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Posts Tagged ‘distrazione’

Caterina me lo dice sempre che sono distratto e con la testa per aria. Credo che un po’ di ragione ce l’abbia. Eppure ho sempre un volante in mano. E’ solo che sono sempre dentro i miei pensieri. Ma venerdì forse ho esagerato. E ne ho avuto la riprova. Ho finito prima il mio giro. Sono stanco e annoiato e rassegnato. Questa crisi ci sta soffocando tutti. La chiave fatica a girare nella toppa, capita. Dev’essere l’umidità di queste giornate, penso. Lei è china nel fare le pulizie. Vestita da casa, cioè libera. Ho ancora nella testa la padovana che mi ha lasciato sulla porta, senza farmi nemmeno entrare.
Caterina ha ancora un bel sedere. Faccio piano e la circondo con le braccia e gliene prendo una in mano. Non si lascia nemmeno troppo sorprendere così indaffarata com’è. Mi stringo a lei da dietro e le faccio sentire quanto la amo ancora. Il seno si sta appena rilassando ma è ancora generoso. Mi sembra anzi sia anche di più. Sarà che ho fretta e che ho ancora negli occhi quella e la sua di vestaglia semi aperta. Quella voce leggermente roca, così piena di piccoli strilli isterici che sembravano prendersi gioco di me, che mi risuona ancora nelle orecchie. Sarà che sembrava divertirsi a tenersi i miei occhi addosso, e se li è tenuti. Sarà che è passato un po’ di tempo dall’ultima volta. Sarà che non sono mai stato bravo a tenere a freno le mie fantasie, anche se sono sempre rimaste solo fantasie. Sarà che non s’è battuto chiodo, fatto sta che ho una gran fretta. Ma Caterina, un po’ annoiata e un po’ seccata, cerca blandamente di respingermi, di prendersi del tempo: “Fammi finire”.
Lei lo sa che io quando voglio so essere persuasivo. Mi sarei aspettato un po’ più di resistenza da parte sua. La solita riluttanza con le solite lamentele perché per lei non è mai il momento. Stavolta sono deciso. Le bacio il collo, so che a lei piace: “Non è il tempo quello che ci manca”. Intanto, per essere più convincente, infilo le dita nella scollatura. Le asciugo una goccia di sudore. Le sue mani sono occupate e non può difendersi. E poi perché? sono suo marito. Abbiamo poi tutto il pomeriggio per tutto il resto. Cerca di insistere a sembrare disinteressata: “Credevo ti saresti fermato fuori”. Non mi piace molto quando controlla il mio tempo. Dovrebbe stupirmi che non sia in ufficio. Dovrebbe? Semplicemente non ci penso. Anche per le domande non è il momento. Meglio così, non mi abbandonerò alle solite due uova. Mi deprime mettermi a tavola da solo. E poi, onestamente, tra noi le cose funzionano ancora. E me lo dico con quel minimo di orgoglio.
Lei non è mai stata brava a resistermi. Si scosta il ciuffo dal viso. Ha un’ultima riluttanza stressata: “Sono tutta in disordine.” –ma alla fine abbandona il moccio. La voce suona leggermente rassegnata, ma Caterina è sempre stata ragionevole e cede senza farsi pregare troppo: “Sempre così voi uomini”. Non mi lascia nemmeno il tempo per un bacio e scappa via. Non ha bisogno del bagno. Mi prende la mano per essere certa che io la seguo. Non ho nessuna intenzione di lasciarla nemmeno per un attimo. Scende dai tacchi e lascia lì le scarpe mentre mi trascina dietro di sé verso la camera. C’è troppa luce nella stanza e le tende non sono tirate, ma questa volta non muove nessuna protesta.
Non le lascio neppure il tempo di togliersi le calze. La prego anzi di tenerle. Abitualmente, se le mette, le mette un attimo prima di uscire e le toglie appena rientrata. A parte da fidanzatini non mi ricordo di non averla mai vista non in ordine. Cioè non c’è più stato un momento improvvisato, precipitato tra noi, in cui ci siamo veramente lasciati andare. Uno di quei momenti in cui l’idea ti viene all’improvviso, alla faccia del situazione e del luogo. Un momento come ora. L’amore di quei due ragazzi che siamo stati mi ossessiona, spesso e lo ricordo con dolore. Sono un vero stupido. E’ che lei dice sempre che è meglio essere comodi, che ora una casa ce l’abbiamo. Oggi invece la diverte la mia insistenza anche se sabato è solo domani: “Sei così di fretta”?
La sua non è naturalmente una vera domanda e non si aspetta risposta. Credo ne abbia voglia anche lei, ora ha fretta quanto e più di me. Per un attimo mi prende la delusione: forse ha solo fretta che finisca presto. Mi convinco che in amore non sa mentire. C’è sempre stata molta sintonia tra noi. Sicuramente prova quello che provo io. Mi convinco soddisfatto. E poi sembra tutto finalmente così naturale. A pensarci bene se ci penso è solo perché ci penso dopo. Nel momento in cui i nostri corpi si cercano e si trovano non ho tempo per altri pensieri. Mi lascio andare, chiudo gli occhi fra le sue braccia e mi affido a lei. E non si da nemmeno inquietudine che i vicini la possano sentire. Ritrovo la Caterina che ho imparato ad amare.
Mi abbandono tra le lenzuola guardando il soffitto. E’ stato proprio come ritrovare la passione di allora. Glielo dico credendoci: “Caterina, è stata come una prima volta”. Si alza sul gomito. Mi guarda stupita, mostrando apertamente di non riconoscermi e finalmente la vedo: “Caterina? Io non sono Caterina, ma tu chi sei”?
Sarà che sono un po’ distratto; con la testa tra le nuvole, come dice lei, cioè Caterina. Sarà colpa della padovana. Sarà che devo imparare a guardare dove metto i piedi. Sarà che in questi condomini gli appartamenti sono tutti maledettamente uguali. Insomma… se ci sono parole per uno di questi momenti io non ne trovo nessuna. Vorrei nascondermi. Vorrei scappare. Riesco solo a tacere, poi dico la prima cosa stupida che mi passa per la testa: “Ma che piano è”?
Il quarto.” –mi spiega ridestandosi in quel momento con nella faccia dipinta la più grande meraviglia. Penso che sia tentata di mandarmi subito via; ma non lo fa. Che combatta il bisogno di allungarmi uno schiaffo. Che comunque non sappia come uscire da quella situazione. Come me capisce solo ora che non sono chi credeva fossi. Che si tratta tutto di uno stupido malinteso. Non so che dire: quel maledetto ascensore s’è fermato al piano successivo. In effetti è stata insolitamente appassionata; come Caterina non lo era da tempo. Dovevo accorgermene che anche le lenzuola erano insolitamente lisce, noi non abbiamo mai avuto lenzuola simili. Nella sua faccia entra un estremo stupore e ha un attimo di pudore: fa il gesto di coprirsi con lenzuolo. Mi rendo conto e mi sento ridicolo. Lei si sente ridicola e poi scoppia a ridere: “Scusa, avrei dovuto essere più… più attenta. Capire. Lui non ha più… più tanta fretta”.
Gli occhi le brillano quando sorride e sembra divertita. Non avevo mai fatto troppo caso a lei, è che con i miei orari non è che ci si incroci spesso. Dev’essere una che è sempre in casa. A guardarla meglio non si assomigliano molto, anzi quasi per nulla. E’ leggermente più alta e… è rossa, di un rosso ramato. E Caterina non porta quei tacchi, me ne ricordo solo in quel momento. E gli occhi sono grandi e intensi. Avrei dovuto accorgermi di lei. Non so come scusarmi. Alla fine è lei a toglierci dall’imbarazzo, si accende una sigaretta, Caterina non ha mai fumato, e mentre lei aspira profondamente si confida: “Decisamente è il corteggiamento più… rapido che ho mai vissuto. Non che… Sei sempre così? Potevi almeno darmi il tempo di darmi una pettinata. Devo sembrarti… impresentabile”.
Onestamente non ho nulla di cui lagnarmi. Dovrei esserle solo grato. Dovrei ringraziare la mia distrazione e persino la padovana. Ripenso a quella nostra recente intimità, ancora calda e sudata. Attimo per attimo. Con attenzione. Rivedo ogni centimetro della sua pelle che ora cerca di nascondermi. Vorrei dirle una cosa carina ma tutto suona inopportuno. A tratti allontana lo sguardo e fugge il mio, a tratti mi fissa curiosa come stesse chiedendosi proprio in quel momento chi sono e com’è potuto succedere. Infatti lo ammette: “Non fosse successo… così… credo che non sarebbe mai potuto succedere. Ormai è tardi per… per pentirsi. Ancora non ci credo. Proprio io”. Tira su le spalle come una bambina capricciosa. “Me lo dice sempre che ho troppo la testa tra le nuvole. Che dovrei fare più attenzione. Che leggo troppi romanzi”. E’ tutto fin troppo inverosimile.
Schiaccia la cicca sul portacenere di cristallo con meticolosità. Vorrei chiederle se ne offre una anche a me, ma non trovo il coraggio. C’è un solo posacenere nella stanza. Dal mio lato, sul comodino, c’è solo la piccola lampada. Non so perché ma ho il desiderio di frugare dentro quel cassetto. Forse solo perché vorrei conoscerla, sapere qualcosa della sua vita. Non oso chiederle nulla. Posso solo lasciarmi alla mia fantasia nel momento che ci scopriamo veramente estranei. Non dev’essere facile nemmeno per lei parlarne: “Credo che per provare imbarazzo sia un po’ tardi. Dovevamo pensarci prima”.
Alle sue parole non so fare di meglio che restituirle silenzio. Mi propongo di raccogliere le mie cose e andarmene. Non saprei come accomiatarmi da lei e da quel momento. E allo stesso tempo vorrei non finisse. In fondo Caterina non è mai stata così tanto… Caterina. Provo un veloce bisogno di baciarla, di lasciarle una carezza. Strizzo la stoffa del copriletto nel pugno. Lei sicuramente si ritrova con più facilità di quanto so fare io. Forse perché è la sua casa. Sono proprio tutte uguali, persino i quadri sono gli stessi che abbiamo appesi alle nostre pareti. Con una maggiore attenzione avrei potuto sentire l’odore del fumo. Sono quisquiglie, sfido chiunque. Non noto nessun’altra differenza tranne il suo volto sul cuscino. Il volto di una sconosciuta che vedo solo ora. Cerca di fare la spiritosa e ci riesce. Quando torna a parlare ha un’aria sbarazzina che incanta: “La prossima volta che sbagli piano cerca di essere più carino e fammi uno squillo prima”.
Che stupido, me ne sarei dovuto accorgere per tempo. Troppo era l’insolito in quella nostra mattina. Non ha protestato che era venerdì. Non ha insistito per toglierle, le calze. Ha unghie laccate di verde smeraldo che mi hanno graffiato desiderandomi. Non ha avuto da ridire quando ho lasciato cadere le cose per terra. Le guardo incantato; anche loro appartengono ad un altro mondo. Lei guarda dove guardo io. E’ curiosa di me ma sa non fare troppe domande. Sul comodino è appoggiato un libro aperto: «Didone, per esempio. Nuove storie del passato». Non l’ho letto e lei, Caterina, non lo leggerebbe mai; non ama leggere i libri. La sedia e ricoperta dei suoi indumenti, e non è la solita biancheria; penso sia una donna che ama piacersi. Persino il suo profumo è più insistente. E il suo corpo… è il corpo di un’altra. Forse è solo ora, ma mi da sensazioni diverse. Non saprei definire tutte le differenze. Forse è solo il fascino della novità. “Stavo per dirti che è passato l’amministratore, ancora come fossi lui.” –e ride– “Eppure lui non rientra mai prima delle sette. Ancora non riesco a rendermene conto”.
Non ha bisogno di darmi altre spiegazioni. Parla lentamente un italiano corretto, perfetto; con una voce limpida e ben impostata. Non so se succede anche a voi di pensare in certi momenti alle cose più improbabili; di essere preda della stupidità e delle futilità. A me succede spesso, quando, ed è altrettanto spesso, mi trovo dentro situazioni che non so completamente governare. Eppure dovrei essere quasi immune al disagio, col mio lavoro, ma quando uno ci nasce. Dovrei dire che ho dovuto sposarmi per trovare un posto dove stare. E non credo sia perché sono figlio unico. La timidezza è un abito stretto che ti trovi addosso senza poterlo scegliere. Persino con Lei, con Caterina, non mi sento ancora del tutto completamente libero. C’è ancora una sorta di leggero impaccio, soprattutto in quelle cose. Ecco perché oggi mi è sembrato tutto così bello e così naturale. Forse proprio perché non ho dovuto pensarci prima. Avevo solo voglia di farlo. E stranamente lei, una sconosciuta, la donna di un altro, è stata la partner ideale, grazie anche al caso; e alla mia distrazione. In altre circostanze sarebbe potuta essere solo un sogno inconfessabile. Come ho fatto a non vederla prima? Un po’ di rimorso lo provo ma non è una cosa insostenibile. Non mi va di spiegare troppo. Mi basta sapere che è successo. “Forse dovrei fare una doccia. Che stupida, nemmeno un caffè. –mi guarda dentro– Ma non vorrai”…
Non avrei osato ma mi ha letto nel pensiero. Più che un rimprovero è una lusinga. E’ proprio vero: Non è il tempo quello che manca.
Mi allunga la mano. Quella mano che mi ha frugato l’anima e che ora tengo affusolata e fragile tra le dita. “Sebastiana.” –e torna a ridere. Anche il nome mi piace. E’ strano e forse proprio per questo affascinante. Si accorge che ancora la mano tiene il lenzuolo a coprirla e a scoprirla. Lo getta via divertita ed è tutta nuda e abbagliante: “Vieni qui, stupido”. Credo che dopo lo prenderò volentieri quel caffè.

N.B. la foto è stata “rubata” dal profilo facebook di Enrico Mazzucato.

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Ernestina, poveretta, dice che ho la testa sopra il cappello. Dalle nostre parti si dice così. Forse un po’ di ragione ce l’ha. Forse sono un po’ distratto. Ora mi si è anche scaricata la batteria del cellulare e non so proprio come fare. Mi ha sempre fatto timore la complessità di questo nostro mondo. Sono certo che si starà preoccupando, poveretta. E si staranno chiedendo dove sono finito anche sul lavoro. Prendo la metropolitana e scendo alla prima fermata. Per dirla tutta l’ho presa nella direzione sbagliata. Cose che capitano. Ero di fretta e stava partendo. Scendo subito e, maledetto me, mi accorgo di avere ancora un po’ di tempo. E’ così che penso di prendermi un caffè.
Salgo e tutto è cambiato. Stanno finendo la nuova stazione. Una cosa immensa. Da non crederci. E non mi riesce facile trovare il primo bar. Ce ne saranno una mezza dozzina ma per ogni cosa c’è da camminare. E io cammino. Cammino senza guardarmi troppo intorno. Ho la mia solita fretta e non mi restano più di dieci minuti. Quando esco nulla mi sembra come prima. Mi guardo intorno e non trovo nessun riferimento. E’ stato allora che mi son fatto prendere dal panico. Comunque mi avvio ma ogni negozio mi sembra nuovo. Sia la filiale di quella banca che quello di telefonia non mi sembra di averli mai visti.
Scendo di un piano e mi trovo nel niente. Cerco di tornare sui miei passi e mi immergo in un alveare in piena agitazione. Tutti che corrono. Non so dove correre. Come mio solito cerco di salvarmi da solo. Di arrangiarmi. Giro a destra e poi ancora a destra, e mi ritrovo al punto di partenza. La lancetta dei minuti continua inesorabilmente a correre. Ormai sono in ritardo per tutto. I minuti si fanno uno dopo l’altro ore. E pure mi scappa. Chiedo alla rivendita di giornali e mi indica alla fine del corridoio a destra. Il corridoio sembra non finire mai. Alla fine ci sono i cartelli ma i bagni non sono ancora stati completati. Salgo al piano superiore e poi ancora a quello più sù ma lì i lavori sono quasi tutti all’inizio. Mi vergogno a dirlo ma trovo un angolo isolato per farla contro un muro di marmo. Non mi riesce facile perché io, quando ho qualcuno intorno, fatico sempre; ho bisogno della mia riservatezza. Insomma per farla quasi la faccio con disastrosi risultati. Mi porto dietro i segni di ciò e per un po’ aspetto che si asciughino i pantaloni. Poi vado perché non posso aspettare oltre. Sperando che la gente non faccia caso a me.
Per puro caso ritrovo quel giornalaio. Stanco chiedo come si possa uscire da quel labirinto. Mi dice di tornare a salire al piano superiore. Poi di andare davanti al mio naso per circa duecento metri. Infine di prendere l’ascensore e scendere di due piani. Tutto molto semplice solo che mi trovo nel deserto più assoluto. L’ascensore mi porta in uno spazio recintato abitato solo da calcinacci. Risalgo e mi trovo in uno posto nel quale non mi sembra di essere mai passato. Non mi piace sprecare troppe parole. Insomma continuando a girare passa il tempo e comincio ad avere appetito. Rinuncio a fermarmi a mangiare qualcosa per non attirarmi addosso altri guai. Guardo gli orari delle corse che scorrono. La cosa non serve a calmarmi. I cartelli sono tutti provvisori. Sembrano lasciati lì dal caso. Provo a farmi sentire da degli operai ma il rumore dei martelli pneumatici copre la mia voce. Nemmeno si avvedono della mia presenza dietro la grata. La gente va troppo di fretta e un po’ provo anche vergogna. Mi faccio coraggio e fermo prima una signora. Poi un ragazzo. Anche le loro indicazioni mi aiutano a perdermi ancora di più.
Sono ormai quasi allo sconforto quando vedo la biglietteria come l’ultima salvezza. Aspetto il mio turno e chiedo se posso chiedere una informazione. Mi dice che lei è lì per vendere biglietti. L’ufficio informazioni è avanti e poi un piano sopra. Ci rinuncio e chiedo un biglietto per la prossima stazione, e come arrivare al binario. Mi ripete l’indicazione di dov’è l’ufficio informazioni. La prego e si lascia prendere da un attimo di compassione: Per spiegarmi cerca di spiegarmi ma capisco fin dall’inizio che non troverò mai i binari. Infatti dopo tanto girovagare mi ritrovo davanti allo stesso sportello. Lei mi guarda e si ricorda infastidita di me. Rigiro in mano il mio biglietto inutilizzato. Che poi io ho anche l’abbonamento per tutte le linee. La disperazione mi fa vincere ogni mio pudore. Quando passa la ressa mi avvicino. Non so che idee si possa fare ma la imploro di poterla accompagnare alla macchina a fine turno. Mi spiega senza riuscire a nascondere completamente l’irritazione che la società le ha dato un appartamento all’interno della stazione. Come per ogni dipendente anche se a contratto. Per lei e il suo fidanzato, e sottolinea la parola fidanzato. Si avvicina un viaggiatore e mi scosto leggermente per lasciarle fare il suo lavoro. Quello, il viaggiatore, pare sicuro di sé. Leggo un trafiletto sul giornale che ho dovuto prendere che ci sono stati diversi casi inspiegabili di dispersi nelle nuove stazioni della metropolitana. Lei si libera e mi osserva attentamente. Mi fa cenno di avvicinarmi. Mi dice che il fidanzato fa parte del personale viaggiante. Che per alcuni giorni è in viaggio. Che lei stacca tra sei ore ma che ha già un impegno. Mi invita a passare l’indomani. Credo mi abbia preso in simpatia. Le faccio notare di averle parlato già la mattina chiedendole quante ore duri il suo turno. Capisco solo in quel momento, dalla sua risposta, che devo aver parlato con una collega. C’è infatti un’altra addetta alla biglietteria che un po’ le assomiglia. Lo stesso colore dei capelli. Non sono fisionomista e la sua spiegazione è ineccepibile.
Non sono certo che capisca la mia situazione. Torna a guardarmi con ancora più attenzione. Mi mostra una disponibilità filantropica. Aggiunge che non può proprio rimandare l’impegno ma che se l’aspetto, beh! ecco, può tornare proprio per me. Si scusa ma, se per me va bene, sarà comunque per il dopo cena e molto tardi. La rassicuro e cerco un posto per sedermi un po’. Ceno con una pagnottella consumando gli ultimi spiccioli, senza allontanarmi troppo. Continuando a controllare quella guardiola. Mi pulisco i denti passandoci sopra il dito. Torno accomodarmi per attenderla e mi accorgo di essermi assopito. Lei non c’è più. Quella che vedo è un’altra. Ne sono certo. Al suo posto c’è una più giovane e con gli occhiali. Fuori è notte completa. Mi appresto impaziente ad una nuova attesa. Mi scuote quando fuori si stanno dissipando le ombre cupe della notte. I suoi occhi sono ancora vivaci. I negozi sono quasi tutti chiusi. Si guarda intorno circospetta quasi temesse di essere notata. Siamo soli io e lai e alcuni barboni che penso abbiano fatto del posto la loro dimora. Mi invita divertita a seguirla.
Per essere gentile e carina con me lo è. Non sarebbe nemmeno male come donna se non fossi così preso nel mio dramma. Non sono certo una grande compagnia. Lei non sembra farci troppo caso e non me lo rimprovera. Ho il cellulare ormai muto e solo qualche pezzo da cinquanta in tasca. Mi spiega che deve riprendere servizio di lì a poco. Mi fa un buffetto e un complimento che non mi sento di meritare. Imploro il suo aiuto. Mi mostra che comunque per contratto non può lasciare la stazione indicandomi il grande orologio. Ormai s’è fatta mattina. La rivedo quella sera. Sempre in piena notte. Passiamo qualche ora assieme per lo più parlando di noi. Imparando a conoscerci. Credo si stia affezionando a me. Non mi dice molto del suo fidanzato Sembra quasi non esserci. Ho il sospetto che la laconicità delle sue epigrafiche informazioni risenta del fatto che ormai apprezza la mia compagnia. Che le dispiaccia interrompere quella nuova amicizia. Che abbia il timore di non rivedermi se riuscissi a uscire. Ma questa è solo una mia idea.
Ed è la mattina del giorno seguente quando compio un gesto disperato dettato dallo sconforto. Approfitto un attimo del suo telefonino e chiamo il centotredici. Non so come mi sia venuta questa idea ma è da casi estremi che nascono le idee più strampalate. Mi accuso di uno scippo che non ho commesso sperando che venissero a prendermi. Mi mettono in attesa. Poi mi chiedono indicazioni precise. Chiedo a Luisella il nome di quella stazione. Mi dicono di aspettarli ma vogliono sapere in posto esatto dove li aspetto. Gli dico che non mi muovo da davanti alla biglietteria. Mi chiedono quale poiché c’è ne sono cinque in quella nuova stazione. Luisella nel frattempo è tornata ad immergersi nel suo lavoro e non mi sembra più una idea troppo buona. Così interrompo la telefonata. Le chiedo se la posso aiutare. Mi regala uno splendido sorriso e mi dice che non si potrebbe ma.
Non lontano c’era una valigia che sembrava abbandonata là. Dentro ci trovo da cambiarmi. Da lei sono riuscito a farmi una doccia. In realtà non ho bisogno di altro. Lei è gentile e approfitto una seconda volta del suo cellulare. Mi allontano per chiamare casa. Ernestina non c’è e devo parlare con la segreteria. Guardo l’ora e dovrebbe essere già rientrata dall’ufficio. Lascio detto che si è trattato solo di un inconveniente e che mi rifarò vivo presto. Ritrovo un po’ della mia tranquillità e rassegnazione. Non è poi così complicato fare i biglietti.

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A volte me lo chiedo senza aspettare che lo faccia un altro: “Dove ho lasciato la testa”? Vista da dietro riempie in modo magnifico la gonna. Mi aspetto che l’indumento scoppi da un attimo per l’altro. Qualcuno potrebbe supporre che l’ho lasciata lì, niente di più forviante. La stavo guardando, sì, ma a me non la si fa con tanta semplicità. Sarebbe stupido se fosse così facile. Le chiedo se le serve aiuto. La borsa pesa come a Natale. “Un caffettino”? Lei fa la ritrosa. Lei fa la scontrosa. Alla terza volta risponde “Perché no”? Quel gran paio di chiappe si chiama Lisa. Due guance sorridenti e quattro lettere per nome. Mi sarei detto di più. Tiene la tazza col mignolo alzato come se fosse al palazzo ducale. Il fumo le sale alle narici e alza il naso. Si da tutte le arie della gran signora. Si ricorda che deve ancora far cena. Mi saluta e se ne va con un sorriso poco da signora. Mi aspettavano per le sette. La colpa è dovuta al fatto che ci ho impiegato un’eternità per districarmi dalle sue parole e dai suoi occhi.

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L’uomo basso si avvicinò con cautela cercando di assicurarsi ai sostegni. Gli occhi gli cadevano continuamente al suolo e con voce incerta dovette ripetere più volte le sue scuse per richiamare l’attenzione dell’altro. Il movimento della corriera sembrava renderlo ancora più incerto: “Mi scusi! mi scusi! se mi permetto. Ma… ma credo che Lei, naturalmente distrattamente, abbia preso… insomma che sia la mia borsa”. E sembrò liberato dopo aver portato a termine questo faticoso discorso.
L’uomo alto si girò di scatto, lo squadrò rapidamente dall’alto in basso, sembrò provare solo fastidio. Si distrasse brevemente poi i suoi occhi tornarono a posarsi sull’interlocutore con un lampo di disprezzo: “Quale sbaglio avrei commesso? secondo lei! ma cosa dice buon uomo”. La sua voce aveva stracciato tutta l’aria fra loro due.
L’uomo basso si curvò per guardare in volto l’altro ma fu questione di un solo attimo. Subito fuggì: “Non vorrei proprio importunarla, ma… la borsa… quella borsa è… è la mia”. E indicò rapidamente la borsa che l’altro teneva stretta in mano.
L’altro allora sembrò indignarsi di tanta e simile intromissione. Come parlasse all’essere più piccolo, più infimo del creato: “Certo che mi importuna; e per cosa? Ma come si permette? Non c’è caso che io mi sbagli e poi stia attento a come parla; come può tollerarsi tanta arroganza”?
Sembrava che solo l’uomo basso subisse lo sballottolio della marcia e il suo equilibrio restò alquanto precario: “Vede, quando sono salito, d’altronde come sempre, avevo con me la mia ventiquattrore e ho provveduto ad alloggiarla sulla apposita reticella dalla quale lei, distrattamente, la deve aver presa. Le assicuro ciò e sarei in grado di elencarle ogni cosa vi è contenuta, se questo può tranquillizzarLa e convincerLa”. Aveva cercato affannosamente il tono più persuasivo che conoscesse.
L’uomo alto gli sputò dosso uno sguardo di commiserazione e parve lo vedesse più in basso di quanto non fosse, anzi più in basso del suolo: “Lei sta vaneggiando! ma di che borsa e borsa sta parlando? una borsa che le apparterrebbe e che io avrei preso. Ma la smetta. Se ne sentono sempre di nuove. Lei è pericoloso e pazzo e deve fare attenzione prima di permettersi. Ma guarda che faccia tosta. Che strani tipi si incontrano al giorno d’oggi”.
E stava già voltandosi con queste ultime parole ancora in bocca quando un terzo passeggero, che aveva assistito interessato alla scena, pensò bene di intervenire: “Guardi che credo che quel signore abbia ragione – disse indicando l’uomo basso – l’ho visto io salire con la borsa in mano”.
L’uomo alto sembrò trattenere a stento l’ira e anzi si temette che si scagliasse improvvisamente contro il nuovo intruso. Tutti gli altri passeggeri affondarono ancora più profondamente nei loro giornali o prestarono più attenzione nel guardare fuori: “Eccone un altro. Questa è ancora più bella. Cosa pretende di poter aver visto lei che poi non è stato interrogato da nessuno. Ma quale borsa e borsa”!
L’uomo basso si pose fra i due in una posizione causa la quale subiva l’abbaglio del sole che entrava di sghimbescio e si rivolse all’intruso: “La ringrazio del suo interessamento, per quanto lo ritenga del tutto superfluo e privo di relazione. Permetta che sia io a dirimere questa questione che d’altro canto riguarda solo la mia persona ponendosi altresì il sospetto che forse mi stia sbagliando e che quella borsa così simile alla mia in effetti proprio la mia non sia”.
Poi tornò a rivolgersi all’uomo alto: “Mi scusi molto, forse lei ha ragione e se ne è tanto sicuro… eppure è così uguale ma certo mi sarò sbagliato”.
L’uomo alto non perse nemmeno il tempo di fissarlo fino alla fine di quelle parole. Sembrava divertito se non fosse stato tanto seccato: “Non so che farmene delle sue scuse e un’altra volta si guardi bene prima di importunare una persona”.
Appena sceso guardò la borsa come se la vedesse per la prima volta e con lo stesso disprezzo dimostrato per gli uomini che lo avevano infastidito così tanto. La prese fra il pollice e l’indice come una cosa sporca e la gettò lontano da sé, fra le immondizie.
L’uomo basso aveva lasciato passare quella che era anche la sua fermata, per non trovarsi ancora in imbarazzo con l’uomo che aveva importunato, e ora si arrovellava il cervello su come avrebbe giustificato con la moglie il suo ritardo e la perdita della borsa che lei gli aveva regalato per il compleanno.
L’uomo che si era intromesso trovò posto a sedere e si immerse anche lui nella lettura del giornale.
Un’ultima annotazione: la statura dei protagonisti della disputa era grossomodo la stessa e non è ben chiaro, in base a ciò, come uno risultasse tanto più alto e l’altro tanto più basso quando nemmeno il modo di stare potrebbe giustificare una simile differenza. Ma si sa come vanno le cose. E intanto fuori scendeva la sera.¹


1] scritto il 13 dicembre 2000

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linguacciaCarlo Alberto Dazzena di anni 43. Unoesettanta. Occhi: Castani. Capelli: Castani. Stato civile: Celibe. Segni particolari: nessuno. Cittadino: Italiano. Residente in: via Spigolatrice di Sapri al civico diciassette.
Il corpo era lì, ricomposto; nella camera mortuaria. Freddo. Solo. Nessun parente era venuto a trovarlo, nessuno sarebbe venuto ma aveva la patente in tasca. Era stato facile riconoscerlo. Non poteva esserci alcun dubbio: si trattava di suicidio.
Per quanto riguardava l’inchiesta questo era tutto. Non ci sarebbe stato null’altro da dire. Era già a disposizione per le onoranze funebri e quant’altro. Era già pronto il suo pezzetto di terra e quella terra l’avrebbe ricoperto. Poi nient’altro che la pietà del guardiani. Il silenzio. I cipressi. Una storia presto detta. Poche righe.
Eppure dietro un fatto del genere c’è, naturalmente, sempre una storia. Importante o meno ma pur sempre una storia. Un uomo di quarantatre anni non si più racchiudere semplicemente tra due date: quella di nascita e quella di morte. Non è solo una stele mortuaria. Una lapide in un camposanto con fiori di plastica ad ascoltare le preghiere bisbigliate dalla vedova della fossa vicina. Bella donna, tra l’altro; ancor giovane. Destinata, con tutta probabilità, a durare poco. A diradare quelle visite e a cedere rapidamente ad altre lusinghe. Non si può vivere solo di ricordi.

Era una giornata speciale. Non nel cielo. Non nel tempo. In niente che potesse essere visibile. Invero c’era qualche nuvola. E un’aria pregna di umidità. Appiccicosa. S’era alzato alla stessa ora in cui si alzava ogni mattina nonostante fosse sabato. Lui la credeva importante, speciale, per quanto da quella giornata si aspettava. Per quanto si era preparato. Con tutto il tempo necessario per cercare di essere il meglio di sé. Parzialmente soddisfatto al giudizio dello specchio. Rassegnato a non potere fare di meglio. Si era pettinato di nuovo. Poi aveva lucidato, nuovamente, nervosamente le scarpe. Controllato la piega dei pantaloni. Infilata, per prova, la giacca e poi tolta e messa nell’attaccapanni in entrata. Quel vestito era ancora come nuovo. Era stato un grosso sacrificio per comprarlo. S’era fidato della commessa e non se n’era mai pentito. Aveva cercato di far passare il tempo che doveva lasciar passare cercando di governare la sua tensione. Di controllare l’emozione. Non gli era stato facile consumare il pranzo. Stare seduto. Guardando l’orologio ogni pochi minuti. Forse è meglio concedersi un minuto. Un piccolo passo indietro. Cercare di capire come c’era arrivato. Il tipo.
A pensarci più opportunamente non c’era molto da dire: Carlo Alberto Dazzena stava invero veramente tutto in poche parole. Facile da raccontare. Un tipo normale. Niente di speciale. Niente di cui si potesse accorgere. Non bello ma nemmeno padrone di una bruttezza che si potesse notare. Più che altro un tipo insipido, incolore, che passava inosservato. Di quei tipi che si fatica a ricordare anche il nome sebbene i suoi gli avessero dato quello fin troppo importante cioè gliene avessero affidati addirittura due. Naturalmente della cosa era stato fatto oggetto di scherno dai compagni da bambino. I piccoli sono così, hanno quella spontanea crudeltà tipica della loro età. Lui ne aveva pagato piegandosi le conseguenze. Avrebbero avuto comunque da ridire. Riuscivano a farlo anche sul suo cognome. Lui non reagiva. In realtà era incapace di reazione. Se trovava una risposta, quelle poche volte, ci giungeva talmente tardi da renderla inutile; superata. Già allora non aveva dimestichezza con le parole. Preferiva i silenzio. E di silenzi era piena la sua vita. Qualcuno, benevolo, pensava che fosse arte e vezzo di un pensatore.
Aveva dovuto superare, prima ancora di nascere, la prova del decotto di prezzemolo. Era nato lo stesso, a dispetto di tutti e di tutto. Era nato poca cosa da genitori anziani, senza essere cercato quando ormai quelli credevano di aver evitato il pericolo. Quasi un segno del destino. Quarantatreanni prima; appunto. In un certo senso era nato senza compleanno essendo venuto al mondo il venticinque dicembre cioè il giorno di Natale quando la festa è festa per tutti. I suoi l’avevano accolto bofonchiando come una prova del signore ancor più giacché era nato lo stesso medesimo giorno. A dirla tutta quasi come un dispetto del grande e irascibile Padrone; il grande architetto che disegnava i destini secondo un disegno per tutti incomprensibile. Per questo motivo mamma aveva pensato a Natalino per il nome. E aveva osservato, in questo caso, che i lavori pesanti poi alla fine toccavano sempre a lei. Fortuna volle che ne erano nati altri cinque quell’anno in quel giorno di cui gia i primi quattro s’erano divisi tra Natale e Natalino. Il padre per un attimo ebbe la tentazione di Santo o di Donato o di Mariano o Cristiano o Claus; persino di Indesiderato. Poi, di propria iniziativa, gli diede il nome del nonno. Non sapendosi decidere optò sia per l’uno che per l’altro, in pratica sia per il nome del nonno materno che per quello di suo padre. Uscì soddisfatto della sua decisione così come aveva appena lasciato finalmente soddisfatto anche l’addetto dell’anagrafe invero non molto paziente.
CarloeAlberto, perché all’anagrafe era stata registrato così, con quella congiunzione tra i due nomi, era stato un bambino normale. Forse cagionevole di salute ma aveva frequentato la materna e l’asilo con abbastanza regolarità Le suore avevano solo notato la sua propensione a stare con sé stesso. Fin da allora faticava a legare con gli altri. Sorrideva e giocava poco e per lo più se ne stava in disparte. Se si cercava un motivo lo si poteva anche trovare nel fatto che il pupo tendeva a circondarsi di odori maleodoranti. Non solo puzzava di suo ma faticò fino a tarda età a trattenere i propri bisogni e si liberava in abbondanza. Allo stesso modo tardò a imparare a camminare e a parlare. Solo di intestino non era mai stato pigro.

Gli altri non lo invitavano al compleanno perché lui non li invitava al suo.
Perse presto i genitori, uno dopo l’altra, a breve distanza. Si trovò presto da solo, ad arrangiarsi; tra mille difficoltà.

Anche Carlo Alberto aveva un sogno che si era sempre portato dentro in petto: quello di fare l’animatore di comunità o di villaggio.

Era ormai nei pressi quando in controluce si avvide di una macchia sulla cravatta. Era una piccola macchina. Si sarebbe anche potuta non vedere. Se la vedevano? Decisamente dava un’idea di trascuratezza. Di poca cura. Di cialtroneria. Fece quello che probabilmente chiunque avrebbe fatto in un simile frangente: si tolse la cravatta e l’infilò in tasca convinto d’aver risolto il problema. Soddisfatto di sé. Cioè soddisfatto di quella sua decisione e dalla rapidità con cui aveva affrontato quel problema imprevisto. Nonostante l’ansia che lo prendeva. Leggermente insoddisfatto del risultato: un uomo in cravatta e sempre più… vestito.

Sbagliò a tirar fuori la cravatta mentre stava attraversando la strada. A volte certe distrazioni non ce le possiamo permettere. Il prete avrebbe raccontato la sua verità. La stessa di sempre.¹


 

1] scritto l’ 11.11.1994

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Per lei, Luisa Centaro, Enrico Maria Giuseppe, Rico per gli amici, non era che un collega. Quello della scrivania accanto. Uomo un poco viscido. Di non grande affidamento. Distratto sul lavoro. Facile alle basse allusioni. In confidenza con le banalità e le volgarità. Aduso al pettegolezzo. Tutt’altro che ricercato nel vestire. Che si cambiava la camicia solo ogni tre giorni. Leggermente stempiato. Sposato. Infedele almeno a parole. Con la lingua sciolta e l’italiano incerto. Fumatore. Sette anni e solo colleghi. Un uomo che non avrebbe conosciuto se non avesse dovuto farlo per lavoro. E che preferiva conoscere il meno possibile.
Lei, Luisa Centaro, s’era sempre guardata bene dal concedergli troppa confidenza. Frenava quella che il collaboratore tendeva a prendersi. Lo stava controllando senza darsene a vedere. Era in realtà diffidente. Sulla difensiva. Sempre attenta. Non che gradisse questo essendo per di più un suo subalterno. Spesso preferiva tacere e ignorarlo. A volte persino fingere di non averlo sentito. Tanto non c’era molto da sentire. Non aveva mai grandi argomenti. Niente che lo interessasse. Niente tranne il calcio, naturalmente. Il calcio e anche per quello era della Juve. Eh no! troppo facile. Tipico di uno come lui. Sette anni e solo poco più che buongiorno. Lo aveva fatto penare per due prima di concedergli di darle del tu. Ed era sempre stata convinta di aver fatto bene.
E poi sempre pronto a accordare ragione. A contraddirsi pur di compiacere. In un mestiere non suo. Nemmeno capiva perché gli dovesse concedere quei pensieri. Avrebbe voluto chiedergli per cortesia di abbassare la radio. Aspettava che lui le passasse quelle fatture. Quanto tempo ci metteva? Si sentì osservata. Ebbe l’impressione, la netta sensazione, forse di avere una calza smagliata. Forse era solo un’idea. Poteva essere per quello. Cominciò in quel momento. Un semplice dubbio ma questo le si insinuò come un tarlo. Non riusciva più a stare ferma. Non era più lei. Era in ansia. A disagio sulla sedia. E’ sempre così. Solo chi lo prova più sapere. Cercava di pensare al lavoro ma tornava a pensare a quello. Si guardò le caviglie con noncuranza. Non era lì. Non potevano essere le scarpe. Le sentì persino quasi larghe. Quando una donna non si sente apposto poi è autorizzata a mettersi in testa qualsiasi cosa. Pronta a pensare al peggio.
Per lei, Luisa Centaro, essere sempre in ordine era una questione di principio. Ci metteva tutta la cura di cui era capace. Era importante quasi quanto il rispetto che aveva per sé. Era un tema etico. Faceva parte del suo profondo. Aveva un valore, perché no? molto vicino alla sua composta integrità di cui si faceva fiera. Presto, in quella stessa mattina, si sarebbe resa conto di quanto era vera questa ultima riflessione. Sulla sua pelle. Con la sua esperienza. Niente sarebbe stato ancora come prima. Nel momento non ci pensava. Sapeva solo che qualcosa non andava. Quella sensazione. E di poter essere guardata. E non sapeva come risolvere. Avrebbe dovuto essere adusa agli sguardi. Non certo a quelli. Non così… insistenti. Indagatori. Lui non era mai tenero. Non perdonava nulla. Godeva nel prendere gli altri in fallo. Se ne sentiva soddisfatto.
Pessima persona una persona come lui. Guardata. Fissata. Scrutata. E non guardata per essere ammirata. Non da una collega. Non con invidia. Possibile che Giulio (Giulio era suo marito), quella mattina, non si fosse reso conto di nulla? Lui sempre così attento alle sue cose. A lei. Se l’avesse notato certamente glielo avrebbe detto. Anche lui ci teneva. E voleva essere fiero di lei. Lo era. Non poteva altrimenti. Era reciproco. Forse non la guardava più come una volta. Si era lisciata la gonna davanti allo specchio. Come ogni mattina. Un gesto che ripeteva. Mandato a memoria. Studiato. Infondo un gesto di lusinga. A dire il vero una vera, piccola, provocazione. Le piaceva stuzzicarlo.
Si era controllata; non si era accorta di nulla. Probabilmente nemmeno lui; Giulio. Aveva sempre tanti pensieri, povero tesoro. Non che la trascurasse. E poi lei era troppo distratta dal nuovo colore dei capelli. Ci aveva pensato tanto. Tanto prima di decidersi. Quella mattina ne era proprio soddisfatta. Forse questo l’aveva distratta. Forse era successo in macchina. Guidando. O salendo. Doveva essere così. Erano nuove. Quando si ripeteva il suo nome in testa c’era ancora la magia dei primi giorni. Non era cambiato niente. Era ancora gentile e premuroso come da fidanzati. Se la coccolava anche con gl’occhi allo stesso modo. Anche lei se lo coccolava; anche in quel momento. In quel momento si accorse che avrebbe voluto averlo là. Che avrebbe desiderato la sua presenza. Si accorse, in quell’istante, di desiderarlo e inghiottì la saliva.
Pensando di sé giungeva alla conclusione che il suo unico desiderio non poteva che essere legato a Giulio. Era tutto per lei. Non c’era nient’altro. E ne era fiera. Era vanitosa il giusto. Civetta allo stesso modo. Si sentiva invidiata. Gradiva, come ogni donna, i complimenti e le lusinghe. Avrebbe ammesso d’essere bella. Ma quando si trattava di quello non c’era che il suo uomo. Come diceva il cantautore non c’era sesso senza amore. E lei lo amava di una passione che la bruciava in ogni momento. Con tutta la tenerezza di cui era capace. Di ogni istinto. Con nessuno avrebbe potuto dire quello che diceva a lui. Era anche per questo che erano marito e moglie. Una coppia affiatata.
Lentamente e con noncuranza si lisciò la calza. Poi anche la sinistra. Un gesto lento come quello che aveva fatto quel mattino con la gonna. Come quello che faceva ogni mattina davanti allo specchio mentre Giulio la guardava. A volte, lui, non poteva resistere al desiderio di lasciar scorrere la sua mano con un sorriso e un complimento. Lei aveva accompagnato il nailon fin dover finiva la calza; facendolo aderire perfettamente. Dalla caviglia in su. Lo aveva fatto con noncuranza. Distrattamente. Senza pensarci. Impulsivamente. Senza alcuna malizia. Senza trovare la benché minima traccia di smagliatura. Con il piacere che le restituiva sempre il contatto in quel gesto. Quel sottile brivido.
Poi, solo dopo, si era ricordata della presenza di Enrico Maria Giuseppe. Che lui l’aveva vista e la guardava. Che Rico non aveva che occhi su di lei. E doveva averla veduta per bene. E con comodo. Stupida. Nemmeno respirava tanta era la sua attenzione. E in quegl’occhi aveva nuova e più precisa ammirazione e un Però! E aveva quell’espressione lasciva e impudica che gli aveva a volte visto sottolineare nei confronti anche di altre e che lei odiava in quell’uomo. Capì anche che seppure lei non aveva messo malizia lui era capace di metterla di suo. Che stava fantasticando. Che i pensieri che le avrebbe dedicato sarebbero stati tutt’altro che rispettosi. Così come capì che ormai lo sbaglio l’aveva fatto. E poi se doveva guardare che guardasse pure. Non ci poteva fare nulla e non le importava di più; infondo aveva belle gambe che non si potevano che ammirare.
Se l’era sentita quando si era alzata. Lei se le sentiva le cose. Era nervosa. Un niente. Le succedeva spesso. Quel nervosismo. Sempre poi la giornata si dipanava malamente. Non se lo toglieva più. Era un segnale. Anche se lei non sempre lo riusciva a cogliere. A decifrare. Una sensazione. Un sintomo. Persino Giulio, a volte, faceva fatica a distoglierla. A restituirla al sorriso. Eppure lui era così brava. Se non era nulla riusciva a rimetterla facilmente di buon’umore. Cercò di tornare sul lavoro. Con determinazione. Lo voleva. Fermamente. Con tutte le sue forze. Lo sguardo che le pesava dosso. Aprì la pratica della Oregli S.p.A. e vi ci concentrò. Per meglio dire cercò di concentrarvisi sopra. Nulla da fare. Non c’era verso. Aveva la consapevolezza che qualcosa non andava. Ne aveva raggiunto la certezza. Di non essere in ordine. Ma cosa?
Se lo ripeté in testa, senza afferrarne il motivo: Luisa Centaro in Vestivi. Le piaceva dirselo. Le era di conforto. Le aggiungeva sicurezza quando le veniva a mancare. Giunse a quella che non poteva che essere la conclusione: erano quelle calze. Forse solo una questione di riflessione. Forse erano state tessute diversamente. O forse proprio di filo cioè si trattava di un errore. Era possibile che appartenessero a due paia differenti. Erano nuove. Le aveva pagate per belle. Anche qualcosa di più. Com’era possibile? Eppure… la destra aveva una sfumatura, un niente, ma era più scura della sinistra. E un po’ più tendente al giallo. Fugato ogni residuo dubbio. Non poteva essere che quella la causa. Poco importava com’era successo.
Anche la notte non la aveva trascorsa al meglio. Forse un sogno non proprio bello. Non riusciva però a ricordarlo. Ripose la cucitrice nel cassetto. Inserì l’aliquota nella cella e ne riscontrò sul monitor la rispondenza. Non restava nient’altro da fare che andare a toglierle. A sistemarsi in bagno. Avrebbe dovuto attraversare la stanza. Passargli davanti. Sottoporsi al suo giudizio. Al giudizio dei suoi occhi. In quel silenzio. Pensò di usare la scusa del caffè. Era fin troppo presto. Decise che non avrebbe proferito parola. Non poteva arrendersi per così poco. E poi… non ci sarebbe riuscita. Forse la gonna che aveva messo era fin troppo stretta. Amava quella gonna. Ne aveva molte così. Attillate. Con quel leggero spacco. Pensava che una donna deve comunque apparire donna. Avrebbe pagato qualcosa per non doverlo fare; in quel momento. Si decise e lo fece.
Afferrò la decisione con tutta sé stessa. Si alzò. Si equilibrò sui tacchi. Sistemò la gonna e si avviò scodinzolando. A volte i tacchi, e le gonne strette, non sono la cosa più comoda. Non ti aiutano ad essere disinvolta. Si rese conto che lo stava facendo mentre lo stava facendo. Non di proposito ma si sentiva rigida. Forse leggermente tesa. Imbarazzata. Forse era quello ma ancheggiava in un modo un po’ più evidente. E sentiva i suoi occhi e li soffriva. Se lo era aspettata e questo non cambiava nulla. Pensò che lui avrebbe pensato guardandoglielo in altri termini. Che la stava ammirando nel mentre pensava che era veramente affascinante quel suo modo di sculettare. Ma lei non lo faceva di proposito. Non lo faceva per lui. Seppure cercasse di controllarsi. Di controllare ogni passo. Ogni suo gesto. Ma forse era solo nella sua testa.
Non era nella sua testa la cupidigia che leggeva velargli lo sguardo. In quel momento lui era, in un attimo unico, tutto insieme, quello che lei odiava in quell’uomo; in certi uomini. E quegli occhi la seguirono attenti finché non fu uscita. Ebbe la sensazione di sentirseli dietro anche dopo; per le scale. Non riusciva a toglierseli di torno. Ne era ossessionata. Rischiò di cadere. Aspirò profondamente. Se ne gonfiò il petto. Incontrò il ragioniere Palmieri. Cortese come sempre. Un poco untuoso. Si sistemò una ciocca. Rilassò in respiro. Non ne aveva bisogno. Non le mancava certo nemmeno quello. Non per pavoneggiarsene. E non l’avrebbe certo fatto con lui. Con quell’omettino.
Lo salutò nervosamente. Sempre in giro quello. Invece di starsene in ufficio. Poi si fermava a fare straordinari. La verità era che, anche per quella moglie, non gli bastavano mai. Era tipo che non si stancava mai di compiangersi. Poteva rinunciare a prendersi quella macchina. Poi si lagnava che non trovava parcheggio. Le camicie si potevano prendere anche in un negozio diverso da Lord Cluny. Tanto su lui erano tempo sprecato. Erano lo stesso che straccetti. Lei ne aveva viste di belle anche da Margara. Ci sono molti modi per farli bastare. E poi che colpa ne avevano gli altri? E poi, in quel momento, non aveva voglia di incontrare nessuno; di vedere nessuno. Avesse potuto avrebbe finto di non vederlo. Tirò diritta alzando il naso. Proseguì. Come se avvertisse un odore sgradevole. Anche se quel comportarsi non le era certo frequente. Non si dava arie. Era il momento.
Si tirò la porta dietro le spalle. Sola cercò di ritrovare un po’ di calma. Allo specchio si vide persino in disordine il viso. Non era così. Poteva ben dirlo Enrico Maria Giuseppe, e lo diceva, che Giulio era stato fortunato. Fortunato ad incontrare una come lei. Sfilò quelle maledette calze. Autoreggenti. Soldi proprio buttati. Uno spreco. Un brutto spreco. Non tanto per i soldi, quelli non sono tutto, a quelli si trova sempre rimedio, ma per quelle ore. Per quell’angoscia. Chi l’avrebbe ripagata? Ma si sarebbe fatta sentire. Prese le calze con rabbia e le arrotolò. Con dispetto le gettò nel cestino. Gettò così l’occasione di andare a protestare. Era fuori di sé. Era troppo arrabbiata.
Al diavolo anche quella commessa. Con quel biondo così volgare. E quella bocca larga. Sembrava rattrappita in una smorfia. Doveva aspettarselo. Una donna così non può che portare accidenti. Non dovrebbe lavorare in un negozio. Ci sono talmente tanti lavori che si possono fare senza il contatto con il pubblico. Doveva avere una storia con il padrone. Nessuno poteva toglierlo dalla testa. Non ci si mette in casa una così se non c’è qualcosa sotto. Se le fosse capitata sotto le unghie… Non le capiva le donne come quella; ma era certo che ce n’erano. Non era l’unica e ce n’erano molte. Molte che non ci pensano due volte. Che si fanno strada in quel modo. Senza curarsi delle chiacchiere. Di ferire. Dei sentimenti. Delle mogli che sono a casa. Ne di qualt’altro. E magari anche ne sparlano. Le trovava… disgustose. Era certamente così. Ma anche lui, mettere una con quella faccia al reparto lingerie.
Se la fosse tenuta in casa nessuno avrebbe potuto ridirci niente. Si rimise nelle scarpe; risollevata. Paga della sua decisione. Finalmente tranquillizzata. Dato che era là… è l’occasione che fa l’uomo ladro (nel caso specifico la donna). Sempre la tensione tendeva a stimolarla. Stava già quasi uscendo quando ne provò il bisogno impellente e tornò indietro. Si sedette nella tazza e la fece. Pensò tra sé a cosa avrebbe potuto preparare per cena. Alla prima cosa. Distrattamente. Avrebbe fatto una pazzia. Pur di non pensarci…
Gl’occhi, la gonna sollevata al bisogno, le caddero inavvertitamente sulle ginocchia. Ne restò stupefatta. Scorsero lungo tutta la pelle. Non era cambiato molto. Aveva messo quelle? L’unica cosa era l’assenza delle calze. Di quelle calze velate, leggermente scure e con la riga dietro. Le sue gambe lisce e nude. La pelle lucida. Ma… la destra aveva ancora una sfumatura, un niente, ma era più chiara della sinistra. Non dipendeva dalle calze. Non dipendeva che da lei. Era tutto così ridicolo e inverosimile. Forse non contava ma aveva fatto trentasei anni a giugno. Si! forse non centrava con il suo umore. Con il resto. Forse sarebbe stato lo stesso. Non si è obbligati a cambiare con l’età. E poi, un po’ vanitosa lo era. Lo era sempre stata. Niente di più. Niente di troppo.
Glielo diceva sempre il suo Giulio. Povero piccolo, lui, Giulio, era sempre così premuroso; così attento. Non faceva che ripeterglielo. Con quella sua mania per l’abbronzatura. Lui la sorvegliava. Si preoccupava che non si scottasse. Era caro. Carinissimo. Lei aveva una pelle che tendeva ad ombrarsi ma difficilmente si scottava. Lui non lo ricordava mai. E poi lei aveva cura di sé. Però avrebbe fatto bene ad ascoltarlo. O se non proprio ad ascoltarlo, perché a lungo andare rischiava di diventare noioso, a mettere un po’ più di attenzione.
Forse era facile a distrarsi. Il dramma doveva essere che, con tutta probabilità, era stata un po’ troppo esposta girata per la sua parte. E il sole non perdona. Ma l’aveva fatto per parlare con lui. E poi… questione di minuti. Doveva essere stato proprio in quei momenti. Certo che poteva dipendere anche dalla crema. Forse ne aveva messa un po’ di più sull’altra gamba. Forse lui, Giulio, non vi aveva messo abbastanza attenzione. Gliela poteva aver spalmata male. Ora, se possibile, era anche più evidente. Le calze un po’ confondevano. Senza era anche peggio. Avrebbe voluto restare lì seduta per sempre. Pigramente. Nascondersi dal resto del mondo.
Forse era stato mentre leggeva. Non si dovrebbe mai leggere mentre si prende il sole. Si rischia di addormentarsi. Si sollevò per guardarsi tutte le gambe. Si risistemò le mutandine. Già! aveva messo quelle? Teneva sollevata completamente la gonna. Certo che aveva veramente un bel paio di gambe. Non era quello il momento; accidenti. Non le restò nessun residuo di dubbio. Era così. Una era più abbronzata dell’altra. Si sarebbe anche non potuto notare. Uno distratto avrebbe potuto non accorgersene. Una donna no. Le colleghe certamente no. Quelle arpie. Invidiose. Sempre pronte. Nemmeno Lui, Enrico, che non gli toglieva mai gl’occhi di dosso. Con quel modo in cui la fissava. Peggio di una donna. Se ne sarebbe avveduto subito; se già non l’aveva fatto. Non si poteva presentare in quel modo. Pensò di chiamare Giulio al cellulare. Di chiedere aiuto a lui. E se non lo avesse trovato? Se l’avesse scordato, capitava anche spesso, a casa?
Cosa avrebbe potuto dire o fargli il suo tesorino? Pensò che avrebbe potuto chiedergli la cortesia di allungarle un paio di pantaloni. Magari quelli di seta verde. Stavano bene con i suoi occhi. No! non andavano con la maglia. Meglio quelli grigi. Decisamente meglio i grigi. Non poteva certo aspettarlo lì. Riceverlo in bagno. Comunque sarebbe dovuta uscire. Almeno il tempo perché lui facesse la strada. Era un uomo sempre senza fretta. Così maledettamente calmo e paziente. Non sempre è un pregio. A volte ci si deve sbrigare al momento; su due piedi. Non c’è tempo per riflettere. Poi, forse, non l’avrebbe trovata una ragione sufficiente perché lei lo disturbasse. Chissà se la capiva.
Per lui niente era abbastanza importante per il lavoro. Odiava esserne disturbato. Ma una emergenza è sempre una emergenza. Avrebbe brontolato, forse, ma bene o male, presto o tardi, sarebbe certamente arrivato. Lo amava dal profondo del cuore. Credeva di meritarselo. Naturalmente il cellulare era rimasto con la borsetta in ufficio. Comunque doveva andarlo a prendere. Era una mattina cominciata male e difficilmente sarebbe proseguita meglio. Ormai il danno era fatto. Quando le prendeva l’inquietudine poi faticava a non portarsela fino a letto. Possibile che fosse stata così sciocca. Così sventata. Proprio lei. Eppure…
Tirò l’acqua e tossì. Qualcuno stava arrivando. Non era più scura solo davanti. E poi nemmeno in modo uniforme. Si girò su sé stessa per controllarsi con la massima cura. Lentamente. Attentamente. Erano veramente perfette. Avrebbe finito per stropicciarla tutta quella povera gonna. Chiusa un quello spazio angusto del bagno. Accese incredula la luce. Stupida. Proprio stupida. Unicamente e immensamente stupida. Come aveva potuto… come… non pensarci. Era la luce. Il riflesso della luce. Da quella finestra. Ora che s’era girata era l’altra. Tutto quel baccano per niente. Tanta paura per una cosa così… così… priva di importanza. Aveva pensato a tutto. Meno la cosa più ovvia. Quella luce di sole rannuvolato che arrivava di striscio; anche sotto la scrivania. L’avrebbe spostata. Ormai era decisa. Non voleva ammettere di fare una figura del genere. La cosa non si sarebbe comunque ripetuta. Passane per stupida non le aggradava. Chissà se se lo sarebbe mai perdonato. Ne avrebbe riso con Giulio. Certo ne avrebbero riso; assieme. Forse non avrebbe trovato il coraggio di confessarglielo.
Tornò a girarsi e rise di sé. Ora le sembrava tutto come un esile capriccio di bambina. Una bolla di sapone. A pensarci era niente ma dopo è sempre semplice.
Fu proprio in quel preciso momento che la porta si aprì e se lo trovò davanti. Enrico. Nel bagno delle donne. Deciso a rimanere. L’aveva seguita. Aveva lasciato un po’ di tempo e l’aveva seguita. Con tutta la sua insolenza. Armato di tutta la sua faccia tosta. Restò stupefatta. Senza fiato; per la sorpresa. Senza fiato e con la gonna ancora completamente sollevata. Trattenuta tra le dita. Come se volesse mostrare a lui il senso di tutta la sua stupidità. Allo stesso modo che volesse semplicemente farsi ammirare. O chiedergli attenzione. Inebetita. Confusa. Paralizzata. In quel gesto. Come se volesse invitarlo a restare.
Fu proprio in quel momento che si rese conto che nella fretta della confusione s’era scordata di chiudere con la chiave. E ora era lui. Con quel sorriso ineffabile e senza chiedere alcun permesso. Lì, di persona. Ritto davanti a lei. Orgoglioso di sé. Soddisfatto. Impudico in ogni sguardo. Col suo silenzio pesante e cialtrone. Inatteso e indesiderato ma lì. Sicuro di sé. Equivocando. Pronto ad approfittare della situazione. Probabilmente convinto d’essere atteso. Probabilmente sicuro d’essere stato oggetto di provocazione; invitato. Cosa poteva pensare in quel momento la sua testa bacata solo lui lo poteva sapere. Il suo fiato sapeva di sigaretta. La sua pelle di tabacco e sudore. A lei non era rimasto che un sorriso fisso e disarmato. Negl’occhi una supplica inascoltata. Un buco allo stomaco. La voglia di fuggire. Un senso di rassegnazione.
Le sue mani cercarono lei e non si diedero nemmeno la pena di girare la chiave nella toppa. Ne la briga di null’altro che lei. E se fosse arrivato qualcuno? Qualcun altro? Sarebbe stata lei. Lei sulla bocca. Piena di vergogna. Al solo pensiero. Come spiegarlo? Quasi da nascondersi per sempre. Non sarebbe mai riuscita a pensarlo. Non fosse che stava capitando proprio a lei. Aveva dovuto provvedere da sé. Nella difficoltà. Nell’impaccio del momento. Piena comunque di quella vergogna. Cercando di farla girare piano, quella chiave. Quasi se il minimo rumore suonasse troppo e fosse di insulto. Li rendesse peggiori. Ne facessi più rei. Suonasse maggiormente a condanna. C’era di peggio?
In quel momento stava ripetendosi le uniche parole che erano uscite dalla sua bocca; le sue volgarità: “L’ho sempre saputo. Bella porcona.” Con quel tono sfacciato. Cercandone gl’occhi con gli occhi. Inchiodandole lo sguardo dentro gl’occhi. Cafone. Emancipato. Risoluto e determinato. In quel posto squallido. Scomodo. Il più scomodo. L’ultimo a cui verrebbe da pensare. Il meno adatto. Senza poesia. Senza nemmeno l’illusione di un sogno. Afferrando con le narici quell’odore. E quello del disinfettante. Il senso dell’inevitabile. Il senso di sporco. Le piastrelle fredde. Sudice.
La sua foga le era costata anche il prezzo delle mutandine. Come per le calze. Ora si sentiva a disagio senza. Non era stato come avrebbe potuto credere. Nemmeno dopo era come si sarebbe aspettata. Aveva sperato che almeno finisse presto. Certo che lo aveva sperato. Naturalmente. Anche per quell’ultimo rispetto per sé. Per lui. E’ normale. Così era stato. Aveva fatto in fretta. Fin troppo. In un baleno. Si! era durato tutto solo un attimo. Poco più. Senza delicatezza. Renza riguardi. Senza curarsi per lei. Senza preoccuparsi di lei. Aveva badato solo al proprio piacere. Come se lei fosse una cosa. Come se lei fosse uno straccio. Come gli fosse dovuto. Come gli fosse permesso. Senza nessun’altra parola.
E non era nemmeno granché. Ne ci sapeva particolarmente fare. Oltre le parole era poca cosa. Boria, vanto e poco più. Poca cosa e di poca consistenza; in aggiunta. Niente che potesse tornare a spingerla verso di lui. Proprio niente. Ma nel preciso istante era entrato nel suo destino. Era diventato la sua condanna. Per quanto ancora avrebbe dovuto pagare il suo sbaglio? Di questo non avrebbe potuto riderne con Giulio.
Tutto per un semplice paio di calze anche se autoreggenti. Anzi tutto per il suo piccolo vezzo di avere sempre la pelle curata e mai pallida. Più precisamente per uno strano riflesso del sole in una strana giornata. C’era da andarne pazza.¹


1] scritto l’ 11.11.1994

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Non l’aveva fatto per scortesia né tanto meno per mancanza di rispetto. Chi lo conosceva lo sapeva puntuale sino ad esagerare. I colleghi, naturalmente, si erano lasciati alle più disparate supposizioni. L’avevano trovato solo una settimana dopo ed era stata la donna delle pulizie ed i medici erano rimasti perplessi. Nemmeno i più intimi avevano capito che si era semplicemente scordato di vivere. La seconda data era una cosa assolutamente approssimativa e nemmeno sulla prima ci sarebbe stato da giurare.

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