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Posts Tagged ‘diritto al ritorno’

Bimbo in mezzo alle macerie di GazaRicevo una lettera da un amico di Gaza. Io conosco solo l’italiano e la lettera è in inglese scritta con tastiera in arabo (cioè da destra a sinistra). Cerco di dare almeno il senso del suo doloroso messaggio senza alcun commento poiché si commenta da sola:

Cari amici italiani,
Come stai? spero che questo messaggio possa in fine arrivarti, vorrei dirti quello che succede alla gente di Gaza. Siamo dentro una guerra, la striscia di Gaza è sotto attacco da caccia e droni ogni giorno.
Da per tutto ci circonda la morte, feriti e distruzioni, fino ad ora sono 820 i martiri. Tra loro ci sono 230 bambini e 310 donne. 6.000 sono le persone ferite e sempre in maggior parte sono donne e bambini.
Non c’è cibo, acqua, latte per bambini e medicine per i feriti. Gli ospedali sono presi di mira dai barbari attacchi aerei israeliani. Quindi, non vi è alcun posto sicuro, nessun luogo per rifugiarsi.
Anche le famiglie sfollate sono state colpite da missili e razzi, non ci sono luoghi o case per 350.000 persone e ci sono a migliaia sono i dispersi.
Per terminare, Gaza ha chiesto a tutti gli amici e le persone oneste aiuto per le sue donne e i bambini, per ottenere case invece di macerie, cibo, latte e medicine per i bambini di Gaza che piangono sotto il fuoco
Con i miei migliori auguri
cordiali saluti
Tarigmoamer
Gaza
Palestina

Sotto riporto l’appello accorato in originale. Mi scuso ma dove non arriva la mia conoscenza della lingua ho cercato di far parlare il cuore

Argent Lettera
Deascritta: Gazar Italian friends ,

How are you , I hope this message will arrive you and you in abest fine , I want to tell you what happens to people in Gaza , we are in a war , Gaza strip is under attack by jet fighters and warshipsall day .
We are surrounded with death in everywhere , injured losses , until now there is 820 martyrs ( between them there is 230 children and 310 women ,6000injured people most of them from children and woman.
there is no food , water ,milk for children and medicine for injured people .
Hospitals are targeted by barbaric Israeli air strikes . So , there is no save place in Gaza
Displaced families has been hit by many missiles and rockets, there is no places or homes to 350000 person and there is thousands of lost people .
To end , Gaza asked all friend and honest people to help here women and children to get homes instead of destroyed homes ,food, milk and medicine
Gaza children crying under fire
With my best wishes
Your sincerely
Tarigmoamer
Gaza

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Donne palestinesi davanti al musoLa singolarità dello stato di israele, il suo essere una “democrazia atipica, la mancanza di una significativa opposizione interna ad una politica “espansionistica”, e colonialista e imperialista, si evidenzia fin dalla sua nascita e ancor prima. E’ consuetudine datare l’inizio del “dramma palestinese” al 1948 con la “Nakba” (catastrofe), ma il tema israele è precedente, ben più lontano, databile col “sogno” di creare in quella terra di Palestina uno paese teocratico, e prima ancora. Molto spesso le politiche delle dittature e/o “arroganti” hanno fatto della religione il vessillo strumentale a supporto dell’odio e del terrore. A giustificazione di ogni massacro. La scelta poi di costruire lo stato con la “forza” e non la “diplomazia” è conseguente alla sua stessa origine. Questo trova conferma nelle poche pagine “scappate” alla censura di “regine”, pagine non solo scritte da mano semita, ma da mano fortemente sionista, in alcuni casi persino sfuggite da notevoli rappresentati di governi israeliani. Si veda a questo proposito, solo come piccolo esempio, Vivere con la spada di Livia Rokach.
Ancora oggi si parla di migrazione di ebrei verso israele. Non vi è nessuna migrazione, di ebrei e non, verso una “terra promessa” ma il fenomeno in atto, con caratteri sempre più chiari con il trascorrere del tempo nell’affermazione sionista, assimila tale falso esodo più al concetto che comunemente viene dato nei linguaggi conosciuti al termine “reclutamento” che al ricordo mistificato della Diaspora. Si reclutano, appunto, disperati da tutto il mondo, di religione ebraica ma anche no, purché disposti ad investire il loro futuro in una “avventura” di “conquista”. Quei pochi che poi manifestano dissenso interno anche solo sui metodi di “affermazione” di quella politica basata sulla “vendetta” e sul “terrore” nel migliore dei casi sono fortemente emarginati e spinti verso l’esilio. Naturalmente vengono marchiati come traditori, parola questa che dovrebbe essere ben conosciuta, nei suoi significati, in israele, e che da sola dovrebbe distinguere una democrazia compiuta. Il marchio di traditore solo in israele e nelle più ottuse dittature sostituisce nel dibattito politico il lemma “dissidente”.
In parole molto semplici (poiché il linguaggio tecnico e ricercato è servo solo al rendere meno comprensibile la realtà e i temi trattati) il “sionismo di stato” non è conseguente all’olocausto né all’ “errante” ma più assimilabile, fin dall’inizio, allo sviluppo di uno stato equiparabile alle grandi dittature del novecento; mondo che si sperava in via di estinzione dopo la “sconfitta dei fascismi”. Certo come ogni forma di dittatura ha le sue particolarità, ma ha anche molte similitudini con precedenti facili da ricordare. La fondazione dello stato di israele, con la politica della conquista coloniale attraverso lo strumento del braccio armato, è sostenuta fin dall’inizio da formazioni paramilitari a stampo chiaramente e dichiaratamente terroristico. Che questo terrore sia diventato stato è conseguenza naturale dal momento stesso che il terrore ne diviene governo. Quei coloni che girano amati in territorio della Cisgiordania, protetti da un esercito da loro stessi alimentato, evocano certamente più il ricordo dei movimenti oscuri di quel lontano passato che semplici cittadini o contadini. Continuano e perpetrano l’eredità delle formazioni terroristiche degli inizi. Ci sarebbe da aggiungere che la mistificazione della “sicurezza” resta tutt’ora uno dei pretesti più palesemente mistificatori di questa storica operazione di “pulizia etnica” che è l’odierno vero olocausto.
E’ consapevolezza di chi scrive che questi temi andrebbero più specificatamente trattati e sviluppati anche con il sostegno di accurata documentazione, nonché attraverso gli episodi della storia recente e meno contestualizzati. Non dispero di trovare il tempo e la voglia di farlo nel futuro, pur consapevole dei mie limiti, non sono né uno storico né un politico ma solo un umile “curioso”. Non dovrei essere deputato a farlo. Spinto dall’attualità (oggi è il 19 luglio 2014 e continua l’assedio e il massacro a Gaza, così come continua l’occupazione militare e il terrore in tutta la Cisgiordania, o West Bank che dir si voglia, che continuerò a chiamare Palestina) mi sembrerebbe utile rompere l’informazione della propaganda e del silenzio cercando di capire dove nasce il problema che da decenni attraversa tutto il medio oriente in una continua opera di destabilizzazione dell’area. Infatti insieme ad un’informazione certamente insufficiente e fortemente ottusamente “giustificatoria” verso il governo di Tel aviv per quella che confusamente potremmo definire “politica interna” (interna alla Palestina), c’è il silenzio assoluto sulla “politica estera” di israele. Sul massacro della cultura e dell’intelligenza palestinese portando la voce della violenza anche nel cuore dei paesi che hanno dato rifugio e quegli esuli, Europa compresa. Sui rapporti con paesi indiscutibilmente dittatoriali e le sue missioni di assistenza tecnico-militare fino in America Latina. Lo strano dialogoopposizione (che a tratti diventa sostegno) ad integralismi diversi dal suo, evocando un islam che non esiste. Di come israele abbia in tutta questa storia “provocato” crisi e distruzioni in tutto il medio-oriente. Di come abbia destabilizzato e fomentato la guerra nei paesi vicini, tanto in Libano, come in Siria, eccetera, in un disegno imperialista di egemonia nell’area. Di come continui a ricattare e minacciare il mondo intero. Potremmo continuare ma ci fermiamo con una domanda, premettendo che siamo decisamente contro la guerra e i suoi strumenti: «in base a quale raziocinio può un paese che dispone di uno degli eserciti più efficienti al mondo, di una tecnologia bellica tra le più raffinate del pianeta, sostenuta anche da un non indifferente arsenale nucleare (che impunemente si tende a nascondere), minacciare un paese terzo che si sospetta si appresti a fare la stessa deprecabile scelta di dotarsi di strumenti nucleari e trovare sostegno nelle “democrazie” dell’Occidente»?
Senza tacere di come la giustizia in israele (solo) verso il palestinese non giudichi ma condanni direttamente a morte il semplice sospettato e condanni a morte l’intero popolo. Ma personalmente mi sembra ovvio che la “politica della forza e della vendetta”, la menzogna della sicurezza, neghino qualsiasi possibilità al dialogo, creino un linguaggio fatto di vocaboli diversi (amo ricordare almeno Lessico deviato di Patrizia Cecconi), atti a comunicare incomunicabilità, e si concludano con la presunzione della costruzione di una “razza superiore”. Lo so bene che quest’ultima affermazione entra in un terreno di dialogo minato. Non si intende qui mancare di rispetto a tutto il mondo ebraico e l’ebraismo, parliamo sono di una politica, il sionismo, che sembra vergognarsi dei martiri della shoah come di vili, vittime destinate per natura al sacrificio, che non ha provato vergogna a trattare con gli stessi carnefici. Invero mi sembra consequenziale che chi ritiene di poter giudicare gli altri in base ad una verità propria, assoluta, indiscutibile su base fideistica, prefiguri per sé l’appartenenza ad una superiorità in qualche modo di razza di infausta memoria.

P.S. immagine trovata nella pagina Facebook di Al Fatah Italia

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Lettera agli amici.
923483_10201165708725508_1862353943_nBene o male di anni e strade ne ho attraversati abbastanza. Come dice la canzone: «Ho visto bombe di stato scoppiare nelle piazze, e anarchici distratti cadere giù dalle finestre». Di santi e profeti ne ho conosciuti quanti basta. Sono rimasto agnostico, in tutto, nonostante le grandissime verità che mi sono state rivelate. Non posseggo quella Verità e anzi le grandi verità mi spaventano; coltivo il dubbio e ho sempre una domanda su tutto, forse anche una in più. Cerco di mantenere indipendente il mio agire, il mio pensare, il mio giudicare. A volte ci riesco, altre non lo so. Ammetto sono umano, fallibile e tra i tanti vizi ho anche quello del fumo. Solitamente non amo parlare, preferisco lasciarlo fare a chi ne ha più autorevolezza o ne ricava una maggiore soddisfazione. E’ anche una lontana scelta politica, non per questo mi sottraggo, quand’è necessario, ad esprimere il mio pensare. Qui è uno di quei casi in cui mi sento tirato per i capelli nel ribadirlo poiché, pur non chiedendo giustificazioni all’agire degli altri, queste giustificazioni mi vengono richieste per il mio sostegno alla causa palestinese. In realtà non sostengo la causa palestinese, sostengo la Giustizia, la Resistenza, i Diritti umani, la “Pace”. Ho sempre cercato di essere dalla parte degli ultimi. Tra i tanti miei “compagni di strada” abbondano le “anime pure”; ammetto di non esserlo. Preferisco il fare alle parole. So di non essere il solo. Non per propria aspirazione la Palestina si è trovata ad essere “esemplare” in questa Lotta e nel dar voce a questi Diritti; negati. Me lo ha ricordato un “amico” che mi manca: Vittorio Arrigoni. Non mi credo depositario del suo pensiero. Lavoro portando avanti solo una sua idea: «Restiamo umani». Per tutti quegli altri, li rimando ai mie raccontini sperando ne traggano piacere.
Non ho simpatia per il “pensiero unico”. Nel mio fare cerco di avere dei punti fermi, magari pochi ma chiari. Grossomodo girano attorno a pochi concetti, molto semplici poiché non sono un grande indagatore da vaste praterie di elaborazioni filosofiche. Allora parliamo di «Resistenza». Ne so poco ma da quel poco credo sia una cosa di una certa piccola complessità. Parliamo della nostra breve Resistenza di cui vado, e spero andiamo, ancora fieri. Sì! quella della «Bella ciao». Così m’è stata raccontata nei libri in cui ho frugato. Quella “nostra” Resistenza è durata due anni, anzi due stagioni poiché in montagna d’inverno fa freddo. Il primo anno le operazioni belliche sono state soprattutto dirette da Resistenti in divisa. Uomini, e ripeto Uomini, che avevano disertato l’esercito regio italiano per una scelta diversa, quella della dignità e dell’opposizione alla sudditanza al mostro nazista e alla barbarie. Da istruzione militare l’ingaggio contro il fascismo è stato provato in campo aperto, appunto con strategia militare. I risultati sono stati disastrosi per i Resistenti. E’ anche su quella lezione che le forze Resistenti hanno iniziato quella campagna in cui si usava una tecnica che molti anni dopo sarebbe stata chiamata di «Guerriglia» (non so se a qualcuno il nome del Che ricorda qualcosa?).
Quella, come ogni Resistenza, è stata fatta da Uomini, e naturalmente Donne, non si voleva fare qui un discorso di genere, diciamo da «Esseri Umani», che non hanno coltivato tanto il gusto dei paroloni ma hanno messo a rischio le loro vite. E come ogni Resistenza è stata una cosa complessa, nemmeno priva di eccessi. Come qualsiasi “evento bellico” non è stata fatta da, e per, stomaci delicati. Bisogna essere bravi a contestualizzare gli eventi. Si lottava per la Libertà. In quella lotta è vero che molti hanno imbracciato le armi, e a loro va il mio enorme Rispetto e tutta la mia Riconoscenza. Uguale Rispetto e Riconoscenza va a tutti gli altri Resistenti. Non meno resistenti sono stati i tanti, i fuoriusciti, coloro che hanno dato vita alla stampa clandestina, senza magari mai sparare un colpo. A chi ha fatto da supporto ai “Partigiani” in armi, che li ha ospitati, nascosti, sostenuti e sfamati. Agli operai delle fabbriche in sciopero. Uguale Rispetto e Riconoscenza e Ammirazione va naturalMente alle staffette partigiane. Mi fermo qui nell’esprimere il mio pensiero su questo poiché spero di essermi spiegato abbastanza. Ricordo solo che tra i molti che hanno perso la vita la maggior parte lo ha fatto senza aver mai sparato un colpo. Ma di tutto questo meno se ne parla meglio è, l’importante è tenerlo a mente, farne bagaglio, ideale.
Ora, secondo il mio buon senso, mi risulta che qualsiasi Lotta non sia fatta solo e soprattutto di proclami. Il “mio caro padrone domani ti sparo” non è uno slogan ed un invito perché lui, il padrone, non tardi all’appuntamento e si faccia trovare pronto. Nell’ specifico è semplice ironia. Nella Lotta avvertire l’avversario non mi pare poi una delle strategie più innovative e astute. Ma tant’è e poi questo esula da quanto volevo dire. Volevo invece soffermarmi su un altro punto. Il mio avversario l’ho sempre cercato davanti, non tra i nostri ranghi. La forza di una Resistenza sta nell’unione e nel riuscire a trascinare dietro le proprie Idee grandi aree della società, quello che per anni si è chiamato Popolo. Nel muovere classi sociali e consenso; facendo ogn’uno la propria parte. Cosa posso io fare per la Palestina? Poco. Quel poco, per mia scelta sta nel dar voce ai Palestinesi. Non a questo o quel Palestinese, ma ai Palestinesi. Ammettiamo che i Palestinesi sono un Popolo, non un pensiero unico. Un Popolo fatto di Persone, di Idee, a volte diverse, di Emozioni. Sono un Popolo in Lotta. Non mi sono mai sognato di parlare a nome loro. Di ridurli ad un’unica voce, tantomeno la mia. E a più voci abbiamo dato spazio e modo di esprimere il loro pensiero. E posso fare solo un’altra cosa che da molti mi è stata chiesta: «Informare». Informare come… DIRE LA VERITA’. TESTIMONIARE quello che succede in quella terra martoriata. Questo noi di “Restiamo umani con Vik” cerchiamo di fare con tutte le nostre forze e nel limite delle nostre capacità. Tutto quanto non chiaramente espresso al riguardo nelle mie parole si può evincere facilMente, non risparmiando la propria intelligenza, tra le righe. Parlo a nome mio senza giudicare il lavoro degli altri e ai giudici vada il mio… Andate con dio.
Mario Dal Gesso

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Circola in Facebook una polemica che forse fa sentire qualcuno importante. Vorrei disporre meglio del mio tempo, ma causa mia mi sono trovato coinvolto per aver condiviso con leggerezza una foto. Me ne assumo ogni responsabilità. Mai creduto di essere infallibile, ma davanti a alcuni commenti sento il dovere di chiarire la mia posizione e il mio pensiero politico, che alla fine non credo così rilevante. Mi preme solo non essere frainteso visto l’importanza del tema trattato: la Palestina.
Sono di parte, sono sempre stato di parte, sarei orgoglioso di potermi definire Partigiano. E con estrema modestia mi richiamo a quella grande Tradizione, a una Storia, a un’Italia. Sono lì i miei ideali, piaccia o meno. Mi richiamo a un soggetto politico nato a Livorno. Alla clandestinità e alla Resistenza. Difendo via Rasella e piazzale Loreto. Condanno fermamente le fosse Ardeatine e ogni tipo di dittatura dell’uomo sull’uomo. Avevo vent’anni nel Sessant’otto. Sono Sessantottino comunque, anche non lo avessi voluto; ma “lo volli”. Vorrei essere libero nell’agire e nel pensare e allo stesso tempo solo un militante di base. Non voglio fare e non faccio opinione.
E’ duro vivere sotto occupazione. Sulla Palestina… credo fermamente che un “Popolo” sotto occupazione abbia il Diritto di adottare tutte le forme di Resistenza che ritiene utili alla propria causa. Non mi meraviglio se davanti a tanta arroganza, alla distruzione, all’orrore, a questo criminale lento genocidio e al silenzio vi possano essere gesti (più o meno) estremi (non mi pare questo il caso). In fondo trovo il “gesto delle tre dita” una cosa più che normale. Meno normale anzi sub-normale credo questa forzata e sconsiderata e pedante richiesta di un “etica della Resistenza”; qui esagerata. Se chi si è fatto ritrarre con il forno alle spalle lo ha fatto con quella consapevolezza ha sicuramente fatto opera, minimo, di cattivo gusto, deprecabile e sicuramente non utile alla causa della Resistenza. Ne prenderei immediatamente le distanze. Solo Lei potrebbe dirlo e sinceramente non credo abbia voluto dare quel significato alla foto. Chi ne ha dato questa interpretazione è quantomeno ricco di fantasia e avrebbe dovuto avere il dovere di chiedere chiarimenti alla diretta interessata; facendo tutto questo nella sfera del privato.
Non mi sforzerò mai abbastanza di dirlo (anche a persone che stimo per la loro competenza): “le divisioni sono una delle armi messe in mano all’avversario”. Il foglio di propaganda sionista “Informazione corretta” non è tra i miei saggi di riferimento. Israele non ha bisogno di pretesti, se li cerca e se li inventa. Perdiamo il nostro tempo a spiegare cosa è un colono invece di santificare la loro dubbia scomparsa e darla per vera. Se condanniamo anche quel gesto delle tre dita che margini di manovra crediamo di poter lasciare alla Resistenza, tranne quello di migrare o di porre il proprio nome su una lapide, che verrà anch’essa divelta dal mostro dell’occupazione tanto privo di rispetto della vita quanto della morte?
Siamo tutti coinvolti. Non possiamo togliere a quel popolo anche la dignità della pietra. Non possiamo imporre loro solo di farsi ammazzare con un arma in mano. I sequestrati sono i palestinesi, senza alcun dubbio. Sosteniamo veramente tutte le forme di resistenza che i Palestinesi, nella loro complessa pluralità di Popolo, vorranno adottare. Così come erano molteplici nella forma di opposizione al fascismo della nostra “breve” Resistenza. Magari cercando di capire nella drammaticità quotidiana anche quei gesti che ora ci paiono, dai nostri divani, poco utili alla Causa. Davanti al fucile a volte i nervi possono anche saltare. Ieri manifestavo per Il rispetto della legalità internazionale e dei diritti umani. Non eravamo molti, mentre quando c’è da parlare e pontificare allora siamo quasi un grande universo, un vero oceano. Se i 3 coloni, e ripeto SE, sono stati “arrestati” da parte di una qualche organizzazione resistente, proprio per quella legalità e quei diritti il mio pensiero è molto semplice: i palestinesi avrebbero il “Diritto”, e ripeto Diritto, di “arrestare” tutti gli appartenenti a quelle bande armate che si definiscono coloni, che occupano illegalmente la Palestina e la cui opera è semplicemente rendere impossibile la vita ai palestinesi. L’esercito di occupazione è semplicemente un esercito di occupazione, nessuna Resistenza ad esso ha bisogno di essere giustificata. La Pace non si costruisce sulle tombe, anche se, non scordiamolo, la Pace va fatta con l’avversario. Troppo facile sarebbe trovare l’accordo con l’amico.
P.S. E un amico dalle galere sioniste ci fa telefonare per tranquillizzarci che il loro morale è alto, ottimo. Questi sono i palestinesi, mostriamo loro una faccia migliore. Cerchiamo di non essere peggiori di quello che siamo.

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Bakri Locandinaincontro con il regista e attore Mohammad Bakri
insieme a
Luisa Morgantini
ex vicepresidente parlamento europeo e presidente di Assopace Palestina
e Cecilia Dalla Negra
giornalista e blogger

31 maggio 2014 ore 18.00
Venezia – ex chiesa di S. Marta

discesa pontile ACTV S. Marta, linea 4.1 – 4.2 o 5.1 – 5.2 dalla Stazione o Piazzale Roma (facilmente raggiungibile anche a piedi); subito a destra, superato parcheggio Interporto, ingresso edificio storico

http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/33186www.comune.venezia.it
il n.1 è l’imbarcadero e il 2 è la chiesa

Evento promosso da:
Assessorato alle Politiche giovanili e Pace del Comune di Venezia
associazione Restiamo umani con Vik
Assopace Palestina – Venezia
Coordinamento per il Medio-oriente – Venezia
Coop Adriatica

IL NOSTRO LAVORO ANCHE SUL NOSTRO SITO: http://restiamoumaniconvik.wordpress.com/

Video consigliato: http://dotsub.com/view/e3a7d2cf-4aaa-40b3-bdab-d461c3531dc2

PROFUGO

Hanno incatenato la sua bocca
e legato le sue mani alla pietra dei morti.
Hanno detto: “Assassino!”,
gli hanno tolto il cibo, le vesti, le bandiere
e lo hanno gettato nella cella dei morti.
Hanno detto: “Ladro!”,
lo hanno rifiutato in tutti i porti,
hanno portato via il suo piccolo amore,
poi hanno detto: “Profugo!”.
Tu che hai piedi e mani insanguinati,
la notte è effimera,
né gli anelli delle catene sono indistruttibili,
perché i chicchi della mia spiga che va seccando
riempiranno la valle di grano.

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Dichiarazione Robben Island

Dichiarazione di Robben Island. 5 Nobel: Campagna mondiale Per la liberazione di Marwan Barghouti e tutti i prigionieri palestinesi.

Noi, i firmatari, affermiamo la nostra convinzione che la libertà e la dignità sono l’essenza della civiltà. Persone di tutto il mondo e nel corso della storia si sono levate in difesa della loro libertà e della loro dignità contro il dominio coloniale, l’oppressione, l’apartheid e la segregazione. Generazioni di uomini e donne hanno fatto grandi sacrifici per forgiare valori universali, difendere le libertà fondamentali e far progredire il diritto internazionale e i diritti umani. Non vi è un rischio maggiore per la nostra civiltà che abbandonare questi principi e consentire irresponsabilmente la loro violazione e negazione. Il popolo Palestinese ha lottato per decenni per la giustizia e la concretizzazione dei propri diritti inalienabili. Tali diritti sono stati più volte ribaditi da innumerevoli risoluzioni delle Nazioni Unite. Valori universali, legislazione internazionale e diritti umani non possono fermarsi alle frontiere, né è possibile ammettere che si facciano due pesi e due misure, e devono essere applicati anche in Palestina. Questa è la strada da seguire per una pace giusta e duratura nella regione, a beneficio di tutti i suoi popoli.

L’applicazione di questi diritti comporta la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi, in quanto la loro prigionia altro non è che un riflesso della pluridecennale privazione della libertà che il popolo palestinese ha sopportato e continua a sopportare. Centinaia di migliaia di palestinesi sono stati imprigionati a un certo punto della loro vita, in uno dei più eclatanti esempi di detenzione di massa che mirano a distruggere il tessuto nazionale e sociale del popolo occupato, e a spezzare la sua volontà di raggiungere la libertà.

Migliaia di prigionieri politici palestinesi ancora oggi languono nelle carceri israeliane. Alcuni prigionieri palestinesi hanno trascorso oltre 30 anni nelle carceri israeliane, cosa che fa di Israele la potenza occupante responsabile dei più lunghi periodi di detenzione politica nella storia recente. Il trattamento dei prigionieri palestinesi dal momento del loro arresto, durante gli interrogatori e il processo, nonché durante la loro detenzione, viola le norme e gli standard previsti dalla legge internazionale. Queste violazioni, tra cui l’assenza di garanzie fondamentali per un giusto processo, il ricorso alla incarcerazione arbitraria, il maltrattamento dei prigionieri e l’uso della tortura, il disprezzo per i diritti dei bambini, la mancanza di assistenza sanitaria per i detenuti malati, il trasferimento dei detenuti nel territorio dello stato occupante e le violazioni del diritto di ricevere visite, così come l’arresto di rappresentanti eletti, richiedono la nostra attenzione e il nostro intervento.

Tra questi prigionieri, un nome è emerso a livello nazionale e internazionale come fondamentale per l’unità, la libertà e la pace. Marwan Barghouti ha trascorso un totale di quasi due decenni della sua vita nelle carceri israeliane, tra cui gli ultimi 11 anni. È il prigioniero politico palestinese più importante e rinomato, un simbolo della missione del popolo palestinese per la libertà, una figura che unisce e un sostenitore della pace basata sul diritto internazionale. Tenendo presente come gli sforzi internazionali portarono alla liberazione di Nelson Mandela e di tutti i prigionieri anti-apartheid, riteniamo che la responsabilità morale giuridica e politica della comunità internazionale di assistere il popolo palestinese nella realizzazione dei loro diritti deve contribuire a garantire la libertà di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi.

Chiediamo, quindi, e ci impegnamo ad agire per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi. Fino al loro rilascio, i prigionieri palestinesi, come sancito dal diritto internazionale umanitario e le leggi in materia di diritti umani, devono beneficiare dei loro diritti e le campagne di arresti devono cessare. Uno dei più importanti segni della disponibilità a fare la pace con il tuo avversario è la liberazione di tutti i suoi prigionieri politici, un potente segnale di riconoscimento dei diritti di un popolo e delle sue naturali rivendicazioni della propria libertà. E il segnale di inizio di una nuova era, in cui la libertà aprirà la strada per la pace. Occupazione e pace sono incompatibili. L’occupazione, in tutte le sue manifestazioni, deve terminare, in modo che la libertà e la dignità possano prevalere. La libertà deve prevalere perché il conflitto cessi e perché i popoli della regione possano vivere in pace e sicurezza.

[traduzione Angela De Vito]
http://occupiedpalestine.wordpress.com/2013/10/27/the-robben-island-declaration-for-the-freedom-of-marwan-barghouthi-and-all-palestinian-prisoners-by-mrn1sa/

Per aderirealla raccolta firme per la Campagna Free Marwan Barghouthi and all palestinian prisoners inviare una mail a:
freemarwan.italia@gmail.com oppure a: freemarwan.venezia@gmail.com

Informazioni presso il nostro sito http://restiamoumaniconvik.wordpress.com/ o quello di Assopace Palestina http://www.assopacepalestina.org/


UNA CANZONE PER I PRIGIONIERI POLITICI

Hey buio della prigione
Non ci fai paura
Quello che ci sarà dopo la notte
è una nuova alba di gloria

Non ho mai avuto colpe
Non ho mai tradito la mia fede
perchè l’amore per il mio paese
ha profonde radici nel mio cuore

Oh la musica delle mie catene
suonerà la canzone per far rinascere il mio cuore
Le tue lacrime per me sono
Dolore e persecuzione

Avevamo un solo credo
quando abbiamo deciso di difendere la nostra terra
non tradire la nostra gente
non tradire la nostra terra

***

Hey darkness of prison
We are not afraid of you
Nothing after the night
but a new dawn of glory

I’ve never been a sinful
I’ve never betrayed a regime
but the love of my country
had a deep roots in my heart

O music of my chains
play your music to revive my heart
Your tears means to me
Sorrow and persecution

We had a vow
when we agreed to defend our land
Not to betray our people
Not to betray our land
(The Jail di William Nassar)

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all’interno del “Festival Scarpe Rotte 2014
Fortemarghera – ex chiesetta
29 aprile 2014 – ore 18,30 – 20,30

Lancio della Campagna Internazionale Free Marwan Barghouti and all Palestinian Prisoners
con
Hani Gaber: delegato per il nord Italia della missione diplomatica Palestinese
avv. Ugo Giannangeli: esperto di Diritto Internazionale
in chiusura

Un Tango per la Libertà

Un Tango per Marwan e tutti i prigionieri palestinesi
con
Libertango Venezia

a cura di Restiamo umani con Vik
Assopace Palestina
Assessorato alle Politiche Giovanili e Pace del Comune di Venezia
Coordinamento Medio-Oriente – Venezia
Informazioni sulla Campagna e su chi è Marwan Barghouti le trovate anche sul nostro sito

CHIAMANDOVI
Vi chiamo tutti
e stringo le vostre mani
bacio la terra sotto i vostri piedi
e dico: mi sacrifico per voi
vi offro in dono
la luce dei miei occhi
e il calore del mio cuore.
La tragedia che vivo
è che il mio destino
è lo stesso vostro destino.

Vi chiamo tutti
vi stringo le mani
non mi sono lasciato umiliare nel mio paese
e nemmeno ho piegato le mie spalle
sono rimasto in piedi davanti ai miei oppressori
orfano, nudo, scalzo
ho portato il mio sangue sulle mani
e non ho abbassato la mia bandiera
ho custodito l’erba verde
sulle tombe dei miei antenati

Vi chiamo tutti
e stringo le vostre mani.

TAWFIQ ZIYYAD, poeta palestinese

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Grande emozione quando gli AreA intonano la loro canzone in chiusura al concerto allo SCARPE ROTTE Festival dopo aver parlato del dramma palestinese del diritto al ritorno, mentre il pubblico (invitato) faceva tintinnare le loro chiavi, e finiscono sventolando la nostra kefiah — presso Forte Marghera. 26 aprile 2014

recitato

حبيبي
بالسلامحطيتورودالحبادّامك
بالسلاممسحتبحورالدمعلشانك
سيبالغضب
سيبالالم
سيبالسلاح
سيبالسلاحوتعال
تعالنعيش
تعالنعيشياحبيبي
ويكونغطاناسلام
عايزاكتغنيياعيني
ويكونغناكبالسلام
سمعالعالمياقلبيوقول
سيبواالغضب
سيبواالالم
سيبواالسلاح
وتعالوانعيش
تعالوانعيشبسلام
مصرية

Amore mio
Con la pace ho messo i fiori dell’amore davanti a te
Con la pace ho cancellato i mari di sangue per te
Lascia la rabbia
Lascia il dolore
Lascia le armi
Lascia le armi e vieni
Vieni che viviamo
Vieni che viviamo o amore mio e la nostra coperta sia la pace
Voglio che canti o mio caro
E che il tuo canto sia per la pace
fai sentire al mondo o cuore mio e di’
Lasciate la rabbia
Lasciate il dolore
Lasciate le armi
Lasciate le armi e venite,
Venite a vivere in pace.

il cantato (ricordando Demetrio Stratos)
«Giocare col mondo facendolo a pezzi
bambini che il sole ha ridotto già vecchi

Non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all’omertà.
Forse un dì sapremo quello che vuol dire
affogare nel sangue con l’umanità.

Gente scolorata quasi tutta uguale
la mia rabbia legge sopra i quotidiani.
Legge nella storia tutto il mio dolore
canta la mia gente che non vuol morire.

Quando guardi il mondo senza aver problemi
cerca nelle cose l’essenzialità
Non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all’umanità

Testi da: http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=320

Direttamente dallo Scarpe rotte festival: https://www.facebook.com/photo.php?v=580717878701817&set=vb.100002908310642&type=3&theater

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bandiera-palestinaLe parole appunto (con cui, a volte. il mIo poeta gioca). Le parole che possono apparire solo parole. Proprio dove non sono mai solo parole. E poi si trasformano in grida indomite e fiere, in universo e lotta, lì dove il dolore più grande è vissuto dal silenzio. Terra strana la Palestina che affascina fin dentro le ossa, che ti parla con lo scorrere di tutte le sue ore, sorrisi pieni di poesie quasi mai meste e non sempre del Poeta; ma questo è un blues palestinese. Paesaggi di pietre altrettanto dure dove anche uno sguardo deve costare sudore e dove l’erba fatica a respirare, mentre noi ci sforziamo a capire, per capire veramente. Strade di confini e paese imprigionato dalle proprie mura. C’è sempre un limite, un limite da superare, in Palestina. Lo sguardo di qualcuno che ti senti addosso, una divisa che ti ricorda quella spocchia del gendarme. Vuoi una ragione? Serve una ragione? Mi sono innamorato della Palestina. La Palestina sa fare innamorare. La Palestina resta nella pelle, nel cuore, e come dice la mia donna, una donna appunto, nell’anima. E trovo storie di donne dal capo coperto che sembrano, ma solo sembrano, aver imparato a tacere ed ascoltare, che sembrano appartenere ad un mondo antico che voleva far credere di poter fare a meno di loro e così paiono le nostre madri, o forse le nostre nonne, quando anche a tavola dovevano tacere.
Storie di donne dunque, perché la lingua è donna, e la Storia e donna, anche quando sognano di scriverla i maschi, perché la parola è donna soprattutto quando è dura come l’acciaio, tagliente come una lama, chiara come la verità, decisa come tante donne testardamente legate alla vita. E non è colpa dell’uomo se solo la donna può dare la vita. Per questo mi sono trovato a legare la parola, quelle parole, più facilmente a dei volti di donna, qui in Palestina. Ma perché la Palestina? In tanti posti si muore e così in Palestina vedono morire ogni giorni i loro figli, i vecchi, le madri. In tanti posti si soffre e in Palestina ci si guadagna nella sofferenza ogni secondo. Anche in altri posti non c’è un posto per la gente e in Palestina nessuna strada è la tua strada, e l’odio te lo sputano addosso, sulla pelle, ad ogni sguardo, come fossi l’ultimo, e quella sorta di rancore raggiunge anche noi, visitatori; meno dell’ombra del loro cane. In tanti posti c’è guerra, e ci sono soprusi, e soldati con le armi spianate e in Palestina questo avviene dal millenovecentoquarantotto; da quando sono nato, proprio così, e forse anche da prima, e ti guardano con disprezzo con gli occhi e con la bocca del loro fucile, i soldati, e ti spregiano quei civili coloni. E se raccogli una pietra ti giudicano tribunali militari, perché anche ai soprusi c’è un limite, e anche se esci solo per prendere il pane, e anche se sei solo poco più di un bambino, anche solo un bambino. Perché i palestinesi ti sorridono, ma quel sorriso fa male a chi cresce d’odio; perché la Palestina non si piega ed è donna.
E io forse dovrei parlare di zona “A”, e “B” e “C”. E poi di zona “H1” e zona “H2”, perché c’è sempre qualcuno che non sa e qualcuno che non vuole sapere; ma è solo occupazione, occupazione militare e di civili armati con gli occhi di belve. E allora parlo di donne come Sawsan, beduina che frequenta l’università. Splendida storia quella di Sawsan che varrebbe la pena di raccontare per intero, con la dovuta pazienza, leggerezza e forza. Figlia de Il coraggio della nonviolenza e di un padre ingombrante e fiero: lo stava ad ascoltare attenta in un silenzio assorto, qui a Venezia (purtroppo è uno degli incontri mancati al nostro ritorno in Palestina). Poi qualcuno ha voluto correre il rischio di scatenare il suo orgoglio e allora Lei si è presa la parola e l’attenzione e tutta la sala. Come una tempesta ha attraversato i cuori di tutti i presenti per gridare il senso della sua vita con una forza che trascinava: “Sono palestinese, resterò sempre palestinese e morirò palestinese; niente mi potrà piegare, non le ferite degli invasori, non le minacce, non la prigione”. E tutti a pendere dalla sua voce e dal coraggio di quella piccola donna coi capelli coperti e un abbigliamento fin troppo pesante, lei che non si sarebbe mai ribellata al padre ma mai si piegherà ai carcerieri, ai carnefici della sua terra.
E allora preferisco parlare di donne come Huda Imam, al Centro studi Università di Al Quds nel Suok al Qattanin, che ti abbraccia con un sorriso e con gli occhi ti spiega che c’è sempre posto per la gioia e per l’amore. E non sa come dirti un grazie che ti imbarazza e allora non sai che stringerla tra le tue braccia e trattenere la commozione per tutti i grazie che le dovresti e non puoi che tacere. Perché in donne come lei, solo nei loro occhi vive ancora la Palestina e si trova un futuro; perché donne così non sono domabili.
Come Fadwa Barghouti avvocato e anche moglie del grande leader palestinese Marwan, e forse è lui, sequestrato da quell’occupante assurdo ad essere “il marito di Fadwa”; lei che con un lapsus di involontaria ironia s’è definita davanti a tutto il mondo “moglie di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi”; affermazione decisamente impegnativa la sua. Lei che ha rimproverato il marito preoccupato, allora solo innamorato, buttandogli in faccia la verità: “tu combatti la mia Resistenza; mi offendono le tue precauzioni, questa terra è la mia terra e questa lotta è la mia lotta”. Lei che basta guardarla per capire che la Palestina conosce tutte le parole tranne quelle della resa. Donne orgogliose dei loro uomini quando questi le fanno fare orgogliose.
Come il sindaco di Betlemme Vera Baboun che governa una città del mondo e la storia. E ha occhi che ti scrutano dentro come tanti occhi di donne palestinesi. Dovrei fermarmi a parlare dei loro occhi, a volte dolci da regalarti una serenità infinità, a volte tristi per tutti quei dolori, sempre decisi e fieri; occhi di donne, ma vogliono togliere tutto a quelle donne e allora c’è altro da dire, consapevoli che non potranno mai togliere loro la fermezza di quegli sguardi, né la dolcezza, né la tristezza che portano in memoria. Perché poi escono dal silenzio e sono loro le prime a difendere i loro figli dalla violenza, a difendere la loro terra, la terra degli ulivi, a cercare di spiegare il disprezzo che l’odio genere, ad allevare i resistenti di domani, a dire: “sono Palestina”.
Come Manal Tamimi che vive l’orrore e ama il bello, e la bella pittura, che ci racconta di umiliazioni antiche e di una caparbietà che continuamente si rinnova. Che parla delle sue ferite e di quelle dei suoi cari e dice che sono nulla davanti alle ferite della sua terra, e spiega agli israeliani incontrati qui per puro caso che Gerusalemme sarà sempre la capitale di una terra chiamata Palestina, e vorrebbe dire tutto in una volta e diventa inarrestabile. Manal che ritroviamo quando la sua famiglia festeggia la liberazione di uno dei tanti Tamimi, tutti resistenti, liberato con i 26 dalle galere dell’occupazione, tirato, patito, con ancora in volto i segni delle sofferenze, e già pronto a tornare a lottare a dire che ne è valsa la pena. Storie cioè che dalle parole diventano Storia e conoscenza e coscienza davanti all’orrore e alle prevaricazioni. Donna come le tante che qui non hanno trovato posto solo per una questione di spazio e di memoria (anche quella, la memoria, è donna; perfino queste foto sono foto di donna); senza parlare poi di Luisa. Il mondo non ha più nessuna giustificazione e non sarà più lo stesso perché loro gli negheranno ogni possibilità di nascondersi in un consolante silenzio. Restiamo umani con Vik per una Palestina Libera, Laica e Democratica.

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bandiera-palestinaA ripetermi rischio di annoiare me stesso. Non cerco di scrivere un diario, io scrivo versi, racconti, cerco di giocare con le parole. Le parole appunto. E poi ci sono persone che lo fanno fin troppo bene, anche molto bene, anzi benissimo, come la Rossana delle mie storie, la mia Valentina, come Lei, e Lei, e tanti altri, molto più bravi di me. Anche per le foto devo denunciare la mia pigrizia e i miei limiti. So improvvisare, forse, col tempo, ma mi ci ritrovo stretto in uno spartito. Sì! forse sono solo scuse, che poi certe cose mica le spieghi. Sono partito e non mi sembra. Non mi sembra di essere mai partito cioè arrivo in Palestina e mi sembra di essere solo tornato, più precisamente di trovarmi a casa. E’ vero, l’aeroporto, che raggiungi non senza fatica, è quello di Tel Aviv e ti accoglie subito un busto del Dracula di Bram Stoker, quell’opera calligrafica che ci ha regalato Francis Ford Coppola. Personalmente lo trovo un po’ invecchiato, ma il tempo passa anche per i personaggi dei films, anche se si stenta a crederlo. Sotto leggo Ben Gurion, ho il fugace dubbio che il metallo abbia imprigionato una severità e una accidia che vanno oltre il significato che si voleva dare in quel film. Ho il dubbio di essermi sbagliato. Intorno è tutto in ordine, in un ordine sbandierato che sa un po’ di propaganda, con gli eroi dello sport inchiodati alle pareti, con un’aiola ingombrante come fosse un benvenuto, insomma sbarchi in israele ma è solo un attimo e subito dopo è già Palestina. Sono ancora in Palestina. Tra quei sorrisi che sembrano volerti loro dire “Coraggio”; loro. Tra quegli occhi di donna profondi che paiono carichi di orgoglio e misteri. E la gente di Palestina abbraccia il visitatore e lo riempie delle sue musiche; musiche e odori, sapori.
Le parole appunto. A volte hanno suoni aspri, duri, soffici; sì! le parole hanno suoni, sono suoni, anche della mente. Qualcuno, e forse a ragione, sostiene che dovremo emendare il nostro vocabolario, liberarlo dei termini che ricordano violenza, guerra, distruzione, dolore, eccetera. Come dicevo secoli fa: quelle parole massimo asprore, ma erano antichi suoni di ragazzi, quelle, solo imbarazzata poesia: qui, in questa terra che ti costringe a guadagnarti tutto, fin dal mattino, le parole sono vita, a volte lotta, alla fine possono diventare futuro. Ma io non temo le parole. E dove la lingua può essere un confine, in questa terra di confini, per uno che conosce poco più della lingua dei gesti, allora cerco di ascoltare con gli occhi e col cuore; curioso di tutto; imparo ad amare anche certi silenzi; e soprattutto gli sguardi. Già ho parlato di sguardi di occhi arrossati che piangono, per ricordi che non invecchiano mai, che sfidano il tempo; in questa terra dove ogni pietra ha una storia e un dolore. Soprattutto ho imparato a liberarmi del pudore di un abbraccio; la vita in fondo è una continua lezione di vita, basta sapersi accettare e saper accettare, la vita sono gli altri; la vita è fuori. Non bisogna mai restare alla finestra a guardare, il tempo passa ugualmente, si rischia di ereditare solo rimpianti, di annoiarsi del niente. Sono così e ho impiegato ben più di mezzo secolo cercando di accettarmi.
Le parole appunto. Io non temo le parole, siano esse gridate o sussurrate. Certo si può temere il significato e il significante di ciò che veicolano, nei ricordi, nei ricorsi, nel loro essere e assemblarsi. La verità è che io non sono propriamente uno che ama arrendersi o chinare la testa. Di parole ne conosco poche, non ho potuto studiare molto, soprattutto per colpa mia, e perché la testa non c’era, anche per ciò non ho il piacere di vedermi rubare anche quelle poche. E siamo in un paese dove qualcuno, innominabile, ama costruire muri. E siamo qui (utopisti) col desiderio confessato, fiero e testardo, di abbattere muri, qui Nel baratro. Perciò diamo voce alle parole, credo che basterebbe pulirle, caricarle di corrispondenze nuove. Se noi abbiamo il coraggio della nonviolenza perché averne pudore e non sentirsi combattenti per la Pace? L’arma del Partigiano è la scelta, come diceva qualcuno al cui nome il solo accostarmi mi fa provare vergogna, odio gli indifferenti. E quell’odio in fondo è un grande gesto d’amore, amore per la vita, un grido disperato di essere vivi. Alla fine porto dal viaggio tanti volti, tante espressioni, e tutti quegli occhi di donne, di donne che come tutte le donne si liberano da quell’angolo in cui il genere, in tutti i posti del mondo, cerca di relegarle e sono in trincea, sono davanti nella lotta, sono il cuore della lotta, sono sempre il vero orgoglio di essere, e di essere libere, e di essere ma a testa alta.

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