Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘disperazione’

Ernestina, poveretta, dice che ho la testa sopra il cappello. Dalle nostre parti si dice così. Forse un po’ di ragione ce l’ha. Forse sono un po’ distratto. Ora mi si è anche scaricata la batteria del cellulare e non so proprio come fare. Mi ha sempre fatto timore la complessità di questo nostro mondo. Sono certo che si starà preoccupando, poveretta. E si staranno chiedendo dove sono finito anche sul lavoro. Prendo la metropolitana e scendo alla prima fermata. Per dirla tutta l’ho presa nella direzione sbagliata. Cose che capitano. Ero di fretta e stava partendo. Scendo subito e, maledetto me, mi accorgo di avere ancora un po’ di tempo. E’ così che penso di prendermi un caffè.
Salgo e tutto è cambiato. Stanno finendo la nuova stazione. Una cosa immensa. Da non crederci. E non mi riesce facile trovare il primo bar. Ce ne saranno una mezza dozzina ma per ogni cosa c’è da camminare. E io cammino. Cammino senza guardarmi troppo intorno. Ho la mia solita fretta e non mi restano più di dieci minuti. Quando esco nulla mi sembra come prima. Mi guardo intorno e non trovo nessun riferimento. E’ stato allora che mi son fatto prendere dal panico. Comunque mi avvio ma ogni negozio mi sembra nuovo. Sia la filiale di quella banca che quello di telefonia non mi sembra di averli mai visti.
Scendo di un piano e mi trovo nel niente. Cerco di tornare sui miei passi e mi immergo in un alveare in piena agitazione. Tutti che corrono. Non so dove correre. Come mio solito cerco di salvarmi da solo. Di arrangiarmi. Giro a destra e poi ancora a destra, e mi ritrovo al punto di partenza. La lancetta dei minuti continua inesorabilmente a correre. Ormai sono in ritardo per tutto. I minuti si fanno uno dopo l’altro ore. E pure mi scappa. Chiedo alla rivendita di giornali e mi indica alla fine del corridoio a destra. Il corridoio sembra non finire mai. Alla fine ci sono i cartelli ma i bagni non sono ancora stati completati. Salgo al piano superiore e poi ancora a quello più sù ma lì i lavori sono quasi tutti all’inizio. Mi vergogno a dirlo ma trovo un angolo isolato per farla contro un muro di marmo. Non mi riesce facile perché io, quando ho qualcuno intorno, fatico sempre; ho bisogno della mia riservatezza. Insomma per farla quasi la faccio con disastrosi risultati. Mi porto dietro i segni di ciò e per un po’ aspetto che si asciughino i pantaloni. Poi vado perché non posso aspettare oltre. Sperando che la gente non faccia caso a me.
Per puro caso ritrovo quel giornalaio. Stanco chiedo come si possa uscire da quel labirinto. Mi dice di tornare a salire al piano superiore. Poi di andare davanti al mio naso per circa duecento metri. Infine di prendere l’ascensore e scendere di due piani. Tutto molto semplice solo che mi trovo nel deserto più assoluto. L’ascensore mi porta in uno spazio recintato abitato solo da calcinacci. Risalgo e mi trovo in uno posto nel quale non mi sembra di essere mai passato. Non mi piace sprecare troppe parole. Insomma continuando a girare passa il tempo e comincio ad avere appetito. Rinuncio a fermarmi a mangiare qualcosa per non attirarmi addosso altri guai. Guardo gli orari delle corse che scorrono. La cosa non serve a calmarmi. I cartelli sono tutti provvisori. Sembrano lasciati lì dal caso. Provo a farmi sentire da degli operai ma il rumore dei martelli pneumatici copre la mia voce. Nemmeno si avvedono della mia presenza dietro la grata. La gente va troppo di fretta e un po’ provo anche vergogna. Mi faccio coraggio e fermo prima una signora. Poi un ragazzo. Anche le loro indicazioni mi aiutano a perdermi ancora di più.
Sono ormai quasi allo sconforto quando vedo la biglietteria come l’ultima salvezza. Aspetto il mio turno e chiedo se posso chiedere una informazione. Mi dice che lei è lì per vendere biglietti. L’ufficio informazioni è avanti e poi un piano sopra. Ci rinuncio e chiedo un biglietto per la prossima stazione, e come arrivare al binario. Mi ripete l’indicazione di dov’è l’ufficio informazioni. La prego e si lascia prendere da un attimo di compassione: Per spiegarmi cerca di spiegarmi ma capisco fin dall’inizio che non troverò mai i binari. Infatti dopo tanto girovagare mi ritrovo davanti allo stesso sportello. Lei mi guarda e si ricorda infastidita di me. Rigiro in mano il mio biglietto inutilizzato. Che poi io ho anche l’abbonamento per tutte le linee. La disperazione mi fa vincere ogni mio pudore. Quando passa la ressa mi avvicino. Non so che idee si possa fare ma la imploro di poterla accompagnare alla macchina a fine turno. Mi spiega senza riuscire a nascondere completamente l’irritazione che la società le ha dato un appartamento all’interno della stazione. Come per ogni dipendente anche se a contratto. Per lei e il suo fidanzato, e sottolinea la parola fidanzato. Si avvicina un viaggiatore e mi scosto leggermente per lasciarle fare il suo lavoro. Quello, il viaggiatore, pare sicuro di sé. Leggo un trafiletto sul giornale che ho dovuto prendere che ci sono stati diversi casi inspiegabili di dispersi nelle nuove stazioni della metropolitana. Lei si libera e mi osserva attentamente. Mi fa cenno di avvicinarmi. Mi dice che il fidanzato fa parte del personale viaggiante. Che per alcuni giorni è in viaggio. Che lei stacca tra sei ore ma che ha già un impegno. Mi invita a passare l’indomani. Credo mi abbia preso in simpatia. Le faccio notare di averle parlato già la mattina chiedendole quante ore duri il suo turno. Capisco solo in quel momento, dalla sua risposta, che devo aver parlato con una collega. C’è infatti un’altra addetta alla biglietteria che un po’ le assomiglia. Lo stesso colore dei capelli. Non sono fisionomista e la sua spiegazione è ineccepibile.
Non sono certo che capisca la mia situazione. Torna a guardarmi con ancora più attenzione. Mi mostra una disponibilità filantropica. Aggiunge che non può proprio rimandare l’impegno ma che se l’aspetto, beh! ecco, può tornare proprio per me. Si scusa ma, se per me va bene, sarà comunque per il dopo cena e molto tardi. La rassicuro e cerco un posto per sedermi un po’. Ceno con una pagnottella consumando gli ultimi spiccioli, senza allontanarmi troppo. Continuando a controllare quella guardiola. Mi pulisco i denti passandoci sopra il dito. Torno accomodarmi per attenderla e mi accorgo di essermi assopito. Lei non c’è più. Quella che vedo è un’altra. Ne sono certo. Al suo posto c’è una più giovane e con gli occhiali. Fuori è notte completa. Mi appresto impaziente ad una nuova attesa. Mi scuote quando fuori si stanno dissipando le ombre cupe della notte. I suoi occhi sono ancora vivaci. I negozi sono quasi tutti chiusi. Si guarda intorno circospetta quasi temesse di essere notata. Siamo soli io e lai e alcuni barboni che penso abbiano fatto del posto la loro dimora. Mi invita divertita a seguirla.
Per essere gentile e carina con me lo è. Non sarebbe nemmeno male come donna se non fossi così preso nel mio dramma. Non sono certo una grande compagnia. Lei non sembra farci troppo caso e non me lo rimprovera. Ho il cellulare ormai muto e solo qualche pezzo da cinquanta in tasca. Mi spiega che deve riprendere servizio di lì a poco. Mi fa un buffetto e un complimento che non mi sento di meritare. Imploro il suo aiuto. Mi mostra che comunque per contratto non può lasciare la stazione indicandomi il grande orologio. Ormai s’è fatta mattina. La rivedo quella sera. Sempre in piena notte. Passiamo qualche ora assieme per lo più parlando di noi. Imparando a conoscerci. Credo si stia affezionando a me. Non mi dice molto del suo fidanzato Sembra quasi non esserci. Ho il sospetto che la laconicità delle sue epigrafiche informazioni risenta del fatto che ormai apprezza la mia compagnia. Che le dispiaccia interrompere quella nuova amicizia. Che abbia il timore di non rivedermi se riuscissi a uscire. Ma questa è solo una mia idea.
Ed è la mattina del giorno seguente quando compio un gesto disperato dettato dallo sconforto. Approfitto un attimo del suo telefonino e chiamo il centotredici. Non so come mi sia venuta questa idea ma è da casi estremi che nascono le idee più strampalate. Mi accuso di uno scippo che non ho commesso sperando che venissero a prendermi. Mi mettono in attesa. Poi mi chiedono indicazioni precise. Chiedo a Luisella il nome di quella stazione. Mi dicono di aspettarli ma vogliono sapere in posto esatto dove li aspetto. Gli dico che non mi muovo da davanti alla biglietteria. Mi chiedono quale poiché c’è ne sono cinque in quella nuova stazione. Luisella nel frattempo è tornata ad immergersi nel suo lavoro e non mi sembra più una idea troppo buona. Così interrompo la telefonata. Le chiedo se la posso aiutare. Mi regala uno splendido sorriso e mi dice che non si potrebbe ma.
Non lontano c’era una valigia che sembrava abbandonata là. Dentro ci trovo da cambiarmi. Da lei sono riuscito a farmi una doccia. In realtà non ho bisogno di altro. Lei è gentile e approfitto una seconda volta del suo cellulare. Mi allontano per chiamare casa. Ernestina non c’è e devo parlare con la segreteria. Guardo l’ora e dovrebbe essere già rientrata dall’ufficio. Lascio detto che si è trattato solo di un inconveniente e che mi rifarò vivo presto. Ritrovo un po’ della mia tranquillità e rassegnazione. Non è poi così complicato fare i biglietti.

Annunci

Read Full Post »

Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteSceglieva le vittime di notte forse perché la notte, nel buio, tutto perdona e può fingere facilmente di non vedere. Era di notte che scendeva nelle strade ormai vuote e le percorreva famelico. Era di notte che non sapeva resistere al suo istinto e che quella cosa lo spingeva.
Quello che all’inizio gli era sembrato strano era che fossero loro, le vittime, ad accettare anzi a cercare quell’attimo di disperazione in cui abbandonarsi e perdersi. Sembravano quasi chiederlo e invitarlo scoprendo le carni per i suoi denti. Era la cosa più facile del mondo, quasi naturale. E poi erano quelli delitti a cui nessuno ormai prestava abbastanza attenzione; vivere si era fatto troppo difficile e complicato e in fondo tutte le vittime, era vero, un poco se la cercavano la loro condanna. Ma qualcosa di ogni vittima resta sempre anche nel suo carnefice come gli occhi di Marianna o il sapore di mele acerbe di quella che aveva chiamato Gianna. E anche un poco tutte le donne inseguivano quel favore al sacrificio. Solo un poco si dispiaceva anche per non poterlo raccontare poiché il mattino rientrava nei suoi panni e lui era un tipo riservato.
Nemmeno i giornali né parlavano nel loro chiacchiericcio benché li sfogliasse attentamente e testardamente. Fu Elisabetta a spiegarglielo prima di liberarsi di tutto ed abbandonarsi fiduciosa a quella disperata lusinga di morte: “Per una donna è diverso. L’importante sono le cose e lasciarsi a loro ed è per ciò che un attimo vale più di tutta una vita”. Ma anche quelle donne sono sempre più rare perché nemmeno le donne sono tutte uguali.

Read Full Post »

La larga ansa del fiume era uno strato di ghiaccio sottile quanto infido. Per il resto il gelo e la neve difendevano il loro smisurato orgoglio di essere uomini. I barbari restavano fuori, con dispendi spaventosi guadagnavano un palmo di terra bruciata dall’inverno per essere subito dopo ricacciati indietro. Ormai le scorte scarseggiavano e la fame mieteva i primi morti. Con gl’occhi ed il cuore capirono che per resistere avrebbero dovuto sacrificare i vecchi. Non si può chiedere alla guerra di essere pietosa. Fu doloroso ma meno doloroso quando al sacrificio dovettero affidare i loro figli. Come di quella pietra era diventata la loro pelle e i loro cuori; diritti contro il vento. Poi quella immane sofferenza li aggrappò uno ad uno alla vita. Ciò che non avrebbero mai immaginato si compì. Lui, Vladimiro, doveva la sua vita alla vita della compagna. Il figlio non capiva perché, dopo tutti quegli anni, il padre gliene parlasse con pudore con gli occhi umidi come di una sottile rugiada. Quel padre lo sapeva e non superò la notte e lui restò solo confuso.

Read Full Post »

Avrebbe voluto partire, girare il mondo. Inutile chiedersi perché. Il viaggio ha sempre il fascino del viaggio. Era il suo sogno fin da ragazzino. Poi tutti i suoi libri. Ma la verità la sapevano tutti e nemmeno lui poteva tacerla. E non era per quel nome. Non era colpa dei suoi che avevano scelto di chiamarlo Cristoforo. Quanto si erano presi gioco di lui quand’era un bambino, per quel nome. Ora gli era diventato indifferente.
Già! era solo che non avrebbe più dovuto restare. Eppure lo sapeva che sarebbe potuto partire da lì e da qualsiasi altro posto, ma mai fuggire da sé. Era stata lei a costringerlo ad essere quello che era. Ci sono amori dai quali non si riesce ad uscire mai. E la vita è sempre ironica più della più fervida immaginazione: pensare che la loro canzone era stata Vagabondo.
E c’era anche quello. A cose serve a due innamorati una canzone? Ma ecco che serve dopo, a tenerti legato al ricordo, a non lasciarti andare. Non la poteva più ascoltare, quella canzone che in realtà non aveva nessun senso che costringerlo a rammentare. Certo tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine. E’ facile essere ragionevoli. Cosa ci poteva fare? E continuava ad avere quell’inizio lì, davanti agli occhi. E come la rivedeva ne risentiva il profumo.
Era solo finita. Come finiscono tutte le storie. Senza neanche il coraggio delle spiegazioni. Ma cosa si può spiegare? Se l’amore viene meno. Se un altro amore nasce per uno che finisce. Gli sembrava di parlare della vita di un altro. E non era stato il tempo. Non era appassito. In lui non sarebbe mai appassito. Solo la sera prima, quella sera, che sembrava una delle tante, era stata appassionata. Si era mostrata gelosa. E poi maliziosa. Lei era sempre stata brava in quel ruolo. Quando è il momento ogni cosa pare ironia.
Torturava il biglietto che aveva già in tasca. Ormai era sgualcito. Primo scalo nel mondo reale. Ma anche il treno ritardava.

Read Full Post »

poesiaMa     uomo
io     lì in fondo
non ho voluto cercare,
scavare;
ho udito fredde campane
e qualche passero,
un paesaggio triste,
ho palpato un fremito – sottile – di rancore
e di paura
e ho temuto di denudare
ciò ch’era più in fondo
troppo     in fondo
ormai da sempre     nascosto, celato
o mai liberato;
nel nuovo verso del TE DEUM.

Read Full Post »

poesiaPer essere onesto
io     ti ho cercato     uomo,
ho scavato,     frugato,    sperato;
per essere onesto
io     ti ho creduto      uomo
e t’ho lavato i piedi,
portato in stalla il cavallo,
preparato il pasto
(buono o cattivo non so)
e rimboccate le coltri;
per essere     ancora     onesto
non t’ho trovato     uomo
e non resta ormai che un piccolo angolo
inesplorato, in fondo a me,    dove cercarti.

Read Full Post »

Lui era certo che fosse la sua battaglia e, tutto impegnato, cercava di abbattere le mura con la sola forza della parola. La sua determinazione veniva rafforzata leggendo negli occhi degli altri la meraviglia. Quegli occhi stupiti che nascondevano dietro sé il naturale compatimento per tutti quelli che si apprestano ad una battaglia illusoria come i grandi autori di fanfaronate.
Forse per umanità, o forse per impazienza, i suonatori di tromba imbracciarono i loro strumenti (seguirono le cornette e i tromboni). Si dice che un dio nero sistemò il charleston e prese lentamente posto dietro la batteria, ma questo non è certo. Superfluo sottolineare che era musica divina. Certo è che le trombe lanciarono suoni di cristallo contro il cielo e quelle pietre si sbriciolarono per diventare polvere. “Buon giorno sorella Maria e buongiorno fratello Giovanni, adesso comincia la storia“.

L’impresa successiva non poteva che consistere nella grande muraglia cinese ma quella aveva quei pertugi, la cosa non era per niente delle più semplici. Certo che sono le imprese epiche quelle che spettano agli eroi e li aspettano. Diversamente non sarebbero eroi, e poi le cose comuni le possono fare tutti. “Non so se vi ho mai parlato di Maria e Giovanni. Credo di no“. Ma forse i pazzi siamo noi.
Non è dato sapere perché i vecchi abbiano quella dolorosa e stanca necessità di raccontare e raccontarsi, cioè non è mai stata fatta nessuna seria ricerca in merito. Si sa solo che i vecchi sono vecchi e come unico carattere distintivo hanno quello dell’età. Lui portava pazienza con Tino ma anche la pazienza ha le sue condizioni e i suoi limiti. A volte richiede un certo stato d’animo o una particolare predisposizione. Spesso lo lasciava parlare ma non lo ascoltava e si soffermava in queste sue riflessioni silenziose mentre le parole dell’altro si facevano bisbiglio di sottofondo. “Quando trovarono il suo corpo cioè il corpo dell’uomo cioè di Giovanni. Se ricordo era di domenica. Faceva caldo. Erica era appena tornata dalla messa“. Così ragionano i vecchi: mescolando le cose, o almeno certi vecchi o almeno lui.
Limitiamoci ai fatti. Con una certa indulgenza si possono aggiungere i pettegolezzi, niente di più. Sarebbe inutile cercare di spiegare chi è la Maria di questa altra storia, non si può ridurre una vita in poche righe; soprattutto nel suo caso. Si può solo, con certezza, dire che Maria e Giovanni erano una coppia. Interessa lei. Lei lo amava, ma amava anche le borsette di Luigi Mengatti, e le scarpe coi tacchi, e la salsa di soia, e le calze a rete, e le baleari, e i reality show dove si poteva piangere e parteggiare e sentirsi buoni, e la viennese, e soprattutto amava l’amore. Non fin dall’inizio, anche quello si impara, e anche dell’amore ci si innamora, ma all’inizio di questa storia è la pura e sacrosanta verità.
Naturalmente il mistero era tutt’altro che un mistero, un po’ come ogni segreto di pulcinella, ci sarebbe arrivato anche un bambino. Chi è quel mentecatto che non lo sa: si è sempre vittima di chi si ama. Bastava cercare la donna. D’altro canto è assolutamente improbabile che venga uccisa una persona che non è viva. E la donna non era certo distante: per la cronaca stava sbocconcellando pasticcini tranquillamente seduta ai tavolini della più nota pasticceria della zona, le gambe accavallate e bene in mostra. E forse lì, per chi lei riteneva degno di giustificazioni, stava già elaborando la scusa che “la sua voglia troppo viva subito si esauriva, in quattro baci e una carezza“. Potremmo dire che non era così? In queste cose non vi è mai certezza, e non è mai elegante mettere il naso nelle faccende altrui.
Era una splendida giornata di marzo, per quanto può essere splendida, cioè buona, una giornata a marzo. Non sai mai cosa metterti addosso. Guardi il cielo e quello ti mente. Porta nubi e le spazza. Corre come non sarebbe d’obbligo correre. Come se anche le ore della sera avessero fretta. Finisce che ci si veste sempre troppo o troppo poco. Lei era vestita per uscire.
Da un po’ la carne stava lasciando Maria. La realtà è sempre stata che Maria non ha mai saputo essere una sola. Non era mai stata così bella, per il mare sarebbe stata pronta ma… forse aveva cominciato a preoccuparsi troppo presto. Un paio di chili; si era detta. Succede che le cose scappino di mano. Non avrebbe mai creduto ma il viso, quello si, era smunto; ingrigito. E gli occhi s’erano fatti un poco fondi. E dagli con il trucco e qualcosa si ottiene.
Ma Maria era una di quelle donne di cui si dice che si lasciano guardare. Non che fosse immune dalla testardaggine degli anni, ma era ancora solo un accenno, pareva a lei, ed era ancora una bella donna (questo lo potevano vedere tutti). A dirla tutta non c’era molto da vedere. Da un po’ era cambiata. Vestiva in un modo che non c’era più molto da lasciar vedere, che svelava ogni suo mistero, e che non lasciava posto ad alcuna fantasia. Due bottoni in più slacciati. Quelle gambe accavallate, lo abbiamo già detto, e la gonna che risaliva fin oltre a dove attaccavano le calze a fasciarle le cosce. Una vera manna per le ricamatrici di chiacchiericcio. Una vera distrazione per i presenti e i passanti. Le parole incespicavano e gli occhi vagavano errabondi e distratti anche per la ricerca di pudori e giustificazioni. Solo quelli di Gaetano, occhi, la sfidavano in un atteggiamento arrogante. Del caffè era stato versato sul bianco fresco di bucato di una camicia, naturalmente assolutamente maschile.
Arrivarono per dovere interrompendo l’interesse di tutti e fornendo nuovi argomenti, e anche nel caso specifico fu faticato dovere fatto malvolentieri. Arrivarono in un certo senso tardi (non è una novità) perché cominciava già da un pezzo a girare la voce che Maria era donna di molti.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: