gli ho sputato lo stesso in faccia. E quando il Luigino è tornato, rasato di fresco, loro erano già scappati. Ma non sono mica andati lontano. Le loro facce ce l’eravamo segnate.
Poi il Luigino è partito perché mi ha detto che avevano liberato il paese ma restava ancora da liberare l’Italia. E io son tornata ad aspettarlo. Ma ormai sapevo che sarebbe tornato. Ora per sindaco ci abbiamo un democrista, ma io non capisco di politica; mica ho studiato. E non m’hanno dato certo una medaglia; io ero solo una puttana. Se la mettano al culo la loro medaglia. A me non può servire. Io ora sto con Luigino. Lui mi ha sposata perché mi vuole bene. Lui in montagna ci va per funghi e non me l’ha detto. Non me l’ha voluto dire dove l’ha messo il suo parabello. Io son rimasta muta. Non gliel’ho chiesto, che forse era solo una pistola. Sono una donna e di queste cose non ne voglio sapere. Io lo so e non lo voglio sapere. Non lo voglio sapere perché ora al paese si sta meglio e non c’è più paura. Ma se tornano allora lo so. E non mi servono medaglie. E a casa stavolta ci può stare Luigino, se lo vuole. Io mica ci sto. Sono stata puttana ma con loro non ci voglio tornare.

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Resistenze7 ottobre 2014. Sciamano per la città. Chiassosi. Se ne vengono qui. Senza che nessuno li chiami. Senza essere invitati. Senza chiedere permesso. A mandrie. Invadono le calli. Bivaccano. Rumorosi. La chiamano Festa dei Popoli Padani. Si prendono in prestito la piazza. Bagnano la laguna. E pisciano sui muri, lasciandosi dietro i cartocci e le lattine della loro immondizia. Che cazzo è? Alzo le spalle. Fingo di non sentirli. Di non vederli. Sono un tipo tollerante. Certo, mi girano. Me ne sto lì tranquillo, a parlare con Kaunadodo. Davanti al mio portone. Come se li aspettassi.
Lo chiamo Dodo per semplicità. Parla già un discreto italiano. E’ arrivato che era ancora bambino. Ha studiato in Italia. E’ in attesa di trovare un lavoro. Intanto mi aiuta nella mia edicola. E’ comodo e sa parlare un po’ di tutto. Poi qualche barbaro sbaglia strada. Sono un paio, forse cinque. Entrano nella mia corte. Li guardo e torno a ignorarli. E torno a parlare con il mio amico. Dov’eravamo rimasti? Alla festa dei popoli. Quella del prossimo anno. E’ una corte privata. Mi guardano e paiono non vedermi. Fanno per andarsene, poi tornano indietro come folgorati. Come davanti al miracolo. Sono proprio maleducati e parlano tra loro: “L’è un negher”.
Li conto, sono proprio cinque. Potrebbero essere anche il doppio, poco conta. Per me hanno anche già un bel po’ di birra dentro. Noi veneziani siamo così, ospitali. Anche se preferiamo il vino. E quello rosso. E le barche ai trattori. Ma ognuno ha i suoi gusti. E se non ci pestano i calli noi viviamo e lasciamo vivere. In fondo questa è una città giusta per i filosofi. E per la pace. Chiedo loro cercando forzatamente d’esser gentile: “Scusami, con la G o senza”?
Dodo mi guarda e ride. L’anno scorso le abbiamo prese quando siamo andati alla manifestazione. Forse sono già passati due anni. I pula sanno fare sempre solo quello: usare i manganelli. Volevamo solo dire che non ci piacciono. In realtà se le son prese i compagni di Reggio Emilie. E il solito consigliere di Rifondazione. Ci avevano presi per idioti? Non c’è altro passaggio per una manifestazione. A Venezia. Ma c’era Maroni a Roma. E qui subito a leccarglielo. Il questore. Ma non è poi successo molto. Però ce l’ho ancora nello stomaco. E questi non vogliono sentir ragione. Ogni anno qui, sulle palle. Quello che sembra il capo branco cerca di biascicare qualcosa in un italiano approssimativo mostrando di non aver capito: “Cos’è”?
Allora gli chiedo, cominciando a perdere la calma; non per il mio amico ma proprio per me che non amo essere interrotto, né ho simpatia dei cafoni e dell’ignoranza: “Sei solo un porco razzista”?
Quello, il rozzo mungivacche, diventa un paio di dita più alto e riempie il petto della sua camicia verde, per farsi coraggio e trovare la sua crassa ignoranza; si asciuga la fronte col fazzoletto e stringe i pugni in modo battagliero: “Ripetilo, se hai coraggio”.
Non è che manchi di coraggio. Non che ce ne voglia. E non mi piace, come detto, contraddire un ospite. Siamo fatti così. Non penso a sua madre. Non trattengo quel po’ di fastidio. Non simulo la mia ironia. Alla fin fine ho portato pazienza abbastanza. E non son stato io a cercare loro. Accetto di farmi trascinare dalla sua volgarità. Semplicemente lo accontento e confermo: “Sei solo uno stronzo razzista”.
Lui, lo zotico, si fa avanti. Schiuma. Gli altri gli sono subito vicini. Mi spunta spontaneo un sorriso. Si apre il mio portone. Dall’androne escono i miei amici. Il settimo si mette in mezzo da dove quei gentiluomini sono venuti. Nella calletta che è l’unica via d’accesso ma anche per uscire. I miei amici sono tutti di colore. Tutti amici di Dodo. Sì! Dodo, come quello strano vecchio uccello dal becco enorme. Loro non hanno becco ma qualcuno digrigna i denti. Così tanto per fare. E qualcuno ha una forcola in mano. Quella che in italiano chiamano al maschile scalmo. Erano appoggiate al muro. Vicino alla porta d’acqua. Poi mi devo ricordare di fargliele pulire. E di rimetterle a posto. Speriamo non me le rompano.
Quelli con quel dialetto strano paiono restare interdetti. Inebetiti. Come fosse una sorta di agguato. In verità li aspettavamo. Ci speravamo. Ma la disputa non è affar mio. Mica sono di colore. Cioè io sono cittadino del mondo. Mica guardo quanto uno è abbronzato. O chi e come prega. Nemmeno uno dei miei amici si può definire piccolo. Stanno stretti nelle magliette. E hanno voglia di divertirsi. Incrocio le braccia, soddisfatto. Mi rivolgo a lui che si sente capo, al momento un po’ meno, e passo alle presentazioni: “Loro sono gli amici dell’Heliópolis. Ma come vedi non sono ispanici. Conosci il centro sociale, vero? Poco fuori Venezia. Dalle tue parti. Loro mica vengono a romperti le palle a casa tua. Cosa ti sembra dell’idea: ci pensano loro; vi fanno neri i neri”.

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Pagina di quotidiano sulle BR e i dissociatiBea ci aspettava in macchina. Pronta. Il motore acceso. I tergicristallo spartivano il nevischio. Si controllava il trucco nello specchietto. Davanti e dietro la strada era deserta e scivolosa. Marcia. Il cielo quasi livido, e bianco. Il venerdì non era certo il suo giorno favorito.
Raia era al suo posto, davanti alla porta. Il bavero alzato. Gli occhi sottili come lame. La barba appena non rasata. Teso come una corda tesa. La sigaretta che gli pendeva. Stretta tra le labbra strette. Lasciava scorrere gli occhi lungo il corridoio.
Sono entrati decisi tra la sorpresa generale. S’è fatto subito silenzio. Un silenzio solido e presente come una lastra. I passi suonavano secchi. Attraversano decisi la stanza. Diretti a lui. Senza tentennamenti. Senza il minimo dubbio.
Afro teneva le mani in tasca. Affondate con aria minacciosa. Il suo volto sfida i presenti. Non c’è tempo per aspettare tempo. I bicchieri restano fermi sorpresi. Il relatore del momento stringe le pagine fino a farsi male alle nocche. Ha ancora l’ultima sillaba tra i denti. E quell’aria da servo.
Sesamo strappa il manifesto e si avvicina. Deciso. Sembra il festeggiato. Lo prende per il bavero. Per un attimo ne ha pena. La deve cacciare. Gli respira addosso. Da così vicino. Come a regalargli il suo disprezzo. Sente il proprio alito caldo. E il dolore della paura. E’ solo un attimo e lo sputa. Lo colpisce giusto in faccia. “Zitto! Per i compagni traditi”.
Poi si rivolse agli altri muti: “Chi si vende una volta è in vendita sempre”. Appoggia la rivendicazione sul tavolo. E se ne vanno prima ancora che qualcuno abbia solo l’attimo di riscuotersi.

 

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