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Posts Tagged ‘disagio’

Ormai sono passati due anni. Precari siamo ancora entrambi precari. Solitamente possiamo vederci solo il fine settimana. Da me o da lei. Dov’è libero. Da chi dei due riesce a convincere i compagni di corso a togliersi dai piedi almeno per un paio d’ore. Io Diletta, la mia compagna, l’ho incontrata ad una festa. Doveva essere il compleanno di Alvise o di Mattia. Comunque era un compleanno. Qualcuno aveva cercato un po’ di tranquillità. Qualcuno stava limonando. Gli altri si stavano annoiando, e liquirizia Akpan si stava preparandosi una spada. Era una promessa del beach soccer prima di scoprire la roba. E di imparare che poteva guadagnarci di più. Insomma tutto andava a rilento e l’ambiente era stanco, come succede sovente in occasioni simili. Chi aveva il compito di mettere la musica lo faceva stancamente con pause infinite.
Non che me ne dispiacesse, non ho mai imparato bene a ballare. Ero come spesso mi succede solo a disagio. Fuori posto. Mi sento un po’ diverso e lo sono anche per gli altri. Ho passato l’infanzia e ho fatto la maturità all’estero. Sono cresciuto in quello che oggi mi appare come un nido di bambagia. In un sogno. Poi papà è stato rispedito qui, e tutti noi con lui. Sono piombato in questa crisi. Al nostro vecchio indirizzo. Ma la città sembra non esistere più. Molte attività sono chiuse. Ho ritrovato un mondo diverso. C’è persino meno voglia di divertirsi. E più spinta agli eccessi. Così alla festa c’ero andato perché tampinato da Ambra, un’amica. Poi lei aveva trovato quello che cercava, ed era sparita con quelli che avevano trovato un buco in cui stare da soli. Così ero da solo. Stavo per alzarmi, e salutare tutti con un silenzioso addio, quando l’ho vista. Con mia sorpresa anche lei era da sola. Seduta davanti ad una bibita. Con i jeans stinti e quella canotta generosa, di quel verdino indeciso, che sembrava interessante. Capelli lunghissimi; castani. Bella era bella. Triste pareva triste. Gli occhi suggerivano che avesse anche qualcosa da raccontare. Che non fosse solo guscio.
Non è da me ma forse in quel caso ha vinto la noia. L’ho fissata finché non mi sono accorto che anche lei s’era accorta di me. Le ho sorriso e lei ha risposto al mio sorriso che un sorriso. Sì, era bella. E giovane. Mi sono alzato e sono andato a sedermisi accanto. Lei ha alzato le spalle con un gesto di rassegnazione che non ho capito. “Volevi restare sola”? le ho chiesto. Mi ha fissato come un marziano aggiungendo solo, in un soffio, un laconico Diletta. “Non volevo disturbare.” le ho precisato. Mi sono un poco perso in quel momento. Mi sono scordato di presentarmi o altre cavolate simili, tipo che trovavo che avesse un bel nome. Mi aveva colpito maggiormente la scollatura. Se n’era accorta e aveva pudicamente cercato di coprirsi almeno un po’. Era scoppiata all’improvviso a ridere. Mi aveva fissato curiosa e mi aveva lasciato esterrefatto: “Cosa vorresti fare?… mi stai corteggiando”?
Devo essere arrossito. Fortuna che non c’era tanta luce. Ero stato preso in contropiede. In fallo; cioè… Insomma, debbo aver bofonchiato qualcosa di incomprensibile prima di trovare parole con un senso quasi compiuto: “No!… cioè… in un certo senso… Insomma sì!”
Lei mi aveva osservato. Squadrato. Sembrava avessi superato l’esame. Ci aveva pensato. Poi aveva deciso facendosi seria: “Non c’è più tempo per queste cose. Dove stai”?
In via degli specchi”.
A quel punto si stava già alzando. “Andiamo”.
Non è possibile. C’è mamma”.
Faccia schifata. Poi faccia di chi a cui crolla il mondo addosso, e cerca di scansarsi. Poi di chi stenta a capire o si trova davanti a uno un poco lento. Mi chiede perché allora ho certato l’approccio. Si pente della sua durezza guardando la delusione nella mia faccia. Cerca di darmi una seconda occasione: “Avrai pure una camera tutta tua. Capirà”.
Non è l’occasione né il momento per mentire: “Lei no”.
Resta in piedi: “Allora perché ti sei seduto? Vuoi o non vuoi”?
Mi faccio piccolo e misero: “Vorrei”.
Lei è sempre stata una donna riflessiva, ma anche decisa. Anche in quel momento ha avuto bisogno di un solo attimo. “Ce l’hai una macchina”?
Certo”.
Andiamo”.
Mi dice che lei sarebbe sempre stata una donna all’antica. Legata alla tradizioni. Illibatezza. Matrimonio. Abito bianco. I fiori all’altare. Tutte quelle cose lì; insomma. Ma i tempi cambiano e i tempi ci cambiano. Non c’era nulla da fare. Mi spiega che c’è sempre tempo dopo per il romanticismo. Mi dice tutto in quei due minuti poi la guarda e sale. Mi da le indicazioni per trovare posto nel garage del condominio. Quello che non capisco è perché si è messa la cintura per fare una semplice rampa in discesa. E perché non appoggia il cellulare. Mi guardo intorno ma non è abbastanza buio. “Non ci badare. Di questi tempi tutti si devono arrangiare”. E poi si piega, verso di me. Non sapeva ancora il mio nome e già mi concedeva quella intimità.
Né io né lei c’eravamo chiesti se e quanto sarebbe durata. Stiamo ancora assieme. Solo dopo avermi conosciuto meglio aveva potuto interpretare la mia aria di diffidenza e sbigottimento. Senza che glielo chiedessi mi ha spiegato i suoi perché. La sua filosofia aggiungendo che, obtorto collo, non poteva che essere la filosofia di tutti. Di una intera generazione. I nuovi tempi, con la loro precarietà, e la loro provvisorietà, hanno cambiato le persone. Hanno ucciso il corteggiamento. Non c’è tempo perché è il tempo ad inseguirti. Se dopo la cosa funziona allora si può cercare di trovare il tempo. Anche quello dell’innamoramento. Ma è sempre difficile essere in due. E oggi siamo qua e domani chissà. E adesso poteva dirlo di amarmi.
Ogni tanto ride al ricordo di quant’ero buffo quel giorno, in quella macchina. E della mia faccia quando mi ha detto: “Puoi anche chiamarlo per nome. Non mi offendo mica”. Racconto di lei piano perché sono tranquillo e lei sta riposando. Ambra è impegnata in un fine settimana di sci e di sesso. Ci ha lascito sogghignando le chiavi della stanza. Le parole di Diletta mi hanno fatto capire molto. Ma io non sono di questo mondo; o almeno non ancora. Cercano un apprendista con una buona esperienza. Incrocio le dita. Speriamo bene.

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Era da un po’ con non lo vedevo. Avevo letto il suo messaggio; ero di fretta. Poi mi cadde lo sguardo su quel necrologio. Perché avesse mosso la mia curiosità non lo so? Forse per l’età? Forse perché non lo facevo tipo? Forse perché era la prima persona vicina che mi veniva a mancare. Forse per quelle cose che ti ruminano dentro e non sai spiegare? Nessuno degli amici ne sapeva molto. Alcuni evitavano persino di parlarne. Alla fine ho saputo quella che pareva essere la verità: si era tolto la vita. Continuavo a chiedermi perché senza trovare una sola risposta. L’ultima volta sembrava un uomo felice. Tutto preso dalla sua nuova storia. L’ultima cosa che ricordavo era un brindisi.
Ci ripensai più volte prima di decidermi. Tutti i pretesti che mi ero inventato mi sembravano banali. Alla fine conclusi solo di andare. Mi vestii alla bisogna, come si conviene per una visita di cortesia. Rispolverai cioè la mia giacca e una vecchia cravatta che mi ero fatta prestare scordandomi di restituirla. Sembravo un liceale alla presentazione alla famiglia. Pettinato con attenzione. Mi sentivo ridicolo. Ero così anonimo. Così uguale a tante foto ricordo e alle immagini per i documenti. Sarei andato anche per un funerale, o un matrimonio. Mi sono ricordato che non si deve mai lasciare a casa la maschera. Mi accompagnai ancora con tutti i miei dubbi. Vincendo quell’insolita resistenza. Non mi capita mai di interessarmi agli affari degli altri. Avevo preferito non informare della mia visita. Riflettei se era il caso di presentarmi con dei fiori ma convenni che non lo era. Passai anche diritto davanti alla pasticceria. Non avevo il minimo sospetto di cosa aspettarmi.
Cercai nel marmo la targhetta d’ottone: avv. Sereni. Mi annunciai al video-citofono: “Sono un amico di Lorenzo”. Dopo un lungo attimo un suono secco mi avvisò che era aperto il portone. La voce all’apparecchio, un po’ meccanica, mi indicò il piano. Preferii salire con l’ascensore. Mi aspettava all’ingresso. Allontanò rapidamente un interrogativo. Rinnegò quell’impaccio che ci vedeva in piedi a guardarci, a studiarci. Mi invitò ad entrare con un sorriso cortese e un gesto della mano: “Prego”. Mi sentii di accedere in un altro mondo, di invadere uno spazio confidenziale. Mi pentii della mia decisione, ma non potevo scappare. Provai un senso di vigliaccheria e di mascalzonaggine. L’aria era immobile e inodore. Priva di suoni. Così le nostre voci tintinnavano nel vuoto. La sua mi sembrò al primo istante caramellosa. Carica di ricercata ma forzata cortesia.
Mi porse la mano: “Possiamo darci del tu? vero. Non ti da fastidio”? Le sue dita si abbandonarono tra le mie, fragili. Le stringi delicatamente come per paura di romperle. Il suo sguardo diretto moltiplicava la mia inadeguatezza: “Maddalena, giusto”? Di lei avevo saputo quasi solo il nome. Dall’inizio della loro storia ci eravamo visti sempre meno. Avevo letto la sua soddisfazione dagli occhi e da piccoli segnali. Per varie ragioni non si era mai soffermato troppo su lei. A quel tempo non aveva destato la mia curiosità. Ero solo contento per lui. Poi la tragica notizia. E quel qualcosa che non si incastrava. Le disgrazie succedono, ma lui non era tipo da cercarle o costruirle. Ed era un tipo innamorato.
Non sembrava né sorpresa né confusa. “Scusami. Non aspettavo visite”. Solo avvicinandosi aveva un sapore agro-dolce. Camminava su quei tacchi con diligente perizia e i tappeti occultavano i suoni dei passi. Mi faceva strada. La seguivo da presso. A rifletterci quegli spazi promettevano una percezione di angoscia. L’individuo si sentiva perso. Piccolo. E le voci trascinavano con sé un tenue eco. Pareva mancare il senso delle proporzioni. E tutto sembrava fin troppo in ordine. Lei stessa lo era. Si accomodò su un ampio divano e mi fece accomodare davanti a lei. Sprofondai in una inaspettata comodità. Non avevo la più pallida idea da dove potevo cominciare. Non avevo nemmeno sospetti, solo un senso di malessere; confuso. E lei era donna da destare curiosità. Nemmeno seppi afferrarne il motivo.
Ti scoccia se restiamo qui”? Sembrava stesse aspettandomi. O forse aspettava qualcun altro. Il tè era ancora caldo: “Limone, vero”? Lo versò e aggiunse i due cucchiaini di zucchero, proprio come piace a me. Sorrise. Lo mescolò lentamente guardandomi negli occhi. Mi porse la tazzina. La tazzina oscillò sul piattino. Lei lo prese con il latte. Facendo attenzione a non lasciare tracce di rossetto. In quel preciso momento squillò il cellulare. Controllò il numero, mi chiese scusa e uscì dalla stanza per rispondere alla chiamata. Al ritorno spense il telefonino davanti a me spazientita con un gesto marcato a mio beneficio: “Non voglio che ci disturbino”. Poi lo appoggiò sul tavolino. Riprese il suo tè. Lo portò nuovamente alle labbra con attenzione, senza distogliere gli occhi. Ne ricavò una smorfia schifata e tornò a posare la tazzina. Probabilmente nel frattempo s’era freddato. “Allora… cosa volevi sapere”?
Ebbi la netta sensazione che lo sapesse. E non c’era nessun mistero. Nulla da scoprire. “Cerco notizie di un amico”. La cosa mi appariva ancora così… inverosimile. Mi accorsi che di tanto in tanto frugalmente si controllava nello specchio che avevo alle mie spalle. Quando lo faceva ne usciva perlopiù soddisfatta di sé. Piccole cose che non sfuggivano alla mia attenzione. Ancora non riuscivo a inquadrare quella donna. E non mi sembrava la donna adatta per lui. Qualcosa strideva. Non era come me l’ero aspettata. Non avvertivo veri sentimenti. Cercai di rompere quel mieloso incanto. Ero andato per quello: “Lorenzo aveva idee a modo suo, ma non era cattivo. Un po’ così. Da artista. Ma lui era un artista”.
La cosa più incredibile era che s’era trasformato tutto in bianco e nero. Lo realizzai solo in quel momento. I colori erano sfumati lentamente, s’erano dissolti. Tutto come un vecchio film. Con una fotografia curata. Con i dettagli eppure nitidi. Ma era come insapore. Mi sentivo finto. E la sentivo finta. Eravamo la schermaglia attenta di due persone che si esplorano. Che si cercano senza avere un vero desiderio di conoscersi. Distaccate quel tanto che basta per restarsi estranee. Diffidenti. Almeno io lo ero. E quella casa era piena di domande a cui non sapevo rispondere. Pensai alle cose più improbabili per rompere e superare quella patina di distacco. Per scuotere quella presunta saggezza. Quel finto buonsenso. L’aria da persona per bene. La sua attenzione per non provocare vere reazioni. Veri sentimenti. Impulsi. Tutto quello faceva sembrare normale l’assenza di colore. Lei riusciva a controllare ogni minimo particolare. Era solo la copertina di una rivista patinata: “Per lui sembrava tutto così importante. Ma se ci pensi”.
Restai sorpreso quando aggiunse che non aveva lasciato niente. Era un tipo sempre in preda delle sue fantasie. Un tipo estremamente creativo. Non riuscivo a crederci. Non me lo raffiguravo con le mani in mano. Ad ogni incontro non riusciva a trattenere l’entusiasmo per il nuovo suo ultimo progetto. Mi riempiva di parole e di eccitazione, persino di frenesia. Ed era curioso di tutto. La osservai attentamente senza capire. Non la sentii quando mi disse che non aveva spiegazioni. Ricordo solo che non mi parve disperata; nemmeno dispiaciuta. Era solo una sensazione. Mi sembrava passato troppo poco tempo perché fosse già tornata così padrona di sé. E la sua cortesia rasentava quasi il corteggiamento. O almeno la disponibilità al corteggiamento. Ma forse son sempre stato un briciolo moralista. “Se mi posso permettere, io penso che non si possa pretendere di più. Il problema è nel sapere accettarsi. Nell’essere quello che siamo”. Certamente sbagliavo tutto. E lei senz’altro non se lo meritava. Eppure non percepivo distinti sentimenti nelle sue pose, nella sua voce. Mi aspettavo… non so cosa, ma qualcosa di diverso. Speravo di non trovare disperazione, ma era un pensiero egoista. Certo avevo immaginato una sorda tristezza. Un muto sconforto. Di non sapere in che formule rifugiarmi. All’estremo di non essere ricevuto. Dovrei governare questa apprensione e il vizio di immaginare le cose. Di volerle anticipare.
Accennò di sfuggita a com’era bella la concordia: “Vedi questa casa”. Criticava quelli che avendo meno non sapevano accontentarsi. “Sono cose della vita. Non trovi”? Non volli contraddirla. La lasciai proseguire distrattamente. La sua voce era solo un suono. Avevo un dubbio, ma mi sembrò che quello non posso il posto adatto per esprimerlo. Nemmeno il momento. In realtà provai la percezione che quello fosse un posto dove potevano alloggiare solo certezze. E fuori non era un grande idilio. Era solo che in un qualche modo che non aveva risposta le coscienze erano assopite. E il racconto della sofferenza era semplicemente diventato indecente. La povertà vergognosa. La miseria un crimine. L’ultimo dolore rimasto era quello del cuore. Si poteva ancora morire d’amore. Se avesse continuato a parlare credo che quelle sarebbero state le verità che mi avrebbe spiegato: come governare la dignità nel silenzio.
Spesso le mie cose riesco a tenerle per me. Non mi piaceva che qualcuno avesse una parte scritta che avrei dovuto interpretare. Nemmeno io ritenevo consolatorio che alla fine bene o male c’è la possibilità di una comparsata per tutti. Non mi interessava la notorietà, non era il mio scopo e non rispondeva ai miei disagi. Ma erano loro, i miei disagi, ad essere fuorilegge. Nego che siamo tutti uguali e tutti tesi ad un fine che è quello di curarsi solo di noi stessi. Ma non vado a sbandierare le mie idee in giro come faceva lui. Ed era quel plurale che mi avrebbe denunciato. Eppure dovetti confessare che la prima impressione non le rendeva giustizia. Il tono della voce, i riflessi degli occhi o il mondo di guardarti diritto negl’occhi, le sue pose sempre attente, i gesti calcolati, il trucco curato, il corpo che si poteva intuire sotto, quell’aria disinteressata e poi attenta, il rossetto, una sorta di magnetismo, l’insieme delle cose ne facevano una donna affascinante. Non era facile distrarsi da lei. Era come se fossi sempre interessato al momento successivo. Ad avere qualcosa di più.
Scusami, ma parlarne mi mette ancora un po’ a disagio. E’ come sé fosse… Magari mi riuscirà più facile tra un po’. Con una maggior confidenza. Non mi aveva parlato”…
Provai un bisogno impellente di fumare. “Fuma pure. Qualche volta anch’io. Una o due. E’ l’unico vizio che mi concedo.” –si illuminò di un fugace sorriso malizioso– “Insomma… quasi. Soprattutto dopo… capisci?” –e spinse verso me un posacenere immacolato che non avevo notato. Gliene porsi una: “Non dovrei”. Mi ringraziò, la prese e gliela accesi. La fumò con lenta voluttà. Socchiudendo a tratti gli occhi. Trattenendo il fumo in bocca, assaporandolo con piacere per poi soffiarlo fuori con un lungo sospiro. “Non pensare che”… Avevo fissato tutta la mia attenzione su un quadro. Prima non l’avevo notato. Spense la cicca ripetutamente quasi con crudeltà, come si dovesse rimproverare di aver ceduto a quella debolezza. Fece il gesto di cercare di sentire l’odore del fumo nel suo alito. Trattenni l’istinto di sorridere. Notai le unghie perfettamente laccate. E affilate come rasoi. Sospettai che dietro quella patina si nascondesse una belva. Fu il pensiero di un attimo. Ammorbidì i tratti del suo volto: “Resti per cena, vero? Non puoi… Faccio in un attimo. Intanto ti faccio vedere la stanza”.
Ora che ci penso non credo di aver visto in tutta la casa un libro. Né un gatto. Né segni del passaggio di bambini. Non in quelle stanze. Sembrava un set. Persino la cena era stata ottima ma non c’era nessun odore di cucina. Ed era stata fin troppo veloce. Di proposito ero stato attento a non eccedere col vino. Lei mi incoraggiava ma io volevo mantenermi lucido. Diffidavo. Solo una certa circospezione in fondo a me. Il bisogno di sentirmi rassicurato. Una casa troppo grande. Degli agi a cui non ero abituato. Tutto troppo facile. Il rimpianto per un amico. Un letto soffice. Una donna che non era mia. Abbassai la luce. Mi aspettai di sentirla bussare alla porta. Forse lo sperai. Di sentila scivolare nella stanza. Immaginai il modo. I suoni. Mi illusi che lei si aspettasse che fossi io a cercare la sua stanza. Ammetto di esserne rimasto dolcemente deluso. Tornai a sentirmi stupido. Non riuscivo ad aver voglia di dormire.
Trovai alcune pagine di diario in fondo ad un cassetto. Era un diario stranamente a più mani. Erano storie che si reiteravano, tranne piccoli particolari erano tutte uguali. Il senso di vertigine da agorafobia. Come imprigionato in un sotto vuoto spinto. La mancanza d’aria. L’incontro con una sorta di propria immagine riflessa. Storie dell’incredibile ripetute come tanti paragrafi sbagliati. Una stampa che riproduceva più volte uno stesso capitolo. La cosa mi incuriosiva ma non riusciva ad affascinarmi. Potevano essere prove di scrittura. Lo scorsi finché non riconobbi la sua calligrafia. Mi apprestai concentrato alla lettura. Le ore correvano più veloci di quanto lo potessi avvertire. E poi la sentii anch’io, la voce. Ed ero ancora perfettamente sveglio: “Rilassati. Non resistere”.
Fu solo allora che mi decisi veramente. Percorsi il corridoio in assoluto silenzio. Non feci alcuna fatica a trovare la sua camera. Ammirai il corpo di quella donna fasciato nella vestaglia, sprofondato nell’enorme letto. La sollevai tra le braccia con cautela e attenzione. Lei non sembrò svegliarsi o almeno seppe fingere perfettamente un sonno quieto. La sporsi dalla finestra e solo allora lei aprì gli occhi e mi sorrise. Allargai le labbra e la lasciai cadere. La osservai precipitare senza emettere un solo grido, nel completo silenzio tranne il tonfo sulle pietre del marciapiede. Era ancora notte. Cercai la chiave e la trovai nel cassetto del comodino. Riordinai un po’ le cose cercando di cancellare ogni segno del mio passaggio. Mi chiusi la porta dietro le spalle e me ne andai mentre ancora tutti dormivano.

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Quando sono andato a stare a casa di Maddalena credevo di aver realizzato il più grande dei miei sogni. Avevo imparato ad amare profondamente quella donna ed ero certo che nulla avrebbe potuto dividerci. Era stata lei e chiedermelo. Non ci ho pensato un attimo. Ho raccolto le mie cose ed ero già in quella sorta di immenso appartamento che mi appariva una reggia. Stanze dopo stanze e tutte luminose e spaziose. Ricordo che mi chiesi come avremmo potuto permettercelo, anzi come lei poteva. Lo so che può sembrare un pensiero fin troppo meschino. Decisi semplicemente di non pensarci. E forse questo fa parte della mia condanna. Forse sono sempre stato un po’ avventato, e un po’ superficiale. Ma almeno inizialmente tutto sembrava volermi far vivere come in una favola.
La magione occupava un intero piano di un vecchio palazzo in stile impero. Mi perdevo continuamente tra sale e corridoi. E provavo continuamente la sorpresa di una prima volta. Non ho mai avuto un gran senso dell’orientamento, ma pensavo che sarebbe stata una sensazione solo transitoria, che sarebbe passata col tempo. Certo fin dall’inizio una cosa aumentava il mio senso di disagio: la presenza di chi aveva abitato in quegli ambienti prima di me. C’erano qua e là foto di altri uomini. Di alcuni degli uomini che erano stati i compagni nella vita di Maddalena. Soprattutto uno. Credo avesse avuto un posto speciale nel suo cuore. E che un po’ lo mantenesse nei suoi ricordi. Provavo una sorta di invidia e di stizza anche se non sono mai stati geloso in vita mia. Certo con lei è stato tutto, fin dall’inizio, diverso. Ma sorvolavo su quelli che mi sembravano meschini turbamenti, specialmente quando lei rientrava e mi era vicina. Lei era molto attenta e anche molto appassionata. Non ne parlammo mai. Perché avrei dovuto? Per sentirmi semplicemente dire con un sorriso quanto ero stupido?
Da una stanza un po’ più piccola delle altre avevamo ricavato uno studiolo per me. Ci passavo gran parte delle mie giornate. Poi tornavo a immergermi in quell’universo e a perdermici nella sorpresa che non smetteva mai. La mia era un’attesa di lei. Non uscivo mai e non ne avevo il motivo. Eppure giravo portandomi appresso quella stessa inconsistente angoscia che mi aveva accolto fin dall’inizio. Più volte decisi di dirlo ma sempre all’ultimo ci rinunciavo trovandolo ridicolo. Non c’era nulla che non andava e, come detto, quando arrivava la sua sola presenza cancellava ogni mio malumore. Intanto non riuscivo ad essere soddisfatto di nessuna mia idea. Il mio lavoro non procedeva. Tutto mi appariva banale. Scartai l’idea di fare un ritratto di lei o di qualcuna delle persone di quelle foto. Quando gli chiedevo del suo passato lei in qualche modo sviava la conversazione. Non riuscivo mai ad avere risposte esaustive, nemmeno approssimative. Solo qualche vago nome. Qualche riferimento ad un viaggio, ad un anno lontano.
Lei si dimostrò anche una bravissima cuoca. Avevo da mangiare e da bere e tutto quello che mi poteva occorrere. Quando mi annoiavo accendevo la televisione ma poi non la guardavo. Finché non mi prese una smania strana di uscire, ma dopo aver faticato a trovare la porta mi accorsi che era chiusa. Certo doveva averlo fatto sbadatamente. Ecco perché non mi aveva detto nulla. Certo era persona da avere mille riguardi e anche qualche apprensione in più. Mi aveva confessato di aver già ricevuto la visita di ladri e di essere stata derubata. Mi scordai di chiederle se c’era un’altra ragione per la quale si chiudesse la porta dietro le spalle. Né di farmi fornire una copia delle chiavi. In fondo era una smania strana e tra quelle mura non mi mancava niente. Eppure cominciai a sentire come se mi mancasse l’aria. Mi affacciavo alla finestra ma arrivavano pochi rumori attutiti di macchine. Erano rari i pedoni che transitavano e che guardavo dall’alto passare schiacciati sul marciapiede. La costruzione dava su di una via poco frequentata. Eravamo isolati ed ero isolato. Non erano finestre che raccontassero qualche storia. Era cose se si affacciassero sul niente. Oltretutto non ho mai ricevuto molte telefonate, non sono tipo da stare a parlare a una persona che non c’è, con qualcuno che non posso guardare negli occhi. Vengono proprio a mancarmi le parole. In più la linea era staccata. Ormai tutto il mio universo era circondato in quelle pareti. E continuavo a ripetermi che tutto andava bene. In verità cosa avrei potuto desiderare di più?
Ero tranquillo, immerso nel silenzio. Potevo inseguire solo le mie ispirazioni, solo che quelle non venivano più. Ero ormai un artista senza la sua arte. Frugavo in me senza trovare nessun filo, nessun bandolo della matassa. Ne uscivo nervoso ed estenuato. Le giornate si dipanavano una uguale all’altra. Erano solo attesa, ma il lavoro la impegnava sempre più. E la sera avevo preso ad accendere la luce prima di entrare in ogni stanza. Mi dava angoscia il modo in cui si allungavano le ombre sui mobili. Quel silenzio e quel buio. Persino l’odore di quel legno. La proiezione di quell’attaccapanni con le giacche appese. Non mi restava che aspettare il suo ritorno. Poi la passione pian piano si attenuò. Io continuavo a desiderarla, ma per qualche stanchezza o per i motivi più banali era sempre più difficile avere dei momenti tutti per noi; di intimità. Non ricevevamo visite. Il mondo restava fuori. Si può dire che vivevamo appartati. Ma lei lavorava molto e rincasava sempre più tardi e sempre più affaticata. Semplicemente quando mi coricavo lei era sempre già addormentata. Mi limitavo a farmi vicino e inebriarmi del tepore che emanava dal suo corpo. Quell’amore si stava trasformando in una deliziosa adorazione. E in quei nostri momenti le avrei perdonato qualunque cosa.
Ma avevo ripreso a faticare prima di prendere il sonno. Ero preda dei più strani e intricati pensieri. Mi sembrava di buttare le mie ore. Poi mi spingevo a fare un riassunto della giornata e lì non c’erra nulla. Questo non mi consolava. Mi sembrava di sfiorare qualche idea, anche buona. Persino di afferrarla. Mi sentivo in preda alla vena creativa. La pigrizia mi imprigionava a letto. Facevo ricorso alla pazienza. Di solito il sonno tardava più del dovuto. Oltre quanto è immaginabile. Credevo di sentire fuori i primi timidi rumori del mattino. Di intravvedere la luce dietro le bugie. E poi sognavo. Sognavo i sogni più strani. Intricati e tumultuosi. Ho sempre sognato molto. La maggior parte non mi lasciavano ricordi al mattino. Non li hanno mai lasciati. Tranne qualcuno che tornava ripetutamente, sia durante le ore di sonno sia poi nella giornata. Non ci avevo mai dato importanza. Una cosa però aveva cominciato ad invadere quelle notti, un’ossessione reiterata. Ora sopra i sogni c’era una voce suadente, che li sovrastava, che mi ripeteva: “Rilassati. Non resistere”. Una voce fuori campo. Non capivo quelle parole ma mi lasciavano al mattino una sorta di leggera angoscia: “Rilassati. Non resistere”.
Finché non cominciai ad avvertire un’altra presenza in quella casa immensa. Qualcuno o qualcosa che non riuscivo ad incontrare. Non ho mai creduto ai fantasmi o a cose simili e mi sentii stupido. Cercai di occupare la mente con altri pensieri. Aprii un armadio e ci trovai alcuni indumenti che non ricordavo di aver mai posseduto. C’era qualcosa di molto strano in tutto quello. Poi spalancai una porta e me lo trovai davanti. Lo fissavo e lui mi fissava. Aveva la mia stessa altezza. I miei stessi occhi. Stessi capelli. Stessa cicatrice sopra il labbro, ricordo di un incidente di bicicletta da bambino. Mi pareva di guardarmi in uno specchio. Quell’altro era la mia copia perfetta. Ero io. Scossi il capo per l’incredulità. Feci per parlare ma dalla mia bocca non uscì suono. Lui scoppiò in una risata fragorosa probabilmente vedendo la mia meraviglia: “Sì! io sono te”. Mi avvisò che doveva uscire e mi chiese se mi serviva qualcosa: “Di uscire”. Rise nuovamente: “Questo non è possibile. Non c’è niente fuori. E tu non sei ancora pronto”. Non mi serviva che la mia libertà, ma cos’era la mia libertà? Spazientito gli chiesi quando sarebbe tornata Maddalena. Parve deluso: “Allora non capisci, lei non torna. Non almeno finché non smetti di resistere”. Riconobbi la voce. Cercai di avere spiegazioni: “Devi imparare a non pensare. Non c’è altro mondo. Né altro modo”. Dentro me lo mandai affanculo, gli girai le spalle e lo lasciai lì. Accesi la tele, davano il telegiornale. Ero certo di averle già viste quelle notizie. Girai e in ogni canale la stessa voce non faceva altro che ripetere le stesse parole.
A rifletterci meglio una cosa c’era che non andava: lui, l’altro me, era mancino. Mi chiesi se lei ne era innamorata. Innamorata della mia coppia. Come avrei potuto ribellarmi? E mi tornarono nella mente le parole che sovrastavano i miei sonni. Non avevo altra spiegazione che nel biglietto che trovai e che mi aveva lasciato sul comodino: “Ogni pensiero rompe la meravigliosa armonia dell’universo”. Mi stropicciai gli occhi. Niente aveva senso. Controllai su televideo ormai senza speranza. La mia attenzione venne richiamata da una notizia dell’ultima ora da parte del ministero delle comunicazioni. Su quelli che venivano definiti piccoli e sporadici gruppi di resistenza di quattro gatti, di filosofi e poeti: “Dissentire è oltre che inutile insensato. Cosa vogliono di più in questa società perfetta”? I nostri leaders erano fiduciosi in una veloce opera di bonifica di quella obiezione incomprensibile, anzi astrusa, ed erano certi che presto anche l’Italia si sarebbe allineata con tutti gli altri paesi civili e democratici. Non mi chiesi perché la notizia mi avesse gettato nell’ansia. Semplicemente spensi la televisione. Scrissi in un biglietto un laconico: “Ti amo” –per lei. Non mi importava cosa ne sarebbe stato di lui, del mio altro io. Mi chiusi in bagno e mi immersi nell’acqua. Affondai la lametta nel polso e incisi verso l’alto per essere sicuro, poi mi misi ad attendere.

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Benché gennaio fosse ormai alle porte la gente lo leggeva come in un giornale.
Con allegria ludica e sfacciataggine bambina la gente lo leggeva e ne parlava sopra. Anche il suo disagio leggeva e le sue balbuzie.
Non salutò nessuno, non portò rancore. Forse lui solo si chiese se sarebbe tornato.¹


1] scritto il 18 aprile 1991

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Cara Martina
Questo non è un pezzo di letteratura. La persona più cara mi ha sollecitato spesso. Mi sono lasciato sedurre, una specie di compiacimento. Mi sono ritrovato ad abbandonarmi ad un paio di piccoli accenni. Poi chiedi anche tu, di quel mio passato. Briciole. Frammenti. In un breve commento. E ti racconti; una patina di rimpianto. No! non ho rimpianto. E’ passato. Vorrei essere presente. Non mi sembra poi così rilevante. Inoltre, piccole streghe, mi fate parlare d’altro. Questo doveva essere un angolo da riservare alla prosa, a piccoli racconti. Non voglio farne area di dibattito, di confronto. Continuo a non volere il proscenio. E’ una scelta antica. Ma le questioni che poni non potevo restringerle ad una breve risposta a quel commento. Tanto vale farne questo assurdo ed inutile post, dove parlo di me. Un me di alcuni, non troppi, anni fa. Forse solo di ieri.
Non siamo a Milano. Anche torno a Venezia ci sono diversi centri sociali. Il più vicino alle vicende raccontate è uno di più importanti, almeno allora, e più nominati: il “Rivolta”. Ma no! non volevo fare nulla di simile. Come mio solito non seguo mai modelli. Quelli di cui parlo potrebbero essere definiti, per non ingenerare confusione, “centri giovanili autogestiti”. Ci rivolgevamo al territorio. Non so se tornerò a parlarne, per ora mi sento in dovere di queste precisazioni. Mi sono sempre mosso in un confronto-scontro con le istituzioni. Dovevo mettere quei ragazzi davanti alla realtà della società in cui vivono. Dar loro strumenti di scelta. Integrarsi e come o altro. Scegliere la parte dove stare.
Contemporaneamente dedicavo un po’ del mio tempo ad un impegno “politico”. Anche questo un po’ insolito. Anche questo avrebbe bisogno di altro spazio in cui parlarne. Nelle ultime quattro tornate amministrative ho “inventato” quattro diverse liste. Anche di queste sono più o meno responsabile; spesso, come per i centri, l’unico responsabile. Per antica scelta non appare mai il mio nome. Naturalmente questo non mi ha limitato nel prendermi ogni mia responsabilità. Non ho così raccolto nemmeno quei trentanove voti, ma, nel bene e nel male, sono sempre stato decisivo. Per far capire: piccoli dati. Se il mio comune non è più retto da una giunta di “destra” è anche grazie a quel 6% che la mia ultima lista ha conseguito. Il dato è secondo solo a quello del PD (per la nostra parte). L’IDV ha raccolto un punto in meno. Il resto della sinistra (Rifondazione, Verdi, Socialisti e Comunisti Italiani) a cui avevo proposto un alleanza, sdegnosamente rifiutata, sono spariti restando sotto 1,5.
Non ne parlo perché non amo vantarmi di cose di cui non credo sia da vantarsi. Non c’è nulla di “eroico”. Ho lottato. Qui ho vinto, lì ho perso. A consuntivo: mi sono divertito. Mi sono sentito vivo. E’ una bella sensazione, ma io ho incontrato spesso belle sensazioni. E ancora ne incontro. Non ne parlo anche perché non è per niente facile parlarne. Spesso sono fatti di sensazioni. E’ stato incredibile esprimere quella proposta non preparata e accorgersi che era percorribile. Sentire tutti parlare del disimpegno dei giovani e vederne in un attimo un centinaio disposti a ragionare, lavorare, entusiasmarsi con te. Relazionarsi a loro come uno di loro. Confrontarsi alle loro logiche. I giovani si raggruppano in tribù. Bisogna saper rapportarsi ai leaders. Trovare gli equilibri. Essere riferimento senza mostrarsi condottiero. Non indietreggiare mai. Alla fine, intorno alla “Baracca” giravano un paio di migliaia di giovani. Una decisione scellerata ha pensato di chiuderla. Ha pensato di ammainare la bandiera della pace.
In questa storia c’è stato Marcos, poi Icaro, poi il Comitato Forte Sirtori e la Baracca & Burattini, poi la Nuova (Breve) Baracca. Una storia lunga. Una storia piena. Una storia che preferirei fossero altri a raccontare. Incontro ancora occhi lucidi che la ricordano come un sogno; del passato. Nel versante politico-amministrativo c’è stata Iniziativa Democratica-Verdi, Iniziativa Democratica, Ci6 e Spinea con… Fino alla prossima avventura. Solo a volte comincio a sentirmi vecchio. Scusami l’arroganza
Un abbraccio: L’autore

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Tecnica mista su cartone telato: informale su variazioni di rossoIn un certo senso la storia delle baracche e la storia di Spinola sono una stessa storia. Almeno negli ultimi trentanni e qualcosa di più. Ma il Forte c’era da prima. C’era dalla prima guerra. Quella che poi hanno chiamato grande. Mai servito a niente perché lo stavano finendo quando l’uso dei mortai l’hanno reso inutile. Insomma sto creando confusione a chi legge ed è meglio rimandare ogni spiegazione. Perché qui il tema è un altro. E poi il Forte è venuto dopo. Dopo una serie di altre avventure. Certo prima di una serie di altre ancora. Ma prima? Beh! C’è un inizio che viene prima delle Baracche. Qualcuno potrebbe dire che non c’entra un fico con loro. L’hanno detto. Forse è vero. Non per me.
Non cercate Spinola in nessuna mappa perché Spinola non c’è. Questo forse l’ho già detto. D’altra parte nemmeno io sono una persona reale. Nemmeno i fatti che racconto. Tutto questo appartiene solo ad un mondo che vorrei o ad un mondo che non è stato. In qualche caso per stupidità. Sempre perché divorato dal passato. Non esiste proprio nella misura in cui ognuno quel passato lo scrive come vuole. E nella vita non c’è mai un vero inizio. Ma io credo valga la pena cercare di dare un ordine alle cose. E credo che a volte ci sia anche bisogno di ricordare. Qualsiasi ragione adducessi sarebbe una di molte, o improbabile, o quella che mi viene al momento. Quella sera ero solo, come mi succede spesso, inquieto. Forse un po’ nevrotico. E’ quello che mi ha spinto ad uscire dalla quiete domestica. Margherita mi aveva chiesto dove stavo andando; Margherita è, cioè era allora, mia moglie. Se ricordo non mi ero dato pena di risponderle se non bofonchiando. Non avevo niente in mente.
Era una sera qualunque di un giorno qualunque di un anno qualunque. Ad essere pignoli possono essere passati una quindicina d’anni; mese più, mese meno. Se questo corrisponde al vero ne dovevo avere allora circa quarantasette; anche omettendo la mia età. Ora mi sembrano pochi ma allora erano molti per un’ impresa come quella. Insomma in culo alla notte mi fermo a parlare con alcuni ragazzi del quartiere. I loro vent’anni creavano un abisso tra noi. Diffidavano come si diffida a vent’anni di qualsiasi futuro. Delle regole che vengono imposte. Un po’ di tutto perché, come sostiene qualcuno, è quella un’età grama. Ma quasi tutti avevano negli occhi una opacità persa. La verità è che si nascondevano nella notte. Uno gettò lo spino appena feci cenno di avvicinarmi. Li chiamano ragazzi a disagio. Spesso è solo il disagio di quell’età. Spesso sono comunque i soldati di questa parte della guerra delle generazioni. Hanno la valigia pronta e nessuna destinazione. Non so perché ma mi sembrava che qualcosa non andasse in loro. Che si stessero distruggendo inutilmente. Non che sia solito intromettermi nei cazzi degli altri. Era quell’ inutilmente che mi infastidiva.
A pensarci bene anche questo può aver influito in quella fine, cioè nell’altra fine, quella del mio rapporto con Margherita. Solo che a pensarci oggi mi viene da dire che è stupido faticare tanto per trasformarsi in un ex quando si può, con più facilità, tornare allo stadio di amici. Ma ancora una volta mi perdo in altre storia, nei rivoli. Parlando con loro mi ero distratto. Mi trovai ad avere la loro stessa età, mi ritrovai ventenne. E loro principiarono a vedermi come se quell’età ce l’avessi veramente. Ne rimasi sorpreso e quasi incredulo. Parlavamo la stessa lingua. Avrei dovuto forse morderla, quella lingua. Invece mi uscì d’impeto e senza ragione: “Perché invece di farci del male non consumiamo le nostre ore a costruire qualcosa”? Spesso era Matteo il primo a rispondere: “E cosa”? Al momento mica ci avevo pensato: “Un posto per noi. Una specie di centro sociale. Anzi, non per noi ma per tutti”. Bocca taci. Di cose del genere ne sapevo quasi nulla. E quel nulla solo per averlo letto o per sentito dire. Ma me lo immaginai a modo mio. Non un centro sociale come quelli che ci sono; anche nei dintorni della stessa Spinola. Non amo le riserve. Amo ragionare con la mia di testa e a fare cazzate basto io. “Credi ce lo lasceranno fare”?
Avrei preferito la domanda di riserva. Stavo lasciando andare le parole. Mica ci avevo pensato bene a quello che stavo facendo. Non ci avevo pensato per niente. Non ero sceso con un programma. Non avevo dietro un progettino. Ero solo uscito perché mi sentivo soffocare. O solo per cercarli e dirgli di smetterla. Sarei un antiproibizionista, ma quelle che chiamano pesanti non mi piacciono e mi fanno un po’ di paura. Trovo stupido farsi del male così. Come diceva quella scritta: “La droga uccide lentamente ma io non ho fretta”. Che poi qualche volta invece ha persino fretta a presentarti il conto. Ed è sempre un conto salato. Insomma sono fatto così. Faccio prima di pensarci. Mi presento in un modo e mi scopro un altro. E dire che sarei taciturno. Almeno lo ero. Un ragazzetto chiuso; ma prima. E non ho mai voluto fare il condottiero. Né il leader. Non si annoverano eroi nella mia famiglia. Forse qualche caso sporadico di diserzione. Ho sempre cercato di nascondermi nella folla. Di fare solo il militante di base. Mica per paura. E’ che non so fare la prima donna. Non la voglio fare. Nemmeno la donna. Non avevo altra risposta: “Insomma… non resta che provarci”.
E’ così che sarebbe nato quello che poi avremmo chiamato, non a caso, Marcos.

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