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Come diceva quel saggio: “Posso spiegarti ma non posso capire per te”, allo stesso modo è difficile credere per chi non crede. Di creduloni ce ne son fin troppi e poi prestano credito alle cose più banali e infime. Qui stiamo parlando della grande Storia. Della vera Storia. Gli eventi sono quelli da cui tutti noi veniamo. Parola di un signore.

fulmineRiprendiamo la narrazione. Lui era andato perché doveva andare. C’era quella storia con Abimelek. Abramo non aveva detto una bugia, ma nemmeno la verità. E Sara era Sara. Temeva che potesse combinare un immane casino. Come quella Elena. Ma quella era un’altra storia. La loro storia. E a raccontare quella se l’era sbrigata velocemente. Se la sbrigassero tra loro. Era stata solo una stupida disputa. Su chi era più dio. Loro altro non erano che dei. Un po’ presuntuosi ma sempre dei. Pieni di vizi e poveri di virtù. Più simili agli uomini. E a uomini d’arme. D’arme e d’avventura. Sempre preda dei loro istinti. Solo un poeta cieco poteva perdere tanto a raccontare così povere gesta.
Una guerra. Un viaggio. Aveva già raccontato tutto lui, il poeta, l’aedo, il lirico. Lui, cioè loro, non aveva avuto bisogno del caos. Né di cori. Lui il mondo l’aveva creato per davvero. E dal niente. Senza indovini e oracoli e altri illusionismi. Tutta fatica del suo sacco. Lui non aveva bisogno di guerra. Se la vedeva da solo; era o non era un pacifista? Il primo. Bastava e avanzava l’ira divina per sistemarli. Un richiamo con voce tonante. Magari anche una cacciata. Un’onda un po’ più alta. Un’ordalia. Insomma quelle cose lì. E niente giochi. Niente finti cavalli. Niente maghe dagli occhi affascinanti. Gli sembrava tutto un gran bel romanzo. Con un linguaggio un po’ superato, passatista. Nient’altro che un romanzo. Quasi di cappa e spada. E che assurdità di quella città non lasciare traccia. Quasi a provocare chi ha il gusto dell’antico. Dal suo punto di vista era solo preistoria. Intanto tanto per essere precisi si sta parlando del 1850 a.C., ma ancora non si sapeva, per via di quel prima, o circa.
Avrebbe voluto tanto lasciare che se la sbrigassero. Ma non poteva certo fingere di non vedere. Così era andato suo malgrado. E fortuna che quello l’aveva presa bene. Ora non avrebbe accettato nessuna malalingua. «Non temere, Abramo. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». Era vero che Abramo era ormai vecchio. Che erano sposati da tanto di quel tempo che non facevano più ormai caso uno all’altra. Si passavano accanto, si sfioravano, e nemmeno si vedevano. Nemmeno ne faceva mistero. Esattamente non facevano più caso uno all’altra. Ma quell’altra avrebbe anche voluto, voluto e sperato, forse, che facesse ancora caso. O forse no. Forse solo voluto. Il povero vecchio non era del tutto arzillo. Almeno in quei giorni. E tanti viaggi non gli giovavano. Gli mettevano fiacchezza. Era sempre a lagnarsi. Sempre in compagnia di qualche dolorino. Tutto ciò era vero, parola di dio. Ed era altrettanto vero che Lui, come promesso, era andato a visitarla, cioè a visitarli. E Lei, quella donna, cioè Sara, non aveva nulla da ridere. Insomma loro niente, poi, dopo la sua visita, Sara aveva scoperto di aspettarlo. Quel benedetto figlio. Non c’era nessuna attinenza. Solo un caso. Il frutto della sua promessa. Niente di più. Lui non c’entrava, non almeno direttamente, con quella nascita. Che dicessero quello che volevano. Un miracolo è solo un miracolo. I soliti scettici. Anzi che si imparassero a tacerselo.
Ché Abramo non era uno che ci pensava due volte. Gli dicevi una cosa e lui già l’aveva fatta. Non un cuor di leone, ma anche un fifone può trovare il suo attimo di coraggio. E Lui aveva grandi progetti su quel vecchio. E in quel momento doveva preoccuparsi di tenerlo vivo. E magari con un po’ di dignità. Che se ne sarebbe stato di uno così con un sospetto. Che poi se Sara non era certo un esempio nemmeno era peggio di tante altre. Le fosse mancata la virtù si sarebbe confusa con i più. Così aveva deciso. Che continuassero a ridere. E raccontare dei tre pellegrini. Che era stato solo lui ad essere imprevidente. Quando si ha moglie meglio tenerla da conto.
La verità forse era diversa. Gli aveva detto, lo aveva detto a lui, di prendere di tutto da tre. una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione. Non era sceso nei particolari dei tre pellegrini. Lui li aveva accolti davanti alla sua tenda. Lui era stato ospitale come si doveva. Anche troppo. E aveva sacrificato il vitello migliore. Nemmeno quando gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie»? si domandò perché chiedessero subito di lei. Lui lo aveva pure in qualche modo avvertito e quello si era addormentato. Valli a capire i vecchi, a volte troppo sospettosi, altre troppo fiduciosi. Mentre quelli contemplavano Sodoma lui, vecchio, dormiva della grande. Sarebbe potuto finire il mondo. Forse quello era il segno di Dio ma Lui stesso non ne era certo. E dopo quei tre partirono per andare verso la città. Insomma questi erano i fatti. E Lui voleva essere certo di cosa succedeva in quelle città. Aveva chiesto loro di essere i suoi stessi occhi. Nient’altro. Ne era certo. E il vecchio avrebbe dovuto solo essere contento. E soddisfatto, e orgoglioso. Uscito di quel sonno profondo. Ma il vecchio non lo era completamente. Almeno non lo fu quando seppe che sarebbe diventato padre e popolo quando aveva l’età per essere nonno. Ma Lei sogghignava sotto i baffi pur non avendoli. E Sara, con la acca o no finale poco importa, pareva aver ritrovato il buonumore. Eppure aveva la sensazione che la calma fosse solo apparente. Abramo se ne stava buono e in disparte privo delle forze che da tempo non aveva. E Lui era preoccupato di quello che gli avrebbero raccontato da quelle città. Se ne dicevano tante e le più diverse. Nessuna di buona. Nel bene e nel male si sarebbero ricordati tutti di quelle due città. Sebbene Lui fosse clemente non ne poteva più di tanto clamore. Cercava certezza di quello che già sapeva, perché il Signore è onnisciente.
Comunque inviò anche due angeli per avere ancora altre certezze. Lui sapeva che Lot era un giusto, lui e pochi altri. Troppo pochi. Ma in fondo era fiero dell’ardire di quel vecchio Isacco. E Lot cercò anche di difendere i suoi ospiti. Offrì in cambio il bene che aveva più prezioso: «Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto». Ma gli angeli con viso d’angelo e quel loro sorriso angelico avevano invaghito gli uomini. O forse a quegli uomini erano più graditi gli uomini; proprio non se ne capacitava, non lo capiva. E così ebbero modo di conoscere l’ira divina. Sulla città si alzarono alte le fiamme. Salvò Lot per essere clemente con la supplica di Abramo ma lo stesso Lot si ritrovò con una moglie di sale. Mai che le donne riescano a dar retta a qualcuno. Non ci aveva potuto fare niente. Anche se era Dio. Un patto è un patto. E Abramo vide le città andare verso la loro distruzione. E poi solo rovine. E Lui si sentì stanco di quel fare e disfare. Certo sperava di essersi spiegato bene.
Voleva ripensare a quella storia. Niente era stato facile. E non voleva diventare lo zimbello di nessuno. Né di Lei né di sé stesso né di tutti gli altri Lui. Per ora Gli interessava il destino di Sara. Rimettere ordine. Scordarsi tutto quello che era successo. Fosse solo stato possibile. Teneva che ne avrebbero parlato e parlato per anni. Lui poteva fare quello che voleva ma distruggere due città era una cosa che non poteva passare inosservata. Sì! aveva salvato Lot, e le figlie, i generi no perché non avevano voluto credere, e quella moglie ormai solo un gran mucchio di sale. E nella confusione di città ne furono distrutte cinque, delle altre tre nemmeno si ricorda il nome. Di più non aveva potuto fare. Bastava che Lot fosse solo un poco più… venditore. Insomma convincente. Quelli erano un branco scatenato di anarchici senza Dio. Nemmeno nessun rispetto nemmeno per l’autorità. Avrebbero riservato lo stesso trattamento allo stesso Lot. Eppure era padre e aveva due figlie e perciò gli dovevano piacere le donne; a Lot. In che strana storia si era invischiato. Ma almeno di quelli si era liberato. Non avrebbe più dovuto vedere uomini che facevano occhi languidi ad altri uomini. O uomini a usare le donne come fossero uomini. Lei diceva che era un bieco moralista, solo un conformista; vecchio. Di quella modernità non sapeva che farsene. Meglio vecchio che così. Era quando vedeva Lei che si sentiva confuso.

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Dopo aver diviso gli uni dagli altri, e aver fatto crollare fragorosamente quella Torre, niente era stato come prima. Se mai prima era meglio. Così quel Dio si ritrovò a ricapitolare e a riflettere. C’era bisogno di un intervento energico. Cominciavano a mancargli le forze. Aveva perso l’entusiasmo. Tutto era stato inutile. Era stata tutta colpa dell’uomo. Magari non solo, ma anche dell’uomo. Ma forse anche di un tratto di rimmel. Di una strizzatina d’occhi. Non riusciva a togliersi dalla testa che c’entrasse Lei.

fulmineVa bene che era dio ma c’è un limite a tutto. Quel fatto che era, cioè erano, puro spirito. Ogni volta che Lei gli gironzolava intorno si sentiva agitato, sentiva quel languorino, quel pizzicorino. Non era stata una buona idea. Non era stata proprio una buona idea. Non sapeva cos’era quello che provava, quella sorta di confusione. In fondo lui era solo Dio. Onnisciente e perfettissimo ma solo Dio. Delle cose degli uomini non ne capiva. Era stato fin dall’inizio, si ricordava. Quella Eva; a proposito: niente male. Aveva fatto quegl’occhi enormi. E quello sguardo. Gliel’aveva visto indosso anche a Lei. E di più era tutta nuda: nel senso di Eva. Non poteva, cioè potevano, inventare prima l’abito e poi il monaco. Insomma era proprio nuda. A pensarci bene forse Adamo aveva le sue ragioni e poche colpe. Se fosse stato uomo… Non aveva mai creduto a quella favoletta della mela. E forse aveva ragione Lei quando sosteneva che non si può portare tanto rancore per tanti secoli per una mela. Ma perdinci! è l’ira divina. Se Dio s’adira s’adira; mica mette il muso e basta. Non era solo una mela. E poi non gli andava di essere contraddetto. A nessuno di Loro. Figuriamoci ad essere disobbedito. Era stato chiaro, chiaro e tondo. Ed era una questione di principio. E loro, loro, quei bellimbusti di Michele, Gabriele, Raffaele e Uriele che ci stavano a fare. Va bene che anche loro erano puri spiriti… anche su questo qualcosa non gli quadrava. Chi li aveva fatti, non si riusciva più a trovare un chi, da qualche parte si doveva esser preso delle libertà. Non lo convincevano del tutto. Non lo lasciavano tranquillo. Non gli garbavano. Con quelle ali. Quei boccoli. E quel sorriso angelico. Insomma… non proprio guardiani. L’idea non era quella. Se ne parla anche poco. L’idea era: visto l’uomo, e soprattutto la donna, meglio mettergli vicino qualcuno. Che riferisse. Che mediasse. Magari con un po’ di senno. Di quello se ne trova sempre poco. Che poi Michele avrebbe dovuto occuparsi di quelli, di quelli che dicevano di essere il suo popolo. Ma Lui aveva bisogno di un popolo? Mica era un politico. E nemmeno Michele era semplicemente un angelo, era un arcangelo, perdio! Se ne dava tutte le arie e poi le storie finivano così. Per questo lo aveva fatto arcangelo, perché fosse il suo angelo personale. Raffaele invece… non sapeva nemmeno da dove se ne fosse uscito. Ma chi gli aveva dato il titolo? Un po’ zotico era un po’ zotico. Non poteva fare tutto Lui. Ma tutta questa è un’altra storia. Divagava. Michele sarà stato anche il più bello ma quando c’era da azzuffarsi era il primo, e s’azzuffava. Tendeva ad essere litigioso. Qualche volta non era proprio un male, ma solo qualche volta. Non voleva proprio tornare a pensare a quella volta del drago. Era una storia infinita. Era stato da allora che s’era fatto dei nemici. Eppure Lui non aveva né colpa né pena. Aveva fatto tutto Michele. Che se era per Lui a quelli li avrebbe sistemati subito. Invece si trovava con i nemici vicini. Mandati a casa gli dei… di male in peggio. Proprio come il giorno e la notte. Che in fondo Lui era un pacifista; il primo pacifista.
Insomma angeli sì, angeli no, alla fine erano sempre in mezzo. Chiamò Lei ma il gesto gli restò tra le labbra. Si rese conto che non gli aveva mai dato un nome. E un fischio non era il massimo dell’educazione. Mica poteva chiamarla Dio. Si rifiutava. Era tutta una gran confusione. Intanto Lei era sempre davanti a quello specchio. Cercò di ricordarsi che qualità Le aveva imposto. Non ne ricordò una. Certo non la modestia. Non la discrezione. Bella era bella. Forse l’essere che gli era riuscito meglio. Anche fin troppo, bella. Distolse gli occhi che stavano scivolando indiscreti. Lui era Dio, non poteva lasciarsi andare a quei… a quelle… a certi pensieri. Non era da Lui. Cosa aveva voluto dirGli ricordandoGli la solita storia, sempre quella, con quel “ma allora non vuoi proprio capirlo”. Come se solo Lei potesse capire. Conoscesse le cose della vita. Sospettava che fosse un po’ gelosa di quella Eva. Eppure nemmeno a Lei mancava nulla. Ma forse aveva ragione. Almeno un po’. Ma forse era così. Lui era Dio, non poteva impicciarsi di tutti i problemi degli umani. Gli umani si creavano tra loro. Sospettò che questo facesse sì che non ci fosse più bisogno di Lui. Non era possibile. Un essere umano non è un animale, si disse, avrà sempre bisogno di qualcosa in cui credere; parola del Signore. Ma nemmeno questo lo mise tranquillo. Certo che a raccontare la storia diventa più lungo della storia stessa. Decisamente gli ci sarebbe voluto uno storico, un cortese narratore, un comico, un bizzarro, un profeta. Qualcuno insomma che lo togliesse almeno da quell’impiccio. Non gli andava di raccontarsi. Con tutto quello che aveva da fare gli sembrava a Lui un po’ tempo perso. E un po’ megalomane. Il mondo andava come voleva e a raccontarlo sembrava che fosse solo colpa sua, cioè loro; di tanto in tanto dimenticava di quanti fossero lì a darsi tutto quel daffare. Aveva fatto del suo meglio. Dai il libero arbitrio. Ecco cosa se n’erano fatti. Troppa libertà. Doveva essere stata Lei a creare il costume. E quelli non perdevano l’occasione di mettersi nudi. E’ normale che poi una cosa tira l’altra. Che poi a Lui non piaceva, cioè non è che gli garbasse vederli nudi, almeno gli uomini. Per le donne ancora poteva andare. Avevano una loro grazia. Non era un brutto vedere. Ma gli uomini… con quel coso che… lasciamo andare. Che poi anche gli impicciava. Se devi correre, se devi lottare, tirare di giavellotto, non era proprio comodo. Prendiamo quei tre pellegrini. No! questa storia magari la prossima volta. Era già fin troppo confuso. Però doveva annotarselo che bastava una Sara per rovinare la reputazione di un intero popolo. Le donne parlano troppo e quando tacciono rischia che è anche peggio.
Il diluvio era servito a poco che a niente. Come una goccia d’acqua. Il problema era sempre quello. Dopo il diluvio erano rimasti Noè: Sem, Cam e Iafet, ma a loro nacquero figli dopo il diluvio. E così i figli di Iafet: Gomer, Magog, Madai, Iavan, Tubal, Mesech e Tiras. E quelli di Gomer: Askenaz, Rifat e Togarma. E i figli di Iavan: Elisa, Tarsis; quelli di Cipro e quelli di Rodi. E avanti di questo passo. E anche di questo esempio. Il problema era stato che quelli andavano in giro e figliavano in ogni dove. Che i figli bisogna anche mantenerli. E secondo Lui lo facevano anche per qualche altro motivo. Sembrava che facesse loro piacere. La terra si stava trasformando in un formicaio. Ma non dormivano mai? Doveva ricordarsi di creare l’inappetenza. E la stanchezza. Perché proprio Lui? Che se le creasse Lei, se era tanto brava. Aveva fatto il malanno. Se lo risolvesse. Nemmeno quella storia di “Domenica chiuso” era andata a buon fine. Non erano mai contenti. Uno a dire: “Io la voglio al sabato”. L’altro a dire: “E allora Io al venerdì”. Che se la facessero quando volevano la loro benedetta festa. Bastava lo lasciassero in pace. A ogn’uno il suo giorno. Forse era anche giusto, tanti e tante feste. E Lei che pareva fare festa tutti i giorni. Già! sosteneva di lavorare in casa. Ma è un lavoro quello? E poi gli restava fin troppo tempo libero. Per far malanni. Stava diventando scorbutico. Ma quello che è troppo è troppo. Ed era tutta una Babele. E proprio lì in Israele, cioè in Palestina, era peggio che peggio. C’era posto per tutti ma ognuno voleva quello dell’altro. Non potevi uscire di casa che ti ci trovavi qualcuno dentro. Era possibile? Avrebbe dovuto fare qualcosa, ma quando l’uomo non vuole ragionare non c’è verso di farlo ragionare. Lui non era un agente immobiliare. Non aveva detto nulla di simile. Tutto era cominciato dalla notte dei tempi. C’era chi partiva, chi restava e chi tornava. Ma non dessero la colpa a Lui. Lui li aveva provati a dividere. Aveva creato le lingue e le razze. E forse non era stato un bene. Ma l’uomo vuole sempre quello che non ha. Si fa una famiglia e poi va in certa della donna dell’altro. Cosa ci troverà, poi? Prima o poi avrebbe dovuto dar loro delle regole. Almeno provarci.
Ma com’era possibile che Lei avesse sempre caldo? E fosse sempre allegra? Certo aveva uno splendido sorriso. E… come dire… ammiccante. E gli ronzavano in testa quelle parole: “dammi un po’ di tempo, noi due soli, e vedrai come te lo creo l’uomo nuovo”. Preferiva starsene in disparte. Aveva altre faccende a cui affaccendarsi. Si mescolava con gli altri. E ogn’uno si mescolava agli altri. Tutti uguali come fotocopie. L’idea del dio multiplo non era poi da buttare. E tutti nelle loro tuniche. Solo Lei con una tunica diversa ogni giorno. Che senso aveva? E poi anche quelle sempre più corte. Per mostrare le gambe? Anche adesso le mini. Come non fosse abbastanza nuda. Che era più nuda che senza vestiti. Certo le gambe erano un gran bel paio di gambe. E quando si sedeva veniva la tentazione di guardarci sotto. Senza farsi vedere; naturalmente. Era ormai certo. Era Lei che aveva creato il pudore ma anche il suo contrario. La civetteria, la tentazione, la provocazione, sicuramente persino la nudità. Che se ne facevano loro vecchi saggi creatori di tutte quelle cose? Pareva invecchiare solo lui, cioè loro. E Lei pareva restare giovane. Ormai pareva loro figlia. Tutta baldanzosa; di sé. Accidenti. Doveva avere anche un certo ascendente. Le donne sulla terra sembravano aver assunto tutto da Lei. Tutti i suoi difetti. Tutte le sue diavolerie. Era assatanata; nel senso che pareva più una seguace di Satana. Anche quello: contestazione globale. Rivolta continua. Ecco com’era finito. A ubriacarsi di notte. E Lei rischiava una sorte simile. Aveva provato a parlarci. Lei aveva riso e l’aveva chiamato Alfredo. Certo era stata ancora Lei a creare anche l’amore, non quello… quello fisico. Insomma… quello. Quella cosa che Lui non riusciva a capire. Sarebbe tanto più facile vietarlo. Meglio era non crearlo. Che poi ti trovi che ognuno lo coniuga come pare meglio a Lui. E allora trovi subito qualcuno che dice che bisogna farlo solo per fare figli. E così riempiono il mondo di piccoli mostri. Non trovi un posto libero nemmeno al bar. E allora trovi il furbo che dice che bisogna farlo solo per il proprio piacere. Piacere? E assisti a quelle scene non certo edificanti. Mai in due a dire la stessa cosa. Che almeno lo facessero solo in privato. E senza tanta pubblicità. Forse era stata creata anche la pornografia. Doveva essersi distratto un attimo. E quella di chi era la colpa? Mi sa che non finisce bene. A volte i pensieri di Dio sono come tuoni. Così chiamò, cioè chiamarono gli angeli a sé. Andate e moltipli… cioè… insomma… fate qualcosa. E state alla larga da quelle città; da Sodoma e Gomorra, che di guai ne abbiamo fin troppi.. Nel frattempo vediamo di vedere. Voglio proprio vedere come va a finire sotto quel tetto -pensò. Tra quel vecchio e quella… Sara. Voglio farci una… capatina.
Come Lui aveva detto «Terach aveva preso Abramo, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sara sua nuora, moglie di Abramo suo figlio, ed era uscito con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Arrivati a Carran vi si erano stabiliti». Sara assomigliava in modo impressionante a Lei. E anche lei pareva avere delle idee tutte sue sul da farsi e su come andava il mondo. In fondo era stato Lui a dirgli di andare là. Pensava fosse per il meglio. Anche se la donna era sembrata dispiaciuta. I vicini erano diventati veloci di lingua. E tutti a guardarla. Le voci dicevano che aveva il ventre come un deserto. I beneinformati ridevano perché un deserto resta arido se non gli si da l’acqua. Non gli era chiaro ma non gli sembrava che fossero dei commenti benevoli. Così aveva pensato di torgliergliela, Sara, da sotto gli occhi. E da sotto qualunque altra cosa. Sapeva che la storia della sorella sarebbe durata neanche un battito di ciglia. Ma non si può mettere dentro il coraggio a chi non ha coraggio. Lui aveva semplicemente detto «Farò di te un grande popolo». Solo allora si rese conto di essersi assunto un gravoso impegno. E cosa potevano implicare quello parole. Le aveva dette a lui, mica a lei. Adesso lei era ricoperta di occhi. Nessuno riusciva a togliergleli di dosso. Nemmeno Lui. Non era stato proprio del tutto male. Si volse all’istante pensando “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Ma si trovò banale. E tornò ad ammirare quella splendida creazione.

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Di confusione ce n’era già abbastanza. E diventa naturale che si perda il filo del narrato. Questa è la storia della creazione. La storia delle storie. Dio, o il suo interprete principale, cominciava ancora una volta a guardarsi intorno stranito. Non era certo che tutto quello fosse opera sua. Ovvero non si capacitava di essere stato così imprevidente. Tutto era cominciato dalla notte dei tempi, meglio dire: dal primo mattino. Non c’era inizio prima di quell’inizio. Non c’era niente. Prima c’era solo buio. Solo si era sentito solo e nemmeno era un pensiero del tutto suo. Mai fare le cose di getto, dettate dall’istinto. Cercava compagnia? Forse sarebbe stato meglio un buon libro. Poi tutto era come precipitato. Purtroppo il risultato ce l’aveva sotto gli occhi. E il tutto sembrava perdere i pezzi.

Rfulmineiprendendo. Non era il tempo a mancargli. Solo gli era sfuggito, il tempo. Beh! la memoria non era la suo maggiore qualità. Prima c’era solo il bene, cioè il male, insomma quello: il pensiero unico. Anzi non c’era nemmeno nessun prima. Poi gli amici. I sosia. Gli altri. Per essere dio era dio, non per questo poteva ricordarsi di tutto. E non è nemmeno facile fare il dio. Tutti lì pronti a giudicare. Tutti si aspettavano tutto da lui, come fosse un padreterno. Certo che era infallibile. Che la fallibilità è umana. Era solo che ci sono giorni che non tutto va per il verso giusto. E quella cosa lì ora era il creato.
Se all’inizio tutto era cominciato perché si sentiva solo, ora cominciava a sentirsi anche troppo in compagnia. Anzi era tutto un gran casino. Tutti che vogliono mettere la parola. Non come quella volta. E forse quella volta era stato anche un po’ troppo precipitoso. Così lo era diventato anche di più. Sopra e sotto. Un gran Casino. Certo la parola non era proprio carina, in quel momento non riusciva a trovare un termine più adatto. Confusione gli sembrava realmente poco. Certo che era dio ma il vocabolario era quello che era. E poi si doveva ancora stampare. Insomma delle lingue che si preoccupassero gli uomini. Lui era puro pensiero. Non che non volesse prendersi le sue responsabilità, ma quel che era troppo era troppo. E poi ormai tutti si sentivano dio. Certo li aveva creati a sua immagine e somiglianza. Loro. Non quelli giù. Quelli giù… beh! avrebbero avuto bisogno di una ritoccatina, anche più di una, ma ormai era tardi. Troppa approssimazione. E dire approssimazione era dire una bazzecola. Si guardò intorno. Erano proprio tutti uguali. Tutti con barba bianca. E quel triangolo. E l’abito lungo bianco fino ai piedi; che anche intralcia. Nemmeno lui sarebbe riuscito a distinguerli. Beh! non proprio tutti. Lei era Lei. Non ci si poteva confondere (Lei è un dio femmina, nota dell’autore per futura memoria). E poi con quelle cose, con quelle tette. E sempre a ostentarle. Così fiera di sé. Nemmeno fosse dio. Eppure non si ricordava proprio di aver fatto quell’uomo. “Certo quello l’ho fatto Io” – si sentì dire- “qualcosa che non va”? Per farla breve: tutto. Si chiese a voce alta “Perché”? E ricevette subito risposta: “Perché sono Dio”. Non ci vide più: “No! Sono Io Dio. E poi non lo voglio sentire più; dio c’è. Anzi ce ne sono fin troppi”. Ma prima una voce: “E no! Io sono Dio”. E poi un’altra: “Io sono Dio”. E un’altra ancora: “Io sono Dio”. E le voci si fecero coro: “Io sono Dio”. Qualcuno azzardò: “Io sono il vero Dio”. Un contestatore c’è sempre; un rompiballe. Era fuori di sé. Solo Lei taceva, chissà cosa aveva combinato questa volta? Ma di quello si sarebbe potuto occupare dopo. Ora aveva cose più urgenti. Una sorta di ribellione? Una rivolta bell’e buona? Erano veramente tutti uguali. Persino lui… ma come aveva potuto? Sono questi gli amici? Tutti pronti a prendere il tuo posto. A infilarsi nel tuo letto,. con la tua donna. Su quest’ultima osservazione meglio sorvolare. Se la tenne per sé. Così la cancellò dai suo pensieri. Ma quella tornava. Se di loro si fidava poco, di Lei punto. Si rese conto che il pasticcio era fatto. Irreparabile. Ormai non si poteva più tornare indietro. Lì, come dire, nella volta celeste, non c’era più un dio ma ce n’erano parecchi, anzi c’era un dio multiplo. E ognuno uguale e ogn’uno diverso. E tutti creatori. E tutti infallibili. E un po’ supponenti. Per ogn’uno: “Io sono dio”. La frittata era stata fatta, anzi Creato. Come avrebbe voluto lui, cioè lui, cioè lui, non ci capiva più niente, come avrebbe voluto potersene lavare le mani.
E quello cosa sarebbe?” –chiese guardando il figlio di colore di una coppia assolutamente ariana e sterile; che nemmeno sarebbe stata l’unica volta– “Cosa mi rappresenterebbe”?
Non sono stato Io”. “Non sono stato Io”. “Nemmeno Io”. “Figuriamoci se Io potevo fare una cosa simile”. “Non ne so niente”. Non c’era più religione. Nemmeno pudore. Non un briciolo di buon senso. Anche per la gente che vede. Era uno scandalo. Cosa avrebbero pensato gli altri. Come sempre quando qualcosa non andava non si trovava mai il colpevole. Mai nessuno che si prendesse le proprie responsabilità. Lei sorrise sotto i baffi: “Quello s’è fatto da solo, cioè”… e lasciò quei puntini di sospensione come se la sapesse lunga. Ora la preferiva com’era prima, quando se n’era stata zitta. S’indispettì, e cercò di non farlo vedere. “E quello con tutto quel naso”?
Ancora Lei: “Certo non è la cosa che mi è riuscita meglio, ma era una prova. Come dire? Un prototipo”. Ne aveva abbastanza, non ci mancava che Lei, e le sue tette che non si curava mai di nascondere, ma non era ancora abbastanza. E poi chi le aveva detto che anche Lei poteva creare? In fondo era solo una donna. Cioè purtroppo era proprio una donna. Indubbiamente una donna. Non ci aveva mai pensato. Già era fin troppo che Lei riordinasse le sue cose. Mettesse ordine (come per la volta celeste). Mettesse becco e lingua. Avesse delle idee autonome. Che anche si mettesse pure Lei a creare. Era il massimo. Il massimo dei massimi. “Ho provveduto subito” –continuò Lei femmina come nulla fosse, anzi orgogliosa– “Ne ho fatta una con la lingua lunga e sembra proprio funzionare. Allora ho fatto uno che non ha solo la lingua lunga, ma dubito che tu, cioè voi, possiate capire. Credete ancora di fare tutto voi. L’uomo è uomo”.
Quella donna era una vera maledizione. E si prendeva fin troppe libertà; fin dall’inizio. Finirà che qualcuno se né uscirà dicendo che dio è donna –pensò; anzi pensarono. E non stava mai a sentire. Testarda. Avrebbe voluto non ricordarsi che era stato proprio lui a crearla. Ma questa cosa di essere stato lui lo inorridì. Ma stavolta non poteva lavarsene le mani. Questa cosa delle mani lo fece riflettere. Gli sarebbe potuta servire. Magari in un altro momento. In un altro contesto. Cercava sempre di ricordarsi delle cose buone, di quello che poteva tornare favorevole. Gli restò una di quelle sue risposte giuste in gola. Non voleva essere volgare. Si morse la lingua. Con Lei era una guerra persa. Finì rassegnato: “Fate quello che volete ma ricordatevi che essere dio non è la cosa più facile di questo mondo. E fate almeno un po’ di attenzione. Non voglio più vedere cose come quella che non si capisce se è uomo, donna, un gobbo, un nano o un intellettuale. Che poi l’intellettuale non lo abbiamo ancora creato. Almeno non Io”.
Lei non lo stava già più ascoltando. Gli aveva rivolto le spalle e si stava allontanando. Stava andando a preparare la tavola. E aveva messo su anche qualche chiletto. Concluse che quella storia che era tutto spirito forse non era stata una genialata. Erano gli uomini a sua, cioè loro, immagine e somiglianza. Mica l’inverso. Soprattutto Quella era tutt’altro che solo tutto spirito. E pareva anche ad alta gradazione alcolica. Pensò che forse era il caso di indire un’assemblea. Di darsi un ordine. Solo la parola assemblea lo spaventava. Sapeva come poteva andare a finire. In fondo lui era dio. Che importanza aveva se anche lui era dio? E anche lui? Così tutti avrebbero potuto avere il proprio. Pensò alla torre di Babele. Aveva il sospetto che ormai fosse tutta una Babele, da per tutto, in cielo, in terra e in ogni luogo.
Decise che dovevano avere almeno delle regole. Dei punti fermi. Delle certezze. Appese fuori il cartello: «Domenica chiuso».
Adriano Celentano: Il ragazzo della via Gluck

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Proprio perché allora qualcuno me lo aveva fatto notare torno e cerco di spiegare per quanto posso. In realtà avrei potuto chiederlo direttamente a lui, a dio, perché ha deciso di creare il creato proprio il quattordici marzo, ma ultimamente i nostri rapporti si sono un poco raffreddati. Più che raffreddati si sono proprio interrotti da quando Lui s’è adombrato. Forse è più corretto spiegare che sono sbottato e a Lui non è piaciuto il mio sfogo, e che Lui, a volte, è persona irascibile. Mi ribellai benché lo sapessi della sua irritabilità poiché io non sono fatto di materia divina bensì di umana carne, muscoli, ossa, difetti, vizi (come amo i vizi) e reazioni. Non sono riuscito a trattenermi quando mi ha annunciato che come uomo non era nel mio diritto di parlare, che già era molto se non si ricordava di rimproverarmi di pensare, che a pensare non ero proprio adatto, omologato. Sbottai in un «chi ti credi; dio?» che trovò subito conferma nella sua subitanea risposta. Ammetto di essermi comportato con superbia e presunzione, nonché con estrema mancanza di rispetto, ma ero fuori di me, e nel momento avevo persino scordato qualsiasi cautela ben sapendo della sua permalosità. E’ a conoscenza universale di come reagì, e porti tutt’ora eterno rancore, per una semplice e stupida mela. Dico una mela e per una mela tutto quel baccano che ancora ne subiscono gli eredi che di quella mela non hanno sentito nemmeno l’odore, né possono ricordare se aveva almeno il bollino. Comunque io lo so e basta e se vuole smentirmi che si provi a smentirmi.
La storia è presto detta: il quattordici marzo si batté sulla sua sapiente fronte. Era un’idea che gli era venuta molti e molti anni prima, ma poi, per cause che è inutile stare a rivangare, se n’era scordato, o più semplicemente non c’aveva più pensato. Aveva semplicemente esclamato «com’è che non c’ho pensato prima?» –stava proprio perdendo la memoria quell’uomo che si credeva più che uomo. Comunque si sa che il tempo a quel tempo scorreva veloce e fuori del tempo. Cos’erano allora e per lui tutti quegli anni quando Lui viveva per l’eternità? Nell’eternità anche un secolo pare un attimo, figuriamoci un po’ di anni che erano anche meno di mezzo di quel secolo. Che poi pensava che tanto non c’era fretta e le cose, anche se non si fanno all’istante, basta farle prima o dopo. Se ci si chiede perché la ragione era sempre la stessa: solo si sentiva un po’ solo. Insomma c’erano gli angeli ma con quelli non aveva un grande feeling. Sempre a rimirarsi allo specchio. Sempre in giro; non essendoci ancora gli uomini non c’erano ancora i postini e quel servizio lo facevano loro. E avrebbero continuato a farlo per un pezzo, almeno fino alla nascita di suo figlio, prima che lui imparasse a fidarsi più degli uomini che anche se si perdevano qualche messaggio almeno quelli che portavano li portavano così com’erano, tutt’al più un po’ sgualciti. Gli era rimasto sul gozzo proprio di quella volta e di come l’avevano raccontata quella gravidanza che ci aveva fatto la figura dell’allocco mentre voleva solo essere riservato. In fondo era solo ragazzina. E poi non è mai bello mettere in piazza quelle cose e rendere pubbliche le faccende private, cioè parlare di corna a casa del cornuto. Veramente avrebbe già potuto creare i giganti ma era certo meno divertente crearli che generarli, e non solo per Lui; mica voleva che qualcuno se la prendesse. Cosa cambiava se avesse rimandato, almeno per quello. C’erano gli dei, è vero, ma figurarsi se con quelli… e troppo tardi si accorgerà che forse erano proprio quelli a sconsigliargli di creare l’uomo, ché con l’uomo si mescolavano e persino con le bestie. Ma non poteva certo preoccuparsi di tutto né immaginare, e poi è sempre meglio che ogn’uno razzoli sul proprio orticello.
Mi rendo conto che sto divagando ma è solo perché la materia mi prende e preme per avere le sue spiegazione, tutto è così complesso e insolito che si è tentati di non credere mentre tutto è dettagliatamente documentabile; e senza l’intervento di Giacobbo. Proprio tutto magari no ma non si può pretendere, in fondo non si può essere troppo esigenti con la storia se è storia prima della storia. Nemmeno era cominciata, infatti, la storia, figuriamoci se potevano esserci gli storici, certo che a pensarci era meglio se ci avesse pensato prima. In verità quel quattordici marzo aveva inventato l’amore, ma non è forse vero che è dall’amore che nasce la vita? Ci sono giorni, probabilmente quand’è di cattivo umore, che sostiene il contrario, cioè che con l’amore finisce. In quei momenti torna a pensare alla faccenda della mela, e a tanti vecchi amici che come hanno iniziato ad amare hanno smesso di vivere; ma Lui, alla sua età, comincia a fare un po’ di confusione. Veramente ma veramente quel giorno era nato l’amore e lui ci entrava come i cavoli, non ne aveva avuto ne arte ne parte.
L’amore, anche a quel tempo, era già una cosa bizzarra che sbocciava all’improvviso dove voleva tra chi voleva, come per Elena ma quella era una storia in cui non c’entrava e poi era lei che era poco seria, o quell’altra che la testa, si fa per dire, l’aveva persa per un cigno che come può una con un cigno; ché ancora un toro è questione discutibile ma un cigno altro non è che una dannato uccello pennuto, o quell’altra… ma è meglio fermarsi qui che le donne una ne pensano (è un modo di dire) e mille ne fanno, in quanto, l’amore, è cieco più del più cieco tra i non vedenti, e questo lo sanno tutti anche senza la parola del signore. Che poi mica è una questione di vista e conta vedere per capire e sapere quel ch’è meglio fare o come ci si dovrebbe comportare in fatti come quelli, anzi a volte non serve nemmeno appicciare la luce che ci si riesce lo stesso. E poco conta la luce se è la donna che non vuole mostrarvi la strada; ne sa qualcosa anche il vostro umile servo, e chi lo nega non è vissuto o è un mentitore.
Spesso le storie umane e quelle divine si mescolano. C’è persino qualche uomo, ma qui preferisco glissare per non aumentare la già aumentata confusione, che sostiene che è proprio l’uomo che ha creato Lui. Ma qui tali vicende si dipanano e si terrà separata l’una dall’altra, anche perché Lui ha delle strane idee tutte sue sull’amore. A sentir Lui, o almeno quelli che dicono quello di Lui, avrebbe (il condizionale è d’obbligo) creato l’amore e poi, forse pentito, ha messo così tante obiezioni che l’uomo dovrebbe tenersi l’amore senza fare all’amore. Perciò da questo punto in poi qui si parlerà solo di vicende umane viste dall’aspetto umano. In questo mondo, come in quello che vivo e gradisco, chi ama ha non solo il diritto ma persino il dovere di fare all’amore; ci mancherebbe. E’ per amore che un uomo, proprio come me, in una notte di Natale e a Venezia può, giocoforza, camminare sull’acque; naturalmente bagnandosi scarpe e calzini, seppur sacramentando per poi trovarsi a mettere tutto a mollo perché l’acqua salsa non è proprio il massimo per passeggiarci scarpe ai piedi. Insomma mi sembra naturale che gli amanti amino (mi parrebbe anzi demenziale l’inverso), nel limite del possibile persino che lo facciano e continuino a farlo anche i mariti con le proprie mogli. Per quelle degli altri ognuno si regoli come meglio crede, e giudichi di caso in caso, purché sia fatto con quel minimo di cautela dovuto. E’ spesso la mancanza di cautela e di signorilità foriera di drammi, comunque gli amanti lo sono perché amano, anche se dovrebbero ricordare che una cosa è farlo con la donna di un altro e un’altra farlo nel suo letto, cioè in quello dell’altro, e magari trovarsi lì quando arriva, quell’altro. E’ questa soprattutto una questione di buon gusto che poi le lingue, si sa come sono, chiacchierano.
Insomma che ognuno ami come vuole e lo faccia con chi vuole, certamente non oltre il limite del lecito. Io la penso così e per lecito sia ben inteso che si intende il rispetto per l’altro e gli altri e i diritti di tutti soprattutto dei tutelati. Cosa diversa è fare l’amore quando non c’è l’amore; c’è chi lo fa per necessità, chi per opportunità e chi per vizi. C’è poi chi lo fa senza pensarci, e tra questi c’è sempre il rischio di accorgersene troppo tardi che si è fatto all’amore senza fare all’amore. E’ una persona tra questi, per la precisione doveva essere una donna perché la frase è frase da donna, ad aver coniato il famoso detto: “Avrei creduto meglio”. Se il problema non è solo di goffaggine del partner o di dimensioni sarebbe ben lecito chiedersi cosa si aspettava quella, ma forse meglio sarebbe chiederlo direttamente a lei qual’ora si incontrasse. Io non posso avere tutte le risposte né lo pretendo, e qualcuna non è adatta ad essere qui riportata. Le donne hanno sempre nel cuore il principe e nella mente lo stallone. Per quanto mi riguarda io potrei anche, mi trovassi nelle condizioni sopra descritte, provarmi a camminare sulle acque, ma non ho la presunzione di cambiare l’animo umano, soprattutto quando si tratta di una donna, o di cambiarle la testa, o, addirittura, di cambiare il passato.
Lei era stesa sul lettino di questo vostro modesto servitore, che della vicenda e di questo è anche modesto biografo, e rivivendo il passato sembrava rivolgersi a quella figura nel suo passato quando mi ha detto “Tienimi con te”. Anche se il posto non era altro che un piccolo buco mi sono ricordato come mia madre mi ha sempre ricordato che dove si mangia in uno si può mangiare anche in due, e che dove ci sono due cuori ci può anche essere capanna, anche se quest’ultima cosa non è d’obbligo e non so quanto c’entra. Comunque lo ammetto che io non sono un granché come psicologo, nemmeno ho studiato per esserlo, e lo so che l’etica lo vieterebbe con una paziente, persino il vecchio buon senso, e nemmeno era bella come solitamente si dice bella di una donna, e nemmeno era più così giovane, ma c’era quel qualcosa in lei, benché non pensassi certamente ad una capanna, e poi non è un uomo l’uomo che si lascia scappare l’occasione. Non ho certo aspettato che riaprisse gli occhi per darle tempo di cercare di distinguere la realtà dal sogno e le ho sussurrato “Lasciati amare”, ma lei mi aveva già invitato ad accomodarmi lasciandomi non so se più sbalordito o più allibito. Ora non posso chiedere aiuto a nessun dio perché lo sapevo da me che, ad andare con una donna, a giocare con l’amore, si sa sempre dove inizia il gioco ma mai dove ti porta e quando finisce. Scusate perché ora si sta svegliando e debbo mettere il caffè sul fuoco ché a lei piace bollente; il caffè.
Se qui abbiamo parlato dell’amore e non della passione è stato solo per ragioni di tempo che mi hanno costretto a limitarmi ad una breve introduzione parziale dell’argomento. E perché se l’amore mi lascia un attimo di respiro la passione non riesce ad ammettere soste.

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Certe mattine come quella si sentiva proprio onnipotente, ma lui era onnipotente. Evitava di chiederselo perché che senso ha essere onnipotente se poi ciascuno fa quello che vuole?
fulmineIl più era fatto e a dirla tutta un poco si annoiava. Certo che era tutto da ridere. Quelli, ovvero quelli dell’attico “ad Olympia” (avevano storpiato il nome per darsi un tono) avevano continuato a sfornare eroi. I suoi erano tutt’altro, si sarebbero detti rincoglioniti precoci. Non ne azzeccavano una. E’ un bel dire di cambiare la realtà descrivendola. Penna in mano sarebbe stata tutta da riscrivere. Avrebbe fatto bene a prender spunto da loro. Tanta originalità per distinguersi e poi fare la figura del bamboccione, del casinista; di quello che non sa fare e se fa fa confusione; fa un pastrocchio. In fondo aveva fatto un sacco di cose meravigliose; prendiamo per esempio… al momento non gli veniva niente, ma bastava guardarsi attorno. Certo che a volte giravano anche a lui. Però forse sarebbe stato meglio che avesse cambiato, che si fosse trovato un vero addetto stampa come si deve. Uno che sa come presentare le notizie, o un intero staff. Non poteva continuare così. Per fare un figura così… che se tacevano era meglio. S’era rimasti a Abramo; quel gran curiosatore. Avrebbe dovuto ridurre di sale pure lui. Intanto c’aveva avuto da fare.
Sapeva già cosa gli avrebbe risposto quel vecchio scimunito. Rimbambito. Andava a dire che le cose lui le sapeva anche prima di Lui. Che per alcune sarebbe bastato anche solo un po’ di buon senso. Certo che se le cercava. Così imparava a non farsi solo quelli propri. Persino ai serpenti era andato a romperle. La sapeva già la risposta: la donna. Nessuno meglio di lui che la donna l’aveva creata. Che poi aveva fatto oltre la donna anche quella Donna. E lei mica ne faceva mistero. Delle sue risate era rimbombata tutta la volta celeste. Ma se qualcuno avesse raccontato anche quella lo avrebbe fulminato. Lo aveva giurato: acqua in bocca. A quello invece gli era toccato fare la donna per sette anni; così avrebbe imparato. Se la rideva. Forse era anche una pena mite. E poi a chiamarla pena faceva pena. A sentir lui doveva essersi bene divertito. Ma Lui non ci voleva proprio parlare con quelli.
A pensarci ci aveva pensato. Gli avessero almeno mostrato le bozze quella biografia non sarebbe mai uscita; questo era certo. Era il minimo. Ogn’uno invece faceva a modo suo. Volavano le notizie più impensate, assurde. Non poteva occuparsi proprio di tutto. Qualsiasi cosa decidesse era sempre troppo tardi. Nessuno tocchi Caino. Lui l’aveva detto. Come avesse parlato al vento. Che senso aveva se poi continuavano ad ammazzarsi tra loro? Anche Lui l’aveva il suo carattere, ma così appariva solo un vecchio iroso. Quasi stesse sfogando una frustrazione. Certo non si poteva dire soddisfatto, ma le cose erano meno peggio di quel che sembravano. Erano gli uomini ad incasinarle. Valli a capire. Mica li costringeva. Avessero usato la testa. Che lui la testa gliel’aveva data. Beh, testa! Col cavolo a sua immagine e somiglianza. Invece usavano sempre quell’altra parte. Prendi quello. Nemmeno gli era riuscito tra i meno peggio. Poco meno di uno sputo. Una vera mezza… si insomma… e si credeva un dio. Di quelli ce n’erano fin troppi. Come poteva starci tanta boria in una cosa tanto piccola, e… insomma… sgradevole. Non l’aveva coniata lui la parola merda, ma non poteva non pensare a quella. Sì, insomma. S’era svegliato non tanto di buon’umore. Com’è possibile diversamente? Se quello era un supereroe allora Lui era SuperDio. Ovvero SuperDi. A facile dire ch’è stato solo un sogno. I suoi sogni diventavano realtà. E quand’erano incubi… E quelli giù a raccontare; per di più aggiungendo del loro. Figurarsi. Scrivevano tutto, quelli, e Lui non si ricordava di averla ancora creata; la scrittura.
Non che Lui… ma insomma… Certo che gli uomini erano ben strani. Torniamo alla nostra storia. Pazienza tutte le escort: «Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace [Genesi 19.7]». Sapeva che chiedere un consiglio a Lei era mettersi nei guai. Non chiedeva altro che prendere un aperitivo in pace. Con gli amici. Sembrava uno di quei films. Non ci capiva più nulla. Cosa aveva fatto a fare le donne se quelli si preferivano fra loro? Dei gusti degli altri avrebbe preferito lavarsene le mani. Non che Lui… però stupidi erano stupidi. Certo che anche quel padre. Per due stranieri; in fondo. Gli aveva detto “Fai tu che fai bene”. Lui aveva il suo da fare. E poi un attimo di tregua lo si concede a tutti. In fondo era stato Lui a fare tutto quello. Certo che per quelli, i cugini, andava bene tutto. Uomini con uomini. Donne con donne. Non avrebbe saputo che dire. La verità è che quello che avrebbe dovuto dire glielo mettevano in bocca gli altri. Era vero o no che aveva dato loro capacità di decidere? Mica puoi dire a uno di decidere come gli garbava e poi alla prima che fa fargli tutto quel putiferio. Zolfo e fuoco. A parte tutto anche la puzza. Certo che con il diluvio non poteva dire che era andata un granché meglio. S’era ritrovato i pesci sulle cime delle montagne. S’era ritrovato tutto sottosopra. Più che diluvio si sarebbe potuto chiamare “il grande ammollo”. Ma non bastava lasciarle semplicemente scivolare nel mar morto? Non c’era comunque di che stare allegri. Cosa ci poteva fare? Protestare su una stampa che denunciava solo falsità? Si sa come sono quelli. Pare si divertano. Tutti contro. E magari poi trovava qualche paladino a parlare di bavagli.

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fulmineSuccedeva sempre più spesso. Anche quel mattino. Si trovò a toccarsi. Il suo regno si riempiva di menagramo. Da che aveva dato loro, ai suoi amici, una autonomia, aveva già fatto a tempo a pentirsene. A volte arrivavano a trovarsi persino a discutere. Certo che li aveva fatti a fare se poi doveva fare tutto da sé? Se lo chiedeva in continuazione. E quelli sempre a criticare; a chiosare. Se non c’era Lei c’era il suo zampino in tutto quello. Era più che un sospetto. Metti un donna e niente è come prima. Gli amici immaginari sono sempre una gran iattura.
Erano quattro amici al bar, parlavano di rifare il mondo.
Ci facciamo un caffè”?
[Qualcuno potrebbe osservare che, essendo i fatti narrati in questo caso risalenti attorno ai primi anni del secondo secolo, non era ancora stato scoperto il caffè. Che ce ne voleva di pazienta prima che Kaldi uscisse per far pascolare il suo gregge. Ovvero che avrebbero dovuto aspettare almeno milledue, milletrecento anni per gustarne una tazza. Niente di più stupido. Dio non ha tempo, e, soprattutto, se ne poteva fare a meno, non amava aspettare. Non sempre la pazienza era il suo forte. E poi, eccheccaspita!, se non se la poteva permettere Lui una piccola eccezione… Ne aveva voglia, e questo doveva essere sufficiente. Non poteva star lì ad aspettare il caso e un semplice pastore. Uno poi di quelli che disdegnavano persino di farsi un bicchierino.]
Almeno l’uomo”.
Fare per fare si potrebbe almeno risistemare le stagioni”.
Manco aveva fatto a tempo a finire quei suoi pensieri. Ma figuriamoci se Lui aveva voglia di mettersi a rifare tutto. Poteva prenderselo, una buona volta, in santa pace, quel caffè. Lui lo aveva già detto che Lui aveva creato l’amore, il sesso era un’invenzione umana. Se non era proprio così almeno lo era pressappoco. Infatti lui aveva pensato che avrebbe dovuto essere l’uomo, l’uomo, mica la donna, a darsi da fare. I figli sono sempre una grazia di dio. Cioè al piacere non ci aveva proprio pensato. Certo che se una cosa la si fa con piacere la si fa più volentieri. Da qui a farlo solo per quello certo che ne passava. Tanto quanto ne passava a non farlo proprio.
A volte non ci pensava abbastanza, prima. Forse avrebbe dovuto farlo, ‘che lui era Dio. Ma per dio: un po’ di buon senso; diamine. Un po’ di quel che si dice. E di moderazione. Se faceva il vino mica si doveva bere tutto in un giorno. Così per il resto. D’accordo che fa buon sangue. E quello non mente. Ma che esagerare lo si sapeva: bere non è mai bene. E il troppo stroppia. Eccetera. Distrattamente si chiese se anche quello, il piacere, cioè il sesso, poteva dare assuefazione. E allergie? Ma erano pensieri da porsi? Lui che sapeva tutto non se l’era mai chiesto. E non capiva perché avrebbe dovuto; chiederselo. Lo sapeva che lei, credendo di non essere sentita, continuava a ripetere quel suo “Povero vecchio”. Povero e vecchio un corno. Sapeva quello che faceva. Ma forse sarebbe stato meglio se avesse creato subito la musica rock. O almeno il beat.
Allora aveva fatto l’uomo e la donna. Cioè prima l’uomo e poi la donna. Due cose chiare. Separate. Non era tipo da fare confusione. Era dentro quel condominio che se ne vedevano delle belle. Tutto e il contrario di tutto. Ma anche lei. Va bene invaghirsi. Va bene tutto. Meglio tenersi al largo da quel lago. Magari mica era una leggenda. Nemmeno l’alluce ci avrebbe infilato dentro quell’acqua. Sarà stato anche amore ma certo l’amore aveva un sacco di modi di manifestarsi. Era questo il punto. E che non gli parlassero poi di quello. Non lo poteva vedere. In quel caso non gli potevano certo imputare alcunché. Era colpa degli inquilini dell’edificio accanto. Con quelli non si poteva proprio parlare. Non avrebbe avuto bisogno di inventarsi degli amici immaginari, diversamente. Tanto Lui se ne stava sulle sue tanto quelli si mescolavano con gli uomini, e con le donne. Con quelle loro strane idee in testa. In fondo le loro finestre s’affacciavano sullo stesso mare. Anche quello. Avesse voluto non avrebbe potuto non vederli. E sempre a dire che c’erano prima loro. Che centrava? E vai a guardare secolo più secolo meno. Lui c’era prima. Era solo che non stava lì a vantarsene. C’era sempre stato; quasi. Vai a farglielo capire.
Anche quella Pluto non lo convinceva molto. Chi diceva che erano due persone diverse con lo stesso nome. Chi che era prima uomo e poi donna, o viceversa. Non avrebbe potuto mettere la mano sul fuoco. Quello o quella o quelli non lo convincevano proprio. Ma non sapeva dire chi era il migliore e chi il peggiore. Lasciamo stare i migliori. Non ce n’erano da salvare. Non ci si raccapezzava. Era tutto una gran confusione. Avessero almeno pagato gli alimenti. Non c’era verso di metterci ordine. Che se la suonassero e se la cantassero. Rischiava che finiva che quella storia del trino sarebbero andati a dire che anche quella se l’erano inventata loro. Aveva il sospetto che di loro si sarebbe continuato a parlare per secoli. Come non avessero già combinato abbastanza guai.
In fondo quelli erano d’un altra parrocchia. Non c’era niente da fare. Parlavano un’altra lingua. Le avventure con loro finivano quasi sempre lì. E poi erano pettegoli come pochi. E si intromettevano su tutto. Aveva anche provato. Non c’era verso di farsi sentire. Di andare d’accordo. Doveva capire che doveva limitarsi ad occuparsi del suo orticello. Doveva forse giustificarsi anche per loro? Non era vero che l’aveva fatto senza coglioni. E quelli venuti dopo? Erano senza coglioni, mica privi di testicoli. Che colpa ne aveva? L’uomo si diverte a dare del suo peggio. Lo inviti a cena e puoi star sicuro che si infila le mani nel naso. Per non parlare di come ti guarda la moglie. Non era bastato tutto quel gran casino che aveva combinato Noè. L’uomo non impara perché non vuole imparare. Non era per quello che preferiva cenare da solo. Magari poi il digestivo lo prendeva pure; e con lei. E qualche volta dopo aveva anche di che pentirsene. Non era mai facile venirne a capo; con lei. Lo aveva sempre ammesso. Da subito. Se si dovesse ricordare sempre quella volta dell’universo allora quel digestivo se lo sarebbe dovuto prendere sempre, anche quello, con quegli amici. Ce li aveva già per i piedi tutto il giorno. Che quando mancano ti mancano ma quando ci sono rimpiangi che non abbiano altro da fare. Questo per dire.

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In realtà si era allontanato, per alcuni attimi; assentato. Aveva bisogno di starsene da solo. Man mano le cose si complicavano. E di complicazione in complicazione cominciava a non capirci niente. Più guardava quello che aveva fatto, come le cose stavano andando, e più si preoccupava. Pensi che una bella ripulita risolva tutto e ti ritrovi quel tutto tra i piedi. Cambiano i suonatori ma la musica resta uguale. Arriva uno che credi semplicemente un giullare e quello, bandana in testa, si inventa un Cesare. Hai un bel dire che è solo un vespasiamo. Avrebbe dovuto mettersi Lui, di buzzo buono, e scriverla; la storia della stupidità.

fulmineEppure c’era ancora qualcuno che si fidava di lui, anche troppo. Certo che son strani gli uomini. Resta un mistero perché alcuni corrono dietro ad altri. E corrono mica per una gonna. Questo l’avrebbe anche capito. Magari rincorrono un uomo, anche se piccolo e brutto. Anche se senza capelli, cioè insomma ora li ha ma mica si sa, cioè si sa, insomma le cose vanno come vanno. Carisma, lo chiamano. Dai agli uomini il libero arbitrio ed ecco che ne fanno. Avrebbe detto semplicemente che erano pecore. Prendiamo Abramo, per esempio. Non si parli di eroe o padre quando si parla di lui. Ogni patria ha almeno un padre della patria. Con tutta la fatica fatta prima di essere padre (e padre è quasi una payrola grossa). Nemmeno c’era una patria. Forse è lui il padre di tutte le disgrazie. Era già sordo allora o doveva essere del tutto rintronato. Figuriamoci se Lui gli aveva chiesto quello; proprio Lui che al solo vederlo, il sangue, gli veniva da voltare la testa e, anche, qualche conato di vomito. Nausea che sembrava una donna in quei periodi. Certo che a scherzare con quello era un vero dramma. Prendeva tutto sul serio e a modo suo. Nemmeno un briciolo di ironia. Neanche il minimo dubbio. Se gli raccontavi una favola, anche una sempliciotta come questa, prendeva tutto per oro colato. Senza menzionare che Lui aveva detto abbacchio non Isacco. Se non si sbrigava rischiava che facesse sul serio. Certo che aveva dovuto cambiargli nome. Era stato costretto a consigliargli un poca di clandestinità. Litigioso era litigioso, come pochi. E poi doveva andare in Palestina e restarci. Alla prima contrarietà, al primo bivio, era finito in Egitto. Inutile dire tutti i casini che sono seguiti a quel casino. Sono sotto gli occhi di tutti. Gli aveva dato poi, dopo, un gran bel da fare. Ancora non sapeva come venirne fuori.
Quell’Abramo non era certo uno stinco di santo. Aveva Lui un bel da fare a parlargli, tanto quello mica ascoltava. Diceva a tutti che ad essere in difetto era lei, era Sara. Poi non puoi prenderla sempre con la donna se le cose vanno come vanno. E lui a divertirsi. A saltare la cavallina. E lei che portava pazienza, povera donna. Era ormai sotto gli occhi di tutti che aveva creato la stoica rassegnazione per darla in dote alle donne. Quella donna ne era l’esempio vivente. E lui, il marito, ad invitare i forestieri nella sua tenda che nemmeno li conosceva tanto bene; anzi per niente. E quelli a dire che allora, da giovane, era bellissima, la più bella. Non ti viene nemmeno un sospetto? Certo che lo era stata, bella. E lo era ancora, nonostante l’età; per una della sua età. Che poi quelli erano in viaggio, e da un bel po’ viaggiavano. Avrebbero mangiato anche l’erba dal vaso, si fa per dire, tanta era la fame. Ma lui aveva i grilli in testa. E quelli, i grilli, a strusciarsi, a frinire. Ma lui niente. C’è proprio chi se le vuole. E quelli, prima di andare, gli avevano spiegato che sarebbe diventata mamma. Non ci credeva. Ci voleva nulla a capire ma non lo voleva proprio fare. Così lei ebbe quel figlio e lo chiamò Sorriso di Dio. Dio, in realtà, sghignazzava. Non somigliava a suo padre. A guardarlo bene aveva qualcosa di tutti e tre. Ma lui mica aveva capito. Non era per quello. Era proprio che era rincitrullito. Ma forse non era nemmeno questione dell’età: tanto sveglio non lo era mai stato. Son fin troppi a portare la prova della loro ottusità con non celato orgoglio. Alla fine viene persino il dubbio se lo sono o lo fanno. Se lo diceva non era certo per invidia o per lavarsi la bocca.
Mica poteva darle torto, a Sara. Che lei era anche stata attenta ma si sa come va in certi frangenti. Sara s’era fatta prendere la mano. Come biasimarla; con quello? Pronto a raccontare che lui spaccava il mondo. Padre di molti? Quel figlio aveva avuto, e manco si era certi. Fosse stato per lui sarebbe rimasto senza anche quello. Altro che “con ogni benedizione”. Il pennuto aveva riferito giusto: “stupido coglione”. Mai una volta che capisse quello che gli si diceva. A riscrivere tutta quella storia ci sarebbe stato da ridere. Non aveva più voglia di ridere. Aveva sghignazzato abbastanza con la storia del Sorriso. Infatti non l’aveva mandato da nessuna parte. Se era per lui se ne sarebbe dovuto stare tranquillo a guardare il suo orticello, così non avrebbe combinato guai. Che poi voleva metter naso in ogni cosa. Fare il generoso. Preoccuparsi per gli altri e quelli, gli altri, erano una specie di comune, peggio di un Centro sociale occupato. Che pensasse per sé. Se c’era un leader questo era lui. Rischiava di finire per restare una figura in secondo piano. Messo in un angolo. Non che ci tenesse. Quello no. Non aveva fatto tutto quel creato per quello. Nemmeno era certo di sapere il perché. Ma era in gioco. E poi quelli scrivevano tutto per filo e per segno. Scrivevano ciò che volevano. La prima mattana che gli capitava in testa. Mica poteva lasciare che tutto andasse come andava. Poi rischiava che dessero ancora la colpa a lui. Che lui avesse scelto Abramo, piuttosto avrebbe scelto Sara; ed era tutto dire. Aveva chiesto un consiglio a Ambrogio. A che servono gli amici, anche se immaginari, se poi le cose se le doveva sbrigare tutte da sé. Quello con quel nome da cameriere gli aveva detto. “Si! no! ma vuoi che non capisca. Certo che capisce. Anche un sordo. E poi, beh! fai tu”. Eccolo lì. Tutti erano buoni e bravi a dargli una risposta come quella. Forse era quello il limite delle figure immaginarie. Mai un minimo di autonomia, di iniziativa. L’avesse chiesto allo stupido assoluto, a Felice, non avrebbe avuto uno risposta più inutile. A tutto c’è un limite.

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E’ da quel quattordici marzo. Qualcuno osserverà che se non c’era ancora il creato come potevano esserci i mesi, e i giorni. E poi che come si fa a contare indietro; prima? C’è sempre qualcuno tignoso che va per il sottile. E qualcuno che pensa di saperne una pagina in più. La cosa Lo indispettiva. Per un attimo era stato tentato di dargli una lezione, a quel qualcuno. Di ricacciarlo nel niente. Cosa ne poteva sapere? Lui il creato l’aveva creato quel giorno. E per Lui era il quattordici marzo. L’anno non ha importanza. Che poi era sicuramente il primo. Aveva deciso così. Era o non era Dio? Avrebbe potuto dire un giorno qualsiasi. Non lo sarebbe stato comunque. Aveva deciso che fosse quello. Forse perché il tredici si sa, per alcuni è un giorno non fausto. I napoletani c’erano da ben prima di Napoli. Insomma tanto per stabilire una data. Per avere una certezza. Non si sa mai; anche la memoria è quella che è. Volatile; come certe amicizie. Poi lei era andata a tirare fuori vecchie storie. Carabattole. E’ possibile che ci sia sempre questa specie di bramosia per il passato? Perché non metterci una pietra sopra? Lui, certo, quando l’aveva vista ci aveva fatto un pensierino. Un pensierino e niente più. Nemmeno si poteva dire ci fosse stato qualcosa. Non ne aveva avuto il tempo. Ma mica era per quello. Certo lui non si poteva immischiare in storie da umani. Certo che a vederla chi non l’avrebbe fatto, quel pensierino? Era una cosa, cioè una donna, ma proprio donna donna; e come si deve. Se c’era una cosa che aveva fatto bene era lei. E lei non lo nascondeva nemmeno che le piaceva essere guardata. Guardata e ammirata. Poi faceva quella che si ritrae. Tutte uguali. Come fosse una donna tra le donne. Certo che lì, essendo sola, tutti le stavano intorno. Non ce n’era uno che non la guardasse. E a qualcuno scappava anche qualche parolina. E anche spesso. Se fosse stato geloso avrebbe avuto di che esserlo. Lei gliene dava occasione. Non che ci fosse qualcosa di, come dire? certo. Avesse almeno saputo cucinare e stare al suo posto. Che serve una donna se non sa fare la donna? E non sa stare al suo posto? A pensarci non le aveva ancora dato un nome. Non ci pensava nemmeno di darle anche un cognome. In fondo, tra loro due, era lui ad essere Dio.

fulmineCerto che il creato era una meraviglia. Il problema era che non aveva ancora creato il calendario. Ma si sa che il calendario era una sorta di lista di collocamento. Così a distrarsi era facile si distraesse. Per un attimo smise di pensare a cosa era stato, cioè la sua memoria venne verso i tempi nostri. Beh! non proprio questi. Era stata sempre lei; lei che chiedeva sempre delle spiegazioni; lei e la sua aria di rimprovero. Ci stava pensando. Era molto più comodo vivere solo di presente. Non era facile nemmeno a lui spiegare certe storie come quella storia della trinità. Essere uno ed essere tre. Cosa ne pensava lei? Naturalmente: “Povero vecchio, ha problemi di identità”. Per cercare lui cercava. Non riusciva a fissarsi su un ragionamento. Aveva fin troppi grattacapi. Lui era suo padre ma anche suo figlio. Pensava se aveva qualcosa di cui rimproverarsi. In verità non aveva nemmeno fatto a tempo ad avere l’ombra di poter conoscere il rimorso. Più ci tornava e più non lo convinceva quella storia che gli aveva propinato Gabriele. Su due piedi avrebbe scommesso che c’era di che prendersela, e mica poco. Gli sarebbe venuto di spennarlo. L’incarico era solo di avvisare Maria. Se vogliamo un po’ da leccapiedi, due parole dolci. Un compito avaro ma un lavoro è un lavoro, non aveva responsabilità. Ci avrebbe pensato da solo. Sapeva sbrigarseli i suoi mestieri. Mica c’era bisogno (né fretta). Poi quello, mai che stesse ad ascoltare, mai che si limitasse a quello che gli veniva detto, sempre a prendersi delle iniziative, doveva aspettarselo. Che poi lei mica che fosse una ragazzina. Lo sembrava solo. Minuta. A guardarla frettolosamente, anzi, pareva bambina. Non avrebbe superato le medie. La confondevi con i compagni di banco. Poi, quando la sentivi parlare, aveva una lingua che dio ce ne scampi. No! cioè… Dio era lui. Non c’entrava. Aveva una lingua tagliente; lei. Una logica inattaccabile. Ne sapeva una più del diavolo. Eccolo il punto. Appunto. Ne sapevano qualcosa i sacerdoti al tempio. E non solo loro. E poi non era stata ancora creata una donna di cui ci si potesse fidare ciecamente. Il fatto era che con le donne non ci aveva mai azzeccato. Fin dalla prima aveva avuto i suoi guai. E quelli a mettere tutto nero su bianco. Rischiava di sentirsi messo alla berlina. Che poi, a pensarci su, qualcuno si permetteva ancora di biasimare quella Maddalena. Non sarà stata da esempio, l’altra; in fondo, era stata una ragazza madre. Solo lui sapeva la fatica per trovarle marito. Che lui mica né voleva sapere. Bella sì ma chi se la tiene. Ti porti in casa una donna del genere, non che non fosse intelligente, anzi, fin troppo; proprio per quello. Chi si mette una così in casa? Sempre a dirti e a spiegarti. Una vera professoressa. Una professoressa bambina. E aveva pure l’ardirebisogna proprio che glielo faccia, e con calma, quel discorsetto sui peccati e sulle prime pietre che è sempre così difficile scagliare”. Guarda chi parla. Chi parla di peccati e di pietre. Chi voleva abbindolare con la sua aria da santarellina? E poi aveva troppa confidenza con quelli. Sì! proprio loro; quelli del condominio Olimpia. Che parevano vecchi amici. A vederla non si sarebbe detto. A Lui non piacevano le frequentazioni che aveva. Certo che non fosse stato suo, cioè il suo pensiero, il pensiero di Dio, lo si sarebbe potuto tacitare di fomentazione, persino di blasfemia. Un appunto del genere con Lui, proprio con Lui, non reggeva. In fondo Lui era stato vittima. Madre di Dio un cavolo. Madre di suo figlio lasciamo stare. Fosse stato in un’altra posizione nemmeno l’avrebbe riconosciuto. Tutto e per tutto uguale a quegli scavezzacollo. Non sapevi mai dov’era né con chi. E poi parlano di cattive compagnie. Però se parliamo di donne anche qualche uomo. Aveva un diavolo per capello. Ecco! tornava lui. E riddaje. A proposito di corna. Forse doveva immaginarselo che c’era il suo zampino. Li fai belli e quelli si credono di più. Questa è la gratitudine. Ma tornando… su Gabriele non poteva dire di sentirsi tranquillo. E poi questi sarebbero gli amici. Era tentato di preferire i nemici. Veramente non voleva nemmeno parlarne, sbilanciarsi, che poi c’era ancora un’inchiesta in corso.

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E’ quando si ha il tempo di fermarsi a riflettere, a guardarsi indietro, che si ha la consapevolezza della strada fatta. Si vedono le cose positive ma, ancor più saltano agli occhi le cose negative; insomma, in fondo, le distrazioni; se si può dire così. Lo diceva anche il grande cantautore: chi non fa non falla. E quella situazione era ormai tutta una falla; tutto un buco. Certo che si era creato gli amici e mai da nessuno il consiglio giusto. E poi è facile dire, dopo, che era testardo. Lui avrebbe anche ascoltato se solo avessero detto, almeno una volta, una cosa di buon senso.
fulmineAdesso sì che era tutto un gran casino ma Lui casino non sapeva se era il termine appropriato. Insomma intorno regnava la più totale confusione. Quando aveva pensato di aver finito si era reso conto di essere solo all’inizio. Bisogna provare a fare il padreterno perché capita a tutti un momento di dubbio. A raccontarle tutte non si finirebbe mai. E ce n’erano da raccontare. Come quella. Lui forse era stato incauto. Pensava semplicemente al piacere. Quando aveva inventato l’amore. Cioè gliel’aveva dato all’uomo e alla donna. Invero a tutti gli esseri viventi. Pure alla cimice. Erano stati quelli a far confusione di tutto. Niente era normale con loro. Lui aveva inventato l’amore ma mica la morale, la vergogna e tutte quelle altre corbellerie. Cioè non gli pareva. In fondo non si può tenere conto di tutto. In realtà credeva di creare il piacere, allora. Scoprire che aveva creato così anche il tradimento non era stato rassicurante. Come dire fatta la legge trovato l’inganno; cioè l’inghippo. Come dire che aveva creato il piacere e, distrattamente, con lui anche il cornuto. Che colpa ne aveva se le donne avevano confuso il piacere con il sesso e il sesso con il piacere? E’ la donna, diciamo così, leggera… insomma con le donne non c’è mai ragione. Non si sa mai dove vanno a finire. A parare. Provi a parlarci ma mai che non facciano di testa loro. Guarda Lei. Per la verità anche quella. E l’altra. Per essere belle, e piacevoli, lo erano. E un poco presuntuose. E civette. Se colpa è questa. Quale donna non lo è? E le altre vorrebbero esserlo. E Lei a dire: “Dovevi pensarci prima”. Ma prima di quando? E poi come poteva sapere. Per ricordarsi Lui la ricordava così ma non proprio così: «Egli giunse nel tempo in cui i figli degli uomini si moltiplicarono e che da loro nacquero delle figlie piacevoli e belle a vedersi. E i figli del cielo le videro e le desiderarono. E si dissero l’un l’altro: Andiamo, scegliamoci delle femmine tra le figlie degli uomini e generiamo dei bambini (…) Essi presero, ognuno per sé, delle donne fra tutte quelle che conobbero: e cominciarono ad avvicinarsi, a sporcarsi con loro, a insegnare loro le arti dei filtri, l’arte di legare con l’incanto, l’arte di tagliare le radici e mostravano loro le erbe, ed esse rimasero incinte a causa loro e partorirono dei giganti alti tremila cubiti (…) ed essi divorarono il lavoro degli uomini (…) ed essi cospirarono di massacrare gli uomini e di divorarli…»
Se delle faccenda si fosse occupato personalmente… Cinque colori sarebbero stati sufficienti. E poi le razze. E quelli mescolati. E le lingue. Già i sessi che non era facile contare quanti erano, ormai. Crepi l’avarizia. Ma il troppo stroppia. Lui stesso non ci capiva più niente. E pazienza che le loro bestemmie arrivavano al cielo. Ci stavano arrivando di persona. Come una folla di inquilini litigiosi. E brontoloni. E dire che all’inizio di questa storie soffriva di essere solo. Ora rimpiangeva quella solitudine. Secondo Lui c’era lo zampino di Gabriele. Ma se c’entrava, in qualche modo, quale? Anche di sghimbescio, Prometeo allora non c’era di che star allegri. C’era da preoccuparsi. Con quelli, quei senza dio, cioè quelli che non uno ma troppi, insomma ci siamo capiti, con quelli era una guerra. Per loro tutto era normale. Loro non erano meglio degli uomini. Una ne pensavano e cento ne facevano e mille ne tramandavano. Bell’insegnamento da dare ai futuri del nostro futuro. E lui peggio degli altri. Che con quella barba chi non avrebbe pensato non fosse un tipo con la testa sulle spalle. Uno che almeno gli anni avevano reso saggio. Solo i greci potevano affidarsi a lui. Ma quelli, si sa, sono stati vivi solo nel passato. Pagani. Null’altro che pagani. E corrotti. E corruttori. Insomma…
E anche dei gran cornuti. L’ira di dio è pur sempre ira divina. Quando non rimbalzavano al cielo i loro sospiri arrivavano le loro grida, i lamenti, il borbottamento, il rumore del loro affaccendarsi e di lavori. Nemmeno Lui riusciva, con facilità, a destreggiarsi tra tutti quegli idiomi (idiomi da idioti). Ma cosa fatta capo ha; parola di dio. Insomma a suon di parlare era una confusione tragica. E poi non era certo il caso di divorarlo, il lavoro. Ci aveva opportunamente pensato. Facile dire ma ci aveva pensato. Aveva creato apporta i fannulloni. Solo che poi aveva dovuto trovar loro un lavoro dove non si lavorasse. E quello lì, nano di suo, non certo per merito divino, proprio lui che per il lavoro aveva sempre provato allergia, che della fatica nemmeno voleva sentirne parlare, s’era innalzato a censore. Certo che il pudore… Beh! che centra il pudore. Era chiaro che pudore e politica non sarebbero mai andati d’accordo. Prendi quell’altro. Non misurava più di un soldo di cacio. Già non riusciva a contenere tutta l’arroganza, figuriamoci il pudore. Si credeva un Cesare… ma questa potrebbe essere un’altra storia. Inutile esortare al dovere. Si credeva un principe e si sa che i principi non rispondono per principio, nemmeno a sé stessi. A pensare a certi principi, non che amasse i nobili, ma a pensare a certi principi, prendi i Borgia, per esempio, gli veniva la depressione. Ma quelli come lui galleggiavano anche nella merda. Beh! “merda” gli era proprio scappata. E il cielo aveva rimbombato. Altro che parola. Era stata come una scoreggia divina. Per giorni e giorni era piovuto liquame. Ma poi chi l’aveva creato? Forse era una questione d’età. Forse era solo che… a volte scordare e la cosa più semplice. Un colpo di spugna e via.
«E così stravolsero l’ordine della sua natura coloro che furono maledetti al tempo del diluvio, quando a causa loro devastò la terra, annientando ogni frutto e ogni suo abitante» (Testamento di Naphtali, III 2-IV-1)
E allora parliamo di terremoti, e di epidemie. Ché di disgrazie ce ne sono state anche di più grosse”.
Parliamo ma anche no perché è facile parlare ma non fare”.
Certo però se ne aveva, di culo. Cioè non Lui; lei. Non sapeva come contenerla. Che Lui l’aveva fatta dolce. Che bisogno aveva di dimostrare che non aveva paura delle cose? C’è né una che ci sa star, al suo posto? Certo che con tutto quel casino di Noè sperava che almeno qualcosa fosse andato in ordine. Ora con le lingue… con le razze… con… insomma quelli erano uomini, donne o che? insomma di male in peggio. E Lui che di suo era per il bianco o nero. Per le cose chiare. Cioè per il bianco o bianco. Che già si guardavano di sospetto. Certo che non era razzista. Mica come quelli ignoranti. Quei… quei… contadini. Farneticanti. Che dicono e non fanno. E se fanno fanno troppo, e mai una di giusta. Lui era per le cose semplici. Non mescolava nemmeno l’acqua al vino. Anche con lei. Due sarebbero state troppe che una già lo era. Un giorno aveva la luna. L’altro sembrava leggera. Era solo donna.*


* “Ti stai scordando di me”.

E’ pure vero che ho dovuto interrompere la cronaca di queste testimonianza ma ho avuto anche altro da fare. Capita. Ci sono giorni che non sono uguali agli altri. Questi stessi personaggi si affollano nel quotidiano. Lui ha di che brontolare ma le cose fatte non si possono certo definire ben fatte. E tra altre cose son dovuto correre a Venezia. Mica è un discorso di razze. Ci sono i neri e i neri. Per quelli che non hanno la pelle nera ma solo la camicia, come un tarlo nella testa, per quelli che vogliono negare le libertà agli altri, non c’è posto a Venezia. Lui l’ha fatta libera. Un’isola come ponte con tutti i mondi possibili. Libera è sempre stata e nessun piede fascista può sporcare le sue strade e le sue calli.

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In questa puntata si narra come l’uomo Lo abbia (ancora una volta; e ridaje) sfidato e come Dio, risentitosi, abbia trovato modo, comunque, di divertirsi. Di essere ameno. Ma capita anche che a divertirsi ci si diverte al momento e poi non ci si riesce più. Che poi il sorriso si stringa incastrando i denti e diventi ghigno. Del dopo non abbiamo certezza e non ci è dato testimoniare. Lei, per completezza di informazione, se n’era lavata le mani. Si sentiva stanca e non amava particolarmente il disordine. Forse era occupata in uno dei suoi giorni.

fulmineEra certa che Lui l’avesse vista. E questo la indispettiva”.

Se ci pensava, a pensarci bene, non era nemmeno una questione di misura. Forse anche Lui aveva pure esagerato. Se era per Lui avrebbe rifatto tutto. Non era proprio contento. Ma era stato proprio solo un momento. E forse faceva anche prima. Ma a volte si dice per dire. Rifare è sempre rifare. Gliene era passata subito la voglia. In fondo Noè… Era stato solo uno spreco d’acqua. Se una cosa è sbagliata resta sbagliata. Tanto vale. Sembrava saperlo. Prima. Ma chi aveva detto che Lui aveva detto «Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato: con l’uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d’averli fatti (Genesi 6,7).» aveva peccato del peccato di esagerazione. Già la parola «Sterminerò.» gli sembrava esagerata. Lui stesso stentava a crederci. Non amava certi termini così radicali. E poi non puoi continuare a metterti a fare e a disfare. Certo non è che. E poi più ne facevano più sembravano intestardirsi nel farle. Dalle cose non ricavavano nulla. Non che imparassero. Non che la memoria li aiutasse. A sbagliare si incaponivano e sempre sugli stessi sbagli. Se una è donna cerca di innamorarsi sempre di quello che le può far del male. Di quello sbagliato. Esce da una disgrazia e subito ci si infila in un altra. E’ così l’uomo. E che non dicesse che ce n’erano fin troppi di sbagliati. Che sembravano tutti. Tali e quali. Non del tutto ma un po’ l’aveva fatto a sua immagine e somiglianza. Aveva visto cosa voleva dire essere donna e se ne era messa una proprio al proprio fianco. Amica, l’aveva chiamata. Come potesse ancora sperare che ci fosse amicizia tra un uomo e una donna. Anche se come uomo era un essere unico. Un Dio (come lo era Lui). Come poteva qualcuno dubitarne ancora. Tutti possono sbagliare. E poi mica aveva sbagliato. Non c’era niente prima. Pensava che le cose, col tempo, si potevano sistemare. Certo che un po’ dovevano anche aspettarselo. Il primo, di uomo, voleva essere una specie di prototipo. S’era messo un po’ di fretta. S’era fatto prendere la mano. Tutto quel vuoto. Che neanche era vuoto. Era solo niente. Un niente inutile. Che provassero quelli a fare tutto in solo sei giorni. Certo che con tutta quella pioggia. Aveva fango a sufficienza. Almeno per altrettante eternità. Per fare avrebbe potuto fare. Aveva già fin troppo da pensare. Mica Lui era come Lamech. Quello sì se la prendeva per un nonnulla. E Noè non era che fosse proprio tanto meglio di quegli altri. Insomma: tra il dire e il fare ci passava il mare. E Lui aveva perso la voglia di ricominciare. Continuava a guardare tutto con i propri dubbi. Ma di rifare continuava a rimandarlo. Aveva il sospetto di fare peggio. Di male in peggio. Ma coi soli dubbi non si va da nessuna parte.

A quello non avrebbe più affidato nulla. Meglio era se se ne stava senza fare. Ma era persino stanco di continuare a pensarci. A pensare a quell’esagerato di Noè. E poi il peggio era passato. E, nel frattempo, sulla terra era tornata terra. E i mari erano tornati al loro posto. E tutto il resto. Così come l’aveva pensato. E anche gli uomini erano tornati a fare gli uomini. E a credere di scrivere la storia. Come se ogni cosa che facevano potesse diventare storia. Così. Tamblé. Tra un discorso e l’altro quelli erano giunti nel paese di Sennaar. Bel nome da dare al paese. Ma se non c’erano cartelli chi lo aveva deciso. E quelli a dirsi “«Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento (Genesi 11,3).” Bitume? Non è che tutto sia iniziato da lì. Tutto fumo e niente arrosto. Strade e autostrade. Era presto per pensarci. Infatti non ci aveva pensato. E quelli tutti a credersi architetti. E grandi architetti. Cosa si credevano di fare? Un piano dietro l’altro. Senza ascensore. Già! l’ascensore. Magari un montacarichi. Non erano meglio delle casettine a schiera? Che poi è sempre così. Nei condomini si finisce per litigare. E più grandi sono e più si litiga. E senza nessuna misura di sicurezza. Solo per arroganza per arrivare al cielo. Se non avesse provveduto subito se li sarebbe trovati direttamente tra i piedi.

Forse avrebbe dovuto chiedere loro una domanda di condono. Forse s’erano fatti una qualche norma per quell’esagerazione di cubatura. Con l’uomo non è mai dato di sapere. Magari una separazione di lotti. Una interpretazione, diciamo così, larga. Comunque un aumento che in qualche modo avrebbero trovato il modo di giustificare. A Lui comunque non andava a genio. Che tanto facevano a non capirsi. Tanto valeva. Di lezione in lezione. Voleva vedere se, stavolta, avrebbero imparato qualcosa. Cominciavano a cadergli; le braccia (cosa avevate pensato?). Era un impresa titanica anche essere ottimisti. Con quelli. Dopo se la rideva. Uno diceva una cosa. L’altro non capiva. Rispondeva con un’altra. Un terzo parlava per conto suo. Naturalmente le donne non lavoravano ma quanto a parlare. Tanto a loro mica interessava di essere capite. Ascoltate. Bastava loro sentire quel suono garrulo della propria voce. Nel fracasso ne infilò qualcuno anche di colore. Non sapeva, allora, in che guaio si stava cacciando. Che già quelli con la barba guardavano con sospetto quelli senza. E viceversa. Poi uno chiese di passargli la cazzuola. L’altro la prese come un’offesa. Quella come un complimento; pesante. Quello che si provò a fare da paciere le prese dai tre e dagli amici di ogn’uno. Qualcuno avrebbe potuto dire che se la prese anche in quel posto. Lei, quella, che lo prese non ebbe nulla da dire. Nulla di che lagnarsi. Mostrò noncuranza. Una aggraziata e disinvolta noncuranza. Una vera signora. E adesso c’era da ridere. Ma si sa che le donne parlano e parlano ma al dunque non hanno bisogno di parole. Non guardano alle razze. Non guardano per il sottile. In quei momenti il verbo non conta. Un po’ di fastidio, questo, glieLo dava. Certo che aveva creato anche la genealogia delle porche. Presto avrebbe fatto i conti anche con loro. Non ricordava dove e quando aveva creato il piacere. Aveva un sospetto. Non si ricordava più quale. Lei avrebbe detto che lo faceva apposta. C’erano cose che persino Lui preferiva tacere.

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